Neve a Roma

Siamo gente di persiane larghe come prati, animali da piazza e da carne come le lucertole e i gatti, bruniti, concreti, terragni. Facciamo all’amore sui pavimenti, ci puliamo la bocca col dorso della mano, abbiamo bisogno di poche nostalgie. Siamo animali da sole, da terrazze larghe, sappiamo della morte e non ci facciamo domande.

Siamo grassi, furbi, innamorati alla nostra maniera di bestie pigre. Ci orientiamo agili, nell’asfalto caldo, nella luce che spacca, ci riconosciamo l’un l’altro – la linea delle rughe, il tragitto della risata, il tono dei passi. Siamo gente da osteria, apatica alla metafisica.
Surreale è il colore che si scioglie sui sassi troppo caldi.

Ma.
La città è stata bianca per il momento di un respiro, e noi ci siamo appiattiti dietro alle finestre.
Ci siamo avvoltolati nelle tende – a spiare l’incanto nevicare sul disincanto, le fate scacciare i sorci, la vita rovesciarsi come nello specchio di un lago. Abbiamo risognato i nostri ricordi, San Pietro fatto di nuvole, le ville coperte di vetro, i nostri bambini come angeli nel silenzio. 

Neanche il tempo per trovare un cappello.

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Recalcati, la clinica, la politica, la svalutazione dell’altro.

Ha destato molta perplessità, oltre entusiasmo presso gli accoliti più affezionati, un recente post su Facebook di Massimo Recalcati, riguardante l’esito delle prossime elezioni. Lo copio qui:

Il PD, nonostante un buon governo, fatica nel raccogliere consensi. Questo sembra entusiasmare molti. Il nostro paese sarà consegnato nelle mani di una Srl guidata da un comico bipolare a sua volta rappresentato da uno ex-steward del San Paolo di Napoli con evidenti difficoltà di ragionamento e lessicali, oppure ad un pregiudicato ultra ottantenne incandidabile, residuato del discorso della pubblicità attorniato a sua volta da gruppi razzisti e xenofobi. Difficile per la sinistra rinunciare alla maledizione dell’utopia per fare politica.

  Come potete leggere Recalcati riflette sul dissenso da cui è circondato Renzi e traccia un ritratto del movimento 5 stelle in una direzione svalutante che si serve delle categorie della clinica.

Il post mi ha sollecitato molte riflessioni. Ho pensato che politicamente, questo sostegno di Recalcati è quel che si dice un abbraccio mortale: infatti incoraggia a votare PD chi lo voterebbe anche senza il suo incoraggiamento, ma scoraggia con forza tutti quelli che lo hanno abbandonato da poco, o lo stanno per abbandonare – sicuramente non invoglia chi non l’ha mai votato. C’è nell’esercizio della retorica di Recalcati, nella convinta autopromozione che di solito è la salsa del successo elettorale, qualcosa di profondamente autolesionista. Io non sono una grande esperta di marketing elettorale o meno, ma credo che una regola aurea sia quella di non esplicitare una presunta asimmetria tra la propria autorevolezza e quella dell’interlocutore che si vuole acquisire. Questa asimmetria, che cinicamente è un dato implicito all’offerta di una proposta – io partito ti offro qualcosa che tu non hai – va tenuta sotto traccia. Un conto è cioè dire: io so fare benissimo questa cosa! Approfittane, un altro è dire, io so fare benissimo questa cosa approfittane perché sei una mezza sega. La comunicazione politica – non tanto diversamente dalla deprecata impresa, ma volendo anche dall’attività della critica letteraria e cinematografica – deve sempre giocare un delicato equilibrio tra il narcisismo proprio, e quello dell’interlocutore, o anche meno ironicamente – tra la consapevolezza del proprio sguardo sulle cose, e quella altrettanto sacra di chi sta accogliendo il messaggio. Un elettore ha una sua visione del mondo con cui si può litigare, ma che non si può svalutare.

Svalutazione, una ricorrente difesa delle strutture narcisistiche.
Diversamente da molti detrattori di Recalcati – in queste ore, io in questo messaggio non critico tanto tout court la chiamata in causa di una categoria diagnostica in ambito politico. Sono un clinico anche io, e posso dire che forse con Recalcati politico lo sto ripagando con la stessa moneta. Se la clinica, la diagnositica sono letture della realtà sempre valide, non vedo precisamente perché non debbano esserlo nell’ambito del benessere comune. Molte diagnosi sono funzionali all’ascesa al potere, e alcune diagnosi gravi sono state funzionali alla distruzione del contenitore democratico. Trovo legittimo chiedersi allora, a ridosso delle elezioni se qualcuno dei leader in campo non attui comportamenti tali per cui il contenitore democratico sia messo a rischio, o non avvii una catena di azioni e reazioni che da quella diagnosi prendono corpo quando entri in partita con aspetti della patologia sociale, provocando effetti pericolosi. Queste domande per una persona che di mestiere fa lo psicologo o lo psicoanalista possono passare per la sua sintassi professionale. Io trovo ipocrita negarlo. Anzi, per me soprattutto in tema di leadership, siccome ne va del benessere comune quello sguardo è necessario. Patologie gravi, ci sono in passato costate molte morti.

Tuttavia credo che sia cruciale riflettere sul modo con cui queste considerazioni vengano maneggiate nella comunicazione pubblica, perché quella comunicazione avrà un doppio riferimento. Da una parte coinvolgerà il pubblico degli elettori, dall’altra quello dei pazienti. E forse il problema rilevante, per un collega non è tanto l’usare l’alfabeto che gli è proprio nella propria vita politica ma il farlo in una maniera svalutante, approssimativa, e patologicamente carica di disprezzo. Una volta per cui si decide di aver individuato in un certo comportamento il segno di un funzionamento psico (pato)logico – ci si può ricordare che è lo stesso che si è presumibilmente individuato per esempio in qualcuno che frequenta la propria stanza di cura e che è stato messo in relazione a una scelta difensiva che ha avuto una ragion d’essere per la sopravvivenza del paziente, così come è evidente che ha portato a delle conseguenze negative per il paziente stesso.

L’obbiettivo ultimo di questa individuazione però, dovrebbe essere la comprensione del paziente, l’individuazione degli effetti negativi che procura quel set di comportamenti, non il vantaggio narcisistico per averli individuati e la denigrazione dell’assistito perché ne è portatore. In questo senso la narrazione che si fa in stanza di cura può avere un buon parallelismo con quella che emerge qualora ci si presti al campo politico. Infatti, a usare il discorso clinico in quel modo, ci si mette nella posizione di: o cacciare un paziente, oppure se quello rimane li con zelo a prender randellate, rinforzarne una struttura gravemente compromessa. Rimanda anche a un modo di stare in terapia per cui talmente è dilatata l’asimmetria tra le parti in causa, l’ipersvalutante e l’ipersvalutato, che difficilmente l’ipersvalutato riuscirà a essere veritiero rispetto al clinico, e tutto farà tranne guardare quello spettro di scelte disfunzionali che magari sono davvero tali ma che ora sono un oggetto intangibile.  La terapia ne sarà sporcata.  Ora io non se questo capiti nella stanza di Recalcati, certo è che provo un senso di dispiacere se vado a pensare a un suo assistito a cui uno psichiatra abbia prescritto del litio. Ma politicamente penso anche se un clinico sceglie di adoperarsi per la cosa pubblica, deve farlo con tutte le conseguenze che questa presa in carico comporta. E questa presa in carico implica: attenzione riconoscimento, preoccupazione, essere disposti a entrare in una dialettica politica, certo anche una assunzione del rischio nell’esprimere un parere delicato.

Ora, siccome parliam di lacaniani e vanno pazzi per queste coserelle qui, e siccome chi scrive è un’analista femminista e junghiana, io mi chiedo, ma almeno in campagna elettorale, se non per etica almeno per sagacia non sarebbe il caso di temperare il baldanzoso esercizio del padre con un po’ di funzione materna? Ritirare fuori quella teoria reazionaria di Jung, e giustamente criticata per cui compito del maschile, e in particolare del maschile che esercita professioni che riguardano la cura dell’altro, è quello di far crescere la propria componente femminile interna? La propria capacità di madre? E’ una retorica reazionaria, ma ai reazionari potrebbe essere utile.

Palacavicchi

 

 

Scavallata la soglia dei vent’anni ebbe un periodo di esplorazione estrema, oltre la cortina di ferro della presunta coscienza di classe, al di la delle colonne d’ercole dell’infanzia protratta. Era l’epoca dei jeans strappati dopo le calze tramate, dei cappelli flosci sopra le mollette a scatto, dei libri di cui si voleva carpire il concetto, ma a stento se ne acciuffava la poesia. Aveva un fidanzato devoto, amici pieni di indicativo e di ambizioni. Sul fare della sera si attardavano in bar con le sedie di plastica, e parlavano di politica grosso modo come l’imperatore avrebbe fatto dei suoi vestiti.
(Maturò già allora un desiderio di rivolta. Concepì sogni erotici a base di discoteche e futilità. Sputava su Hegel, secondo alcune in favore di patriarcati più divertenti.
Punti di vista)

Fu in quel periodo che tutti si trascinarono al palacavicchi, e ne fu elettrizzata. Per qualche sabato presero a inoltrarsi nella notte, con una curiosità metà spocchiosa metà misterica. Il nome li faceva giustamente ridere e conteneva un’infallibile promessa di audacia insieme a familiarità, grandezza e provincia. La grandeur del palazzo evocato si infrangeva sull’italianità del suono, un cognome da macellai di paese, il citofono di un cugino dimenticato, garrulo e scapolo. Il palacavicchi come una fantasmagorica distesa di tovaglie incerate a quadri, come la pista regia per plotoni di zitelle all’arrembaggio del secolo finito. Soltanto anni dopo, si sarebbe anche inchinata alla dignitosa resistenza di quel nome, l’orgoglio di un’identità contro imperialismi fonetici d’oltreoceano. Allora – Palacavicchi come il più grande dei generali della Grecia antica, l’ultimo a cadere, quando Ciro il Grande imperversava.
Palacavicchi come un eroe di Senofonte.

E comunque entrarono una priva volta e tornarono altre volte, per via di un’atmosfera che non avevano preso in considerazione, e altri benevoli pregi di prosecco al bicchiere, bellini rossini, impreviste ubriacature da fienile e agonistiche indigestioni di cetriolini e patatine gusto ketchup, salatini a forma di cuore e di stella. Si entrava in uno spazio sterminato, si sentivano musiche sudamericane, la pista un luccichio ampio e disinvolto, e intorno gente che ballava, il più delle volte con domestica rozzezza, ma qualche volta con sensuale perizia. Chachacha precisi nel ritmo e nel passo pilotati da gendarmi prussiani, samba che incalzavano in diagonali evidentemente impossibili da tradire.
Lei prendeva il suo fidanzato devoto che se ne stava come un palo in mezzo alla pista con un clemente braccio teso, e tentava l’impossibile di un alfabeto sconosciuto, arrotolandosi e srotolandosi dal suo telegrafo d’elezione, spiando gli sfrenati sederi altrui e chiedendosi dove cominciare cercando di acciuffare nel suo apprendistato esistenziale il filo che le veniva indicato dalla larga risata altrui.

(Al Palacavicchi cioè, pur con le numerose variazioni Goldberg di ceto e di nevrosi la gente studiava per spassarsela, cercava di mettersi nelle scarpe il godimento del sesso per portarselo poi altrove, si ubriacava scientemente di un sudamericano saper stare al mondo, che sarebbe rimasto addosso negli uffici come brillantina il mercoledì delle ceneri. Palacavicchi come una specie di Macondo dello spirito, a cui lei sarebbe a ondate tornata nel ricordo, a prendersi qualcosa).

 

 

E dunque: qui.

Montalbano Bonfiglio la narrazione e la fatica dell’ambivalenza

Ieri sera ho visto l’ultimo episodio del commissario Montalbano. Me ne sono goduta come sempre la fotografia, la sceneggiatura, e in generale il coraggio di un’opzione estetica ponderata in prima serata. Sono persino riuscita a capire la trama e il presunto itinerario logico degli omicidi – cosa che normalmente mi sfugge, procurandomi sempre sentimenti di affranta inadeguatezza. L’episodio era come al solito ben confezionato – anche se c’è stato qualcosa che ai miei occhi ha funzionato poco, benchè vada premiata la nobiltà dell’intento, di cui vorrei parlare qui.

La puntata narra insieme, di una successione di rapimenti e di un doppio omicidio per il quale c’è un imputato designato, cioè un personaggio che sembra essere a tutti gli effetti l’assassino quando si scoprirà alla fine che no, l’omicida non è lui, e la persona da incriminare è un’altra. La cosa che mi ha interessato di questa parte dell’episodio è il lavoro fatto su questo personaggio incriminabile, perché mi ha fatto molto riflettere, su certe difficoltà della narrazione quando vuole essere – tentativo giusto e nobile – psicologicamente realistica, ma proprio questo realismo rende il personaggio paradossalmente inverosimile.
Raccontare tutto l’episodio ci porterebbe troppo lontano e sarebbe anche fuorviante. Mi limiterò quindi al segmento di sceneggiatura di cui mi interessa parlare.

Il signor Bonfiglio, compare a un certo punto della puntata. Quando Montalbano si trova a dover indagare su una successione di rapimenti, e l’incendio doloso a casa di una persona scomparsa da tre giorni. Di questa persona il signor Bonfiglio è un caro amico, che si candida da subito come sgradevolissimo testimone chiave e poi adattissimo imputato. E’ un uomo in la con gli anni, affetto da un dandismo sfrenato, un ex bel ragazzo adesso vecchio molto seducente, cinico disincantato, esplicitamente cattivo – si deve pagare il pizzo senza fiatare, bisogna eludere qualsiasi responsabilità affettiva e morale, niente storie serie, men che mai matrimoni. Successivamente donne che hanno avuto a che fare con lui lo raccontano come un perverso, un manipolatore: il complice di vigliaccherie altrui. Quando lo scomparso voleva infatti lasciare una di queste donne, il signor Bonfiglio si era prestato a tentare di avere un rapporto sessuale con lei, per farsi cogliere in flagrante ed essere quello che lascia la compagna da tradito (allo scopo di non restituire un ingente prestito). Il signor Bonfiglio dunque è un satiro. E per inciso vorrei fare i miei sentiti complimenti all’attore Fabrizio Bentivoglio, che così bene l’ha interpretato.

Nel corso dell’episodio però la sceneggiatura dell’episodio propone una trasformazione psichica del personaggio, una rotazione. Si scopre che il signor Bonfiglio aveva una compagna di cui era molto innamorato, e che si rivela tradito da lei, che aveva una relazione con l’amico di cui era stata incendiata la casa. Poi sarebbero stati uccisi entrambi. L’amico è un pavido, un giovane senza scrupoli, un narcisista della stessa pasta del signor Bonfiglio, ma con meno carisma, meno charme – il signor Bonfiglio da giovane (scelta brillante della regia) lo avrebbe vinto senza tema in qualsiasi gara. La vicenda del tradimento fa mettere in luce però le debolezze e le ferite del personaggio, che si rivela più dipendente dalle relazioni di quanto sembrasse all’inizio, più vulnerabile, più fragile. Vinto da una dolorosa acquisizione del tempo della vecchiaia, del bisogno dell’altro.

Ho raccontato tutte queste cose per riflettere sulla curiosa constatazione. Questo tipo di rotazione è estremamente frequente in terapia, il ribaltamento del grande narcisismo in uno stato di vergognosa dipendenza, è un risultato di itinerario che con quel tipo di pazienti è auspicabile raggiungere, spesso con molta fatica. Qualche volta scappano prima. Gli stessi sentimenti di inettitudine, sconfitta, ferita dell’io che schiacciano il signor Bonfiglio alla fine, sono il motore del suo cinismo all’inizio dell’episodio. Il ribaltamento che accade in terapia non sta ad indicare l’emergere di una personalità assente, non è che una persona diventa cioè un’altra col passare delle sedute. Quella parte del soggetto debole fragile attaccata e ferita è sempre stata presente, è stata un apriori dell’esistenza della persona, la quale però non gli dava però liceità narrativa, diritto alla presenza nello stato di coscienza. Per questo l’acquisizione di debolezza di se miserabile e sconfitto e tradito e che merita tradimento è un grande traguardo degli itinerari con pazienti narcisistici. E per questo sul piano della logica psichica la sceneggiatura del commissario Montalbano era decisamente congrua.

Il problema che mi sono posta, la curiosa riflessione, ha riguardato il grado di verosimiglianza, e di credibilità. Perché ho sentito la metamorfosi del personaggio paradossalmente poco credibile, che quasi strideva nel suo svolgersi con la qualità del resto del lavoro. Mi sono detta che qualche telespettatore potrebbe aver pensato che l’improvvisa fragilità del signor Bonfiglio era stata messa in scena in modo forzato per esigenza di plot, allo scopo di istituire un altrimenti irrecuperabile colpo di scena. E d’altra parte non è la prima volta, succede reiteratamente al cinema o in televisione che la realtà risulti una farsa, narrativamente poco credibile.
Mi sono chiesta da cosa potesse dipendere questa difficoltà che si propone ciclicamente a chi fa narrativa – con qualsiasi linguaggio – la verosimiglianza di certe invece presenti e realistiche contraddizioni psichiche.

Mi sono data due risposte: la prima riguarda la tempistica costretta delle produzioni televisive e cinematografiche. Il poco tempo che può vantare un personaggio oltretutto non protagonista, non riesce a restituire la gradualità dell’emergere nella coscienza che di solito implica questo tipo di contraddizione interna. Per esempio in una psicoterapia questo tipo di immissione narrativa può persino aver bisogno di anni. Sul piano di realtà e delle relazioni – beh altrettanto. Il fatto che le personalità narcisistiche possano vivere di queste doppiezze è  sentita più come una leggenda più che come una realtà possibile.

In conseguenza di questo c’è stata la seconda classe di osservazioni: l’abitudine a certe maschere sociali, che sono le stesse che poi andranno in terapia perché ingabbiate in un gioco di ruolo anche collettivamente determinato, ci fa sembrare un tradimento il ribaltamento di ruolo e l’ingresso della personalità vero se, che sta sotto il falso se socialmente rinforzato. Questo credo che rappresenti un problema anche per altri ribaltamenti: per esempio sul polo opposto ma sovrapponibile, socialmente ho constatato quanto sia difficile sopportare la dimensione potentemente egoistica, nevrotica, manipolatoria che sottostà a diverse costruzioni di personalità di aiuto. Il dedito al volontariato, il medico con abnegazione e naturalmente lo psicoterapeuta.
Ed è quindi molto interessante questo constatare come rappresentare la realtà possa essere ben più difficile del rappresentare il fantastico. Il reale ci costringe a delle ambivalenze che l’idealizzazione onirica del sogno, del romantico, dell’incubo del demoniaco ci permette molto spesso di non esplorare.

La questione del Liceo Visconti

 

 

In questi giorni il liceo dove ho studiato – l’Ennio Quirino Visconti di Roma – è al centro di una polemica nata sulle pagine del quotidiano La Repubblica. Il giornale ha infatti evidenziato la scheda tecnica con cui il liceo viene descritto e pubblicizzato nel sito del MIUR. La medesima scheda per altro, è agilmente scaricabile dalla pagina del Liceo (qui). Il contenuto incriminato è questo:

“L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l’antica tradizione con l’innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES.”

Il testo è costruito in base alle domande poste dallo stesso ministero, probabilmente con altri scopi. Il ministero ha infatti chiesto agli istituti di rendere conto della composizione sociale delle classi, della percentuale di disabilità e di dsa, e di fornire anche in base a queste domande una scheda di autovalutazione –le domande, anche quelle visibili al pubblico sono domande guida, implicano un suggerimento, non un obbligo – e proprio per questo, molti licei anche prestigiosi non hanno obbedito tassativamente ai temi in questione per autopromuoversi. Ora il Visconti è sempre stato un liceo destinato alle elites borghesi, e quindi le risposte alle domande guida difficilmente potevano essere diverse da quelle che la dirigenza scolastica ha fornito: è una scuola del centro storico romano, gli ex allievi hanno la possibilità di iscrivere i propri figli, ha un certo prestigio sociale e la territorialità garantisce l’utenza di cui la scheda tecnica parla. E’ un dato di fatto. Meno scontato considerare un vantaggio usare questo dato di fatto come oggetto di promozione dell’istituto, aspetti per cui valutarlo positivamente. Le scelte sintattiche della scheda di autovalutazione tradiscono infatti un orientamento etico, un utilizzazione politica di questo dato sociale, che lascia interdetti –per usare un eufemismo. Il dato di realtà è presentato come un vantaggio per la formazione, come uno degli aspetti che rendono l’istituto attraente e prestigioso, e si legge che l’assenza di stranierei e disabili “favorisce il processo di apprendimento” e poco dopo si legge anche che questo processo di apprendimento è garantito “limitando gli interventi di inclusione ai casi di DSA (disturbi dell’apprendimento) o all’insorgere di BES.
Questo in altri termini vuol dire che per andare al Visconti, è meglio se sei ricco, è meglio se sei ricco e medio borghese, ma non te provare a essere ricco borghese e autistico perché in quel caso non c’è trippa per gatti.
in altri termini ancora poi c’è anche una possibile, forse non molto calcolata allusione, una specie di gomitata tranquillizzante ai compari di patto sociale. Tranquillo fratello, qui i negri non li facciamo entrare, manco se sono figli di dirigenti FAO. Oh, poi se viene il diplomatico Senegalese ce la vediamo li per li, che comunque fa fine, e affrontare il razzismo fortifica.

Qualcuno ha già detto che la colpa è un po’ del ministero, e qualcun altro potrebbe dire che la colpa è anche nella resistenza tipica di certi ambienti a sorvegliare la propria comunicazione. Il ministero ha infatti colpevolmente mischiato uno strumento di ricerca sociale eventualmente correttivo di certi squilibri (sogno una pubblica istruzione che costringa il mio liceo a prendersi una percentuale di studenti extracomunitari e residenti in aree svantaggiate) con una scheda di autovalutazione destinata alle famiglie, che andandosi a strutturare su quelle domande facilmente poteva deflagrare in simili forme di idiozia. D’altra parte forse viene da pensare che nell’era dell’informazione digitalizzata e dell’istituto pubblico concepito come impresa, con gli open day, il sito colle foto etc, una dirigenza scolastica faccia maggiore attenzione alle cose che scrive, e si industri ad anticipare i fraintendimenti possibili. La cosa veramente triste però è che invece grossolanità del progetto ministeriale, e arcaica grettezza della presidenza del Visconti rivelano qualcosa di autentico e onesto, una vocazione e un pensiero che la patina della correttezza politica potrebbe occultare. Ci vantiamo della nostra posizione sociale, per noi è un valore fondante, siamo contentissimi di non procurare rogne ai nostri virgulti, questa è l’etica di fondo che trasmettiamo nei nostri insegnamenti.

Perché – questo lo scrivo tutto sommato con dispiacere e delusione – è vero che un tempo in quella scuola hanno studiato personalità prestigiose, quando ci si proponeva anche allora di proporre un’elite intellettuale, una classe dirigente colta e preparata – il Visconti era un collegio dei gesuiti – ma rimaneva il dovere ideologico di mantenere l’accento sulla qualità dell’istruzione, e se ci fosse stata una scheda di autovalutazione sarebbe stato tutto un pavoneggiarsi di quanto son bravi gli studenti nostri, non quanto sono ricchi e da quanto. Oggi forse la dirigenza pensa ad altro, nella scheda tecnica non deve parlare di merito, di qualità didattica, non decide di prendere studenti per merito per capacità e talenti, ma per prestigio. Non gli piacciono oggi gli allievi di famiglia modesta che sfondano alla Normale di Pisa per dire una cosa qualsiasi. No,  Al Visconti di oggi interessa la lotta di classe della nuova destra, il vecchio capitalismo in salsa marxista non il mantenimento di un ascensore sociale che cavi questo paese dal pantano.

Quando ci ho studiato io – oramai vent’anni fa – non era una scuola esattamente progressista ed esageratamente composita. Le tracce di questo orientamento erano già profonde, ma va detto, più accennate e più virate sulla ambizione meritocratica. Ho ricordi ambivalenti per questa vocazione borghese del mio istituto, ma devo riconoscere che mi ha dato una buona formazione, e buona parte dei miei compagni di strada all’epoca anche di ceto modesto in una minoranza però significativa, ha poi avuto una riuscita professionale corrispondente agli sforzi fatti all’epoca. Tuttavia c’era almeno allora, tempi di dominio DC e di prima repubblica, un pudore e un’attenzione che in qualche caso era ipocrisia, in qualche altro orientamento sinceramente morale per cui questa roba schifosa che ho copiato qui sopra, non sarebbe mai stata concepita come ammissibile. Veramente.  Ce ne saremmo tutti molto vergognati. Anzi sono sicura che nella pur sbandierata omogeneità degli studenti e par di capire dei docenti, in molti siano stati messi a disagio, profondo disagio da questa comunicazione. Come se si preconizzasse per questi adolescenti un futuro che magari non vogliono avere, come se si disegnasse addosso a loro, un modo di essere soggetto politico, cittadino che magari non tutti hanno. Non avere neanche un disabile in classe, favorisce davvero l’apprendimento in maniera dirimente? Non avere neanche un po’ di soggetti svantaggiati socialmente non permette a tutti, svantaggiati e non, di avere altri skills per la vita professionale e civile? Io non chiedo a una scuola pubblica di diventare all’improvviso quello che non è, ma ammesso e non concesso (devo dire molto non concesso) che una scuola pubblica non debba mettere al mondo una cittadinanza equipaggiata, se proprio vogliamo produrre la classe dirigente di domani.
La dobbiamo proprio fare di stronzi?

Toccata e fuga per un altro Shostakovitch. A proposito del 27

 

Non finì nei campi di concentramento, sfuggì miracolosamente alle rastrellate, e a dir il vero non patì neanche delazioni. Fu protetto dal sole lontano che prende in cura alcuni bambini, e non altri, scappò solo da un collegio a un altro, da un ammasso di macerie a un altro, la rapina dall’infanzia mai avuta come un incubo confuso e potenziale, come condanna possibile e necessaria, come cattivo romanzo aperto ancora da scrivere.Il campo di concentramento come estetica di una disgrazia profetizzata.

Per questo ci sarebbe tornato a guerra finita in numerose occasioni. Nel sonno le SS venivano a prenderlo, in una sorta di ripresa permanente, un’ossessione della condanna mancata, del peccato non espiato. In questi sogni stava sulla porta dei lager urlando terrorizzato come fosse un personaggio di Barnes, con un’eterna valigia davanti alle scale del piano, pronto per la meritata condanna a morte.

(La moglie lo svegliava stancamente, con apprensione ma anche con imbarazzato senso di noia, come se le urla della notte fossero una specie di connotazione del marito, una cosa come i capelli ricci, un particolare della sua fisiologia. Aiuto gridava aiuto! E lei voleva dormire.
Anche lei bambina era scampata alla medesima condanna. Ma fu protetta con più coerenza e determinazione – i tedeschi vennero che stava dentro a un confessionale con sua madre e un prete arrabbiato si mise tra loro.
Un giusto.
Ma anche: essa fu più amata quando era necessario)

Addirittura, in certe sere di inverno sonnacchioso, la luce gialla della cucina le figlie al telefono grigio, la moglie in salotto, se tutti insomma non si curavano di lui, se lo lasciavano alle sue trame incompiute, si legava alla televisione in una sorta di orrida ipnosi e frugava dentro ai documentari sui campi di sterminio. A cercare di capire che posto avrebbe avuto, a tentare di sentire quanto avrebbe sofferto – ma soprattutto credo, a spaventarsi. Come se la condizione permanente del terrore dell’imminente tortura e chiamata, fosse l’unico tassello possibile per la sua infanzia disgraziata, l’unica coperta, l’unico modo di stare.

Il segno della croce. Istanze delle donne e cultura cristiana.

 

Recentemente, ripensando al dibattito sulle questioni di genere– mi sono trovata a constatare come spesso la risposta alle istanze femministe, faccia capo a una loro eventuale convergenza con i dettami della cultura cattolica o più genericamente cristiana. Per esempio, in questi giorni a proposito del Metoo, e dei vari scandali sessuali da Weinstein in poi, si è parlato di puritanesimo, di moralismo di stampo cattolico. Spesso anche in una sostanziale buona fede, alcuni ritengono che a muovere l’ondata di risentimento, sia una sorta di generalizzata paura del sesso, che lo fa schiacciare sulla violenza, e un desiderio di conformismo a una morale dominante, anche questa credo sentita come motivata da una paura interna del potere sessuale. Da un certo punto di vista, è un fatto che mi stupisce. Conoscendo da vicino l’antropologia che connota l’attivismo femminista, con cui spesso mi trovo in una posizione di distanza e di scomodità, so però che se c’è un popolo davvero ostile alla religione e poco compatibile con la Chiesa cattolica, quello è il popolo femminista.
Da un altro punto di vista – forse quello che riguarda le donne che parlano di se e non le femministe attive quella argomentazione indica qualcosa di vero, anche se per quanto mi riguarda quel qualcosa di vero, viene giudicato in maniera diametralmente opposta.

Noi – noi italiani, magari anche italiani di una certa Italia e di un certo contesto – siamo figli di un mondo la cui morale dominante sacralizzava il sesso, e lo faceva tramite le vie antitetiche e parallele della istituzionalizzazione e della demonizzazione. In primo luogo l’atto sessuale era infatti concepito come sofferto traguardo da poter raggiungere dopo una selva di riti iniziatici – corteggiamento, fidanzamento matrimonio fino alla prova ultima della deflorazione testimoniata alla famiglia e al clan. In secondo luogo l’atto sessuale era oggetto di una demonizzazione, ossia di una sacralità alla rovescia: per cui il sesso era rappresentato come regno del male, come luogo della caduta, con eguale produzione di riti recinti e narrazioni collettive: la narrativa della tentazione, la prostituzione fino all’orgia diabolica, lo scambismo e il vasto e pruriginoso arcipelago delle perversioni.
In questa cornice narrativa la libertà di compiere un atto sessuale era particolarmente osteggiata, e lo era ancora di più per le donne. Perché il sesso era identificato con loro con il loro corpo, e la vita di molte dipendeva dal posto che veniva loro assegnato, con la carriera conseguente – se quella della sposa, o della mignotta (oppure in diversi casi, la sposa di Dio). Il sesso era vincolato alla procreazione, il piacere connesso alla trasmissione generazionale.
Il sessantotto – ma soprattutto una coorte di importanti cambiamenti sociali ed economici che lo hanno preparato e gli sono succeduti – primo fra tutti la larga accessibilità alla contraccezione, gli elettrodomestici, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro – hanno scollato parzialmente il ruolo della donna dall’essere prima di tutto mezzo di quella riproduzione, il centro della sacralità del sesso, e quello è stato a sua volta privato del suo potere magico o in altri termini, del suo dazio. Il peccato si è polverizzato in una sessualità quotidiana e accessibile, con gli adolescenti che hanno rapporti sessuali e ne parlano ai genitori, giovanotti devotissimi che cambian idea e concepiscono comunque rapporti prematrimoniali – il sesso è diventato un oggetto vitale ma da prima serata, equiparato ai beni di prima necessità, come una minestra, come un piatto di pasta.

Ma questa è la cosa che noto per le donne soprattutto: prima c’era un forte impedimento ad agire sessualmente il desiderio, mentre era protetta la libertà di ritrarsi. Oggi è molto più garantita la libertà di offrirsi ma è assolutamente coartata la libertà di ritrarsi: se prima una donna doveva giustificarsi per aver desiderio di cedere prima del sacro vincolo del matrimonio, se era un soggetto eversivo perché godeva impunemente in maniera soggettiva, ora c’è una sorta di segreto obbligo culturale alla consumazione sessuale: la donna che dovesse esitare prima di avere un rapporto sessuale viene biasimata socialmente come all’antica, come residuo del mondo cattolico che si è combattuto, ma anche come complessata come soggetto che non ha la necessaria disinvoltura con la sacralità del piatto di pasta.
Perché non vuole mangiare questa donna con me?
O meglio – dovremmo dire spezzando una lancia in onore del transfert – perché non dovrebbe farmi da mangiare, come la mia mamma?

La coartazione dell’atto sessuale, in tempi in cui   questo combaciava ipso facto con una bocca da sfamare, si univa a un modo sessista di guardare alle donne per cui alla fine – sono sempre quelle che obbediscono a una legge dominante, mai quelle che la promuovono insieme agli uomini per loro autentiche motivazioni – per inciso, questa è una relativamente frequente deriva sessista delle prassi femministe, talmente frequente che è uno dei buoni motivi per cui io regolarmente sento di dovermene allontanare. Questo insieme di questioni, ha fatto scotomizzare il fatto che si, quella vecchia prospettiva premoderna e normativa, garantiva la libertà di quei sentimenti che rispetto al sesso e all’atto sessuale chiedevano tempi psichici di negoziazione lunghi, accordi con la propria intima organizzazione emotiva, tempi della relazione a lunga cottura. E mi colpì molto in questo senso, la lungimirante e al tempo dal sapore ferocemente reazionario, dichiarazione che Horkheimer rilasciò nel 1972 in una ultima intervista molto bella prima di morire.
Oggi – cito a memoria perdonatemi – non possiamo più avere Romeo e Giulietta. Oggi Giulietta direbbe: aspettami prendo la pillola e sono subito da te.

Ad oggi la pressione culturale e lo sguardo sessista producono la stessa deformazione speculare e contraria. Se le donne protestano con il metoo, se parlano di contatti sessuali prevaricanti in quanto indesiderati, non stanno rivendicando la libertà dell’atto di sottrazione stanno – al solito – aggregandosi a una presunta morale dominante quanto invisa, oppure al solito . proprio come le loro sorelle puttane di cinquant’anni fa, rsi rendono colpevoli di non accordarsi sempre e comunque alla normativa preferita dall’orizzonte culturale.

Di questo riflesso pavloviano in merito alle motivazioni del femminile a respingere le richieste sessuali indesiderate si possono dire tante cose, la prima è quella che ha mosso questo post – ossia che si è vero che il femminismo e la chiesa cattolica sono due contesti profondamenti antitetici e quasi nemici, per un vasto profluvio di motivazioni che ci porterebbero troppo lontano affrontare qui, ma forse una certa prospettiva normativa aiutava un certo tipo di psicologie femminile, e la maggior parte delle donne in una vasta classe di occasioni – le proteggeva, forse disconoscendole, ma le proteggeva. Il reato d’onore era pur sempre un reato. Un uomo che importuna una donna era qualcuno che violava qualcosa di importante per il collettivo di importante per la donna, con nomi diversi – ma era, la stessa cosa. Scendendo di più nella prospettiva psicologica, che è la mia, ho la sensazione che i processi di crescita di adultizzazione, l’ingresso nel sesso potessero avere sotto quella norma, per altri versi perniciosa e patologica, un più vasto spettro di passaggi graduali. Allargando lo sguardo, anche quel mitologema della natività per me, l’idea di spiegare la prosecuzione della specie fondamentalmente con il miracolo, la sacralizzazione della vita sessuale metteva molte donne in un’organizzazione narrativa che le sosteneva rispetto alla gestione del titanico potere di generare, e al dolore che questo comporta per esempio, quando non ci si riesce, o quando lo si fa ma si vivono conflitti interni.
Quindi capisco perché poi vengono a dire che chi lamenta gli abusi sembra una puritana nemica del sesso. Perché questo è il culmine e il paradosso, il sesso è nel corpo della donna, però la sua identità ha a che fare sempre con gli uomini e se ti sottrai sei nemica del maschio.
Ma non è così che funziona. La libertà è non volerne uno senza che questo precluda di volerne un altro.

Un ricordo

 

La terza volta che andai a Parigi, fu nel 1995, e fu con i miei genitori, a ridosso della fine di un amore grande quanto modesto. Mi portarono forse per consolarmi, ma mia madre voleva andare anche a trovare la sua cara amica Liana – un tempo rossa, aristocratica e fascinosa, ma all’epoca già malata, sull’orlo della sconfitta. (Devo portare i golf rosa pallido, le diceva con disappunto, come se i colori delicati, e la cipria, quanto di più incongruo per la sua natura di broccati, e velluti pesanti, fossero l’ultimo baluardo di resistenza alla morte, o anche, lo strenuo tentativo di rimanere eleganti -sofisticate -degne) .
Era inverno, la città era bianca e splendente, la mia amicizia con lei doveva ancora arrivare. Facevo foto alle seggiole sul ghiaccio dei giardini di Lussemburgo, constatavo il pallore della tristezza poco appassionata. Sorridevo davanti ai corridoi di palazzi olimpici. Tutta quella retorica mi faceva provare la nostalgia di una nostalgia mai provata.
(La questione dei grandi amori mancati)

L’albergo era vicino alla casa dell’amica di mia madre, che per la verità conoscevo pochissimo. Aveva vissuto con mia madre quando ancora studiavano. Era stata un animale intrigante e bizzarro, dominante e sofisticato. Era sposata con un grande analista, e non avevano avuto figli – come avrei saputo più tardi, lei non ne aveva mai voluti. Il grande psicoanalista, per me all’epoca era qualcosa di prossimo a un vecchio, ma anche quel tipo di adulto, di uomo, di signore, che vive nel mondo confuso di cose non interessanti e sconosciute – avevo un’idea confusa anche del suo lavoro – e al primo pranzo a casa loro, mi parve che parlassero in toni e mondi e parole che in nulla avevano a che vedere con me, e che anzi mi escludessero, lui Liana, mia madre e mio padre. Il primo pranzo mi divisi, ricordo, tra la pena per lei, così lontana dalla sua identità, così erosa, e una noia vergognosa e non pronunciabile.
(Li sentii dei vecchi senza figli. Lui in particolare)

Ma la seconda volta che andammo a pranzo con loro – a cena non si poteva, lei si stancava presto, raccontai che nel ristorante di un museo, mi avevano rubato la borsa.
Allora il marito di Liana, Luigi, il vecchio che si occupava di cose da vecchio mi guardò con estremo interesse. Mi chiese, ma dimmi cosa c’era. E io gli dissi che c’era il mio portafoglio, la macchina fotografica e un diario, perché ho sempre avuto un gran bisogno di scrivere.
Fu molto allarmato. Il diario! Disse guardandomi negli occhi- Il diario! Ma che cosa terribile, E’ una cosa terribile.

Fu un momento magico, e non so dire bene perché. Quello che scrivevo mi pareva illegittimamente importante per me, e legittimamente inutile per gli altri, e pensavo che il ladro avrebbe cercato i soldi, e buttato il resto – era una borsa di poco conto. E invece questo vecchio che poi tanto vecchio ancora non era, diceva con gli occhi e con tutto, è una cosa importantissima! Veramente!
(Lo disse con questo trasporto fuori luogo, che parlava dell’amicizia a venire, perché passata ancora non c’era.)

E poi alla fine del secondo pranzo, dopo aver parlato con mia madre della salute di sua moglie – la sua adorata moglie, come avrei saputo dopo– fece questa cosa per me allora incredibile. Mi diede la sua carta di credito, aurea e scintillante, a me che avevo vent’anni e non mi conosceva per niente, e mi disse. Compra la borsa più bella che c’è, la più adatta a te, quella che ti piace di più e non voglio sapere quanto spendi. Te la regalo io. Vai da sola e comprala.

(La possiedo ancora, e forse dovrei cominciare a usarla. E’ una valigetta marrone, di un negozio molto bello. Ho paura che si rovini. Forse la dovrei portare a studio, e tenermela li vicino, mentre lavoro, mentre faccio il suo lavoro. Non cominciammo a chiacchierare subito. Ero troppo giovane. Diventammo davvero amici, qualche anno dopo, all’inizio perché non stavo bene io, e ne parlai con lui, poi perché volevo fare il suo mestiere, poi perché cominciavo a farlo, poi per lui anche, per la sua vita che se ne era andata, per le figlie che non aveva avuto. Mi manca come mancano queste persone che hanno occupato un posto non grande nella vita, ma l’hanno fatto in un modo tale, per cui non ci sono sostituzioni né riassorbimenti. Quell’andarsene che lascia i bordi del vuoto come bruciati)

Lettera dal 1914

 

Considerando le furiose reazioni che ha suscitato la lettera delle donne francesi in merito al Metoo, tutto sommato mi sento piuttosto soddisfatta. La lettera è una elegante prolusione dai mondi del passato, l’elegia della sempre perfettamente abbinata tradizione francese che ha da sempre estetizzato – dall’amor cortese alla nouvelle vague – il gioco dei sessi e il presunto charme dell’eterno femminino. Alcune firmatarie sono celebri. Deneuve sulla questione dell’eterno femminino ci ha costruito una pregevole carriera, la Millet ci fece un best seller in declinazione sporcacciona, e anzi in una intervista recente, s’è trovata anche a dichiarare che insomma, considerando le sue esperienze d’orgia con uomini poco attraenti, tutte ‘ste lagne per lo stupro mica le capiva tanto. Inoltre c’è la Chiche, una psicoanalista che evidentemente si ritroverà imparentata con tutta la teoresi del desiderio, del femminile come oggetto del desiderio e di tutte le grammatiche radical chic a cui si presta la psicoanalisi, quando ha poco esercizio col servizio pubblico e con i cambiamenti sociali ed endopsichici della sua utenza.

Ho trovato la lettera vecchia e sfasata. La difesa di un vecchio mondo elegante che non sa capire dove c’è una domanda di cambiamento sociale nelle regole del gioco, o forse dovremmo dire dei giochi, quello dell’eros e quello del potere, e che non ha i mezzi per cogliere – anche se la saggezza dell’età raggiunta dovrebbe poterli vantare – il senso delle diverse denunce convogliate dal caso Weinstein. La lettera è infatti coerente alla sintassi di un mondo che evidentemente molte persone non vogliono più, e che è quello delle nonne europee e borghesi. Ci sono le belle signore che come missione psichica hanno il narcisismo delle rose e del saggio di Freud del 1914, secondo cui una donna deve come prima cosa, per la sua intima felicità e quella dell’altro, pensarsi come stupenda e attraente, in modo che l’altro veda la rosa che lui non è – e la colga. Questa stessa donna è quella che a un certo punto intuisce che esser rose è bello, ma dirigenti di comparto in un’industria alimentare forse è meglio, ma non potendo avere per costituzione il mezzo per diventare dirigente – ah il complesso di castrazione! – ripiegherebbe sul fare un figlio, che è tanto una bella soddisfazione. In alternativa, siccome fare la rosa è più bello che diventare un’ortensia affettuosa e casalinga, ci si intratterrebbe sulla soglia tra ruoli di appetibile bella di giorno, o  di domatrice  di plurimi simultanei & sbarazzini amanti dei salottini.
Ora niente in contrario – se son vite felici, son vite bellissime. L’Europa sarebbe meno adorabile senza L’ultimo metrò, e meno divertente senza la smandrappata vita di Caterina M. –  ma queste vite non sono La Vita, e non possono più sperare di rubricare sotto la propria scala di valori le vicende di un mondo che percorre altre strade.

La lettera cade dopo una serie di dichiarazioni e denunce che hanno sfondi diversi e un unico elemento in comune: ossia il problema della soggettività femminile rispetto al maschile quando si avvantaggia di una sperequazione di potere – il che, purtroppo, avviene troppo spesso. Il caso Weinstein, il metoo e tutte le diverse declinazioni nazionali hanno messo in luce non solo il desiderio di un cambiamento sociale, ma il fatto che c’è già stato un cambiamento endopsichico. Il cambiamento riguarda una serie di nuovi modi del femminile (nuovi relativamente eh) di relazionarsi al maschile e di pensarsi con l’altro. Quando per esempio questo femminile è sul luogo di lavoro, oggi, anche se si candida per interpretare la pantera, la damina, la femmina attraente, non ha sempre in primo luogo l’urgenza di essere letta come oggetto narcisistico del desiderio sessuale – ergo, la parte che trovo decisamente grave e colpevole di quella lettera – politicamente in riferimento alle professioniste che la firmano – scientificamente in riferimento alla collega che si fa promotrice – è l’occultamento del problema del ricatto sessuale sul luogo di lavoro.   Reagire al metoo rivendicando il selvaggio dovere dell’eros, eludendo le numerosissime denunce di donne che o hanno avuto un posto perché hanno ceduto a una richiesta o hanno perso un posto perché si sono opposte, vuol dire sostenere che nella salubrità della psiche umana l’imposizione di potere erotico, che prescinde dall’attrazione, è normale. L’impossibilità di contenimento a fronte della risposta relazionale dell’altro non è diagnosticabile. E questa, scusatemi psicologicamente, dolente per la Chichè – è un’idiozia.

La verità è che eros violento e selvaggio, non è stato mai. Lo è per i cani barboncini e gli animaletti della foresta, ma l’eros è sempre stato cinicamente liberato e imbrogliato dal potere, dalle logiche, dalle subordinazioni ad altre funzioni psichiche a cui l’identità dei soggetti è subordinati. La contessa, se la scopano nei romanzi: nella realtà si azzardano ben pochi. E’ bello che ogni tanto lo sia, è letterario è vitale ma allo stesso tempo a volte è mortale, patologico e masochistico. Piuttosto le stanze degli analisti, come sanno di solito gli analisti – pure da parquet in mogano, sono piene di uomini affranti dell’uso che il loro inconscio fa del desiderio.  Qui si potrebbero scrivere fiumi interi, e gli esempi e le storie cliniche sono infiniti –  ma se un uomo si scopa dieci donne al giorno e fa perdere il lavoro a qualcuna di loro, il problema non è mica l’anarchia del desiderio ma la storia psichica del suo rapporto con il femminile che gli fa accedere a un godimento pubblicitario e iconografico quanto dimezzato – oltre che comportarsi in maniera non erotica ma sadica verso la partner di turno. Parimenti, la signorina che si intesta una comparizione in un film n virtù di una squisita fellazio con un signore che  non l’aggrada per niente, forse dovrebbe lavorare sullo stato dell’arte non solo del suo rapporto con il maschile e con i padri, il cui sguardo può essere ottenuto dolorosamente solo se li si prende per le palle, ma dovrebbe anche  approfondire lo stato di coma in cui versa il suo narcisismo benigno, se per pubblicizzare una buona recitazione deve garantire un pompino. Perchè appunto, almeno in una prospettiva analitica, eros non è selvaggio – eros è la moneta psichica delle nostre vicende relazionali passate e del nostro modo di giocarsi quelle presenti.

Infine, banalmente, tutte queste cose, sono curiosamente ovattate anche da una prospettiva di classe, che nell’elegiaca celebrazione dell’eleganza dell’erotismo (si parla di eros per dire, mica di porno che è molto più cheap Mon Dieu) non ha cognizione delle ricadute sulle signore qualsiasi, che, in provincia, o si tengono la mano sul culo o si giocano il posto di barista per mantenere una famiglia da madre separata.

esperienze traumatiche atteggiamenti ermeneutici

 

Premessa.
Questo post prende le mosse da un libro molto bello e interessante – si tratta di Trauma e Perdono, di Clara Mucci, uscito per i tipi di Raffaello Cortina. Mi è servito: mi ha aiutata a mettere ordine nelle cose che so, ad aggiunge conoscenze e infine ci ho ho fortemente discusso. Queste cose – conoscenze nuove, ordine delle conoscenze vecchie, discussioni e diverbi interiori con le tesi esposte, sono per me gli ingredienti fondamentali di un testo di clinica – mi sono trovata a controargomentare internamente il perché di certe mie convinzioni che a mia volta avevo espresso nel mio libro sulle psicoterapie. Nel complesso quindi mi pare un testo utile.

Per gli psicoanalisti, e in generale per tutti gli psicoterapeuti di formazione psicodinamica, il concetto di trauma e la sua funzione logica nella eziopatologia dei disturbi, ha un ruolo fondamentale, le diverse lettura arrivano a svolgere una funzione identitaria. L’edificio psicoanalitico si è infatti fondato per rispondere alla domanda: qual è la causa di un certo comportamento patologico e di un grave malessere denunciato? E la prima risposta che Freud trovo fu nell’idea del trauma: un episodio in età infantile, di violenza di abuso, o di incesto – che poi poteva essere stato dimenticato ma i cui effetti potevano rimanere attivi nell’inconscio. In un secondo momento della sua ricerca poi Freud avrebbe cambiato idea ritenendo che in realtà che il trauma ci sia stato o meno, è secondario, e anzi spesso non c’è stato affatto, e si ha a che fare con una fantasia di trauma, che svolge una funzione narrativa nella vita del soggetto. Questa tensione, tra trauma reale e fantasia inconscia è una polarità interna che in psicoterapia si presenta frequentemente, e vede i clinici sottolineare l’importanza di questa o quella prospettiva. Cosa deve succedere nella stanza con un paziente: bisogna ricostruire un passato reale, o bisogna trattare il ricordo come una narrazione soggettiva? L’emergere di una narrazione di trauma ma presa e in quanto tale iscritta in un discorso o interpretata come una narrazione? La questione del trauma diviene un organizzazione simbolica della questione più vasta dello stare in terapia come analisti. Come ci relazioniamo con il materiale che arriva?

La questione attualmente si fa più complicata per due ordini di motivi. Il primo è che il grande trauma in età infantile non fa danno solo per il dolore a cui espone nell’hic et nunc la persona traumatizzata, ma perché ne determina in modo a volte irreversibile a volte non facilmente correggibile una serie di modalità problematiche di stare al mondo, che rimangono: nello stile delle relazioni, del pensare, del fare le cose, dell’essere con gli altri, in una prospettiva più pulviscolare nelle difese adottate, nei modi di processare le informazioni. La seconda è che spesso, purtroppo molto spesso anzi nella maggioranza dei casi – a determinare l’emergere di una psicopatologia grave non è un singolo episodio traumatico, ma una costellazione di episodi traumatici, l’essere immersi fin da piccoli a stili di accudimento abusanti o fortemente deficitarii – per cui i clinici parlano di Trauma Cumulato. La ricerca più recente ha molto contribuito a sistematizzare gli esiti dei comportamenti abusanti in età infantile, specie se provenienti da figure di riferimento, in particolare grazie agli studi sugli stili di attaccamento – dimostrando come, ad accudimenti fortemente deficitari, abusanti, dove bambini sono esposti a violenze o al vedere le proprie figure più importanti fortemente aggrediti, elaboreranno uno stile di attaccamento per esempio disorganizzato oppure insicuro vicino allo stile disorganizzato che a sua volta li renderanno più vulnerabili alle patologie.

Il discorso si fa molto complicato anche perché spessissimo invece, nella stanza della terapia arriva un uso narrativo di narrazioni di trauma, che sono nell’ordine: a volte narrazioni false, a volte narrazioni vere e amplificate, a volte narrazioni vere ma che sono tese a occultarne altre ancora più gravi. Narrazioni parzialmente veritiere non denotano un’assenza di patologia, ma denotano un uso della narrazione patologica che è messa in mano a organizzazioni psichiche difensive, o relazionali salienti che possono avere un significato importante nel contesto di un sistema familiare, o nel contesto di una relazione clinica. Bambini poco visti, o premiati solo quando erano in grande difficoltà dell’attenzione genitoriali, possono dilatare una narrazione traumatica per manipolare l’attenzione dell’analista per esempio – il che deve far capire non tanto quanto è stato brutto l’episodio raccontato, o al limite non solo – ma che cosa dolorosa deve essere ritenere di essere amabili soltanto dipingendosi come vittime. Invece, come mi è capitato di osservare lavorando nei centri antiviolenza o nei reparti di psicopatologia di infanzia e adolescenza, non è così insolito che una bambina alluda con zelo e scandalo all’abuso incestuale di un padre, che non è realmente avvenuto, e che invece è narrato per compiacere una madre sofferente e soddisfare una fantasia edipica. Quando arrivano narrazioni traumatiche allora, un orecchio analitico deve stare molto attento usando le sue conoscenze pregresse e le sue corde emotive – narrazioni coerenti, che hanno una precoce organizzazione monovalente e risolta sono più frequentemente oggetti narrativi tesi a proteggere qualcosa di davvero doloroso, e ad attrarre l’attenzione nella modalità che il paziente conosce. Ci sarà ossia un trauma vero, un trauma cumulato di qualche natura, ma potrebbe non essere quello narrato: le esperienze di abuso e di incesto per esempio, squadernano le capacità narrative spesso e volentieri, lasciano organizzazioni dissociate, non riescono facilmente ad arrivare a un orecchio clinico come un film di cui si conosce l’inizio, la fine e la morale – eppure siccome sono come dire, un piatto notoriamente succulento per i palati analitici – il trauma il trauma! – può capitare che vengano come offerti in dono.

In tempi più recenti poi, per un cambiamento non tanto o non solo di paradigma ma diciamo di sociologia della professione, che dalle stanze della nobiltà e della borghesia ha giustamente colonizzato le aree del servizio pubblico, e la cura di vite ed esperienze molto lontane dai damaschi e dalle poltone di velluto, la psicologia dinamica e la stessa psicoanalisi si sono confrontate con i traumi massivi, le esperienze psichiche devastanti delle aggressioni umane – i campi di concentramento, le guerre, gli stupri di massa, ma anche con i traumi occorsi per via di grandi catastrofi naturali, e dal DSM fino alla trattatistica specializzata è arrivato il disturbo post traumatico da stress ossia, quello che succede nell’esperienza psichica e interpersonale di una persona che abbia subito gravi aggressioni alla propria incolumità e lesioni al proprio corpo, o abbia assistito ad aggressione o morte di altri esseri umani con cui aveva una relazione importante e significativa. La resilienza dei soggetti, gli stili di attaccamento pregressi per esempio, la qualità delle relazioni con cui sono cresciuti, potranno essere determinanti per la pervasività del disturbo, e la possibilità che una buona psicoterapia riesca a ristrutturare in buona parte quello che era il funzionamento prima del trama, per approdare a quello che Mucci chiama perdono – ossia più che una comminazione di colpa al persecutore, una sua reiscrizione nell’umano, una sua rinarrazione e infine, un potersi riprendere la trama della propria vicenda esistenziale e svincolarla dalla vicenda traumatizzante.

Tutte queste cose non sono operazioni facili: perché il trauma massivo, è una specie di aggressione materiale alla rete affettiva del soggetto, qualcosa che brucia le immagini degli oggetti interni che di solito sono un implicito sostegno e un implicito codice identirario, ma anche – in un certo senso – un’effrazione del magazzino linguistico della vittima, che perde metafore, rimandi, strutture retoriche . Il grave trauma è quello che si impone come immagine congelata e non narrata costante e perenne, che scorpora dalla dimensione psichica le dimensioni consuete. La persona che ne è oggetto, rimane – questo Mucci lo spiega molto bene – in una sorta di ostaggio della riproposizione di qualcosa di perennemente indigeribile. Il topos del traumatizzato, che si sveglia nella notte con le immagini del suo tragico, che ricorda reiteratamente e ossessivamente il momento o i momenti in cui ha visto la morte di qualcuno o di se stesso, ricorda l’esperienza di quei pazienti che hanno un incubo ricorrente e reiteratamente lo ripropongono in terapia: c’è qualcosa che la psiche non riesce a digerire, linguisticamente ed emotivamente e che chiede ossessivamente di essere compreso, scisso, metabolizzato. Parlato.

Tutte queste cose, sono spiegate molto bene nel libro di Clara Mucci, che per me a essere precisi, sono quasi due libri. Uno che spiega molto bene la storia della psicoanalisi e della sua relazione con la narrazione del trauma più snello, il secondo corposo e centrale che spiega molto bene cosa fa il trauma massivo al soggetto che ne diviene vittima, ai suoi figli e ai suoi nipoti, da molte indicazioni importanti su come trattare questi pazienti e ha una bibliografia colta, vasta e ben orchestrata che include, preziosamente, un Primo Levi o una Judith Buttler oltre ai clinici di riferimento. Il problema per me è nella congiunzione dei due libri, e negli effetti che ha alla fine per uno psicoanalista che non si occupa solo di Disturbo Post Traumatico Da Stress, sul piano pratico e teorico, il mettere insieme questi due ambiti, il teorizzare una continuità che invece è tutto sommato forzata, e in virtù di questa forzata continuità, portare avanti una critica alla prospettiva ermeneutica in psicoanalisi che nella pratica clinica secondo me invece, una chiave di approccio semplicemente ineludibile, indistricabile dalla prassi di cura. Che non a caso è cura della parola.

Clara Mucci mette insieme, il disturbo post traumatico da stress con i trami infantili che possono presiedere agli sviluppi di psicopatologie successive. Chiaramente, trattandosi in entrambi i casi di traumi, l’operazione ha una sua logica, ma i rischi per me di creare confusione è molto alto, e l’idea di usare l’epistemologia per la cura del disturbo post traumatico da stress per invalidare l’arsenale che si utilizza per la psicoanalisi delle altre patologie almeno sul piano dell’ermeneutica mi crea delle perplessità. E’ molto bello il passaggio del libro del testo per cui è vero, che il clinico deve essere testimone di un evento, e per una sua missione etica e politica deve contribuire in qualche modo a ricostruire ciò che è veramente successo;  nella situazione del disturbo post traumatico da stress però questo è ben diverso da quello che capita nelle altre aree della psicopatologia, soprattutto se si considera vero secondo me fattore discriminante, che è l’età in cui il paziente subisce il trauma. Le diverse età infatti daranno al trauma una funzione diversa, e pervasiva in modo diverso, e il fatto che uno possa avere in stanza due pazienti coetanei adulti, uno che ha rischiato la morte per tortura cinque anni prima, e uno che è invece stato vittima di abusi nell’età preedipica non deve far pensare che si proporranno nello stesso modo, o che la famosa verità – venga alla luce con la stessa irruenza, e con lo stesso itinerario. Soprattutto l’azione del trauma è stata diversa . Più l’esperienza traumatica è precoce, cumulata più intesse drammaticamente e sfalda gli stilemi comunicativi e la grammatica linguistiche che connota il soggetto Da adulti il trauma brucia e paralizza, da piccoli struttura e crea. Né il sacrosanto dovere di accogliere la verità, può eludere l’aspetto squisitamente ermeneutico della cura della parola, dal momento che in campo non ci sono solo le storie raccontate dai pazienti, e la necessità di arrivare alla storia più fedele nei fatti. Infatti, e forse questo vale davvero per tutti,  la terapia deve anche aiutare una persona a trovare il suo modo di raccontare quella storia, e quelle future,  e se la verità traumatica può pure essere una, molte saranno invece le scelte della sintassi psichica che possono condurre a quella, e molti possono essere gli usi che una persona fa in terapia, come accennavo all’inizio, di frammenti esperienziali portati in stanza come verità fattuale.
L’antipatica epochè dell’atteggiamento ermeneutico allora, quella cosa che dice per ora non so se quello che mi dici è vero, ma cerco di capire perché me lo stai dicendo, sarà anche deontologicamente rischiosa, e comunicativamente scomoda, ma è davvero un ingrediente ineludibile per la maggior parte dei trattamenti.