Toni Morrison, fai qualcosa tu per questa cena (2014)

 

Il ristorante vanta dell’ottima carne, dei prezzi contenuti, e quel che di moderatamente domestico che tranquillizza, che nasconde le pretese, ma che ugualmente non tracima nell’eccessiva intimità di certe osterie della città, piene di rumore e sature di olio- troppo carnali. Qui ci sono le tovaglie a quadretti bianche e rosse ma i tavoli sono distanziati, e la gente parla piano, e tutto è pulito.

Lei non è esattamente una Venere nera: rispetto alle ambizioni del suo erotismo è più tarchiata, il naso è più schiacciato, ha qualcosa di troppo popolare, materno, sessualmente definito.
 Tuttavia il colore della pelle rimane magnetico, i lunghi capelli stirati addolciscono le ruvidità di classe e anche quel modo di gesticolare con le mani affusolate e le unghie lunghe, un’esagerata ricercatezza a metà tra la donna raffinata e la mignotta, gliela rendono appetibile.
Lui per parte sua, è uno stronzo qualunque.

Le è più giovane, di carattere docile, e di amor proprio contenuto. Gli sta seduta davanti pervasa da quella che sembra – una serena vacuità. Non lo guarda con eccessiva amorevolezza o dedizione, non sembra avanzare delle pretese o avere dei desideri, neanche dei disagi o degli imbarazzi. Non parla mai.
Lui è il topos di un poliziesco italiano. Con quella spocchia di provincia, quell’amara vanteria che conosce i propri limiti e non sa come nasconderli, quella tracotanza tipica dei deboli. I lineamenti decisi, i gesti del maschio seriale – gettare le sigarette sul tavolo, toccarsi il mento per godere della ruvidità di una barba incipiente, sedersi prendendosi con vigore il pacco dai calzoni.
 Non le parla mai.

Mangia piuttosto con il viso nel piatto, e spesso telefonando a qualcun altro. Quando non parla, gioca col cellulare, guarda facebook, fa delle partite a qualcosa, ogni tanto le regala uno sguardo di sufficienza. Di solito parla davanti a lei, solo una volta è uscito. Si capisce che non si conoscono da tanto, si capisce che lui si sente anche speciale perché fa questa cosa molto originale e buona di portare fuori a cena una ragazza nera, si capisce che la cafonaggine indubitabile è corroborata da una qualche forma di timidezza.
La serena e sopita sensualità di lei gli mette paura – dunque si rifugia nelle cattive maniere.

Lei non ci fa caso. Sta acciambellata in una disponibile passività, che forse è l’insegnamento di una collana di generazioni. Vorrebbe che lui se la portasse a letto, e forse dal letto nella vita, dal letto all’ombra di un’ala, in una cuccia piena di rossetti e paillettes, a telefonare alle amiche e aspettarlo con lucide vestaglie di nylon. Qualche volta fa dei tentativi di timidezza calcolata. Delle carezze inavvertite per esempio, dei sorrisi controllati.
Ma lui ha fatto un atto di dovere, non di piacere, anche se a lei non pensa in altro modo che all’oggetto di piacere. Lui sente di dover assecondare un’idea di rispetto che non condivide certo per pensiero e civiltà, ma per ritrosia, per pigrizia, per stanchezza.
 E perché davvero, cara mia non so come dirtelo, fai meglio le tue puntate
E’ proprio uno stronzo qualunque.

 

 

Postilla.

Per molto tempo ho avuto l’abitudine – quando ho incontrato scrittori di cui mi mi sono innamorata, di fare dei personali corsi monografici, e dunque, di leggere tutto quello che mi capitava a tiro della loro produzione, fino al raggiungimento di un certo punto di flessione – di solito intorno al settimo romanzo, che combaciava con l’acquisizione dell’ossessione, della ricerca di senso ma soprattutto, dei dispositivi sintattici e narrativi che ne connotavano la prosa– benché, abbia sempre letto in traduzione. Tesaurizzavo il gioco stilistico e poi li lasciavo, da parte. a sedimentare.
Quando ho scritto questo pezzo, 5 anni fa, avevo finito il mio corso monografico personale su Toni Morrison da molto tempo. Lo ritiro fuori, non perché sia un pezzo particolarmente bello, ma per salutarla e ricordarmi tutte le cose che mi ha insegnato, perché per me Toni Morrison è stata una rivoluzione copernicana, un ritrovamento dello sguardo. L’incontro con una maestra.  In questo piccolo pezzo naturalmente, non ci può essere la testimonianza di quella prosa incredibile e carnale, o di quel talento per la narrazione storica del mondo e del privato, quel talento per il simbolico –  perché quella ha vinto il nobel, non a caso. Ma Toni Morrison, anche con libri meno noti di Amatissima come Lula, o l’imperfetto Paradise, mi ha insegnato delle cose sull’essere donna e intellettuale, donna che scrive, donna che pensa politicamente alle donne e agli uomini.   Toni Morrison forse è stata la mia autrice della differenza, la mia personale Irigaray. Quella che mi ha spiegato che bisogna da donne saper parlare della voce del corpo, della carne, del desiderio, saperne riconoscere il diritto e l’estetica, quella che mi ha detto cose importanti su come scrivono le donne quando scrivono bene dello stare male al mondo, e quell’anelito alla revanche, al godimento, al trionfo di se, e di ciò che si vuole per se, come femmine, come madri, come soggetti politici. C’era nei suoi libri, uno scopo tignoso e caparbio, di restituire la miscela della vita di tutti questi riscatti, e di tutti questi desideri, un uso  politico ed estetico dell’essere situati, della storia sua di donna e di dinna nera. Qualcosa che io, forse sbagliando, ho riconosciuto come il vertice possibile a cui una certa consapevolezza di genere può portare. Le ragazzine di Lula che desiderano scopare con dei giovani maschi, no romanticisimo, e neanche lotta generazionale, mero desiderio.  La madre – spero di non sbagliarmi –  del Canto di Salomone che aiuta il figlietto con le proprie mani ad andare di corpo, a fare la cacca, perché se no sarebbe morto.  La regale immigrata che rimprovera la giovane modella nera, con i capelli stirati.   Tutte queste cose, che sono corpo e politica me le ha insegnate con una prosa bellissima. E io cercai di rimetterle in questo pezzo, come ideologia almeno.

Tutto in lei era di un femminile regale e bellissimo, e un modello per essere donne adulte, in la con gli anni. I tanti capelli e le collane importanti, e le migliaia di scarpe. Toni Morrison era meravigliosa. Tutte dovremmo leggere, almeno una volta, un libro di Toni Morrison. O più d’uno. Tutte tutte. Grazie davvero.

 

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Salvini, Papeete, internet, pentastellizzazione della sinistra

La reazioni sui social all’immagine di Salvini che balla al Papeete con delle cubiste l’inno di Mameli, mi ha suscitato una serie di riflessioni, su quello che per me è un problema di agency e di gestione della politica, con il tramite della rete.
E’ accaduto infatti questo. L’attuale ministro dell’interno, Matteo Salvini, ha fatto una serie di mosse, in linea con la sua occupazione principale degli ultimi due anni, ossia prepararsi a diventare primo ministro. Questo obbiettivo, in politica sarebbe tutt’altro che anomalo e disonorevole, almeno quando sia portato avanti con la qualità dell’operato: in generale i politici lavorano bene come politici per poter diventare politici ancora più potenti, laddove però il potere è una strana mistura di amore per se, amore per il dominio ma anche per l’oggetto che si vuole dominare. Il più narcisista dei politici – almeno di quelli capaci – è uno che ha anche un senso di responsabilità, e che vuole fare delle cose, vuole avere potere per dare una forma migliore all’oggetto che amministra. Un buon politico, è insomma, uno che possa vantarsi e essere riconosciuto per degli atti importanti e trasformativi per la comunità. Provvedimenti. Proposte di legge.
I ministeri poi, sono cariche politiche particolarmente tecniche, amministrative: si occupano di cose materiali: di stipendi, di funzionamenti, di agevolazioni, carenze da colmare, di cose di vita banali e materiali.

Invece da quando è in carica, il ministro dell’interno ama l’esercizio del potere, come potenzialità, e come arbitrio, ma non ama l’oggetto su cui deve esercitarlo, ossia la cittadinanza che deve rappresentare e difendere, e per la quale deve lavorare. E in effetti, stricto sensu, Salvini al lavoro non ci va mai. Il suo lavoro di ministro dell’interno, il suo occuparsi delle rogne interne dei ministeri, non è cosa che lo riguardi. Al ministero non si vede mai, in parlamento non è quasi mai pervenuto. Il lavoro di Salvini al momento, è dire come lavorerà quando sarà potentissimo e li eventualmente da potentissimo potrebbe forse fare delle cose. Quindi racconta come si approccerà con i cittadini (vedete? Mi faccio la foto col ristoratore) con le donne (vedete? ci ho una fidanzata con cui sono tenero) le idee che avrà ma di cui si occuperanno altri (perché appunto a lui dell’oggetto del lavoro politico non gli importa). E in questo lavoro di eterna propaganda con i soldi dei contribuenti a suon di comizi e festicciole, lui va al Papeete e fa una rappresentazione del potere che un domani vorrebbe avere e come lo intende lui. Io devo dire, ho trovato l’inno di Mameli col dj e lui grassone e unto che balla con le gnocche, una grandissima trovata comunicativa, un upgrade simbolico rispetto a certi precedenti illustri – i quali proponevano di certo una semantica del potere come svacco bizantino e reazionario, ma spacciandolo come atto privato, che diventava simbolico come dire – solo per sbaglio. Non c’è stata una conferenza stampa al tempo delle farfalline. Non c’era una regia a priori destinata al grande pubblico, e dichiaratasi come tale. Ed è interessante che ora ci sia questo cambiamento, e credo anche che la prima cosa da fare, politicamente è non allarmarsi troppo. O più specificatamente – non per questo.

L’operazione infatti è un lavoro di distrazione della sinistra, molto distraibile, e simultaneamente un lavoro di cementificazione della destra, molto plagiabile. Tutti si concentrano su questa chimera dell’esercizio del potere, non particolarmente innovativa, quasi archetipica – se ne fanno incantare, senza occuparsi della faticosa disamina di quello che fanno i politici quando non stanno in costume da bagno. Tutti guardano lo spettacolo pensando a una simbolica delle immagini del presente, e certi vi vedono sinistri presagi, anche persecutori (ammetto di essere tra questi, appunto i distraibili della sinistra) mentre altri vi trovano una conferma di potere e levità, di un’arroganza democratica e populista che li solleva e li allieta (i plagiati di destra, a cui stanno togliendo la sedia dal culo, e mi pare stentano ad accorgersi della qualsiasi)-
Poi però mi è successo di fare delle riflessioni

In quanto distraibile della sinistra, ho avuto la tentazione di scriverne sui social e ho anche compreso, empaticamente quelli che condividendo con me un’affinità ideologica o che ne so, estetica, hanno pensato di contrapporre sulle loro bacheche l’immagine di Moro con la figliola sulla spiaggia, in un completo da ufficio.  E’ stata una scelta cioè che ho capito, e ho pensato che era l’equivalente di quello che capitava al bar prima dei social, dove uno sarebbe andato, e avrebbe detto a un altro, hai visto che tempi? C’è da rimpiangere la democrazia cristiana. Poi ho pensato che c’era anche qualcosa di più, che ha a che fare con la natura dei social, perché sui social si scrive, si viene letti e questo circuito fa si che le proprie bacheche siano percepite come piccole traduzioni materiali della propria identità, del proprio modo di vedere le cose, spesso a trecentosessanta gradi, e la critica a Salvini sta insieme alla nostalgia di Aldo Moro, insieme alle foto dei bambini, insieme alla pastasciutta del lungo mare. Ed   anche piacevole, da un che di costruttivo, l’idea di scrivere il proprio dissenso, da un ritorno di se che prima, prima dei social non avevamo. Tutte i nostri messaggi, pro o contro questo governo, messi insieme ci danno un’idea di ordine di pensiero, e di linea politica privata. Abbiamo un’immagine coerente dei nostri giudizi che è controllabile, mostrabile con delle coerenze e degli scambi. Ci sentiamo visibili e presenti a noi stessi. Per pensare alle nostre scelte politiche, questa cosa ci è utile.
A me è utile.
Tuttavia mi rendo anche conto che si sta creando un problema, che questo problema è al momento il massimo svantaggio della sinistra, ma simultaneamente il provvisorio falso vantaggio della destra, e che se riuscissimo a superarlo potremmo arrivare a ribaltare le cose.

Perché succede che tutte queste opinioni spicciole, stanno reificando le due tendenze dei due fronti culturali in cui è spezzato il paese ma in una maniera solo apparentemente democratica. Una parte del paese, usa i social per rafforzare una vocazione gerarchica e gregaria, e dunque la manovra propagandistica di Salvini funziona perché cemente ulteriormente un elettorato per sua natura portato a cementificarsi di fronte a un uomo forte (certo se era capace, non era meglio? Ma chest’è) dall’altra a Sinistra si alimentano le forze centrifughe, le prese per i fondelli reciproche, le impossibilità di coalizzarsi in una domanda politica, tutti pronti a dare sapute risposte nel proprio piccolo. Salvini pubblica la foto di lui al Papeete, poi arriva quello che pubblica la foto di Moro in grisaglia, e alla fine tocca persino sorbirsi il terzo, che pubblica quella della figlia di Goebbels, che equipara il povero Moro a Goebbels, che il Signore gli metta una mano sui neuroni.
Questo problema è la pentastellizzazione del dibattito pubblico. Ci siamo pentastellando tutti.

Ossia, tutti partecipiamo a un dibattito politico tra noi, fraintendendo le nostre posizioni come se fossero il segno ultimo di una rappresentanza politica, alle volte anche ricattandoci biecamente l’un l’altro dandoci perciò molta importanza (pentiti, hai visto che Goebbels pure aveva i completini) come se fossimo tutti segretari di partito, livellandoci tutti, e parlando tra noi (quanto è bella la democrazia eh) disconoscendo le singole nostre funzioni, giornalisti con elettori, elettori con consiglieri, bibliotecari con amministratori, etc, e perché questo sia fatto, tutti, destra sinistra e centro, tutti, ci intratteniamo con temi come, mamma mia com’è scostumato Salvini con la panza de fori (o anche come è spiritoso e bello eh, non fa proprio nessuna differenza) livellando il dibattito politico su scemenze che per le nostre scarse competenze tecniche almeno siamo in grado di dominare, e occultando infine, in maniera gravissima per me, il problema invece serio, questo si a sinistra di una domanda di una rappresentanza responsabile, attiva, che si espone. Il massimo che riusciamo a fare, è blandamente, frignare dicendo che non ci sono idee, ma questo spesso anche in una notevole disinformazione di quello che invece si sta facendo all’interno di un partito.

Internet ci sta facendo disconoscere il senso del meccanismo della rappresentanza, e degli obblighi politici a cui è vincolata. Sta diventando più importante per noi cosa pensa il nostro contatto delle braghe del ministro dell’interno, che la posizione che ha preso il soggetto politico che abbiamo votato rispetto alla nuova tassazione e le conseguenze sul wellfare, o anche rispetto alle politiche per esempio riguardo gli immigrati regolari e via discorrendo. Quel processo di tridimensionalizzazione del nostro pensiero politico, sta cioè sottraendo pensiero politico, e la triste parabola incarnata dai cinque stelle potrebbe capitare ora anche a noi. Perché che vi piaccia o meno, quello era un partito nato con delle istanze politiche vere, con delle domande interessanti, con alcune richieste meritevoli di attenzione, ma il mitologema della democrazia diretta in rete l’ha distrutto. Ha messo in campo rappresentanti impreparati e incompetenti che nessuno è in grado di correggere e di rispettare, e che a loro volta non riescono a essere all’altezza del proprio mandato, ha disprezzato quella democrazia che voleva onorare. Se continuiamo di questo passo, rovinando i dispositivi che ci tengono in vita come paese organizzato democraticamente, davvero siamo alla mercè del primo tiranno che passa – e che in effetti è uscito or ora dal Papeete. Per evitare questa cosa, dobbiamo passare per una riorganizzazione della domanda politica e dello scambio politico, proprio sui nostri social.

 

Letteratura di evasione

Lo scrittore sulla spiaggia sta nella sua isola incerta e frastagliata, di teli scoloriti e giornali, ma anche bottiglie di acqua minerale, e pasticche per il mal di schiena. Non fuma più lo scrittore sulla spiaggia perché il dottore gli ha detto che non se lo può permettere, e non telefona neanche alla sua amante perché pensa, con modesto struggimento, che sarà piena della vita dell’estate, dell’età che lui non ha, non ci sarà campo pensa lo scrittore, dovrà dire dieci volte COME STAI e gli verrà la voce sempre più forte, scambiando le poche tacche sul display con la lontananza. Ci sarà vento – e si sentirà sempre più vecchio.

Ogni tanto scambierà delle parole, con qualche commilitone, un vicino di ombrellone, un padre volenteroso, che chiederà allo scrittore sulla spiaggia: cosa stai scrivendo adesso, cosa stai facendo? Mi regali una copia del tuo libro? E gli sentirà tante cose nella voce, l’eco del mondo che ha cercato di abbandonare, quello che vorrebbe ancora spiare, dunque l’estraneità del suo passato e la prossimità del suo futuro. Il libro come il giocattolo bizzarro che nasce vicino a poltrone di velluto e non si sporca mai di grasso delle macchine, di bollette, di sudore, il libro come una rosa che fiorisce sui tappeti.

(Lo scrittore allora vorrebbe dirgli che no, non può regalarlo, che ci hanno lavorato tante persone, mica solo lui, che ci sono i correttori, gli impaginatori, i signori che fanno le copertine, i signori che danno consigli, che sul suo libro al negozio dei libri ci sta non solo il suo pranzo e la sua cena, oddio forse no, diciamo il suo ombrellone, ma certo anche l’ombrellone di altri. Ci stanno le macchie di grasso sul libro! Vorrebbe cioè protestare lo scrittore sulla spiaggia –  e invece dice.
Purtroppo qui non ne ho neanche una copia.)

La moglie dello scrittore intanto, veglia su di lui con benevolenza, aggiustandosi il pareo sui fianchi larghi, e gli occhiali severi sul naso che il tempo ha affilato. Era stata una donna bella, scelta però per altre cose – quali un cipiglio solido e orientativo, un’orticaria per le smancerie, una presunta amicizia con la verità da cui poi, sarebbe voluto fuggire, prendersi una vacanza, nelle braccia della sua nevrotica amante.
Che lo attrae invece, per quel poco che si vuole bene, e quel troppo che lo prende sul serio.
(E anche questo, alla lunga, pensa distratto adesso).

Ricorda cioè lo scrittore, ora che la moglie larga e regale incede verso il bar, la severità con cui accolse una delle sue prime dichiarazioni, il suo broncio contratto mentre lui si perdeva nelle metafore spacciandole per amore, il modo con cui lei con un guizzo sovietico nello sguardo gli aveva fatto notare quanto l’ordine della sintassi, e la sfumatura dei significati con cui diceva di soffrire per lei, contassero più in quel momento, dei sentimenti stessi.
Mi sposeresti e lasceresti, gli disse terribile, solo per scrivermi lettere d’amore, per poterle rileggere correggere, limare e migliorare. Mi sposeresti, continuò ridendo in quella prima estate senza mezzi termini, solo per farmi diventare il simbolo di qualcosa che non credo davvero mi riguardi, per parlare di come secondo te va il mondo, di cosa la vita ha voluto dare a te, mi sposeresti per scarnificarmi. 

Poi lo aveva  portato al mare.

(Lui  allora si isola
qui )

Uomini a cui piacciono donne buffe

 

Pochi giorni fa era il compleanno della santa patrona di tutte le donne argute, Franca Valeri. Le facciamo gli auguri, e la ringraziamo per aver messo in scena al meglio – in maniera sottile ed elegante un’arguzia femminile, un saper essere intelligente e affilata che è stato anche critica sociale e analisi di costume e lo ha fatto in anni in cui, questo storico saper guardare delle donne – che in realtà c’è sempre stato ma per molto non è stato ben scritto – non aveva grandi spazi nell’immaginario collettivo. Tutti magari avevano una sora Cecioni in casa, molti avevano anche, a dire la verità, una zia in grado di incarnarla, nessun autore si era premunito di valorizzarla. Oggi le donne buffe, scorrazzano giustamente in tanti contesti. Fanno ridere con articoli pungenti sui giornali, a volte cominciano in rete raccontando le proprie gaffes e poi giustamente trionfano con dei libri, alcune risalgono dalla bruma del cabaret per andare oltre, e in televisione abbiamo adesso persino – cosa cinquant’anni fa inconcepibile – la donna comica sessualmente attraente, la donna comica che è anche bella con una fisicità comunicativa per conto suo.

La donna buffa – ossia che sa ridere di se e degli altri- è entrata nel panorama relazionale, e nell’immaginario simbolico e questo mi sembra di per se un cambiamento affascinante. Ancora dodici anni fa, quando tenevo il vecchio blog ricordo un articolo – bisogna dire già allora piuttosto imbarazzante, ma significativo – sul corriere della sera, dove si argomentava che le donne non sapevano essere umoristiche perché essendo attraenti non ne avevano bisogno. L’umorismo anzi era vissuto come un antagonista dell’erotismo ma anche un antagonista del materno, che nella versione idealizzata dell’autore di allora quando ha il suo fagottino tra le braccia (cit.) non conosce noia!

Questa idea dell’umorismo delle donne, come qualcosa di antitetico alla relazionalità femminile, ha qualcosa di vero e qualcosa di falso, qualcosa di culturale e qualcosa di psichico e transculturale. Molti uomini la sentono molto ancora oggi, e quando sulla mia pagina facebook ho espresso l’intenzione di parlare di quelli che invece dalle donne buffe sono attratti, non sono mancati i commentatori che hanno bofonchiato – ma scusa ma quando mai?

L’argomento è interessante perché offre spunti di riflessione sia sociale che psicologica e relazionale – ma facciamo un passo indietro, con due classi di osservazioni. Le prime sull’ironia, le seconde sul maschile e il femminile, e lo stare in relazione.
L’umorismo da un certo punto di vista è un linguaggio, un tono di voce con cui si guarda il reale. In termini psicologici è una struttura adattiva, e contemporaneamente una struttura difensiva. Permette infatti di avvicinarsi a degli oggetti mantenendo una distanza di sicurezza, utilizzando le risorse logiche e intellettuali per raffreddare contenuti che possono essere incandescenti. Per questo possiamo dire per un verso, che l’umorismo ha una sua applicazione adattiva, quando satura un bisogno di avvicinamento graduale agli oggetti emotivamente carichi, ma diventa nevrotico e disadattivo quando sembra essere l’unica risposta che un soggetto riesce a mettere in campo di fronte a delle sfide personali. In secondo luogo, dal momento che l’umorismo è meccanismo e dunque mezzo, ma non fine lo possiamo classificare a seconda di ciò a cui è asservito e per questo distinguiamo tra umorismo di destra e di sinistra, o battute corrette e battute scorrette. Le battute sono comunicazioni di un ordine logico non sono mai infatti un totem a se.

Inoltre l’umorismo è anche mezzo di strutture caratteriali diverse, e di quelle si fa canale, il che denota altre classificazioni possibili. Frequentemente, proprio per la sua capacità di raffreddare oggetti emotivamente minacciosi, è il mezzo prediletto di personalità angosciate e con un fondo particolarmente aggressivo, che usa l’umorismo e a volte lo sfonda in sarcasmo. Ma sono anche molto piacevoli, anche se effettivamente più rare, le forme di umorismo gentile, affettuoso, i casi in cui l’umorismo è usato per esprimere forme di tenerezza o commozione altrimente incontenibili. (Personalmente associo questo tipo di umorismo a certe spiccati talenti letterari, a un certo tipo di equazione personale che si riscontra spesso, anche in chi lavora nelle professioni della salute) – così come di grande successo, anche se carica di implicazioni controverse, è l’autoironia, l’umorismo a servizio dell’attacco di se.

In ogni caso tutti questi diversi stilemi, ci rimandano a un’altra sua caratteristica che è quella di creare una comunanza a fronte del complemento oggetto di cui la battuta tratta. Perché l’umorismo ha sempre due complementi: l’oggetto di cui si ride, e la persona con cui si vuol ridere di quell’oggetto. Ogni comunicazione umoristica ha quindi non solo un argomento ma qualcuno con cui vuole stabilire un con, e quindi una costa difensiva e una costa seduttiva. Questo ci spiega bene perché è così funzionale al dibattito pubblico e perché ci siamo trovati di fronte alla perversione democratica di un comico che è diventato leader politico. Soprattutto però, tutte queste cose, ci servono come base per riflettere sul funzionamento delle donne molto umoristiche e sul tipo di uomini che le possono trovare attraenti.

A questa riflessione si diceva, ne dobbiamo fare altre che riguardano quelle che sono chiamate, le regole dell’attrazione. Gli psicoanalisti che si occupano di coppie, spesso rintracciano nella loro fisiologia interna un meccanismo di deposito, un incarnare di ognuno aspetti interni dell’altro. Nel lessico junghiano per esempio si dice: che le donne hanno un maschile interno l’animus, che andrà a incarnarsi nella figura maschile che si scelgono per se, e che gli uomini hanno un’anima, un femminile interno che andrà a incarnarsi nelle donne che vogliono come partner. Non è dunque così impossibile l’ipotesi che una donna con un forte senso dell’umorismo risulti attraente, in tutte le declinazioni possibili.

In molte donne, indubbiamente, l’uso massiccio dell’umorismo è un meccanismo difensivo nevrotico, che probabilmente utilizzano per inibire la relazione, per scantonarla. Sono estremamente complicate e frustranti per esempio le donne con un forte senso dell’autoironia, la quale mette l’interlocutore uomo in una posizione perversa, in una posizione di doppio legame: ridi di me con me, dice la donna troppo autoironica – ossia dimostrami che mi sei vicino sbagliando perché dichiari di disprezzarmi oppure non ridere della mia autoironia sbagliando perché non accetti la comunione con me che ti propongo. Uomini che sono attratti da questo tipo spesso e volentieri sono a loro volta in un impasse relazionale che difficilmente riuscirà a essere scavalcato proprio da quella partner che è diventata attraente incarnando la loro minoranza parziale timorosa di mettersi in gioco. Non molto diverso sarà il caso di donne che scherzano troppo sul partner che si sono scelte come elettivo perché anche li, il doppio legame è in agguato e crea uno stato di paralisi e anche di frustrazione emotiva – mi vorrà solo se accetto il disprezzo di me. Questo tipo di impasse relazionali con l’umorismo capitano in tutte le combinazioni – anche per esempio tra omosessuali, ma ho la sensazione che quando c’è un partner maschile a essere l’umorista nevrotico lo stallo scorra via più velocemente. Serve infatti un partner, uomo o donna che sia con un femminile molto forte, una spiccata funzione materna o genitoriale, per uscire dallo scacco, per capire che quell’umorismo è un linguaggio non dell’assenza di desiderio ma della paura del desiderio, e questo alle donne riesce oggettivamente più facile, non hanno cioè bisogno di essere molto sofisticate per capire cosa c’è dietro a un uomo che fa battute in continuazione. Per gli uomini, fare invece questa operazione è più difficile, e spesso riescono quando sono confortati da un’altra asimmetria che conferisce una posizione di sicurezza e fa vedere le cose in prospettiva – per esempio, una certa differenza di età.

Succede però anche che o ci siano donne con un senso dell’umorismo non necessariamente nevrotico, o che quelle che avevano una violenta nevrosi, a modo loro crescano o guariscano, attutiscano l’uso dell’umorismo e imparino a tirarlo fuori senza necessariamente mettere in difficoltà il prossimo, e a questo punto si creino relazioni con uomini a cui banalmente piace ridere con, o a cui piaccia anche quella porzione di aggressività che è connaturata a una certa ironia femminile. Di solito sono uomini a loro volta molto buffi e spesso anche di animo piuttosto gentile, pacifico, che devolvono quindi le proprie dimensioni aggressive a donne garibaldine irrequiete e irriverenti. Da una parte allora si creano relazioni in cui l’umorismo diventa una specie di oggetto transizionale condiviso, una specie di orsacchiotto degli adulti da spartire in due, con cui si fanno delle partite, dei giochi di ruolo, e in effetti quando capita sono relazioni molto fortunate, che non di rado con meccanismi magici per ora mediaticamente molto poco rappresentati, scivolano anche in un erotismo tutto particolare, e in effetti credo piuttosto difficile da riprodurre. Questo tipo di partnership si avvantaggiano anche di un comune fondo depressivo, di una comune percezione del tragico, del dolore, per cui possono creare delle fortissime unioni, durature nel tempo. Ma è anche interessante constatare come siano anche coppie dove c’è una combinazione dei caratteri che è sempre esistita ma che solo ora diviene un oggetto comunemente visibile, dove lui ha una virilità stabile, posata, centrata su di se – junghianamente viene da chiamare in causa la figura del senex, mentre lei con la sua irrequietezza, la facilità alla sagacia come mezzo per evadere un surplus di eneregia, di aggressività e di libido, diventa il braccio armato delle parti vitali maschili, qualcosa di forte di erotico, di vivente. Chi sa se non in qualche caso, un incarnare delle parti che culturalmente sarebbero chiamate come maschili, mentre lei, che è così operativa e puntuta, finisce col trovare nel funzionamento stabile, imperturbabile di lui, un funzionamento accogliente, e quindi il deposito di parti femminili, materne sue inconsce. Anche questo tipo di partnership è piuttosto solido. Anche questo c’è sempre stato ma era poco rappresentato considerandolo svantaggioso etologicamente, rispetto alla combinazione caratteriale dominante: la donna silenziosa, gentile materna e accogliente, e il maschile agitato e complicato e quindi operativo verso l’esterno.

Quel tipo tradizionale, d’altra parte, esiste sempre, non è necessariamente un uomo conservatore, è proprio un uomo organizzato psicologicamente in un certo modo, e che cerca nelle donne qualcosa di diverso, che magari mostrerà di criticare con una retorica diciamo pure maschilista, ma di cui in realtà ha un fisiologico bisogno. Quella passione per esempio di certe donne per il sentimentale, per il romantico, per il film rosa, per l’emotivo, è l’incarnazione per loro di parti negate e messe in minoranza che cercano una strada per evolversi. A me pare anche quello un itinerario relazionale di tutto rispetto, e che può dare ottimi frutti, capisco pure però che a quel tipo d’uomo la piratessa da cabaret, la donna sagace e complicata, risulti respingente e di difficile accostamento – forse quel tipo di donna è qualcuno che sta cercando le sue stesse cose, più un competitor che un oggetto del desiderio.

Schubert

Spesso va da certi robivecchiai senza alcun blasone, uomini grassi e sgraziati, mai stati belli come lui è stato – è a tutt’oggi un uomo attraente modestamente! pensa nevvero con un certa autoironia, va nei loro antri, piene di cose che hanno perso un posto, bicchieri grigio piombo degli anni settanta, borse di donne vecchie che sono andate a messa, molti tavolini laccati, qualche bellissima credenza tradita dalla famiglia – lui queste credenze le guarda con cupidigia – e cerca, da questi robivecchiai, la sua fantasiosa idea di borghesia, il suo cinematrografico salotto buono, per la persona che con la perseveranza degli appassionati e degli ossessivi, è diventato.

S’aggira dunque, un po’ si impolvera – cosa che di consueto potrebbe pure dargli un certo fastidio – ma in questo frangente lo rende felice. E’ una polvere di speleologo, di studioso, di collezionista, di avventuriero degli scarti altrui, sta scrivendo un articolo su un intellettuale amante di porcellane cinesi, bizzarro e distinto, e questa polvere da rigattiere è una cosa da gran signore.
Ora trova delle seggiole. Le studia piegando un po’ il naso da una parte, mentre lo sgraziato gestore studia lui, so’ due anni che tiene ste sedie, occupano un sacco di spazio magari è la volta buona. Lui ora ha cambiato faccia perché, avendo le sedie superato il suo esame interiore bisogna guardarle con gli occhi della moglie, che è umorale, ma con una solida estetica di provenienza, e tutta una dialettica hegeliana interna in fatto di seggiole e divani, che ha imparato a intuire e per la quale, a volte pensa di averla sposata.

(Anche sua moglie infatti, pur da tutt’altre spiagge, è una turista della borghesia, anche se certo manifesta una notevole dimestichezza. Ma quando la conobbe, aveva qualcosa di fuori posto, non riconoscibile ad occhio nudo. Una ottima cuoca che metteva un ingrediente rischioso, che ricostruiva tradizioni a lei estranee, che mostrava una sofferta ambivalenza, per certe forme istituzionali della vita e contemporaneamente le avrebbe rincorse anche lei, sentendosene sempre parzialmente estromessa.
Mentre lui archiviava i merletti di sua madre, merletti testardamente contadini, che chiedevano di stare sotto al telefono, e in posti secondo i suoi studi, inappropriati, lei li avrebbe ripresi, e messi in posti di cui nessuno avrebbe detto ancora male. Con sua moglie avrebbero fatto un bellissimo salotto. Per un verso fatto di lotta di classe, per un altro dell’oscura revanche di certi estromessi.)
Le vuole telefonare? – suggerisce il robivecchiaio, che del suo cliente conosce l’iter argomentativo interiore quando si impiglia in un oggetto – oppure – continua seduttivo – se le vuole portare a casa? Così vede come ci stanno? Senza impegno?

Questa è in effetti una strategia molto acuta da parte del venditore, che conosce i suoi polli,. Quelle seggiole hanno una seduta in velluto grigio piombo, colore e tessuto per cui, quel preciso tipo di coppia di squinternati hanno una insana attrazione, anche la signora del cliente, pure se fa tanto quella indagatrice che capisce le cose, cederà certamente. Le due sedie hanno infatti un valore modesto, ma sono intrise di una specifica atmosfera, la gentilezza immaginaria dell’antiquariato, il suo essere l’araldo di un mondo parallelo ed eternamente appena passato, di salotti che non sono mai il salotto presente, come deve essere, ma di cui si può congetturare una loro obbedienza passata a un canone immaginario. Questo tipo di cliente lui li conosce, hanno case che sembrano navi dei pirati.

-Le prenda, vedrà che poi mi ringrazierà.

 

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Bibbiano, Della Loggia, Psicologia, Giornalismo.

 

Ieri Ernesto Galli Della Loggia è tornato sul corriere della sera sui fatti di Bibbiano, mettendoli in relazione a una presunta psicologizzazione dei comportamenti. Lo trovo un articolo piuttosto interessante non tanto sui contenuti, ma al contrario per la loro modesta consistenza, capace però di ammantarsi di autorevolezza. E’ un articolo che fa capo a un modo di ragionare, un modo di fare cultura e opinione che molto hanno danneggiato questo paese, molto hanno danneggiato il giornalismo italiano, e molto hanno danneggiato un certo tipo di analisi della realtà, di sguardo intellettuale che avrebbe meritato alfieri più rigorosi e preparati. Della Loggia viene spesso accusato di essere reazionario, ma questo non è il mio punto, questo è anzi l’unico aspetto che me lo rende ancora un pochino attraente. Quello di cui lo accuserei io volentieri, è di essere tanto capace nell’esercizio retorico e nella costruzione sintattica, quanto ignorante e impreparato sugli ambiti che delibera di affrontare. Al di la di una costruzione del discorso pregevole, tra Galli della Loggia e il mio pizzicarolo non sussiste mai alcuno scarto di competenza. Dicono le stesse cose, solo che il mio pizzicarolo le dice in romanesco. Entrambi guardano il mondo dalla loro postazione. Non escono, non raccolgono dati, non si interfacciano con soggetti competenti, non colgono funzionamenti, non conoscono, non sanno – banalmente, non leggono neanche libri. Il mio pizzicarolo, non scrive però sulla prima pagina del Corriere della Sera. Ma la sua idoneità è un problema per il giornalismo.

Della Loggia, sostiene infatti nel suo articolo, che Bibbiano è correlabile diciamo a una eccessiva psicologizzazione dei comportamenti, e mette in relazione quei fatti, ancora poco acclarati, con nuovi fenomeni di cui non conosce la storia e la ratio. Si lamenta di un uso continuo di termini secondo lui psicologici sulla stampa, per esempio il concetto di “disagio” e mette in relazione questo eventuale avvicinamento della stampa alla prospettiva psicologica con altri fenomeni che lo stupiscono, per esempio il ricorso agli insegnanti di sostegno nelle scuole. Appare convinto che ci sia una certa relazione in termini di ideologica culturale tra: giornalisti che parlano di disagio, chiamata degli assistenti sociali nelle scuole, e intervento dei servizi sociali. Che tutto è sovrastimato da un punto di vista psicologico mentre forse bisognerebbe intervenire in altre direzioni, per esempio in termini di contrasto alla povertà e deprivazione economica, nelle aree per l’appunto disagiate. Bibbiano è per lui un pretesto, sa bene che non può parlarne con contezza ma mi pare di capire che secondo lui, potrebbe essere successo questo, che c’è stata una serie di segnalazioni sciocchine ai servizi sociali, diciamo, e che per questa cosa della psicologizzazione una serie di miei colleghi – quelli attualmente indagati – avrebbero inventato dei precedenti psicologici iatrogeni, perché di questo si parla, per via di questa ideologia dominante. Poi dice che dovremmo occuparci invece di altri chiavi di lettura, per esempio il disagio economico.

Devo dire che la parte sull’attenzione al disagio economico, meriterebbe un po’ di rispetto. Anche se io, ho un’allergia di tecnico per la parola disagio, di cui in realtà i veri grandi appassionati sono i giornalisti. Perché è vero che la dove c’è una grave criticità economica l’abuso può allignare con maggior frequenza, e soprattutto trovare meno argini tempestivi. Ma è poca cosa, rispetto al tenore di fondo di un brano scritto da qualcuno che è proprio fuori dalla realtà dalle cose. Che si deve essere fatto un’idea leggendo gli altri giornali che non compra più nessuno e forse riflettendo sulle storie che racconta la nuora, con questo dicompagno del figlio che gli tira le cose a scuola, gran maleducato e ha pure l’insegnante di sostegno. Altro che insegnante di sostegno!
Tutti a parlare di disagio psicologico! Ai miei tempi erano tutte sciocchezze! Ai miei tempi. Dice in soldoni Galli Della Loggia.

Per un verso Galli Della Loggia ha ragione. L’infanzia è una invenzione del secondo ottocento, che ci ha messo anche un bel po’ ad affermarsi, e l’adolescenza un’invenzione del secondo novecento. Quando era piccino il nostro, erano concetti piuttosto recenti, forse un pochino più diffusi – modestamente – nei contesti borghesi. Ma poca roba. I bambini erano appannaggio delle madri, quindi una cosa che non meritava la più blanda attenzione sociale. Una cosa da cucina. Appena uscivano dalla cucina o andavano a lavorare, o andavano a fare figli. I bambini li hanno inventati Dickens, e Darwin. Prima non erano un oggetto meritevole di attenzione. Se ne facevano molti, di questi ne schiattavano, almeno un terzo. Spesso la sopravvivenza era un lusso tale che certo il disturbo psichico era proprio, per tutti, l’ultimo dei problemi. Non è che non esistesse, perché la psicopatologia è una funzione matematica dell’esistenza, non della modernità, per una questione strettamente logica, e anche intuibile, diciamo per la stretta necessità epistemica dell’esistenza del male perché il bene esista, ma insomma quel male li per secoli e secoli non ha avuto margine di redenzione. Ci è voluta la rivoluzione industriale e il successo del capitalismo, perché ci fosse spazio per una domanda sulla salute psichiatrica.

Quindi possiamo dire, che tra la fine dell’ottocento e il novecento, abbiamo inventato bambini adolescenti e psichiatria e psicologia, e solo in termini relativamente recenti, la psicologia infantile e la neuropsichiatria infantile. Faccio presente a Della Loggia che soltanto questa edizione del DSM, il quinto , ha un binario separato per la psicopatologia infantile, ma faccio anche presente – contro tutte le solite proteste sugli indubbi interessi economici che circondano il DSM – che quel binario era atrocemente necessario. Che se noi oggi guardiamo i sintomi di un bambino di quattro anni ritenendoli uguali a quelli di un adulto, potremmo chiamare depressione una patologia organica. Perché la depressione dei bambini, per fare un esempio NON HA I SINTOMI DELL’ADULTO e quando un bambino è assente, poco reattivo, triste e fermo bisogna fare per prima cosa una tac. Non chiamare un assistente sociale.

 

L’emergere dell’importanza della psicologia poi, in Italia ha portato a una costruzione dei servizi per la cittadinanza, che ha anche conosciuto una stagione di gloria, e delle zone del paese in cui si è potuto offrire un servizio alla cittadinanza degno di questo nome. Dopo di che però questa stagione di gloria, è passata purtroppo da tempo, e l’offerta psicologica per un verso, e la questione del sostegno per un altro, sono passate in disgrazia e abbiamo: tagli alla sanità che le regioni spesso risolvono non garantendo personale sul territorio, e una generale assenza di rispetto per le competenze, a fronte di una domanda che è legittimamente sempre crescente. Nel lazio si è fatto un concorso quest’anno, dopo 20 anni di assenza di concorsi, per 30 posti da dirigente psicologo. 30 posti, rispetto all’enormità della domanda, alla gravità dei casi che si presentano, e che vengono attualmente appaltati a tirocinanti che lavorano gratis per un tempo contenuto, sono una cifra irrisoria e ridicola.

Di contro, in parallelo, nell’area degli affidi, la situazione è magmatica e complicata, perché l’investimento pubblico si è ritirato da questi contesti, soldi non ce ne sono, le prassi sono variamente codificate, ma di fatto si lavora sullo zelo di qualcuno, in contesti che al contrario delle panzane di Della Loggia non sono politicamente davvero presi sul serio, o quantomeno non in modo uniforme. Se bisogna fare delle congetture sul rischio Bibbiano su quello che questa inchiesta minaccia, bisogna andare nella direzione contraria a quella indicata dal nostro Meitre a Penser cioè in un abbandono dello sguardo collettivo del servizio pubblico, e di una serie di saperi e di responsablità che il pubblico ha verso i suoi cittadini che non dovrebbe poter scantonare. Perché nel momento in cui nella grande rete del sapere, entra in scena una disciplina, che porta con se una serie di prove importanti, della sua legittimità ad esistere, nel momento in cui cioè si scopre che esistono comportamenti traumatici e iatrogeni che producono conseguenze incancellabili nei comportamenti dei minori, e ne struttureranno il modo di stare al mondo futuro, e un malessere permanente, non è che siccome Della Loggia questi libri non li legge, possiamo permetterci di ignorare la questione.

C’è un segreto classismo, in questo tipo di retoriche, che rinfranca narcisisticamente chi le appoggia. In altre sedi, ho scritto io per prima, dell’importanza delle variabili di classe nell’emergere dei comportamenti psicologici e in questo io e Della Loggia potremmo trovare delle improvvise convergenze. Quando non hai un lavoro è più facile che diventi un padre alcolizzato di quando ce l’hai. Quando hai un asilo nido convenzionato, starai 10 ore al giorno con una persona sana di mente, mentre se non c’è e hai una madre psicotica – te la tieni full time. Tuttavia, è importante non sedersi in maniera rozza in queste prospettive, perché non è tout court una condizione di classe, a implicare un comportamento abusante. Ma è la psicopatologia grave che il contesto non contiene e slatentizza a provocare l’abuso. C’è un sacco di gente scannata che è capace di essere ottimi genitori, genitori amorevoli, e capaci di fare il gesto di Ettore, cioè di mettere i propri figli simbolicamente sopra se stessi, al di la di se stessi mentre le stanze degli analisti che potrebbe permettersi Della Loggia sono piene di figli che avrebbero beneficiato dell’intervento dei servizi sociali. E’ sacrosanto certamente prendere in considerazione le variabili di classe, ma nella misura in cui amplificano fenomeni che hanno altri noumeni, altre cause. Un efficace intervento sociale può aiutare notevolmente, ma non è tutto.

Infine io credo che Galli della Loggia, faccia queste considerazioni perché di fatto, lui a stento fa una cosa, legge i giornali. Nei giornali scrivono altri Galli Della Loggia che parlano di disagio, oppure altri colleghi, come è successo a me in passato, a cui viene chiesto con insistenza di usare termini e concetti adatti alla divulgazione, e quindi facili, elusivi distorcenti. Gli psicologismi da bar che Della Loggia considera zeitgeist in realtà non sono la materia vera su cui gli addetti ai lavori si fondano per argomentare e dirimere situazioni gravi, come quelle che riguardano i fatti di bambini, segnalati ai servizi, riguardano i Galli della loggia che ne parlano e che alla fine hanno un”idea nebulosa di quello che argomentano. Certamente quel tipo di lessico, non giova a niente, e io per prima sottoscrivo, ma allora o si mettono sulle prime pagine altre firme, o si chiede alle firme storiche il rigore divulgativo che merita la prima pagina.

(composizione francese)

A un certo punto pensò di fare un archivio di ricordi che potessero essere classificati rigorosamente per tonalità emotiva (ascisse) e priorità esistenziale (ordinate) in modo da poter pure fare dei grafici, di certe grandi felicità, di certe imperdonabili disfatte, individuare una linea dell’errore ricorrente, e una spirale del perdono di se (alcune nebulose di poesia, i buchi neri della disgrazia irrimediabile.)
Trovò molte canzoni.

L’operazione non fu semplice. I ricordi avevano una terza dimensione loro, in cui giocava il suo peso, la vendetta della qualità del paesaggio. Quella volta che per esempio le fu messo dell’amore davanti ai piedi, e lei non lo raccolse non sapendo riconoscerlo, o quell’altra in cui fu lei a tentare di spedirlo, come se l’amore fosse un pacco, una cosa che si mette nelle righe e nelle cose.
Arrivò pure una collana di sorrisi, e un’altra di piccole rassegnazioni. Molti caffè a notte fonda per rimettersi a lavorare, molti ricominciamenti da capo.
Molti altri giorni, in forma di domani.

Alcuni fiori, diversi gelati (quando era bambina, poi sono andati scemando, con l’operazione alla cistifellea caduta totale dei gelati. Un gelato giusto con un ricordo, quadrante della felicità ottenuta per scommessa)
Ritrovò anche sigarette spente, pose, e se stessa seduta a guardare fuori vedendosi per un terzo. A un certo punto degli assi cartesiani c’è una sera di allegria, e scintillio la cui ratio la nebbia del tempo ha offuscato. Fare questo grafico aveva anche un problema di polvere che si sa – ottunde e mistifica, un romanzo si confonde con un viaggio che effettivamente c’è stato, un desiderio si ammanta di una materia che non lo ha mai riguardato.

Per esempio, a un certo lato del grafico, una famiglia di baci di notte sull’uscio di casa. Che probabilmente non c’erano stati – (gli studiosi di queste cose, avrebbero segnalato una criticità nella variabile di costrutto. Il costrutto del ricordo si sa, viene sempre sporcato da quello surrettizio del rimpianto. Bisogna prendere delle precauzioni )
Poi arrivava la sequenza di un amore ordinato, e solerte. Moltissime telefonate al giorno, da un ufficio che aiutava il romanticismo con l’inefficienza.

Ogni tanto nel grafico, in basso in basso, i puntini segnati in lettere greche, del dubbio. Alfa, beta, gamma. Bisogna dire che però la cura dell’ufficio deve aver avuto effetto, perché a un certo punto cominciano a sparire le lettere greche e cominciano delle rose. L’ ultima delle delle quali in bocca a un uomo con una camicia hawaiana.
Sarà cattivo gusto pensa, oppure medicina antiquata, ma che gran potere hanno le rose,

(Il passato come il cielo di un almanacco, come la sfera di una strega, come le rughe delle mani che si spera non indovinino il futuro)

 

(qui )

La vita è materia

Stavo sulla spiaggia, una giornata piena di cielo, il carretto dei gelati, un sacco di gente, i miei bambini mi si divertivano intorno, in una oscillazione puntuale e inderogabile di mare e buche nella sabbia, Ascoltavo della musica, dopo ti metto il pezzo, lo trovi qua sotto, e questo pezzo mi ha messo di buon umore, e mi ha fatto guardare le persone con una speciale benevolenza. (Ho pensato che volevo scrivere di questa cosa della benevolenza, di una certa musica con cui si guarda la vita degli altri, con questa musica in testa io ci lavoro. La musica che ti fa vedere la lotta per la vita in quelli che si guardano vivere, fare castelli di sabbia, litigare con un collega, sgrullare un telo da bagno. Va beh non ci entra molto, perché poi mi sei venuto in mente te.

Deve essere stato perché nel tentativo di andare a prendere un caffè, manco poco mi azzoppo per sempre nella voragine allestita dai figli. Noi uscivamo insieme, s’andava per concerti, e io era un periodo che cascavo sempre – rovinosamente. Uscivamo parlavamo, te a un certo punto però ti giravi e non mi trovavi più. Abbiamo riso molto di questa cosa. Oggi come sai, al massimo inciampo. Comunque.

(Cosa sono gli amici? Quelli con cui hai riso da ragazzina del fatto che cascavi, o anche quelli con cui hai costruito un modo di ascoltare la musica, o anche quelli con cui hai parlato di romanzi prima, di fidanzati poi, fino all’arrivo dei vincitori, i mariti e le mogli, i vincitori delle nostre storie personali, e anche quelli, ho pensato oggi mentre sentivo il pezzo che allego qui sotto, che ci sono quando ti laurei, quando i tuoi fanno casino e ti raccattano la sera in macchina, quando c’è il funerale di tuo padre. )

Ma forse è stato semplicemente vedere, un certo gruppo di ragazzi – tutti magri e abbastanza alti – dunque non potevamo essere noi e i nostri amici che invece ci sbattevamo a vedere film insalubri in case piene di moccolotti – e comunque questi qui, non facevano niente di speciale, uno tirava i capelli a una, mi faceva congetturare un certo invaghimento, lei rideva delle risate che fanno le ragazzine per lo più al mare, un altro fumava la sigaretta in quel modo che fanno i maschi giovani poi graziaddio passa, era borioso e pieno di riccioli questo che teneva la sigaretta con il pollice e l’indice, una terza si aggiustava la coda e un’amica le aggiustava il costume.
Animaletti che cresceranno, faranno altri animaletti, costruiranno una tana, potranno avere dei guai, la ragazza della coda e il costume, potrebbe lasciare un mese prima di sposarsi quello seduto qualche metro più in la ora al telefono, quello della sigaretta potrebbe diventare un grande cuoco, ma con un carattere così di merda da diventare disoccupato (è importantissimo il carattere di uno chef, ho imparato di recente), e la musica nelle orecchie mi dava questa strana consapevolezza della vita materiale, del tempo come metamorfosi delle cose che non ci puoi fare niente, e la musica nelle orecchie al mare per via di tutto quel corpo, mi dava la percezione dell’animaletti, e del tempo degli animaletti. Chi sa se queste ragazzine secche e alte diventeranno rotonde come me, che comunque secca, è bene dirlo, non sono mai stata.

Poi ho pensato che alcuni di questi, fra vent’anni, i meno probabili, non proprio quelli che stavano sempre al telefono, non proprio quelli che avevano studiato tutti gli esami insieme, sicuramente da scartare gli innamorati, alcuni di questi dicevo – che ne so la ragazza con la coda e quell’altro che ora muove la bocca perplesso perché la granita ha un sapore artificiale, quelli si inviteranno a cena fra dieci e pure vent’anni. La ragazza con la coda troverà simpatica la compagna di quello della granita, e potranno parlare di lavoro e di scarpe, come io faccio con tua moglie che è molto competente su queste e altre cose, si creeranno nuove alleanze impensate, per via del fatto che la ragazza colla coda ci ha un carattere diciamo complicato, e suo marito ecco, quella che è riuscita a sposarsi dopo aver mandato all’aria il matrimonio col precedente andrà ogni tanto sostenuto.

Insomma la vita è materia, e ascoltando questo pezzo che metto qui sotto, probabilmente ho pensato a questo, e niente  ci vediamo presto.

 

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Sugli attacchi di panico

Non mi è mai stato chiesto un post sugli attacchi di panico. È un fatto interessante perché gli attacchi di panico sono un problema molto diffuso in questi ultimi anni, hanno provocato grandi difficoltà e sofferenze in tante persone, godono di una circostanziata scheda diagnostica anche nel DSM V e, mi è stato fatto notare – molti scrittori esordienti o meno li hanno messi al centro di un romanzo recente. Mi si dice Marco Candida, Christian Fascella, e anche il Livio Romano d. Me li procurerò tutti – sono curiosa di scoprire quanto è sfruttata un’occasione clinica che come poche altre ha un grande potenziale narrativo, e allo stesso tempo è così largamente fraintesa.

Attacchi di panico, fa pensare ai più a una declinazione parossistica di una banale vigliaccheria. Non se ne chiede lettura, come si fa a cicli regolari per l’anoressia per i disturbi di personalità in specie di marca antisociale ( Fai un post sui femminicidi?) perché tutto sommato non sono avvertiti come davvero pericolosi socialmente. Hanno anzi una sorta di odore puerile, mancano, per dire, della dignitosa gravità della depressione: rispetto ad altre psicopatologie sono cioè antiestetici, perché specie non sapendo di che si tratta, sono mentalmente rappresentati con una fumettistica fenomenologia della pavidità. Si pensa a tremiti, alla faccina di Paperino col becco ondulato dall’angoscia, ma si pensa anche a una paura indecorosa, per qualcosa di piccolo, di insignificante. Il panico del luogo chiuso, il panico delle occasioni complicate che però a tutti capitano –  quante storie.
Attacchi di panico: Clarabella issata su una sedia che urla scompostamente per un topolino scappato sotto al tavolo.

Ma panico, non è paura. La paura è un istinto anche salubre, che oggettivamente aiuta anche gli eroi, serve a farci discriminare i pericoli, e si focalizza intorno a qualcosa di razionale e preciso: la vigliaccheria è l’elusione di ciò che la paura provoca, mentre il coraggio è la diametralmente opposta – forza di andare assieme alla paura in una situazione di rischio: senza paura, non si da coraggio, si da idiozia. La paura come segnale, differente dalla paura come angoscia confusa, è in effetti uno dei primi trampolini da cui Freud si lancia per l’edificazione della struttura psicoanalitica.
Il panico invece, appare come una sorta di possessione e spesso e volentieri è la reazione a una serie di pensieri persecutori, dal carattere confuso ma anche per questo particolarmente terrorizzante. La persona di fronte a questo pensiero è spaventatissima e appunto viene scalciata fuori dalle sue capacità razionali, con anche una serie di sintomi di ordine fisico, che qualche volta inducono il paziente a pensare a un problema cardiaco: batte forte il cuore, ci si sentono mancare le gambe, qualche volta si arriva a svenire, si suda moltissimo, e si può tremare violentemente. Ma per il paziente, i sintomi visibili sono il meno, la parte tremenda è quello che vive dentro la testa, che è terrore e paralisi. Tutto questo lo rende molto vulnerabile, e spesso implica una consistente restrizione della vita personale: non si prendono mezzi per esempio, non si riesce a lavorare, la strada diventa pericolosa. La quotidianità diventa nemica e complicata.

Pure, tendo concepire gli attacchi di panico, come una delle sintomatologie più benevole e salubri di cui dispongano le persone, quasi un segno di benessere anziché di malessere. Mi sono fatta l’idea, anche se non si può dire certo a proposito di tutti, che spesso e volentieri questo tipo di disturbo aggredisce chi ha delle risorse per curarsi, e di più fare una vita coerente con i propri desideri ma non la fa, e il panico è l’avviso psichico che costringe una persona a guardarsi e prendere atto del fatto che si sta tradendo. Gli attacchi si costellano infatti intorno a un pensiero confuso persecutorio, che può dire molto sulla realtà esistenziale della persona purché se ne scavi la valenza metaforica. E’ come se la psiche scegliesse, con una certa frase correlata al sintomo, la minaccia di punizione che al soggetto può toccare per averla tradita: e allora alcuni vengono in stanza di analisi dicendo: io credo che sto impazzendo, altri dicono che temono di morire da un momento all’altro, altri che pensano di volersi suicidare, altri che temono di voler ammazzare, fino ai prestiti culturali più variegati – chi pensa per esempio di essere omosessuale, non perché sia davvero omosessuale ma perché viene da una famiglia omofobica. Le narrazioni che si costellano intorno al panico sono cioè come i sogni di inizio terapia, la strada maestra per entrare nel tradimento psichico, da cui l’attacco di panico in qualche modo potrebbe salvare – perché lo segnala. In questo senso io non riesco mai a prenderli sul serio come una patologia a se stante, quanto come un utile indicatore diagnostico di un assetto patologico che si sta organizzando che è più grave, da cui la parte sana di un soggetto si sta difendendo come può, lanciando cioè la sirena dell’allarme. (E’ quindi uno di quei casi in cui, una buona cura farmacologica è una mano santa, ma guai ad affidarsi solo a quella. Il disturbo per un po’ passa, poi o torna, o prende strada una sintomatologia franca di altra parrocchia e magari più rognosa. Lo dico, perché siccome rispetto ad altri problemi ha tutti quei fenomeni fisiologici che penalizzano la vita quotidiana, la tentazione del solo psicofarmaco rispetto alla psicoterapia è fortissima.)

Se leggiamo l’attacco di panico in questa forma – ci riesce più facile capire come mai sia un fenomeno che si presenta molto più frequentemente negli ultimi due decenni, che in passato – e naturalmente nell’occidente industrializzato piuttosto che in altre aree del mondo. A pensarci- ha molto in comune con la vecchia isteria, altro sintomo legato a un mondo e a un’epoca sia per alcuni comportamenti in comune che usano il corpo – il tremito, gli svenimenti (anche se l’isteria poi vantava altri fenomeni ben più eclatanti) sia perché anche quella era la forma semantica disperata di un tradimento dell’identità – come è stato chiarito dalla psicoanalisi femminista. L’isterica era la donna che usava una forma di follia con comportamenti spesso ipersessualizzati, per infrangere una normativa culturale che schiacciava il suo genere in destini non liberi, in cui la soggettività veniva strangolata. Alcune teoriche, ricordo un bellissimo saggio di Silvia Vegetti Finzi, identificavano in quelle impresentabili malate della Salpetriere, che spesso mostravano anche comportamenti eccessivamente sessualizzati, la declinazione femminile della follia foucoultiana, e gli scenari dei clinici che le utilizzavano per spiegare la psichiatria agli studenti, la prova della ghettizzazione e simbolizzazione a cui il sesso andava in contro nell’angosciosa interpretazione della sua Storia della Sessualità.
Nel nostro contesto attuale, il potere e le forze appaiono parcellizzati, e la debolezza del panico, è diventato un lemma che abita la sfera del lecito e del condiviso. Il sintomo è stato per secoli la fuga per pochi disperati che non riuscivano a passare nelle strettoie di un canone, oggi è una sorta di diritto che il corpo si prende e la mente concede di fronte alla possibilità di avere una seconda chance esistenziale, prima al tutto preclusa. Se abbiamo una nuova semantica psichiatrica “gli attacchi di panico” lo dobbiamo a una nuova costellazione di valori e di esperienze che colorano le nostre vite, e che ha a che fare con il diritto alla debolezza anche per il maschile, con il diritto alla forza anche per il femminile, con il lusso ma anche la terribile responsabilità di chiedere alla propria vita una sorta di prestazione. In un momento di relativa opulenza – da cui ci vanno cacciando, ma la cacciata non è ancora compiuta – il nuovo peccato originale è non lottare per la propria felicità.

Dunque l’attacco di panico è patologia specifica di questo contesto, e anche patologia ricorrente di certi momenti di snodo. Si affacciano al ridosso di una laurea – ma anche a ridosso di un matrimonio, e anche certamente di fronte all’eventualità di una gravidanza. In quanto spie di un ordine difettoso, esplodono con vigore davanti a giri di vite che sembrano materializzare in modo più concreto un certo modo difettoso di stare al mondo. Per questo, tecnicamente sono tra le cose più facili da risolvere, con qualsiasi approccio un bravo clinico ha ottime probabilità di estinguerli nel giro di un anno, ma allo stesso tempo possono nascondere molti tranelli. Il panico è una domanda, smette di emergere quando la domanda reale è accolta, ma se la risposta e la riorganizzazione psichica correlate a quella domanda non sono portati a termine, riemergerà.

Così come bisogna tenere presente che siccome l’attacco di panico è una parola e una domanda, estremamente versatile e adattiva – è fisico, genera allarme e genera malessere, procura limite e attenzione, se ci si mette mano subito si tace, ma se non se non lo si fa con energia e decisione, si cronicizza, diventa cioè una parola adattissima alle più svariate domande psichiche, le psicoterapie faranno più fatica, se chiamate in causa tardivamente, a essere efficaci, e la dipendenza dai farmaci sarà più stringente. E’ un male amico insomma, ma quando si presenta è meglio non tergiversare e andare subito in consultazione.

 

 

(Buon viaggio)

(Devo dirti che mi piacevi, per due cose due, tue proprie.
La prima era esibita nel ventre grande, e la pappagorgia, e tutto quell’armamentario di vecchio grasso e contento, uno stare al mondo assertivo e leale, un essere a buon diritto pieno di te, vivaddio e di chi se no in questo mondo di miserie. Tutto questo te dentro di te, doveva essere stato morbido e ingombrante, anche da portare negli altrove pure metaforicamente, tutto quel te non aveva niente di riducibile, non abdicava ad ipocrisie.
Maestro Camilleri, mi ricordo ti chiese una volta un povero giornalista: come era lei da bambino?
E te hai risposto, con moltissima calma – uno stronzo.

Uno stronzo hai spiegato, perché dicevi, eri viziato, indolente, dispotico e amatissimo, e questo saper dire “uno stronzo”, con quell’accento, del bambino che eri stato, uno che diceva sempre voglio, spiegavi, era una dichiarazione di poetica, e di etica. Una dichiarazione di lealtà e di trasparenza, qualcosa pure di cinico e antiretorico – niente scrittori maledetti, niente scrittori militanti, niente scrittori tormentati. nienti di nienti. Uno bravissimo a campare e a pensare per bene le cose.
Io di quel tono di voce, con cui hai risposto, di quella lucidità soave – ho fatto un manifesto esistenziale.

Certo ti sono stata grata perché ti sei inventato un linguaggio e un mondo, e sono due delle tre cose che chiedo a uno scrittore, e certo ora sono immalinconita ( “uno stronzo” – Non credo che tu permetta l’eccessivo cordoglio per una morte ad anni novantatrè, così mi hai insegnato, immalinconita però spero che me lo concedi) dicevo sono immalinconita per certi pomeriggi in cui ho abitato la tua Macondo sicula, una Macondo elegante e senza mafia, dove troneggiavano finalmente chiese bianche e ricciolute, e mareggiate mozzafiato. Io ci capivo un terzo della trama, devo confessarti, per gli intrecci sono sempre stata modesta, il giallo poi per sua natura mi affatica, ma mi mangiavo le parole, mi mangiavo questo siciliano reinventato, distante da quello reale, e adoravo questi siculi tuoi, caparbi pittoreschi e sensuali. Ma pure, devo dirti grazie per certi momenti di grande tragico, che la serie televisiva da te supervisionata, qualche volta è riuscita a rispettare ( volevo per esempio pure dirti grazie per un certo vecchio pescatore che Montalbano trova alla fine di un romanzo mi ricordassi quale, e questo vecchio pescatore ha ammazzato il proprio figlio, diventato intollerabilmente disonesto. E dice a Montalbano questo pescatore, una cosa come, cito a memoria, che i ricordi e le colpe sono come i pesci che rimangono nelle reti da pesca, dice una cosa così, volevo dirti grazie per quel pescatore li, la sua etica, il suo dolore, la sua rottura di un cliché, un piccino grande, come capita a volte nella Letteratura quelli li, i poemi omerici, il teatro greco, il Vecchio Testamento.)

Ma devo confessarti, che come dicevo sopra mi piacevi pure per un’altra cosa, che ora io dico con immenso affetto e gratitudine e boh. Te ci avevi del mestierante, dell’artigiano, ci avevi i trucchi e le pause teatrali, ci avevi quel modo di un certo tipo di autore, che usa la scrittura come una vecchia macchina, una cosa questa che capita di percepire più frequentemente negli scrittori di genere. Sono sicura che hai presente quel libro bellissimo che è la zia Julia e lo scribacchino di Vargas Llosa, e quel personaggio adorabile che è lo scribacchino, che ci ha i suoi stilemi e i suoi modi, e comincia i suoi romanzi sempre allo stesso modo.
Io ti indovinavo questa cosa qui degli stilemi, che però erano indubbiamente molto più belli e sofisticati, ti indovinavo il mestiere, il sapere artigiano, che quasi ti prescindeva, e mi ero alla lunga affezionata a questa cosa.  Questa cosa, il mestiere mi ha messo sullo sfondo la tua risposta alla terza domanda che faccio almeno io a uno scrittore, e che riguarda la sua visione del mondo la sua filosofia, per come emerge dalle cose che racconta. Ma mi ero affezionata a questo tuo incredibile mestiere, questo tuo saper fare. Forse, succede sempre quando ci si siede a lungo e frequentemente nei libri di uno scrittore, in ogni caso grazie grazie grazie. )

 

Buon viaggio, qui