Isn’t this a lovely day?

Certamente dei tanti talenti il suo secondo e più spiccato fu l’apparenza di un’iconografica borghesia. Fu prestissimo una ragazzina carina, e subito dopo una signora rassicurante. Dagli occhi non sarebbero venute proteste, né obbiezioni, né accuse. Della vita non si sarebbero sapute disgrazie, e dalla voce mai alcuna resa, o devastazione, o nudità.
(Il primo talento. Usarsi come uno strumento, suonarsi come un contrabbasso un pianoforte un violino, un archetto sulle corde vocali, cantare come se si fosse un’atleta, un funambolo della nota più alta)

Non che come tante sue colleghe non fosse nata da una bambina abbandonata e senza scarpe, col vestito di mussola e fuori le porte dei bianchi. Non che non fosse poi diventata anche lei, una succulenta gallina dalle uova d’oro a cui gli sciacalli togliessero le penne, giorno per giorno, canzone per canzone serata per serata, canta stella di casa, canta che sei una stella, canta che ti passa, canta per questi pochi dollari che sono pur sempre più di quel che prendeva tua madre a pulire le scale, canta che ci servi a noi bianchi per brindare la sera e sentirci belli. Canta che poi esci dalla porta di servizio.
(Sai, ho cercato delle foto tue con le perle al collo. Ti ho sempre pensata con le perle al collo, perché una regina delle signore, le dovrebbe portare. Con mio enorme disappunto non ne ho trovata neanche una. Ella che peccato, dovevi comprartele. Troppo tardi certo, avresti potuto)

Aveva un sorriso larghissimo, cantava canzoni perfette, e non aveva mai storie fosche da dare alla carta. Divenne anzi una virtuosa della serenità, dello spicchio apollineo del cielo. Cantava incessantemente, incideva chilometri di vinile, calcava palchi tutte le sere, in lunghi dorati scintillanti vestiti da sera e corone di fiori – fino all’estenuazione, fino alla devastazione, senza pausa, senza tregua.
(Lo scat come via di fuga dall’angoscia di morte. )

Era una donna che sapeva far ballare le persone, e farle abbandonare a un godimento rarefatto, innocuo, gentile e per questo a modo suo – inarrivabile. Era un’esteta dei tavolini vestiti e i calici di champagne. Nella sua perfezione formale e nella protezione di un privato pieno di spine e di suture, è stata un primo cittadino di un modo tutto americano di stare al mondo  – quella rigorosa osservanza della levità  – il cinema, certi romanzi sottili, il musical. 
(Dovevi essere gentile e credo molto simpatica. E’ estate Ella, ti ascolto scendendo nelle strade di alberi di curve e di sole, e spero che qualche volta, la tua lotta estrema ti abbia regalato un pomeriggio così, con te stessa nelle orecchie e il sole fuori)

per dire  – qui

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Razzismo, un riepilogo di riflessioni

 

 

Di questi tempi il tema dell’immigrazione e del razzismo ha acquistato centralità nel dibattito pubblico e mi pare, nel quotidiano di molti. Non che prima non ci fossero episodi razzisti – e non che non ce ne fossero già troppi – ma la sensazione è che siano in aumento.   Qualcuno potrebbe, forse non a torto, argomentare che in questo periodo in realtà il razzismo fa più notizia di prima, e una serie di piccoli eventi quotidiani, sono diventati titoli di giornali di provincia, o episodi che rimbalzano nelle bacheche dei social, quindi magari non è che il fenomeno va così aumentando, piuttosto l’immigrazione è diventata un argomento di campagna elettorale e anche di divisione identitaria, il contro e il con che segnano il senso di due visioni del mondo, di pensare lo spazio pubblico e quello privato. Parlare di questa o quell’aggressione razzista diventa anche un mezzo per designarsi e definirsi. Probabilmente anche essere protagonista dell’aggressione o essere protagonista di una difesa all’aggressione. Di questi tempi, a fronte di una condivisa sensazione di impotenza rispetto a grandi mutamenti storici e collettivi così come di fronte alla sensazione desolante di non riuscire mai ad assistere a inversioni di tendenza della recessione economica, e di uno welfare sempre più in crisi, il nigger diventa il complemento di argomento che suona coma una ciambella di salvataggio. Altre differenze tra sinistra e destra non sembrano essere dirimenti – non tanto per la qualità delle proposte, quanto per la desolazione degli effetti. L’Italia è un paese produttore di leggi e burocrazie a getto continuo, una reazione malata e omeostatica che cerca di bilanciare il fatto che le leggi e le burocrazie che abbiamo non riescono a essere pienamente applicate.

Gli antropologi su questa inquadratura, potrebbero comunque fare osservazioni molto più sensate. Io invece qui voglio proporre una prospettiva psicologica perché mi interessa naturalmente, e perché penso che possa essere utile tenerla a mente. Generalmente quando si parla di razzismo le persone tendono a voler eludere la prospettiva psicologica perché temono che implichi ipso facto una forma di assoluzione, ritengono che se si associa un certo comportamento volendo criminoso alla psicologia o alla psicopatologia questo eluderà la colpa e la possibilità di colpevolizzare. D’altra parte esistono contesti così pervasivamente razzisti che al semplice senso comune risulta difficile pensare che siano tutti problematici. In termini di buon senso pare una cosa discutibile. Si può dire che Salvini e tutti i suoi abbiano un problema psichiatrico? E’ corretto? E’ psicologicamente sensato?

La maggior parte delle persone tende allora a pensare che il razzismo è un dato culturale, e la lotta ad esso un’operazione di cultura o di pedagogia. Bisogna insegnare ai bambini a non essere razzisti. Da piccoli. Alcuni ammettono una prospettiva psicologica dicendo: bisogna insegnare ai bambini da piccoli a non essere razzisti perché c’è una sorta di paura delle differenza che nelle nostre remote basi psichiche, e allora bisogna contrastare questa nostra originaria diffidenza maligna con un’operazione culturale.

 

Ora io penso che di razzismi ce ne siano tanti, e legati a diverse storie individuali e gruppali, fare perciò un discorso generico rimane rischioso e lascia il tempo che trova. Appunto al massimo lo spazio su un blog. Ma in linea di massima però mi viene da dire questo. L’atto razzista è un atto contro l’umano, e di per se per me è sempre un atto patologico. La patologia per me la da la violazione della regola kantiana: usa l’altro come fine e mai come mezzo. Quando ti scordi che l’altro è un essere umano come te, e lo usi come tramite perché lo trasformi in metonimia, in sineddoche, tu stai violando la regola kantiana, e stai cedendo a un funzionamento psicodinamicamente regressivo, non nevrotico ma borderline se non psicotico. Se tu decidi che quella bimba di sedici mesi, in quanto rom è solo il suo essere rom, è il mezzo delle proiezioni cioè che tu metti addosso all’essere rom, e la colpisci col fucile, perché non stai vedendo in lei tua figlia, tua madre bambina, te bambino, tu stai cedendo a un comportamento psicotico. Se tu di fronte a una donna sopravvissuta in mare inneggi alla sua morte non vedendo in lei qualcosa che tu sei, ma una serie di cose che non è esattamente logico proiettare in lei, tu stai cedendo in un funzionamento regressivo.
Gli psicologi di orientamento psicodinamico, per la precisione parlano spesso di meccanismi di difesa -cioè di strutture psichiche che noi utilizziamo per comprendere e difenderci dal reale. Queste difese nella teoria psicodinamica sono gerarchizzate: in alto ci sono quelle più adattive e correlate a funzionamenti psicologici più sofisticati, in basso ci sono quelle più rigide collegate a funzionamenti più arcaici e rigidi. Le prime sono nevrotiche le seconde sono borderline o psicotiche. Fornire elucubrate disamine della realtà è una difesa superiore nevrotica per esempio (intellettualizzazione) stabilire a priori che una certa persona ha tutti i difetti mentre un’altra tutti i pregi è una difesa più border line (scissione). Quindi il razzismo è quella parola condivisa che porta le persone a funzionare in un certo modo e a costruirci sopra una serie di scelte conseguenziali. Qualche volta quella parola è la parola adatta a una psicopatologia franca a monte (va detto: sempre più spesso di quanto si pensi) a volte invece è una parola che porta verso un comportamento psicopatologico.

Il fatto è che, questo oggi può succedere cento volte più di ieri. Tutto con la rete  è ancora più culturalizzabile di un tempo, tutto può diventare gerarchia di valori condivisa anche in lemmi che stanno con un piede nella psichiatria. Questa cosa a noi è nota soprattutto in forma di propaganda, che è in genere un sistema studiato a tavolino per portare le persone a funzionare in un modo diverso dal consueto. Ma esiste, da sempre, e oggi di più una culturalizzazione dei sintomi che viene dal basso, che viene dall’incontro tra pari, di cui poi l’alto in caso può approfittare in un secondo tempo.
Per far capire di cosa parlo posso fare un esempio riferendomi a una cosa di cui mi sono occupata anni fa, l’anoressia e i blog pro ana nel web. Ossia: esistono giovani donne con una psicopatologia alimentare grave e avanzata, ragazze che hanno dei ricoveri in clinica, delle storie di intubazione e di rischio di morte, che tengono dei blog che parlano della loro situazione. Questi blog parlano dell’anoressia come di una religione e delle traversie a cui sottopone il disturbo come delle prove necessarie, hanno dei codici culturali condivisi: una dea – ana – e dei comandamenti. Hanno anche dei temi e delle cifre stilistiche ricorrenti: foto di ragazze magrissime, e post in genere molto ricorsivi sul tema della fame e del cibo, o anche del dolore e dei ricoveri, e certo delle persone estranee  che non capiscono. Le giovani ragazze che li tengono hanno quasi sempre problemi molto gravi e importanti ma scrivendone fanno rete tra di loro e come dire creano un microcontesto culturale, dove si associeranno altri fattori che si mischiano con il disturbo alimentare. Icone: la danza, la moda. Valori la forza e la segretezza via discorrendo. Credo che possano avere una forza estremamente repulsiva, possono suonare sinistri, ma anche molto seducenti per esempio per esempio per chi ha problemi di marca diversa, ma che hanno a che fare con quella che un vecchio analista   – Tedeschi – chiamava coloritura dell’io. L’altisonante dichiarazione di soggettività è terribilmente attraente per chi se ne sente in difetto, e credo che in questo risieda la forza del contagio psichico di molte patologie che scivolano nell’atto criminale. E’ una cosa, questa della culturalizzazione della patologia che diventa oggetto carismatico che per me ha a che fare anche con la seduzione esercitata da altri e vari comportamenti aggressivi. La violenza di genere, il bullismo, le varie forme di criminalità nelle periferie urbane.

Io credo che tenere a mente questa cosa, potrebbe fornire degli strumenti per combattere il razzismo nel dibattito pubblico. Per quanto, anche per non difficili da individuare, questioni personali , io per prima di fronte a una persona razzista posso avere la tentazione di diventare forcaiola e aggressiva – io credo che si debba lavorare a un diverso livello dello scandalo e dell’insulto. Per un verso è giusto reclamare un dovere costituzionale a incarnare il superio di un gruppo culturale per cui è giusto che il razzismo sia sanzionato su base istituzionale, ma per un altro verso bisognerebbe cominciare a giocare di furbizia, lavorando soprattutto su quelle debolezze che rendono la tentazione psicopatologica più allettante.  (Questo naturalmente non vuol dire sostituire questa prospettiva ad altre per esempio di ordine etico e giuridico, è un errore che la psicologia stessa non sostiene per prima, e che riguarda le ricorrenti proiezioni di materno che le si cuciono addosso, ma è qualcosa di diverso che può essere messo in campo in questo momento. )

Violazioni del setting

 

D’estate mi capita di pensarti. E’ successo quest’anno che non t’abbia pensato mai mi pare, o quasi mai, mai con un pensiero ordinato e continuo, quello che porta a una certa categoria del sentimento e dello stato d’animo. La categoria degli alberi al crepuscolo, e della luce obliqua sui muri a calce, ossia il magone delle domande inevase ai morti.
Oh no scusa, non è preciso. Ti ho pensato un giorno di febbraio, con riottosa ed edipica interlocuzione, sistemavo dei cuscini dopo una seduta avevo appena ricapitolato le cose dette a un paziente, e credo di averti detto qualcosa come: lo vedi?
Noi, figlie immaginarie che siamo gelose della morte.

Queste mattine mi alzo presto e studio un po’, libri di colleghi nostri americani e spumeggianti di rigore, celestialmente geometrici nelle loro apollinee deduzioni, a me più vicini per un certo modo marziale che ho di procedere nei ragionamenti, ma che tu avresti invece guardato con il rispetto che si deve ad altri grandi vecchi assai stimati, ma i cui libri rientrano nel novero delle scarpe di cattivo gusto, per uomini rampanti e senza dubbi.

Mi mettevo a litigare con te allora già stamattina, Luigi caro, a dirti tutte le cose che non ho fatto a tempo a dirti, a consumare il diverbio che non abbiamo mai consumato, perché tu sei finito di essere quando io ho appena cominciato, non si poteva ancora capire bene i nostri gusti diversi in fatto di scarpe, ero li che da sola con questo brillante saggio sul metodo (Gabbard) e scalpitavo come un cavallo giovane a dirti tutte cose positiviste e sacrosante.
Poi però mi è successo che è suonata una campana mi sa, o deve essere stato per via di un piccione su un tavolo (studio in un bar queste mattine) questo piccione mi ha portato un ricordo, che dovrei custodire con più gratitudine e affetto. Un ricordo che è una medicina, e un manuale di intervento clinico.

Che noi ci vedemmo una volta  – sarà stato vent’anni fa ed era uno di questi giorni caldi, e abbiamo fatto una passeggiata intorno a Piazza Venezia, e quelle vie dietro e molto scomode per te (col bastone) per me (con i tacchi). Sarà statala terza o quarta volta che ci vedevamo io e te da soli, la prima a a Roma. In quella passeggiata fu chiaro, che io non stavo affatto bene, non ero mai stata affatto bene, e al di la della vanagloria e delle scostumate ambizioni, bisognava che corressi ai ripari, e che dunque mi si trovasse un analista per me.
Passeggiavamo, parlavamo anche, e tu facevi domande molto delicate, quasi salottiere. Stavi sul mio registro di allora: un’isola di  sicura superficie, da cui affacciarsi con distratta e (terrorizzata) prudenza.

Stavamo dunque in piazza, credo piazza Zanardelli, e tu con lo sguardo avanti concentrato  mi dicesti questa cosa che per me fu incredibile. Tu dicesti: bisogna trovare qualcuno che sia molto bravo, molto solido, non dovrà innamorarsi di te che sarebbe un guaio, e con te non è affatto facile.

Questa frase che tu hai detto, quando mi identificavo con uno scarafaggio, un cane goffo e senza speranze, è stata per me nel tempo un amuleto e un saggio sul metodo. Il punto non era che tutti gli analisti si sarebbero innamorati di me davvero, ipotesi che possiamo gentilmente scartare con un solido sorriso. Il punto non era neanche che tu potessi essere innamorato di me – tu cercavi femmine lunari come i tuoi libri, saturnine come la tua vocazione, avevi sposato una premier dame di una eleganza misteriosa e inquietante. Né bisogna dire (nonostante i richiami all’autocoscienza del tuo angelico collega) che siano poi così tanti gli analisti che s’innamorano sconsiderati delle pazienti, ma tu ritenesti questa cosa ovvia e possibile, il che fu un messaggio nella bottiglia alla ragazzina maldestra che è ero.
La donna adulta di ora pensa invece questa cosa, che l’analisi è prima di tutto una serie di messaggi nella bottiglia, un lavoro di azioni emotive e intellettuali, un fare in modo che l’altro entri in una rotazione sentimentale ed epistemica del suo sguardo. Se fossi stata una tua paziente, saresti stato in grado di dire la stessa frase.

Ciao caro, stai bene, mi manchi.

 

(qui )

Senza fine

La madre lo vede con la testa curva sul foglio, e certamente come prima cosa pensa, devo portarlo dall’oculista, quando io scrivevo così di li a poco si capì che non ci vedevo bene. Poi ritorna a osservarlo, la luce obliqua del pomeriggio gli agguanta la schiena, sul vetro scintilla il rumore delle cicale, il verde dell’estate e pure la sua concentrazione.
Lei si commuove.

Il figlio compila complicate liste di canzoni, accanto ai titoli i nomi degli interpreti. L’aveva trovato qualche mese prima, con i calzoni corti e almeno un piede fuori dall’infanzia – attaccato alla radio, in un rapimento carbonaro e onirico, uno stato di intima esaltazione.
Non si era accorto di lei.
Lo aveva invidiato. E ora, continuava a invidiarlo terribilmente, e per ancora un altro po’ l’avrebbe invidiato di una invidia materna e gentile, perché lui ora si appresta ad attraversare la stagione unica e irripetibile della scoperta e colonizzazione di un universo sconosciuto e intricato –  soavemente inutile, quanto terribilmente indispensabile.

(Aveva avuto due anni più di lui – e che saranno mai – quando ragazzina si metteva accanto al registratore, ad ascoltare ossessivamente ed estaticamente le stesse canzoni, a riscoprire la magia di una reazione, la voglia di ballare quella di piangere quella di cantare. Altri due anni e se ne sarebbe copiata i testi, avrebbe tentato maccheroniche traduzioni. Altri due ancora, e un cantore sarebbe diventato il poeta di un amore senza zelo e di destinazione imprecisa, altri anni e tutto quell’apprendistato sarebbe stato una scuola d’orecchio e di identità, e come dal mare dell’esperienza sonora e variegata, sarebbero emersi i suoi gusti complicati di oggi, insieme a buona parte di quello che lei è ancora nella vita e nelle cose, e certo l’amore figlio mio, si impara l’amore con le canzoni).

Ciao mamma le dice distratto, e lei avvicinandosi getta gli occhi sul foglio e constata il carattere metodico degli elenchi di suo figlio – pensa che in quello stile così completo c’è un qualcosa che non la riguarda, ci rivede il padre che organizza i suoi dischi per data di nascita dell’autore, molti dischi bisogna dire, molto molti, e questa trasmissione genetica del metodo, e forse la trasmissione obbligata di due geni dominanti tra i migliori di quelli a disposizione in quella partita, le lascia un paesaggio sereno all’interno del suo carattere difficile  -per il resto della serata.

(Qui.)

Sinistra. Adesso.

 

Lo fanno sempre di meno, ma quando i più critici del governo Renzi chiedevano la differenza tra destra e sinistra, allo stato attuale dell’arte, io pur riconoscendo che questa differenza oramai sembrava riguardare due tonalità di colori pastello così contigue da essere difficili da discriminare, avevo abbastanza chiaro il fatto che lo scranno del potere avrebbe reso facile l’individuazione, e se il rosso carminio del partito comunista con gli anni era diventato il rosa pallido di una borghesia in uno stato di inpasse, era facile da prevedere che il grigio al potere non si sarebbe dimenticato di tornare a essere nero – non per ontologia della destra ma per modesta pasta intellettuale e umana della nostra classe dirigente.
I vecchi discorsi sul linguaggio che faceva la sinistra, e che con la sinistra ( o quello che volete voi, la finta sinistra chiamatela vi pare) suonavano poco consistenti riferiti a cose astratte (oh quanto abbiamo riso su “la narrazione”!) stanno rivelando la loro sinistra – per l’appunto – verità ossia che la differenza capitale tra un Minniti e un Salvini è in un dosaggio di cinismo che riguarda non tanto le scelte pratiche verso gli immigrati in mare, ma il modo di parlarne. Il modo di parlarne di un Minniti, era quello di dire cerco di arginare (cinicamente un problema) mantenendo toni antirazzisti nella comunicazione, tuttalpiù classisti, mentre Salvini di fatto aizza all’odio razziale, con conseguenze immediate nella vita quotidiana di tutti, in primo luogo naturalmente, degli immigrati di prima e seconda generazione che vivono qui, anche regolarmente registrati e contrattualizzati. Non so cosa vi è capitato nel vostro privato: nel mio (io abito a Roma) nelle ultime due settimane ho registrato: il pestaggio di un gruppo di badanti indiani a Montesacro, un nuovo picco di insulti e aggressioni a sfondo raziale nella quotidianità della comunità eritrea a Ottavia, e per quel che riguarda la mia zona di vita e di lavoro – Ostiense – un numero piuttosto impressionante di persone – fateci caso, è importante, tutte con un lavoro o una relativa posizione di sicurezza economica: commercianti, impiegate – che dice cose che banalmente, fanno piuttosto schifo. Cose molto brutte, che scandalizzano, che in primo luogo ledono una concezione basica dell’umano, ma che alla fine, non vi credete, ricadranno sulla qualità della vita di tutti, non solo dei discriminati che patiranno un peggioramento della loro vita, ma di una collettività che ci perderà in termine di ordine pubblico, nuovi conflitti difficili da arginare, scarsità di risorse reali per contrastarli. (Sarebbe interessante in questo senso, chiedere al personale di polizia, e carabinieri, cosa pensano di questa nuova ondata di grane da risolvere che si staglia all’orizzonte).

Rigirando un po’ la prospettiva non c’è un momento più propizio per l’emergere di una nuova sinistra, perché questo razzismo al momento è l’unico argomento in campo di una anticipata campagna elettorale, che svolge l’unico attore politico con abbastanza sale in zucca da capire di non avere intorno a se neanche il minimo garantito di avversari politici, argini, controproposte. La lega è al governo con una proposta molto chiara, circostanziata, e che non ha paura della propria identità (fascista) né va detto, siccome tra i suoi adepti la patologia dominante non è il narcisismo, non si è andata dividendo in mille rivoletti tra chi ha il cazzo altruista più lungo. Non ha cioè i problemi identitari dei cinquestelle la cui ossessione al funzionamento delle cose li ha trasformati in patetiche banderuole da poltrona, cosa che ne ridurrà consistentemente l’elettorato alle prossime elezioni, né le deliranti gare di insulti, inaugurate da Renzi ma continuate con livelli di spocchia indicibili nella galassia della sinistra, che è diventata una nauseabonda gabbia di boriosi, dove tutti pd e extra pd a pari merito, più che mai si vantano di sapere benissimo cosa vuole l’elettorato, cosa è il bene e il giusto senza riuscire a muovere una paglia, tanto sono presi a trombare tra loro, ognuno teso a prendere molto sul serio se stesso, e simultaneamente a squalificare la buona fede dell’altro. La sinistra è diventata un coacervo di oggetti politici a percentuale ridotta lamentosi e inaffidabili, profeti di una bontà d’animo di facciata scarsamente consapevole della realtà.
Rimane però un obbiettivo che è il miglioramento del paese nelle sue condizioni economiche e politiche, e mi pare che l’attuale ministro Salvini si stia alla fine rivelando un pessimo Ministro degli Interni, iscritto in una compagine governativa incapace di esprimere qualcosa di sensato. La politica di questo governo sembra voler dire che immigrati rom sono il problema principale del paese di cui è necessario occuparsi. Questo perché quello specifico gruppo di cittadini di cui sopra – la borghesia media e piccola in varie e materiali difficoltà si dichiarano esplicitamente invidiosi dei privilegi che nella loro modesta qualità di vita non sentono di poter godere. Agli immigrati si da una seconda chance che loro non hanno avuto, e si offrono condizioni transitorie quando accade ( i famosi 35 euro al giorno negli alberghi) che sembrano ingiuste alle persone che per mantenere un dignitoso tenore di vita debbono portare avanti le attività di sempre con molta fatica materiale. Siccome il di più in Italia, la crescita personale a una qualità di vita migliore sembra essere impossibile ci si arrabbia con chi sembra avere un decollo gratuito.

Il fatto è che – come sanno destra sinistra e centro – non è l’accoglienza degli immigrati a tenere in scacco il pil, non sono i 35 euro a tenere in ostaggio i concorsi pubblici, non è la cura medica agli approdati a impedire il risanamento della sanità pubblica, e a dirla proprio più a chiare lettere, in un paese con una natività pro capite tra le più basse nel mondo, non sono certo i nuovi immigrati annui in più (posto che si fermino in Italia) a frenare il risanamento di un’economia nazionale, perché mi si perdoni la boutade: un ragazzino italiano potrebbe costare allo stato molto di più di un adulto immigrato messo nelle condizioni di essere contribuente, e anzi quae cum ita sint, mi pare che l’unica possibilità di sopravvivenza dell’INPS è nell’ingresso di nuove energie che vengano da nuovi lavoratori, perché quelli nostri invecchiano e giustamente arricchiscono le fila dei mantenuti.  A questo proposito si veda a questo articolo di Davide Colombo uscito sul Sole 24 ore nel giugno 2017,  dove si allude al contingente di contribuiti versati dai lavoratori immigrati che per maturazione di anni di lavoro, o perché rientrano in patria dopo anni di in Italia non vengono riscattati – sono soldi (nell’ordine di MILIARDI) regalati allo Stato Italiano.

L’altro fatto però è che, questo paese non riesce a essere sbloccato. Per quanto mi riguarda la linea tenuta dal governo Renzi fino alla scellerata politica del premier sul referendum aveva dei meriti, che purtroppo la successiva cannibalizzazione della sinistra a opera sua ma anche ad opera di detrattori ha definitivamente demolito. Quanto meno c’era però un pensiero un tentativo di sblocco del mercato del lavoro – era una buona direzione e credo non a caso la chiave di volta del suo iniziale successo. Ora io so che ora a Sinistra lo sport nazionale è dire quanto era cattivo Renzi, ma vi prego di astenervi qui, perché il punto è un altro. Il punto è che il mercato del lavoro insieme a un progetto politico che tuteli quel che rimane del welfare sono le chiavi di volta della possibile campagna elettorale di una reazione che venga da sinistra e che spieghi per bene come non è prendendotela con quello che è arrivato e che è sicuramente più morto di fame di te, che si risolleveranno le tue sorti. Perché quando ti toglierai dalle palle la badante filippina della signora borghese, quando ci andrà la badante italiana (posto che se ne trovi facilmente una) non avrà una paga migliore, e ti si dice che il problema è di colore quando il problema è di classe, e di rapporto tra le classi. Il colore ossia, occulta lo scopo ultimo che è quello di stritolare le classi meno abbienti mentre non si mette mano agli effetti residui della corruzione sul servizio pubblico, che ne inficia sempre di più la possibilità di intervento. Quindi il primo punto in agenda è riproporre una politica globale sui temi del lavoro, disoccupazione, abitazioni etc.

Infine esiste un terzo fatto, che una volta superato lo sbigottimento inziale, può dare linfa a un nuovo decollo a sinistra. Le sortite di Salvini, hanno portato in campo l’odore di fantasmi totalitari del passato: l’angoscia di antiche prassi. Il censimento dei Rom ha tristemente, e secondo me giustamente ricordato, l’anticamera delle leggi razziali, e la disinvoltura con cui ti capita di sentire esprimere commenti razzisti ha dato l’idea che oggi potrebbe ritornare l’allora. Insistere sulle somiglianze aiuta certo una presa di coscienza, ma è anche una sorta di karma collusivo con la debacle che rende corresponsabili. Se l’umanità è sempre la stessa, sempre composta dalle stesse debolezze, miopie e stanchezze, le circostanze materiali sono davvero cambiate, e anche quelle culturali. C’è una cosa che non si può dire esplicitamente all’elettorato ed è per esempio che le condizioni economiche del paese, se non tutto in diverse aeree non sono le stesse di ottant’anni fa, anche il grado di istruzione non è lo stesso di ottant’anni fa, e anche il grado di comunicazione fra soggetti, circolazione dell’informazione non è lo stesso di ottant’anni fa. Un sacco di persone continuano a stare molto male, e hanno il diritto a stare meglio, e questo è un obbiettivo politici di primo grado, ma possono pensare il proprio stare meglio tramite un discorso complesso, che tolleri l’inclusione di altre forze nel mercato del lavoro, possono permettersi di non cadere nel ricatto della pancia e del peggio di se. Al contrario di tanti a sinistra, che ogni tanto indicano a destra dicendo: guardate come sono bravi questi nella comunicazione, io invece rivendicherei un modo di parlare, un modo di concepire il reale, un tipo di opinione pubblica di giornalismo e di comunicazione politica che è venuta con il dopoguerra, e che prende sul serio l’elettore per la sua capacità di ragionare, non per la sua soglia di erezione.   Se vogliamo fare un discorso sulla comunicazione di sinistra, sarà giusto togliere gli orpelli retorici accessori e di classe, gli sciovismi capalbieschi, le erre mosce di ritorno, ma non ha alcun senso scimmiottare uno stile comunicativo che è un modo di pensare, sia perché come si dice, di fronte all’originale non si sceglierà mai una copia, sia perché non è davvero difficile capire che questo originale al momento, questa idea tribale della politica e degli elettori, non porterà a niente di buono.

 

Un amore.

Aveva quasi trent’anni, gambe lunghe su costumi neri, capelli di paglia secca, occhi di un verde a dire il vero cattivo. Una donna, di uno strano charme magnetico, nata tenace severa, ostile ai sentimenti, al sangue a tutti i semitoni della tenerezza. Lui che era un ragazzone cinematografico, i fianchi stretti e le spalle importanti, un gangster magnifico con la giacca e pantaloni chiari dell’estate, aveva lasciato la scuola presto per andare a lavorare, e aveva lasciato il lavoro presto per finire nella macchia della resistenza. In quelle retrovie terragne e impietose doveva averla incontrata, e essersene innamorato. Forse l’avrà vista fumare con un vestito nero, o l’avrà ancora meglio sentita parlare di cose politiche, l’avrà vista abitare quella che sarebbe stata la loro casa per sempre. La sintassi precisa, il tono spietato, una cultura che doveva suonargli spiazzante.
Si era laureata presto, con una figlia delegata ai genitori e dopo che un marito l’aveva lasciata.

C’è da credere o quanto meno da immaginare che una serie di sillogismi mozzafiato, e alcune declinazioni di pacifico sarcasmo, addosso a tutte quelle gambe, gli abbiano dato alla testa, forse più del corpo da guerrigliera- che poi non faceva altro che portare scomodi dispacci con la bicicletta per le vie di montagna, si diceva tra se e se in estasi, e che sarà mai, che bionda incredibile.
Ma forse, si era innamorato di lei per l’obbligo che sentiva a condurla alla levità, per esempio obbligandola a ballare in balera, attività per cui era assolutamente negata, e in cui incideva lignea e maldestra colla sigaretta in bocca, lo sguardo tetro, pestando piedi di cristiani e di atei, tutti compagni certamente, ma tutti zoppi dopo. Gli piaceva costringerla a ridere della sua scarsa dimestichezza con la carne, la sua marmorea estraneità all’umorismo. Era una donna che non capiva le barzellette, e ogni galante battutista prima di lui era stato falciato da uno sguardo impassibile.

Forse si innamorò anche del latino, dell’italiano forbito. La guerra gli aveva lasciato una carica prestigiosa, che lui avrebbe svolto con l’eleganza che concedono un fisico atletico, un’onestà intelligente, e la dedizione tipica di una generazione e di un mondo, ma gli bruciava dentro la terza media, i pochi libri, il dialetto asciutto delle zie e delle nonne. Se la prese nella vita con fermezza, la obbligò a portare con lui la sua bambina ora ragazzina, le insegno a godere di cose sciocche, la portò ad avere persino degli amici e delle amiche. E lei lo avrebbe assecondato con fatica, questo giovanotto, con quasi dieci anni meno di lei e un cuore così acuto.

 

Si amarono e furono felici.

 

qui

Riflessione sul genere molto veloce e senza virgole

Se si mettono a confronto l’evoluzione delle due più grandi scuole di matrice psicodinamica, la freudiana e la junghiana, se si guarda in prospettiva storica o sociologica quel che è stato di maestri e discepoli,  e soprattutto discepole, si constata una questione curiosa per cui Freud, che è stato titolare di una teoria aspramente criticata dalle femministe, considerata a ragione maschilista o anche storicizzata, o anche rivedibile, ha messo al mondo una serie di teoriche e analiste autonome rispetto al padre, capaci di pensiero originale, e come soggetti originali riconosciute. Jung invece – come già qualcuno ha osservato, il cui impianto teorico poteva adattarsi meglio ai contenuti dei cambiamenti sociali e dei rapporti di genere, non ha messo al mondo pensatrici originali  – l’unica davvero capace l’ha nel complesso coartata  – ma tuttalpiù ha generato una serie di disciplinate vestali. Il discorso trascende il genere, perché in effetti io da junghiana invidio la maggiore vitalità della tradizione post freudiana che ha radici in altre e più vaste questioni che riguardano i rapporti di genere, ma ora mi trovavo a riflettere proprio sui rapporti di genere, e in particolare su quanto siano più dirimenti le azioni, le modalità relazionali piuttosto che le letture del reale, le interpretazioni. O meglio, quelle letture e interpretazioni sono importanti, sono vitali nel guidare le azioni, ma il primo potere è delle azioni.  E’ nota l’organizzazione che aveva Jung con i suoi e il numero di colleghe che sono state sue amanti, come d’altra parte è nota la modalità un po’ rigida ma rispettosa, di Freud con le sue colleghe e allieve. Magari teorizzava pure l’invidia del pene, ma sul piano di realtà la società analitica negli albori è stata uno dei mondi professionali più aperti alla realizzazione delle donne dell’Europa novecentesca.

Pensavo a queste cose mentre riflettevo su tutt’altro, o sia sull’educazione delle nostre bambine e dei nostri bambini. Pensavo alle bambine soprattutto, e al desiderio di volerle felici libere e complete. Ci pensavo perchè a volte ho la sensazione che la teoria venga sopravvalutata e che si sopravvalutino certe piccole prassi tipiche dell’infanzia, quando invece trovo dirimente l’esempio genitoriale, come il padre e la madre sono tra loro, cosa dicono ai figli, e il grado di rispetto reciproco e di rispetto per le bambine che mettono in campo. Una madre lavoratrice che discute con il marito tra pari, e un padre che parla seriamente con la sua bambina delle cose della scuola e dei suoi vita, vincono su plotoni di barby, su vagonate di cicciobelli, su chili di vestitini rosa.  E mentre vedo nel tuffo al parossismo del genere un passaggio identitario che mi sembra funzionale alla crescita – quella cosa dei bimbi piccoli: maschi ruspa femmina bambola, che nel mio privato ho osservato senza la mia minima interferenza o intenzionalità) ho il timore che la sua negazione sia una sorta di teoria astratta e non applicata al meglio. I meccano alle bambine non basteranno mai, se sul piano relazionale non c’è un modello di rispetto dell’altra. Una tutela della sua identità. Se c’è quello, se c0è quel modello, nella rappresentazione tradizionale del genere ci si può financo sdraiare.

Fioretto

Suo padre era schiantato lasciando la casa a metà, col tetto ancora da fare e da godere, s’era infartato intorno ai settant’anni, come a lasciare anche la sua vita senza cappello, senza pensiero. Aveva detto di sentirsi un malore, ed era scivolato dalla sedia, come una foglia che cade da un albero.
Era un uomo magro e poteva sembrare leggero.

Al figlio era rimasta questa mezza casa nella macchia, e le pile di giornali dove il padre s’era cerchiato le parole con la penna rossa, e le convinzioni anche, vi è da dire. Aveva lavorato un vita nei campi degli altri e a un certo punto con la moglie era arrivato un prato un po’ scosceso, degli alberi –  uno spazio dove mettere qualcosa di più di un tavolino.
Ci si era messo le domeniche, una domenica sull’altra come legna nella riserva, ordinato e ambizioso. S’alzava presto e si vantava agli occhi di se stesso: sono un uomo che sa fare tutto, che non si ferma, che dal nulla lascia al figlio una cosa, anzi, una casa.

(Il figlio per la verità come primissima scelta s’era preso le parole cerchiate e le convinzioni, ci aveva fatto un destino e una carriera, uno storico delle parole e delle idee era diventato, all’ombra delle domeniche del padre accatastate nel cantiere personale, e mentre quello costruiva la casa meravigliosa la casa signorile di una borghesia onirica e campestre,  il figlio obbediva al mandato facendo fascinosi concorsi, prendendosi cattedre esoteriche conquistandosi stipendi astratti come i disegni delle pubblicità sul suo giornale)

Dopo la morte del padre, cogliendo il dovere di mettere il cappello alla vita interrotta e alla casa a metà, aveva poi finito i lavori, con la cessione del quinto, con la pazienza della moglie, con la testarda affezione a un testamento in forma di sogno, infissi di rovere eh, e cancello di ferro battuto, una cucina di maiolica e raffinata modestia.
Perché forse, nel sogno del padre ci s’era messo pure lui

(e delle parole cerchiate in rosso che ne era stato?
Dalla finestra centrale si vedevano degli alberi – lecci, per lo più – dritti fino al cielo, selvatici e ospitali. Ci abitavano poiane e forse qualche fagiano, sicuramente dei picchi. E tutti dicevano al figlio di tagliargli quegli alberi, che ci sarebbe venuta tanta legna, e una vista sulla vallata davvero importante. Ma i tempi sono bui, sono pieni di campi vuoti, e almeno in quella radura, pensavano le parole cerchiate in rosso nella testa del figlio, le bestie – e non solo le poiane ma anche i gufi, e i tassi, e pure i bruttissimi sorci – avrebbero continuato ad avere una casa).

 

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Ciao Philip. Un saluto molto sofferto

Se proprio m’avesse dovuta mettere da qualche parte, sarei stata una di quelle prime mogli da cui essere incantanti per i primi dieci minuti della tardiva adolescenza del protagonista, per poi essere gloriosamente cornificate nella restante parte del romanzo e descritte con corposa malagrazia nelle comparsate di fondo trama. Oltretutto, io e le mie consoce, ebree o intellettuali abbastanza intelligenti da amare i suoi libri, alcune persino così brillanti da farci una carriera accademica attraverso, non avremmo neanche potuto blandamente concorrere al trono narrativo della Grande Madre, le pagine immortali del parzialmente riuscito Complotto contro l’America dove quella meravigliosa signora era stata capace di tranquillizzare al telefono il figlio di un’altra, mentre l’ossessione fascista incalzava allucinata e persecutoria.
Questo amore non corrisposto, questa nevrosi divenuta stilema non gliel’ho mai perdonata, la buona scrittura di Roth ha reso, sicuramente suo malgrado, il suo sessismo un contenuto politico, e come tale l’ho trattato e pensato – per quanto il mio sguardo professionale ne abbia sempre sospettato radici private più che culturali. Le madri ebree sono spesso intellettualmente forti, e molti colleghi di Philip ne hanno fatto ritratti pacificati e fedeli, capaci di gentilezza. Ma se fossi uno scrittore non vorrei che si facessero dietrologie analitiche su un privato mio altrimenti inaccessibile, mi sono tenuta le mie congetture professionali e il mio dispiacere narcisistico.

In ogni caso, col tempo ho guardato allargarsi l’irrimediabile distanza con l’autore di cui ho collezionato prime edizioni italiane. Col tempo l’ho pensato e trattato come un oggetto politico più che come un oggetto estetico, e anche ora che sono così dispiaciuta della sua morte, non me ne pento. Io sono una di quelle che per esempio riconosce la precisa matrice ideologica del Nobel, la sua connotazione storicizzata, il fatto che incarni una classe di valori rispetto ai quali il talento narrativo è solo secondario, e no, non mi sono mai stupita del mancato conferimento. Sotto un profilo politico sono stata soddisfatta di quell’assenza.

La letteratura è piena di scrittori reazionari e ben peggiori chi per talento chi per cattiveria e certamente per conservatorismo, e la materna indulgenza con cui vengono stipati nelle librerie da chi combatte le battaglie che quella prosa non aiuta a vincere è proporzionale a un disinteresse, un affetto mancato, un assenza di parentela. Celine è un grazioso talismano, per dire, Ezra Pound un antico gioiello in fondo al mare, perle rare da mettere in teca, che niente hanno a che fare con la vita. Dopo di loro,  troviamo per lo più animali di talento misurabile con il righello, topini da esperimento accademico, e ancora più sotto,  insetti da inventario, libri senza ristampa, una sequela infinita di pane adatto più ai sociologi che ai critici letterari, o ai cosiddetti lettori forti.

Ma Philip Roth  a una certa generazione di lettori, e in particolare di lettori ebrei, ha regalato la narrazione di un mondo, ma a dir meglio di un certo modo di essere ebrei: l’ebreo che non è ebreo ma lo è lo stesso, che litiga con i padri ma mai del tutto, che celebra mediante dissacrazione, e quindi come ogni dissacrazione che si rispetti, torna a sacralizzare: non c’è niente di più pio, di più edipico di una bestemmia. Alla nostra adolescenza culturale, noi ebrei figli di quelli con lo Shabbat di ordinanza e il Talmud in mano, con i nonni sudditi del collegio rabbinico e della dieta kosher, noi co un piede legato all’identica invincibile e atavica e l’altro nel magma di un presente laico, postmoderno, erotizzato, fluido, noi abbiamo trovato una città, una casa, una seggiola. O anche: una carta d’identità. O anche la letteratura sul nostro linguaggio sulla nostra levità, sul nostro umorismo. E posso immaginare che quella scrittura così precisa, esatta a descrivere un luogo della psiche e del paesaggio abbia dato un abbraccio affettuoso anche ai nostri fratelli atei figli di cattolici devoti, i nostri compagni di corso alle lezioni su Marx ed Hegel, i nostri amici di calcetto con la nonna a messa che però a messa non ci andavano più. Negli anni della morte delle grandi ideologie, noi che stavamo all’elettrizzante fresco dell’aria aperta ci sentivamo felici e nobilitati. Leggere Roth ci faceva sentire intelligenti, certe pagine riuscite con addolorata precisione, ci davano pensieri decorosi e non indegni, il cinismo – pane del mio mondo e della mia generazione – e certe sue romantiche dolcezze non erano più immorali, ma anzi l’esito di una consapevolezza perfino tragica. Quest’uomo con un talento importante per l’estetica e un consistente carattere di merda ci ha fornito una cuccia, ci ha fatto capire delle cose di noi stessi.

Di quella restituzione identitaria e del piacere nel trovarla così narrata, anche se per me e per tutte le giovani ebree non c’è stato mai gran posto, sono stata molto grata. Da Addio Columbus in poi,  ha edificato nella lettura una relazione e un affetto persino una gratitudine che ora mi commuove. Philip Roth come l’amico più grande degli anni più belli, Philip Roth come il ricercatore a contratto che spiega le cose agli studenti troppo amici, Philp Roth come il cugino fico con cui sperare di uscire una sera, quello giovane come te ma un po’ di meno da ammirare, perché parla di te.

Poi tu diventi un altro, l’affetto non si cancella, neanche una comprensione profonda, il tuo rapporto col sacro migliora più di quanto sia successo a lui, il tuo stare nella vita non si riconsce più nel suo, e rimane questo strano affetto, strano davvero tantissimo, persino tenero ora che se ne va e pure consapevole di questa distanza di carne di ossa, di pensieri, di stare al mondo. E forse questo non è un gran post di critica letteraria, io d’altra parte faccio un altro mestiere, ma testimonia di quella visceralità che c’è in certe letture, nella vita di un lettore forte.

Quindi ecco, Philip volevo dirti – Uffa. E poi ciao. Grazie.

 

Un post banale

 

C’era  un certo punto di flessione, di non ritorno nelle sue amicizie di ragazzina, che combaciava con il momento in cui una delle due amiche pensava dell’altra: “ora non la chiamo più e vediamo se mi chiama lei”,  “vediamo se mi dice qualcosa”, “vediamo”. E siccome quel punto di non ritorno era in realtà la radice di uno scisma, la punta dell’iceberg di una differenziazione incipiente e in quell’era della pelle e delle ossa – poco gestibile, anche quando fosse arrivata la telefonata attesa, non poteva saziare le aspettative, non era veramente profondamente interessata, la telefonata attesa obbediva a un presunto senso del dovere verso l’amicizia come Totem, come altare sotto cui deporre testimonianze di devozione.

L’altra, la telefonante colpevole, l’obliatrice di attenzioni necessarie, percepiva questa sostituzione della spontaneità con un atto di dovere, l’inquinamento dell’affetto con il gioco di potere e se ne stava divisa tra memoria delle risate e rancorosa protesta, gratitudine per il passato e pugni sui fianchi, con la leggerezza trasformata in un impegno lavorativo, mentre tutto si asciugava e si cambiava entrambe, ognuna più domestica con la vita propria e con il mondo intorno e meno bisognosa delle dipendenze d’alveare. Una volta telefonava, un’altra no. Entrambe pensavano cose terribili tutte sul fronte dei doveri reciproci, ed occultavano il problema dei punti di svolta della vita, della materia del carattere, della qualità delle cose che si vogliono e non combaciano più. A un certo punto, al fondo di quella perdita di sintonia, si sentivano giudicate l’un l’altra.

Da vecchia, tra i vari sintomi del futuro che s’accorcia e del passato che s’allunga, avrebbe imparato a riconoscere il rischio del punto di flessione, ma anche a gestire amichevolezze con distanze più sicure, in cui possono ficcarsi dentro tante cose, ragion per cui ci sarebbe stato poco spazio per i tradimenti e le sorprese identitarie ma abbastanza profondità di prospettiva per vedere l’interezza del corpo psichico dell’altra, quali sono i gesti routinari della sua anima, quali pietanze sanno cucinare i suoi sentimenti e quali invece non sono proprio in grado, il colore dei suoi atti politici e del suo posto sociale. Non avrebbe più richiesto doveri, non avrebbe più obbedito a ordini, non avrebbe più considerato necessaria una affinità totale e radicale con tutte le parti di se, e se nonostante questa acquisita capacità di stare con le differenze una relazione si dovesse sfilacciare, ora forse sarebbe capace di fare una rimostranza sostanziosa, ma anche di dispiacersi, di aprire una lontananza definitiva o provvisoria, di sopportare questo fatto curioso per cui le relazioni sono come fisarmoniche, uno di quegli strumenti che, ora si pente, avrebbe voluto imparare a suonare.