La vita è materia

Stavo sulla spiaggia, una giornata piena di cielo, il carretto dei gelati, un sacco di gente, i miei bambini mi si divertivano intorno, in una oscillazione puntuale e inderogabile di mare e buche nella sabbia, Ascoltavo della musica, dopo ti metto il pezzo, lo trovi qua sotto, e questo pezzo mi ha messo di buon umore, e mi ha fatto guardare le persone con una speciale benevolenza. (Ho pensato che volevo scrivere di questa cosa della benevolenza, di una certa musica con cui si guarda la vita degli altri, con questa musica in testa io ci lavoro. La musica che ti fa vedere la lotta per la vita in quelli che si guardano vivere, fare castelli di sabbia, litigare con un collega, sgrullare un telo da bagno. Va beh non ci entra molto, perché poi mi sei venuto in mente te.

Deve essere stato perché nel tentativo di andare a prendere un caffè, manco poco mi azzoppo per sempre nella voragine allestita dai figli. Noi uscivamo insieme, s’andava per concerti, e io era un periodo che cascavo sempre – rovinosamente. Uscivamo parlavamo, te a un certo punto però ti giravi e non mi trovavi più. Abbiamo riso molto di questa cosa. Oggi come sai, al massimo inciampo. Comunque.

(Cosa sono gli amici? Quelli con cui hai riso da ragazzina del fatto che cascavi, o anche quelli con cui hai costruito un modo di ascoltare la musica, o anche quelli con cui hai parlato di romanzi prima, di fidanzati poi, fino all’arrivo dei vincitori, i mariti e le mogli, i vincitori delle nostre storie personali, e anche quelli, ho pensato oggi mentre sentivo il pezzo che allego qui sotto, che ci sono quando ti laurei, quando i tuoi fanno casino e ti raccattano la sera in macchina, quando c’è il funerale di tuo padre. )

Ma forse è stato semplicemente vedere, un certo gruppo di ragazzi – tutti magri e abbastanza alti – dunque non potevamo essere noi e i nostri amici che invece ci sbattevamo a vedere film insalubri in case piene di moccolotti – e comunque questi qui, non facevano niente di speciale, uno tirava i capelli a una, mi faceva congetturare un certo invaghimento, lei rideva delle risate che fanno le ragazzine per lo più al mare, un altro fumava la sigaretta in quel modo che fanno i maschi giovani poi graziaddio passa, era borioso e pieno di riccioli questo che teneva la sigaretta con il pollice e l’indice, una terza si aggiustava la coda e un’amica le aggiustava il costume.
Animaletti che cresceranno, faranno altri animaletti, costruiranno una tana, potranno avere dei guai, la ragazza della coda e il costume, potrebbe lasciare un mese prima di sposarsi quello seduto qualche metro più in la ora al telefono, quello della sigaretta potrebbe diventare un grande cuoco, ma con un carattere così di merda da diventare disoccupato (è importantissimo il carattere di uno chef, ho imparato di recente), e la musica nelle orecchie mi dava questa strana consapevolezza della vita materiale, del tempo come metamorfosi delle cose che non ci puoi fare niente, e la musica nelle orecchie al mare per via di tutto quel corpo, mi dava la percezione dell’animaletti, e del tempo degli animaletti. Chi sa se queste ragazzine secche e alte diventeranno rotonde come me, che comunque secca, è bene dirlo, non sono mai stata.

Poi ho pensato che alcuni di questi, fra vent’anni, i meno probabili, non proprio quelli che stavano sempre al telefono, non proprio quelli che avevano studiato tutti gli esami insieme, sicuramente da scartare gli innamorati, alcuni di questi dicevo – che ne so la ragazza con la coda e quell’altro che ora muove la bocca perplesso perché la granita ha un sapore artificiale, quelli si inviteranno a cena fra dieci e pure vent’anni. La ragazza con la coda troverà simpatica la compagna di quello della granita, e potranno parlare di lavoro e di scarpe, come io faccio con tua moglie che è molto competente su queste e altre cose, si creeranno nuove alleanze impensate, per via del fatto che la ragazza colla coda ci ha un carattere diciamo complicato, e suo marito ecco, quella che è riuscita a sposarsi dopo aver mandato all’aria il matrimonio col precedente andrà ogni tanto sostenuto.

Insomma la vita è materia, e ascoltando questo pezzo che metto qui sotto, probabilmente ho pensato a questo, e niente  ci vediamo presto.

 

(qui )

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Sugli attacchi di panico

Non mi è mai stato chiesto un post sugli attacchi di panico. È un fatto interessante perché gli attacchi di panico sono un problema molto diffuso in questi ultimi anni, hanno provocato grandi difficoltà e sofferenze in tante persone, godono di una circostanziata scheda diagnostica anche nel DSM V e, mi è stato fatto notare – molti scrittori esordienti o meno li hanno messi al centro di un romanzo recente. Mi si dice Marco Candida, Christian Fascella, e anche il Livio Romano d. Me li procurerò tutti – sono curiosa di scoprire quanto è sfruttata un’occasione clinica che come poche altre ha un grande potenziale narrativo, e allo stesso tempo è così largamente fraintesa.

Attacchi di panico, fa pensare ai più a una declinazione parossistica di una banale vigliaccheria. Non se ne chiede lettura, come si fa a cicli regolari per l’anoressia per i disturbi di personalità in specie di marca antisociale ( Fai un post sui femminicidi?) perché tutto sommato non sono avvertiti come davvero pericolosi socialmente. Hanno anzi una sorta di odore puerile, mancano, per dire, della dignitosa gravità della depressione: rispetto ad altre psicopatologie sono cioè antiestetici, perché specie non sapendo di che si tratta, sono mentalmente rappresentati con una fumettistica fenomenologia della pavidità. Si pensa a tremiti, alla faccina di Paperino col becco ondulato dall’angoscia, ma si pensa anche a una paura indecorosa, per qualcosa di piccolo, di insignificante. Il panico del luogo chiuso, il panico delle occasioni complicate che però a tutti capitano –  quante storie.
Attacchi di panico: Clarabella issata su una sedia che urla scompostamente per un topolino scappato sotto al tavolo.

Ma panico, non è paura. La paura è un istinto anche salubre, che oggettivamente aiuta anche gli eroi, serve a farci discriminare i pericoli, e si focalizza intorno a qualcosa di razionale e preciso: la vigliaccheria è l’elusione di ciò che la paura provoca, mentre il coraggio è la diametralmente opposta – forza di andare assieme alla paura in una situazione di rischio: senza paura, non si da coraggio, si da idiozia. La paura come segnale, differente dalla paura come angoscia confusa, è in effetti uno dei primi trampolini da cui Freud si lancia per l’edificazione della struttura psicoanalitica.
Il panico invece, appare come una sorta di possessione e spesso e volentieri è la reazione a una serie di pensieri persecutori, dal carattere confuso ma anche per questo particolarmente terrorizzante. La persona di fronte a questo pensiero è spaventatissima e appunto viene scalciata fuori dalle sue capacità razionali, con anche una serie di sintomi di ordine fisico, che qualche volta inducono il paziente a pensare a un problema cardiaco: batte forte il cuore, ci si sentono mancare le gambe, qualche volta si arriva a svenire, si suda moltissimo, e si può tremare violentemente. Ma per il paziente, i sintomi visibili sono il meno, la parte tremenda è quello che vive dentro la testa, che è terrore e paralisi. Tutto questo lo rende molto vulnerabile, e spesso implica una consistente restrizione della vita personale: non si prendono mezzi per esempio, non si riesce a lavorare, la strada diventa pericolosa. La quotidianità diventa nemica e complicata.

Pure, tendo concepire gli attacchi di panico, come una delle sintomatologie più benevole e salubri di cui dispongano le persone, quasi un segno di benessere anziché di malessere. Mi sono fatta l’idea, anche se non si può dire certo a proposito di tutti, che spesso e volentieri questo tipo di disturbo aggredisce chi ha delle risorse per curarsi, e di più fare una vita coerente con i propri desideri ma non la fa, e il panico è l’avviso psichico che costringe una persona a guardarsi e prendere atto del fatto che si sta tradendo. Gli attacchi si costellano infatti intorno a un pensiero confuso persecutorio, che può dire molto sulla realtà esistenziale della persona purché se ne scavi la valenza metaforica. E’ come se la psiche scegliesse, con una certa frase correlata al sintomo, la minaccia di punizione che al soggetto può toccare per averla tradita: e allora alcuni vengono in stanza di analisi dicendo: io credo che sto impazzendo, altri dicono che temono di morire da un momento all’altro, altri che pensano di volersi suicidare, altri che temono di voler ammazzare, fino ai prestiti culturali più variegati – chi pensa per esempio di essere omosessuale, non perché sia davvero omosessuale ma perché viene da una famiglia omofobica. Le narrazioni che si costellano intorno al panico sono cioè come i sogni di inizio terapia, la strada maestra per entrare nel tradimento psichico, da cui l’attacco di panico in qualche modo potrebbe salvare – perché lo segnala. In questo senso io non riesco mai a prenderli sul serio come una patologia a se stante, quanto come un utile indicatore diagnostico di un assetto patologico che si sta organizzando che è più grave, da cui la parte sana di un soggetto si sta difendendo come può, lanciando cioè la sirena dell’allarme. (E’ quindi uno di quei casi in cui, una buona cura farmacologica è una mano santa, ma guai ad affidarsi solo a quella. Il disturbo per un po’ passa, poi o torna, o prende strada una sintomatologia franca di altra parrocchia e magari più rognosa. Lo dico, perché siccome rispetto ad altri problemi ha tutti quei fenomeni fisiologici che penalizzano la vita quotidiana, la tentazione del solo psicofarmaco rispetto alla psicoterapia è fortissima.)

Se leggiamo l’attacco di panico in questa forma – ci riesce più facile capire come mai sia un fenomeno che si presenta molto più frequentemente negli ultimi due decenni, che in passato – e naturalmente nell’occidente industrializzato piuttosto che in altre aree del mondo. A pensarci- ha molto in comune con la vecchia isteria, altro sintomo legato a un mondo e a un’epoca sia per alcuni comportamenti in comune che usano il corpo – il tremito, gli svenimenti (anche se l’isteria poi vantava altri fenomeni ben più eclatanti) sia perché anche quella era la forma semantica disperata di un tradimento dell’identità – come è stato chiarito dalla psicoanalisi femminista. L’isterica era la donna che usava una forma di follia con comportamenti spesso ipersessualizzati, per infrangere una normativa culturale che schiacciava il suo genere in destini non liberi, in cui la soggettività veniva strangolata. Alcune teoriche, ricordo un bellissimo saggio di Silvia Vegetti Finzi, identificavano in quelle impresentabili malate della Salpetriere, che spesso mostravano anche comportamenti eccessivamente sessualizzati, la declinazione femminile della follia foucoultiana, e gli scenari dei clinici che le utilizzavano per spiegare la psichiatria agli studenti, la prova della ghettizzazione e simbolizzazione a cui il sesso andava in contro nell’angosciosa interpretazione della sua Storia della Sessualità.
Nel nostro contesto attuale, il potere e le forze appaiono parcellizzati, e la debolezza del panico, è diventato un lemma che abita la sfera del lecito e del condiviso. Il sintomo è stato per secoli la fuga per pochi disperati che non riuscivano a passare nelle strettoie di un canone, oggi è una sorta di diritto che il corpo si prende e la mente concede di fronte alla possibilità di avere una seconda chance esistenziale, prima al tutto preclusa. Se abbiamo una nuova semantica psichiatrica “gli attacchi di panico” lo dobbiamo a una nuova costellazione di valori e di esperienze che colorano le nostre vite, e che ha a che fare con il diritto alla debolezza anche per il maschile, con il diritto alla forza anche per il femminile, con il lusso ma anche la terribile responsabilità di chiedere alla propria vita una sorta di prestazione. In un momento di relativa opulenza – da cui ci vanno cacciando, ma la cacciata non è ancora compiuta – il nuovo peccato originale è non lottare per la propria felicità.

Dunque l’attacco di panico è patologia specifica di questo contesto, e anche patologia ricorrente di certi momenti di snodo. Si affacciano al ridosso di una laurea – ma anche a ridosso di un matrimonio, e anche certamente di fronte all’eventualità di una gravidanza. In quanto spie di un ordine difettoso, esplodono con vigore davanti a giri di vite che sembrano materializzare in modo più concreto un certo modo difettoso di stare al mondo. Per questo, tecnicamente sono tra le cose più facili da risolvere, con qualsiasi approccio un bravo clinico ha ottime probabilità di estinguerli nel giro di un anno, ma allo stesso tempo possono nascondere molti tranelli. Il panico è una domanda, smette di emergere quando la domanda reale è accolta, ma se la risposta e la riorganizzazione psichica correlate a quella domanda non sono portati a termine, riemergerà.

Così come bisogna tenere presente che siccome l’attacco di panico è una parola e una domanda, estremamente versatile e adattiva – è fisico, genera allarme e genera malessere, procura limite e attenzione, se ci si mette mano subito si tace, ma se non se non lo si fa con energia e decisione, si cronicizza, diventa cioè una parola adattissima alle più svariate domande psichiche, le psicoterapie faranno più fatica, se chiamate in causa tardivamente, a essere efficaci, e la dipendenza dai farmaci sarà più stringente. E’ un male amico insomma, ma quando si presenta è meglio non tergiversare e andare subito in consultazione.

 

 

(Buon viaggio)

(Devo dirti che mi piacevi, per due cose due, tue proprie.
La prima era esibita nel ventre grande, e la pappagorgia, e tutto quell’armamentario di vecchio grasso e contento, uno stare al mondo assertivo e leale, un essere a buon diritto pieno di te, vivaddio e di chi se no in questo mondo di miserie. Tutto questo te dentro di te, doveva essere stato morbido e ingombrante, anche da portare negli altrove pure metaforicamente, tutto quel te non aveva niente di riducibile, non abdicava ad ipocrisie.
Maestro Camilleri, mi ricordo ti chiese una volta un povero giornalista: come era lei da bambino?
E te hai risposto, con moltissima calma – uno stronzo.

Uno stronzo hai spiegato, perché dicevi, eri viziato, indolente, dispotico e amatissimo, e questo saper dire “uno stronzo”, con quell’accento, del bambino che eri stato, uno che diceva sempre voglio, spiegavi, era una dichiarazione di poetica, e di etica. Una dichiarazione di lealtà e di trasparenza, qualcosa pure di cinico e antiretorico – niente scrittori maledetti, niente scrittori militanti, niente scrittori tormentati. nienti di nienti. Uno bravissimo a campare e a pensare per bene le cose.
Io di quel tono di voce, con cui hai risposto, di quella lucidità soave – ho fatto un manifesto esistenziale.

Certo ti sono stata grata perché ti sei inventato un linguaggio e un mondo, e sono due delle tre cose che chiedo a uno scrittore, e certo ora sono immalinconita ( “uno stronzo” – Non credo che tu permetta l’eccessivo cordoglio per una morte ad anni novantatrè, così mi hai insegnato, immalinconita però spero che me lo concedi) dicevo sono immalinconita per certi pomeriggi in cui ho abitato la tua Macondo sicula, una Macondo elegante e senza mafia, dove troneggiavano finalmente chiese bianche e ricciolute, e mareggiate mozzafiato. Io ci capivo un terzo della trama, devo confessarti, per gli intrecci sono sempre stata modesta, il giallo poi per sua natura mi affatica, ma mi mangiavo le parole, mi mangiavo questo siciliano reinventato, distante da quello reale, e adoravo questi siculi tuoi, caparbi pittoreschi e sensuali. Ma pure, devo dirti grazie per certi momenti di grande tragico, che la serie televisiva da te supervisionata, qualche volta è riuscita a rispettare ( volevo per esempio pure dirti grazie per un certo vecchio pescatore che Montalbano trova alla fine di un romanzo mi ricordassi quale, e questo vecchio pescatore ha ammazzato il proprio figlio, diventato intollerabilmente disonesto. E dice a Montalbano questo pescatore, una cosa come, cito a memoria, che i ricordi e le colpe sono come i pesci che rimangono nelle reti da pesca, dice una cosa così, volevo dirti grazie per quel pescatore li, la sua etica, il suo dolore, la sua rottura di un cliché, un piccino grande, come capita a volte nella Letteratura quelli li, i poemi omerici, il teatro greco, il Vecchio Testamento.)

Ma devo confessarti, che come dicevo sopra mi piacevi pure per un’altra cosa, che ora io dico con immenso affetto e gratitudine e boh. Te ci avevi del mestierante, dell’artigiano, ci avevi i trucchi e le pause teatrali, ci avevi quel modo di un certo tipo di autore, che usa la scrittura come una vecchia macchina, una cosa questa che capita di percepire più frequentemente negli scrittori di genere. Sono sicura che hai presente quel libro bellissimo che è la zia Julia e lo scribacchino di Vargas Llosa, e quel personaggio adorabile che è lo scribacchino, che ci ha i suoi stilemi e i suoi modi, e comincia i suoi romanzi sempre allo stesso modo.
Io ti indovinavo questa cosa qui degli stilemi, che però erano indubbiamente molto più belli e sofisticati, ti indovinavo il mestiere, il sapere artigiano, che quasi ti prescindeva, e mi ero alla lunga affezionata a questa cosa.  Questa cosa, il mestiere mi ha messo sullo sfondo la tua risposta alla terza domanda che faccio almeno io a uno scrittore, e che riguarda la sua visione del mondo la sua filosofia, per come emerge dalle cose che racconta. Ma mi ero affezionata a questo tuo incredibile mestiere, questo tuo saper fare. Forse, succede sempre quando ci si siede a lungo e frequentemente nei libri di uno scrittore, in ogni caso grazie grazie grazie. )

 

Buon viaggio, qui

Cosa sono io, cosa è invece ciò che abito

 

Alla biennale di quest’anno, sono esposti i quadri di Njideka Akunyili Crosby, artista nigeriana trasferitasi poi in USA, che fa dei bellissimi pannelli di interni domestici, interni della sua casa, della sua famiglia. A una certa distanza, appaiono come interni borghesi, e almeno a me riportano le stimmate tipiche della borghesia nera, almeno in certa letteratura e in certo cinema nordamericani. La berger. I figli tutti sul divano. I ritratti ovali nelle cornici ricamate.
A guardare più da vicino, oggetti e cose, soprattutto, la pelle delle persone, sono intessuti di disegni più piccoli, fitti di icone e di simboli, stralci di riviste e pagine internet, nel tentativo di rappresentare un tessuto transculturale, a vederla positivamente, ma anche di colonizzazione simbolica e psichica, a essere più foschi, che alla fine come dire, cambia la pelle delle cose –e forse anche il pensiero, l’identità l’essere nel mondo. Siccome sono i quadri di una donna, che riprende la sua famiglia, e la sua cucina, e quindi il suo sguardo abitato da altri simboli sulle cose, le sue personali rappresentazioni, mi ha fatto pensare a me, che scrivo questo post che parla di femminile e di materno, me che guardo il mio essere madre, o anche professionista che si occupa di altre madri e figli di altre madri. Me che dico, quando guardiamo l’atto di avere una casa e una famiglia, l’atto di pensarla e codificarla con un aggettivo possessivo, la mia casa, la mia famiglia, i miei figli. Quanti simboli mettiamo sulla pelle di quel noi, quanti oggetti che cambiano il colore della pelle delle nostre cose. Quanto dei sapidi consigli degli esperti, e dei discorsi collettivi sul mio ritenere ciò che è mio, quante esortazioni filosofiche sul mio, quante tutte queste cose, sono davvero il mio. Come forse l’artista Akunyili Crosby io pure sono una che va a caccia di altri ritratti, altri oggetti altre logiche discorsive da mettere sulla pelle delle cose. Forse io come lei sono colei che fa l’immagine ultima del mio, mia cucina, mia famiglia, mia vita, mia composizione del reale insieme agli oggetti che ne riconfigurano la pelle.

Scrivo questo post riflettendo sulla lettura appena terminata di Luisa Muraro, l’ordine simbolico della madre. Potrei al momento stampare questo libro, sulla braccia di qualche mio familiare, di mia madre per esempio o dei miei figli, qualora facessi un ritratto privato simile a quelli compiuto da Akunyili Crosby. Inserire quel libro da solo, sulla rappresentazione interna della mia linea familiare, politicizzerebbe il mio modo di abitarla, per esempio mettendo mia madre al centro, centro di trasmissione della creazione e dell’identità che ha preso il suo centro dalla sua, e lo passa a me, che lo trasmetto ai miei figli. E’ un bellissimo concetto in effetti, quello dell’ordine simbolico della madre, trovo che meriti ammirazione e rispetto e necessità. Perché chiede di disseppellire il femminile dall’ombra dell’assenza di significato a cui è stata sempre assoggettato- per venire alla luce come eterno generatore di esistente e di significato, quanto meno comprimario rispetto al potere nomotetico del padre. Si salda anche l’ordine simbolico della madre, con le prospettive della mia identità professionale, con le cose che mi ha trasmesso, perché la psicologia dinamica sa e insiste sull’importanza della madre nella costruzione dell’identità futura, sa che il materno nei primi anni incide sul modo di stare al mondo a venire. E dunque è comprensibile che quel potere sia celebrato. C’è una asimmetria relazionale, nel rapporto con i genitori all’inizio della vita, ecco, quell’asimmetria dovuta al ventre come casa, e al seno come fonte di cibo, che rende ragione alla magnifica tesi di Muraro.
C’è anche da dire però che questo ordine simbolico della madre, penso anche, è per esempio associabile al culto mariano, e tutte le immagini della madonna prima, da gravida a madre che allatta, giù fino a Maria con Gesù tra le braccia un po’ più grande, fino a Maria che piange Gesù crocifisso sono state l’iconografia che ha intessuto l’ordine simbolico del materno, nel mondo cattolico quanto meno, complementare al potere trascendente del maschile.   Maria è piena di grazia, Maria Benedetta tra le donne, e di Maria è il grembo benedetto che metta al mondo Gesù, il figlio dei figli, il figlio di tutti figli. E siccome il femminile è creatore, non è per niente detto suggerisce anarchico il femminismo della differenza, che Dio non possa essere donna. In ogni caso, Maria Giuseppe e il bambino, sono – anche a detta di un importante analista junghiano, Maffei, l’archetipo della famiglia e la trascendenza a cui si deve il miracolo della nascita, per me la spiegazione più efficace di ogni biologia del miracolo della vita.

L’associazione del culto mariano, all’ordine simbolico della madre, anche con la conseguenza temeraria ma logicamente ineccepibile che Dio possa pure essere donna, o pensato o pensata come tale, mi dimostra che in ogni caso nella pelle della mia percezione del privato, del presepe, del mio presepe, di quello dei miei pazienti, Muraro e tutto il femminismo della differenza, non possano essere nient’altro che uno dei contenuti che insistono sulla pelle del quadro ma non il contenuto dominante. Farne il contenuto dominante diventa infatti per me prescrittivo e pericolosissimo, e le scivolate nella visione cattolica del femminile mi angosciano da dietro l’angolo, così come analoghe scivolate vedo all’orizzonte benchè di marca laica. Tutto il femminismo della differenza ha avuto un ruolo imprescindibile, e sempre credo che lo abbia in un certo momento nevralgico della storia di ogni gruppo culturale. Emerge, potentemente in modi diversi –a rivalorizzare eticamente ed esteticamente il ruolo misconosciuto, e quindi il valore di una metà del cielo, e l’importanza dei compiti che sono storicamente stati assegnati a quella metà del cielo. Passano per il loro femminismo della differenza con nomi che non conosciamo ma che esistono, le donne arabe, le donne africane, le donne sudamericane. Sono femminismo della differenza molte produzioni culturali che magari non decodificheremmo come tali, ho pensato ai ritratti di Frida Kahlo, o alle orchidee di Georgia o’ Keefe. E’ femminismo della differenza tutto quello che riconfigura come oggetto pubblico e socialmente meritevole di riconoscimento l’insieme di assetti identitari che erano solo parzialmente riconosciuti se non affatto riconosciuti e comunque gerarchizzati come inferiori. L’insieme di queste cose sono costellate intorno alla cura della generazione: riguardano la cura delle relazioni, la capacità di donare affetti, ma anche di arredare dei mondi interni, ma anche di costruire un’estetica di quei mondi interni. Le case, i merletti, gli amori, i dipinti. Il femminismo della differenza ha riconsegnato una giusta e necessaria nobiltà a un certo modo di stare al mondo e ha sottolineato l’esistenza di un saper pensare, saper creare, saper esistere nel mondo di logiche estranee ai saper fare saper pensare saper creare del mondo maschile. E naturalmente, proprio che nobilita ciò che è svalutato ma al contempo grandemente diffuso, è destinato a essere uno strumento vincente nei paesi moderatamente sviluppati, per tutto quello che concerne le politiche di genere. L’Italia, che ha raggiunto il boom economico molto rapidamente, e altrettanto rapidamente lo sta perdendo di vista, ha un gender gap ancora molto importante. Molte donne non lavorano, non hanno servizi pubblici, Luisa Muraro e tutte le sue, ancora possono fare da padrone: sono funzionali al nostro contesto economico e politico, alla nostra attuale divisione dei ruoli. Alla fine, la derivata pratica della teoresi della differenza, implica una valorizzazione di ciò che culturalmente si associa alla differenza, l’appaiamento tra sesso e ruolo di genere.
Non è una cosa da poco, non è una cosa politicamente stupida. Trovo classisti, il perché lo dico dopo, ed elitaristi i toni di chi liquida queste cose come roba da niente.

Se però io dovessi fare per esempio, un ritratto della famiglia da cui discendo, un quadro in cui in un salotto simile a quello ritratto dall’artista nigeriana ci siano mia madre, e mia nonna e la mia bisnonna, un ritratto con le mie amiche, o quelle di mia madre, o con me e mia sorella, insomma un ritratto del mio mondo, io come un certo numero di donne italiane, e come un numero ancora più nutrito di donne di altri paesi, europei o nordamericani, dovrei pensare ad altro, che al femminismo della differenza, dal momento che mia madre ha lavorato come dirigente, mia nonna pure, la bisnonna idem, e così tutte le femmine in lungo e in largo l’asse materno. Hanno fatto lavori poco muliebri e anzi, hanno nutrito un malcelato disprezzo per tutto quello che era casalingo. Sono state donne di decisioni, di calcoli, di ordine, di ordini, di posti pubblici – sono state donne cioè che hanno macinato con soggettività processi mentali categorizzati fino a poco fa come maschili, e delle quali non si può dire, forse proprio in virtù della loro matrilinearità che scimmiottassero degli uomini.

Quando si hanno intorno esempi di donne che lavorano, di donne che fanno quadrare i conti, che si assumono responsabilità sul luogo di lavoro, dalla custode alla preside, dall’infermiera alla chirurga, quando c’è questo tipo di mondo intorno, per cui chi arriva prima fa la cena, chi può fa la spesa, la decodifica pratica di cosa produce la differenza anatomica dei sessi, diventa un tema scivoloso. A una Irigaray che ci aveva attorno tutte signore a cui spiegare le cose mentre ricamavano, figlia di una mamma e di una nonna che ricamavano pure loro, può sembrare ovvio che un certo tipo di eloquio e di razio sia di matrice ontologicamente maschile, e quello che fanno le donne uno scimmiottare, ma quando si sta comode in altri contesti è diverso, questa ontologia diventa prescrittiva. Sarà una banalità, ma see una ha una mamma professoressa di matematica alle medie, la matematica potrebbe essere per lei qualcosa di matrilineare. Per chi fa poi il mio mestiere la prospettiva possiede segrete questioni tossiche – è molto pericolosa. In primo luogo perché quando andiamo a vedere le differenze dei cervelli femminili e maschili, le troviamo ma con una consistente fatica, in secondo luogo perché si finisce con il cedere a delle prescrizioni sociali che si appoggino a delle normative culturali, e questo è deontologicamente scorretto. In questo senso, Irigaray e Lacan, Irigaray e il freudismo di prima generazione potevano anche evitare di divorziarsi, sono stati gli intelligenti alfieri di due modi sorpassabili di stare al mondo, assolutamente complementari, ma nella pratica clinica di oggi il lavoro sulla differenza di genere deve essere molto più personalizzato, sofisticato, individualizzato. Ne va del destino delle persone. La clinica ossia ha delle responsabilità che la filosofia forse può ignorare.

Nel mio quadro dunque, per quanto di donna italiana, il femminismo della differenza ha un posto ma sempre più piccolo. Credo in una grande differenza culturale, che è costituita dal corpo, e tendo a pensare il corpo non come prima identità, ma come prima casa, una casa che sta dentro a una città di altre case, e che determinerà grandemente il nostro modo di pensare e fare e saper fare. Ma rimane una casa. Non penso che i due cervelli ossia siano uguali, ma le differenze al momento mi interessano poco, sono trascurabili rispetto al potere della casa; nel caso specifico una casa che sa tenere nella pancia dei bambini, e sa allattarli. Ed è interessante vedere come le diverse identità mentali reagiscono a questa prima casa. Il corpo cioè è cultura. La nostra prima cultura, ma pur sempre cultura. La prima identità è l’identità del pensare, la genetica celebrale, la storia di quel mio decodificare tutte le case con cui ho a che fare, certo la più importante è il corpo, ma non l’unica. E non da sola. Con questo corpo posso creare altre cose, oltre che dei bambini, lo posso tatuare per dire delle cose, posso renderlo codice. Come in una immagine di Orlan o di Cindy Sherman.

Ma soprattutto l’identità che lo abita ha le competenze sufficienti che sono tipiche non già del suo sesso, ma della sua specie, e potrei usare io, come altre, queste competenze per operare scelte decisioni, modi di stare al mondo. La mia casa corpo mi addestra maggiormente a certe cose piuttosto che ad altre, la mia casa corpo in un certo senso mi attrae verso quelle, ma non è detto che il mio benessere, il compimento della mia identità esistenziale, sia percorrere quell’itinerario. Qui le storie soggettive possono diventare molto diverse l’una dall’altra, e volendo, possiamo interpretare la clinica in una prospettiva di genere, seguendo due binari: un primo binario potrebbe essere quello che riguarda l’identità di chi abita la casa, e i suoi rapporti non solo con la casa corpo, ma con molti altri oggetti. Di poi nello specifico ci sono i rapporti con la casa corpo. Rapporti che possono essere molto complessi, e che si rimandano a una differenza reale. Le case dei due generi hanno strutture diverse.

Qui per me però si pone un nuovo problema.
La valorizzazione dei compiti svalutati storicamente e associati al ruolo di genere femminile, non è in realtà riuscita. In alcuni ambiti sociali questi compiti sono stati solo apparentemente scollegati dal femminile, per far ricadere però la questione sotto la scure delle dinamiche di classe, nella maggior parte dei casi, nelle maglie del capitalismo organizzato in un altro ampio campione di comportamenti, e anche nell’estinzione tout court di quei comportamenti. Tradotto in maniera plateale: ciò che hanno sempre fatto le donne non conta per nessuno, non è bello, non è attraente, non è un valore, anche se è il vero garante della specie. Ma in soldoni certe cose: o continuano a farle le donne, o le fanno istituti vicari, o le fanno altre donne più povere, oppure non si fanno affatto. Solo in una fetta della popolazione molto modesta c’è una reale divisione dei compiti, ma nella maggior parte dei casi, la divisione dei compiti riuscita, riesce perché una parte fondante è appaltata a una donna più povera. La donna più povera pulisce, bada a dei bambini piccoli, bada a degli anziani o delle persone disabili. Nel migliore dei casi è contrattualizzata. E anche la donna di servizio contrattualizzata non risolve la scarsa propensione che hanno le donne e gli uomini a per esempio oggi a tirare su dei figli. Anche il tirare su i figli, viene fatto a rilento anche perché nessuno dei due genitori spesso ha voglia di assumersi l’onere che implicava il vecchio ruolo di genere che era devoluto alla madre: i bambini rimangono nei passeggini troppo a lungo perché è molto noioso stare piegati a insegnargli a camminare, e diventano narcisisti e disobbedienti, perché quel ruolo di contenimento superegoico che a torto viene attribuito al padre, no è sempre stato della madre, ma ora nessuno ha più voglia di svolgere quel ruolo ingrato.

Se si è fatto un passo avanti, per me è stato un passo avanti, liberando gli uomini dalle briglie dell’estetica di genere e dell’etica di genere, per cui ora una serie di arti tipicamente femminili e di estetiche che erano solo ed esclusivamente femminili ora arrivano agli uomini (di quanti colori ora sono i loro pantaloni, quanti occhiali bellissimi hanno, diversi l’uno dall’altro) manca ancora un compimento, un passaggio sulla gestione della cura, della relazione, dell’essere con. Questa cosa deve ancora riguardare molto le donne ma non solo, deve riguardare anche gli uomini, e le cose che tutti dobbiamo sapere fare, con le nostre case, e nelle nostre case. (Avrei ancora moltissimo da dire, ma mi fermo qui).

Storia di un riepilogo

 

Aveva provato per lei qualcosa di prossimo all’amore solo in alcune occasioni, che ora enumerava con rigorosa costernazione, auscultandosi la voce come prova decisiva. Vedi diceva a se stesso, come sei pronto a stare senza, non fare caso a questo magone stolido, e abitudinario, e neanche devi badare alla gratitudine, perché non si scopa con la gratitudine. (Tuttavia proprio su questa frase, gli veniva da piangere. S’alzava nella vita annoiata e ci girava dentro, come se fosse una gabbia. Ora le telefono pensava, lei che da tutte le gabbie mi ha fatto scappare. Ma poi)

La prima volta che aveva provato per lei qualcosa di prossimo all’amore, fu quando si costrinse a dirglielo, perché sarebbe dovuto partire per andare lontano, un lontano di poche ore, c’è da dire, un lontano di corriera e telefono in interurbana, mica chi sa che. Stavano seduti sul sagrato di una chiesa, lei era angosciata e appassita, per niente scintillante. Non che lo fosse mai stata – una ragazzina incapace di ogni fascino ma con questa forza tremenda e trascinante. Senza quella forza morirò – e allora, a onor del vero, aveva anche motivo di pensarlo.

La seconda era quando portava un cappello floscio, si stirava i capelli, si vestiva solo di nero, e benché s’arrampicasse tenace negli studi, si bevevano certi pomeriggi di levità gentile, sdraiati, futili, aerei – anche se lui ne era platealmente distante. Un’intimità fitta, mai esattamente erotica, seppur troppo amorevole perché fosse fraterna. Dentro c’era l’epigono di un lessico familiare – molte canzoni, partiti politici, partite alla radio la domenica, un certo modo di ridere, un uso sapiente delle mani e delle labbra. (Sempre di lei si rideva. Del fatto che lei lo adorasse, lo adorasse dello spudorato amore dei forti di spirito, lo adorasse di una devozione grandiosa e plateale, e lui manco si spiegava che ci trovasse per dipendere da lui in maniera così romantica e assoluta.
Non pensava di meritarsi niente -era la sua condanna e la sua simpatia)

La terza fu quando decise di regalarle un disegno in cui lei era una barca e lui un naufrago. (Le faceva molti disegni, e quando studiavano insieme, ossia quando lei studiava lui non tanto, piuttosto stava solo accanto a lei, come un cane da corsa al guinzaglio, come un acrobata a riposo. Stava sui libri a far contenta lei, sua madre, e la sua paura di andare su un filo, su un trapezio, a correre la vita per cui si sentiva chiamato. Mentre lei sottolineava, energica diligente e furiosa – lui le faceva dei fumetti dove lei più buffa che piacente, più garibaldina che sensuale, era la protagonista. Era la cosa più prossima all’amore, perché in effetti le voleva molto bene. (Anche se)

La quarta fu quando lei gli tagliò le funi della barca, e invasata dal furore della comprensione gli fece mollare l’università, e per un momento si intestò persino il ruolo della fidanzata cattiva, che porta sulla strada della perdizione e della malora. Le sere confabulavano e si facevano coraggio, e lui cominciò a vedere degli spiragli di se, oltre la confortevole porta della loro relazione, dove lui tutto sommato non aveva molto posto.Fu l’ultima.

(Perciò quel pomeriggio si decise a dirle che era finito, quel che lei pensò non c’era mai stato. Ne fu svuotata,  poi sorprendentemente liberata)

 

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La bambina e il serpente (un post junghiano)

C’è un bel racconto di Marguerite Duras, in Giornate intere tra gli alberi, in cui una ragazzina, alle soglie dell’adolescenza, passa i suoi momenti migliori ad andare al giardino zoologico, a guardare il pasto del boa. E’ un testo notevolmente vitalistico e potente, e contro ogni retorica, descrive l’emergere di un desiderio sessuale, ma anche, di un desiderio di forza, e di trasformazione, come di incorporazione – quel passaggio epocale della psicologia femminile quando diviene adulta per cui comincia ad accedere al desiderio, ma anche alla forza interna e al potere. Ben per questo, il serpente, che sia quello piumato di Lawrence, che sia l’oggetto simbolico di cui parla Jung per esempio in Simboli della trasformazione, è un immagine interna del femminile importante. I serpenti, che arrivano minacciosi, o che seducono acciambellati, o che cingono o che parlano, sono un’ immagine archetipica frequente nel mondo immaginario dei bambini e soprattutto delle bambine. Li sognano, oppure li trovano nei libri e perfino nei programmi televisivi a loro dedicati. Se per esempio nella versione originale de il Piccolo Principe il Serpente ha un ruolo ambivalente, nel cartone animato a lui ispirato diventa colui che minaccia la rosa – simbolo della femminilità nascente.

E’ un po’ di tempo che volevo scrivere un post sulle bambine, e su cosa è meglio perché crescano più forti e serene e ho pensato che poteva essere interessante cominciare dal loro incontro con il serpente. L’idea della donna che porta all’interno un’immagine fortemente maschile, mi rimanda a un modo molto junghiano di considerare la combinazione sesso genere: per cui il femminile ha degli aspetti interni che corrispondono al maschile, e il maschile viceversa. Ognuno dei due sessi porta addosso una coppia di opposti semanticamente legata alle due identità sessuali, in combinazioni che possono essere molto diverse da persona a persona, e nelle prospettive junghiane più evolute, senza che questo poi sia violentemente prescrittivo e universalizzante su come debba articolarsi questa combinazione.   Qui parleremo della combinazione che è relativamente più diffusa, con il favore della nostra lettura culturale dei ruoli di genere. Il caso cioè di bambine che si comportano in modo femminile in una media osservanza dei codici culturali, e che a un certo punto fanno il loro incontro psichico con il maschile, con l’eros, con insomma il serpente. Bambine che hanno a disposizione una figura materna e una figura paterna, e che nella loro costruzione dell’identità passano per una certa serie di acquisizioni e identificazioni. Le bambine che nelle loro mille variazioni di gonne lilla e rosa, di bambole e mattoni, di trecce e smalti e parolacce, vediamo fuori dalle scuole materne ed elementari. Tutte queste bambine, sono nei paraggi dell’incontro con il serpente.

Facciamo un passo indietro.
Quando le bambine vengono al mondo, hanno un compito evolutivo molto complicato, almeno per come stanno le cose, allo stato attuale dell’arte. Nonostante alcuni equilibri si siano spostati, i loro primi anni di vita sono a contatto con la madre, che le allatta e le fa crescere. Sono nate dal corpo della madre, e con la loro madre condividono la possibilità di generare. Il loro primo oggetto d’amore è per loro qualcosa che per un certo verso ha dell’identico, un’identità di funzionamento e di funzione, ma che deve diventare diverso come marca identitaria, e cioè altro. La bambina che arriva al mondo dunque ha da una parte il prestigio di raccogliere l’eredità matrilineare – una questione per me culturalmente non abbastanza valorizzata fatto salvo il contributo del femminismo della differenza– dall’altra il compito complicato di rintracciare l’antitesi, e scoprire la differenza. Donde, un’adolescenza e un rapporto con la madre molto più complicato che per i suoi fratelli maschi, che nascono ontologicamente altri rispetto al loro primo oggetto d’amore, e che quindi per questo si disidentificheranno e ameranno la madre con maggiore fluidità.

Nel quadro analitico tradizionale, l’idea era che la bambina non riusciva mai a uscire del tutto dalla triade edipica, e rimaneva più a lungo invischiata nella sudditanza complicata verso la madre e nell’amore al padre. Questo, pensava la psicoanalisi dei primordi – per esempio nella lettura di Helene Deutsch, anche qualora parzialmente si fosse sposata e avesse avuto dei figli suoi. Oggettivamente, all’epoca la psicoanalisi aveva ragione, perché non essendoci mondo del lavoro, la giovane figlia era condannata a un eterno spazio intimo, e la sua prospettiva di evoluzione non andava oltre lo spazio intimo. Più tardi, psicoanaliste femministe molto acute, come Nancy Chodorow prima o Jessica Benjamin dopo, avrebbero insistito su come, le forme culturali del sistema sesso genere incidono sulle storie analitiche dei soggetti. E se il padre è quello che ha il compito analitico di spezzare la simbiosi con la madre, portando la prole con se fuori, si constatava come, il padre con le bambine lo facesse un po’ meno spesso.
Con il figlio maschio si va allo stadio. Ma con la femmina?

In assenza di un padre, o in deficit di occasioni dal mondo che portino fuori dalla relazione con la madre, che aprano un varco, la bambina è in tutto esposta sia alla qualità della sua relazione con il materno, sia alla difficoltà emotiva che implica la sua emancipazione in solitaria. Se ci sono poi delle sorelle, o dei fratelli, la lotta diventa fortissima, sia per la gara ad avere il cuore della madre, che la gara ad uscire dal cerchio con la madre.

A questo punto, certo molto semplificando – e tenendo per esempio da parte gli elementi della personalità di una bimba, il suo corredo genetico che ha un suo peso importante, e quelle dell’ambiente sociale in cui cresce altro peso importante – noi possiamo però individuare delle variabili ognuna delle quali agisce come una sorta di manopola sulle capacità adattive o sulle possibilità di sviluppare comportamenti nevrotici da quel momento in poi, e quindi possiamo dire anche, su come andrà l’incontro con il serpente, se diventerà amico o se sarà un incubo ricorrente, un’esperienza psichica indigesta, oppure – il caso che ha suggerito in fondo questo post, ci sarà con esso una identificazione eccessiva, uno strapotere del serpente. In altri termini: se si integrerà armonicamente il rapporto con la sessualità per un verso, ma anche allargando il cono di luce nella configurazione psichica, se potranno entrare con agio altre figure di animus, per cui la bambina saprà volere, desiderare, ambire, combattere per ciò che ama, fare progetti, diventare un’adulta completa. (Qui avvertiamo lo scarto tra le vecchie teorie analitiche, che sono a mio avviso sorpassate, e quelle che secondo me sono ancora efficaci ad aiutare le persone: per le vecchie teorie analitiche, per il freudismo della prima ora devo dire oramai praticato da pochi, il femminile ha il suo senso in una mancanza, che è il maschile a compenetrare e la maternità a riscattare. Le prospettive psicodinamiche successive, eludono questo rigido bipolarismo, e per esempio la prospettiva junghiana, immagina i soggetti come enti che devono maturare globalmente. Perciò il femminile che si mette in accordo con le proprie immagini maschili interne, è un femminile che cresce verso la generazione e la maternità, e simultaneamente deve svilupparsi nella direzione della trascendenza e della identità globale).

Le manopole che individuiamo sono allora: in primo luogo naturalmente, il rapporto con la madre. E quindi anche lo stato di salute emotivo della madre, e il suo come dire, stare comoda nella vita che si è scelta, nella successione di scelte che ha messo in atto, nell’ordine di valori che ha riconosciuto come suoi. La prima manopola per la bambina ne contiene in effetti molte altre, perché da una parte c’è il fatto di essere amata e riconosciuta come erede, in un modo che sia giusto per lei, dall’altra c’è il passaggio di un testimone che è molto importante. Tutto quello che riguarderà il sentirsi amate e scelte aiuterà la bambina ad essere generosa in maniera autentica con gli altri, e – se mettiamo in campo la teoria dell’attaccamento – una bambina che ha un attaccamento sicuro, che cioè è sicura dello sguardo verso di lei, e sa che non verrà mai meno, potrà avventurarsi lontano anche metaforicamente dalla madre, potrà esplorare, studiare, avere ambizioni, pensare a una carriera e certo cercare una nuova famiglia. Sarà anche più probabile che da adulta divenga a a sua volta madre capace di far sentire sicuri e autonomi i propri figli.

Se invece quella sicurezza verrà a mancare la bambina, potranno succedere molte cose. Per esempio, la bambina starà con lo sguardo fisso sul genitore che si teme costantemente di perdere. Introietterà questo assetto relazionale, e sarà lo schema in base a cui muoverà le sue strategie adattive e le sue scelte difensive nel rapporto con gli altri. Frequentemente, bambine bloccate nella loro emancipazione, rimarranno prossime alla coppia genitoriale in una maniera riottosa e litigiosa, con una specie di serie di falsi tentativi di allontanamento e di mezze misure di differenziazione, useranno l’aggressività per dimostrare una falsa autonomia. In questo senso, è molto importante il pacchetto di competenze relazionali che la madre possiede, e che sono anche il pacchetto che ha ottenuto con la relazione con i suoi genitori, e durante la sua infanzia. Madri che hanno avuto genitori piuttosto freddi, poco sintonizzati sull’infanzia, o anche madri che sono state sorelle maggiori di fratelli avvertiti come privilegiati o persino inaccessibili, o magari madri precocemente adultizzate, potranno fare fatica con le loro bambine, la bambina interna che sono state e che forse per mantenere la relazione e l’amore ha ingoiato molti rospi potrebbe far percepire la figlia come una rivale di cui essere invidiosa, e verso cui la severità o una certa ostilità possono diventare il mezzo di una rivalsa inconscia. Quando questo succede le figlie per un verso si sentiranno poco sicure, per un altro potrebbero con vare strategie cominciare a mettere in scena delle difese, e quando l’integrazione con le immagini del serpente saranno compiute, e arriverà l’adolescenza – quando cioè una bambina diventa una che fa le stesse cose della madre, insomma l’adolescenza potrebbe essere molto faticosa e il suo già consistente pacchetto di conflitti prendere forme ancora più accese.

La seconda manopola molto rilevante è il rapporto con il padre. Tanto più in famiglia, lo schema dei ruoli di genere è stato tradizionale, paradossalmente maggiore è la necessità che a un certo punto il padre intervenga, con la bimba come ha da fare con il figlio maschio, a riprendersi il suo posto accanto alla madre e a portare via i bambini e quindi le bambine dalla relazione con la madre, a diciamo rompere quello che gli analisti di vecchia scuola chiamavano “anello simbiotico”. Devono fare delle cose insieme, divertirsi insieme, giocare insieme, avere degli spazi ritualistici protetti. Il papà ha un ruolo delicatissimo e di questi tempi e nel nostro contesto culturale ancora più impervio e complicato, perché da una parte ha il vecchio ruolo di riconoscere la nascente sessualità della bambina, il suo potenziale seduttivo e di premiarlo il giusto – sei la principessa di papà, sei la più bella – dall’altra ha il dovere di farle sapere, diversamente da quanto accadeva a suo padre e suo nonno e al suo bisnonno (con una serie di ricadute sulle sue progenitrici di cui ancora non abbiamo contezza e non ci vogliamo occupare) che riconosce il suo animus, che può trovare nel serpente interno della sua bambina qualcuno a cui passare un testimone: per esempio del modo con cui pensare la politica, la morale, le cose, i rapporti di lavoro, l’essere razionale nel mondo, e il potere di appropriarsi delle cose come il boa del racconto di Duras. Questo doppio binario è un compito tremendamente complicato: perché i padri possono scivolare da una parte o dall’altra – la scivolata nella prima parte è nell’area dell’incestuale, per cui la figlietta che ha un rapporto molto erotizzato con il padre farà fatica ad avere una relazione futura e a non squalificare tutti i partner a venire, mentre la bambina che è solamente riconosciuta come identità razionale, trascendente, intellettuale, correrà rischi molto complicati nel suo rapporto con il corpo, con la madre, e potrebbe elaborare sintomatologie importanti (per fare un esempio: adolescenti con disturbi alimentari hanno spesso questo tipo di relazione con il padre).

La terza manopola del contesto familiare riguarda le complicatissime dinamiche della fratria, rispetto alla coppia genitoriale, e della coppia genitoriale nei confronti dei fratelli. Qui lo spettro delle possibilità è veramente molto variegato, e fare un discorso generale è particolarmente arduo. Una quota di competizione e di ostilità è qualcosa di fisiologico tra fratelli e sorelle, e quando non ve ne è mai segnale è più saggio ipotizzare una rimozione, o una compiacenza piuttosto che un reale e idilliaco accordo. Ma la naturalezza di una quota di competizione, probabilmente più accesa quando i figli sono solo due, e se sono di pari sesso, non deve far cadere nel tranello di prendere sottogamba dichiarazioni di odio esplicito, competizioni che fanno diventare livide di rabbia, perché quello per me è invece un allarme. Genitori percepiti come inaccessibili producono competizioni troppo efferate, ma le grandi gare tra sorelle sono anche esiti di triangolazioni segrete, mezzi di conflitti genitoriali, sintomi di un senso inadeguatezza che travalica e per cui si ritiene a ragione o a torto che la sorella, visto che qui parliamo di bambine raccolga un’eredità che la bambina gelosa non si sente in grado di incarnare.

Sullo sfondo, c’è il discorso degli ambienti culturali in cui le bambine vivono. Questa quarta manopola ha un grande potere, ma questo potere può essere enormememente depotenziato se non addirittura annullato dai codici familiari. Per questo io in generale sono sempre molto tiepida sulle questioni tipo la passione per il rosa, o i giochi come le bambole o la cucinina o cartoni animati molto connotati per genere. Mi pare che facciano da collante con i pari, e che specie se pensiamo all’età in cui entrano in scena, l’età di quando il serpente non ha ancora fatto la sua comparsa, rafforzino il nucleo identitario nascente. Ma il primo codice veramente importante del modello politico della bambina di viversi come femmina le verrà dalla famiglia, e se la famiglia è una famiglia dove vige un rapporto paritario, e magari una madre che lavora, la bambina potrà giocare co le bambole vestirsi di rosa e vedere le fate alla tv, niente di tutto questo scalfirà il potere di una madre che lavora e che glielo racconta. Tuttalpiù invece se l’organizzazione dei ruoli a casa è tradizionale la bambina la vedrà riconfermata nei prodotti per l’infanzia. Ma non è una cosa per me, psicologicamente allarmante.

Ora possiamo tornare dal Serpente.
Il Serpente più famoso di tutti i tempi è quello che a Eva propone il frutto della conoscenza. La narrazione biblica prima di tutte perciò mette insieme scoperta del sesso, del piacere, della mortalità, del pudore, del male ma anche de sapere. Il serpente veterotestamentario è la più grande metafora dell’adolescenza, della cacciata dall’eden infantile, della consapevolezza di se e di una forza che può essere maligna. Nel suo aspetto di animale antico, invertebrato, di comportamenti moderatamente riconoscibili, il serpente è anche un’immagine interiore origiaria, poco sviluppata, come dire: grezza. Le bambine crescendo, specie in salute, sogneranno il loro maschile interno in forme sempre più sfaccettate, articolate, individualizzate, meno monolitiche e tribali, ma molto più sofisticate. Tutte le dimensioni interne di cui il serpente è come dire prodromico prenderanno altre forme. A seconda della loro personalità. E certamente a seconda di come hanno girato le manopole relazionali di cui abbiamo parlato sopra.

 

C’è un caso specifico però di cui voglio parlare per concludere perché sono le bambine che hanno ispirato il desiderio di questo post, che poi invece è andato altrove. Un rapporto sano con il maschile interno che si presenta, nell’intreccio di sesso conoscenza e potere, vuol dire che questo insieme di fattori è una risorsa importante, dell’arsenale interno della ragazza che l’aiuterà in molti momenti importanti della vita. Per esempio riconoscere l’attrazione sessuale, desiderare conoscere un uomo, combattere per averlo, ma anche combattere perché un proprio potere sia affermato, una conoscenza e un’identità. Meno di quel che psicoanalisti vecchi e maschi credano – questo ha a che fare con il diventare madre. Perché il diventare madre non ha niente a che vedere con il fallo, se non in forma nevrotica e compensatoria, ma con una sana identificazione e una buona esperienza con il proprio materno e con il mondo del femminile e quello che di enorme sa fare. No un buon rapporto con il serpente, riguarda altro.

 

Ci sono bambine che ne sono molto spaventate, e hanno paura di venire in contatto con questa forza interna, e rimangono perciò trincerate anche oltre un tempo lecito in un infantilismo protratto, in una piccineria forzata, che in qualche caso tranquillizza ed è compiacente anche verso i genitori, che potrebbero essere non proprio contenti di vedere la loro figlia crescere, e cioè entrare nel regno della vita in cui ha potere, un potere analogo al loro. Ci sono invece bambine, che per diversi motivi, si identificano precocemente con il serpente nella sua forma più arcaica e indifferenziata e si comportano in un costante e sostanziale abuso di potere, che vizia le loro relazioni. Queste sono le bambine di cui capita di dire che sono cattive, o precocemente seduttive in modo da essere guardate con sospetto. Sono bambine per esempio molto carismatiche, ma che con le amiche possono avere un comportamento svalutante, o dominante, o sadico, ch e indugiano in provocazioni che possono essere fuori luogo, e che sostanzialmente come corda ricorrente manifestano un urgenza di potere. Non hanno amiche, hanno suddite, con gli adulti hanno spesso rapporti sfidanti e contrastati. Questo vuol dire che hanno motivo di svalutare anche se non consapevolmente altre loro risorse interne, ma anche che hanno dovuto elaborare precocemente un’urgenza di potere e anche che hanno un rapporto con il femminile interno, e con il materno tarato su una diffidenza, un bisogno di controllo, persino una revanche. Una zona irrisolta e complicata viene dominata con un controllo parossistico sull’altro, e un terrore delle proprie parti debili e fragili annichilito ed esorcizzato dal maltrattamento di altre persone. Il nascente contatto con il maschile – ancora grezzo indifferenziato poco individualizzato, diventa il braccio armato di una nevrosi tra le più sgradevoli, che poi porterà a quello che nel lessico analitico della prima ora era comunemente considerata la donna fallica. Alla fine, non quella che lavora, ha successo e sta anche femminilmente contenta nella sua vita con le sue forme di giusto potere, ma quella che è solo potere, un esclusivo potere sessuale e relazionale, che in certe forme più gravi ed estreme, si porta molto lontano dalla creatività capace di fare mondi, ma si ritaglia un posticino in una coquotterie osssessiva, in una seduzione sempre pronta a dominare, ma mai adatta a fare spazio alla relazione e alla maternità. Ma siccome tipico del potere è mostrarsi soddisfatto di se stesso, questo tipo di bambine prima e di donne dopo, farà molta fatica a sentirsi in difficoltà a capire il proprio disagio.

Racconto sdolcinato del buongiorno

 

Aveva cominciato con un buco oscuro, tre metri per due, strizzato tra una merceria e un macellaio, un cunicolo si può dire, per il quale il bancone fu pensato con una certa esilità, se no manco i clienti sarebbero potuti entrare, le cose da mangiare organizzate una sull’altra, cornetti come acrobati di circo che fanno una piramide, cameriere magre non per discriminazione ma per forza di cose.
E quando aveva questo bar piccolo, nel centro della città a cui approdava nel bagnasciuga del mattino da periferie lontane e ancora notturne, era giovane, tarchiato, ineluttabilmente meridionale, e inderogabilmente caparbio.

Il buco oscuro dava su una pizza piena di verde e di case gentili, e quando se lo prese per farci il bar, la moglie aveva fatto una bambina, la bambina più bella della città pensava lui senza indugio di fronte alla concorrenza di una capitale intera – piena di bambine bellissime certo, ma non quanto la sua, e ecco, quando prese il buco del bar sulla piazzetta aveva pensato che in una di quelle case gentili, che devono avere dei bei salotti con mobili luccicanti e nuovi e cucine senza dubbio spaziose dove eventualmente fare pure gli gnocchi, li avrebbe voluto far stare la sua bambina più bella di tutta la città, se fosse diventata grande.

Perciò s’era messo a fare il bar bellissimo e attraente, s’era incaponito con mille strategie di fatica e seduzione, colazioni speciali per i dipendenti dell’ufficio brevetti al civico dopo, parole gentili per la signora sempre triste dello stabile, tavolini di ferro battuto sullo spicchio di marciapiede eroso con i denti, nel numero di tre – perché di più all’inizio non ci entravano. Poi la signora della merceria era andata in pensione e suo padre era morto. E dunque si potè pensare a una pasticceria (e sette tavolini).

Al tempo della pasticceria la bambina più bella della città aveva nove anni, e continuava a essere naturalmente non solo la più bella, ma certo la più intelligente e giudiziosa – e lui aveva inventato una torta di cioccolato e caffè – ma c’era sicuramente un altro ingrediente segreto di cui non rivelava il nome. La torta si chiamava come la figlia, e  dunque torta Sabrina, e al sabato sui tavolini di ghisa  si poteva mangiare la torta col caffè e il parco in mezzo alla piazza, la moglie alla cassa e la figlia intorno. E certamente lui era felice.
E certamente la felicità aiuta il mercato.

(La moglie se l’era scelto con evidente lungimiranza. Ma per un altro motivo, o meglio per un altro motivo unito a questi di cui sopra. Il motivo per cui l’aveva sposato era il terzo tavolo a sinistra, a volte anche il quinto e che era regolarmente occupato dagli ospiti più estremi della vicina casa famiglia, ancorché pazienti dell’adiacente centro di salute mentale, e quindi in ultima analisi clienti non proprio agilissimi del bar, e nel complesso moderatamente paganti.
Questi clienti complicati, spesso riottosi, altrettanto spesso indecifrabili, erano anche, secondo la signora, di una franca bruttezza, di una costitutiva malagrazia, erano come le cose che porta il mare sulla spiaggia libera, e nessuno toglie, cose che non sanno andare da nessuno. E che suo marito nutriva al terzo tavolino di ghisa.

Nello specifico, il momento di massima tenerezza che provava la signora, una tenerezza che le aveva insegnato qualcosa visto che di suo all’inizio manco una seggiola di plastica avrebbe concesso, era quando il marito si accorgeva che i clienti particolari – che  a dire il vero non si capiva mai bene se erano assistiti del centro adiacente o senza tetto di tipo semplice – si avvedeva che l’odore dell’aria cambiava, perché parte della sintomatologia ricadeva sul sapone. Di conseguenza, il povero marito suo si trovava in un conflitto tra due ordini mentali – uno afferente alla distinta signora dello stabile ingioiellata e in lacrime al tavolo due, l’altro al parterre dei pazienti psichiatrici del tavolo tre, e quindi provando – da una parte il desiderio fortissimo di sedurre rendendo clienti permanenti anche le amiche con cui la signora dello stabile aveva appuntamento alle undici e si sarebbe confidata consumando, dall’altra una sorta di desiderio indistinto e gentile perché lui no, non aveva cuore di cacciare i puzzolenti cazzo, e diciamolo diobono puzzolenti e irriducibili, clienti del tavolo cinque, che non mi fate dir parolacce manco pagano, pensava.
E allora la moglie gli vedeva tirar fuori una bomboletta spry al mughetto, che cospargeva per l’aria aperta di fronte al locale, nel tentativo di conciliare gli opposti, opposti per il resto del mondo inconciliabili, e  che pure suo marito considerava con modesta speranza di riuscita.  Sotto un certo profilo vi era anche qualcosa di ridicolo, questo maschio tarchiato e perplesso con la boccia violetta profumata- ma la signora, si era innamorata proprio di quello, come se l’avesse indovinato di già il primo pomeriggio in cui l’aveva conosciuto.

Psicologia del medico

 

Non di rado quando incontro un medico, in particolare un medico ospedaliero, o che lavora in una struttura – specie pubblica – provo un misto di sentimenti diversi, che variano di volta in volta – a seconda che di me prevalga in quel momento l’organizzazione mentale della paziente, o quella dell’analista. I medici naturalmente sono tutti diversi, come lo siamo tutti noi gli uni rispetto agli altri nei nostri abiti di personae, soggetti pubblici nel nostro ruolo sociale: ci sono maestre introverse e maestre estroverse, estetiste materne ed estetiste severe, avvocati loquaci e avvocati scontrosi, e ci sono certo medici di tutti i tipi. Tuttavia, come ognuna di queste professioni ha una identità professionale che in parte è luogo comune in parte è struttura difensiva dietro cui ci si mette al riparo, e dentro cui si trova un canovaccio a cui ispirarsi in certe sfide complicate, anche il medico ha una persona, costrutto junghiano che prende ispirazione dalla maschera del teatro latino, ossia un’organizzazione di personalità che protegge l’intimità e che è nata per mostrarsi al pubblico: la personalità pubblica della sua professione. Lo stereotipo di riferimento a cui buona parte dei medici allora si ispira – e bisogna dire anche un nutrito numero di psicoterapeuti, soprattutto uomini – mette insieme: autorevolezza, maschile senso di responsabilità, distacco oggettivo che risente di una assunzione etica, a volte una stanchezza cronica accordata dal pubblico per una vita che è comunemente riconosciuta come piena di sacrifici. Alcuni ci aggiungono una materna accoglienza, altri un cinico umorismo, molti una supponenza indigesta. Alcune caratteristiche di personalità invece, stridono profondamente con la figura pubblica del medico, gli sono perdonate molto meno volentieri che ad altre professioni – e i dottori imparano presto a occultarle. Il medico raramente può essere umile anche se sarebbe portato, non gli è concessa timidezza, incertezza, titubanza. Non può scendere al di sotto di una certa quota standard di introversione.

Allora succede che se in me prevale la paziente che sono, anche piuttosto codarda, e ipocondriaca, io di fronte al medico, possa scivolare nella regressione tipica dei pazienti, che vedono nel medico una figura ammirevole e nei confronti del quale sono sempre ben disposti e filiali, e solo una buona educazione borghese mi trattiene dall’essere troppo richiedente. In questa posizione psicologica, una posizione che io sento come tipicamente di paziente, o almeno tipica della famiglia di personalità a cui io appartengo, scatta anche una specie di materna comprensione dei tratti caratteriali del dottore con cui mi vado a mettere in relazione – una sorta di spontanea comaresca amplificazione. Bisogna capirlo, dice cioè la paziente comare che è dentro di me, questo povero dottore che risponde frettoloso, ha molto da fare è molto stressato. E lo scopo della mia psicologia, credo, in quel frangente – è proteggere la relazione con un soggetto che io percepisco come potente e su cui io ho, mio malgrado, posto delle proiezioni genitoriali. La relazione con il medico è una relazione infatti con un dispositivo regressivo sempre acceso.

Se invece prevale l’analista, mi vengono in mente molte altre considerazioni che mi hanno fatto pensare in questi giorni, a questo post. Provo infatti una clinica preoccupazione per questi professionisti, che fanno un mestiere bellissimo, faticosissimo, molto dispendioso emotivamente e psicologicamente, direi pericoloso quasi in termini di equilibrio psichico, ma che – grosso modo come un’altra categoria professionale sovraesposta ai grandi rischi, come i dipendenti delle forze dell’ordine – molto raramente riconoscono la natura di questi costi, e il bisogno che avrebbero di essere tutelati psicologicamente. Per fare un esempio: qualche giorno fa parlavo con una mia collega in forze in un grande ospedale romano, dove ha molti delicati compiti, ivi compreso quello di assistere il personale medico nella gestione di comunicazioni molto dolorose – per esempio: far sapere a una coppia di genitori che un bambino è morto dopo due anni di ricovero, ma anche far sapere a una coppia di genitori che un bambino ha fatto un piccolo progresso, ma è più probabile che non ce la farà – e mi diceva: alle sedute di gruppo che organizzo settimanalmente vengono tutti gli infermieri, vengono le ostetriche, vengono tutti, ma i medici non si fanno vedere. Poi se c’è da dire una comunicazione a un genitore  -scappano.

Il difficile accesso all’idea della cura di se, ha diversi appoggi razionali. Il primo e glorioso, è che il medico spesso si convince di lavorare su una materia oggettiva, che è il corpo malato, mentre tutto quello che è correlato a questo corpo, l’emotivo che viene da lui stesso o dal paziente, gli aspetti della loro relazione, sono luminescenze del privato, cascami non trattenuti di quello che c’è sotto il camice e non è dirimente, di quello che impone il paziente che purtroppo non ha il camice. A dire il vero, questo modo di intendere la questione è tipico dei medici più sofferenti, con problematiche psichiche interne più irrisolte, per cui si tratta di una organizzazione difensiva che avrebbe una funzione protettiva. Altri riconoscono la natura dello scambio emotivo, e i costi che arrivano da un lavoro tanto coinvolgente e dispendioso ma ritengono che un monitoraggio psicologico sarebbe bello ma impossibile da praticare, il tempo manca, non vi è spazio per fare anche questo, forse avrebbero un desiderio di terapia ma ne hanno paura. Non di rado sono anche medici anche bravi da un punto di vista relazionale, tengono botta, magari pagano con una serie di patologie psicosomatiche – gastriti psoriasi più potenti di altre. A questo secondo gruppo però, appartiene anche un gruppo di operatori che cade anche in un rischio opposto a quelli del primo, si fanno molto coinvolgere, sono molto solerti, non riescono a porre dei confini, sono sempre e comunque molto disponibili, e molto amati dai pazienti, riconoscono la necessità di una comprensione psicologica degli scambi che intercorrono con i pazienti, ma hanno una idea distorta della psicologia – credo la stessa che hanno le matricole della facoltà di scienze psicologiche, per cui sono tutti tarati sulla comprensione dell’altro, sui bisogni dell’altro, sono molto accoglienti, materni. La verità è che, per quanto siano bravissime persone, per loro la psicologia è un mezzo di dominio sull’altro, una cosa che serve a circoscrivere l’altro, ma non arriva la necessità di farsi domande su di se.

Dunque, tirando le somme, in pochissimi di loro accederanno a una psicoterapia, se non sospinti da uno scacco matto personale, da una crisi profonda che arriva dal mondo interno, privato e familiare. Raramente, a detta almeno dei colleghi che ci si trovano, quando hanno la possibilità di incontri di gruppo gestiti da un collega vi accederanno, o vi sosteranno partecipando attivamente. Un gruppo intraospedaliero, a cui partecipasse la metà del personale medico, beh è per esempio un gran successo.

Invece io penso che poche professioni abbisognino di un sostegno psicologico di default come il medico, forse – come alludevo sopra – gli unici a meritare altrettanta cura sono i dipendenti delle forze dell’ordine. Molte figure professionali beneficerebbero – sia chiaro – di una assistenza psicologica – gli assistenti sociali, i maestri e i docenti ma recentemente ho speso un pensiero pietoso anche per gli amministratori di condominio – perché hanno a che fare con persone, con le emotività degli altri, con i loro destini, insomma non è facile per tanti lavorare con la vita. Ma i medici hanno una serie di questioni davvero onerose e accessorie che rendono il loro lavoro molto più complicato di altri – al di la delle complicazioni tecniche che però in tutta onestà possono anche essere altrettanto potenti di quelle che incontra un ricercatore in fisica o il quadro di un ufficio pubblico. Ma proprio nel loro lavoro, c’è una quantita di oggetti attaccati ai corpi che curano e alle loro mani che li curano, una quantità enorme di cose invisibili e ugualmente potenti, che possono rovinare le loro carriere, e le loro vite private.

Il primo di questi oggetti, è nella natura della loro vocazione. Nel perché hanno scelto il loro mestiere. Questo oggetto invisibile gli psicoanalisti lo riconoscono subito, perché spesso lo condividono, e altrettanto spesso se lo sono però andati a vedere con un collega più esperto. La scelta di curare infatti, da un certo punto di vista, è piuttosto bizzarra. Cara, mi disse una volta la madre di una mia amica, ma perché vuoi proprio passare il tuo tempo con gente imbruttita dal malessere che si lamenta in continuazione? Le risposte in generale vanno su due binari. Il primo è il desiderio salvifico, il secondo è quello di prestigio sociale e di guadagno. Entrambi sono desideri importanti, realistici, ma che coprono questioni interne, che possono avere a che fare con bisogni molto più urgenti, incandescenti e radicali. Due esempi possono essere: desiderio di dominio dell’altro, di posizione asimmetrica per non farsi coinvolgere in un piano di parità, o in una misura analitica più profonda e individualizzata, desiderio di curare qualcuno, come si aveva il desiderio da bambini di curare un proprio genitore. (Anche qui, analogia: non si contano  gli psicologi figli di genitori con psicopatologie importanti, forse anche io appartengo alla categoria).
Se si rivela la natura endopsichica della vocazione medica, e il senso che la propria personalità da a quella scelta, si possono sorvegliare meglio alcune dinamiche stranamente complicate con certi pazienti i quali, per loro motivi potrebbero senza saperlo aver intaccato il mitologema legato alla pratica professionale del loro dottore. Pazienti che diventano insolitamente importanti come una madre e che non si riescono a curare, per esempio perché hanno una patologia cronica, o pazienti che invece non seguono le terapie che il medico prescrive e che mettono sotto scacco il suo desiderio di dominio, oppure pazienti che nel loro modo di porsi, magari anche per una questione psicologica loro attaccano quella centralità narcisistica a cui la scelta professionale era funzionale. Non di rado, il medico è anche un figlio che è medico per compiacere un’idea di affermazione sociale, che è di fatto il narcisismo in differita delle loro figure genitoriali da compiacere, e ci sono anche diversi medici, che lavorano rinchiusi in una gabbia comportamentale che mette insieme magnanimità prestigio, severità contegno, disciplina e tutto quello che può servire per compiacere una coppia genitoriale molto richiedente sul piano dei risultati professionali e intellettuali, e poco generosa sul piano della comunicazione degli affetti. Molti medici brillanti e stimati, sono stati bambini molto dotati.

In ogni caso, più si disconoscono i mitologemi psicologici, collegati alle prassi di cura, più si verificano successioni di guai di ordinaria o straordinaria amministrazione nei rapporti con i pazienti. Spesso, va detto che vale per i medici quello che vale per tutti noi, l’esperienza aiuta, l’esperienza fa digerire passi, non solo quella professionale ma anche quella esistenziale. Si reggono meglio le delusioni, si reggono meglio gli errori propri e quelli altrui, si impara a esercitare la tolleranza. In fondo è quello che ci diciamo quando invecchiamo, i commenti che facciamo di noi stessi quando affrontiamo degli scacchi difficili sul lavoro, e impariamo a non reagire aggressivamente, o a non addolorarci troppo. Ma se ci sono dei nodi psichici importanti, questa professione non li perdona, e difficilmente li aiuta a scioglierli. (In questo senso, gli psicologi, sono molto più fortunati: hanno dei racconti di privati altrui, che li costringono a ripensare al proprio. )

Il problema è che la relazione con il paziente, è comunque carica di difficoltà anche per il più risolto dei soggetti, per questo diviene un banco di prova importante per le nevrosi di diverso lignaggio. Il contratto tra medico e paziente attiene la cura del corpo, e il corpo è per tutti, qualcosa che è insieme identità, unica chance, mezzo per ottenere oggetti primari importanti. Anche quando in campo ci sono problemi del corpo di modesta entità, la domanda emotiva sul medico è decisamente potente. In secondo luogo, il fatto che di mezzo ci sia il corpo, e una persona che lo curi, rievoca invariabilmente nell’assistito – anche qualora non ne sia cosciente – una esperienza regressiva: c’è stata infatti una sola altra importante occasione in cui lui era il corpo e c’era un adulto che se ne occupava, ossia quando era bambino con sua madre. Il medico si sente perciò genitorializzato, e lo schema relazionale che mette in campo il paziente gli farà tornare in mente il suo, quello di cui è stato oggetto. Ci sono perciò molti medici che reggono brillantemente la situazione, e altri che invece si arrabbiano, diventano insofferenti, particolarmente rifiutanti, assumono una postura inaccessibile. Ci sono medici che diventano invidiosi della centralità che riescono a imporre i loro pazienti, e che vi reagiscono in maniera sadica, mettendo in campo una freddezza che ha una segreta ragione punitiva. Come ti permetti di saper attirare la mia attenzione. Queste cose, sono particolarmente tossiche quando si tratta di comunicare delle diagnosi.

C’è anche un oggettivo problema di confine che hanno i medici un problema posto dalla loro deontologia. Il medico, non può permettersi, il confine che si permettono la stragrande maggioranza delle professioni. L’essere contattati fuori dall’orario di lavoro, ha connotazioni che non riguardano solo la prassi medica sulla carta, ma la sua stessa ratio – la sua ispirazione. E questo può essere un problema enorme, che secondo me necessiterebbe di un pensiero esplicito e strutturato. Se questo pensiero strutturato, un po’ sulla propria natura emotiva e storia personale, un po’ sulle connotazioni della propria specializzazione, e della relazioni con i pazienti, non viene fatto possono esserci strane derive, alcune con i pazienti diverse fuori dal lavoro. Il medico che non capisse come la sua accoglienza totalizzante rispetto alle richieste degli assistiti è anche frutto del suo mitologema psichico intorno alla professione, ancorchè della sua difficoltà a reggere le domande emotive e regressive dei pazienti, potrebbe essere lo stesso che non è in grado di riconoscere il bisogno di limite di altri professionisti a cui si rivolge, o anzi, rinfacciare loro – ve lo devo dire, è piuttosto frequente – il lavoro titanico che lui fa, imponendo comportamenti squalificanti e inappropriati. Medici che chiamano avvocati a orari improbabili, medici che chiedono a liberi professionisti di venire a casa loro anziché recarsi al loro studio, medici che si arrabbiano se non incontrano la disponibilità acquiescente e nevrotica che connota il loro modo di lavorare. La cultura della generosità e del suo abuso, deriva inelluttabile dell’organizzazione capitalistica, rinforza con il narcisismo questo tipo di medico dispotico, che si sente, in quanto buonissimo sacrificato e disponibile, un eroe del nostro tempo legittimato ad angariare il prossimo, senza che però si accorga di quanto invece fa torto a se stesso. Bisognerebbe allora, aiutare queste persone a lavorare sul concetto di limite, per trovare soluzioni comportamentali utili a farlo rispettare qualche volta, e a ragionare insieme su come ci si sente quando è eluso.

Ci sarebbe poi un discorso da fare, sul carico emotivo enorme che ha la gestione della cronicità e della morte, della fine vita e della vecchiaia, ma il post sta venendo molto lungo, ma prima di chiudere voglio fare un’ultima diversa osservazione. Ho la sensazione che ci sia un’incidenza importante nella differenza di genere rispetto alle difficoltà nell’esercizio del ruolo. Nella mia carriera di paziente, e di familiare di pazienti anche gravi, ho notato come le dottoresse donne fossero statisticamente più agevolate nella gestione del ruolo, dei dottori uomini.   Ho raccolto da parte di donne in diverse occasioni comportamenti sintomatici di una difficoltà nell’esercizio della professione, ma in misura inferiore dell’esperienza con i medici uomini. Sono da parte di entrambi, poche esperienze, perché la fuori c’è anche tanta gente brava e che si sforza, però mi è sembrato di cogliere una maggiore difficoltà per i maschi, difficoltà che ha diverse ragioni, endopsichiche e socioculturali. Avverto come, l’esercizio di un mestiere che per essere ben esercitato, al meglio diciamo, implica competenze solitamente di appannaggio delle donne, la cura dei corpi, è uno dei quei luoghi culturali dove si gioca la trasformazione di ruolo del maschile, e la difficoltà di cambiamento che attualmente attraversa. Ma c’è anche il fatto che, banalmente, il passaggio dalla maternità per molte dottoresse, ma anche l’esperienza di essere figlie, aiutano più dei loro colleghi a recuperare un’identificazione con la madre che si può spendere in diverse occasioni. In compenso, le dottoresse donne, possono avere una certa difficoltà a vedere riconosciuta il loro desiderio di identificarsi con il loro padre interno tradizionalmente inteso, o con la loro madre interna se è stata una lavoratrice felice di esserlo, e quindi vedersi meno riconosciute nell’esercizio della professione.
E’ un mondo insomma, dove ci sarebbe parecchio da fare.

Huppert in piscina

 

Per via del fatto che la piscina era già alla sua nascita il tempio di una grandezza sognata, di finestre alte, marmi lucidi, petti gonfi e menti prominenti, con la luce obliqua del pomeriggio mantiene un suo eburneo splendore, che certo con tutto quello starnazzare di bambini e tuffi e schiamazzi, ciao mamma ciao papo, perde l’allure neoclassica, ma mantiene una rete di salvataggio dalla caduta nazional popolare.
Sebbene.

E’ il giorno del brevetto, e la donna che osservo è in prima fila davanti alla balaustra, mentre in basso bambini gracili si buttano prima nell’acqua, poi alzano gli occhi a cercare ognuno i loro, qualcuno muove una mano, qualcuno invece non ci prova neanche. Istruttori di nuoto sudano sull’orlo della vasca si sbracciano, fischiano, e lei in questo frangente legge un libro, sta proprio in prima fila e legge un libro. Il naso e gli occhi e il corpo esile, la fanno somigliare a un’attrice di Haneke, o anche, essendo in effetti la medesima interprete, a una di quelle nevrotiche francesi che con precisione restituiscono il parossistico riferimento al loro malessere.

Mi pare molto arrabbiata, perché questa coercizione ai riti del materno, le impedisce la giusta concentrazione, tutto intorno a lei è pieno di uomini e donne che fanno solo le madri e i padri, bestiole rumorose le sembrano, ma anche sciocchi che esagerano l’importanza di modeste questioni, topi che stanno dietro al flauto magico dell’industria culturale crede lei. Isabelle dovrei chiamarla io penso, chi sa se suona pure un pianoforte, con quello stesso amaro e severo talento.

(Come non servono i libri. Magari, a pagina 50, circa cioè 15 pagine prima di quella che ora è aperta – mentre una bambina sta diligentemente spingendo una tavoletta, qualche scrittore ha raccontato proprio questa scena, di una mamma che al saggio della figlia legge un libro anziché guardarla, lo scrittore che tutto sa racconta di quel che le dispiace, di lei che cerca lo sguardo della madre e non lo trova, del fatto che si dice cose come che è normale leggere un libro al saggio, del fatto che si dispiace lo stesso, che però minimizzerà perché sua madre è così dice lo scrittore onnisciente che legge nel cuore della protagonista.)

(E lei non si sarà commossa, forse avrà letto la scena come una interessante metafora di qualcos’altro, o forse sentendo di cosa parla, identificandosi li per li, probabilmente non a torto, con la bambina che si esibisce, sarà stata infastidita dalla caduta emotiva, avrà vagliato l’opportunità estetica di scrivere di piscine, una cosa poco letteraria a suo giudizio. Perciò, avrà letto molto velocemente.
Forse c’è solo da augurarsi che, come dovette raccontare la vera bravissima Isabelle, si tagli una mano, per vedere il suo sangue.)

 

(qui)

Su “prova a prendermi”

 

Non so se qualcuno ricorderà il bellissimo film di Spielberg – prova a prendermi. L’ho rivisto ieri, con lo stesso piacere della prima volta,  e ho pensato che volevo scriverne – perché fa parte di quel ristretto gruppo di produzioni cinematografiche, che ben rappresenta certe declinazioni della psicologia maschile andando a percorrere territori meno battuti, e meno ovvi. Prova a prendermi è un bildungsroman certamente, ma non passa per esempio da grandi riti di iniziazione, non implica il coronamento dell’amore con la morte dell’amata, o il suo pericolo, men che mai è l’edificazione della virilità per il tramite delle sfide muscolari. Non ci sono vecchi che hanno la fine vicina, e non ci sono saggezze da incorporare. Non si indugia neanche in un altro immortale clichet narrativo, la nascita cattiva che prelude a un destino difficile e che viene ribaltata dalla caparbia tigna dell’eroe. E’ un film davvero sulla costruzione dell’identità maschile, sull’essere figli, essere padri, essere amici, ma percorre altri binari.

In questi altri binari, il femminile è desiderato, ma periferico, di scarso aiuto, inafferrabile. Frank è il figlio di un piccolo truffatore e di una donna piacevole quanto delusa, e in effetti anche poco capace di intercettare i desideri e gli affetti dei suoi. In seguito a delle frodi fiscali il marito cade in disgrazia e per questo lei lo lascia per un altro – più ricco, con una migliore posizione sociale. Ma quando viene chiesto a Frank che ha sedici anni con chi stare, Frank che vorrebbe comunque i suoi genitori insieme , non si sente di scegliere e si da alla fuga.

Si avvia allora una serie di picaresche avventure, in cui si incrociano intelligenza, e saturazione di sogni infantili: Il sedicenne Frank comincia nella scuola pubblica a spacciarsi per il supplente che non è, poi diventa il pilota di una grande compagnia aerea, poi diventa medico e infine avvocato, ancorchè promesso sposo di una giovane ragazza perbene che però dovrà piantare, il giorno del fidanzamento ufficiale perché sta arrivando la polizia. Nel frattempo, accumula soldi in grande quantità, producendo e firmando assegni falsi. Passando per le diverse città degli Stati Uniti e fermandosi il tempo in cui le banche centrali non si accorgono della sua truffa.

La sua fuga senza fine – mi chiedo se sia una coincidenza il fatto che Frank si chiami come Franz Tunda, l’eroe del romanzo di Joseph Roth che ricorda per una serie di analogie e contrasti – verrà conclusa dalla caparbietà di Carl, antagonista perfetto. Carl è un poliziotto dell’FBI che si occupa di frodi bancarie, ma anche qualcuno che somiglia un po’ al padre di Frank e a Frank medesimo: è solo separato e con una figlia che non vede mai. Lo insegue per diversi anni fino ad acciuffarlo e portarlo in carcere. Dopo quattro anni di reclusione però, riuscirà a far uscire Frank e a farlo collaborare a servizio dell’FBI. Diventeranno amici e questo è un meraviglioso film a lieto fine – che parla di due uomini in difficoltà non solo con il loro femminile interno ma anche con il loro padre interno, con il loro padre reale, e con il loro essere possibilmente padri. Si trovano, e svolgono una funzione importante l’uno per l’altro.

Di solito, nei film sulla carriera psichica del maschile, le cose si diceva, vanno diversamente. Ci sono discepoli che poi superano i maestri – che è un modo efficace di trasformare cinematograficamente la rivalità edipica, ci sono guerrieri che incontrano dame sagge e meravigliose, che poi però moriranno – con il che solitamente le favole illustrano la maturazione psicologica del maschile che prende contatto con tutti gli aspetti interni che si identificano con il femminile, per poi sacrificarli e rischiare di perderli nella metafora della crescita personale. I maschi di questi itinerari psichici di solito hanno madri amorevoli e in buona parte dei casi padri rispettabili. Spielberg mette invece in scena una madre fortemente narcisista, fatua, non esattamente cattiva, e anche tenera tutto sommato nella sua ricerca di benessere, ma emotivamente inavvicinabile, poco calda. Una madre che uno non può portarsi dentro a lungo, che si percepisce come idealizzata desiderabile, amata – ma che non riama. Il Padre di Frank rappresenta un oggetto emotivamente più caldo, più vicino al figlio, ma con un’immaturità cronica, un’incapacità di assumersi le sue responsabilità, una sorta di fratello fanfarone e scanzonato, che però finisce in rovina. Frank gli vuole molto bene, e durante la sua fuga, rimane sempre in contatto con lui, lo chiama, si sforza di incontrarlo. E questi incontri sono una parte del film particolarmente sagace, struggente e riuscita, con una notevole recitazione dei due attori, perché davvero è come se il povero Frank provasse in tutti modi di trasformare il papà in un padre, gli porta i soldi per riconquistare la madre, gli da dei consigli, gli chiede anche di essere orgoglioso di lui – ma quello non è capace. E quando a un certo punto diviene chiaro, che la polizia sta cercando Frank, Frank chiede al padre di fermarlo. Gli dice proprio così – papà, se pensi che sono in un guaio ti prego dimmi di fermarmi.Ma il padre non lo ferma: perché – banalmente non è un buon padre – e perché idealizza nel figlio il truffatore che lui non è stato.

Questo è un punto importante nella psicologia del personaggio, perché qui lui decide di continuare a stare sulla giostra, nella speranza di trovare un padre che lo fermi. Lo trova, anche nel poliziotto Carl ma il piacere che gli da la rincorsa di Carl, l’essere visto da quest’altro padre senza figli, giacchè la sua unica sta con la ex moglie – è un piacere emotivo. Frank chiama il poliziotto Carl tutti i natali, e la telefonata è un altro piccolo capolavoro-   c’è la distanza, ci sono il gatto e il topo, ma anche una cosa che è un po’ di certi maschi grandi con altri giovani – lo zio, la premura, il contenimento – il contatto.

E’ un gran film, naturalmente per tante cose che non riguardano le letture analitiche – un ottimo montaggio, una ottima sceneggiatura, una notevole direzione degli attori, per non dir niente di una notevole consapevolezza estetica, a partire dal gioiello dei titoli di apertura – (guardateli qui) ma qui mi interessa parlarne perché la storia di Frank, illustra bene delle cose, se per esempio mettiamo in relazione questi due genitori emotivamente poco carichi, poco presenti, poco sintonizzati con la la scelta del protagonista di diventare truffatore con gli assegni finti, e le identità finte dopo. A un livello più superficiale Frank simula identità diverse per emulare il padre, mette in atto un’eredità paterna, che è la piccola furbizia coniugata al sogno americano, la scaltrezza di chi può così magicamente diventare ricco. Su un piano più profondo, è come se la cura tiepida di cui è stato oggetto (c’è un passaggio terribile all’inizio del film che fa capire questa cura tiepida, quando il ragazzo scopre la madre con l’amante e futuro secondo marito, e lei non si cura affatto di lui, visibilmente addolorato e confuso, si preoccupa solo per se. Gli offre dei soldi nella speranza che taccia) non fosse niente di affidabile, non fosse niente a cui rivolgersi, non fosse la stampella di un costrutto identitario per un verso, né la possibilità di sentirsi amato senza persone fisiche per un altro. A quel punto truffa, furto, e simulazione – diventano modi per procurarsi per un verso una piccola rivalsa, verso un mondo adulto e idealizzato, bello come il ragazzo deve aver sempre pensato sua madre, dall’altra un modo per prendersi degli oggetti buoni da questo mondo idealizzato, con cui nutrirsi, il furto come un surrogato tardivo dell’allattamento, infine una continua provocazione – uno sforzo costante teso a trasformare in un organo genitoriale, il mondo con cui si interfaccia. Quando l’alfiere di questo mondo, il poliziotto Carl, mostrerà in tutto di accettare il ruolo, fermandolo come avrebbe dovuto fare suo padre, salvandolo dandogli una possibilità, Frank potrà permettersi di riconoscerlo come tale. E si fermerà.

 

Mi sembra che sia qualcosa che possa far riflettere.