Ave Maria

 

Il più enorme, metafisico, statuario, grave e silente è il nonno, che a qualsiasi ora forsanche della notte rimane seduto a mangiare e a guardare un punto perso nel proprio spessore interno, qualcosa di dimenticato nelle viscere. Anche quando lo portano al mare, il nonno viene accompagnato su una panca di legno fortissima, su una sedia altrettanto forte, e il tavolo è coperto di untuosità e scarti, e il nonno li rimane, innocente, eternamente distratto mentre consuma eterni resti.

Poi certo ci sono sua madre, e sua zia, e le sue sorelle tutte, grasse vaiasse sature di carne, di speranze rancorose, di un inammissibile desiderio di violenza e cattiveria e erotismo selvatico. Hanno gambe tornite e alcolizzate, unghie rosse e talloni di pietra, molto mento molti capelli annodati e cupi– nessuna traccia di tenerezza, neanche l’ombra di un marito, di un fuco, di un caffè, di una telefonata, di una collana di margherite. Sono larghe e sgradevoli come meduse impigliate sulla spiaggia.

E poi c’è questo bambino fatto di scatti e di stuzzicandenti, gli occhietti come pesci di paranza, i piedi sempre scalzi che saltano come lampi sulla sabbia ardente, sul selciato sporco, sui peli dei cani, e sulle carte di gelato. Ha cinque anni ma ne dimostra di meno, e scorrazza per il mondo abbandonato e autarchico, abituato all’assenza di desiderio e alla solitudine, un bambino la cui disperazione non è ancora arrivata nella fronte, ma sta già nelle mani. Trascina sacchi grandi quanto lui, gira con pezzi di legno con la punta di spada, e il suo modo di cercare un’ala è far mostra di creare un problema.
Per esempio, sulla battigia, si presenta alle donne lanciando bottiglie o tirando manciate di sassi, quelle urlano arrabbiate e mentre lo fanno già si inteneriscono.
Chi sa come ha imparato.

La sua madre immensa e stanca di se stessa, non ha mai avuto lo spazio per prenderlo in braccio, né ci pensa mentre attraversa la strada trafficata, al suo bambinetto di legno, né deve essere solita fargli delle carezze o recintargli l’affetto. E’ un bambino colla madre di carne ma senza quella di corpo e se ne cresce nel vento caldo come una pianta selvatica con i rami che si tendono di qua e di la in cerca di sole. O anche si può dire, che è un bambino che ruzzola, rotola ride, provoca, ammicca, saltella, si ferma, riparte, si addormenta e si sveglia, irrequieto, continuo, cinetico, impavido, vivo e vivace rimanda ora come per sempre, il momento di dirsi delle cose amare.

(Diventerà  un ladro di biciclette, uno scanzonato palo eroe di piccole rapine, un poetico furetto per bar pieni di plastica ed etichette fuori moda, il fratello minore di una banda di furfanti, desidererà le donne da lontano. Un uomo solo e simpatico che si ammalerà troppo presto).

Qui

1951

 

La campagna è sempre verde e dolcissima sempre di forme voluttuose ma tranquillizzanti, i declivi, le colline, gli alberi gentili, gli specchi d’acqua ordinati. L’aria pure è delicata in campagna – Il paesaggio appropriato, pensa, per la recita della nostalgia e la vanagloria della gratitudine.
Sente che Claire dietro di lui si è alzata per tornare dentro casa, per prendere qualcosa.

S’era riempito la vita di bambini complicati che si industriavano bellissimi e instancabili sul tappeto del salotto, bambini orfani, bambini bombardati, bambini sorridenti nonostante, bambini figli di madri troppo belle e troppo tristi, bambini che l’unica cosa da fare era giocare, bambini in cui specchiarsi e ritrovarsi, bambini che cercavano una strada come lui e si fermavano all’improvviso, per qualcosa di invisibile.
Aveva avuto tre infarti.

Le notti non gli erano state davvero difficili, con il corpo bianco della sua impossibile prima moglie, la sua riottosa inadeguatezza, la sua algida stravaganza. La sua moglie maldestra geroglifica e a tutti antipatica, prima di tutto al suo sesso. Le notti, gli erano state compassionevoli e dolorose.
(Claire sta cercando un libro, quanto è rumorosa, pensa ora – con una tenerezza impercettibile)

Oh certo era stato un uomo brillante, buono e solo in certi inspiegabili momenti, permaloso e risentito. Per esempio scriveva lettere di eterno figlio, di acidulo fratello minore, e nelle distese di buona creanza e tazze di tè che allagavano le riunioni della società psicoanalitica, aveva impennate di esitazione, di scomodità, di disagio.
Signore benevole e arcigne se lo tiravano l’un l’altra, e lo coccolavano aspramente.
Tutto quello che sapeva pensare, era ancora da pensare.

(Poi, era arrivata Claire. La donna la cui anima aveva il coraggio di chiedere di sapere dove stesse il corpo.
Non solo il corpo ne avrebbe beneficiato).

Dancing. Sul calcio

Il battesimo della levità alcuni ce l’hanno da piccolissimi, nel tempo magico impresso nel corpo ma non nella memoria, quando ancora tondi e goffi, dolci e fuori dal genere, vicino a degli alberi, delle onde, dei palazzi, dei padri, dei fratelli, toccano una palla che è grande come loro. Il loro primo incontro con questa amica gentile, le prime volte docile e remissiva come il cane di una zia o di una vicina, che rotola piano ai loro piedi, che se ne va distratta verso qualcuno, che giace innocua e immota. Pronta.
Il primo calcio a quella palla gentile, è la loro genesi alla leggerezza.

Da bambini imparano a fare poi di quella leggerezza, una scuola e una teoresi, s’industriano come virtuosi, studiano della leggerezza le regole e i riti, la dilatano fino a farla diventare un mondo, una polis, un’oligarchia, un pantheon, una devozione e una preghiera. Il catechismo delle scuole amatoriali di calcetto, le partite da vedere coi padri, i passaggi da studiare e ripassare, i santini dei caduti, i profeti del passato, fino ai dolorosi retroscena del campionato.
Ricordo ancora l’amarezza con cui in un tema, un mio compagno descrisse la scoperta del calcio mercato.

Diventano maschi, e corpi di maschi con questa infanzia nelle vene mai perduta, sui campi crescono le gambe, le braccia, i polsi e le caviglie, le ragazzine sugli spalti e le angosce da sedare. Nell’affanno di un campetto di parrocchia, di un parco la domenica, di un’associazione sportiva di provincia, cercano di dribblare la carnale responsabilità che li insegue, esami prima, colloqui di lavoro dopo, una moglie si, una moglie no, quella seduta infondo è incinta, il menisco mi fa male, i legamenti che si strappano e non si sa come tornano, domenica allo stadio e anche per noi si dice, torneranno le rughe.

Noi bambine raramente invidiamo questa faticosa e garrula fuga dalla morte, giochiamo con il corpo altre battaglie e altre sfide – la vita ci colonizza e siamo chiamate a altri bastioni e altre sconfitte – molto presto, e senza alternativa. Precocemente divise dalle nostre lotte, ci rilasseremo con le amiche in distanze misurate sapendo dove stava una e dove stava l’altra. Quali bambole, quali vestiti, quali uomini. Quali stipendi.
Per questo se c’è un solo momento in cui guardiamo con bramosia le parole dei nostri compagni, è quando in un bar, in un ufficio, in un prato, in una spiaggia, tra ministri o tra garzoni, tra notai o tra studenti, alti e bassi magri o vecchi, ricchi e poveri, insieme indistinti ritornano intorno al loro totem egualitario e condiviso, il loro sogno infantile universale e democratico, e grossi e ispidi di barba e di mutuo, di responsabilità e di vita, discettano della loro leggerezza preferita, disquiscono di rigori e di parate, di arbitri cornuti e dolori insanabili, di passaggi mancati e mortali decisioni -serissimi e scanzonati insieme.

Beati i nostri maschi che ogni tanto tornano bambini e fratelli intorno alla palla della loro infanzia.

 

(per chiudere qui )

Gli ultimi vecchi (2014)

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Mia madre faceva delle grandi feste, piene di gente allegra anche se piuttosto impolverata, feste di registi grassi, di giornalisti con le occhiaie, di alcolisti ben temperati, qua e la una bibliotecaria dal culo largo, giacche di velluto con le spalle sformate, gomiti con le toppe, i blister delle medicine nelle tasche, mani macchiate dal tempo che cercavano sigarette nella borsa.
Poi arrivava lui, con la sua abbagliante differerenza, con il fulgore della sua ortodossia: medico di grande fama – un luminare! – , bellissimo come un divo del cinema, destro nei sorrisi da salotto, nel modo di incrociare le gambe, nelle cose giuste da dire. Con un’infelicità da romanzo tutta novecentesca, e perciò impercettibile, che a fronte di un matrimonio molto conveniente quanto vuoto, lo faceva scappare nei letti delle donne senza mai fermarsi a lungo. 

Quando entrava le signore si aprivano sui tappeti come margherite nei prati, mentre i mariti, gli intellettuali e gli accademici, ribadivano la loro distanza esistenziale, confortandosi per la differenza di rango estetico con un ingiustificato snobismo. in mezzo a quei tappeti e quegli alcolici lui era uno straniero – per via della carnagione scura, dell’altezza incredibile, dei capelli neri e del naso perfetto, e per via di tutto quel sapore di primo mondo addosso, quell’odore di convegni, di soldi che girano, di potere. Mentre quelli parlavano male della televisione, lui in televisione ci andava- e mi era difficile immaginarlo parlare con mio padre, di questione private e intime, come invece è accaduto regolarmente per tantissimi anni. Si incontravano nel suo ufficio, e parlavano.
Perlopiù di donne e malanni.

La complessità di mio padre, il suo annodato modo di essere francamente infelice, quel disarmante desiderio di stare in un mondo magico al di la del fiume – mio padre scriveva favole – dovevano risultargli ostici, incomprensibili e spaventosi. Non credo che potesse capirlo a fondo, perché aveva abiurato da tempo a tutti i mezzi notturni della conoscenza, ed essendosi piuttosto aggrappato, tutta la vita, al diurno, all’apollineo, al geometrico. Ma si parlavano, e dalle vette del suo successo professionale, si è sempre occupato di proteggerlo – si è sempre occupato del suo corpo malandato.
Come se monitorarne gli esami, sorvegliane gli specialisti, indirizzarne le scelte fosse il suo modo per tenere caro quel delicato pezzo di cristallo, come se la dedizione e l’esercizio della sua autorità fossero un secondo linguaggio, con cui ringraziare un modo di capirlo e di ascoltarlo, il modo di quelli che conoscono il fiume e non ne scappano.

Ora mio padre è in ospedale, nel tentativo poco convinto di turlupinare il tempo, in uno scomodo enpasse tra due sentimenti disgraziati, la scomodità della morte e quella della vita. Sta sul letto di reparto e diligentemente sopporta la noia, l’assenza di scelta, il pervicace attaccamento dei suoi cari, e dei tubi che di quello sono il simbolo. (Dialisi, flebo, sangue, catetere. La fine ti conquista per stanchezza.)
Lui è subito venuto. 

Ha volteggiato per le corsie – ora si tinge i capelli, porta gli occhiali attaccati a una corda insieme alle chiavi, ma nel cappotto sartoriale fa sempre la sua figura – è approdato al letto dell’amico come il cavaliere di una fiaba, come il re buono di un lieto fine. Ha tirato fuori la spada e lo scudo e ha parlato con medici e infermieri e portantini e addetti alla mensa. Ha controllato macchinari e ha intimorito, in una feudale e arcaica concezione dell’amicizia, in uno spudorato esercizio di carisma e medioevo
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Poi è tornato al letto dell’amico e si è arrabbiato perché è dimagrito.
Mio padre allora l’ha guardato, con una sorta di tenerezza
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Volevo dirvi

 

(Occupatevi dei vostri amici quando la moglie dice ho buttato la pasta e allora pensate, gli telefono dopo cena, che poi lei comincia a chiamare tante volte, la pasta si fredda, i ragazzini fanno cadere le forchette o fanno finta di piantarsele nella mano, sono così in effetti i ragazzini.
Occupatevi degli amici senza pensare a quella volta che il figlio più grande davvero si era piantato la forchetta nella mano, come atto rabbioso e dimostrativo, sei ore con la mano sotto all’acqua. E quello che diceva ma uffa.

Occupatevi degli amici quando non sono più tanto vostri amici, e paiono affondati in una nebbia di vita aggrovigliata, perché magari si sono trasferiti in un’altra città, un altro matrimonio, in un altro partito. Occupatevi degli amici che siccome sono innamorati della vita hanno tradito il vostro passato, hanno perso la fedeltà a dei ricordi usurati, hanno smesso di riconoscersi in quello che ancora siete.
Telefonate ai vostri amici lucertole, camaleonti, coccodrilli.

Accarezzate le vostre amiche api, farfalle, colibrì, che si appoggiano gentili sui colori delle cose, succhiano il nettare di certi loro aperitivi, che siano cuba libre di eterne ragazzine, o caffè corretti di grasse parannanze. Un buffetto, un saluto, una seggiola, un passaggio in macchina a quelle con la vita incasinata, gli amanti nell’armadio e i figli nella gonna, o a quell’altre dritte come fusi che prendono un calcio e poi s’ammaccano.

Perdonate i leoni, le tigri, e i gatti di appartamento troppo permalosi o peggio sciocchi, quelli che graffiano per distanze provvisorie, che non accettano gli scarti della vita, che se ne stanno ridicoli e puntuti sopra i cuscini di velluto, a dire uffa allora io allora io allora io, rincorreteli, spesso si stanno pentendo, spesso vi stanno pensando, siate pazienti, è questione di una pizza, di un cinema, di un messaggio di una riga.

Soprattutto però riempite di grazia, e di favori e di pensieri, i cani da pastore, che nel dolore si occupano di voi, e vi abbracciano e vi stanno vicini, e li sentiti pure se ci son state due parole. Quelli che fanno una telefonata noiosa, quelli che scrivono un messaggio inaspettato, quelli che ti sanno dire il pensiero necessario che non avevi formulato, o più semplicemente che sanno darti una scatola con delle cose, che rimarranno quando smetterà di infuriare il vento.

E infine, godetevi il vostro zoo, la vostra voliera, la vostra riserva, il vostro parco , il vostro cerchio, quando arriva la tempesta – come io sto facendo adesso. )

Kaddish

 

E’ morto triste e solo e anche estenuato, per il fatto che non si decide di morire ma invece, si è vissuti dalla vita, si è il campo di capriccio di qualcun altro, qualcos’altro. Il suo corpo era stato negli ultimi tempi, la radura per arresti, e scivolate, e anche per scontri, bombe che desertificavano il pensiero, febbri alte, infezioni, l’aria che mancava, allagamenti, siccità, le sue mani come i boschi senza rami il giorno dopo un incendio.
A casa non poteva stare, irretito da fili e tubi e li l’ossigeno qua l’azoto e pure il piscio a dire il vero. A ondate regolari nella giornata arrivava una figlia, la moglie, una badante sconosciuta. La sua amica degli ultimi anni infatti è andata in India dai suoi bambini, maledizione, lei si avrebbe voluto salutarla, maledetti bambini.

I suoi amici sono tutti morti, e la stanza dove si compie l’ultima battaglia è di un rosa tenue, alberi di periferia dalle finestre. Che bella vista diceva sempre sua moglie quando guardava fuori con le lacrime agli occhi, che bel posto. Per la verità dopo una certa ora è tutto un brulicare di coltelli, di intenzioni incerte, di organizzazione della tenebra, ma la moglie la sera non veniva mai, o forse, poiché non era mai stata una donna ingenua, preferiva cocciutamente ignorare, ridisegnare, decorare, eludere le metafore e le minacce.
Non trovi che oggi sia un po’ più sereno?

Sereno.
Tutte le sue tracce identitarie erano state cancellate dalla guerra in corso. Era stato un uomo introverso, costitutivamente perplesso, e spesso anche gentilmente buffo. Amava molto certi formaggi dozzinali, certe caciotte insipide, che alle volte addentava e lasciava in frigo lasciando la forma dei denti. Lasciava continuamente cravatte in giro. Molto disordinato, ovunque si sentiva ospite e non stipulava relazioni con gli oggetti, era stato un professionista onesto ma non brillante. Amava moltissimo la geografia, e gli atlanti, e le cartine, e conosceva fiumi e città e catene montuose e governi, e certamente stragi, conflitti e dittature, di cui era stato estremamente appassionato, di cui si occupava con luciferina dedizione. Era invece in un rapporto di conflittuale relazione, sofferta e incorreggibile con i soldi e il guadagno e ancor di più con le persone e le relazioni. Non sapeva tenere, non sapeva comunicare, ma provava sempre, offriva cose, provava a dire a toccare ad accarezzare ma con scarso successo. Come ora la morte – i soldi e le persone e gli affetti se lo prendevano e se ne allontanavo e si avvicinavano e lo rimproveravano e insomma lui era anche questa incolpevole inettitudine.

Era stato anche un bambino, la cui madre si era ammazzata e il cui padre si era disinteressato a lui, era stato anche un bambino che a nove anni aveva dovuto decidere per la strada bombardata: dove scappo per evitare che mi ammazzino. Torno dai preti che mi nascondono, o vado da un’altra parte.
Era andato dall’altra parte per fortuna, e il collegio dei preti era stato ridotto in cenere.
E tutta la vita è andato dall’altra parte. Fino a che ha potuto.

 

Qui

Nono Mese

 

Si rigirerebbe nel letto se il ventre glielo permettesse, e tutto il corpo che le sembra diventato immenso, immense le gambe e immense le braccia, immenso di quest’altra questione immensa a cui deve ancora dare un nome, angelo antonio alberto ancora non lo sa non ha deciso, il padre ha lasciato a lei la scelta, suo sarà il cognome, Angelo no pensa, guarda quanto si muove e quanto mi fa male. Chi sa quanto sarà agitato quando nascerà, un bambino davvero vivace, un bambino che si arrampica come un ragno sui divani e gli scaffali, un di quei maschi tutti di gomiti e ginocchi, che non si fa vincere da rami e da altezze, che ogni olivo è suo e ogni ciliegio, quanto arriverà in alto questo mio bambino.

 

Il sogno dell’altezza le va di albero in albero, mentre cerca il sonno e rimane come appeso a un ramo, perchè le torna il ricordo della prima ecografia, quando la dottoressa grassa aveva detto:guardi qua è questo!
Lei aveva guardato lo schermo e non aveva distinto tanto bene, qui qui! Aveva detto la dottoressa- e sua madre aveva gonfiato il seno come se fosse il suo uovo, mentre lei si vergognava come una ladra. Non aveva distinto proprio niente, nero con delle cose bianche e una di quelle dovrebbe essere un figlio, un bambino sugli alberi, un ingegnere, un maresciallo.
Però poi aveva sentito il raddoppio del battito, il secondo ritmo accelerato, tra quelle strie e macchie, una macchia bianca tutta di cuore.

Quel pensiero la lasciava senza fiato, glielo ricacciava dentro per portarsi dietro, con una logica magica e animale, la nuova e terribile esplorazione della morte. Che se tocchi l’inizio con un dito, l’immagine della fine è li vicina, prossima, attaccata, non ne scappi. Per questo insomma la sera faceva sempre fatica a prender sonno, non i calci e non i dolori, ma questo essere in una sorta di metafisica materiale e non poterci fare niente, godersi e soffrire l’ordine delle cose, essere spostata vicino a un limite da un centro dove ora c’è un altro, e non poter far niente di meglio che cominciare a guardare dentro le tombe le versioni del suo corpo, le possibilità della sua fine, la scelta del come  – ma non del se.
E poi niente. Provare davvero a chiudere gli occhi
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it don’t mean a thing

 

 

E’ il tipo d’uomo che lascia l’ufficio non proprio tra gli ultimi ma manco tra i primi, perché ha sempre saputo misurare le sue forze, scommettere il giusto sulle sue ambizioni certamente consistenti ma mai esagerate, ha sgobbato insomma nell’orario concordato col sindacato e anche oltre ma di poco, non ha mai attaccato direttamente nessuno, salvo rarissimi ed estenuati casi. Un maschio di una giovialità ordinata e di un piacevole buon senso, e anche quel tipo di intelligenza che fiuta quasi involontariamente certe cose che sono prossime nel tempo e nello spazio, ci ficca se stesso e tutti i suoi. Quel cane di razza che si tengono le aziende ben quotate.

In tempi lontani e remoti, era stato un bambino perplesso, un bambino che dentro ne aveva un altro che scuoteva la testa, specie nei primi incontri con le passioni travolgenti dei suoi compagni. Non che non le capisse o non le provasse queste passioni travolgenti: l’odio feroce per quello stronzo dell’altro cortile, la carnale dipendenza da oggetti ed eventi, come le hot wheels per cui Emiliano suo cugino aveva pianto calde lacrime quando non erano comparse sotto l’albero di Natale , o quella partita che un’altra zia aveva negato, incazzata nera a quell’altro suo cugino, perché le aveva risposto male. Certo quelle passioni le capivano lui e il suo bambino interno, era solo il completo affidarcisi che risultava estraneo – l’identificazione totale, la scommessa senza avanzi.
E quella catartica resurrezione di costoro suoi coetanei, che a ogni lutto, ogni gelato mancato, ogni macchinina perduta, ogni onta sul campo e sulla strada, risorgevano come nuovi, come vergini pronte a una nuova ustione.

Non gli sarebbe mai riuscito.
Soltanto con le donne, avrebbe tentato una curiosa carriera di romanzi. La prima, sua madre, era stata splendida e magica e scolpita, e – come tutte le madri di chi ha un gran senso dell’umorismo difettosa in fatto di calore – ma in una maniera sottilissima, non propriamente dannosa, qualche volta forse lievemente scivolosa, labile. Come se ogni tanto tra se e il figlio aprisse una fessura profonda tutto il mondo per quanto agilmente scavalcabile.
Ma certo che bei ricordi con quella sua prima stupenda e potentissima fidanzata.

Da lei in poi sarebbero arrivate altre ragazze molto belle e scolpite e certo anche amorevoli e pazienti, che lui avrebbe scalato con una dedizione sconosciuta a quell’altro suo bambino interno perplesso, avrebbe sedotto ed esplorato, ma anche e soprattutto a cui avrebbe volentieri obbedito, cercando di accucciarsi il più vicino possibile alla rapida fessura che la donna mette tra se il mondo, a volte penetrandola con il corpo e l’umorismo, altre lasciandosi soggiogare da tirannie dialettiche nella cui quintessenza c’era proprio quella vertigine incolmabile. Con le sue donne si sentiva sempre di spendersi e insieme, di guardarle interdetto. Come se mentre lui è in bagno e lei si veste brontolando perché non ha fatto una certa cosa, pagato un certo conto, chiamato una certa persona, e abbottona la camicia con una riottosa decisione, lui sentisse sempre un mondo concluso di sentimenti e rabbie e desideri di cui è solo mezzo, e come se si chiedesse ogni volta, come faccio a essere visto e dirle che la vedo?

E non sa spiegarsi quindi qual è il motore che lo porta alla fine e alla nuova seduzione, donde nasce la corruzione delle cene romantiche, l’usura del sorriso, la resa all’asprezza. Diventa sempre di più uno di quei gentili ragazzi invecchiati, col tempo guadagna una sportiva eleganza, aprendo con grazia portiere di macchine neanche troppo sportive, nuovi occhiali riducono lo spessore delle lenti, la palestra è importante, ne esce tre volte a settimana con l’asciugamano sulla spalla, e se ne va così per le cose e per il mondo, con l’angustia di volerle toccare del tutto, sempre nel dubbio di non poterlo fare o di aver scelto l’angolo sbagliato per prender la rincorsa.

Decomposizione dell’attrazione

Ancora si ricorda le infinite diatribe quando era ragazzina e oltre, da ragazza pure, con le colleghe del suo primo lavoro al negozio di casalinghi, con Matilde prima che se ne andasse a vivere in Olanda dietro al fidanzato, che poi ci è rimasta e l’ha sposato e la questione non si sarebbe più posta. Cosa si deve fare quando ci si lascia dopo una storia con uno che si ha amato, si potrà mai rimanere amici dopo avere baciato, e stretto e progettato, e Matilde diceva che non si può proprio assolutamente no perché poi se ti torna la voglia non puoi ribaciarlo di nuovo, che magari non eri felice oppure ora stai baciando, e allora.

E altre sue amiche Cinzia e Anna invece sempre al primo negozio, in piedi sulla scala per dire, agitavano il culo come tortore e dicevano ma si che si può certo! Alberto Gianni Antonio Flavio Gigi, è il mio migliore amico! Quello che mi conosce meglio! Io se litigo con il mio amore io parlo con lui! Perché lui sa come sono fatta! Così dicevano le sue amiche terribilmente sicure della loro vanità, api regine della loro capacità di non lasciare, femmine nate in posizione di forza. Lei rimaneva ai piedi della scala, e borbottava interdetta. Erano amiche che avevano lasciato, forse per questo. E quelle che sono state lasciate?
Quelle che sono state costrette alla fine del sentimento?
Cinzia una volta, a serranda abbassata – nella pausa pranzo – aveva capito la questione e le aveva detto, non devi fare tutto subito, ma sai i sentimenti cambiano. Dai tempo al tempo.

E durante quel tempo, con nuovi baci e nuovi maschi, nuove rose sotto al lavoro, nuovi cinema e nuovi letti, si era chiesta, e va beh che cambiano i sentimenti, ma se una cosa ti piace ma perché dovrebbe smettere di piacerti? Se una cosa ti chiama come smette? Se io e lui siamo gli stessi e rimaniamo gli stessi ricominceranno le stesse cose, le stesse parole e gli stessi richiami. Come i cani faremmo, come i lupi e tutte le bestie che ascoltano solo la stagione.

E ora anni e anni dopo, direttrice di un altro negozio era diventata! E non stava più a fare avanti e indietro nel magazzino, anche se lavorava ancora tantissimo, ma era diventata una signora si può dire, una signora con pure dei figli, un bambino e un ragazzetto adolescente, una signora con tanto ombretto scuro e vestita di buon gusto e senso pratico, perché commessa o direttora sempre dieci ore in piedi devi stare, e l’aveva rivisto, padre anche esso e sposato e impiegato. Gli aveva raccontato della sua vita con i bambini da separato, era entrato a comprare un regalo per qualcuno, la sorella aveva detto, e lei per un momento aveva pensato ai suoi fianchi a quel tempo che si era preso e si era messa addosso, sulla pelle e sul ventre, e i capelli pure i capelli erano cambiati, se li sentì molto tinti, davvero molto, ma quello tanto era venuto verso di lei risoluto, e non c’era stato modo di evadere.

E l’aveva riconosciuta e salutata con un ampio sorriso.   Come ti trovo bene come ti trovo bene si erano detti – cosa fai tu, io lo vedi hai figli si anche io, tua moglie veramente mi sono separato. E da li una successione di informazioni e di battute, e insieme anche bisogna dire la forma del suo corpo, sempre un bell’uomo non c’è che dire, uno che ci tiene si vede, la palestra ci deve essere su questo corpo, la piscina, un buon dopobarba. E si era scoperta irritata da questa nuova vanità. E poi lui parlando poveretto, affabile e gentile aveva detto delle cose, per esempio aveva detto “praticamente” molte volte, e aveva fatto un certo gesto con le mani sulla cintura, e pure queste cose nuove, l’avevano fatta come retrocedere emotivamente.
E mentre ancora parlava alla fine le era arrivata una cosa di lui, che da ragazzi era solo una sfumatura, un pericolo, una potenzialità sommersa. L’inelegante difesa della boria, la disgraziata vanteria dell’arroganza, il modo che hanno certi maschi di soffrire, il più insopportabile di tutti.

Alla sera si era detta che doveva chiamare Matilde, perché Cinzia la vita se l’era portata via, e doveva dirle questa cosa che aveva scoperto, che i sentimenti potrebbero pure rimanere sempre gli stessi aveva ragione lei e torto l’altra, ma la vita può fare delle cose alle persone, e cambiarle, portarle in una forma diversa da quella che ci aveva fatto innamorare. Matilde mia anche le tentazioni possono morire.

Limes

 

(Sa probabilmente di avere già gli occhi liquidi e opachi che sono occhi di morto, occhi dove la vita non arriva più, oppure balugina a momenti, in lampi di stanchezza e di esasperazione, e qualche rara volto in qualcosa che è parente di un sorriso, ma che sorriso non è più.
Come mai sono ancora vivo, si dice per la verità, in cuor suo, in una lingua assorta che non passa più manco per la parola.

Le macchine certo, le macchine lo tengono di qua quando se ne sarebbe andato già di la, le sedie gli danno forma al corpo pure se vi scivolerebbe e i figli gli legano il busto con vecchie sciarpe, per farlo mangiare. Altri lo fanno mangiare e bere, e gli danno medicine e lo guidano mentre fa resistenza.
Altri fino a poco prima, lo mettevano nel cono di luce nelle giornate di sole, mettevano della musica e si avvertiva un po’ di benessere. I raggi sulla pelle di tartaruga delle mani.

I peccati gli stanno sul fondo addormentati e inutili. Mai lo hanno riguardato poco come adesso, definitivamente estranei a qualcosa che sembra in tutto un nuovo tipo di infanzia, un ritorno alla verginità dell’intenzione e della possibilità. Non è più quello che si è sentito vigliacco, e neanche quello che ha tradito. E’ un animale vicino alla soglia, governato da vigori autonomi e indipendenti.
Chi lo guarda ogni tanto crede di indovinare un’estenuata insofferenza.

Ha sempre convissuto con una depressione tenace, maligna e pervasiva. Non le si è mai opposto, e ci ha anzi fatto una cuccia dentro di piccole fughe, di sprazzi di surreale, di tenace irriducibilità al mondo dei vivi – il quale vi è da dire, è lo stesso dei morti. Così come dunque ha resistito fluttuando in un secolo di eroismi e barbarie, amato tignosamente e giudicato aspramente, da verdetti, donne, figli, ora ristagna in questo limite doloroso, in preda a un cuore di acciaio e di altrai acciai ancora più forti, la dialisi, la flebo, la paura altrui della sua fine.

Troppo depresso e ritratto, troppo leggero, per fare come quel vecchio famoso e titanico, che dal letto di ospedale si strappò tutti i fili, e sovversivo ribadì per l’ultima volta il suo vigore. Altri caratteri e altri destini.Qui  c’è la lunga marea, che si ritrae dalla spiaggia bassa, per chilometri e chilometri di spuma e di onda, fino all’esaurimento.).