Diario

 

(Quando vengo a Venezia amo tornare negli stessi posti, e anzi, cerco sempre dei nuovi stessi posti, da aggiungere ai vecchi. Gli stessi posti, mi danno l’illusione di un’intimità solitamente sfuggente, fanno il lavoro che fanno con le amanti quando i mariti delle altre ce le portano a cena. Gli stessi posti creano una confidenza quasi apollinea, una fede al dito pure se solo per gioco. Gli stessi posti dicono, come il mio bar del mattino qui a Venezia (san Luca), per la signora un caffè molto schiumato! Oppure, come il libraio in terà degli assassini, niente Remo Bodei signora mi spiace. (ma l’hanno ristampato)

Stavo a caccia allora di un nuovo stesso posto, e avevo adocchiato uno spacciatore di gonne di lusso dalle parti di campo Manin, ero entrata piena di buoni propositi, ma anche a Venezia ci sono queste sciure che combattono la morte con la diffidenza, la finitezza con la supponenza, io scodinzolavo piena di buona volontà (e incoscienza) intorno a una sottana di crema, turchese e amaranto, la sciura mi guardava però con secchezza, mi accoglieva con troppo ritardo – forse avevo troppo rossetto, forse troppa Capitale, forse troppi chili chi sa – e me ne andavo allora mesta.
Ci son pure gli stessi posti dove non andare.

Mi aveva molto scoraggiato, questo stesso posto che avevo più volte puntato. Ho uno stesso posto di anelli (teatro la Fenice) uno stesso posto di vino alla mescita (santi apostoli) ho fatto persino pace con il mio stesso posto preferito di alcolici e cicchetti il Bottegon, che mi pareva non si volesse mai comportare da stesso posto, invece ora se incontro qualcuno che lavora al bottegon per Venezia quello persino mi saluta (con un gesto del mento, la faccia inamovibile, non si può chiedere troppo) e questo per me è una gran cosa,  per esempio quando vado in un mio stesso campo molto amato, pieno di bambini sempre allegri, e ragazzini che stanno per innamorarsi (campo santa Margherita.  E vecchi pure, vecchi che si innamorano di nuovo e stanno a bersi aperitivi seduti sulla piazza, la fettina d’arancia e la signora di lino accanto  – da spiare con pudore).
Avevo deciso quindi di abdicare. Non sono dell’umore opportuno per nuove delusioni.

Ma sapete che è successo oggi?
Ero tornata a Murano, per una ricerca di allegria che in questi giorni seguo per contrasto, la questione di tutte quelle botteghe di vetro, gli alberi nel sole, ed ero tornata prima a mangiare nello stesso posto dell’anno scorso – ma senza precisa intenzione, voglio dire né per colonialismo né per seduzione – un ritorno quasi casuale dovuto alla contingenza. Un ristorante che ha una vista bellissima sulla laguna, e gestito da ragazzini, e questi ragazzini mi hanno riconosciuta a me e ai miei, e ci hanno coccolato (un primo nuovo stesso posto!)  e poi siamo andati li accanto, dove ci sono gli ultimi signori della laguna che fanno bicchieri sontuosi, stanno nascosti dai turisti, quindi noi ci siamo messi li, io che ho una famiglia eh, dei bambini, proprio come l’anno scorso, a spiarli a lungo lavorare, a sentire le storie del vetro, del laboratorio, di Marta Marzotto che ordinò dei bicchieri sottili e altissimi e poi morì.
Come state? Ha detto il magico artigiano, quando siamo arrivati.
Due stessi posti in una sola giornata, quasi come quando l’amante riesce a passare la vigilia con l’amato)

 

(qui )

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(morire, volevo dirti, morire in generale non si fa)

Il mio gatto stava attaccato alla vita con solo ormai due corde lise, che gli passavano dalle zampe, quelle davanti, mentre il resto della sua bellezza di gatto era diventata inerte e pure dolorosa.
Il tempo s’è mangiato il mio gatto, io credo almeno la sua parte materiale, il tempo fatto di cose che si toccano e cambiano strusciando l’una con l’altra, trasformandosi, distruggendosi.
Per esempio il pelo del mio gatto, ora che era attaccato a queste due esili corde, era diventato diradato e opaco, perché dei tanti tipi di tempo che se lo potevano mangiare, il più vorace è stato quello in cui abbiamo visto insieme dei film alla televisione, io e il mio gatto.

Pure le guance gli erano diventate asciutte e smunte, gli zigomi pronunciati di un povero del dopoguerra, il muso di un gatto di sabbia e di rovine, quando a dire il vero, aveva avuto sempre guance piene e gradasse di gatto sovrano, guance di gatto omaggiato e viziato, guance quasi boriose aveva il mio gatto, e queste guance gliele deve aver mangiato quel tipo di tempo, che passa per i baci sulla testa.

(Era stato un gatto metodico, pigro, ieratico e paziente, portato per giochi da tavolo più che per l’atletica, empatico e gentile nei momenti di tristezza, quando avevo lo studio in casa aveva sostenuto dei pazienti, qualcuno lo ricorderà con affetto. Questo per dire, che non è stato il tempo dell’agone e della virile caccia, a fare del mio gatto un gatto magro, sottile e ed evanescente. Disprezzava queste sciocche occupazioni. Lo ha consumato invece il tempo delle discussioni di clinica e filosofia. E forse pure quel guardarsi negli occhi sfidante e agonistico – facciamo a chi ride prima.)

E certo è stato un tempo cattivo e iniquo, vorrei dire non quello passato sulle mie spalle o tra i miei piedi, quello che faceva piangere il mio gatto di dolori al ventre, per quanto fosse un gatto vecchio e stanco. Quello è stato il tempo cattivo della malattia incurabile, per la quale mio gatto amato, abbiamo fatto quel che si poteva, punture e pasticche, e gite dal dottore e cibi selezionati. Siamo stati felici, e per un po’ abbiamo pure pareggiato.
Ma due corde sole sono troppe per tirare una vita, non si può fare e dunque gatto mio amato, le abbiamo dovute tagliare
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Dedicato a un uomo che conosco e alla sua amante.

C’è un certo tipo di amore di un certo tipo di uomini per un certo tipo di donne che capita raramente di osservare, ma ancor più raramente di poter leggere. Addirittura mai può capitare di vederne diagnosticata la natura. Quando si incontrano insieme questi uomini e queste donne lo sguardo li fa sempre sposare per una traiettoria ovvia – che è quella della opportunismo, oppure quella dell’infantilismo. Lo sguardo collettivo cede all’apparenza del gioco delle parti. L’artista che è amato per via del genio, per il narcisismo creativo, il bisogno di dirsi dicendo cose meravigliose – e lei la donna che lo ama che lo cura lo protegge gli ammorbidisce una vita per cui non è pronto.
Lui è la trascendenza è lei è l’immanenza, lui è lo sguardo sulle stelle, i cicli della luna, i pianeti che disegnano ellissi, e le comete e le eclissi. Lei è la voce che risponde al telefono, la mano che controlla i documenti, lei è la capacità di comandare, di organizzare, di imporsi, di non intimidirsi. In effetti – lei è quasi sempre odiosa.
Quando questo certo tipo di amore, di un certo tipo di uomini per un certo tipo di donne, capita in letteratura quasi sempre si decide che lui è il talento e lei la sua assenza, che lui è il debole e lei la forte, che lui è il figlio e lei la madre, che lui potrebbe cercare molte amanti e lei nessuno.

Invece – accade che l’uomo con il talento dell’interpretazione, quando incontra una donna del genere, ne legga l’animo e indovini il contrario dell’apparenza. Egli vede nelle polarità di lei una struggente composizione dei suoi stessi opposti, indovina che quella sbalorditiva capacità di domare la realtà, quel disinvolto cinismo con cui schiva gli imbarazzi e i ripensamenti, quell’aggressività in eccesso che la fa rispettare e spesso detestare, sono le scorie di una infelicità mai assopita, la scia di una debolezza. Quello che per gli altri è disdicevole o insopportabile, a lui riesce in un certo modo tenero – in un altro afrodisiaco. Siccome quel certo tipo di uomo, vede dietro il pensiero e dentro la voce, ama proprio quel dentro, quel contrario, quell’oscura ansia che freme. Giacché lui ha una femminile calma interna che gli dona la calma esterna, lo eccita sapere il segreto della sua megera, lo trasforma in un padre affettuoso di una bambina difficile. E quando lei riesce a fare tutte quelle cose che a lui sono impossibile da concepire – quel dirigere la realtà come un orchestrale, quella freddezza con cui rimanda indietro tentativi di lusinga, di conquista – lui prova l’orgoglio che ha il genitore per il figlio che si sa difendere e perdona con indulgenza le unghie e il sudore, perché sa che la sua compagna è sempre all’inizio della lotta.

La maggior parte delle grandi alleanze, hanno sempre nei fondali da drenare il segreto di un incastro ben riuscito, un bacio di parti segrete. La bisbetica non ama sempre un domatore – ma più frequentemente cerca un recinto, da proteggere e da cui essere protetta, dove poter nitrire, scalciare, sbuffare, ruggire, graffiare, urlare – senza farsi del male. E se sulla staccionata ci sono stelle, e astri, e comete, e cieli di mondi sconosciuti e fantastici, è anche meglio, è anzi di più: quella staccionata è il ritratto di una fantasia che aveva desiderato ma che non si è mai potuta permettere. La ama e la venera perché ci sono tutte le parole che avrebbe voluto imparare, che non sperava di avere un giorno così vicine al suo corpo e al suo cuore, e che ora può credere che forse siano sue.

Note sull’interruzione estiva della psicoterapia

 

 

Sono una di quegli psicoterapeuti che impone ai pazienti una lunga pausa estiva – solitamente, due mesi. Non mi nascondo dietro a un dito, e so che questi due mesi sono scelti prima di tutto in risposta a mie esigenze personali, so anche che in generale per molti casi i due mesi di interruzione sono una prova difficile che può creare ansia e preoccupazione. Tuttavia penso anche che l’interruzione estiva sia un momento importante del lavoro per moltissimi motivi.

Il primo di questi motivi riguarda la connotazione specifica del percorso psicodinamico, che è lungo, dura anni, preferibilmente si svolge a una frequenza alta (io lavoro più volentieri con due sedute a settimana) perciò per sua natura incoraggia una dipendenza.   La pausa estiva offre una sorta di sperimentazione in vitro riguardo l’elasticità rispetto a quella relazione, e incoraggia, a modo suo, processi di individuazione del paziente che altrimenti vivrebbe una condizione di dipendenza costante. Penso sempre, nonostante mi affezioni ai pazienti e un pochino inesorabilmente mi dispiaccia, che vengono da me per imparare a stare lontano da me, non per essere bravissimi a stare nella mia stanza bravissimi a dire le cose per tutta la vita. Devono allontanarsi prima o poi.

Siccome dalla pausa estiva vi è comunque un ritorno in stanza, è anche un buon dispositivo di indagine per vedere come si vivono i processi di separazione nelle situazioni di attaccamento, e ragionarci insieme. Quando infatti la pausa estiva arriva su una relazione clinica ben avviata, spesso si ha avuto modo di constatare insieme come il modo del paziente di viversi l’analista ricordi i suoi modi di viversi relazioni importanti anche con i genitori, per quelle che in gergo vengono chiamate le dinamiche di transfert, e quelle stesse dinamiche di transfert potrebbero rivelarsi anche nel come è stato pensato il terapeuta che ha deciso di andare in vacanza. Allora può succedere che pazienti che hanno avuto un atteggiamento ostile e bellicoso verso la terapia per tutto l’anno vadano in ferie e percepiscano affetto o dipendenza, altri che con la relazione hanno una vicenda problematica possono accorgersi di sentirsi più rilassati e liberi, ma allo stesso tempo ripensare alla lunga relazione analitica come qualcosa di più tollerabile del previsto. La separazione estiva è comunque un importante momento per capire il proprio modo di essere con.

Il che bisogna dire vale anche per l’analista che verso i pazienti ha una specie di doppio controtransfert: uno più generico, che investe tutto il lavoro, una sorta di idea generale di paziente e di essere con i pazienti, e uno più specifico e che cambia da relazione a relazione. Questo secondo tipo di controtransfert è una fonte di informazione preziosa per le terapie in atto: l’analista si accorgerà di tendere a preoccuparsi, almeno inizialmente, più di un paziente che di un altro, non tanto per lo stato clinico in cui versa l’assistito, ma per come l’inconscio dell’assistito vuole che l’altro lo pensi. Per cui – per fare un esempio – ci saranno pazienti che inducono l’analista a essere molto tranquillo che tanto da solo se la caverà benissimo (e magari questo è un problema costante di questi pazienti che non riescono facilmente a mostrarsi vulnerabili – nel terrore di ingaggiare delle relazioni che potrebbero farli soffrire) e altri che invece faranno in modo di far sentire il terapeuta in stato di apprensione (uno stilema relazionale pericoloso quanto frequente nella relazione terapeutica, perché porta il clinico a sentirsi importante e indispensabile, e il paziente a sottovalutare le proprie risorse evolutive). Quindi il come si sentirà il terapeuta rispetto ai pazienti nella pausa estiva, darà contezza del modo di ingaggiare le reazioni di quel paziente di come fa sentire gli altri delle sue relazioni importanti.

Di tutte queste cose si parla molto al rientro. Ma nella separazione ci si troverà a combattere anche con altre questioni. La psicoterapia infatti, svolge due funzioni: la prima è quella di contenere emotivamente il paziente, la seconda è quella di dare una strumentazione di bordo al paziente. Le due operazioni sono spesso intrecciate, perciò si può dire che molto spesso il paziente formula una domanda emotivamente e ha una risposta altrettanto emotivamente carica, per cui nella via dei toni di voce e dei gesti passa la funzione accogliente e contenitiva, e nelle cose che ci si dice la risposta procedurale ai problemi psichici che la persona porta. All’interruzione però il paziente scopre che il contenitore è assente e potrebbe usare delle strategie personali per garantirsi il fatto di essere pensato e quindi contenuto anche se da lontano, ma constato che questa perdita di contenitore è spesso più angosciante per le separazioni dei primi due anni di terapia mentre per le successive in genere va scemando. Il contenitore esterno è finalmente sufficientemente introiettato e ci si può concentrare sulla seconda questione, ossia la strumentazione acquisita.

Questa penso è la parte più interessante dell’interruzione.
I pazienti che vengono in analisi, di solito portano un problema definito inerente la loro domanda di cura, che poi viene nel corso delle sedute riformulato e iscritto in un nuova rappresentazione di se. Il nuovo quadro, sempre in divenire, mette in luce altri problemi – magari anche più vasti – e una serie di risorse che non erano state mai considerate. Quindi accade che dopo la prima e piuttosto lunga riformulazione del modo di funzionare di una persona – emergano delle coazioni a ripetere, delle modalità di interazione con le persone che portano costantemente il paziente in una situazione diversa da quella che vorrebbe. Ma capitano anche sogni e fantasie, che rivelano al paziente informazioni del suo mondo interno e di come lui o lei reagiscono alla vita che prima non sospettava di avere. Quindi il paziente che avviasse una terapia psicodinamicamente orientata si ritroverebbe a considerare due novità della visione dei suoi problemi e risorse: una riguarderebbe una sorta di itinerario maligno dei suoi comportamenti che producono regolarmente effetti che non desidera, l’altra la sua vita inconscia cosa gli dicono i sogni delle necessità di questi itinerari.

Allora accade, specie nelle separazioni che cadono nel centro della terapia, o nella fase più vicina alla conclusione, che durante l’estate capitino situazioni che mettano alla prova le interpretazioni messe in cantiere durante l’anno e possano rappresentare per il paziente delle vere e proprie sfide. La psicoterapia anche analitica non è mai solo un lavoro dell’inconscio o della relazione diadica, ma spesso e volentieri, al di la delle retoriche che spesso entrano in scena, vuole uno sforzo dell’io per evitare di cadere in vecchi copioni. Allora può succedere che d’estate un paziente riesca a trattenersi per esempio dal chiamare una persona cara un numero troppo frequente di volte per sentirsi tranquillizzato e riesca a tranquillizzarsi da se, perché ha capito che cosa mette reiteratamente addosso a quella persona che angoscia ossessivamente, oppure che riesca al contrario a cercare qualcuno perché riesce finalmente a sintonizzarsi con un suo desiderio e a capire che sono le sue proiezioni di sventura a impedirgli di contattarlo. Siccome non c’è il terapeuta in carne ed ossa in questi frangenti, non ci sarà possibilità di parlarne il giorno dopo, quando queste sfide del reale vengono affontate anche con parziale successo, il soggetto ha una percezione di efficacia di forza, di crescita personale che nell’itinere della relazione analitica potrebbe essere meno evidente. Tutto quello che accade è sul suo e sull’uso che fa di quello che è accaduto in stanza nell’anno.

Questo vale anche per la produzione onirica. Io sono una terapeuta di orientamento psicodinamico e tendo a incoraggiare un uso empirico dei sogni, a mischiarli nella gestione del quotidiana perché nella mia esperienza professionale sono una risorsa e nella mia esperienza di paziente l’uso dei sogni per capire come sto al di la dell’apparenza è stato il più grande regalo che ho ricevuto da chi si è preso cura di me, ed è rimasto a terapia conclusa. In questo senso mi trovo particolarmente bene con la decodifica junghiana del sogno, e cerco di fare in modo che i pazienti se ne approprino in modo da saper utilizzare i sogni nel loro stare quotidiano anche senza analisi. Certi pazienti d’estate sognano di più, e hanno una grande occasione di usare la vita onirica da soli, cercando di capire cosa sta succedendo e se ci sono delle reazioni emotive in atto a una qualche esperienza del reale che stanno sottovalutando o ostinatamente escludendo dal loro campo visivo. Il sogno non dice cosa accadrà nel fuori da noi, ma siccome dice cosa accade ora dentro di noi, è un buon punto di partenza per fare delle considerazioni importanti.

Tutte queste cose poi verranno discusse al rientro. Di solito le psicoterapie – anche se purtroppo non sempre, molto spesso anzi non accade – dopo l’interruzione estiva, fanno come un balzo in avanti. Si ha la sensazione che d’estate il dialogo terapeutico, sia continuato e si siano aggiunti tasselli importanti. Non di rado, quando la terapia riprende, assume un registro un pochino diverso da quello che era l’anno precedente.

Su Lonesome Dove

 

Quando ero bambina, tra i cinque e i dieci anni, ho visto molti western insieme a mio nonno. Di solito stavamo in salotto, lui era un uomo di statura importante, io ero in braccio a lui e i nostri pomeriggi tipici erano: poltrona pistole cappelli e polvere e poi “la domenica sportiva”.
Non ricordo di essermi annoiata in quei pomeriggi. Era anche il modo di guardarli ad alleviarmi da un eventuale fastidio: a posteriori mi rendo conto che c’erano nei commenti di mio nonno, ironia e autoironia. Credo che ci fossero due uomini infatti a guardare quei film: in primo luogo certamente il vecchio europeo, che aveva sposato una traduttrice e una professoressa di lettere, che veniva dalla militanza del PCI e che considerava il genere l’apoteosi di una genuina americanitudo, naif nella sua dicotomica visione del mondo, puerile nel suo ricorso continuo alla sfida delle armi. Con una donna come mia nonna dietro le spalle, tutta la ritualistica del saloon, il pulirsi la bocca col dorso della mano, il tirarsi il cappello indietro sedendosi per poi scannare il primo distrattone con il calcio della pistola, non poteva che essere considerata con sarcasmo.
L’altro uomo che guardava i western era il ragazzino con la quinta elementare che lui era stato, che era andato a combattere imberbe in Africa, che poi era stato con le armi in mano dalla parte dei fascisti e infine, raggiunta la ragione, dalla parte opposta. Questo secondo spettatore riconosceva in certi entusiasmati trasporti contro gli indiani – la risposta di un se stesso diverso: non animale, e manco bambino e manco stupido – ma il maschile il combattente, quello che sa che cazzo si deve fare con i cattivi, e mio nonno ecco prendeva in giro anche questo spettatore – pur non abdicandovi mai, sapeva di essere stato prima di tutto quello. Un ragazzino che voleva diventare uno sceriffo, e per un certo periodo della vita lo era pure stato. Nel dopoguerra gli fu riconosciuto un certo prestigio sociale.

Forse perché femmina, forse perché più figlia di mia madre e di mia nonna, e dei libri dentro casa mi sono rimaste addosso a lungo le tracce del primo spettatore, e abbandonata la poltrona di mio nonno, ho considerato il western qualcosa di grossolano, banale, infantile, poco interessante saturo di stereotipie. Questi paesaggi ocra e mattone dove dominavano colori di polvere, gente che si scannava per ogni sciocchezza, pochissime donne certo un po’ più sboccate e sfidanti delle nostre ma alla fine sempre con la parannanza, tutto mi pareva una ridondante fenomenologia di balletti da gallo cedrone. Li ho trovati a lungo film dannatamente semplici, prevedibili, goffi. A tutt’oggi, avendo lasciato la spocchia eurocentrica battendo i sentieri intellettuali di altre Americhe, non posso dire di amare il cinema western, come in generale ho sempre un’attrazione modesta per la produzione di genere – la quale sui grandi numeri cade sempre nel problema di avere delle norme che ingessano la trama, la scrittura, la sintassi espressiva e ideologica.

Su questo retroterra e con queste aspettative ho letto Lonesome Dove di Larry McMurtry ( einaudi, trad. it Margherita Emo ) un libro che mi ha avvinto per una trama incalzante, e incantata per la grande quantità di passaggi  bellissimi – ma che mi ha insegnato delle cose importanti, su cui non avevo a sufficienza riflettuto. Queste cose importanti vanno su due binari diversi al punto tale che quando ho deciso di scrivere un post su questo lavoro non sapevo se occuparmi di una pista o dell’altra. Cercherò di rappresentare entrambe le piste – le strade battute con cui riflettere sull’anatomia del romanzo.

La prima pista interpreta il romanzo come l’epos di una fondazione ideologica culturale dell’America come noi comunemente la conosciamo. In questo senso Lonsome Dove è il romanzo di una fondazione, qualcosa che somiglia più all’Eneide che a un duello di pistoleri. C’è un gruppo di uomini che vivono in una terra ostile e complicata, il Texas – molti serpenti e poca vegetazione, che vengono a sapere che al nord, nel Montana, ci sono pascoli, un clima più ospitale, e si può pensare di avviare un rench. Sono brave persone ma piuttosto scalcagnate, ex ranger, ex combattenti, con tentativi maldestri di famiglia sempre abortiti. Soggetti che non sono comunque riusciti a iscriversi nel nascente tessuto borghese. Le loro partner sono tuttalpiù prostitute e tutti dai più giovani ai più vecchi sono nella posizione di chi non ha molto da perdere. Decidono perciò di fare un lunghissimo viaggio, pieno di sfide e di pericoli – che leggeremo tutti con il fiato alla gola: i cattivissimi indiani, le tempeste di sabbia, gli attacchi dei serpenti – per arrivare al nord e cercare di costruire qualcosa di meglio. Ci saranno delle morti, molto dolorose, ma i protagonisti arriveranno a destinazione e l’America, inizierà.

Questo viaggio per me quindi è stata prima di tutto la storia di un’edilizia sociale. I protagonisti eroici ma disgraziati, senza nobili origini né soldi in banca, senza mogli ma solo puttane, sono una buona allegoria dell’origine degli Stati Uniti, i cui pionieri erano in primo luogo galeotti, la feccia d’Europa mandata lontano. Viaggiando verso nord si confrontano con una serie di sfide politiche e sfide morali e si dipana la strutturazione del pensiero condiviso dell’America odierna. Per fare un esempio, in un passaggio un uomo dice ad un altro, alludendo alla possibilità di ucciderlo – questo è un paese libero, dopo tutto. E’ una battuta, ma è anche la rappresentazione di quell’intersezione morale che produce la tigna con cui gli Stati Uniti ancora mantengono la libera circolazione di armi. L’arma cioè è una libertà del maschile, della difesa, del portare a termine un giudizio. Ugualmente, la risalita al nord fa ruotare l’esperienza con gli Indiani, come se fosse l’acquisizione di una prospettiva complessa: all’inizio sono temibili, cattivi, malvagi, e lo sono davvero e fanno davvero delle cose tremende, ma alla fine sono poveri, ne compaiono le famiglie, arriva la disperazione, e il più saggio della compagnia, ammonirà gli altri dicendo, ricordiamoci che non ci hanno invitato. Simili acquisizioni di senso arrivano anche rispetto ai nigger, con una riduzione del razzismo che procede nel viaggio, e che risulta apparentemente casuale, ma in realtà rientra in un progetto narrativo che è la costruzione di un pensiero politico condiviso. All’arrivo nel Montana, questa prima America stanca ma piena di energia, avrà una sua prima mitica vecchiaia, che potrà fondare un modo di pensare che ha delle tenerezze come delle maschie cicatrici, e tutte conducono a un’idea in primo luogo pragmatica, muscolare di certe necessità, dove i valori dominanti saranno, la capacità di lavorare, di saper risolvere problemi seduta stante, ma anche di accettare il dispiacere e il dolore e il senso delle cose. Si costruirà un mondo leale, onesto, con una sua nobiltà tragica – bellissimo l’episodio della necessaria impiccagione dell’amico, lo stesso che ha dato ispirazione al viaggio, ma che è colpevole di una grave ignavia, di una grave incoerenza, di una grave mancanza di protezione verso i deboli.   Il vero nemico dell’ America futura non sarà il cattivo con una sua rintracciabile deontologia ed etica degli affetti, ma il vacuo, il futile, la banalità del male di chi non si occupa dell’altro, di chi non pensa sia importante schierarsi e scegliere, e tenere la barra dritta.

Non si edificherà una cultura davvero sana però, questo sembra dire il libro, perché c’è una parte del processo di individuazione che questo gruppo fondativo attraversa, e che sostanzialmente fallisce e riguarda l’integrazione del femminile psichico come reale. Qui veniamo alla seconda lettura del romanzo, la seconda pista, che riguarda le poche e magnifiche donne di Lonesome Dove. Diversamente dai western tradizionali anche dagli epigoni sofisticati della tradizione – pensiamo a Meridiano di sangue – i personaggi femminili e la relazione che con esse intrattengono i protagonisti, sono la chiave di volta della struttura narrativa il senso profondo di tutto il lavoro. Tutti questi caw boy sono alla fine brave persone bravi ragazzi – capaci di innamorarsi di una donna, di solito una puttana – il corrispettivo femminile del galeotto della fondazione – ma nessuno è capace di entrarci in relazione, mantenere la relazione, edificarci un progetto. Lorena, la meravigliosa ragazza testarda e sognatrice che segue la banda in un accampamento distaccato, è scopata, amata adorata e anche violentata e protetta, ma nessuno riesce a stare con lei davvero, e alla fine rimarrà a vivere con un’altra donna, senza che nessuno dei suoi innamorati riesca a prenderla per se (anche qui in storia delle idee, sembra una buona metafora della necessità del femminismo radicale) . I protagonisti della banda – e di molte delle storie parallele,   dipanano i diversi modi del maschile di approcciare e amare il femminile anche molto meno battuti dai media e dalle rappresentazione culturale – perché molte delle donne di Londsome Dove, sono delle gerarche del sentimento, dell’emozione, dell’eros e della scommessa emotiva, sono titolari di una pienezza sentimentale e di una consapevolezza della vita e della morte, che ha qualcosa di radicale violento e misterico  così forte e dominante da non riuscire a essere integrabile. Sono donne meravigliose anche volendo spietate e cattive e con l’autarchia tipica della estrema vitalità che non riesce a essere amabile. Le due grandi donne di questo romanzo alla fine Lorena e l’altra, Clara, notevolissima pioniera, finiranno a rimanere da sole e a costituire il parallelo dei due grandi maschi che non sono riusciti ad avere il femminile, Call e Augustus. Su questa scissione si costruirà l’America imperfetta, che in certi prodotti culturali più sciatti e disattenti, specie quando si trattava di caw boy avrebbe allontanato la me stessa ragazzina ( per poi avvicinarla invece con affetto, quando come in questo caso, avrebbe dimostrato di essersene resa conto).

Isn’t this a lovely day?

Certamente dei tanti talenti il suo secondo e più spiccato fu l’apparenza di un’iconografica borghesia. Fu prestissimo una ragazzina carina, e subito dopo una signora rassicurante. Dagli occhi non sarebbero venute proteste, né obbiezioni, né accuse. Della vita non si sarebbero sapute disgrazie, e dalla voce mai alcuna resa, o devastazione, o nudità.
(Il primo talento. Usarsi come uno strumento, suonarsi come un contrabbasso un pianoforte un violino, un archetto sulle corde vocali, cantare come se si fosse un’atleta, un funambolo della nota più alta)

Non che come tante sue colleghe non fosse nata da una bambina abbandonata e senza scarpe, col vestito di mussola e fuori le porte dei bianchi. Non che non fosse poi diventata anche lei, una succulenta gallina dalle uova d’oro a cui gli sciacalli togliessero le penne, giorno per giorno, canzone per canzone serata per serata, canta stella di casa, canta che sei una stella, canta che ti passa, canta per questi pochi dollari che sono pur sempre più di quel che prendeva tua madre a pulire le scale, canta che ci servi a noi bianchi per brindare la sera e sentirci belli. Canta che poi esci dalla porta di servizio.
(Sai, ho cercato delle foto tue con le perle al collo. Ti ho sempre pensata con le perle al collo, perché una regina delle signore, le dovrebbe portare. Con mio enorme disappunto non ne ho trovata neanche una. Ella che peccato, dovevi comprartele. Troppo tardi certo, avresti potuto)

Aveva un sorriso larghissimo, cantava canzoni perfette, e non aveva mai storie fosche da dare alla carta. Divenne anzi una virtuosa della serenità, dello spicchio apollineo del cielo. Cantava incessantemente, incideva chilometri di vinile, calcava palchi tutte le sere, in lunghi dorati scintillanti vestiti da sera e corone di fiori – fino all’estenuazione, fino alla devastazione, senza pausa, senza tregua.
(Lo scat come via di fuga dall’angoscia di morte. )

Era una donna che sapeva far ballare le persone, e farle abbandonare a un godimento rarefatto, innocuo, gentile e per questo a modo suo – inarrivabile. Era un’esteta dei tavolini vestiti e i calici di champagne. Nella sua perfezione formale e nella protezione di un privato pieno di spine e di suture, è stata un primo cittadino di un modo tutto americano di stare al mondo  – quella rigorosa osservanza della levità  – il cinema, certi romanzi sottili, il musical. 
(Dovevi essere gentile e credo molto simpatica. E’ estate Ella, ti ascolto scendendo nelle strade di alberi di curve e di sole, e spero che qualche volta, la tua lotta estrema ti abbia regalato un pomeriggio così, con te stessa nelle orecchie e il sole fuori)

per dire  – qui

Razzismo, un riepilogo di riflessioni

 

 

Di questi tempi il tema dell’immigrazione e del razzismo ha acquistato centralità nel dibattito pubblico e mi pare, nel quotidiano di molti. Non che prima non ci fossero episodi razzisti – e non che non ce ne fossero già troppi – ma la sensazione è che siano in aumento.   Qualcuno potrebbe, forse non a torto, argomentare che in questo periodo in realtà il razzismo fa più notizia di prima, e una serie di piccoli eventi quotidiani, sono diventati titoli di giornali di provincia, o episodi che rimbalzano nelle bacheche dei social, quindi magari non è che il fenomeno va così aumentando, piuttosto l’immigrazione è diventata un argomento di campagna elettorale e anche di divisione identitaria, il contro e il con che segnano il senso di due visioni del mondo, di pensare lo spazio pubblico e quello privato. Parlare di questa o quell’aggressione razzista diventa anche un mezzo per designarsi e definirsi. Probabilmente anche essere protagonista dell’aggressione o essere protagonista di una difesa all’aggressione. Di questi tempi, a fronte di una condivisa sensazione di impotenza rispetto a grandi mutamenti storici e collettivi così come di fronte alla sensazione desolante di non riuscire mai ad assistere a inversioni di tendenza della recessione economica, e di uno welfare sempre più in crisi, il nigger diventa il complemento di argomento che suona coma una ciambella di salvataggio. Altre differenze tra sinistra e destra non sembrano essere dirimenti – non tanto per la qualità delle proposte, quanto per la desolazione degli effetti. L’Italia è un paese produttore di leggi e burocrazie a getto continuo, una reazione malata e omeostatica che cerca di bilanciare il fatto che le leggi e le burocrazie che abbiamo non riescono a essere pienamente applicate.

Gli antropologi su questa inquadratura, potrebbero comunque fare osservazioni molto più sensate. Io invece qui voglio proporre una prospettiva psicologica perché mi interessa naturalmente, e perché penso che possa essere utile tenerla a mente. Generalmente quando si parla di razzismo le persone tendono a voler eludere la prospettiva psicologica perché temono che implichi ipso facto una forma di assoluzione, ritengono che se si associa un certo comportamento volendo criminoso alla psicologia o alla psicopatologia questo eluderà la colpa e la possibilità di colpevolizzare. D’altra parte esistono contesti così pervasivamente razzisti che al semplice senso comune risulta difficile pensare che siano tutti problematici. In termini di buon senso pare una cosa discutibile. Si può dire che Salvini e tutti i suoi abbiano un problema psichiatrico? E’ corretto? E’ psicologicamente sensato?

La maggior parte delle persone tende allora a pensare che il razzismo è un dato culturale, e la lotta ad esso un’operazione di cultura o di pedagogia. Bisogna insegnare ai bambini a non essere razzisti. Da piccoli. Alcuni ammettono una prospettiva psicologica dicendo: bisogna insegnare ai bambini da piccoli a non essere razzisti perché c’è una sorta di paura delle differenza che nelle nostre remote basi psichiche, e allora bisogna contrastare questa nostra originaria diffidenza maligna con un’operazione culturale.

 

Ora io penso che di razzismi ce ne siano tanti, e legati a diverse storie individuali e gruppali, fare perciò un discorso generico rimane rischioso e lascia il tempo che trova. Appunto al massimo lo spazio su un blog. Ma in linea di massima però mi viene da dire questo. L’atto razzista è un atto contro l’umano, e di per se per me è sempre un atto patologico. La patologia per me la da la violazione della regola kantiana: usa l’altro come fine e mai come mezzo. Quando ti scordi che l’altro è un essere umano come te, e lo usi come tramite perché lo trasformi in metonimia, in sineddoche, tu stai violando la regola kantiana, e stai cedendo a un funzionamento psicodinamicamente regressivo, non nevrotico ma borderline se non psicotico. Se tu decidi che quella bimba di sedici mesi, in quanto rom è solo il suo essere rom, è il mezzo delle proiezioni cioè che tu metti addosso all’essere rom, e la colpisci col fucile, perché non stai vedendo in lei tua figlia, tua madre bambina, te bambino, tu stai cedendo a un comportamento psicotico. Se tu di fronte a una donna sopravvissuta in mare inneggi alla sua morte non vedendo in lei qualcosa che tu sei, ma una serie di cose che non è esattamente logico proiettare in lei, tu stai cedendo in un funzionamento regressivo.
Gli psicologi di orientamento psicodinamico, per la precisione parlano spesso di meccanismi di difesa -cioè di strutture psichiche che noi utilizziamo per comprendere e difenderci dal reale. Queste difese nella teoria psicodinamica sono gerarchizzate: in alto ci sono quelle più adattive e correlate a funzionamenti psicologici più sofisticati, in basso ci sono quelle più rigide collegate a funzionamenti più arcaici e rigidi. Le prime sono nevrotiche le seconde sono borderline o psicotiche. Fornire elucubrate disamine della realtà è una difesa superiore nevrotica per esempio (intellettualizzazione) stabilire a priori che una certa persona ha tutti i difetti mentre un’altra tutti i pregi è una difesa più border line (scissione). Quindi il razzismo è quella parola condivisa che porta le persone a funzionare in un certo modo e a costruirci sopra una serie di scelte conseguenziali. Qualche volta quella parola è la parola adatta a una psicopatologia franca a monte (va detto: sempre più spesso di quanto si pensi) a volte invece è una parola che porta verso un comportamento psicopatologico.

Il fatto è che, questo oggi può succedere cento volte più di ieri. Tutto con la rete  è ancora più culturalizzabile di un tempo, tutto può diventare gerarchia di valori condivisa anche in lemmi che stanno con un piede nella psichiatria. Questa cosa a noi è nota soprattutto in forma di propaganda, che è in genere un sistema studiato a tavolino per portare le persone a funzionare in un modo diverso dal consueto. Ma esiste, da sempre, e oggi di più una culturalizzazione dei sintomi che viene dal basso, che viene dall’incontro tra pari, di cui poi l’alto in caso può approfittare in un secondo tempo.
Per far capire di cosa parlo posso fare un esempio riferendomi a una cosa di cui mi sono occupata anni fa, l’anoressia e i blog pro ana nel web. Ossia: esistono giovani donne con una psicopatologia alimentare grave e avanzata, ragazze che hanno dei ricoveri in clinica, delle storie di intubazione e di rischio di morte, che tengono dei blog che parlano della loro situazione. Questi blog parlano dell’anoressia come di una religione e delle traversie a cui sottopone il disturbo come delle prove necessarie, hanno dei codici culturali condivisi: una dea – ana – e dei comandamenti. Hanno anche dei temi e delle cifre stilistiche ricorrenti: foto di ragazze magrissime, e post in genere molto ricorsivi sul tema della fame e del cibo, o anche del dolore e dei ricoveri, e certo delle persone estranee  che non capiscono. Le giovani ragazze che li tengono hanno quasi sempre problemi molto gravi e importanti ma scrivendone fanno rete tra di loro e come dire creano un microcontesto culturale, dove si associeranno altri fattori che si mischiano con il disturbo alimentare. Icone: la danza, la moda. Valori la forza e la segretezza via discorrendo. Credo che possano avere una forza estremamente repulsiva, possono suonare sinistri, ma anche molto seducenti per esempio per esempio per chi ha problemi di marca diversa, ma che hanno a che fare con quella che un vecchio analista   – Tedeschi – chiamava coloritura dell’io. L’altisonante dichiarazione di soggettività è terribilmente attraente per chi se ne sente in difetto, e credo che in questo risieda la forza del contagio psichico di molte patologie che scivolano nell’atto criminale. E’ una cosa, questa della culturalizzazione della patologia che diventa oggetto carismatico che per me ha a che fare anche con la seduzione esercitata da altri e vari comportamenti aggressivi. La violenza di genere, il bullismo, le varie forme di criminalità nelle periferie urbane.

Io credo che tenere a mente questa cosa, potrebbe fornire degli strumenti per combattere il razzismo nel dibattito pubblico. Per quanto, anche per non difficili da individuare, questioni personali , io per prima di fronte a una persona razzista posso avere la tentazione di diventare forcaiola e aggressiva – io credo che si debba lavorare a un diverso livello dello scandalo e dell’insulto. Per un verso è giusto reclamare un dovere costituzionale a incarnare il superio di un gruppo culturale per cui è giusto che il razzismo sia sanzionato su base istituzionale, ma per un altro verso bisognerebbe cominciare a giocare di furbizia, lavorando soprattutto su quelle debolezze che rendono la tentazione psicopatologica più allettante.  (Questo naturalmente non vuol dire sostituire questa prospettiva ad altre per esempio di ordine etico e giuridico, è un errore che la psicologia stessa non sostiene per prima, e che riguarda le ricorrenti proiezioni di materno che le si cuciono addosso, ma è qualcosa di diverso che può essere messo in campo in questo momento. )

Violazioni del setting

 

D’estate mi capita di pensarti. E’ successo quest’anno che non t’abbia pensato mai mi pare, o quasi mai, mai con un pensiero ordinato e continuo, quello che porta a una certa categoria del sentimento e dello stato d’animo. La categoria degli alberi al crepuscolo, e della luce obliqua sui muri a calce, ossia il magone delle domande inevase ai morti.
Oh no scusa, non è preciso. Ti ho pensato un giorno di febbraio, con riottosa ed edipica interlocuzione, sistemavo dei cuscini dopo una seduta avevo appena ricapitolato le cose dette a un paziente, e credo di averti detto qualcosa come: lo vedi?
Noi, figlie immaginarie che siamo gelose della morte.

Queste mattine mi alzo presto e studio un po’, libri di colleghi nostri americani e spumeggianti di rigore, celestialmente geometrici nelle loro apollinee deduzioni, a me più vicini per un certo modo marziale che ho di procedere nei ragionamenti, ma che tu avresti invece guardato con il rispetto che si deve ad altri grandi vecchi assai stimati, ma i cui libri rientrano nel novero delle scarpe di cattivo gusto, per uomini rampanti e senza dubbi.

Mi mettevo a litigare con te allora già stamattina, Luigi caro, a dirti tutte le cose che non ho fatto a tempo a dirti, a consumare il diverbio che non abbiamo mai consumato, perché tu sei finito di essere quando io ho appena cominciato, non si poteva ancora capire bene i nostri gusti diversi in fatto di scarpe, ero li che da sola con questo brillante saggio sul metodo (Gabbard) e scalpitavo come un cavallo giovane a dirti tutte cose positiviste e sacrosante.
Poi però mi è successo che è suonata una campana mi sa, o deve essere stato per via di un piccione su un tavolo (studio in un bar queste mattine) questo piccione mi ha portato un ricordo, che dovrei custodire con più gratitudine e affetto. Un ricordo che è una medicina, e un manuale di intervento clinico.

Che noi ci vedemmo una volta  – sarà stato vent’anni fa ed era uno di questi giorni caldi, e abbiamo fatto una passeggiata intorno a Piazza Venezia, e quelle vie dietro e molto scomode per te (col bastone) per me (con i tacchi). Sarà statala terza o quarta volta che ci vedevamo io e te da soli, la prima a a Roma. In quella passeggiata fu chiaro, che io non stavo affatto bene, non ero mai stata affatto bene, e al di la della vanagloria e delle scostumate ambizioni, bisognava che corressi ai ripari, e che dunque mi si trovasse un analista per me.
Passeggiavamo, parlavamo anche, e tu facevi domande molto delicate, quasi salottiere. Stavi sul mio registro di allora: un’isola di  sicura superficie, da cui affacciarsi con distratta e (terrorizzata) prudenza.

Stavamo dunque in piazza, credo piazza Zanardelli, e tu con lo sguardo avanti concentrato  mi dicesti questa cosa che per me fu incredibile. Tu dicesti: bisogna trovare qualcuno che sia molto bravo, molto solido, non dovrà innamorarsi di te che sarebbe un guaio, e con te non è affatto facile.

Questa frase che tu hai detto, quando mi identificavo con uno scarafaggio, un cane goffo e senza speranze, è stata per me nel tempo un amuleto e un saggio sul metodo. Il punto non era che tutti gli analisti si sarebbero innamorati di me davvero, ipotesi che possiamo gentilmente scartare con un solido sorriso. Il punto non era neanche che tu potessi essere innamorato di me – tu cercavi femmine lunari come i tuoi libri, saturnine come la tua vocazione, avevi sposato una premier dame di una eleganza misteriosa e inquietante. Né bisogna dire (nonostante i richiami all’autocoscienza del tuo angelico collega) che siano poi così tanti gli analisti che s’innamorano sconsiderati delle pazienti, ma tu ritenesti questa cosa ovvia e possibile, il che fu un messaggio nella bottiglia alla ragazzina maldestra che è ero.
La donna adulta di ora pensa invece questa cosa, che l’analisi è prima di tutto una serie di messaggi nella bottiglia, un lavoro di azioni emotive e intellettuali, un fare in modo che l’altro entri in una rotazione sentimentale ed epistemica del suo sguardo. Se fossi stata una tua paziente, saresti stato in grado di dire la stessa frase.

Ciao caro, stai bene, mi manchi.

 

(qui )

Senza fine

La madre lo vede con la testa curva sul foglio, e certamente come prima cosa pensa, devo portarlo dall’oculista, quando io scrivevo così di li a poco si capì che non ci vedevo bene. Poi ritorna a osservarlo, la luce obliqua del pomeriggio gli agguanta la schiena, sul vetro scintilla il rumore delle cicale, il verde dell’estate e pure la sua concentrazione.
Lei si commuove.

Il figlio compila complicate liste di canzoni, accanto ai titoli i nomi degli interpreti. L’aveva trovato qualche mese prima, con i calzoni corti e almeno un piede fuori dall’infanzia – attaccato alla radio, in un rapimento carbonaro e onirico, uno stato di intima esaltazione.
Non si era accorto di lei.
Lo aveva invidiato. E ora, continuava a invidiarlo terribilmente, e per ancora un altro po’ l’avrebbe invidiato di una invidia materna e gentile, perché lui ora si appresta ad attraversare la stagione unica e irripetibile della scoperta e colonizzazione di un universo sconosciuto e intricato –  soavemente inutile, quanto terribilmente indispensabile.

(Aveva avuto due anni più di lui – e che saranno mai – quando ragazzina si metteva accanto al registratore, ad ascoltare ossessivamente ed estaticamente le stesse canzoni, a riscoprire la magia di una reazione, la voglia di ballare quella di piangere quella di cantare. Altri due anni e se ne sarebbe copiata i testi, avrebbe tentato maccheroniche traduzioni. Altri due ancora, e un cantore sarebbe diventato il poeta di un amore senza zelo e di destinazione imprecisa, altri anni e tutto quell’apprendistato sarebbe stato una scuola d’orecchio e di identità, e come dal mare dell’esperienza sonora e variegata, sarebbero emersi i suoi gusti complicati di oggi, insieme a buona parte di quello che lei è ancora nella vita e nelle cose, e certo l’amore figlio mio, si impara l’amore con le canzoni).

Ciao mamma le dice distratto, e lei avvicinandosi getta gli occhi sul foglio e constata il carattere metodico degli elenchi di suo figlio – pensa che in quello stile così completo c’è un qualcosa che non la riguarda, ci rivede il padre che organizza i suoi dischi per data di nascita dell’autore, molti dischi bisogna dire, molto molti, e questa trasmissione genetica del metodo, e forse la trasmissione obbligata di due geni dominanti tra i migliori di quelli a disposizione in quella partita, le lascia un paesaggio sereno all’interno del suo carattere difficile  -per il resto della serata.

(Qui.)

Sinistra. Adesso.

 

Lo fanno sempre di meno, ma quando i più critici del governo Renzi chiedevano la differenza tra destra e sinistra, allo stato attuale dell’arte, io pur riconoscendo che questa differenza oramai sembrava riguardare due tonalità di colori pastello così contigue da essere difficili da discriminare, avevo abbastanza chiaro il fatto che lo scranno del potere avrebbe reso facile l’individuazione, e se il rosso carminio del partito comunista con gli anni era diventato il rosa pallido di una borghesia in uno stato di inpasse, era facile da prevedere che il grigio al potere non si sarebbe dimenticato di tornare a essere nero – non per ontologia della destra ma per modesta pasta intellettuale e umana della nostra classe dirigente.
I vecchi discorsi sul linguaggio che faceva la sinistra, e che con la sinistra ( o quello che volete voi, la finta sinistra chiamatela vi pare) suonavano poco consistenti riferiti a cose astratte (oh quanto abbiamo riso su “la narrazione”!) stanno rivelando la loro sinistra – per l’appunto – verità ossia che la differenza capitale tra un Minniti e un Salvini è in un dosaggio di cinismo che riguarda non tanto le scelte pratiche verso gli immigrati in mare, ma il modo di parlarne. Il modo di parlarne di un Minniti, era quello di dire cerco di arginare (cinicamente un problema) mantenendo toni antirazzisti nella comunicazione, tuttalpiù classisti, mentre Salvini di fatto aizza all’odio razziale, con conseguenze immediate nella vita quotidiana di tutti, in primo luogo naturalmente, degli immigrati di prima e seconda generazione che vivono qui, anche regolarmente registrati e contrattualizzati. Non so cosa vi è capitato nel vostro privato: nel mio (io abito a Roma) nelle ultime due settimane ho registrato: il pestaggio di un gruppo di badanti indiani a Montesacro, un nuovo picco di insulti e aggressioni a sfondo raziale nella quotidianità della comunità eritrea a Ottavia, e per quel che riguarda la mia zona di vita e di lavoro – Ostiense – un numero piuttosto impressionante di persone – fateci caso, è importante, tutte con un lavoro o una relativa posizione di sicurezza economica: commercianti, impiegate – che dice cose che banalmente, fanno piuttosto schifo. Cose molto brutte, che scandalizzano, che in primo luogo ledono una concezione basica dell’umano, ma che alla fine, non vi credete, ricadranno sulla qualità della vita di tutti, non solo dei discriminati che patiranno un peggioramento della loro vita, ma di una collettività che ci perderà in termine di ordine pubblico, nuovi conflitti difficili da arginare, scarsità di risorse reali per contrastarli. (Sarebbe interessante in questo senso, chiedere al personale di polizia, e carabinieri, cosa pensano di questa nuova ondata di grane da risolvere che si staglia all’orizzonte).

Rigirando un po’ la prospettiva non c’è un momento più propizio per l’emergere di una nuova sinistra, perché questo razzismo al momento è l’unico argomento in campo di una anticipata campagna elettorale, che svolge l’unico attore politico con abbastanza sale in zucca da capire di non avere intorno a se neanche il minimo garantito di avversari politici, argini, controproposte. La lega è al governo con una proposta molto chiara, circostanziata, e che non ha paura della propria identità (fascista) né va detto, siccome tra i suoi adepti la patologia dominante non è il narcisismo, non si è andata dividendo in mille rivoletti tra chi ha il cazzo altruista più lungo. Non ha cioè i problemi identitari dei cinquestelle la cui ossessione al funzionamento delle cose li ha trasformati in patetiche banderuole da poltrona, cosa che ne ridurrà consistentemente l’elettorato alle prossime elezioni, né le deliranti gare di insulti, inaugurate da Renzi ma continuate con livelli di spocchia indicibili nella galassia della sinistra, che è diventata una nauseabonda gabbia di boriosi, dove tutti pd e extra pd a pari merito, più che mai si vantano di sapere benissimo cosa vuole l’elettorato, cosa è il bene e il giusto senza riuscire a muovere una paglia, tanto sono presi a trombare tra loro, ognuno teso a prendere molto sul serio se stesso, e simultaneamente a squalificare la buona fede dell’altro. La sinistra è diventata un coacervo di oggetti politici a percentuale ridotta lamentosi e inaffidabili, profeti di una bontà d’animo di facciata scarsamente consapevole della realtà.
Rimane però un obbiettivo che è il miglioramento del paese nelle sue condizioni economiche e politiche, e mi pare che l’attuale ministro Salvini si stia alla fine rivelando un pessimo Ministro degli Interni, iscritto in una compagine governativa incapace di esprimere qualcosa di sensato. La politica di questo governo sembra voler dire che immigrati rom sono il problema principale del paese di cui è necessario occuparsi. Questo perché quello specifico gruppo di cittadini di cui sopra – la borghesia media e piccola in varie e materiali difficoltà si dichiarano esplicitamente invidiosi dei privilegi che nella loro modesta qualità di vita non sentono di poter godere. Agli immigrati si da una seconda chance che loro non hanno avuto, e si offrono condizioni transitorie quando accade ( i famosi 35 euro al giorno negli alberghi) che sembrano ingiuste alle persone che per mantenere un dignitoso tenore di vita debbono portare avanti le attività di sempre con molta fatica materiale. Siccome il di più in Italia, la crescita personale a una qualità di vita migliore sembra essere impossibile ci si arrabbia con chi sembra avere un decollo gratuito.

Il fatto è che – come sanno destra sinistra e centro – non è l’accoglienza degli immigrati a tenere in scacco il pil, non sono i 35 euro a tenere in ostaggio i concorsi pubblici, non è la cura medica agli approdati a impedire il risanamento della sanità pubblica, e a dirla proprio più a chiare lettere, in un paese con una natività pro capite tra le più basse nel mondo, non sono certo i nuovi immigrati annui in più (posto che si fermino in Italia) a frenare il risanamento di un’economia nazionale, perché mi si perdoni la boutade: un ragazzino italiano potrebbe costare allo stato molto di più di un adulto immigrato messo nelle condizioni di essere contribuente, e anzi quae cum ita sint, mi pare che l’unica possibilità di sopravvivenza dell’INPS è nell’ingresso di nuove energie che vengano da nuovi lavoratori, perché quelli nostri invecchiano e giustamente arricchiscono le fila dei mantenuti.  A questo proposito si veda a questo articolo di Davide Colombo uscito sul Sole 24 ore nel giugno 2017,  dove si allude al contingente di contribuiti versati dai lavoratori immigrati che per maturazione di anni di lavoro, o perché rientrano in patria dopo anni di in Italia non vengono riscattati – sono soldi (nell’ordine di MILIARDI) regalati allo Stato Italiano.

L’altro fatto però è che, questo paese non riesce a essere sbloccato. Per quanto mi riguarda la linea tenuta dal governo Renzi fino alla scellerata politica del premier sul referendum aveva dei meriti, che purtroppo la successiva cannibalizzazione della sinistra a opera sua ma anche ad opera di detrattori ha definitivamente demolito. Quanto meno c’era però un pensiero un tentativo di sblocco del mercato del lavoro – era una buona direzione e credo non a caso la chiave di volta del suo iniziale successo. Ora io so che ora a Sinistra lo sport nazionale è dire quanto era cattivo Renzi, ma vi prego di astenervi qui, perché il punto è un altro. Il punto è che il mercato del lavoro insieme a un progetto politico che tuteli quel che rimane del welfare sono le chiavi di volta della possibile campagna elettorale di una reazione che venga da sinistra e che spieghi per bene come non è prendendotela con quello che è arrivato e che è sicuramente più morto di fame di te, che si risolleveranno le tue sorti. Perché quando ti toglierai dalle palle la badante filippina della signora borghese, quando ci andrà la badante italiana (posto che se ne trovi facilmente una) non avrà una paga migliore, e ti si dice che il problema è di colore quando il problema è di classe, e di rapporto tra le classi. Il colore ossia, occulta lo scopo ultimo che è quello di stritolare le classi meno abbienti mentre non si mette mano agli effetti residui della corruzione sul servizio pubblico, che ne inficia sempre di più la possibilità di intervento. Quindi il primo punto in agenda è riproporre una politica globale sui temi del lavoro, disoccupazione, abitazioni etc.

Infine esiste un terzo fatto, che una volta superato lo sbigottimento inziale, può dare linfa a un nuovo decollo a sinistra. Le sortite di Salvini, hanno portato in campo l’odore di fantasmi totalitari del passato: l’angoscia di antiche prassi. Il censimento dei Rom ha tristemente, e secondo me giustamente ricordato, l’anticamera delle leggi razziali, e la disinvoltura con cui ti capita di sentire esprimere commenti razzisti ha dato l’idea che oggi potrebbe ritornare l’allora. Insistere sulle somiglianze aiuta certo una presa di coscienza, ma è anche una sorta di karma collusivo con la debacle che rende corresponsabili. Se l’umanità è sempre la stessa, sempre composta dalle stesse debolezze, miopie e stanchezze, le circostanze materiali sono davvero cambiate, e anche quelle culturali. C’è una cosa che non si può dire esplicitamente all’elettorato ed è per esempio che le condizioni economiche del paese, se non tutto in diverse aeree non sono le stesse di ottant’anni fa, anche il grado di istruzione non è lo stesso di ottant’anni fa, e anche il grado di comunicazione fra soggetti, circolazione dell’informazione non è lo stesso di ottant’anni fa. Un sacco di persone continuano a stare molto male, e hanno il diritto a stare meglio, e questo è un obbiettivo politici di primo grado, ma possono pensare il proprio stare meglio tramite un discorso complesso, che tolleri l’inclusione di altre forze nel mercato del lavoro, possono permettersi di non cadere nel ricatto della pancia e del peggio di se. Al contrario di tanti a sinistra, che ogni tanto indicano a destra dicendo: guardate come sono bravi questi nella comunicazione, io invece rivendicherei un modo di parlare, un modo di concepire il reale, un tipo di opinione pubblica di giornalismo e di comunicazione politica che è venuta con il dopoguerra, e che prende sul serio l’elettore per la sua capacità di ragionare, non per la sua soglia di erezione.   Se vogliamo fare un discorso sulla comunicazione di sinistra, sarà giusto togliere gli orpelli retorici accessori e di classe, gli sciovismi capalbieschi, le erre mosce di ritorno, ma non ha alcun senso scimmiottare uno stile comunicativo che è un modo di pensare, sia perché come si dice, di fronte all’originale non si sceglierà mai una copia, sia perché non è davvero difficile capire che questo originale al momento, questa idea tribale della politica e degli elettori, non porterà a niente di buono.