La terza moglie

 

Di tutte le mogli quella a cui la realtà costringe uno sguardo più severo è la terza. La prima infatti conserva il sogno del primo amore, e anche la carezza dell’errore ingenuo, la seconda quella dell’amara ma orgogliosa consapevolezza e la fa almeno pettinare con fierezza -l’ultima sarà quella a cui la vecchiaia e la morte, regalerà la consolazione di una romantica bugia.
Mi ha amato fino alla fine dei suoi giorni.

La terza ora lo guarda, il suo patriarca di una carovana di cani gatti canarini e tartarughe, il padre fratello di bambini non suoi, domatore di balere di provincia, esteta del liscio, virtuoso del caschè, il più galante con le vecchie di paese, il più paziente con le bimbe del belvedere, un uomo sempre con una rosa in mano o un prosecco, un pensiero, un vagheggiar qualcosa che gli manca.

Le comari la guardano scuotendo la testa – alcune dal lato della riprovazione altre da quello dell’indulgenza: il dibattito si dipana intorno al dilemma tra l’ascissa dell’amore e l’ordinata dell’autodistruzione. Il campo più malefico s’è le scelto di certo la terza moglie, concordano tutte sulle sedie di plastica intorno alla pista da ballo, c’è la festa del santo patrono. Fa molto caldo e si sventolano guardandola,mentre sta discosta dal corpo di lui, assorta, bellina sull’orlo della sfioritura, la magrezza di quelle che volevano un figlio ma s’è fatto tardi, e neanche l’impennata di un’ambizione professionale.
Terza moglie pure nella carriera, dice la meno vecchia e più cattiva.

(Ma la terza moglie è una sopravvissuta a leoni che le comari non conoscono. Ha visto ospedali, malattie, s’è seduta con la morte, se ne è lasciata accarezzare, quasi abusare, nell’imprevisto intervallo di una tregua, per un romanzo man mano sempre più impietoso. Infine, s’è vista arraffare da questo vento di leggerezza, di facilità, quando tutto doveva essere perduto. La terza moglie s’è regalata un fotoromanzo quando quello prese a corteggiarla fanfarone e teatrale, a cantare di rose rosse sotto alla finestra, a spostare sedie come in una piece teatrale, che tutti vedano la scoppiettante galanteria, e barzellette e regali e cesti di frutta – e certo, anche lenzuola

 Tutti,  ma soprattutto se stesso, il primo beneficiario delle sue generose prestazioni. Non vorrete mica che mi sposi una quarta volta! Dice ora l’eterno marito ridendo con altri maschi – eroticamente più pigri, più d’uno cocciutamente monogamo, qualcun altro approdato a una bigamia ordinata come la spola di una tessitrice, qualcuno infine solo come un cipresso sul ciglio della strada, e vecchio di vento e di fatica. Le comari allora registrano la crudele levità – trattata come una cosa qualsiasi proprio! come una macchina!
Nel mentre lei chiude gli occhi, e si sente cinica, materna, viva.

(qui)

Annunci

Memorie di una lettrice perbene. Su “l’amica geniale” di Elena Ferrante

 

Ho un ricordo distinto legato all’ingresso nel piacere di leggere. Ero in treno dovevo avere circa tredici anni, e andavo a Torino, uno dei miei primi viaggi da sola. Leggevo i Miserabili, ed ero arrivata a quel punto in cui Javert deve fare i conti, con il fatto che Jean Valjean l’ha salvato. Quel passaggio, mi commosse terribilmente e mi ritrovai da sola a piangere calde lacrime nello scompartimento. Il controllore arrivò e mi interrogò preoccupato. E io mi trovai a capire e a spiegare che stavo piangendo per via di un libro, per via di Victor Hugo, e neanche per un passaggio romantico o sentimentale, anche se – e questo ci doveva entrare molto, i Miserabili è davvero un romanzone romantico e sentimentale – tuttavia piangevo per l’acquisizione del grigio, dell’ambivalenza, della dolorosa confusione sul piano morale. Mi ero immedesimata nel povero quanto cattivo Javert, di cui era evidente la buona fede, e la stolida, forse, adesione a un codice etico che ora si dimostrava inaffidabile e traditore. Ma certo, piangevo anche perché ero intrisa dell’atmosfera e del romanzo, della Francia del tempo e piangevo perché mi ero affezionata a dei personaggi mitici, la piccola Cosette, ma anche a quelle vie, a quelle case – a quelle barricate.
Imparai allora una prima regola del buon lettore, secondo cui, quando trovi un romanzo che ti piace molto, ed è molto lungo, hai trovato un posto dove sei felice a cui sei grato perché ti ci puoi accomodare.

Quel tipo di commozione, quel tipo di piacere puerile non è poi stata una costante nella lettura, ed è tornato solo a tratti, non sempre in corrispondenza di prodotti di grande qualità, ai quali invece è spesso corrisposto un godimento diverso più meditato: si cresce, e si comincia a chiedere ai libri anche altre cose, le quali raramente si presentano tutte insieme. Spesso ho ragionato su questo insieme di richieste, o almeno sulle mie, lettrice forte e discretamente esigente. Io so di fare delle richieste agli scrittori che incontro, diciamo ad altezze diverse: una prima altezza riguarda la pasta del linguaggio, una seconda altezza, riguarda l’invenzione di un mondo che non c’è , una terza altezza la comprensione di un mondo che c’è, una quarta altezza riguarda – un tentativo di visione del mondo. Vuol dire che come lettrice forte, chiedo agli scrittori: di lavorare sulla qualità della loro prosa, e quindi di restituirmi una prosa mediata, e lavorata, di decodificarmi realtà che mi sono vicine oppure lontane (e qui quindi rientra la qualità anche della descrizione di luoghi e personaggi) di inventarsi un recipiente, un’atmosfera, un contesto, un mondo, e nei casi più fortunati di intessere la propria scrittura di un tentativo di pensiero del mondo, ossia – un tentativo sotterraneo di dire qualcosa di filosofico, tramite una trama: un tempo si diceva una weltanshauung. Nel mio approccio forse dilettantesco del pensare alla letteratura, sicuramente cioè extra accademico, un autore eccezionale è un autore che satura tutte queste grandezze, un grande autore è uno che riesce nella maggior parte di esse.
Quando ho cominciato a leggere l’amica geniale, ho in primo luogo ripensato al mio rapporto con Victor Hugo, al tipo di piacere che mi aveva dato lo stare dentro ai Miserabili – con cui ha davvero tanti contatti in termini di contenuti e di struttura: la struttura del feuilletton, la vicenda di un bildungsroman nei termini di un’ascesa sociale dalla miseria alla nobiltà, la storia di un individuo e di una serie di relazioni come occasione per parlare della storia di un paese, la Francia di allora come la Napoli di adesso, lo sguardo sull’emozioni private, sul sensibile femminile, ma allo stesso tempo i continui confronti e ribaltamenti sul piano dell’etica, e sul piano per usare una parola antistorica e fuori luogo, del conflitto sociale e della lotta di classe. Ma soprattutto, come con Hugo, io ho provato un senso di divertimento, un’immersione, un desiderio di stare con il libro, che da tempo, sempre inseguendo fruizioni celebrali della parola scritta, avevo perduto.

Tuttavia, più sono andata avanti nella lettura, e più mi sono resa conto che sull’impianto della costruzione di trama del feuilletton con dentro tutti i suoi possibili epigoni televisivi e soap operistici, venivano saturate quasi tutte le altre grandezze che sono per me importanti in un romanzo: il ritratto di un mondo, la comprensione di un mondo, e persino – cosa che con mio disappunto devo dire incontro davvero raramente – una visione del mondo: tragica, filosofica, ma solida. In misura minore anche una prosa piacevole, anche se forse – e su questo tornerò dopo, troppo poco lavorata, troppo agile, troppo esile. Tuttavia, con questa prosa domestica, facile, difettosa, non sono mancati passaggi molto belli e ben scritti, e momenti narrativi di grande capacità simbolica.

Non mi interessa qui, ripercorrere nel dettaglio le vicende della tetralogia. Due donne nascono in un rione popolare di Napoli, Lila e Lenuccia, entrambe molto brillanti e intelligenti, e in virtù di queste spiccate qualità del carattere e della personalità faranno ognuna un’ascesa a suo modo, entrando e uscendo nella profondità del l’origine, dove sono nate – un sottoproletariato poverissimo, senza scampo (e mitico: nella distanza che c’è più che dalla concretezza del paese, dalla concretezza dei lettori di romanzi oggi). Lenuccia, l’io narrante, porta avanti gli studi, diventa una scrittrice di successo, attraversando relazioni ed ambienti sociali sideralmente distanti dalla Napoli sottoproletaria dell’origine. Lila smetterà di studiare prima, rimarrà socialmente dove è nata Elena, ma farà esperienza di diverse imprese importanti nell’imprenditoria, nella fabbrica, nella nascente informatica. Forse il cuore dei libri è nel rapporto delle due, nello sdoppiamento che rappresentano, in ciò che sono l’una per l’altra e in ciò che l’una deposita, nell’altra – quella gli stati emotivi, l’altra l’intelligenza delle cose. Si potrebbero scomodare categorie psicoanalitiche, e parlare del romanzo di un’identificazione proiettiva, dove abbiamo la storia di una lunga relazione tra donne dove una mette aspetti di se a operare nella vita dell’altra – non a casa il libro finisce, con l’emergere dalle brume del passato, incongruo e poetico, delle bambole con cui giocavano da bambine. Ma io per una volta, non vorrei parlare di questo, né dei numerosi spunti psicologici o psicodinamici che offrono quattro libri che sono un continuo germogliare di plot, e quindi di possibili riflessioni sul funzionamento psichico, su sentimenti stati d’animo e costellazioni familiari, perché quello che mi ha interessato nel lavoro di Ferrante, è la funzione di dispositivo cognitivo che il rigoglioso emergere di passioni asprezze e innamoramento svolge nel romanzo e nella sua fruizione.

Il plot emotivo infatti, la rutilante successione di colpi scena relazionali, stati d’animo travolgenti, semantiche di vita privata, sono la chiave di accesso per fare, una storia privata della politica italiana, una storia delle vicende che hanno fatto la trasformazione del modo materiale di vivere delle persone e di come vicende macroscopiche hanno agito sulle vite microscopiche, e in particolare sulla pulviscolare organizzazione delle famiglie, della vita delle donne e delle persone. A ritroso, proprio per questo a me, il volume che mi è piaciuto di più è forse il terzo, perché il volume in cui al centro ci sono le vicende del terrorismo, del femminismo e della lotta di classe, il volume in cui si racconta della relazione mai funzionante tra classe operaia e mondo intellettuale, la parte in cui si disvelano ipocrisie che la sinistra bene, ma diciamocelo soprattutto quella che spererebbe di essere la sinistra male, ma a conti fatti rimane sinistra bene, spera sempre di non vedere, raccontandosi empatie con le richieste sociali e la vita di chi le avanza che sono sempre cartacee teoriche, e che non riguardano le scelte pratiche di vita. Le persone che si frequentano, le donne e gli uomini che si decide di sposare, le famiglie in cui si decide di entrare, e da cui far arrivare dei figli: Lenuccia fa con Pietro il complicato matrimonio interclassista che tutti danno per scontato sulla carta, ma su cui ben pochi si esercitano a tutt’oggi nella prassi.

Si tratta di una strategia non nuova e anzi, nel solco della storia del romanzo. Tuttavia secondo aspetto che mi interessa e che secondo me determina non poco le reazioni che ha suscitato il successo della Ferrante, è che questa centralità della storia minima dell’Italia, è una centralità femminile, il bildungsroman è la formazione di due donne, con le vicende a cui sono andate incontro le donne: quando sono andate in Normale e quando sono andate in fabbrica, quando le hanno menate e quando le hanno lasciate con i figli e senza alimenti, quando hanno avuto il carisma e il potere e quando sono state punite per il carisma e il potere, in questo mi è sembrato un romanzo genuinamente femminista, originalmente femminista specie per gli standard italiani – meno per le abitudine letterarie d’oltreoceano. In ogni caso, questo bildungsroman femminile, è tanto più interessante perché spiega e dispiega la costruzione etica del femminile, il modo delle donne di costruire il proprio sguardo morale e politico, che passa dal materno e dalle relazioni. E ora che ne scrivo, mi ricorda molto un importante lavoro della psicologa statunitenste Carol Gilligan  Con voce di donna, tradotto in Italia nei lontani anni 80′, e che riguardava la strutturazione del pensiero morale del femminile, le sue categorie idiosincratiche, e i modi in cui si costruisce.

Forse proprio per questo, mi ha molto divertita il fatto che una grandissima moltitudine di uomini l’abbiano letta con divertimento piacere e stima, salvo poi quasi essere sbigottiti, arrabbiati o imbarazzati per scoprirsi sedotti da qualcosa che è in se così profondamente non maschile nel raccontare le logiche anche di ambiti e sguardi solitamente maschili. Un mio amico qualche giorno fa – uno con cui condivido interessi come Houellebeque o Carrere, mi ha prima detto: l’amica geniale è una roba per donne mitomani e frustrate. Quando gli ho ricordato che si era bevuto tutti e quattro i volumi con voracità e soddisfazione benchè lui no non sia una donna mitomane e frustrata, ma un solido padre di famiglia, ha ammesso che era vero ed era evidente quanto fosse sorpreso da se stesso. Ha aggiunto, in effetti – oltre mitomani e frustrate, anche brillanti. E insomma nei vari dibattimenti della critica, mi è parso anche, di vedere il maschile in difficoltà per scoprirsi immerso in un tipo di godimento per un verso, e di comprensione della realtà per un altro, tipicamente femminile. Femminile in un senso reazionario e premoderno del termine, che magari ora non esiste più da solo, non è più così graniticamente fisso e opposto al maschile ma che si c’è sempre stato e continua a sopravvivere nel modo di affrontare la realtà di molte persone ancora oggi.

D’altra parte, anche se volendo politicamente, o filosoficamente non so se sono d’accordo, premoderna, ma con una consapevolezza gentile e quasi tragica è tutta la visione del mondo che sottende il romanzo e che diventa chiara in due passaggi per me esemplari. Il primo, quando la cognata di Lenuccia a una serata in cui parla del suo libro femminista cortocircuita la sua lita con la madre e i contenuti del libro concludendo: una donna che non ama la sua matrice è una donna perduta, il secondo nella triste vicenda del bellissimo personaggio Alfonso, omosessuale con ambizioni transessuali che morirà in circostanze non chiare. Alfonso nel periodo prima di morire, era quasi perseguitato dal suo maschile originario che lo perseguitava, riaffiorando nei tratti somatici a cui condanna la vecchiaia. Tutto il lavoro, ruota cioè sulla dialettica tragica, di emancipazione dalla condanna dell’origine, che può funzionare solo, e mai del tutto e sempre a costi elevati, con un ritorno all’origine. Elena Greco nasce nella miseria, ma non se ne salva finché si nega la relazione con il suo passato. Salverà se stessa e le sue tre figlie, quando alla sua origine farà ritorno, quando con la sua madre, la sua matrice farà pace, la madre zoppa, ignorante, ma lungimirante e intelligente. La madre malata e senza speranze, che però è stata capace di generarla. E quindi la madre, ma anche il rione, ma anche Napoli.

Non sono le uniche cose interessanti queste, de l’amica geniale, ma sono per me abbastanza per sentirmi grata a uno o più libri – senza necessariamente arrivare ad adesioni ideologiche – sono grata all’autrice per avermele messe sul piatto, per avermele rese godibili, per avermi fatta divertire in maniera quasi puerile, in una fruizione apparentemente non intellettuale del testo. Forse, questo effetto è stato garantito proprio da quello che le viene più rimproverato: una qualità di prosa non sempre spessa, che nella sua estrema fluidità appare non scarna, ma parlata, qualunque – non impressionante. Ho in mente diversi autori italiani che in tempi anche recenti mi hanno regalato un piacere estetico nella pasta del linguaggio di gran lunga superiore ai sentimenti che mi ha suscitato la qualità del lavoro di Ferrante. Uno di essi, proprio perché mette insieme tutte tutte le mie domande al romanzo arriva all’eccezionalità. Gli altri però magari, con il buon linguaggio parlano gran bene del proprio ombelico, del proprio mondo, della propria generazione, del proprio problema. E’ davvero la somma qualità estetica del linguaggio la prima e unica priorità di una letteratura interessante? O una buona prosa, non eccezionale che però fa tutta una serie di operazioni se non eccezionali rare nel nostro panorama non ha diritto ad uno scranno?

Appunti

Era stata l’amica geniale di tante, ma forse geniale non era la parola opportuna. Aveva sempre avuto una brillantezza né cattiva né efficace, non stupiva nessuno nel senso dell’altezza e neanche del livore, non era stata cioè particolarmente cattiva o o intelligente e d’altra parte neanche buona. Invece era stata goffa, irriducibile, eccentrica, libera ossia per necessità più che per vocazione. Risibile e invidiabile insieme, sul bordo delle cose sempre, ai confini degli assembramenti e delle dialettiche quotidiane, sempre in ritardo sulla maggioranza, ma sempre in tempo per l’ultimo treno.

Esplorava vie laterali, e nascondeva il timore per le strade maestre con una complicata supponenza, una falsa svogliatezza – allo stesso tempo provava un senso di genuina scomodità nelle sedie tutte uguali. A un senso di inferiorità verso le cose banali e condivise, corrispondeva una sensazione di autarchia che compensava – anche eccessivamente tutte quelle incertezze. . A scuola ebbe voti mediocri, un lungo sentiero di aspettative tradite, cappelli ridicoli, pochi amici, fidanzati guadagnati con ambivalente fatica. In generale un cattivo rapporto coll’ambizione. Ma non aveva mai avuto bisogno di essere cattiva.

La sua posizione di periferica indigeribilità, vestiti sbagliati, discorsi blandamente afferrabili, fughe e rientri sull’orlo del confine, quel che di incongruo che un po’ era errore un po’ tesoro di provincia, la rendeva invece il porto sicuro di chi abitava quella stessa periferia esistenziale, ma in modo più lugubre sgraziato – o di altri altri che invece accomodandosi al centro dei cortei, nella zona più candida del gregge, se la mettevano vicino al banco, all’altro capo del telefono un po’ per avere una boccata di colore, un po’ per rassicurarsi della comodità di una scelta mansueta. La sua indigeribilità sociale, era il balsamo per la paura altrui della propria irrilevanza, la sua resistenza sul confine la speranza di chi se ne stava allontanando,.

(Ma anche, la rabbia sotterranea. Gente malconcia che s’affondava nella droga, nella depressione, che lambiva gravi dissolvenze senza ritorno, cercava di tirarla in basso dalla sua parte, di farla ammalare. La rimproveravano la ricattavano, se la tiravano appresso, allungavano le mani per farsi salvare ma parte della malattia era tirarla giù con loro).
Col tempo avrebbe trovato un posto, e tutto quel nevrotico sciupare il tempo sarebbe diventato un metodo, una risorsa, una difesa, un mestiere.

Rebecca

 

La prima volta che la bambina, 4 anni capelli rossi e un modo sufficientemente piratesco di guardare alle vite e alle cose – quasi si potrebbe dire rapinoso, parlò al padre della sua amica Rebecca, disse solo che aveva i capelli lunghi e neri, e che era simpatica.
Poi che aveva dato un cazzotto a Vittorio. Il padre aveva sorriso, a però aveva detto, forse perché il cazzotto a meno di quattro anni è gratuito come i viaggi in treno, forse perché quello delle bambine è più lieve e gentile, e insomma. Che tipino Rebecca!

La seconda volta, la bambina coi capelli rossi aveva spiegato che oggi, Rebecca, non solo aveva toccato e preso in mano i vermi dei bambini della scuola – e la madre aveva avuto un momento di vertigine, di angoscia e sperdimento – ma uno lungo così! Mamma – lo aveva proprio direttamente mangiato. Nel raccontarlo, la bambina rossa, provava un’evidente stima e ammirazione per l’amica Rebecca, e anche un precoce senso di orgoglio e appartenenza, come se avere questa amica Rebecca che fa queste cose estreme, dicesse qualcosa sulla sua persona, sui suoi valori, sulle sue priorità – tra cui si annoverava dunque un certo disprezzo per le convenzioni, per le puerili gerarchie delle donne adulte, una necessaria valutazione obbiettiva del rischio.

Tuttavia col tempo, con passaggi impercettibili che dalla narrazione conducono alla finzione, passo passo, aneddoto su aneddoto, trasfigurazione su trasfigurazione, la bambina rossa aveva trasformato l’amica Rebecca in un personaggio magico, narrativo, magnifico, fumettistico, iperbolico, letterario. Nuove e meravigliose leggende emergevano ogni giorno su Rebecca, solitamente corrispondenti divieti e pericoli. Mamma ma sai che Rebecca ha mangiato solo gelato al cioccolato per una settimana intera? Giorno e notte! Sai che Rebecca si è buttata dal quarto piano e non si è fatta niente! E ancora, Rebecca che mangia troppi dolci sale in macchina si sente male, ma sputa tutto dal finestrino! Rebecca che mette tutti ragni nel piatto del fratello, rebecca che si lancia con il paracadute dall’elicottero (quest’ultima prodezza di Rebecca, viene raccontata dalla bambina coi capelli rossi dandosi un colpo alla testa! Come a dire, ho amiche che fanno cose estreme ma sono anche un po’ troppo pazze, irresponsabili, o semplicemente stolte e poco lungimiranti perché a lanciarsi col paracadute dall’elicottero è evidente che ci si espone a un rischio eccessivo, e come a far sapere dunque, che lei, la bambina rossa, non sarebbe mai così sciocca).

In ogni caso, la famiglia tutta della bambina Rossa beneficia dell’esistenza di Rebecca e della sua trasfigurazione a fumetto, è motivo di risate e di coagularsi di lessico familiare. Se sparisce qualcosa è chiaramente colpa di Rebecca, e anche se si rompe qualcosa. Se c’è qualcuno che taglia la strada al padre con la macchina, si rimpiange l’assenza di Rebecca, e anche quando qualcosa va storto alla mamma, si auspica l’intervento di Rebecca. Si costruiscono racconti allora su cosa farebbe Rebecca in simili frangenti, e si moltiplicano personaggi narrativi che potrebbero tornare in altre occasioni.

La madre della bambina rossa, aspetta nel frattempo il momento in cui potrà spiegare come tutto questo ha a che fare con la genesi della letteratura.

qui

Note su “Open” di Agassi

 

Dunque. Ho finito di leggere ora Open, di Andrè Agassi. Un libro che mi è piaciuto molto, che ho trovato nel complesso onesto, anche nei difetti e nelle ingenuità. Mi ha permesso di fare una gita su Marte, cioè presso vite contesti e logiche che mi sono del tutto estranee. Dai, lo facciamo? Pare dire ogni tanto Agassi alla moglie Steffi Graf, e lei fa la ritrosa no, non so se ci ho voglia, dai ti prego fai lui più eccitato – e vanno a giocare a tennis (con mio sgomento). Tuttavia, essendo il racconto di una vita che mette insieme episodi e riti salienti con risultati e modi di ragionare, mettendo sul tavolo piccole e grandi criticità di chi scrive, al di la di certi passaggi secondo me genuinamente efficaci sul piano narrativo e poetico, genuinamente ben rinarrati, è un libro che spiega molto bene come certe vicende portano a certi funzionamenti psicologici, e a certe gravi difficoltà. Open, a mio giudizio è fondamentalmente un ottimo caso clinico, e anche devo dire un grande esempio di cosa si può fare nella vita per raddrizzare un esordio così infelice. Offre lo spunto per molte riflessioni che ora voglio mettere qui, spero in un ordine non troppo sconclusionato.

 

La biografia di Agassi ha colpito molto per esempio, per quello che racconta della disciplina paterna nell’educarlo al tennis. Questa cosa della grande disciplina precoce, è una variabile frequente presso le elite di molte competenze sportive e non. C’è anche nella danza per esempio, e tra i virtuosi della musica. C’è in questo una ragione credo neurofisiologica: la stessa per cui non puoi diventare un gran campione se accedi a una disciplina relativamente tardi tipo che so – 13 anni. L’uso del corpo in un certo modo, il funzionamento neurologico che gli corrisponde, è una cosa che si sviluppa col corpo: lo sportivo che ha cominciato presto a correre, o a giocare è uno cioè che ha una mappatura sinaptica tutta sua, diversa da chi nella prima infanzia ha sviluppato altre competenze. Perché questa cosa succeda, il meccanismo mente corpo deve essere sollecitato a una richiesta costante e martellante. Può non piacerci tanto, non penso che lo farei volentieri ai miei figli, ma è decisamente coerente con i valori del nostro contesto culturale e almeno in astratto non è un comportamento che produce risultati gravemente patologici. Se per esempio il genitore invasato dallo sport intercetta o si orchestra con la prole – o passa naturalmente il testimone (nell’ambito della musica capita davvero molto spesso – pensate alle stirpi di musicisti) anche insistendo molto sulla disciplina potrà essere severo, magari nevrotico, magari nevrotizzante – ma credo che ci sia un modo di esigere nevroticamente questo meglio facendo dei danni di medio raggio. Cioè facendo del futuro campione una persona con delle problematiche ma che per esempio si senta amata, in diritto di essere amata e in diritto di vincere.

Ma il problema del padre di Agassi è che non si limitava a imporre precocemente un’attività – ma di usare il bambino per delle ambivalenze mortali, un uso borderline dell’infanzia che avrebbe meritato l’intervento forzato di qualcuno. Tutti si sono tanto impressionati della macchina spara palle che Mike Agassi si è inventato, io ho pensato invece che razza di padre è uno che al figlio bimbo dice cose come hai un ferro di cavallo su per il culo, oppure simula un suicidio per risolvere il mal di schiena poi il figlio accorre terrorizzato e quello lo piglia a parolacce. Anzi, se volevate sapere cos’è un trauma è esattamente questo. E solo questo ultimo racconto della abitudine del padre di Agassi di appendersi a una cappio al collo per risolvere il mal di schiena meriterebbe un articolo a se. Io padre, abitato da una grave depressione e da un’ossessione di morte la insceno per esorcizzarla, per esorcizzarla tratto anche malissimo te, figlio mio che devi essere erede dei miei sogni di integrazione e riscatto di corpo e di classe (come è più borghese il tennis della box! Come è più genuinamente ariano e occidentale!) e quando tu mi credi, e accorri a me terrorizzato pensando che io mi stia suicidando io dico, che cazzo hai capito stronzo – e ti maltratto mostrando di disprezzarti. E – sotto testo – ti dico anche, beh il pensiero di morte è tutto tuo, sei tu che vuoi morto tuo padre, che merda sei, io stavo col cappio al collo per il mal di schiena, tu bambino sei una brutta persona.

 

La capacità patogona di questo aneddoto, sta anche nel fatto che ha esemplificato l’infanzia di Agassi e la sua relazione con il padre: mi è sembrato che il povero Andre fosse in una relazione violentemente schizofrenogena, in un doppio legame che gli è rimasto tutta la vita addosso. Devi giocare a tennis perché devi farmi contento ma se giochi a tennis mi vedrai infelice. Devi risolvere il mio desiderio ma contemporaneamente io ti chiedo di non risolverlo mai. Per cui se perdi mi incazzo perché mi hai frustrato narcisisticamente. Ma anche se vinci incazzo, perché non sei come voglio io – in teoria più vincente, ma in realtà più perdente. Io Mike Agassi non sono abbastanza sano, a mia volta per tollerare di vedere un figlio sano, per fare quello che Zoja con genio ha identificato con il gesto di Ettore: prendere il figlio idealmente e tenerlo più in alto della propria testa, dirgli che vuole che vada dove lui non è andato.
La lunga ombra di questa vicenda psicologica è in un campione sotto di almeno un terzo, sempre delle sue potenzialità, in maniera di cui non so neanche quanto lui sia stato, con tutto il libro davvero cosciente. Ma Agassi poi è diventato uno che arriva in finale e si sconcentra. Arriva in finale e s’è fatto la sera prima. Arriva in finale e mannaggia il panino col pollo. Arriva in finale eh ma Pete nze batte. Arriva in finale e ci ha la schiena che gli fa male, i crampi tuo cugino. Mi sono molto arrabbiata con Mike Agassi in tutte quelle finali abortite. Ho un controtransfert piuttosto operativo e lo tengo a bada soltanto ricordando che con ogni probabilità i padri dei nostri pazienti potrebbero essere spesso anche se non sempre, pazienti a loro volta. E sicuramente dietro ogni orco, c’è un bambino senza porte aperte. Ma quando il giorno prima della chiusura della carriera di Andre, quello va da lui e gli fa, non giocare ritirati fermati qui – non reggerei, io leggevo che non è che non reggesse la tensione, quello non reggeva il successo del figlio. Ha brigato una vita perché quel poveretto fosse un eterno secondo, uno che potesse stare a ridosso del campo ma non svettare. Uno che al momento cruciale non doveva portare a termine la lotta edipica e mettersi al centro della scena e della sua vita. Che tutto ciò sia avvenuto alle alte vette del pantheon tennistico non vuol dire che non sarebbe successo ugualmente se Agassi si fosse dedicato alla carriera accademica, o al marketing dei coltelli da cucina. Se comunque è stato un grande campione, una parte è stata dovuta al grande allenamento, una parte a quella roba li che si chiama incredibile talento.

In questa relazione patologica la madre di Agassi ha fatto forse poco. Non ha mai difeso Andre, almeno stando al libro, comprendendo anche le ferite profonde che avevano fatto del padre l’uomo insopportabile che è stato e presumibilmente è ancora. In Open si parla molto poco della madre e delle figlie femmine della famiglia, un poco a cui io ho fatto caso e che fa aprire a delle congetture: non so se dovuto al desiderio di proteggerle, o a un tipo di infelictà che ha dell’incomunicabile, o a entrambe le cose. Tuttavia credo che sia stata capace di fare da base sicura, e di permettere al figlio di concepire una relazione col femminile sufficientemente buona da permettergli non solo di sposarsi, ma di indovinare – in seconda battuta – un buon matrimonio. E trovo molto interessante, che questo secondo buon matrimonio sia stato con una donna forte, una grandissima campionessa, campionessa Stefanie Graf che ha vinto molto più di Andrè nella sua carriera tennistica. Magari non durerà tutta la vita, ma la sensazione che arriva dalla biografia, dalle interviste e dalle foto, è che ci sia un aggancio autentico e che Stefanie -che viene da una famiglia nevrotica ma non disfunzionale grave come quella di Agassi – incarni bene le parti interne che Andrè poteva guarire, sviluppare. Lei lo capiva e lo capisce ma sta un po’ meglio di lui, è sempre stata – spero si capisca l’uso metaforico della lingua – una malata meno grave che può guarire un malato grave. Grosso modo la condizione ideale di molti psicoterapeuti.

 

Il libro comunque interessa anche per l’esemplareità di certi comportamenti che noi comunemente decodifichiamo come adolescenziali. L’estetica egocentrica, l’atteggiamento sfidante le autorità, il vestirsi infrangendo le regole, quei capelli che anche all’epoca, trovavo di una bruttezza sconcertante. Mi ha molto interessato la pratica di disvelamento che Agassi ha applicato rispetto alla sua immagine pubblica, alle motivazioni che gli addebitavano i giornali, le cose che faceva da ragazzino e la confessione del reale perché dell’adulto che ne scrive. Mi ha interessato perché ben in grande e visibile a tutti c’è una dinamica di lotta per la vita che molti adolescenti mettono in atto, con la strumentazione di bordo che offre l’età e il momento storico e culturale, con tutti i fraintendimenti che questa lotta crea.
Andrè infatti viene messo in un collegio – rustico e per lo più trucido, inadeguato – dove si sente abbandonato e lasciato in balia della caricatura dei sogni paterni. L’accademia di Bollettieri, è la versione smandrappata del sogno americano: disciplina giovinetti studiare! Cazzi vostri! Il luogo di ispirazione dei più peracottari film di cassetta americani, la patria di legioni di forrest gamp la legittimazione dei più perfidi pregiudizi eurocentrici: un posto di disciplina stolida, di totale epurazione del femminile e del piacere, di ormoni e cazzotti allo stato brado. L’America secondo un iraniano poraccio insomma. Una buona metafora direi, quasi cinematografica, di certe famiglie arcaiche e fallocentriche, col papù ammiraglio o militare, e anche un pochetto alcolizzato, che tira fuori la cinghia e non conosce un libro. A queste atmosfere pedagogiche ed emotive, gli adolescenti reagiscono in due modi: o stramazzano di depressioni gravissime e senza ritorno, che possono esitare in gesti tragici, oppure inscenano un attacco costante alle pareti, un modo di sopravvivere contrapponendosi, in una maniera che da sfogo a un senso di disperazione ma anche da una conferma sociale che occulta le carte. Sono i regazzini che poi a scuola rispondono male ai professori, si fanno bocciare, e le femmine vanno pazze per loro. A buon diritto, stanno male, fanno cose sbagliate, ma dimostrano che il maschio è sano, è vivo, si contrappone, non cede.
Certo caro gli costa: Agassi ha la terza media mi pare. Tutti gli altri non diventano campioni mondiali di tennis.

In ogni caso : il mondo sta appresso alla lettura che vuole il sintomo: cioè leggono solo il ribellismo e il narcisismo, dopo tutto è un ragazzo giovane, si divertono con la sua prova di forza – come sempre è un comportamento eccentrico – nessuno riflette sul fatto che per quanto molto smart un comportamento eccentrico ( i pantaloncini rosa signore iddio – meno male che poi ha sposato una tedesca che a’ ste cose non ci fa caso) è segno invariabilmente di una grave e dolorosa lotta intestina, di un dibattersi tra il farsi vedere e il non farsi vedere affatto. Agassi ha cominciato a stare bene, non quando è andato in terapia. Quando si è tagliato quegli improbabili capelli. Quando cioè ha cominciato a ritirare le messe in scene legate alla battaglia nevrotica e si è messo a stare male sul serio.

E di questo credo che bisogni riconoscere il merito della spumeggiante, e forse non tanto superficiale Brook Schields, disegnata credo non proprio lucidamente, vi avverto delle unilateralità e delle mancanze non so. Non era un buon matrimonio, non era il momento psicologico per entrambi di sposarsi – c’era forse un gioco di specchi di difese che Agassi nel libro non riconosce (Brook che pensa ai gioielli, alle case, ai posti belli – rimproverata con savonarolesco disappunto, quando il medesimo Andrè all’epoca era più cazzone di lei, come prova l’incredibile appartamentino che si era comprato, e certi belli completini con cui andava a giocare. E’ l’età lo capisco – è il contesto, ma dare la colpa all’attrice bella, insomma. ) Fatto sta che è stata lei a dire: stai male, sei una rosa in un cesto di rovi, devi fare qualcosa per te, non raccontiamoci sciocchezze. Lo dico perché sempre a parlare di casi clinici, è interessante considerare come nella vita capitino a tutti, anche a me che scrivo, delle figure affettive che hanno fatto qualcosa di importante per la nostra psiche, che ci hanno curato. E credo che con le donne Agassi, in entrambi i casi è stato fortunato. Così come è stato fortunato a conoscere le persone che hanno costruito il suo antourage.
In particolare, mi hanno veramente commossa, le pagine riguardanti Gil, e la sua famiglia. Il fatto che Agassi piccolo potesse andare, arruffato e ventenne a casa loro a natale, e mangiare normale e dormire li. Il fatto che Gil lo allenasse e cazziasse e rimproverasse e dicesse: mettiti sulle mie spalle e prendi le stelle. Qualcuno doveva fare il gesto di Ettore, e Andre ha fatto in tempo a trovare uno che glielo facesse al posto del padre. E questo gli ha permesso di prenderne diverse. E’ stato un grande campione.

Credo infine, che scrivere questo libro, sia stato un lavoro psicologicamente utile, e che abbia da una parte dimostrato una stoffa intellettuale veramente insolita – Agassi a che mirisulta ha fatto poca psicoterapia, magari avrà cominciato per bene dopo – ma dall’altra penso che scrivere questo libro sia stata una cura, un mettere apposto delle cose. Poter per esempio parlare della madre di suo padre in modo da far capire anche a se stesso perché suo padre è stato quello che è stato. Poter capire da chi si ha preso e cosa si ha dato. Sono cose che lasciando diversi, cambiati, con un’altra personalità. E’ un libro alla fine molto utile, da quasi delle indicazioni di metodo per le vite difficili. Io di sport non ci capisco niente, ma so riconoscere quando qualcuno ci ha stoffa per campare e pensare. Invidio chi oggi ha Agassi come coach.

Alcune questioni sulle buone prassi in terapia

 

Sulla mia pagina Facebook ho fatto un piccolo sondaggio e ho chiesto ai miei contatti le caratteristiche salienti per loro di un buon terapeuta. Almeno un terzo ha messo al primo posto l’empatia, o l’accoglienza. Le caratteristiche di secondo livello a ben vedere, erano poi spesso derivate dall’empatia – perché facevano riferimento alla capacità del clinico di allinearsi spontaneamente ai desiderata e agli stati emotivi del paziente. Per esempio c’era chi chiedeva una distanza non intrusiva ma calda, oppure di non essere giudicato, oppure chi faceva riferimento alle sue capacità affettive. Solo alcuni, e mai in prima battuta chiedevano una preparazione clinica, rarissimi un lavoro su di se. Altre caratteristiche importanti di questa come altre professioni – erano a stento menzionate da colleghi, come per esempio la possibilità di reperire un pensiero e delle soluzioni creative, il lavoro clinico su di se.
Solo una collega, con cui ero molto d’accordo e spiegherò dopo perché – parlava dell’importanza del piacere che deve provare chi fa questo mestiere. Trovo che il fatto che questa sua risposta sia stata isolata, non sia un caso.

 

Nell’idea collettiva dunque prima di tutto un terapeuta deve essere gentile e accogliente: il pensiero va alla difficoltà di mostrarsi fragili e di voler trovare un posto sufficientemente buono, dove poter mettere in campo cose personali avvertite come sgradevoli, ma anche delicate e a cui si è anche in qualche modo affezionati. E’ un’idea che ha un suo fondamento reale, ed effettivamente un terapeuta rifiutante può lasciare i pazienti interdetti. Ma anzi, possiamo approfondire questa necessità dell’empatia del terapeuta in due ulteriori direzioni che sono altrettanto importanti e meno romantiche. Infatti, in primo luogo l’empatia è una cosa che in questa circostanza fortifica i processi logici e certi ragionamenti deduttivi: per fare un esempio tra i tanti, nel mio modo di lavorare per esempio è uno strumento prezioso per individuare narrazioni falsate, racconti forzati e poco veritieri aspetti omessi o manipolativi– perché siccome sono piuttosto consapevole delle mie capacità empatiche, quando non ho risposte emotive forti quanto meno le mie emozioni mi stanno dicendo qualcosa di importante riguardo a quello che mi viene raccontato qualcosa di omesso.

 

La seconda considerazione che farei però, è a un livello più grande, riguarda non solo l’idea di un terapeuta come genericamente empatico – cioè capace di allinearsi con gli stati emotivi dell’altro, e di sentirli, ma un terapeuta che ne abbia voglia. Deve averne voglia, perché in qualche misura questo è in un modo non esagerato, o retorico e quasi meno urgente di altre situazioni, la prova che questo terapeuta è una persona buona, una persona cioè che si dispiace del dispiacere dell’altro. Che a prescindere dall’orientamento suo, e dal grado di indigeribilità del suo paziente, ne sappia vedere il bambino interno in difficoltà e amareggiarsi per lui: questa cosa, secondo me è una cosa davvero importante del buon terapeuta, perché in studio arrivano anche persone che possono essere molto antipatiche, e respingenti, o anche semplicemente molto noiose, o apparentemente molto banali. E vengono perché quei loro difetti conclamati, sono stati la loro coperta inefficiente alle aggressioni del mondo, che per quanto non funzioni perfettamente, continuano a tenersela -e anche in studio saranno sgradevoli, antipatici, indisponenti. Perciò, se il terapeuta ha un buon grado di contatto emotivo e una buona empatia, dopo vedrà il bambino che questi pazienti sono stati, prima di tutto dirà che palle, questo o questa qui non ce lo vorrei – poi si dispiacerà di quello che ha visto.
Un buon terapeuta, cioè secondo me, è uno che nell’ordine in primo luogo sa dire Dio che persona tremendamente faticosa, e poi dire, lo capisco perché, lo sento, confusamente lo sento. E lo prende in carico.

L’empatia dunque, non solo come quella cosa che fa mettere comodo il prossimo. Ma quella cosa che serve a capire delle cose complicate che lo riguardano, e anche quella cosa che deriva dal volere il suo bene..

 

Ne deriva una conseguenza – un primo elemento per identificare terapeuti meno attrezzati, con qualcosa da perfezionare oppure, con il bisogno di un lavoro su di se per lavorare bene per cui, se vogliamo vedere cosa è almeno in astratto un cattivo terapeuta possiamo pensare in riferimento al punto uno: o una scarsa empatia, o un uso nevrotico dell’empatia che va contro i fini del paziente. Per esempio il terapeuta riconosce gli stati emotivi del paziente, li sente, ma li gestisce in modo poco accorto: si arrabbia sempre con il paziente, ha una risposta troppo spesso sfidante, oppure se ne difende e si chiude. Questo terapeuta difettato può ricordare quei genitori che con i loro bambini dimenticano di essere genitori e si collocano come tra pari, arrabbiandosi su un piano di parità con il bambino. Se quel comportamento di solito non porta niente di buono sul piano della pedagogia, perché rende tutti troppo forti e il comportamento da apprendere va sullo sfondo, fa altrettanti guai in terapia: il paziente si sente simultaneamente sopravvalutato ma anche aggredito anche se inconsciamente – e anche se non se ne rende conto, ciò che porta va sullo sfondo. E’ qualcosa che capita raramente, e certo ci sono bambini e pazienti che usano il creare rabbia nell’altro come modo di comunicare – e quindi anche questo può essere utilizzato in stanza. Ma terapeuti costantemente antagonisti hanno oggettivamente un problema, così come può avere un problema di efficacia un terapeuta che sentendo l’incandescenza di contenuti spinosi emotivamente – il sottotesto di un pensiero di suicidio o di omicidio, oppure una fantasia di carattere incestuale – vi gira intorno e li elude come proteggendo il proprio timore di essere scottati.

 

Il voler il bene dell’altro, non credo debba però essere la caratteristica principale, o diciamo meglio esplicitamente dichiarata come tale, di un buon terapeuta, e credo neanche il motivo principe della sua vocazione. Più specificatamente tendo a diffidare dai terapeuti che con convinzione dovessero dichiarare che fanno questo mestiere per una questione di buon cuore. Per fortuna ne capitano pochi e non solo perché dichiararlo sarebbe di cattivo gusto. Solitamente le motivazioni psichiche che fanno scegliere questo mestiere – come in generale le motivazioni psichiche che fanno scegliere le professioni di aiuto – sono molto meno nobili e talora sono indegne. Possono viaggiare dal desiderio di controllare l’altro, al piacere di sentirsi indispensabili e oggetto di dipendenza, dal ritorno narcisistico al desiderio di monitorare ossessivamente negli altri parti di se irrisolte. Nessuna di queste motivazioni scabrose è davvero un peccato, addirittura possono essere una risorsa , diventano un peccato quando non sono viste, e vengono occultate dall’idealizzazione di se del mestiere. Quel tipo di idealizzazione – io sono buono, e voglio aiutare te che sei debole, è una trappola mortale che costringe l’altro a un ruolo, il ruolo della persona in difficoltà, e quindi può introdurre nella terapia freni pericolosi ma anche vincoli mefitici. Il paziente può dispiacersi per esempio all’idea di potersi contrapporre al terapeuta, al farsi vedere forte. Il paziente per stare dentro al gergo psicoanalitico, potrebbe viversi come un bambino per cui crescere è una ferita alla madre che ora, non avrebbe più un ruolo.

Per questo invece preferisco il riconoscimento nel clinico, di una sostanziale categoria edonistica, del piacere il piacere di stare con altre persone e lavorare su degli oggetti pieni di variabili come sono le vicende di vita. Questo egoismo edonistico del clinico ha per me il primo luogo un fondo di realtà spesso occultato dalla retorica pubblica, che vede le psicoterapie un posto dove le persone portano solo i loro lati tristi o fallimentari, o le loro esperienze spiacevoli. Ma non è vero perché la psicoterapia non è solo questo. E’ anzi anche, potenziare delle risorse metterle in scena, dar loro spazio – goderne e indicare la loro godibilità. E quindi anche, trasmettere l’idea che si fa bene ciò che piace fare, ciò che da piacere. Questo prosaico richiamo al piacere, libera anche il campo dalle asimmetrie delle dinamiche salvifiche e restituisce al paziente la titolarità delle sue azioni e delle sue responsabilità, anche in passaggi che possono essere – qualche volta – anche duri. Ho un ricordo molto nitido di quando il mio prima analista mi disse “a me di quello che fa lei non frega niente” e qualche volta, certamente con calcolo e preliminare attenzione anche io ho trovato opportuno dire “è una roba sua, non mi riguarda”. Spiazza, contravviene uno stereotipo materno della terapia, ma da aria, ossigeno, responsabilità e senso della potenzialità.

Ne consegue, che se vogliamo pensare a un astratto “cattivo terapeuta” o a un terapeuta che in un certo passaggio della sua vita non funziona al meglio, io credo che sicuramente ci sia il terapeuta che non si diverte a lavorare, che ha perso il bandolo del piacere, per cui nelle sue prassi di lavoro avanzeranno sul campo solamente dimensioni superegoiche, difensive, scabrosamente anaffettive.

 

Buona parte delle cose di cui ho parlato, e insieme ad altre che fanno un buon terapeuta, si sorvegliano meglio quando il terapeuta abbia attraversato almeno, una terapia su di se. Due è anche meglio. Ho un’idea della psicoterapia come un lavoro artigianale, o forse come il lavoro di domatore di bestie feroci e bizzarre, che possono essere risorsa magica se le addestri a fare quello che vuoi tu, ma che scassano tutto se non ti sei esercitato a parlare con loro. L’inconscio di un terapeuta è qualcosa a metà tra un violino e un leone da circo, tra un rabdomante e un serpente. Può riconoscere i suoi simili e portarli sulla retta via ma può anche esserne terrorizzato e azzannarli senza pietà. Il terapeuta è un portatore di ombre che deve far crescere altre ombre. Dunque sarà bene che lavori con tutte questi suoi mostri li addestri, e li ascolti.

 

Questo lavoro su di se, che faccio fatica a pensare senza un lavoro di analisi personale – uno dei pochi motivi salienti di attrito e contrapposizione tra scuole analitiche e non – implica il raggiungimento di una maturazione professionale che porta a usare la propria organizzazione caratteriale e di personalità, in maniera più completa e funzionale di quanto possa accadere spontaneamente. Per capire esattamente cosa intendo, dobbiamo fare un passo indietro.
Oltre ai terapeuti ci sono le relazioni terapeutiche, le migliori delle quali spesso si avvantaggiano di una combinazione ben azzeccata delle parti. Quel certo paziente giovane uomo, in quel certo periodo di vita si troverà particolarmente bene con un terapeuta uomo, più grande di lui. Quell’altro invece, con una donna della sua stessa età. Oppure quel certo paziente giovane si accomoderà meglio con un paterno silenzioso, che mantiene un livello di attivazione basso, che interviene poco, che è introverso. Il secondo invece, magari molto simile a quel tipo psicologico potrebbe fare grandi cose potendo affidarsi a una figura carismatica, da idealizzare, che indugia in dichiarazioni anche direttive.

Il bravo terapeuta giovane professionalmente, è quello che sa lavorare bene con la sua equazione personale: come i giovani scrittori che scrivono bene racconti presi di peso dalla propria adolescenza, se gli si mette davanti un paziente complementare possono fare grandissime cose. Con il tempo però il bravo terapeuta maturo professionalmente deve saper fare come i grandi scrittori che si inventano storie lontani da se stessi, e vestono panni che non sono propri. Il grande terapeuta è un vecchio maschio che sa fare la madre giovane e e scintillante, o l’analista donna di suo estroversa e spumeggiante che sappia passare in uno stare doloroso, silenzioso e muto. L’indovinare questa capacità di modularsi nello stile relazionale, è il terzo elemento che fa la differenza tra un clinico ben equipaggiato e uno mal equipaggiato. L’accorgersi che spesso si deve ruotare il proprio stato d’animo a seconda della faccia del paziente che arriva in stanza è un buon segno.

 

Questa cosa arriva a coinvolgere variabili sottovalutate spesso, in termini di linguaggio e di gergo di classe. Variabile di genere e di classe sono estremamente importanti in questo lavoro, e mentre quelle di genere sono state al centro di importanti convegni, pubblicazioni, osservazioni, le variabili di classe, e di come incidono nel modo di funzionare delle terapie mi pare siano molto meno dibattute. Divengono molto importanti, anche per chi come me esercita esclusivamente la libera professione: perché il sistema sanitario nazionale sta collassando nel momento in cui in realtà la domanda di psicoterapia aumenta, e nel privato cominciano ad arrivare potenziali assistiti che prima erano destinati solo al servizio pubblico.

Ora ognuno ha familiarità maggiore con il proprio gergo di classe e con la propria appartenenza di classe, che non dimentichiamoci sono questioni investite anche di proiezioni affettive. Un certo mondo sociale ci ricorderà il padre, o la madre o entrambi, e questo condizionerà il nostro modo di viverlo.  Ci saranno poi pazienti che incarneranno ciò da cui si scappa, e pazienti che invece impersoneranno il punto dove si vuole socialmente arrivare – e già queste sono cose da monitorare con grande attenzione. Ma ci saranno pazienti che parleranno lingue che ci sono estranee e si conoscono poco, o si guardano con diffidenza, lingue che sono echi di visioni politiche ed economiche e anche echi di idee e dimestichezze private. Un buon terapeuta deve saperle usare tutte e vincere eventuali idiosincrasie ed ostilità. Deve saper essere borghese o parolacciaro, deve saper dire rapporto orale e pompino, deve dire parti basse e culo. Saper parlare francamente di morte e di soldi oppure arrivarci piano, tollerare elitarismo e populismi – non ci devono essere totem culturali che gli impediscano questa operazione.

Ho un’idea precisa di terapeuta che non funziona bene in questo contesto. Ero in consultorio e una giovane collega (gioventù che spiega benissimo il suo errore) parlava di un suo paziente adolescente. E raccontava “ho detto, possibile che non gli piaccia un film decente? Se gli chiedo un film questo risponde i cinepanettoni! Ma insomma questo è un posto con un certo tenore un certo prestigio! Si sforzi!” Probabilmente per la giovane collega, per la sua storia personale sociale e di classe, quel tirocinio era un punto di arrivo, un’idealizzazione che proteggeva l’idea di se. La capisco, in altri frangenti devo aver provato qualcosa di simile, magari dopo aver fatto molti lavori umili per mantenermi agli studi – ma di fatto quell’idealizzazione aveva sbarrato la porta alla comunicazione con il giovane paziente. Bisogna essere pronti a tutti i piani metaforici. Se uno ti parla solo di cinepanettoni, wow è vanno benissimo i cinepanettoni. Ma anche se una ti parla solo del braccialino di Tiffany che non si nota molto tu stai sul braccialino di Tiffany. Lo usi come una piccola piattaforma. Se non ci riesci – hai un problema.

 

Un’ultima classe di considerazioni per quel che riguarda aspetti più ristrettamente tecnici. Non nascondo la mia predilezione per psicoterapie di orientamento psicodinamico, forse con qualche perplessità verso i filoni freudiani più ortodossi – per esempio al di la dei limiti economici e materiali guardo con diffidenza tecnica oltre che deontologica cure prolungate che prevedano tre sedute settimanali. Ugualmente avverto una certa lontananza con le prospettive per esempio cognitivo –comportamentali In generale ho una formazione psicodinamica l’ho scelta perché la consideravo migliore di altre, troverei ipocrita dire che oggi ho cambiato idea. Tuttavia, mi rendo con agio conto del fatto che un bravo psicoterapeuta è un bravo psicoterapeuta con qualsiasi strumento in mano – basta che lo sappia suonare molto bene. Ci sono ottimi e salubri cognitivisti, ottimi sistemico relazionali e persino – ottimi lacaniani – altra parrocchia con cui ho rapporti sofferti. Ci sono anche psicoterapeuti che sono talmente bravi, da saper suonare bene strumenti diversi – e questo per esempio per me, è una sorta di ideale regolativo: saper suonare strumenti clinici diversi.

Tuttavia, ho una sorta di sensazione di metodo per cui: prima di tutto ne devi saper suonare uno, e anche benissimo. Un buon terapeuta arriva a fondo nell’approfondimento di un orientamento operativo e per come la vedo io ci deve stagnare a lungo, esplorarlo, applicarlo fino alla morte, romperlo e ricostruirlo vedendo quello che succede. Questo prototipo dell’apprendimento professionale diventerà uno schema mentale con cui avvicinare cose che riguardano altri approcci, di cui deve saper cogliere però la tridimensionalità, le radici psichiche e storiche. Non basta piluccare, si deve essere capaci di trapiantare, sapere di cosa vivono le radici, dove si possono fare innesti e dove no. I corpi teorici sono infatti piante vive, che crescono interagendo con l’ambiente seguendo ognuna il suo codice genetico: una fiorisce con un certo clima una con un altro. Una su un certo terreno cresce di più l’altra muore. Un approfondimento forte degli strumenti, o delle piante teoriche porta a un modo migliore di lavorare.

vent’anni

 

Guarda la ragazza, diciannove anni, venti chi sa – seduta al ristorante con due uomini e una donna, i genitori e uno zio, gli zii e il padre – o meglio, guarda principalmente i lunghi capelli biondi sulle spalle, quel mondo esistenziale e quella scelta politica di certe ragazze (o aspiranti tali) – di tenerli liscissimi e tagliarli tutti pari e perfetti, a fare dei capelli un vanto composto e affidabile, una naturale compostezza.   (Quanto di più lontano pensa lei, dal suo tignoso presente, e dalla sua indigesta giovinezza.)
Tiene la testa bassa, sulle braccia incrociate in ascolto. I capelli, prendono una piega prevedibile quando arrivano alla schiena.

-Se posso darti un consiglio – dice uno dei due adulti, e prosegue con una lunga tirata, su cosa è opportuno fare, citando i desideri di lei, ma anche lo stato dell’arte e dell’economia e statistiche e numeri. Lei rimane immobile mentre gli altri due annuiscono sorridenti ma anche presi nel far vedere quante cose della vita sanno, quanto è meglio essere vecchi e brutti, come la pelle liscia del volto sia al tutto inutile alle magagne quotidiane.
China la testa di lato la signora, arriva il cameriere che vuole togliere i piatti, il vento muove la tovaglia del tavolo, e la ragazza coi capelli ordinati invece, rimane sempre ferma.

 Tutti dicono che i vent’anni sarebbero quelli a cui tornare volentieri, per tutte le possibilità che incarna l’assenza di definizione, per via della seduzione fantastica che rappresenta quel crocevia magnifico, e certamente anche la naturale bellezza dei corpi con poca storia, il ventre prima della madre, le gambe di cerbiatto o gazzella o lepre, la levità della morte lontana.
In certi casi anche, forse però non quello della ragazza con i capelli lisci e tagliati con ordine, la seduzione è anche in quel coraggio avventato e stolido, l’incoscienza che fa fare cose e ingaggiare battaglie, o la va o la spacca senza manco saperselo dire, posseduti come si è dal desiderio.
La naturalezza dell’indicativo che hanno certi beati titolari dei vent’anni –  come un bacio di Dio.

Tuttavia, nonostante una riottosa complicazione mi desse per un verso parecchi nodi al pettine – ma per un altro un consistente contingente di anticorpi, e spade e cerbottane, e scudi e cannoni, ho un ricordo mefitico della legione di invidiosi che suscitava la pelle mia e dei miei amici e delle mie amiche, al tempo della ragazza di spalle. I continui rivalersi della saggezza, le profezie di sventura delle pance sopra la cintura dei pantaloni. I professionisti affermati e vecchi che civettuoli e puzzolenti ti dicevano eh no il mercato è saturo, è un lavoro difficile, le candidate a cuginanza fittizia che ti spiegavano che con gli uomini bisognava fare in altro modo, la legione di quelli che in odor di sfiga avevano bisogno di dirti eh da più grande capirai capirai. E te con sti vent’anni a espiare il peccato delle occasioni perdute dagli altri, a scontare gli errori che non è detto che farai.
Fatti coraggio ragazza mia, alza la testa e mandali affanculo – ti è concesso e anzi, necessario.

qui.

L’accordatore

 

In primo luogo, era stato un bimbetto biondo e ceruleo e guanciuto, un bimbetto ossia di una bellezza vitrea e impressionante, in cui forse per gli occhi precocemente evasivi, e una solitudine prolungata a cui si era abituato con diligenza, c’erano già una traccia indefinita, una via di fuga, qualcosa di inafferrabile. Un bambino cieco che non era cieco.

Era cresciuto in un appartamento disordinato, quasi psicotico. Figlio di musicisti, la sua infanzia era trascorsa divisa in due, tra un salotto verde muschio di flauti e pianoforti, la moquette ai piedi, le tende pesanti, e dall’altra parte, dietro le doppie ante di una porta mozartiana, con riccioli dorati e ambizioni nobiliari, in mezzo a una kazbah di giocatoli vecchi e sporchi, piatti, pentole, cucina, privato, sonno, veglia, distrazione. Non un’infanzia cattiva, e neanche un’infanzia severa, e neanche ancora un’infanzia non amata. Ma probabilmente un’infanzia sciatta, forse un po’ dimenticata. In cui ci si doveva arrampicare sulle note per capire lo stato d’animo delle persone importanti.
(Suo padre aveva una passione inconsulta per un uso sfrenato e romantico del pedale.

Poi era stato un ragazzino di quelli che scivolano per le vie del quartiere come un colpo di oscurità, come un rivolo di fango dopo un giorno di pioggia. La frangia davanti agli occhi, tutto un ciondolare di braccia e solitudine, sulla pelle i segni dei cattivi voti a scuola, di insuccessi poco borghesi all’itis e financo agli istituti parificati. I vecchi gli cercavano la protesta negli occhi, le bambine lo scansavano – inutilmente – per paura della seduzione. Voci, false, di tossicomania, amicizie pericolose lo avevano inseguito, le madri con le collane di lapis, e gli anelli di ambra lo guardavano con interrogata apprensione.
Non sembrava avere amici – non se ne ricorda il tono di voce.

Soltanto più tardi si sarebbe appreso, con scandalo e imbarazzo per se stessi e il proprio mesto pessimismo, che aveva trovato strada e successo. Era diventato un famoso accordatore, lavorava con pianisti che gli pagavano biglietti fino al cielo pur di portarselo con se. Nessuno l’aveva più visto per le strade, e a dire il vero neanche altrove, non si sapeva di fidanzate, o fidanzati.

(La ragione del suo successo, mi fu dato di sapere per una serie di fortuite coincidenze, era nella natura animale e magica del suo rapporto con i pianoforti e i loro suoni. S’avvicinava agli strumenti come un mago, un rabdomante, un allevatore di leoni, un addestratore di foche, come un’incantatrice di serpenti. Ci parlava li blandiva, ci cantava insieme, faceva ripetere i suoni fino alla perfezione, fino all’unisono. Come se il suo orecchio assoluto fosse una madre, una madre sufficientemente buona).

 

(qui)

Mitzvà

 

 

(Ho scritto questo racconto oramai, molti anni fa, ci sono molto molto affezionata, riguarda la mia prima analisi, la morte del mio primo analista e maestro Gian Franco Tedeschi a cui devo molto, e l’acquisizione importante per me del desiderio di fare lo stesso lavoro. E’ stato anche un racconto importante per la mia sicurezza personale,  perché fu leggendo questo racconto che Luigi Aurigemma mi diede la sua benedizione, e si decise a prendermi sul serio, prima di questo racconto – ogni volta che tentavo con lui di parlare di lavoro, di pazienti, di clinica e di Jung, scartava sempre, andava altrove. Quando invece fu pubblicato, su “La Rivista di Psicologia Analitica” lui ebbe l’onestà intellettuale di scrivermi una lettera, e dirsi che si era sbagliato, per via forse della mia giovinezza, quando questo probabilmente è un mestiere per vecchi. Cominciò un nuovo corso.
Un caro saluto allora ai miei vecchi, che mi mancano tanto)

 

Il giornale rimasto aperto minacciava di volare via, io lo tenevo sulla pietra del parapetto coi pugni stretti, avevo la sinagoga alle spalle e dicevo se mi mettessi a piangere adesso direbbero tutti che è tanto salutare anche se di cattivo gusto e allora come faccio a piangere che sono anche così malvestita oggi, eppure li’ sul giornale c’è scritta questa cosa, questa cosa della morte e insomma, mi sembra il minimo piangere.
Ma vedete che è una cosa imbarazzantissima piangere malvesititi per la morte del proprio analista. Avere trent’anni, aver smesso di fumare pensandoci ancora troppo spesso, avere un fidanzato ancora da troppo poco tempo, avere un lavoro ma non si sa se ti fanno il contratto, insomma essere alle soglie della normalità occidentale piangendo il proprio analista in più per strada e in più con una maglietta troppo larga è veramente un’esperienza difficile.

Lo studio era un’icona. Certi ebrei e certi antisemiti concordano sull’aspetto delle cose e discordano sugli aggettivi da affiancarci. Nello studio c’era poca luce e sembrava che fossero le foto in bianco e nero a mangiarsela oppure la stanchezza degli scaffali. Sul pavimento c’era un vecchio parquet di listarelle che saltavano e sopra i tappeti lisi, (lui ci inciampava sempre e io dicevo oddio ora mi casca addosso che imbarazzo trovarmi con uno junghiano in braccio… e però no, non è mai cascato). C’era un tavolo vecchio con sopra souvenir di saggezze svariate buddha di giada, dee dalle cento braccia, alberi di pipe e in un angolo quello che valeva di più, una menorah proprio cheap, una menorah da motel che pure col tempo vedevo lui accarezzarla piano, in momenti di profonda ispirazione. E poi c’erano un mucchio di altre cose e tutte insieme facevano di quello studio una spelonca di saggio, e c’era un’appiccicosa aria talmudica e tutto era quello che si pensa quando si pensa a un vecchio ebreo, con stima o disprezzo secondo gli occhi di cui si dispone.

Alla fine mi sono messa a piangere forte. Ho avuto anche un ultimo pensiero fortemente semita e forsanche vagamente nevrotico, in cui mi dicevo con tutti i soldi che ho speso in terapia se non piango alla morte del mio analista segno che non sono brava negli investimenti, devo piangere se non altro per patrocinare la causa. A pensarci ho cominciato a piangere sapendo che io e il mio analista avremmo riso di gusto di questa considerazione. E ora mi rendo conto di quanto sia fortissimamente commovente, di quanto sia un grimaldello di lacrime, ricordarsi quando si ride insieme a una persona.
A quel punto proprio mi sono abbandonata alla disperazione nera, era mattina, una mattina calda di estate caldissima, una mattina di luglio ancora piena di macchine e persone, io volevo andare a un funerale ma non avevo fatto in tempo.

La casa stava in un bel quartiere di alberi, glicini, portieri in livrea. Come ho appreso in seguito mediante frequentazione di nevrotici di diversa risma e credo religioso, si trattava di un quartiere ad altissima densità di psicoanalisti. Immaginavo gli psicoanalisti incontrarsi dal giornalaio a scambiarsi facezie psicoanalitiche, di coloritura diversa a seconda la scuola di appartenenza – junghiani e freudiani guardarsi amabilmente tacciandosi di nevrosi l’un l’altro, vuoi per l’eccessivo tasso di materialismo vuoi per l’inflazione di spiritualismo. Mi immaginavo allora questi nuvolosi signori distinti, quello colla barba l’altro colla pipa, scambiare sorrisi autocoscienti, e già nella mia immaginazione provavo una stima infinita per quel dosaggio del sorriso, che se non ridi passi per maniaco depressivo ma se ridi sempre, sono guai. Immaginavo che compravano tutti il corriere della sera. Perché mi dicevo, gli psicoanalisti sono persone intelligenti mica possono votare a destra, d’altra parte se votano rifondazione è segno che il loro training non ha avuto l’esito sperato.

Mentre piangevo a dirotto arriva una coppia di premurosi turisti ispanici, una signora con un ragazzino. La signora parlava italiano e chiedeva cosa è successo? Per un po’ la mano sulla spalla mi è sembrata una cosa così ovvia che non ci ho fatto caso poi ho messo a fuoco sul cappelletto colla visiera di plastica, la canotta verde acqua, gli occhiali da sole blu cobalto. E poi ho visto pure il bambino e tutti e due mi guardavano solerti e interrogativi. Allora la mano sulla spalla mi è sembrata assolutamente poco ovvia e anche imbarazzante. Ringraziai la signora che ora guardava gli annunci funebri. Dissi che si, era mancata una persona cara. Poi sorrisi un po’ forzatamente ma in modo da esortarla ad andarsene. E allora la signora diede un colpettino e se andò col ragazzino e io piegai il giornale e guardai la sinagoga. La sinagoga rimase muta.

Quando parlava sputava e faceva anche delle smorfie strane. Mi avevano avvertita di questa cosa. Aveva nel volto qualcosa di infantile e un naso piccolo un naso di un altro, forse un’ipotesi di naso. Camminava a passi piccolissimi. Aveva gesti lenti invece, una segreta malattia, uno scacco della natura che lo costringeva a calcolare le mosse, a combattere con delle forze oscure, per prendere una penna per esempio, come se un diavolo gli volesse tenere la mano lontana dal portapenne. Ma vedevo che aveva imparato una strategica pazienza, e allora aspettavo silenziosamente la fine di quelle lotte minimaliste. Portava le bretelle, come piccola concessione glamour alla caducità della civetteria e aveva una moglie e due figlie, che io spiavo avida nei ritratti sulla scrivania. Sembravano tutte belle, tutte sorridenti, e io cercavo nelle foto qualche traccia di umanità, magari un difetto, magari una promessa.

Arrotolai il giornale piano e lo misi nella borsa di stoffa. Rimasi a guardare il fiume a mettere a fuoco le cose. I platani dall’altra parte. Un tizio con un cane sotto il guinzaglio che penzola. Gabbiani col becco grosso.

Mi mettevo sulla poltrona di pelle vecchiotta. Raccontavo delle cose, raccontavo dei sogni. Facevo quasi sogni su commissione. Ci andavo due volte a settimana e se si avvicinava la seduta e io non avevo sbrigato neanche un po’ di lavoro onirico mi sentivo in colpa. Ma sognavo Certo non facevo quei bei sogni junghiani di cui si parla nella letteraura specializzata. I pazienti di analisti junghiani sognano cose meravigliose archetipiche e fiabesche, sognano vecchie streghe, urobori, quadrati e mandala. Io facevo sogni caserecci, magari anche ridanciani. Ho pensato che facevo dei sogni freudiani magari corretti dalla cultura cinematografica. Per esempio sognavo di andare a sciare con Fantozzi, oppure sognavo di essere con Walter Matthau nel letto di mia madre. Poi le raccontavo a lui. Era come un gioco. Io raccontavo il sogno, lui se lo beveva piano ad occhi chiusi, se lo assaporava. Io intanto attendevo. Studiavo le rughe e poi venivano le domande e mentre si parlava il sogno si trasformava in qualcosa d’altro, prodigio dell’ermeneutica.
Spesso mi portavo il sogno trasformato appresso per tutta la giornata. Come una specie di amuleto, oppure come una specie di piccolo dizionario. Poi la sera a casa, l’avrei lasciato in uno scaffale, insieme ad altri sogni trasformati e così mi mettevo insieme la mia piccola enciclopedia onirica che sapevo mi sarebbe tornata utile.

Guardavo ancora: la sponda del fiume, il bianco del lastricato, il verde confuso dell’acqua. Due figure piccole che litigano sul margine dell’isola. Lei incrocia le braccia, sbuffa, ha un’aria impettita. Lui si è fatto lontano sembra che voglia dare calci ai sassi, ma non ce ne sono. Sono due ragazzini, 16 anni, dovevano essere a scuola, mi sa.

Alla fine della seduta con un bel sorriso mi regalava sempre qualche massima taoista. Buttava questi sassi nello stagno del mio inconscio, mentre le acque consce del mio razionalismo si indispettivano. Diceva cose tipo “Se un cavallo torna vuol dire che è tuo” “Non si può camminare sempre sulla punta delle zampe” e via con metafore concernenti galline e polli. Nei momenti di crisi galoppante, quando arrivavo alla seduta attanagliata da angosce fidanzatesche, angosce familiari angosce ancestrali mi diceva “ascolta il tuo tao”. Questa qui mi piaceva molto. C’erano mattine che l’angoscia mi legava in uno stato fuori del giorno, come prima del tempo. La vita mi si ammassava davanti, tutta insieme e forte e spaventosa. Allora dicevo “ascolta il tuo tao”. Il che di per se già mi distraeva essendo che stavo pagando uno per trovarlo, il tao. Ma mi portava via dall’angoscia e mi metteva alla ricerca di qualcosa più dentro e più sano, della paura. E poi mi alzavo. Per oscure alchimie delle faccende psichiche “ascolta il tuo tao”, funzionava. Bisogna dire che il mio Tao come si è scoperto in seguito non aveva proprio la forma sperata dal mio analista. Il mio analista voleva che in fondo al cuore ci trovassi una sbriluccicante stella a sei punte, e a questo fine talora mi suggeriva speranzoso: “si legga un po’ di salmi”. Ma non è riuscito a lenire la mia allergia per l’ortodossia ebraica. Tuttavia, per mantenermi vivo il senso dell’origine, ogni tanto chiudeva la seduta con una storiella yddisch sempre a proposito naturalmente, in modo da appagare le acque razionali del mio io e allo stesso tempo facendo l’occhiolino al mio tao, come a dirmi che se ora ridevo segno che dalla mia storia non scappavo.

Ora lei si è girata. Dice qualcosa e si allontana. Lui rimane fermo. Lei se ne va proprio via. Lui torna indietro. Vorrei far notare loro che sono un’isola anche piccolina e, presumibilmente, si incontreranno dall’altra parte.

Oltre al fatto che ero raonevolmente folle, ero approdata nel suo studio perché un giorno avrei voluto fare il suo stesso mestiere. Questo di per se è un segno di squilibrio psichico, a rifletterci è anche piuttosto evidente. Uno deve studiare tipo dieci anni, farsi torturare pagando per altrettanti per poi ottenere di stare in una stanza con delle persone sovente tristi, per molto tempo. Un mestiere per cui uno si fa pagare per essere intristito.
Forse era il fascino che su di me esercitava la categoria. Un mestiere così è un ventaglio per i salotti antichi, un’etichetta per i vini d’annata. Forse era l’idea dello studio, i libri il lettino. Forse il limpido sapore della gratitudine. Forse il segreto dominio sui pensieri per un’ora, la possibilità per un momento di mettere i guanti e toccare piano senza che si rompano i sogni degli altri, metterli in controluce e guardarne i colori.

Però io studiavo filosofia. e dicevo che me ne faccio di Platone, se non aiuto qualcheduno a ricordarsi quello che ha visto. Magari se se lo ricorda lui, me lo ricordo pure io.

Spostai lo sguardo sul parapetto. Fissai per un po’ le macchioline della pietra. Nere, bianche, grigie, ocra in certi punti. Le macchine sembravano più lontane ora. Era molto malato, era anziano, non sono andata al funerale, era legittimo andare al funerale che diritto ho io di andare al funerale io ero l’allieva prediletta la paziente preferita, che tanto quando si parla di psicoanalisti non è che cambi tanto una o l’altra cosa. Ma il funerale è già finito.

Mi avevano detto che l’analisi era una cosa dolorosa. Uno mi aveva detto: un sentiero di spine, l’altro una strada di cocci. E nelle sedute io diligentemente cercavo di pestarli i cocci, in cerca di sane sofferenze catartiche. Per la verità chi va in analisi nei cocci ci dorme e magari li per li non è che facesse tutta questa differenza… e poi certi cocci, a guardarli bene non sono neanche così male. Di certi cocci sono rimasta gelosa e me li sono tenuti per me.

Vero che c’erano volte in cui io arrivavo li, mi sedevo tutta di buon umore con tutt’un sacchetto di leccornie psicoanalitiche tipo lite colla madre, sogno di transfert magari addirittura con un rabbino capo, magari con un pezzo di ghetto di Venezia, che se proprio devo sognare ghetti sogno sempre quello di Venezia come mai non si sa, cioè si sa mio padre, è di Venezia. E allora insomma c’era un bel daffare e dire e stare zitti insomma erano sedute di parole e silenzi proficui e poi me ne andavo e lui mi aveva dato la mano, un sorriso pure, una qualche massima di gru per esempio, che lao tze le gru le teneva in gran conto, sono animali da metafora le gru, e io che gru non ero per niente uscivo e finiva che piangevo. Che certe volte i sogni ridisegnati sembravano condanne senza appello. E mi doleva dover sospendere le mie velleità per essere solo e solo paziente. Quello lo so era il mio coccio preferito. Mi ci tagliavo, e allora lo rigiravo lo smussavo. Ma pure, è sempre stato quello che mi ha detto la strada da fare.

Formiche, che portano briciole di pane in una frattura di pietra. Metto un dito prima della frattura. La formica cerca un varco, prima si sposta a destra, poi a sinistra, sempre col peso della briciola. Io intanto ricordo queste cose, e dico che tutto è andato come doveva.

Col tempo le mie velleità psicoanalitiche ottennero maggior credito. Ma fu un processo lento.
Al mio analista piaceva avermi come allieva. Avevo un sacco dei connotati giusti, studi filosofici, famiglia intellettuale, e persino lo shabbat da riscoprire. Ma era onesto e sapeva che un buon analista oltre tutte queste belle cose deve avere anche una preziosa inguaribilità, qualcosa magari di minuscolo, di ridotto all’osso, un piccolo diamante che punge e che vede. Forse voleva essere abbastanza bravo e togliermi persino il piccolo diamante, il più brillante dei cocci e sapevo che dentro oscillava tra l’orgoglio per il nuovo adepto, e un sottile dispiacere, per quella spina troppo preziosa.

D’altra parte per giuramento professionale era obbligato a dare credito ai sogni più che alle coscienze.

Lascio passare la formica. In fondo, questa formica mi pare coraggiosa a fare questo viaggio sull’orlo del parapetto. Non è una formica qualsiasi, di quelle che vivacchiano in basso negli angoli protetti dalle erbacce, questa è una formica particolare, fa avanti e indietro tutto il giorno lungo la linea dell’orizzonte.

Quindi mi iscrissi a psicologia. E cominciai a leggere le cose che volevo leggere. Leggevo gli eroi dell’oligarchia junghiana, ma ho sempre manifestato una malsana preferenza per l’arrabbiata bratacomiomachia freudiana. I libri da leggere erano decisi a fine di certe sedute, in conclusione di certi sogni, come se ora, alla piccola enciclopedia onirica, potessi metterci le note. E poi se ne discuteva insieme, e si diceva che io tutte quelle cose dovevo scriverle e io, non le scrivevo mai.
E intanto il mio analista si ammalava. Non lo vedevo che si ammalava. Cominciò a farsi trovare seduto, anziché raggiungermi nello studio. Anticipò l’orario della visita perché diceva, nel pomeriggio sono troppo stanco. Certe volte, la malignità della malattia gli rendeva difficile la parola. E cominciò a permettere che accadessero certe cose, come se fossero un ultimo lusso prima di un destino che cominciava a farsi sbirciare. Prendevamo il caffè, il tempo della seduta si allungava.
Ma a me lui sembrava sempre lo stesso, enorme, incrollabile, forte, iperuranico. Transfert, direbbero.

Mi accorsi che la formica conosceva la strada, che percorreva sicura un sentiero invisibile, avanti e indietro dalla crepa nella pietra fino al cibo dimenticato da qualcuno. Mi ipnotizzava guardare questo diligente andare e venire tra il cielo e il fiume.

Imparai il suo modo di lavorare, imparai la sua testa, le sue domande, i suoi witz. Ora portavo sogni dipanati come matasse e quando mi capitavano occasioni di scacco avevo la sua testa a disposizione, sapevo sempre cosa mi avrebbe detto. E mi acciambellavo nella comoda culla della allieva preferita. Mi ha sfiorato il sospetto qualche volta, che un bravo analista ha solo figli unici. ma questo senso di figlia prediletta mi rimaneva addosso, e io mi ci stringevo come a una coperta. Ci rendevamo conto entrambi che la strada era finita e che io dovevo andare a imparare qualcos’altro. Ma esitavamo sulla soglia. Come certe cene tra amici: tutta la sera per parlare di quella cosa e non si capisce mai se ora la questione è importante o pretestuosa, se è perché davvero che quel libro va letto, o è per via del freddo fuori del portone.
O chi sa, forse al padrone di casa non va la notte che sta per arrivare.

Due giorni prima avevo atteso a lungo fuori della stanza. In quegli ultimi tempi addirittura era a letto. Parlava poco e io andavo lo stesso. Lo stavo accompagnando da qualche parte e non me ne accorgevo. Io raccontavo le mie ultime novità le mie ultime riflessioni i miei ultimi studi. Raccontavo di libri e di sogni e lui ascoltava mentre illustravo come avevo imparato a sbrigliare le matasse. Sorrideva con sforzo e rimaneva immobile. Ma io avevo giorni buoni e lui era contento. In quegli ultimi giorni, mostravo il lato luminoso del brillante.
La sua stanza intanto, mi sembrava sempre più vuota. Mi sembrava che ci fosse solo lui e basta.

Le cose nella mia borsa. Chiavi di casa, agenda, un rossetto, un fazzoletto, un libro -di quelli che fanno ridere, un penna, della carta.

Aspettavo nel salone. Qualcosa ho capito e ho cominciato a mangiarmi avida tutte le cose che vedevo. Tutti i pezzi di anima che ci sono nella casa di una vita. I nomi sulle custodie dei cd, il graffio sullo sgabello del pianoforte, il grigiastro di candele mai usate. Un gruppo di libri in un angolo, nomi di oligarchie dignitose e remote. Mi sedetti dentro ognuna delle fotografie, dentro a viaggi compiuti, tra i testimoni del suo matrimonio, alla laurea della figlia. Toccai i posacenere d’argento, la scatola del tabacco le bottiglie per gli alcolici.

Poi mi hanno detto che questa volta davvero era meglio che me ne andassi.

 

Mi sono alla fine ripresa lo sguardo e le mani, mi sono accartocciata le mie cose e ho visto che era una di quelle giornate in cui Roma è piena di cielo. Non come certe ore in cui l’aria si inspessisce grigia sui tetti e si fa cosa dolorosa.
Ma era una mattina di cielo grande e alto e luminoso, che le chiese possono stendere i campanili, le case i tetti e si può camminare piano.

 

 

Scuola di danza

 

A sentire i rumori nella stanza, prima ancora di vedere i corpi non veniva proprio il pensiero della grazia, ma anzi rimbombava sull’assito del pavimento, la goffa permanenza nell’infanzia, tonfi, risate, ma anche riverberi di prime ambizioni. Il brusio da controcanto per i tre tempi che preludevano al quarto in cui, quella procace come una Carmen ottocentesca, si provava a fare la spaccata nell’aria, e riatterrava, fiera e troppo sensuale, per quella caserma dell’ascesi.

S’andava a scuola di danza un’ora prima dell’inizio del corso, con i capelli asserragliati nella crocchia, un’odissea di mollette nella testa, qualcuna anche del gel feroce ea domare un’anarchia contro culturale, le calze rosa e il body scuro. Le più grandi, le sopravvissute, le ambiziose, e qualche volta bravissime e bellissime, avevano pure un tutù vecchio da portare arrotolato ai fianchi, un vezzo di dimestichezza estrema con il palcoscenico che era meglio di una medaglia al valore militare, la prova di una prossimità persino emotiva, di una familiarità che sfiora nella routine con l’estetica teatrale.

Alle altre rimanevano i calzerotti, nel gergo del luogo e del tempo, i galloni della fatica quotidiana, la prova di un essere dentro, di un duro allenamento, da lasciar scendere dalla gamba alla caviglia, a dimostrazione di tentativi, tentativi, tentativi di esatta mollezza.
Si stava attaccate alla sbarra e si lasciavano ciondolare le gambe come compassi rotti, e poi certo, pure la schiena come un nastro di raso che scivola per terra con le mani.
Si aspettava la maestra di danza.

(Non erano tutte predestinate. Alcune erano escluse per l’ingratitudine di corpi troppo immanenti, altre per evidenti chiamate del godimento, certe ancora perché funestate da una proibizione nevrotica al piacere del corpo, al suo uso. La combinazione magica era in un precoce contatto interno con il dire delle cose senza parlare, insieme a una importante venatura ossessiva, con l’ambizione, e infine per le elette da Dio con un tipo specifico di sensualità, di femminino che in quel mondo si chiama talento. Ne ricordo poche, io non ero nessuna di loro –essendo goffa, ontologicamente ciarliera, robusta pigra e anche bizantina. Ma una certa Greta col collo e il modo di tenere le mani tipico dei cigni, a quindici anni volò alla Scala, e di li a Mosca. Tutte annuimmo con un grave cenno del capo.)

Quando la maestra poi arrivava, era tutto uno sbattere d’ali verso i confini della stanza, un assumere posizioni compite e corrette, ci si distribuiva lungo la sbarra, la maestra al centro, con lo specchio enorme alle spalle, la nostra coscienza infelice. Era una scuola modesta, non si disponeva di pianista, c’era un piccolo registratore. La maestra lo accendeva e faceva vedere l’esercizio. Esercizio questo primo, come il secondo, il terzo e il quarto, di apparente semplicità, e per il profano, forse di considerevole noia, e scarsa fatica. La danza è prima di tutto una questione di parossismi interni, di tensioni estreme in stato di fermezza, di movimento controllato dopo la soglia dell’angoscia. La maestra metteva musiche gentili e graziuose, cose sull’orlo di un punto croce, giri da vecchine con il tè delle cinque, a cui noi obbedivamo come soldati di trincea, mentre lei sberciava come un caporale di provincia, brandendo il bastone e colpendo le schiene e le gambe. Le gocce di sudore scendevano.
I padri questa cosa – non l’avrebbero mai capita.

(La maestra di danza mi guardava di rado, e mi regalava carezze meccaniche con estrema parsimonia. Apprezzava soltanto un certo mio modo di tenere il collo del piede,  e forse era il suo minimo sindacale per potersi dire che m’aveva incoraggiata. Mi vedeva come non mi vedevo io ancora. Bambina prima, e adolescente poi, io mi ricordo di me come di un animaletto insignificante e poco efficace – ma lei credo che indovinasse, certe connotazioni che mi sarebbero uscite da grande – forse in me vedeva i segni di mia madre e di mia nonna, in effetti prime cittadine di altri mondi. E forse ora che ci penso, altre cose che cominciavano a germogliare già allora.

Perché per esempio, le mie compagne, osannavano la maestra di danza, di cui io invece già allora, coglievo distintamente la piega infelice della bocca, e tutto un romanzo ingiusto che l’aveva resa ostile alle cose. Era una donna minuta e piacevole, eccessivamente esile direbbero le mie competenze di oggi, ma soprattutto una donna che faceva fatica a prendersi il diritto a quel secondo tipo di erotismo che è prima di tutto l’atto di ballare. Mi accorgevo che anzi, in tutte le occasioni importanti della vita aveva sempre esitato prima di afferrare il godimento, mentre tutti intorno a lei – in primo luogo la scintillante sorella – fioriva senza ritegno. Morì giovane, troppo triste, forse con meno gentilezza di quanta ne avrebbe meritata)

La sbarra durava a lungo, in un crescendo di epos e stacanovismo che non aveva uguali. Se ne emergeva sfiancate e alcune, particolarmente pronte – all’atto della danza vero e proprio. Si cambiavano le scarpe, si intingevano nella pece, qualcuna già sognava di guadagnare l’uscita, io ero divisa tra la convinzione di imparare qualcosa di meraviglioso (che mi è rimasta) e d quella di fare qualcosa di assolutamente incongruo con ogni parte di me (che mi è rimasta). Già un po’ antropologa, guardavo le mie compagne ai lati della stanza, muovere le zampe nervose e i colli lunghi come puledri stretti nel recinto. Io speravo in un arabesque e un divano.

La maestra di danza ne avrebbe chiamata una ad una per fare per esempio delle piroette in diagonale, nella feroce celebrazione del darwinismo sociale del talento. La figlia della merciaia sarebbe caduta senza riscatto, la nipote del rabbino sarebbe stata punita per la sua rigidità, Costanza insomma insomma, poi veniva questa Francesca, volteggiava come una libellula, tutte si concedevano un sorriso.
Nessuna però,si poteva accasciare sulla terra, grande nemica di questa astrazione carnale.

 

Nella sua pedissequità – qui