Ogni promessa è debito

 

L’ultima volta in cui si erano incontrati, la donna aveva abbracciato l’uomo con un trasporto fuori programma, una sbavatura del contenimento formale, su cui poi entrambi avevano ragionato in modi diversi, separati i corpi, lontani dal luogo un po’ borioso – dove si erano trovati. Un presunto pranzo di lavoro.
Lui si era sentito percorrere da qualcosa dentro, la mano sul collo, dovrebbero avvertire prima quando vogliono salutarti toccandoti il collo – ed era un maschio dopo tutto, la cravatta la camicia, il completo, ma pur sempre un maschio che una donna sta stringendo a se prendendolo per la testa.

(Lei ci aveva pensato, non sono cose da farsi, eppure bisognerà far sapere che si sta in attesa di qualcosa, mi è capitato così per caso, che fortunata sono stata, la promessa di un bacio in un contratto di collaborazione, ci sarà un modo di sbottonare il cappotto e la giacca, come si può fare, non è cosa di parole, mi offri un caffè per favore? E poi come si continua.
Che cosa complicata il desiderio)

Lui ci aveva pensato precisamente il mattino dopo mettendosi la cravatta, era uno di questi che si mettono la cravatta, uno che vive un film del secolo scorso, e mettendo la cravatta si era trovato più gradevole del solito, pure facendosi la barba, ma questo anche perché la donna del ristorante, la candidata collega bisognerebbe dire, aveva detto – metà mondana metà melanconica sono contenta di rivederti, così aveva detto – rivederti! E l’uomo che avrebbe messo la cravatta si scoprì lusingato, non credeva di poter essere mai ricordato.
Lei aveva una camicia scollata.

(Alla stessa ora, lei contemplava la sottoveste, lei per la verità il secolo scorso lo cercava con dedizione, e coartazione. La sottoveste faceva parte di un programma di riti e assicurazioni contro la consolazione dei farmaci. Alla cura del contorno occhi, devolveva un valore apotropaico, al rossetto una funzione messianica. Nella sintassi della costruzione di un bacio, la donna organizzava una resistenza.
Lui aveva a un certo punto spiegato qualcosa di molto noioso, toccandole un braccio)

(qui)

 

 

Psicologia spicciola nella pandemia

A. INTRO: pandemia versus economia

Dunque da lunedì andiamo incontro verso un tentativo di graduale riapertura in cui si procede con molta incertezza e difficoltà. A questo senso di incertezza reagiamo ognuno con le proprie difese e risorse. Ci sono persone che si sentono maggiormente spaventate, persone che invece si sentono maggiormente irritate, persone che approfondiscono le loro competenze, persone che indugiano nel disfattismo. Poi ci sono le reazioni alle variabili materiali. In molti vedono la propria attività lavorativa messa in crisi, in una posizione cioè in cui il margine di profitto diventa nullo, o sparisce del tutto, e questo oggettivamente preoccupa molto o pone davanti a problemi materiali. In altri ancora interviene per me, un uso opportunistico delle preoccupazioni altrui – non sono pochi quelli, in queste ore, che stanno continuando a lavorare mettendo i dipendenti in cassa integrazione chiedendo di cioè di produrre come sempre, traendo i profitti di sempre, ma mettendo i dipendenti in condizioni peggiori. Non sarà il coronavirus – e questa è una delle mie preoccupazioni – a cambiare certe patologie nazionali. Altri – come è capitato di vedere nelle fasi acute della recessione economica – non vedono la sopravvivenza immediatamente minacciata, ma assistono a una consistente riduzione del proprio potere d’acquisto.

Insomma stiamo tutti insieme, ancora chiusi in casa, a scambiarci tra noi le nostre congetture, e a cercare di anticipare gli eventi, per vedere come cavarsela al meglio. Ci sentiamo un po’ stretti tra due minacce – da una parte quella del coronavirus, dall’altra quella del crollo economico – il quale poi, ha due versanti un timore sul proprio lavoro, sulle proprie possibilità di sostentamento, e l’altro che riguarda la tenuta collettiva, i comparti sociali. Personalmente, il che è particolarmente cupo, trovo che questa sia una falsa antinomia – determinata dalla tendenza a concentrarsi sui primi effetti immediati di entrambi i fuochi del problema: se ci sono tanti contagiati allora ci saranno tanti problemi (con il mito di – se ci sono pochi contagiati non ci saranno tanti problemi) se si ferma il lavoro adesso ho molti problemi (se non si ferma ne avremo molti di meno). E questi miti funzionano meglio al netto di una serie di vizi capitali di questo paese che rendono le iniziative anche virtuose sempre vane, perché quei vizi capitali – come cercherò di spiegare qui, tenderanno a vanificare le manovre precauzionali intermedie.

Le trappole di questa antinomia – si spiegano molto bene con un intervento che ha fatto Angela Merkel parlando ai tedeschi – dove spiega come il comportamento collettivo deve essere guidato dallo scopo di mantenere un tasso di contagio basso: ossia se R0 è uguale a 1 o sotto all’uno, si può continuare a navigare a vista (cioè non liberi – ma a vista, per esempio in Germania, scuole chiuse) ma se sale si deve ragionare in un altro modo, aumentando cioè le misure restrittive che incidono nell’attività economica. Questo discorso della Merkel aiuta a capire perché le misure prudenziali sono sensate in regioni Italiane che non sono la Lombardia o il Piemonte dal momento che fanno riferimento a una società dove la pandemia è più controllata. Il virus infatti non ha abbassato il suo tasso di contagiosità per una mutazione genica, né perché noi abbiamo trovato un antidoto, ma solo perché il lockdown ha funzionato. E se continua a imperversare in alcune zone – ospedali e case di riposo è anche perché di fatto, sono alcuni dei luoghi di aggregazione rimasti tali e aperti al pubblico, e luoghi dove poi vengono fatti regolari tamponi. Ma è l’aggregazione il problema, non questa o quella professione, questo o quel luogo.

Ora, seguitemi che faccio fatica pure io a seguire me stessa. Noi abbiamo un problema importante adesso di psicologia sociale. Quando Merkel dice, dobbiamo essere prudenti e non arroganti, perché camminiamo sul ghiaccio sottile, si riferisce esplicitamente al numero dei posti letto del sistema sanitario nazionale, spiegando per bene che se aumenta il ritmo di contagio, si saturano prima i posti letto delle terapie intensive. Io invece vorrei che noi ragionassimo sul fatto che quando sale il ritmo di contagio, e il numero di morti, i comportamenti a cui ci hanno costretti le leggi di Conte verranno dal basso, e lo stallo economico a cui Conte ha costretto potrebbe arrivare dai comportamenti dei singoli. Quello che voglio dire è: che se si alza di nuovo di molto il tasso di contagio: a voja ad aprire le frontiere, a mandare la gente al mare, o nei ristoranti, la gente non ci va. Se il titolare di una fabbrica costringe i suoi dipendenti ad andare a lavorare, con la pandemia che imperversa, e magari comincia un focolaio nella filiera, gli operai si incazzano. L’enorme contributo del lavoro al nero e retribuito in maniera ridicola, ma che contribuisce in maniera determinante su quello che noi consumiamo diciamo nel nostro mondo legale e apollineo – si sfalda. E siccome – questo bisognerà pur dirlo – la tassazione per i datori di lavoro in Italia è improba – questa crisi del lavoro nero, porterà al collasso di altrettante attività. Quello che voglio dire è che, le manovre restrittive di Conte – così come di altre dirigenze pubbliche sono reazioni di psicologia sociale che evocano molto di quello che capiterebbe senza una direttiva dall’alto, in un regime di caos. Quello che voglio dire, molto antipaticamente è ricordiamoci tutti: la lotta alla pandemia è più importante della lotta per l’economia. Non perché non sia gravissima la crisi economica o prioritaria. Ma perché nell’ordine del potere sulle cose: la pandemia alimenta la crisi economica molto più rapidamente ed efficacemente dell’inverso – perché il virus attaccando i corpi, attacca i comportamenti economici. I comportamenti economici purtroppo allo stato attuale delle conoscenze, hanno meno potere sul virus.

 

B. TRE VERTICI

Quindi la domanda che ci si deve porre è – come facciamo a proteggere il nostro italico ghiaccio sottile? Su cosa possiamo contare? Che cosa possiamo tenere a mente? Io qui propongo tre vertici di osservazione.

  1. Vertice scientifico

Da un punto di vista scientifico, noi dobbiamo tenere in considerazione le cose che sappiamo, e le cose che non sappiamo. E in primo luogo finirla di protestare perché la scienza non ha una risposta immediata. Il sapere scientifico si costruisce per gradi, per dibattiti, per tentativi, per personalismi, per tempi tecnici, per itinerari sperimentali, per itinerari di conferme. La scienza ha bisogno di tempo, e la prima cosa da fare è dare per scontato che questo tempo va abitato. Questa cosa andrebbe comunicata chiaramente dalla leadership, però io credo che le aree più istruite della popolazione, dovrebbero fare lo sforzo – nel loro ruolo nel loro piccolo stare quotidiano – di rendere evidente questa cosa divulgarla, e mostrare che si può tollerare. Protestare contro la mancata risposta immediata vuol dire mettersi immediatamente in una posizione regressiva di attesa, che fa sottostimare le possibilità creative di azione in ognuno di noi. Stacce è così, fai prima al momento a pensare che il vaccino non ci sarà.
Sempre da un punto di vista scientifico, sappiamo alcune cose che contrastano il contagio: e in primo luogo sono il distanziamento sociale, e il mantenere le mani pulite. Noi non siamo stati a casa perché ce l’hanno imposto semplicemente. Noi siamo in casa per fare un massivo distanziamento sociale che faccia retrocedere il virus. Quando si aprirà dobbiamo in primo luogo portare il lockdown con noi, quando è possibile per come è possibile, perché questo è un modo di proteggere la nostra salute, e sulla lunga durata (questo è ostico) la nostra economia. Questa norma va interiorizzata in tutti modi, e bisogna avere l’ardire di rivendicarla tutte le volte che un datore di lavoro ci dovesse chiedere di aggirarla.

Sarebbe certamente intelligente, da parte dello Stato – non solo calmierare e distribuire le mascherine, ma trovare il modo rendere accessibili, i tamponi o i test degli anticorpi, per un uso pratico all’interno della vita civile. Ammetto però di non avere ancora chiari quali sono i motivi per cui in Italia si fanno pochi tamponi, e sia così complicato per le persone che ne fanno richiesta ottenerne uno. Questa difficoltà ha esiti pratici molto gravi, ma anche quelli psicologici non sono da sottovalutare. La mancanza di tamponi rinforza – comprensibilmente – nei cittadini, la sensazione di navigare al buio, di essere in una indeterminatezza totale, in qualche caso le persone si sentiranno spiaggiate e abbandonate (e forse non del tutto a torto) perché avvertono dei sintomi per i quali è fornita una diagnosi congetturale. E tutto questo, nel parlare fitto tra persone di questi giorni, alimenterà comportamenti irresponsabili, abbandono delle norme, socializzazione di attività che vanno in direzione ostinata e contraria al mantenimento dell’ordine pubblico.

 

  1. Vertice dello Stato.
    Se pensiamo infatti a quale è l’interesse dello Stato – torniamo da Angela Merkel e capiamo che l’interesse dello stato è – mantenere R0 < 1 cioè una contagiosità del virus per cui ogni contagiato ne contagia al massimo un altro, e allo stesso tempo mantenerlo facendo ripartire comportamenti sociali e attività produttive. Ci sono moltissime cose che lo Stato può fare, e sulla maggior parte di queste cose io non posso dire niente perché non ne ho le competenze. Quello che posso dire, è quali sono le cose che possono essere fatte per non alimentare stati psicologici che esitino in comportamenti controproducenti per i singoli e per la collettività.

Una serie di strumenti – i tamponi, i test sierologici, sono anche messaggi di contenimento che è di aiuto alla popolazione.
In secondo luogo una comunicazione assertiva – più assertiva per me, e anche dettagliata, più dettagliata, dello stato attuale dell’arte. Mi accorgo che a ogni conferenza stampa di Conte – un mezzo che io ho trovato congruo in questo momento – le allusioni alla commissione tecnica sono poche e confusive, e anche quando ho ascoltato le conferenze stampa di Borrelli, non ho assistito mai a una informazione limpida sul perché della precarietà dello stato dell’arte. E sulla razio economica della necessità di un controllo del coefficiente di contagio.
In terzo luogo, sarebbe intelligente credo – ma forse entro in un campo che non mi compete – cominciare a giocare di anticipo sulle gravi difficoltà economica che implicano le manovre preventive alla stragrande maggioranza delle attività – perché i soldi si fanno con i numeri di soggetti, che lavorano e che consumano, grandi numeri abbattono i costi, pochi numeri alzano i costi.   E quindi sono molte le attività che entreranno in grande difficoltà a costi abbattuti- che senso ha per un ristorante tenere aperto servendo pochi tavoli? Quando le utenze sono le stesse, i fornelli sono gli stessi? E per una compagnia aerea? E per un banco di ortofrutta? E quanto una azienda che produce un certo bene, riesce a mantenere tutta la baracca che riguarda quella parte della filiera produttiva, se le richieste di distanziamento sono destinate a abbassare drasticamente la media dei pezzi finiti da immettere sul mercato? Quindi, quello che immagino debba essere incentivato – è la suddivisone spaziale delle attività e l’incoraggiamento delle consegne domiciliari. Sono cose che non mi competono – non so bene come si potrebbe fare, Ma penso che la questione riguardi moltissimo per esempio la dotazione degli spazi, e la possibilità di parcellizzare le attività oltre che incoraggiare con strumenti economici forme di lavoro sostenibili. Quello che posso dire, è che nella gestione dei gruppi, la collettività reagisce alla sensazione di essere pensata, di essere iscritta in un processo, diventa meno irrequeieta quando vede che c’è un pensiero politico che intercetta le domande che si pone. E’ il segreto delle grandi leadership carismatiche, e con un certo cinismo dico, si certi storici dispotismi. E’ quella cosa che manca storicamente alla sinistra è che è nel dna della storia politica di destra: avere l’ardire di intercettare dei bisogni e proporre delle soluzioni ideologicamente determinate. Quello che sta facendo sentire la cittadinanza allo sbando, è la percezione di una politica debole, bucherellata, annacquata. Proprio nella situazione di emergenza che – come ho scritto altrove – scatena proiezioni genitoriali sulla classe politica governativa, i cittadini si trovano a viversi dei genitori che i medici li ascoltano ma non sanno dirti esattamente cosa consigliano, hanno un’idea di compito di dovere e di libertà che però è confusiva e instabile, ricattabile dai pareri della zia arrogante. Questa cosa genera reazioni regressive.

 

3. VERTICE DEI SINGOLI

  1. Accettare come dato costituito del panorama: dover convivere con il covid, dover aspettare delle soluzioni scientifiche che arriveranno con lentezza, dover sopportare delle restrizioni nel comportamento come un dato di fatto. Poi è cosa buona e giusta approfondire tutte queste cose, e anche magari muoversi per modificarle. Un medico che nella sua esperienza ha incontrato un farmaco che elude la terapia intensiva fa bene a informare, facciamo bene noi a cercare di procurarci il farmaco, facciamo bene tutti a chiedere che sia iscritto in un protocollo di cura da fornire ai medici di base. Facciamo anche bene a segnalare delle cose che ci rendono la vita impraticabile – ma psicologicamente, accettare lo status quo da adulti, anziché da figli deprivati ci aiuta a trovare delle risorse per fronteggiare i grandi problemi materiali che ci si pongono davanti. Per esempio organizzare un’attività economica nel caso in cui la pandemia abbia reso impossibile quella che prima ci sosteneva. Diamo per scontato il casino e muoviamoci dentro. Potremmo inventare delle cose. Potremmo trovare soluzioni che altrimenti ci sono negate.
  2. Bisogna anche fare un pensiero molto molto approfondito sulle nostre priorità, e sui valori che organizzano i nostri assetti esistenziali – come soggetti ma anche come microcosmi relazionali – famiglie coppie forme di convivenza – con un occhio particolarmente attento alle coppie eterosessuali con figli, perché se c’è una cosa su cui questa pandemia ha messo il dito erano le diverse organizzazioni dei ruoli di genere e la gestione della prole, e credo che la gestione dei bambini aumenti di molto le difficoltà. C’è proprio un pensiero da fare, dove è possibile, dove c’è margine di manovra su come pensarsi come famiglia e su cosa si vuole per il meglio per se. C’è proprio un pensiero da fare dal basso, pensando a uno status quo dato per scontato, entro cui muoversi.
  3. Poi adesso dirò una cosa, cercherò di dirla per bene. C’è una soglia che riguarda molti per cui la pandemia ha messo in crisi la sussistenza. Questo punto non riguarda loro, perché la sussistenza è una priorità assodata e non c’è molto da dire.
    Dopo la sussistenza però la pandemia intacca la qualità di vita, per cui si sopravvive certo ma a livelli diversi con una qualità più bassa di prima: si contraggono gli introiti, si devono ridurre i consumi, a diverse altezze. Qualcuno prima comprava magliette da zara a 8 euro, qualcuno a 80 da un’altra parte, entrambi potrebbero dover rinunciare a beni secondari, che intessono la nostra qualità di vita di paese occidentale ricco anche a redditi medio bassi. Diversamente da altri, io non ho mai condiviso le rampogne sul consumismo su base psicologica – perché ho amato nella vita cercare le cose belle e non sarò così ipocrita da non pensare che sia bello che lo facciano anche altri a tutte le altezze di classe, secondo la loro estetica. Anzi lo trovo salubre per molti aspetti. Caso mai, la questione intacca un piano etico o politico, ma non ho mai condiviso la balla per cui ah il consumismo orrore. Tuttavia questo complemento oggetto ora ci potrebbe essere precluso. Dobbiamo darlo per scontato. Quelle cose che ci piaceva acquisire perché ci esprimevano, tridimensionalizzavano fuori da noi, la nostra identità, non possiamo permettercele come prima, o affatto. Io penso che l’acquisto di beni abbia molto a che fare con l’espressione di identità, e la rappresentazione di se, a tutte le altezze per questo sono meno ostile al consumismo di altri. Allora arriva il momento di dirsi, bene è così, sti cazzi, stamoce. Io cosa altro sono, oltre quello che compro? Cosa posso fare con quello che ho? Come posso materializzare l’idea di bello per me? Senza spendere i soldi che non ho più? Che posso fare di questa mia casa per renderla più piacevole? Di questa tavola? Di questo mio mondo privato? Meno pensiamo a quello che ci spetta e che ci viene tolto, più mettiamo l’accento sull’io e sulle nostre risorse.
    Daje, passerà.

Scuola forse caso mai

 

Premessa.

Il presidente del consiglio Conte, ha già fatto sapere che le scuole riapriranno a settembre, mentre da parte sua la ministra Azzolina ha fatto sapere che non prevede turnazioni tra gli studenti, e non sembra escludere un possibile rientro nuovamente affidato all’apprendimento a distanza – poi pare abbia nominato una commissione di persone competenti che decida come fare le cose al meglio – il che bisogna dire ci getta di già nello sconforto dal momento che – ingenuamente – credevamo che nei ministeri ci lavorassero le persone competenti. Invece si vede di no.
Comunque il problema è come sappiamo, che le scuole sono state chiuse i primi di marzo a causa dell’epidemia da corona virus, come misura precauzionale per evitare un dilagare dell’epidemia. I più piccoli infatti sono quelli che presentano più frequentemente sintomatologie lievi o del tutto assenti, ma ciò non toglie che siano tra i soggetti più capaci di distribuire il contagio. I più piccoli sono inoltre portati ad aggregarsi, a stare insieme e anche a fare resistenza per le più svariate ragioni, alla imposizione di regole, per cui la decisione, almeno a me, è parsa sostanzialmente sensata. Si contavano moltissimi morti al giorno – soprattutto in certe regioni, ma bisognava anche proteggere le regioni con pochi contagi. I molti morti al giorno sono stati infatti – e sono purtroppo a tutt’oggi, concentrati nelle zone dove il sistema sanitario è più funzionante e con un maggior numero di presidi. Cosa sarebbe successo se avessimo avuto i numeri della Lombardia in Campania o in Puglia? Il lockdown scuole incluse ha avuto una profonda ragion d’essere epidemiologica e credo che abbia funzionato persino in regioni dove la situazione sembra ancora fuori controllo.

Ora comunque ci si trova a dibattere sull’apertura della scuola – alcuni paesi non hanno mai chiuso le scuole – come Svezia Germania e Olanda, altri hanno già aperto come la Danimarca-, altri apriranno a breve come l’11 maggio la Francia. Noi apriremo forse a settembre, ma quel che appare inquietante è un certo aroma probabilistico sull’argomento, una progettualità nebulosa e un dibattito pubblico sconfortante quanto la commissione ministeriale che nomina una commissione ministeriale che forse magari chi lo vieta, nomina un’altra commissione ministeriale.

Il fatto è che la pandemia e la scuola sono, due grandi pettini su cui si inceppano una serie di nodi politici e sociali del paese, talmente tanti, che ci sentiamo disorientati e temiamo, con sbigottimento che in questo groviglio di questioni pregresse irrisolte e arretrate, non ne caveremo le gambe. Siamo infatti nella curiosa situazione di avere un’epidemia a due velocità diverse, dove le regioni più in difficoltà sono quelle più produttive – con maggior ascendente politico sul governo, e che forniscono carburante ricattatorio a confindustria. Regioni in cui i vertici politici per questa vocazione produttiva insistono a volere fare esattamente quello che non dovrebbero cioè riaprire tutto subito, mettendo in pericolo la cittadinanza (il che spiega molte cose, qualora ce ne fosse bisogno) esse mal tollerano l’idea che il governo stabilisca riaperture diverse a seconda della quantità di contagi e di decessi. Dunque queste regioni impongono a tutti una riapertura delle zone produttive, e quindi per controbilanciare il rientro, si posticipa quello delle scuole. Quello che io sospetto è cioè che se non ci fosse il disastro della Lombardia, forse anche l’Italia arriverebbe a pensare di far tornare i bambini a scuola a metà maggio. Per i numeri di regioni come il Lazio, o la Sicilia, forse si potrebbe pensare a qualcosa di diverso, mentre far tornare ai banchi di scuola i bambini di Bergamo o Brescia in questo momento potrebbe essere davvero ancora pericoloso per la comunità. Ma non si fa, perché il governo non ha una linea progettuale forte, non l’aveva prima della pandemia non ce l’ha adesso, naviga a vista, nomina commissioni in mancanza di meglio, abdica completamente cioè a tutto ciò che c’è di inevitabilmente politico in ogni processo decisionale. Spera cioè di cavarsela colla techne. Ma non sente dentro di se un’idea di giusto di importante per la collettività abbastanza forte da poter fare la voce grossa con i ras delle amministrazioni regionali.

D’altra parte la scuola è quel comparto che in Italia, governi di ogni colore e caratura hanno simultaneamente usato come specchietto per le allodole di presunte vocazioni identitarie e come landa di saccheggio per un deficit irrecuperabile, per cui ad ogni governo c’è stata una riforma più di facciata che di sostanza, nella più totale ipocrisia perché nessuna di queste riforme ha riservato alla scuola centralità prestigio, e investimento pubblico. Gli insegnanti scarseggiano, sono mal pagati, si arriva a situazioni con famiglie che devono provvedere alla carta igenica o ai gessi per la lavagna, figuriamoci il materiale didattico, ma che ridere l’informatizzazione,e quindi l pandemia arriva in una situazione emergenziale, di edifici spesso fatiscenti, di personale scarso, figuriamoci se ci sono le risorse per fare per esempio degli ingressi alternati, delle classi dimezzate e moltiplicate. Andrebbe proposto un investimento adesso – sarebbe intelligente, ma ci vorrebbe – di nuovo – quel muscolo politico e diciamo la parola sacrilega – ideologico, che manca completamente.

E d’altra parte ancora manca la volontà perché sulla funzione della scuola, va detto non solo nella leadership politica ma anche tra i cittadini, gira molta ipocrisia e molta confusione e molta retorica. Ci si concentra astrattamente sui diritti dei minori, ma si elude completamente il ruolo che la scuola materialmente svolge nel contesto economico e sociale in cui siamo calati. L’elusione di questo tema, passa da una implicita retorica maschilista con tutta una serie di interessanti cascami nel discorso pubblico, come per esempio la formula punitiva della scuola come parcheggio per i figli – ne abbiamo già avuto esperienza tutte le volte che si è affrontato il dibattito sulle vacanze estive che in Italia durano di più che nel resto del mondo, che magari ha un calendario scolastico inframezzato da più brevi vacanze durante l’anno, ma le famiglie non si ritrovano con i figli sul groppone per tre mesi di fila. In quelle circostanze, quando un disgraziata commessa con marito operaio dice, io dove metto i figli – ma anche una disgraziata lbera professionista con marito dirigente dice dove metto i figli, perché la materna arriva al 30 giugno e le elementari al 5 scatta sempre la risposta che la scuola non è un parcheggio. Si annulla da tempo cioè invece l’evidente questione per cui in una organizzazione civile dove i genitori lavorano entrambi la scuola è quell’ente che tiene i figli facendo la formazione mentre i genitori vanno a lavorare. Senza questo ente, per una coppia pagare da mangiare e pagare un affitto potrebbe essere insostenibile.

La questione ha molto a che fare con il sessismo del paese, un’idea confusa del lavoro delle donne, che spesso è ineludibile per questioni economiche inderogabili, ma che altrettanto spesso non è riconosciuto. Come se non esistesse, come se non ci fosse una necessità. Se ora c’è la pandemia, si dice con disinvoltura i figli stanno a casa, perché ci penseranno le madri. In verità le madri non sanno che fare, perché diversamente dal solito mentre lavorano non possono chiamare le nonne che si mettono in un grave pericolo da coronavirus, ma manco le colf – ad averci i soldi – perché quelle essendo madri anche loro non possono andare a lavorare.

Ma la questione del sessismo – che non ho mai visto tornare trionfante come in quest’anno dove dalle conferenze stampa di Borrelli agli amati fratelli di propaganda live le uniche signore sono delle poverette che fanno dei segni ogni tanto – riguarda la scuola anche da un altro punto di vista. Perché in fondo, giacché questo è un paese approdato al capitalismo avanzato più in fretta di quanto la sua cultura rurale e retriva potesse permettersi, l’educazione dei figli, la psicologia dei ragazzi, i bisogni dei minori, sono cose de femmine, cosette di poca importanza, salvo pochi elementi – riconosco questo merito a Galli della Loggia, con cui non sono d’accordo quasi mai – il tema dell’educazione è molto raramente avvertito come tema collettivo, anche virile, della costruzione di una cittadinanza, della costruzione di uno strumentazione di bordo per edificare gli elettori di domani, i lavoratori del futuro. E solo ora molti giornalisti e commentatori si svegliano e gridano all’allarme. Perché la pandemia ha messo l’indice sulle nostre contraddizioni già in merito al sistema sanitario, ora lo mette sul sistema dell’istruzione. Entrambi settori di cura, entrambi voci importanti del welfare, entrambi elementi dirimenti della funzione pubblica, eppure maltrattati rispetto all’idea antiquata e superata di una società maschile che si deve occupare esclusivamente di quattrini e potere.

Sleep Safe and Warm

Buona notte all’uomo che non dorme con la testa sul palmo della mano, gli occhi aperti sui sogni che non si fanno sognare, i figli che ancora non ha ed è arrivato il tempo di avere. La compagna gli sfiora la curva della fronte e del naso, lui le sorride ma lei non può vederlo, la giornata è stata piena di inedia, di pareti, di divani troppo caldi. Forse domani farà in tempo.

Buona notte agli sposi persi nell’afrore di una lite, buona notte alle luci ancora accese che ne riorganizzano l’uggia sui volti, alle loro mani che mettono in ordine le cose in ordine. Buona notte alla voce dei due che per prima si infilerà nella riga gialla vicino allo stipite, alle serrande che verranno abbassate, alle pile di bollette di nuovo ordinate. (Buona notte ai loro bambini, che giacciono con le braccia spalancate e la bocca aperta. Buona notte anche agli orsi rovinati caduti ai piedi del letto, alle bambole senza una gamba).

Buona notte all’amante che non ci siamo potuti permettere, che splendente si guarda nello specchio della sera, un po’ rimirandosi un po’ prendendosi in giro. Buona notte alle mani che se ne allisciano il mento, a dire il vero rovinate dal fumo, buona notte ai suoi capelli lisci e spessi, agli occhiali lasciati sulla lavatrice accanto al lavandino .
(Buona notte all’umile onta che ebbe il suo senso estetico, quando arrivò questa lavatrice, e non ci fu altro posto che vicino al lavandino, a incrinare il suo fascino, con quell’aspetto materiale inderogabile e modesto.)
Buona notte al senso dell’umorismo che sempre deve avere un amore proibito

Buona notte infine, ai gatti e ai cani e bisognerà citare anche certi conigli nani, che fanno da guardiani alle passioni di questi vecchi, che leggono nel pensiero alle signore quando scrivono colla mente – falsi ragionamenti sul pudore. Buona notte alle code nervose che sbattono sulla credenza, ai baffi che si cambiano colla bella stagione. Buona notte alle ciotole nell’angolo della cucina, alle poltrone rovinate e perdonate. Buona notte alle bestie che ci proteggono e ci somigliano.

(qui)

Caro Luigi -un anello

 

 

 

Caro Luigi, non lo so cosa vedi dal cielo.
Forse che mi sono dimenticata di sentire la tua mancanza, e mi sono lasciata invischiare in un inverno privato e minimale, a cercare di risolvere questioni vecchie – vecchie il tempo che ci siamo conosciuti, e ho dovuto dirmi, in questo inverno di conteggi, che non c’eri, perché non t’avrei potuto telefonare, non m’avresti risposto. Ora che mi sono rassegnata a sopportare errori che mi rimangono aperti, e che comunque mi sono stati vitali e necessari, che me li tengo dentro così, e pazienza, ora che sto a casa con le cose che ho azzeccato, le strade giuste, sono fortunata, mi manchi il doppio.
(Ho fatto molti sogni questo inverno. Dicono di non buttare via tutto.)

Ero in uno spicchio di sole che entrava dal vetro per esempio, stavo come la tua gatta nera sul tavolo di legno, sai quando si radunava dentro se stessa, per non avere neanche un pezzo di coda che cada nell’ombra, in una lotta cinica ed estrema per il bicchiere mezzo pieno, mentre fuori infuria una primavera che nessuno si può godere. Nessun gatto Luigi a salire sugli alberi, nessun bacio fuori programma in angoli clandestini.
Comunque – ecco me ne stavo così e pensavo a quando sono corsa al tuo funerale e al pomeriggio che seguì. (Cioè il fatto è, che mi manchi in questi giorni in cui, noi si lavora molto, il cuore si deve allargare per forza, le case piccole dei nostri pazienti si riempiono dei loro dolori – anche loro hanno i loro errori di cui devono imparare a non pentirsi- che poi, cosa mai avremo da insegnare noi su questo tema.
Non ti ho mai sognato, me ne dispiace).

In quel pomeriggio stetti insieme ad altre donne, tue nipoti. Ero l’unica non nipote.   Eravamo quattro mi pare. Furono gentili e affettuose, e parlarono di te. Vidi il tuo modo di voler bene sulle loro vite, non esattamente il tuo modo di volerne a me, piuttosto il tuo modo di teorizzarne con me. Io ero un corpo estraneo, e parzialmente frainteso – in rappresentanza si disse, della mia famiglia. Non sentivo molto invece questa cosa della famiglia, ammetto. Tu e mia madre, non vi siete mai capiti neanche blandamente, tu e mio padre manco ci provavate. Siete stati a volte nelle stesse stanze, uniti dall’unico meraviglioso domatore di leoni, che era tua moglie.

Comunque dicevo fu un pomeriggio dolce, ognuna di queste tue nipoti si teneva stretto un filo e ne faceva un’atmosfera. Erano sicure del tuo sguardo, erano al caldo di qualcosa che è anteriore alle cose che si fanno, erano al caldo di un attributo dell’anima ecco, e e mi è venuto da pensare, questo calore devono aver sentito le donne che hai amato, i pazienti che hai avuto. E forse anche gli errori che hai fatto. Quell’attributo dell’anima è un’energia costosa per noi.
(Ecco dicevo, di cosa avrei voluto parlarti in questi lunghi pomeriggi . Stai bene e guardaci tutti .)

 

(qui)

Dopo che

Quando finirà ci vedremo in un caldo che ignoreremo, speriamo davvero, gli alberi saranno forti rigogliosi e lucenti della caligine che non avranno bevuto, le case ci sembreranno brillare, per quanto le vetrine saranno vuote, e le persiane accostate, ma quando finirà ti dicevo, le strade saranno pulite perché ancora nessuno avrà buttato niente per terra, forse luccicheranno le code dei topi che scappano nei tombini, ma a noi non importerà e tu, questo volevo dirti, mi dovrai abbracciare per diversi minuti.

Non dirai che sono troppo pallida, spero bene, non metterai il dito sull’orlo delle occhiaie, soprassiederai su fianchi, non testimonierai dell’accelerare del tempo sul corpo, mi scaccerai invece la cupezza appiccicata ai capelli, che toccherai, e forse farai altre cose, che ti lascerò fare, per via di tutta quella vita che avremo addosso, e che ci cascherà da tutte le parti. Ma la cosa importante dicevo, è che mi dovrai abbracciare per diversi minuti

Non ci sederemo da nessuna parte, te lo prometto, anche se forse potrebbe essere bello, pensa un prato, pensa l’erba alta, il prato ci mangerebbe e ci arrotolerebbe sono sicura, forse non è il caso, forse non è il punto, vorrai parlarmi invece, farmi sentire bene la voce, la cosalità della voce, mi vorrai raccontare tutto quello che c’è davanti, un’operazione un po’ priva di senso, questa cosa di raccontare quello che ancora non è accaduto, eppure, mi vorrai raccontare il futuro – e io ti ascolterò certamente. Tuttavia la cosa importante
è che mi dovrai abbracciare per diversi minuti.

E quando mi avrai abbracciata per diversi minuti, lungamente e con metodo si può dire, affondando il naso sull’orlo della mia schiena per esempio, potremo ricominciare il mondo dove l’abbiamo lasciato, aggiusteremo i nostri sentieri interrotti, addirittura ci potremmo volgere le spalle, chini sui ciottoli delle nostre cose, sazi finalmente di questo bisogno illegale, naturalmente non abbastanza per essere felici, ma diciamo in quello stato che supera la necessità e fa lottare per la sufficienza.

(I gabbiani saranno pure diventati grandi come falchi, l’ortica spaccherà certi muri delle case, qua e la irromperanno cespugli inediti e secchi, per terra desideri abbandonati, e speranze mezze morte, ma quando mi avrai abbracciata per diversi minuti, noi ci riprenderemo la città).

 

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Che fare del cielo

Si aggira nel crepuscolo come una iena, un cane che sta diventando lupo, la città è tiepida e neanche tanto stanca, gli alberi non riescono a farsi opachi, l’asfalto è pulito, non c’è traccia di lacrime o di sangue – sebbene.
Le vie sono vuote, ma le finestre hanno le persiane aperte.
Lei si sente la giacca addosso, in mancanza di quel corpo – vorrebbe avere almeno del vento,.

(Potrei raggiungerti adesso, pensa. Potrei rompere la coerenza di vetro della tua vita privata, rompere il vetro con una mano senza guanti, metterti quella mano sulla bocca cacciare via tutto quello che hai intorno. Tutte quelle inutili carte che non sono carne. Potrei contagiarti).

L’uomo che passando evita di sfiorare, cammina rasente i muri, guarda le cornacchie e i merli, ora si discosta, va invece scappando con una scusa dalla casa stretta, corre verso l’improrogabile dovere in farmacia, il latte che manca. Ma in verità vuole telefonare, forse a un altro uomo, sta decidendo se approfittare della clandestinità di un momento, per moltiplicarla, farla diventare una doppia clandestinità, e per correre il rischio di una delusione, quello starà pieno di inedia e di sonno, troppo pigro per la seduzione figurarsi per la nostalgia.
L’epidemia pensa ora, è una mannaia per le passioni di basso lignaggio.

Ci vorrebbero delle nuvole pensano entrambi, delle nuvole cariche di pioggia e di catarsi, delle nuvole che facciano piovere il mondo e tutti i desideri sulla terra, ci vorrebbero dei lampi che ci bruciassero per sempre le fantasie storte e disinfettassero le pietre, i microbi, i batteri, e le righe d’erba agli angoli dei palazzi, ci vorrebbe una tempesta che ci facesse risorgere tutti più timidi e meno affamati, più disciplinati e meno mordaci.
Diventeremmo angelici- pensano sentendosi le rughe sul volto e le vene sul dorso delle mani – poi ci fermeremmo sui bordi delle cose, fatati e guariti, e con queste ali non ci faremmo niente.

 

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Per una gestione emotiva del Coronavirus

 

L’epidemia da Coronavirus, ci sta mettendo di fronte a una situazione per diversi motivi inedita, e certamente molto preoccupante. Le scuole rimarranno chiuse almeno fino al 5 aprile, la nostra libertà di movimento è drasticamente ridotta, accendiamo la televisione e vediamo spettacoli senza pubblico, i leader politici stessi si rivelano positivi al virus , locali che alle diciotto devono chiudere. Intorno poi abbiamo il grande allarme per la tenuta del sistema sanitario nazionale, per i posti di rianimazione che sono troppo pochi, per i rischi che corrono le regioni meno attrezzate dal punto di vista ospedaliero.
Siamo divisi tra diversi ordini di angoscia – una per la salute fisica nostra e delle persone che ci sono care, una per le pesanti ricadute economiche che hanno le norme restrittive per il paese e per le persone,– e una per il senso di oppressione e di minaccia democratica che procurano una serie di norme emergenziali, che ci limitano nelle nostre libertà.

Tutte queste preoccupazioni hanno un fondamento oggettivo, e quindi un ancoraggio molto poco emotivo ma con solide aderenze sul piano di realtà: se non fermiamo il contagio potrebbero esserci delle persone che non possono essere intubate, e i morti potrebbero essere molti di più anche per patologie diverse dal coronavirus e sicuramente per fasce di età più basse rispetto a quelle che oggi sono maggiormente coinvolte nelle complicanze più gravi.. Di contro la contrazione economica sta da subito assumendo proporzioni molto preoccupanti, gravi indebitamenti serie preoccupazioni per come andare avanti, come sfamare le bocche dei figli. Non è solo una questione di turismo che si ferma, che è una parte della questione per un paese come l’Italia, ma di filiere produttive che si interrompono, di un gran numero di persone licenziate, di tutti quelli che lavoravano al nero o contratti a tempo determinato che ora stanno col problema della cena. Infine, il decreto di Conte ieri, mette in campo una restrizione democratica che la pacatezza di questo presidente del consiglio – che personalmente apprezzo – solo parzialmente attutisce. Di fatto le misure estreme odorano di regime – anche se personalmente le trovo purtroppo davvero necessarie. Ma cosa sarebbe stato, viene da chiedersi, se avessimo avuto un’altra compagine governativa, e cosa succede se questa non dovesse reggere? Chi ci garantisce dall’abuso di potere? In un momento in cui non possiamo manifestare? Anche qui, c’è davvero di che preoccuparsi.

Non posso dire niente, sulla dimensione oggettiva di queste angosce, e dei problemi concreti a cui sono collegate. Né posso dire molto sui punti nevralgici che coinvolgono oggettivamente assetti identitari: non solo è ovvio che si preoccupi la persona immunodepressa o anziana più di altri, o che sia particolarmente angosciato il ristoratore che deve decidere cosa fare del suo esercizio, ma è anche altrettanto ovvio che per esempio un attivista politico di lungo corso guardi alle restrizioni governative con maggiore perplessità, e che un virologo si accalori in una discussione con persone che sono già abbastanza prudenti senza le sue prediche. Posso però come primo suggerimento, per aiutarci a contenere le reazioni, suggerire di far caso a come le storie personali e identitarie rendano inevitabile la diversificazione delle reazioni, il diverso equilibrio delle priorità.
E poi, possiamo ragionare sugli stati emotivi che si ingenerano quando nel proprio pensiero e nel proprio modo di abitare la situazione arrivano quelle emozioni che come dire si gonfiano, gonfiano le nostre reazioni, sconfinano in qualcosa che non è tanto razionale e che intossica il piano relazionale e il piano privato. Quando ci accorgiamo che insomma siamo abitati da una specie di paura magmatica e indifferenziata, che ha in qualche modo a che fare con il coronavirus, le situazioni in corso, ma ci accorgiamo che c’è un che di più, un che di oltre, che esonda la valutazione del dato reale.

Per far questo vorrei proporre di far caso a questa cosa, che tutti noi abbiamo già constatato quando abbiamo parlato per esempio con amici di un film che ha avuto molto successo. Quando abbiamo parlato con questi amici di questo film, che era uguale per tutti era lo stesso in tutte le sale, abbiamo spesso constatato che il modo di raccontarlo dei nostri interlocutori era molto diverso l’uno dall’altro. La narrazione del film condiviso variava di tanto: variava per toni della voce, giudizi di valore, per un verso, ma anche per ordine di comparizione dei personaggi, e per scelta dei riflettori sui personaggi principali. Abbiamo constatato che i buoni e i cattivi nei discorsi dei nostri amici, non sono una categoria stabile, una variabile fissa, e qualche volta ci siamo divertiti a capire il perché di certe furiose antipatie altrui – dimenticandoci magari di ispezionare la razio delle nostre. Spessissimo abbiamo discusso calorosamente, per difendere le nostre prospettive contro le loro.
Ora a proposito del film distopico che ci troviamo a vivere abbiamo dei motivi ancora più validi della presunta corretta interpretazione – quelle ricadute realistiche che ci sono e di cui abbiamo parlato sopra. Dunque in questo frangente, al problema reale, e all’angoscia simbolica, si somma anche la carica conflittuale che è appannaggio costante di ogni crisi e ogni distopia.

Il fatto è che ogni trama è un ricettacolo di proiezioni personali, e la nostra epidemia da coronavirus potrebbe benissimo essere trattata da un analista come un sogno. Il sogno condiviso potrebbe essere: che ci troviamo un bel giorno a fronteggiare un male non molto identificato, moderatamente letale ma comunque pericoloso, del quale ci parla qualcuno con una voce minacciosa, e per combattere il quale qualcun altro ci dice che dobbiamo rimanere a casa, e non vedere più nessuno. Nel nostro sogno compariranno anche diverse categorie di persone, i medici, i politici, i diversi tipi di obbedienti, e i diversi tipi di disubbidienti – tra i quali segnaliamo anziani impuniti, adolescenti resistenti – famiglie amorali. Ci si offre l’occasione di vedere rappresentate una innumerevole quantità di questioni problematiche che ci portiamo dentro da diverso tempo. Penso che una cosa buona, che ci può aiutare, è cercare di capire per bene che cosa di nostro rappresenta questa storia. Indubbiamente, chi in questo momento dovesse essere in terapia, avrebbe nella stanza di cura il contesto più adatto per farsi delle domande del genere. Però farsele ugualmente – eventualmente da soli – e trovare degli indirizzi può essere di aiuto, perché se si riesce a indovinare la chiave di lettura emotiva, un po’ la percezione degli eventi cambia. E l’angoscia si potrebbe attutire. Noi toglieremmo infatti diciamo, l’acceleratore delle nostre vicende personali. Potremmo sentirci più lucidi.
Io qui posso fare alcuni esempi.

In primo luogo ogni grande malattia endemica è una buona rappresentazione simbolica di parti psichiche malate proprie di cui si teme di non avere il controllo e che si teme in continuazione che ci possano fagocitare oppure che possano intaccare le nostre risorse, o anche altre parti relazionali sacre e vulnerabili. Se si mette in campo questa organizzazione simbolica, e non viene riconosciuta, è facile che ci si svegli nella notte molto agitati risognandosi il coronavirus. Se si mantiene lo sguardo fisso sul film e non ci si occupa di cosa evoca il film l’angoscia potrebbe rimanere costante a un livello molto alto. E’ un po’ quello che succede quando ci si risognano certe scene di film horror: l’immagine ha agganciato il mondo interno.   In un certo modo, focalizzandoci solo sull’immagine condivisa fuori della pandemia, e non su cosa evoca di noi, sulla nostra paura di una epidemia interna, facciamo un pop’ come quelle amministrazioni pubbliche che stanno ignorando un problema, mentre dilaga, e diventiamo insomma il Trump del nostro inconscio. Forse ci sono delle aree turbolente che dovremmo cominciare a guardare e a prendere in considerazione. Se il vissuto di angoscia è davvero intollerabile, allora questa vicenda ha slatentizzato una questione problematica importante che passata la nottata del contagio occorrerà prendere sul serio in considerazione – magari contattando uno specialista.

In secondo luogo, siccome sovente Lo Stato con le sue norme e leggi è un buon ricettacolo di proiezioni genitoriali, (pensiamo a formule come la “madre patria”)   credo che il subire delle regole restrittive possa in più soggetti evocare fantasmi di parziale disidentificazione con la famiglia di provenienza, ed evocazioni di una mancata autonomia per cui scattano dei vissuti di risentimento, di passivizzazione, di subire delle regole che non si condividono, fino ai casi di azioni per me scellerate di rottura delle prescrizioni di questa normativa eccezionale. Persone che si vantano di fare una vita sociale, degli aperitivi, che organizzano incontri, e che nell’atto di minimizzare la prescrizione in campo fanno una specie di rievocazione del processo di contestazione adolescenziale. Questo tipo di azioni mette da una parte il soggetto in pericolo, lui e i suoi cari – perché appunto ci sono dei rischi materiali sul piano di realtà – e dall’altra parte non fa diminuire di un grammo la sensazione di essere prigionieri di una serie di eventi. Secondo me in questi casi, acquisire informazioni da una parte e ritirare le proiezioni dall’altra – no lo stato non è la tua mamma, forse devi vederti delle cose su quel piano – aiuta a sentirsi maggiormente partecipi, maggiormente cives, maggiormente adulti nel contesto in questione.

A volte l’angoscia si focalizza – lo noto molto sui social – individuando dei capri espiatori in gruppi sociali che invece rompono le regole. Ora non è che io dica che i ragazzini che si vedono tutti insieme o le famiglie che scendono nel meridione non costituiscano un problema materiale, dico che se uno scrive quattordici status in un giorno sul tema dei ragazzini che escono o degli anziani che escono, diventa evidente che questi gruppi sociali nel nostro sogno condiviso stanno svolgendo un ruolo, e di ruoli ce ne possono essere molti. Per esempio possono essere oggetto di invidia, nella loro capacità di prendere decisioni autonome e sfidare le proiezioni genitoriali di cui sopra, oppure al contrario ricordare quella libertà tragica e depressiva del non avere più niente da perdere, che forse certi anziani incarnano quando dicono di voler uscire lo stesso, o infine la forza di certi legami che si ricompattano a qualcuno può risultare dolorosa. Il punto comunque di queste osservazioni, non è tanto ribaltare le ragioni, ma capire perché delle ragioni risultano così incandescenti.

Un’altra cosa che rende l’atmosfera pesante – soprattutto negli scambi relazionali, sono le qualificazioni emotive, i toni che vengono adottati nel parlare della questione. Un’epidemia che procura morte e senso di pericolo mette in difficoltà e ognuno usa le difese di cui dispone. Alcuni tendono a essere molto razionali e svalutanti per esempio. E questo può risultare molto sgradevole perché le persone che parlano con loro possono sentirsi a loro volta svalutate. Ma questo è il loro modo per prendersi tempo per avvicinare una cosa che li allarma, o per mantenere una distanza di sicurezza. Altri invece saranno pervasi da un’ansia incontenibile e si industrieranno a procurare allarme nell’altro. Sembrano non avere sazietà finché non hanno la loro angoscia – è una specie di tentativo di colonizzazione della psiche per delle parti aggressive in esubero, ma a volte mi pare anche una scivolata regressiva che cerca nell’altro una risposta rabbiosa che faccia da contenitore, che aiuti a contenere il senso di caos. Se si riesce a fare caso allo stile delle proprie risposte emotive, si trae qualche beneficio, il senso di ansia si attutisce. Parimenti, secondo me siccome siamo stratificati nelle difese che abbiamo e nei pensieri che abbiamo riconoscere all’altro un margine di sgradevolezza, un margine di comportamento che non ci piace, è un po’ come concedere a noi lo stesso diritto, è un po’ come perdonarci a noi. Dire, quello è il suo modo di evadere la preoccupazione, aiuta a rendere dentro noi stessi il clima emotivo più gestibile
Una conclusione.
Questo è il primo di una serie di post che voglio fare sul vivere con il Coronavirus, valutando una serie di difficoltà che si pongono. Successivamente ne vorrei riuscire a fare altri – sulla gestione dei figli – sullo stare confinati a casa – sullo scacco economico e come sopportarlo, almeno per quello che posso offrire io in questo contesto. Non voglio però essere disonesta, e non voglio dire che secondo me non c’è una lettura meno nevrotica di altre. Io credo di non sbagliarmi se dico che quelle tre diverse cause di angoscia, quelle tre cause materiali, la malattia, il collasso economico, e la restrizione politica hanno un reale ordine di grandezza e di gravità per quanto siano tutte e tre molto serie. Penso che davvero la minaccia del contagio sia ancora più grave di quella del collasso economico, e che specie considerando chi c’è ora al governo, la restrizione delle libertà un male minore. Penso davvero che se finiscono i posti in terapia intensiva il paese entra in un’area di malattia morte e crisi che non voglio neanche ipotizzare, e che investirebbe egualmente l’economia anche senza misure restrittive. Per questo, voglio le misure restrittive – e cerco di ragionare su come tollerare il danno economico, perché almeno su una cosa posso cercare di lottare, ed è la salute delle persone che ho intorno. Una chiara distribuzione delle priorità mi fa stare moderatamente più tranquilla.
Lo dico per chiarezza. Daje.

Non ti offendere se ti ho pensato

Sai, avevo un fidanzato lungo lungo e molto fragile, uno di quei ragazzi che non sanno stare sulle poltrone, e che guardano il padre di sottecchi, e il padre invece, era uno di quei maschi felici di se stessi, pieni di sorriso nel pensarsi – per altro ti dirò anche a buon diritto. Allora volevo dirti, il mio fidanzato lungo e fragile, non ci riusciva mai a stare seduto vicino al padre, senza voglio dire starci male.
A te ti ho conosciuto in un viaggio di pomeriggio, io stavo dietro questa lunga macchina di potere e vanteria, fuori infuriava la primavera in certi prati, il mio fidanzato era seduto davanti, c’era aguaplano nell’autoradio, e loro cantavano insieme, felici.

(Mi raccomando, esci presto al mattino, quando c’è il sole e poca gente. Sii prudente)

Una volta sono venuta nella tua città, mi sono messa ad annusare i posti che potevano averti arredato le tenerezze e i romanticismi. Ero con un uomo che mi piaceva moltissimo, te l’avrei presentato, occhi bellissimi e per il resto un ginepraio, passammo con una macchina davanti a un locale in disarmo, c’era la scritta dancing angariata dall’edera e dalla vite americana, anche da certi bicchieri di plastica. Mi fermai a fare una foto che ho ancora, mettemmo la tua canzone nell’autoradio, dancing, dico proprio – e quest’uomo che mi piaceva moltissimo mi disse che ti preferiva tuo fratello Giorgio, che per carità molta stima, ma lo capisci da te, non poteva durare.

(Dice che non ci si deve spostare inutilmente, uno va a fare un week end da una parte poi capace che arriva un decreto e manco può tornare indietro, poi mi rimani prigioniero in un tinello maron. Non fare cose stupide.)

Poi lo sai che sono stata a Parigi un mucchio di volte? Quando andavo a Parigi, stavo in questa mansarda bellissima di una signora che ti amava molto, oh Paolo Conte uiuiui diceva tutto d’un fiato, e sparava a manetta le canzoni tue sui tetti di Parigi, io per parte mia pensavo a un altro grande amore, il più grande di tutti mi sa – questo manco Giorgio Conte, devo dirti, proprio refrattario al genere e infatti non ci ho compicciato niente, per quanto ci volessimo un gran bene, purtroppo ancora un po’ me ne dispiaccio – ma questo te lo dico per dovere di cronaca.   A Parigi gironzolavo, questo forse dovrei dirti, con nelle orecchie un copione estetico  che era un po’ il tuo – per il quale temo di non aver mai avuto il fisico adatto ma,  ecco ti ringrazio per la proposta.

(Usavo la cipria – consideravo le piume, ho comprato le mie prime scarpe nere col tacco largo e il cinturino, sono stata una donna d’inverno segreta e sola.
Sai che la vitamina C aiuta il sistema immunitario? Potresti farti delle spremute d’arancia, per esempio. O prendere degli integratori)

E poi, comunque ci sono ancora cose belle da fare. Ci sono le persone con cui suonare. O da ascoltare suonare, o da ascoltare raccontar cose, ci sono le poesie da leggere, l’amore non so, te lo auguro comunque. Non offenderti, perdonami se ti ho pensato.

 

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virus, spillover, ecologia, politica

In questi giorni, stiamo tutti combattendo con una esperienza nuova, che ci fa confrontare con qualcosa di ignoto che non è solo il virus Covid-19, in se – quello che fa, come è in grado di mutare, se ci farà ammalare e quanto, ma anche con la gestione pubblica di questo fenomeno, l’epidemia di un virus con grandi capacità di contagio, gestione che implica delle decisioni per noi stranianti e incredibili – figli a casa per due settimane, molti luoghi di lavoro chiusi – e siccome tutto questo poi si riverbera anche su centri, decisioni e attività anche di soggetti non inclusi in quei provvedimenti, eccoci che ci troviamo a subire anche il turismo in crisi, settori produttivi che si fermano, una contrazione del lavoro che è gravemente incisiva. Siamo spaventati, molti vanno incontro a problemi importanti – e per quanto mi è dato capire, questa situazione potrebbe durare ancora: io non credo che bastino due settimane di controllo delle attività per arginare il peggio. Sarà necessario fermare tutto per ancora del tempo. E’ veramente una prova difficile, materialmente e psicologicamente per tutti noi.

Una cosa che si può cercare di fare, per sopportare meglio tutti questi eventi è informarsi, e ragionare.Leggere, cercare di capire per bene – per esempio la matematica esponenziale dei contagi, i modelli matematici che stanno dietro all’interpretazione delle epidemie – è un ‘operazione che ha psicologicamente un significato forte, perché ci fa smettere un po’ di essere figli di un genitore – Stato che ci impone regole insensate, ma ci fa trasformare in soggetti consapevoli che possono abitare quelle regole e in caso accettarle – come fanno i figli meno patologici in regime di emergenza – compartecipando al gruppo sociale. Perché un’epidemia, è un regime di emergenza.
Per questo ora io vorrei parlare del bellissimo libro di David Quammen Spillover (Adelphi 2014. Tra.it L.Civalleri) e vorrei condividere l’esperienza di una lettura che è una storia delle scoperte dei biologi in merito a virus e pandemie, che mi ha procurato una serie di importanti agnizioni politiche, un libro cioè che ha la curiosa caratteristica di essere un piacevole excursus sui virus, su come funzionano, e sugli strumenti che scientificamente si utilizzano per decodificarli, ma che ti lascia dentro un pensiero invece politico sullo stare al mondo, su come il non sapere ci renda strumenti di ideologie altrui, su farsi comunità, sull’abitare la terra con gli altri animali. Il volume – con una nobile bibliografia e 560 pagine di vicende e acquisizioni, non è certo sintetizzabile in un post – ma qui metterò in osservanza ai 4 punti di sopra, le cose che mi hanno colpita. Mi dispiace per lo spoiler e per l’elevato grado di approssimazione.

La prima cosa che ho imparato da questo libro, è la relazione tra emergere dei virus e disturbo dell’ecosistema. Ho capito che molti virus sono zoonosi, ossia patologie che provengono dal regno animale, e che hanno fatto uno spillover cioè sono passati da una specie animale a un’altra, in particolare la nostra. Questo sbarco nell’umano è dovuto a due questioni: la prima riguarda la variazione degli ecosistemi, la seconda l’aumento degli esseri umani. La variazione degli ecosistemi passa da diversi cambiamenti importanti che noi abbiamo imposto diciamo, alle abitudini del nostro pianeta. Ci sono le deforestazioni in primo luogo, ma anche gli spostamenti di animali in territori che non gli appartenevano, e anche le nuove forme di promiscuità che prima non erano così ovvie. I virus ci sono sempre stati, ma spesso erano silenti e come dire, in un gradiente diffuso nel regno animale, mentre questi nostri interventi, hanno attaccato gli ambienti in cui i virus vivevano, o meglio in cui vivevano i loro ospiti, e rendendoli inospitali per gli ospiti, hanno fatto in modo che diventassero spesso più nocivi, e si trasferissero in noi. Da una parte cioè i virus vengono sfrattati dal loro territorio, perché sono manomesse le abitudini e i territori degli animali che tradizionalmente li hanno sempre ospitati, dall’altra cercando loro una casa, ed essendo noi diventati circa 7 miliardi solo nell’ultimo secolo, la trovano nei nostri corpi, e le occasioni per cercarla sono state fornite da quei cambiamenti per cui oggi molti animali vivono vicino alle nostre città. Se infatti l’animale che è abitato da un certo virus -“l’animale serbatoio” . prima aveva una foresta come casa che ora non ha più va a cercare la casa nella prossimità dei nostri nuclei urbani – quindi per esempio: mangerà la nostra spazzatura espleterà i suoi bisogni sui frutti della nostra agricoltura – il virus in queste occasioni, non le uniche, tenterà lo spillover, cioè il salto in un’altra specie. Questo avviene nei momenti di contatto interspecie, anche indiretti: se per esempio un dato uccello, o un dato pipistrello che ha il virus mangia dei frutti che noi coltiviamo, oppure se cominciamo a catturare quegli uccelli per farne allevamenti o venderli al mercato – insomma si creano occasioni di passaggio del virus. Lo spillover, riesce di rado, la stragrande maggioranza delle volte fallisce, ma le occasioni sono diventate tantissime.
La parte interessante del libro, è che mentre io ve la racconto discorsivamente e con molte imprecisioni, la spiegazione del passaggio transita per la statistica, il calcolo delle probabilità, e i modelli matematici, per cui se si segue la lettura, non si ha più quella vaga percezione di possibilità che è tipica di chi costeggia le problematiche ecologiche, ma si capisce esattamente la ratio del perché certe cose succedono.

La seconda cosa che ho imparato, riguarda la lunga storia che c’è dietro l’esplosione di un virus importante, e quanto l’ignorare quella storia ci renda manipolabili da ideologie culturali. E’ esemplare in questo senso la storia dell’AIDS, e di come si sia scoperta la lunga strada che ha fatto prima di diventare la pandemia terribile che ancora è in corso. Nel mondo occidentale l’AIDS è arrivato nei primi anni 80, ed è stato pensato come una patologia destinata al mondo omosessuale, o in alternativa al mondo che faceva consumo di stupefacenti, ed è stata spesso anche concettualizzata come vendetta divina per i peccatori umani, e altre terrificanti assurdità, quando invece l’aids ha storia antichissima, è tra noi dal lontano 1908, anno in cui avvenne il primo spillover, in Camerun, e Africa, dove ha continuato a crescere e a diffondersi anche perché all’epoca le condizioni di vita erano molto critiche, il ciclo di vita delle persone molto breve, e in generale le prime vittime non facevano a tempo a morire della diagnosi di immunodeficienza, morivano di altro. E’ sbarcato in occidente ben prima degli anni ottanta, e spesso ha riguardato persone che non erano necessariamente omosessuali. Un altro esempio mi ha molto interessata, e riguarda lo spillover che ha portato tra noi la – terribile SARS. Mi ha interessato perché mi ha ricordato le fandonie che ha dichiaro recentemente l’inopportuno Zaja a proposito dei cinesi che si mangerebbero topi vivi come quindi evidenti untori e responsabili del Corona virus. Zaja ha fatto una teoria dello spillover tutta sua, ha pensato correttamente a una zoonosi, ma l’ha messa al servizio di una idea discriminatoria e razzista di orientale, come animale che mangia altri animali, non come noi genti evolute che maceriamo il cinghiale tre giorni prima di farlo al ginepro. C’è anche una proiezione classista segreta nelle sue parole, c’è proprio il clichet, la scorciatoia – a cui tutti spesso inconsapevolmente aderiamo – che la povertà tout court generi quel che di selvaggio e pericoloso che porta le malattie.

Invece la storia dello spillover della Sars – che ricordiamo è un coronavirus – è limitrofa e più complicata. Ha a che fare con l’idea di lusso, e la domanda di lusso degli occidentali in estremo oriente, per cui tra le tante cose cool da chiedere agli alberghi e ai ristoranti extra lusso, c’è il fatto di mangiare specie esotiche, animali strani, cose mai viste, in piatti che presumibilmente costano molti soldi, fatti di bestie che poi sono ricercate e vendute in grandi mercati, in una promiscuità che genera costanti occasioni di spillover. Non sono i poveri cinesi rozzi e ignoranti che si magnano i topi quindi a metterci in pericolo: è il nostro modo di interpretare il capitalismo, l’inglobare il cibo, qualsiasi cibo, in logiche di status a metterci in pericolo. In altri termini, Zaja caro, siamo noi a mangiarci i ratti – e naturalmente a chiedere di cucinarceli. Ma che ti credi.

Allo stesso tempo è il capitale, e le sue esigenze, a generare nuove occasioni di vulnerabilità al virus, come per esempio, terza cosa che mi ha spiegato per bene questo il libro, l’esigenza del capitale di togliere animali da un contesto e metterli in un altro che non gli appartiene affatto. Diverse nostre gravi epidemie hanno a che fare con questa usanza del capitale: perché la mucca dove non abitava, il cavallo che non ha mai avuto a che fare con le interazioni di un certo ecosistema, una volta trasportati in contesti molto lontani che non li hanno mai ospitati – come è successo in Australia, diventano territori vergini per i virus, candidati elettivi per colonizzazioni virali che li possono far ammalare, e far diventare cinghie di trasmissione per le epidemie che ci riguardano.

Ora ci troviamo davanti a una nuova epidemia, una esperienza che ci pare nuova e il cui impatto ci riesce difficile da capire, perché ha un tasso di mortalità relativamente basso, per cui ci viene da dire che forse le misure contenitive sono ingiuste ed esagerate, dal momento che alla fine ci sembra che i sacrifici superino i benefici. Credo che molto di questa percezione derivi dalla difficoltà di capire la matematica dell’epidemiologia, la matematica del contenimento – e anche la matematica di queste cose con il servizio sanitario nazionale. E indubbiamente c’è da ammettere che la comunicazione politica in questo momento fa trasparire nella sua contraddittorietà tutte le difficoltà gestionali che la sfida comporta per cui nessuno ha la sensazione di essere in mano a una scelta autorevole, nonostante i provvedimenti siano in realtà – almeno per me – appropriati e ineludibili. Tuttavia un’altra cosa che ho capito è che c’è questa strana relazione di proporzionalità inversa tra contagiosità e letalità di un virus: più un virus è cattivo meno persone contagia, in base al principio piuttosto cinico per cui il virus cattivo mette le persone nelle condizioni di non poter andare in giro a seminar disgrazia, mentre quello più blando in compenso infetta molte più persone anche se miete meno vittime per n contagiati. Questo vuol dire però che quando i contagiati sono tanti, anche le persone che ne muoiono o quelli che invece attraversano una grave criticità diventano tanti e la differenza tra i due, in termini epidemiologici si assottiglia. A questo punto conviene riflettere sul fatto che questi numeri possono variare a seconda della situazione della sanità nella data regione in cui c’è un’epidemia in corso – perché anche i presidi sanitari hanno dei numeri, quei numeri – i posti in terapia intensiva – possono far variare la letalità di un dato virus: se i contagiati diventano tanti, e i contagiati in situazioni critiche sono di più dei posti disponibili in terapia intensiva, che già deve fare posto alle criticità di altre patologie, avremmo delle situazioni tali per cui banalmente le persone potrebbero morire non potendo essere sostenute nella fase critica della patologia. Più morti.

Tutte queste cose le scrivo, non tanto o non solo per reggere meglio un momento difficile per me, ma anche per riflettere su cosa fare politicamente di questo momento difficile. Fino a poco fa eravamo tutti presi da Greta Thurnberg e da quello che è riuscita a insegnarci in merito all’inquinamento, ai rischi per il pianeta, mettendoci in un certo senso anche in una prospettiva transnazionale, per cui abbiamo un problema grave sul groppone come soggetti appartenenti a diverse nazioni, che condividono un rischio collettivo, per cui tutti abbiamo cominciato a porci l’interrogativo di un comportamento più responsabile e anche possibilmente un consumo più responsabile. Con i virus ci troviamo a una conferma che viene da un altro contesto della necessità di una prospettiva ecologica come prospettiva politica. Perché anche le nostre epidemie, che a questo punto si paventano come più frequenti, sono un altro sgradevole esito della crisi ecologica, del nostro modo di stare al mondo. E forse, dobbiamo come possiamo cominciare a pensare a questa cosa dell’ecologia come un problema politico.

Infine dobbiamo ripensare a delle questioni che riguardano la cosa pubblica. Il corona virus è una complicata prova generale, di fronte a sfide che si riproporranno: perché siamo tanti, siamo diversi, per il momento la tendenza procede verso l’autolesionismo globale, forse anche noi siamo bruchi programmati a erodere l’erodibile, e quindi c’è anche un pensiero da fare sull’arginare le conseguenze di questo nostro problematico stare al mondo. Rispetto ai bruchi, noi abbiamo una consistente capacità di variare e programmare i nostri comportamenti, non solo come soggetti singoli ma anche come soggetti collettivi. La nostra corteccia frontale è la ragione del nostro successo perché ci permette un calcolo strategico delle conseguenze, un cambio di rotta dei nostri comportamenti, dei progetti molto stratificati per proteggerci come gruppi. Siamo stati convinti e con diverse ragioni, che la mano invisibile che ci ha portato al progresso, fosse la nostra intelligenza individuale. La competizione, l’interesse personale, il desiderio di avere di più. Mi sembra allora che l’occasione di questo contagio – molto pericoloso e cattivo ma forse meno di altri che potrebbero arrivare – nelle complicate prove che ci mette davanti, ci offra pure l’occasione di rivalutare la nostra capacità di azione collettiva, di azione mirata al gruppo, sia in una prospettiva vasta – il pianeta, il mondo, le specie, la sostenibilità, che in una prospettiva ristretta, lo Stato, le strutture sanitarie, le tutele per i cittadini.
Daje, passerà.