Caravan

a.

Quando la vide la prima volta, lei aveva un bambino appeso alla mano, il bambino saltava avanti e indietro rispetto ai suoi passi, irregolare vicino al passo regolare e molle di lei. Era distratto, e anche stanco per quanto fosse mattina. S’era arrampicato sul furgone già alle sette, coll’alibi del lavoro, ma in realtà era scappato per l’insofferenza alla casa, alla cucina. Anzi si può dire che proprio l’appartamento l’avesse buttato in strada, perché nell’appartamento, non c’è niente da fare alle sette di mattina: la televisione è inutile, le canzoni della radio dopo un po’ stufano, tutto è stanco. E quella mattina che l’aveva vista era all’inizio della primavera, aveva questo bambino per mano – una madre – e la cosa che l’aveva colpito, era che quando questa madre aveva incontrato un paio di puttane s’era messa a salutarle e a ridere con loro, pure che c’era il bambino. E allora, lui ne aveva dedotto, che pure se dai vestiti non sembrava affatto, pure se ci aveva la sottana lunga tipica della madre, e scarpe da madre – insomma forse in altri momenti della giornata faceva il mestiere. E mentre si diceva questa cosa quella mattina, che come le altre era andato a guardare le mignotte ma non se lo diceva proprio così, il bambino si era tuffato nella gonna dietro, le si era incollato al culo – mamma ti ho fatto uno scherzo! E l’insieme di questi pensieri, le mignotte, la donna alta ed enorme, una grassa madre, e il figlio che le salta addosso, questa cosa l’aveva colpito. Terribilmente. L’aveva eccitato.
Che bambino fortunato.
Non che ci avesse molto pensato, poi nei giorni successivi. Aveva un sacco di donne per la verità su cui si soffermava in lunghe relazioni immaginarie, tutte grandine e sotto un certo profilo neanche molto belle. Le osservava da lontano, ogni tanto si avvicinava cercando di essere gentile, ma non tantissimo a dire il vero, più spesso le guardava da dentro al furgone. Per esempio si intratteneva con le due puttane che stavano sempre alla stessa panchina, bevendo succo d’arancia e ridendo, di cose loro di puttane.
Veniva subito.

La seconda volta l’aveva vista da sola, la madre, tornava dalla scuola del figlio, e salutava le mignotte tra gli alberi. Allora s’era accostato poco più avanti al marciapiede, ma lei non l’aveva guardato. Camminava spedita pure, aveva sfiorato il fianco del camioncino con lo sguardo, ma senza fermarsi, verso la casa non molto lontana, come aveva scoperto parcheggiando in un angolo, dopo, con lei che di lui si doveva essere già dimenticata. A quante cose pensano le donne, si diceva vedendo la testa frugare nella borsa per le chiavi, salutare la vicina, cercare il telefono che squillava. Cose di donne ci hanno la testa piena, il dare da mangiare, il pensare ai bambini. Le amiche.

L’essere donna della donna che tornava a casa, era ciò su cui si era soffermato. Quindi non per esempio, il taglio della gonna, che una compare avrebbe valutato un po’ snob, un virtuoso stemma di classe, non il trucco appena accennato della borghesia di prima mattina, neanche il modo di salutare la signora del negozio di giocattoli o il vicino di casa. Né aveva colto nel suo salutare le puttane, una sorta di cortese magnanimità, un provvisorio scendere per di corsa risalire. Invece la grave presenza dell’essere donna, era quello che aveva registrato di lei, il corpo che si mangiava tutto il resto, ossia tutto quello che poteva capire e non aveva capito e che avrebbe potuto metterlo in pericolo. Anzi, l’immaginazione gliel’aveva trasformata in una creatura immensa e in una sorta di entusiastica allucinazione vedeva la donna torreggiare nella strada, le anche che toccavano i bordi delle case, e il seno ridondante fino al cielo, il ventre come un lago e i capelli che magari scendevano fino all’asfalto e tra i tubi di scappamento.

 

b
La donna si accorse di lui al terzo dei loro incontri, il meno casuale. Stava andando verso la giornata con muscolare decisione, il rossetto da combattimento, la borsa da professionista rampante, il figlio lanciato a scuola, e il marito fuori città. Aveva messo pure un dietologo in agenda a dimostrare che la sua lotta armata contro il destino di una stirpe di donne mediterranee, donne a forma di pera o di pentola, le spalle strette e il culo a insalatiera potesse essere limato e sfuggito. Nel suo corpo di cuoca napoletana, lei rincorreva una e pragmatica nordica, un’elvetica decisionista, una donna che sa prender decisioni e correre compatta nel corridoio di un ufficio. Per questo, quando l’autista del furgone bianco era sceso dal mezzo e si era tirato giù i calzoni davanti a lei, aveva reagito con prussiano sussiego, l’orgogliosa non chalance della donna in età che, rispetto alle ninfe e le bimbette, non si fa impressionare da un cazzo all’improvviso. Era anzi rimasta colpita dal volto liquido dell’uomo, dall’aroma di incongruenza e inettitudine. Aveva tirato dritto forse persino accennato a un gentile sorriso, contando il quarto esibizionista della sua carriera.
Subito dopo però, lui le aveva tagliato la strada e con inedito coraggio le aveva offerto un caffè gridando dal furgone. Poi, si era dileguato. Per ricomparire, alcuni giorni dopo alla stessa ora, in paziente attesa davanti al bar del quartiere, a elargire sorrisi e a piantonare la sua utilitaria.
Lei era rimasta stupita, e aveva deciso di preoccuparsi.
Ossia. Una parte selvatica e animale della sua persona, una parte di lepre, di capra, di gallina, sentiva nell’altro, la bestia impacciata e innocua, il cane con le zampe di fango sul pavimento pulito, o anche l’esiliato e straniero nella colonia lontana di cui non conosce bene le usanze, i costumi, i rituali, uno che dice ciò di cui ha bisogno in una lingua elementare e sconosciuta, che fa tutto sbagliato. Uno di cui ridere. Perché se una ha il corpo di cuoca e di madre, un figlio che ha fame, è capace di vederlo ovunque.

Un’altra parte di lei però, quella dell’ufficio pubbliche relazioni dell’azienda, quello dei tavoli col sindacato, e anche quella che sa gestire le delicate nevrosi del vicedirettore, capiva che, quando un uomo non si cura di essere ridicolo, può diventare un’oggettiva rottura di coglioni.

L’avrebbe seguita al lavoro, le avrebbe voluto parlare mentre conduceva complicate trattative con il capoufficio al parcheggio rovinando una diplomazia che durava da mesi, si sarebbe seduto sulla soglia dell’uscio di casa dopo averla inseguita, magari tirandosi giù i calzoni un’altra volta. Le venne anche il timore, che avrebbe potuto intercettare suo figlio in qualche modo.
Si era allora rifugiata nel bar a chiedere il conforto della sua colazione, del barista giovane e il barista vecchio, il cacao sulla schiuma bianca, due battute sulla vita che scorre.

c.
La vicenda aveva fatto ridere il barista vecchio, che l’aveva iscritta in prima istanza, nel capitolo del suo folclore professionale. Nella carriera di un barista l’ubriaco e il maniaco sono due punti saldi, due capitoli ineludibili, insieme allo scroccone e alla piagnona un po’ zoccola, e qui la cosa lo faceva ancora più sorridere pensando al fatto che la signora a cui era successo, era una brava donna anche di una famiglia per bene, di cui conosceva il marito e un tempo i genitori, ma che non trovava esattamente avvenente. Non solo per quella grave maternità meridionale che lei emanava, al barista piacevano le gatte pezzate che scappavano da tutte le parti, indipendenti e cattive, e non solo per la vicinanza ai cinquant’anni sulla forma del volto, ma anche per quell’autonomia efficace e arruffata che la connotava. Era colpito dalla rapidità con cui si conquistava la sua fetta di bancone, e dalla disinvoltura con cui chiedeva le cose, sempre addolcendo una sorta di pillola autoritaria con mille formule di cortesia, per favore potrei avere, non è che per caso.
Ciò non toglieva e anzi aiutava il fatto che avessero un rapporto amichevole e a tratti cameratesco. Più ridendo che prendendola sul serio la rassicurò e la signora rimase incollata al bancone fintantoché il suo nuovo innamorato non avesse tolto le tende.

Quando nei giorni successivi era tornata da scuola al bar, si era trovata a controllare il tragitto nella speranza che non capitasse il furgone bianco – e quel paio di volte che in effetti l’aveva scorto in lontananza si era ritrovata addosso il fastidioso pensiero di dover cambiare tragitto, orario e via di seguito. Ma una volta nel bar aveva scoperto con sociologica stupefazione, di essere diventata un caso narrativo per un verso, e per un altro, che le sue quotazione erotiche erano risalite. Se alcuni maschi la guardavano con la franca risata che riserva alle vecchie, diversi altri ora la salutavano con rispettosa e galante deferenza, come se l’ipotesi di una pacca sul suo vasto culo, ne avesse illuminato una nuova appetibilità, l’avesse reiscritta nel regno delle femmine desiderabili. Tutto dipendeva non tanto da lei ma da come, il nuovo maschio della comunità che ora stava solerte sorridente e incongruo proprio vicino ai cassoni della spazzatura, venisse qualificato: se l’erede industriale dello scemo del villaggio, o invece un maschio fratello solo un po’ introverso, con cui si potrebbe parlare di calcio.
Buon giorno signora.

L’unico a prendere la situazione sul serio, e a considerare la questione nei suoi realistici confini, era stato il barista giovane. Una betulla di nuova generazione, che aveva avuto la mamma in ufficio, e pure la mamma del suo migliore amico, in ufficio, uno con la sorella iscritta a economia e che magari era innamorato di una vigorosa barricadera. Un maschio di nuovo conio quindi, abituato ad altre sintassi e altri universi, non solo altri modi di chiedere il sale a tavola ma anche altre comunanze. Il barista giovane era uno che aveva lavorato con delle ragazzine bariste giovani, e insieme avevano diviso una paga oraria in nero, un capo cafone. Il barista giovane, era l’alfiere di un altro mondo, e non gli faceva fatica capire che se che se ci hai un tizio che ti viene sotto casa a tutte l’ore e al bar tuo e a scuola dei figli tuoi non sei contento. Ossia, non è che il barista giovane capisse qualcosa che gli altri non capivano, ma femmine e maschi nel suo mondo, fuori dal bar erano seduti sulle stesse seggiole, e gli aggettivi che si usavano per le cose della vita erano gli stessi per tutti. Non si stava in piedi con le signore e seduti con i signori.
Nella sua flemmatica dichiarazione di solidarietà in ogni caso, c’era anche una omunicazione al mondo degli altri maschi, barista e avventori, una roba di padri e figli, di centro e periferia.

d.
La signora tuttavia gli fu grata. Era in uno strano, e antichissimo imbarazzo. Nel monopoli della sua esistenza consueta, dove si susseguivano in miniatura le cose grandi che altri e altre avevano attraversato, riviveva la replica innocua di altri più dilanianti imbarazzi. Se al nero fanno una battuta sui neri, con affettuosa gentilezza il nero deve ridere perché quell’altro lo vuole tra i suoi e lo sbianca del gentile candore dell’appropriazione, oppure incupirsi e chiudere la relazione perché anche in quell’amicizia ci vuole una battaglia? E quella battaglia non farà alla fine che renderlo ancora più nero e il bianco sempre più bianco? Niente sancisce nei rapporti di forza la misura definitiva di chi vince, quanto la parola di chi è disposto a ironizzare su di se. Ma allo stesso tempo, niente celebra una separazione, e spesso e volentieri la qualità di una gerarchia, meglio di una separazione. Per questo la signora fu grata al giovane e alla sua generazione tutta. Il giovane le aveva permesso di sostare in un posto in cui era affezionata, senza sentirsi sbiancata dai doveri di una signora ammodo.
Intanto l’uomo che l’aspettava poco lontano dal bar la vide uscire, si sentì quasi illuminato dal suo benevolo ottimismo, che in cuor suo lesse però con parole proprie: evidentemente lo stava invitando, gli stava dicendo che poteva venire con lui, oggi poi ha messo dei pantaloni con una maglietta deve averlo fatto per me, le stanno stretti apposta per me.
Decise di seguirla.

(Mio papà)

(Mio padre era un uomo gentile, per indole e per una sorta di triste necessità, non della vigliaccheria, ma del precluso accesso alla rabbia. Intimamente aristocratico, ineludibilmente depresso, geneticamente incompatibile con il lessico emotivo di una città decaduta, anarchica, e in una maniera parolacciara e deprimente imbelle, navigava per Roma imbarazzato, metafisico, resistente. Come olio nella minestra, come sasso nella farina.

Quando stava nel traffico, si portava i libri per le code, Virgilio per esempio , cantava canzoni comuniste – oppure iettatorie – a noi bambine, guardava la futile e sana rabbia dei guidatori con stralunata clemenza, quasi una gentilezza materna, che io credo di avergli preso nel dare un metro alle cose. Coglieva l’irreale dimensione dei vaffanculi, dei culi così, delle vampate sui volti per via di una freccia, di un fanale, di un rischioso sorpasso. Si faceva prendere da incertezze agli incroci, faceva metafisiche inversione a prescindere dall’umano e dalle regole dei mortali.
Lieve come è sempre stato in tutte le cose, un rabbino in mezzo ai platani sporchi.
Mio padre era un uomo simpatico.

E quando per esempio fermo in mezzo ad altre macchine ferme, arrivava un ragazzo indiano a cercare di pulirgli il vetro della macchina, l’ultimo arrivato nella piramide spietata, e lui stava seduto al volante, e magari era il terzo, quarto ragazzo che gli puliva il vetro, mio padre gli faceva no con la mano, e quello magari continuava, su 10 ricatti morali un panino sarebbe arrivato. Noi figlie allora guardavamo l’aria stupefatta e sconcertata, in qualche caso esasperata, quando lui scendeva dalla macchina, e dietro di lui fiumi sonori di clacson e di bestemmie, e incurante e metafisico spiegava al ragazzo, che vede, con questa insistenza, lei fa il gioco dei fascisti! Vede, non deve insistere così, diceva a quello che di volta in volta scivolava nella stizza, o nella tenerezza, perché poi quelli sa, che dicono.
Gli dava del lei, come ci ha insegnato a fare.

Sognava credo una rivoluzione educata, dove le persone si trattano sempre l’una con l’altra con riguardo, una rivoluzione di scioperi cortesi forse, di gentili alleanze tra disgraziati, una fratellanza tra reietti di tutte le storie, non gli importava – devo dire, purtroppo, dei soldi –  ma era proprio che dalla grande violenza della storia era stato deturpato, e non sarebbe mai riuscito a pensarla dalla parte dei giusti.)

(Le cose che gli piacevano. Qui )

Burano alle 14’10 all’inizio di un gennaio qualsiasi

Nella piazza spalmata di inverno e di sole, un cane vecchio siede su una coperta e un bambino gli parla nell’orecchio. Su un lato un pozzo di marmo, sul fondo la dentatura delle case e il campanile di mattoni e sopra, a veleggiare nell’ora molle del primo pomeriggio comari di paese, carabinieri in esilio, delle panchine vuote..
L’aria è intrisa di silenzio. Se si stringono gli occhi si vede l’acqua tra gli spacchi dei vicoli e l’isola avverte la percezione.

Il bambino spiega con grande movimento di braccia e di sorrisi, il mondo che ha appena scoperto, e che il cane vecchio conosce per ogni angolo, per ogni salmastro, per ogni porta di vetro, e locanda per turisti annoiati. È stanco, le ossa gli dolgono del dolore di tutte le ossa dei vecchi, negli occhi traluce l’ovatta di un lungo tempo trascorso a sorvegliare, e essere grati, a compiacere. È un cane di piccola taglia, di quelli a cui non si chiede di essere regali, o di essere coraggiosi – un vecchio cane senza pretese che deve abitare in una casa nei paraggi, con il ciclamino gigante dietro la grata della finestra, e una scodella azzurra di plastica per mangiare, vicino la macchina del gas.
Tuttavia, questo vecchio cane ordinario fiuta l’odore dell’infanzia e ascolta con pazienza.

Il bambino è in quel momento dei bambini in cui il fantastico si scioglie nel reale, e da raccontare c’è un unico presente dove si mischiano fate, barche, case colorate, capitani decorati di alamari, sogni di ogni risma e cose troppo incredibili per essere sognate. Ai suoi occhi sfugge lo spessore del tempo e il vecchio cane senza pretese, col male alle ossa e gli occhi stanchi, non gli pare tanto diverso da uno dei suoi amici del parco, per quanto corrano più velocemente.
Gli fa perciò una specie di forzuta carezza – la proposta di una maschia alleanza su quest’isola al bordo del mondo. 

Il cane volta la testa in preda a un gentile imbarazzo. Le guance tonde del bambino, quel suo modo di stare piegato vicino a lui con le gambe divaricate… sono tutti uguali i cuccioli del mondo, di cane di topo di uomo e di gatto, tutti così amabili e impropri, io me ne voglio stare tranquillo e non ho voglia di deluderlo, speriamo la madre lo chiami, speriamo veda un giocattolo, un gelato, una torta, che vada correre con i gatti del porto, che si metta a ciondolare i piedi sopra lo specchio di un ponte, non ho la forza di deluderti bambino felice della tua infanzia, che hai le zampe forti delle bestie alte. Vedo il tuo destino qualora non andasse sprecato, lasciami stare all’ultimo sole, non so se vedrò a primavera.

Il vento muove la coperta, che è di una lana chiara e colorata, e l’arriccia da una parte facendo del disordine per un verso, ma per un altro, anche della scomodità.
Allora il bambino si inginocchia, stende le pieghe una ad una e dice nell’orecchio del cane esasperato. Vedi ora ti puoi sedere per bene. E quello in effetti si siede meglio un po’ rassegnato, allungando le zampe
.

Rosario profano per il nuovo anno

 

Gennaio
Il nemico della vecchia che abitava l’ultimo vicolo del paese, erano i piccioni che nel freddo si ficcavano sotto alle grondaie, e rumoreggiavano continuamente, dicevano cose, si beccavano l’un l’altro le ali gonfie, e cagavano senza ritegno. La vecchia cercava di cacciarli con suoni perfidi e animali, per quanto le riuscisse, con getti di acqua e qualche tentativo di ammoniaca, strusciava il selciato per far sparire l’odore e le macchie, in una lotta infinita ed eterna.
Vi auguro di fare pace con i vostri piccioni.

Febbraio
La vecchia aveva un figlio che come lei no amava granché le bestie tutte, le bestie sanno cos’è la morte e ci sono concorrenti nella vita, ci sono nemici, antagonisti, devono stare nelle stalle, nei porcili, sotto gli alberi e nelle foreste – al giogo – o tuttalpiù – nei piatti. Ma si trovò una moglie con un gatto zoppo e la coda mozza, un gatto pigro e apparentemente inutile – e dovette imparare a tollerarlo e a dargli l’acqua e il cibo alla sera.
Vi auguro di trovare il vostro gatto a cui dar da mangiare vostro malgrado.

Marzo
Il gatto aveva avuto un’infanzia di gatto selvatica e dolorosa, per via della zampa nata con tradimento della natura. La madre con lui era stata impietosa, privilegiando i fratelli grassi e neri, e lui, bianco e magro, sarebbe stato sempre il primo a miagolare e l’ultimo ad arrivare. Per questo una sera di inverno quasi finì sotto una macchina – manco poco ci rimetteva tutte le zampe le code e le vite, ferminterra come un sasso. Lo salvò una donna di carattere poco gentile e molto vanesia, che se lo prese e lo portò a casa.
A tutti capita di sbagliare ad attraversare la strada, vi auguro di trovare la vostra donna vanesia e che vi raccolga.

Aprile
La donna a vedere il gatto straziato per terra, con la macchina davanti alla sua che era sfrecciata via lievemente nella sera, si era ricordata di quando era stata al suo posto – allora un letto di ospedale. Era ragazzina, e non veniva mai nessuno. Non c’era la madre, non c’era il padre, né suo fratello. S’era trovata incinta, come per un incanto non voluto, come se la fata dei miracoli più belli le fosse venuta addosso non richiesta, e le avesse messo in mano un potere che l’uccideva. E come il gatto sanguinante era stata lei stessa uguale sulle lenzuola bianche.
Vi auguro di sapervi ricordare di voi stessi distesi e riconoscervi in tempo nel vostro gatto sulla strada.

Maggio
All’ospedale della donna quand’era ragazzina, ci lavorava un’infermiera sciocca e fatua. Una bambina eterna e candida, come la divisa che avrebbe voluto indossare: cinematografica, americana, quasi un pochino erotica. Una divisa avvitata con delle belle calze bianche, con cui poter incontrare l’amore di un maschio ricco e potente. Purtroppo – forse per l’ingiusta divisa verdina, con i pantaloni anonimi e la blusa con lo scollo a v ma quale scollo, collo collo, accollo! diceva l’infermiera amara, e quei terribili zoccoli di plastica – non era mai successo niente, e lei non si era mai sposata. Manco mai fidanzata.
Tuttavia, le volte che aveva il turno di pomeriggio, quando cominciava, prendeva un caffè con un impiegato dell’economato. Si chiamava Carlo. Con Carlo l’infermiera rideva sempre buttando la testa indietro e gonfiando il petto di seduzione sbadata. Carlo gliel’avrebbe voluto sfiorare ma poi si tratteneva sempre.
Vi auguro di saper custodire in quest’anno e negli anni a venire, il vostro caffè col vostro Carlo.

Giugno
Vicino all’appartamento dove abitava Carlo, c’erano due bambini, parecchio vivaci. Carlo tornava dal lavoro quando la madre li riporta a casa dal campo di calcio. Spesso salivano insieme le scale del palazzo. I bambini si chiamavano Giacomo e Vittorio. Si toglievano due anni ma erano alti uguale, e siccome una volta a casa la madre avrebbe dato loro la merenda la corsa per le scale era accanita e selvaggia. Carlo si schiacciava allora sul muro, mentre i bambini si pestavano i piedi e si spintonavano con vigore, sopra la voce della madre indispettita. Non troppo, perché sapeva che parte del gioco più che la merenda era la fratria, in una competizione innocua.
Vaffanculo! diceva Giacomo quando arrivava per primo alla porta.
Vi auguro di trovare il vostro Vittorio.

Luglio
Quando andavano a dormire, la differenza tra loro si giocava sulla porta del sonno.
Mentre Giacomo entrava nell’altro mondo quando ancora era nelle parole, per esempio diceva “Buona Notte”, e dopo Buona già è negli inferi e Notte si scioglieva già nei suoni, Vittorio esitava moltissimo, ed entrava nell’antimondo con più circospezione. Nel buio, che con l’ingolfarsi della notte si faceva sempre più domestico vedeva il sonno del fratello, la sua bocca aperta, il modo di tenere il lenzuolo con la mano destra. Incuriosito da quel passaggio repentino che non gli riusciva.
Certe volte, allora, prendeva una piccola torcia e la metteva sotto le lenzuola. Sotto il letto aveva degli animali di plastica, che allora si portava vicino e ci inventava storie, storie di leoni e di giraffe, di pantere e di serpenti. che si nascondono dietro alle sue ginocchiarocce e affondano nella sabbiamaterasso. Inscenava terribili combattimenti e poi finalmente dormiva.
Dovremmo avere sempre uno zoo fantastico per sublimare le nostre battaglie.

Agosto
I primi animali di plastica della collezione di Vittorio – ora un serraglio più che dignitoso, furono un regalo della Letizia, la signora del quarto piano interno C, in linea teorica mantenuta da una pensione di invalidità in linea pratica di professione mignotta, professione che esercitava all’antica maniera ossia sulla strada – come avevano avuto modo di constatare alcuni condomini, soprattutto recandosi all’agenzia delle entrate, che si poteva definire l’area dove Letizia teneva il suo pubblico esercizio. Puntuale nel pagamento dell’affitto, pulita nella gestione della casa e degli spazi prospicenti, forse un pochino ossessiva nel senso in cui intendono i clinici per la questione della precisione e dell’ordine, Letizia eseguiva le richieste dei suoi clienti con meticolosa dedizione, nonostante le circostanze – la siepe che punge, l’inverno delle volte, ma anche l’erba secca dell’estate – non permetteva repliche e frettolosità di cattivo gusto, cadenzava l’emergere del piacere e dell’orgasmo, e forse per questo, nonostante l’’avanzare dell’età aveva una clientela affezionata.
(Ma cosa vi devo augurare? Fate un po’ voi io dico)

Settembre
Letizia si sedeva sempre sullo stesso muretto, per fare due chiacchiere con una collega, per guardare la gente che passava, per far sapere che era sul posto di lavoro e dunque. Si era fatta pure un’amica, una signora con scarpe sempre molto belle che quando passava la salutava con la mano, si scambiavano delle battute. Che belle scarpe ha oggi! Le diceva Letizia in particolare quando la vedeva giù di corda, o arrabbiata, e la signora subito si illuminava tutta – perché alle scarpe ci teneva moltissimo – beata a lei che ci ha sti crucci, pensava la Letizia.
Ma anche la Letizia era grata perché la signora era stata la prima a salutarla, né aveva accettato il suo nascondersi sull’autobus quando le si era seduta davanti, e pure al bar la signora aveva fatto, persino con le amiche ampi saluti e qualche battuta. La signora aveva sempre lasciato la porta aperta dei mondi tra loro e mostrato ad altri che ci si poteva passare.
Vi auguro di trovare la vostra signora delle scarpe, pure se non state dalla parte sbagliata, ma state tra quelli che prendono il caffè.

Ottobre
La signora delle scarpe aveva sempre pensato che belle paia di scarpe, belle tovagliette per il pranzo, belle coperte possibilmente colorate, o tazzine, o cuscini – fossero uno scudo potentissimo e invincibile contro le angherie del destino, l’inequivocabile avanzare della morte, la rapina delle speranze, le minacce che vengono da un’intimità debole, e che continua a ricordare cosa non si è capaci di essere.
Vi auguro di saper trovare i vostri cuscini.

Novembre
I cuscini preferiti della signora delle scarpe erano due, che teneva nel salone, fatti in tela e velluto, con molti riccioli colorati tra l’arancio e il magenta, e che aveva comprato in un negozio di tessuti inglesi, un negozio di indubbia raffinatezza dove tutto era fuori della sua portata, fosse stato per lei ci avrebbe allestito un divano a tre posti. Vi lavorava anche un certo John, sul cui orientamento sessuale si era talora interrogata, per via degli zigomi pronunciati e la qualità delle mani. Aveva anche pensato di mettere da parte l’urgenza delle scarpe, per sondare meglio l’ipotesi di una poltrona, con il che avrebbe anche potuto scoprire se il signor John era fidanzato, e se era fidanzato con uno che si chiamava Mario – il che avrebbe imposto una concorrenza sleale e imbattibile.
Poi però si era sposata, John aveva in realtà una sposa un po’ viraghesca, che lo faceva felice e lo rendeva prezioso, ma la signora delle scarpe non lo avrebbe mai saputo e sarebbe rimasta con un gentile ricordo incerto.
(cosa c’è di più dolce di questo tipo di ricordi? Ve ne auguro almeno un paio)

Dicembre
ogni anno John a Dicembre, tornava al paese della madre, che si faceva sempre più vecchia e bisbetica. Un tempo era stata bellissima altera e solitaria, difficilmente incantabile e molto guardinga, specie con i maschi domestici del paese e della piazza. Solo repentina aveva perso la testa per il torreggiante padre di John ufficiale dell’esercito americano, calato nelle lande letterarie della costa per motivi non molto chiari tuttavia sufficienti per un buon romanzo. Che ebbe purtroppo breve durata, l’inverno arrivò troppo presto per lui, se ne mangiò le ossa e la carne in pochi tempo.
Ora la madre di John ha come unico scopo combattere i i piccioni, ma – non dico spesso, ma  un paio di volte nella vita, vi auguro lo sguardo di quei due quando si sono incontrati.

qui

La ciambella lanciata nel mare.

 

La maggior parte delle cose in quelle stanze era di un bianco lattiginoso e innocente: la luce, le pareti, i tavoli, i pavimenti. I monitor si succedevano in ordine, e davanti le persone, e le cose che dicevano le persone, le loro cantilene, ma anche – le loro risate, i loro giubbotti, i loro pacchetti di sigarette da dieci con l’accendino incastrato – qualche porta pranzo. Il call center è un posto di atmosfere rilassate e grandi speranze.

Io, pur nella profonda gratitudine – nessun altro posto di lavoro pagava con quella precisione i soldi dovuti alla data stabilita, secondo regolare contratto – boccheggiavo di esasperazione, e di colpevole ma indomito narcisismo. Operaia della parola altrui, ingranaggio di macchine grossolane, pomeriggi interi a chiedere pareri a persone sole e pigre, le uniche disposte a rispondere, pomeriggi a partecipare a un oggetto rarefatto la cui ragion d’essere era la speranza di somigliare a realtà lontane, a un marketing sfarzoso e sofisticato. Ma il mio call center, era provinciale e bisbetico come tutto il resto del nostro mondo, e ovunque aleggiava la fiacca consapevolezza di una costosa farsa.
Avevo imparato a essere assertiva e imperativa. Mi dia un voto da uno a dieci a questa concessionaria! Intimavo al pavido interlocutore, e mi impressionava questa desolante scoperta, di quanto paghi di più l’urgenza della gentilezza. L’interlocutore obbediva e docile diceva – 9!
Che lavoro di merda.

E per quanto fossi una privilegiata, un’oca bianca con l’appartamento, una stronza che stava li per il capriccio di prendersi una seconda laurea e una carriera ambiziosa, un’animale protetto da un’eccentricità invidiabile, nonostante tutte queste lussuose cose e altre probabilmente, io a un certo punto quasi ci vomitavo su quei tavolini bianchi, sulle mani della mia vicina e delle sue sigarette, quasi sputavo addosso a quelli che da dietro le spalle venivano a controllare se non saltavo le domande, bravi guaglioni che non avevano trovato niente di meglio, evidentemente.
Ma è che si respirava un’aria di morte. Ma non era elegante essere quelli che si sentono in diritto di dire di esser vivi. 

E mi ricordo che a metà strada vacillai, che era un pomeriggio di inverno, e la sera prima avevo dovuto spiegare a un amico di mia madre, un alto papavero dei beni culturali che si facevo questo lavoro di merda per via di altre ambizioni e si la laurea in filosofia certo ma, il lavoro a quella rivista bello si ma l’avevo lasciato perché mi interessavano di più i pazienti. E non mi credeva nessuno di quegli alti papaveri di allora, non ce li avevo mica d’altra parte i pazienti, erano pazienti immaginari, e allora piegavano le labbra e dicevano ah si hm hm, con falsa comprensione, girando un po’ la testa di tre quarti, annuendo come si fa come uno che vota un partito che non gli piace, e però non se la sente di controargomentare troppo perché quello la del partito che non gli piace, è un povero ignorante, molto arrabbiato e senza strumenti.

(E allora mi ricordo che in quel pomeriggio dopo l’ennesimo incontro con l’alto papavero, stavo al call center a piangere a dirotto, e chiesi aiuto per disperata la mia professoressa, quella con cui mi ero laureata la prima volta, papavera anche lei a dire il vero, ma papavera dalla mia parte, e dissi che mollavo tutto e non ce la facevo più. E  mi fece di corsa venire in dipartimento – lascia il lavoro, pianta una scusa vieni qui subito.
Mi disse alcune cose anche buffe. Se stai con Richard Gere che ti piace tanto, mi disse, non puoi lasciarlo finchè non trovi Harrison Ford, pure se stai in un call center. E io vedo mi disse, qualcosa di vero in questa tua cosa, qualcosa che va protetto – resisti.
Col tempo saremmo diventate amiche, avrei saputo che lei aveva fatto la strada inversa: aveva cominciato con la passione per la psicoterapia, e sarebbe poi approdata alla filosofia.  Ci siamo incrociate, e forse per questo in quell’incrocio mi ha riconosciuta
E ora, credo di doverle telefonare).

qui qualcos’altro a cui sono stata molto grata.

How to Disappear (incontrare il passato in un bar)

Per esempio si ricorda di quella volta in cui era uscita con uno, pessimo amante e neanche un grande amore, erano andati al cinema, un’incursione in una visibilità proibita, ma lei non lo sapeva, e lui si era guardato intorno, ma velocissimo e impercettibile, e l’aveva baciata. Un bacio di dovere sociale, un bacio come l’insalata al ristorante che si prende di contorno, e si dice, scondita per favore.
A riposare il palato dalle passioni del pasto.

(Il fatto è che nel bar ora, c’è una canzone, e insieme tre ragazzi sui venti, il bar e la canzone, e i capelli biondi della ragazza come i suoi allora, le sue mani ossute come erano le sue, e quello con quel naso pronunciato pieno di se, e lei che si vede che muore dalla voglia di fare altro, parlano di cose molto raffinate invece di baciarsi, hanno sciarpe grigie, il terzo è annoiato.
– Il fatto è che ora al bar c’è il suo passato).

O quell’altra volta che vide il suo naso pronunciato preferito allontanarsi ridendo con un’altra, rotonda e decisa, carismatica e prosaica, e la canzone le ricorda più dell’amore – l’impotenza e una sorta di romantica compassione per se stessa. Quell’aver subito deciso di non poter chiedere niente, non poter dire niente di teatrale, di spiritoso, neanche offrire il volto o il corpo, rimanere ferma coll’anno che finisce addosso, l’estate alla porta, l’estate già nella vita e chi se la prende è quella sbagliata.

(Li guarda, si sente in colpa verso di loro per la tenerezza che prova, i versi di precoce saggezza che indossano, il profluvio di indicativi nel mostrarsi scettici, parlano sicuramente di libri, un modo che anche lei ha conosciuto per parlare di sesso. Ma non perdete tempo! Vorrebbe dire loro. Vorrebbe scuotere quello annoiato, quello che forse un pochino di cose se l’è chiarite. Vorrebbe accarezzare lei e incoraggiarla – la bionda che è stata bionda come è stata lei.
Ma si gira invece molto rapidamente, pure quando tocchi il tuo passato finisci con l’essere quello che sei ora – una madre. )

Beve il caffè e esce, si ricorda pure di quando abbandonava il branco, abbandonava gli spasimi e le ruote di pavone, se ne andava sul prato dietro la facoltà si buttava per terra c’era sempre erba e fiori selvatici, si accorgeva che andava bene, che anzi aveva bisogno di un’area franca di solitudine, e quella li di allora è la stessa che apre la porta di vetro per andar via, e ne è sollevata.

 

 

 

Da qui a qui

Decisioni difficili (giugno 2013)

Il suo più caro amico era un vecchio alto e bellissimo, con la schiena sempre dritta nell’impegno mai estinto della seduzione, eppure quel tipo di maschio con i capelli bianchi e gli occhi di simpatia e carbone, sempre impicciato con donne innamorate, quasi suo malgrado. Era glorioso e delicato, umoristico e ansioso – ci si provavano a guarirlo, alcune ci facevano un figlio, altre ci compravano un divano, tutte se ne andavano stufate.
Sua madre fu fucilata dai nazisti, davanti ai suoi occhi spalancati, e lui divenne il nostro marrano preferito.

Bambini sotto le bombe, figli violentemente orfani – la madre di mio padre si era suicidata – avevano sfidato il tempo insieme, prima le macerie della vita e delle città, poi le occasioni a cui aggrapparsi per sopravvivere, con le barzellette surreali e le giacchette sbrindellate, con confessioni sulle questioni di cuore manco fossero ragazzette in un collegio. Si erano messi a lavorare nello stesso posto, coltivando la stessa clientela squattrinata e onirica – liberi professionisti del mondo immaginifico, curatori di fallimento di maghi in disarmo, avvocati di circensi zoppi, consolatori di psicoanalisti senza pazienti. Condividevano un appartamento che chiamavano studio, nel tentativo di emulare il modo dei gentili di vincere la storia, senza tuttavia capirne la logica.
Cuscini damascati, macchine da scrivere che non funzionavano. Scaramucce e consolazioni con il caffè del bar.

Non si poteva non amare, per quella simpatia folle, che ammalia e diverte, quando non capisci che è straziante. Io e mia sorella a cena, bevevamo gli aneddoti della sua vita, dove si muoveva coll’impaccio degli infelici e dei modesti, quando amante di ricche dame della sinistra bene, veniva piantato nudo, a causa di un altro amante, e dopo aver preconizzato erotismi diabolici e politicizzati sotto il ritratto di Mao, si trovava semplicemente con tre piccoli a raccontare favole di orsetti. Ne cullavamo il fantasioso delirio attivista, quando notte tempo scendeva dal suo appartamento, per attaccare adesivi giallo sole sulle macchine dei vicini, contenenti riflessioni, certo imperdibili, sul pericolo di Saddam Hussein.
L’unico, che avesse un blando potere sulle sue ostinazioni e il suo senso di fallimento, era mio padre. Poi ha cominciato a fare avanti e indietro nelle cliniche psichiatriche. 

È morto ieri. E l’amico del cuore, arrampicato in un eremo vagamente noioso e molto disperato, non lo sa. Lui sapeva cose che noi figlie non sapevamo, e deve avergli conosciuto toni di voce e pensieri a noi preclusi.
La famiglia corre come una mandria di topi di campagnia attorno al vecchio, cercando di spiare tracce di forza o di debolezza, per capire che farebbe se sapesse – che sulla sua isola, non verrà più nessuno
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La nonna, la gatta, il principe.

 

Sua nonna era sempre stata un animale incomprensibile, piena di naso e di spigoli, una vecchia che guardava altrove, e i bambini non li capiva molto. Nella casa di sua nonna bisognava tenersi il guinzaglio alle mani, e pure ai piedi per la verità, che tutto si rompeva, tutto era delicato, tutto era un ossignore miraccomando, e pure la nonna che non era magra, non era avvicinabile come tutte le nonne dei suoi amici.
Sua nonna era un sasso.

Ma quella sera gli aveva raccontato della gatta del principe. Che quando sua nonna era giovane, e sua mamma molto piccola, la nonna aveva trovato questa gatta bellissima proprio, col pelo lungo! Gli occhi verdi! E l’aveva portata a casa. I giorni dopo aveva detto a tutti che aveva trovato la gatta bella col pelo lungo e gli occhi verdi, aveva avvertito il barista e il farmacista, e messo cartelli, per il proprietario della gatta ma niente, non si era fatto vivo nessuno.
I giorni successivi nevicò, e la gatta del principe, diventò la gatta della nonna.

Un anno più tardi però, il principe aveva contattato il farmacista e aveva dichiarato di essere proprietario unico dell’animale e che lo rivoleva indietro. Un anno dopo! Eccome! diceva la nonna scandalizzata. La gatta già dormiva in fondo al letto, e sedeva a cena con gli altri sulla sua sedia personale, avevano insomma stretto un solido patto di signore borghesi e no, non poteva mandarla indietro. La nonna, prima di fronteggiare il principe aveva anche consultato un avvocato.
L’avvocato, improntò una eventuale linea difensiva, sull’usu capione. Redasse anche un documento con testimonianze dei fogli affissi dal farmacista e dal barista, fece una serie di complesse proporzioni tarate sulle aspettative di vita media di un gatto – e la nonna lo ringraziò. Tuttavia ne tenne parziale considerazione.

Alla fine fronteggiò il rivale, che davanti al farmacista avrebbe detto, rivoglio il mio gatto! E la nonna, con la stessa coriacea fermezza che la rendeva difficilmente avvicinabile, avrebbe risposto al principe: Principe, Lei vuole rivedere quello che era il Suo gatto, e ora non è più. Ora è la mia gatta, Principe. Gatta, per altro. Non gatto. Potrà venire certamente a salutarla per un tè, una domenica pomeriggio se i Suoi impegni lo consentono, ma dopo se ne dovrà tornare a casa Sua, nella Sua casa di Principe, perché la gatta rimane con noi.

Il principe non avrebbe mai preso quel tè, né insistette allora per riavere l’animale indietro. La gatta rimase a casa, a dormire in fondo al letto, e a sedere composta a tavola per altri vent’anni. La nonna lo raccontò al nipote con quello sguardo fermo e luciferino, che hanno certe donne che hanno lavorato tutta la vita – che certo amore mio, nipote adorato, adoravo quella gatta certo certo.
Ma sotto la questione era tutta di classe, tutta di aristocrazia del sangue contro aristocrazia del lavoro, cosa mi vuoi venire a prendere la gatta stronzo che te ne sei fottuto, manco sai di che sesso è tu che evidentemente non hai mai mosso il culo dalla poltrona di velluto. La poltrona di velluto ce l’ho pure io, che te credi.

Questa cosa il bambino la intuì confusamente, perché la madre ne vide nello sguardo per la prima volta entusiasta, la luce di solito destinata agli eroi , ai cavalieri colla spada, a Golia quando le suona a Davide, la luce per i Giusti secondo i bambini.

 

(Qui – la musichina che la nonna deve aver avuto in mente mentre parlava col Principe)

Fuga senza fine

Era stato il rampollo di una fila di case stoppacciose, con le corde molli della luce che scendevano sui muri, sabbia e sassi che frinivano ovunque. Pure, l’unica antenna parabolica era quella di suo padre, e anche le lunghe panche di legno verniciate color crema, per dire, e il telefono senza il filo, senza la prolunga.
Sua madre era una grassa chioccia, tronfia di dieci bambini splendenti, dieci piccoli curdi intagliati nell’oro. Lui era il più grande, quello con gli occhi del nonno. L’eletto, l’amato, il prescelto.

Era stato un ragazzino irridente e scanzonato – e sciocco, plateale, borioso. Un galletto di piccola stazza col torace dilatato, le mani grandi e il naso forte – un torello da monta e da balera si sarebbe detto ad altre latitudini. Nei suoi pomeriggi medioorientali, sull’orlo sfilacciato di Ankara, arringava assembramenti di sfaccendati, avanzava idee rivoluzionarie. Una volta soltanto – aveva origliato maschi pieni di rughe e unghie nere, e s’era incantato davanti a delle mitragliette a riposo, stese su una panca di legno.
il Totò del PKK.

Troppo felice e troppo amato per essere pericoloso per i nemici, la vanità l’aveva reso una minaccia per gli amici. In assenza di sfide mortali, millantava la partecipazione a quelle altrui, rivendicava nobilitanti vicinanze, trattava con superbia la madre e le sorelle.
Il padre era sempre lontano, disperso in affari siderali e incomprensibili, e la bocca e il cuore gli si riempivano di altri padri ancor più belli e temibili. Cugini di secondo grado che lo tenevano in fondo alla stanza, che lo ignoravano mentre mischiava il suo bicchiere con i loro, che gli annuivano assonnati mentre cercava di dire la sua, e loro già altrove.
A un certo punto, un po’ per la primogenitura, un po’ per la pericolosa dabbenaggine, fu mandato in Germania a studiare.

La Germania non aveva soltanto moltissimi telefoni senza fili, e case con fior di divani, ma anche valanghe di eroi. Le mense erano piene di uomini alti e infiammati, che non avevano bisogno di baciare ragazzine nei locali per dimostrare di essere virili, che lasciavano alla neve e alla notte i piani pericolosi per la battaglia, e i furti, e le bombe carta e l’arabo ma anche lo spagnolo, e certo un tedesco ibrido e rotante. C’erano più esuli intorno a una birra che in tutta la sua vita di minoranza. Ragazzi con mani eleganti di hidalgo spagnoli, risate che alludevano a sofisticate teorie politiche, coltelli sottili e maneggevoli.  Un nuovo mondo che non l’avrebbe messo neanche in fondo alla stanza.

 -Tu farai strada – le disse con cattiveria una volta. Stavano a un tavolo di cucina piuttosto glabro, le aveva ordinato un caffè che non gli avrebbe portato, e le chiedeva di sentirsi in colpa perché abitava il lato giusto del mondo, e quello giusto del tavolo – il lato delle aspettative delle sentenze, delle speranze disattese, il lato della sedotta occidentale che deve capire però cosa vuol dire, sedersi dall’altra parte.
Una consolazione che non gli regalò, perché la concorrenza di eroi per cui la ragazzina, lo lasciò veniva da genealogie altrettanto disgraziate, ma da genetiche più fortunate.

(Negli anni il volto avrebbe acquisito il pallore di una profezia che si avvera, gli occhi che la madre avrebbe temuto, il modo di tenere la testa appoggiata allo schienale di sbiego – con il mento che punta alla rassegnazione. ).

Ave Maria

 

Il più enorme, metafisico, statuario, grave e silente è il nonno, che a qualsiasi ora forsanche della notte rimane seduto a mangiare e a guardare un punto perso nel proprio spessore interno, qualcosa di dimenticato nelle viscere. Anche quando lo portano al mare, il nonno viene accompagnato su una panca di legno fortissima, su una sedia altrettanto forte, e il tavolo è coperto di untuosità e scarti, e il nonno li rimane, innocente, eternamente distratto mentre consuma eterni resti.

Poi certo ci sono sua madre, e sua zia, e le sue sorelle tutte, grasse vaiasse sature di carne, di speranze rancorose, di un inammissibile desiderio di violenza e cattiveria e erotismo selvatico. Hanno gambe tornite e alcolizzate, unghie rosse e talloni di pietra, molto mento molti capelli annodati e cupi– nessuna traccia di tenerezza, neanche l’ombra di un marito, di un fuco, di un caffè, di una telefonata, di una collana di margherite. Sono larghe e sgradevoli come meduse impigliate sulla spiaggia.

E poi c’è questo bambino fatto di scatti e di stuzzicandenti, gli occhietti come pesci di paranza, i piedi sempre scalzi che saltano come lampi sulla sabbia ardente, sul selciato sporco, sui peli dei cani, e sulle carte di gelato. Ha cinque anni ma ne dimostra di meno, e scorrazza per il mondo abbandonato e autarchico, abituato all’assenza di desiderio e alla solitudine, un bambino la cui disperazione non è ancora arrivata nella fronte, ma sta già nelle mani. Trascina sacchi grandi quanto lui, gira con pezzi di legno con la punta di spada, e il suo modo di cercare un’ala è far mostra di creare un problema.
Per esempio, sulla battigia, si presenta alle donne lanciando bottiglie o tirando manciate di sassi, quelle urlano arrabbiate e mentre lo fanno già si inteneriscono.
Chi sa come ha imparato.

La sua madre immensa e stanca di se stessa, non ha mai avuto lo spazio per prenderlo in braccio, né ci pensa mentre attraversa la strada trafficata, al suo bambinetto di legno, né deve essere solita fargli delle carezze o recintargli l’affetto. E’ un bambino colla madre di carne ma senza quella di corpo e se ne cresce nel vento caldo come una pianta selvatica con i rami che si tendono di qua e di la in cerca di sole. O anche si può dire, che è un bambino che ruzzola, rotola ride, provoca, ammicca, saltella, si ferma, riparte, si addormenta e si sveglia, irrequieto, continuo, cinetico, impavido, vivo e vivace rimanda ora come per sempre, il momento di dirsi delle cose amare.

(Diventerà  un ladro di biciclette, uno scanzonato palo eroe di piccole rapine, un poetico furetto per bar pieni di plastica ed etichette fuori moda, il fratello minore di una banda di furfanti, desidererà le donne da lontano. Un uomo solo e simpatico che si ammalerà troppo presto).

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