Modi diversi di pensare al Capitano. (Per Totti)

La bambina era una bambina bionda e cattiva, per quanto nell’età dell’innocenza questo non si dovrebbe dire. Forse, in quella che noi chiamiamo cattiveria, ossia una fame angosciosa di dominio, un’ansia di asimmetria, una precoce pulsione al sarcasmo e alla sudditanza di altre bambine più perplesse e mansuete, c’erano soluzioni incolpevoli, per esempio la parossistica emulazione di una madre altrimenti non proprio avvicinabile, e anche il tentativo di sparigliare una sorella bionda e cerulea come lei, solo maledettamente più piccola. Ma anche un personale modo di digrignare i denti, verso una sorte ostile. La bambina bionda e cattiva, aveva nove anni, era all’ospedale già da un mese per la quarta volta, ed era piena di rancore: si annoiava terribilmente, non si sentiva mai sazia di cose e di spazi, si sentiva malamente maneggiata più volte al giorno, e anche contornata da altri bambini che volevano avere qualcosa in comune con lei – e che lei rifiutava con determinazione.

L’appiccicoso stemma della sfiga, il velo di apprensione nei sorrisi delle nonne. Le torri di medicine sui comodini delle case. La bambina bionda e cattiva non sorrideva alle infermiere come la sua vicina che tendeva il braccio a ogni prelievo, e non ringraziava per ogni pacco di biscotti dovesse arrivare di straforo dalle zie. La bambina bionda, a cui mancavano solo un paio di scalini per essere splendente, si ostinava a non brillare mai.

Non era cioè una bambina poco amata, e in fondo non davvero sfortunata. Sarebbe diventata una donna alta e scattante, perché aveva una cosa rognosa, ma per fortuna, non mortale. Era una bambina a cui tutto dal destino alla famiglia, voleva bene in maniera imperfetta, grossolana, sbagliata. Tutto era una forma di comunicazione difettosa. Il cuore che funzionava ma non benissimo, e questi genitori efficienti, capaci nel lavoro, presenti con il corpo e con l’agenda, che le volevano bene, ma forse senza sapere esattamente come si fa. La chiamavano con vezzeggiativi pronunciati come ordini di caserma, le compravano bambole che dovevano poi essere asserragliate in militare ordine di grandezza. Quando la bambina era con sua madre, si sentiva sempre gelosa di qualcosa, della sorella oppure, delle cose che doveva fare subito e con estrema precisione.

Di queste cose, nella stanza di ospedale, su un foglio di quaderno, aveva cercato di scrivere a modo suo, all’eroe della sua infanzia, l’uomo ai suoi occhi più bello del mondo, e certamente più forte, e certamente più potente, capace di fare grandi cose, di cui le parlava con composta ammirazione la mamma, e di più il papà, il capitano della squadra di calcio, il pupone, a Roma, il calciatore Totti. Del calciatore Totti, e in verità del calcio tutto, la bambina sapeva ben poco, e in realtà l’argomento l’interessava blandamente. Il mito l’aveva carpita quasi suo malgrado mentre era distratta, e un pomeriggio si era ritrovata, forse come deve essere successo a buona parte dei bambini romani, con dentro una favola suo malgrado. Il ragazzo di borgata che ha i piedi fatati e porta la squadra in cima alla classifica, il ragazzo stupido che diventa ricco ma rimane buono, quello che fa le pubblicità simpatiche e però alla lazio, ci fa un culo così, quello che regala i soldi all’ospizio cittadino, ma si sposa pure la più fica di tutta la tv. Quello che quando ha fatto gol la settimana prima, aveva fatto sorridere suo papà in maniera infantile mentre spiegava il perché e il percome di una traiettoria rotonda e gentile dentro alla porta. E comunque, la bambina bionda e cattiva aveva nove anni, la donna che sarebbe diventata era sull’orlo della pelle, e Totti prima di tutto, era bello da far paura.

Aveva scritto la lettera appena arrivata, una lettera di bambina smorfiosa, che occulta tutte le sue cattiverie, che parla di operazione al cuore, e di genitori noiosi, anche piena di fiori eh e di disegni e l’aveva affidata perentoria ma già sconsolata a sua madre, per poi continuare a pensarci in un’intermittenza parallela alle cose quotidiane, che s’addormentava sul fondo e poi saltava fuori in momenti inaspettati, che ne so al bagno, oppure quel giorno che le avevano detto dell’operazione, la terza, o quell’altro che aveva litigato con sua sorella e sua madre mica aveva detto che era colpa sua e insomma si era davvero arrabbiata. Ma come, io sono in ospedale checcavolo, aveva pensato. Lo so che non devo dare gli schiaffi però ma scusa. E aveva cominciato a piangere. Sono stufa.
Uffa Totti Uffa

Così quando quella domenica pomeriggio se l’era visto sulla porta enorme, e se possibile, ancora più bello di quanto lo immaginasse, la donna sull’orlo della pelle aveva visto gli occhi azzurri, le spalle e tutto il corredo dello sportivo, ma siccome non è che fosse in calzoncini e maglietta, era rimasta interdetta tra l’ipotesi di un divo della televisione di passaggio e il padre di qualche fortunato compagno di stanza. Poi questo tipo molto bello aveva detto “con permesso checc’ècchiàra?” tutto attaccato, in un romanesco gentile ma irredento, con anche – che lei colse – un barlume di svagata consapevolezza dell’origine, e anche di scanzonata acquisizione di successo, e allora aveva capito! E per una successione strepitosa di stati d’animo, aveva sgranato gli occhi al secondo 1 (maccavolo!) al secondo 10 si era incazzata (mia mamma doveva dirmelo scusa sto in pigiama) al 18 si era messa a ridere (ma cavolo! Ma cavolo) e poi si era messa a piangere un attimo (ma! Proprio a me!) e poi subito ricomposta.

Era settembre, e il capitano si era seduto sulla seggiola di formica con le ginocchia un po’ larghe, i piedi uniti, e le mani incrociate. Aveva anche portato un pupazzo di pelouche, e vedendo la bambina con i piedi già dentro la donna aveva detto, mo’ mi sa che con questo non ci fai gnente, però te lo metto qui, come stai? E lei allora abitando neanche troppo maldestra quell’incrocio complicato della vita, l’aveva guardato entusiasta, e si era avventata sul cagnolino finto, per stringerselo addosso, in un davvero involontario atto di conquista. Come fosse abitata da un femminile radicale, un ospite nascosto, un inquilino fino a quel momento riservato, e che ora si mostrava in salotto senza nessun pudore. Il capitano per parte sua, che sarebbe diventato padre di li a poco, e che per la paternità aveva avuto di par suo ben presto una solida vocazione, aveva colto il gesto, l’allusione, lo scintillare dello sguardo imprevisto, e ne era stato intenerito. Come crescono ste regazzine aveva pensato. Come so’ precoci, guarda questa bionderella na femmina fatta e finita – una signorinella! Avrebbe detto sua madre. Quella si tormentava i bottoni del pigiama, tutto un’allaccia e slaccia, tutto un abbottona e uno sbottona, così ìè troppo eh ma così scusa, non va bene, e intanto Totti la guardava ridendo, e le chiedeva se si annoiava, e la scuola, e spicciate a guarì che ci hai da combatte, te devi impegnà, devi segnare!

A maschi e femmine diceva che bisogna segnare, tutte le volte che andava a trovarne uno in ospedale, perché per quanto recitasse la parte del cretino mansueto che sa dare i calci al pallone ma vende cellulari perché scambia lucciole per lanterne, in verità non era cretino affatto e anzi, aveva una sottile intelligenza emotiva, una cosa del cuore che non controllava manco troppo ma gli era tornata utile in diverse circostanze, in squadra per esempio tante volte, e indubbiamente per portare all’altare quella riottosa tigre della giungla che era la sua celebre moglie. E allora Totti aveva capito che aldilà del fatto che se un calciatore ti viene a trovare la cosa che deve dire è che devi segnare, o che ne so’ parare i rigori della vita, o anche saper giocare di squadra, e tutte le puttanate della retorica calcistica sul campionato della vita, dire a un bimbo o una bimba, maschio o femmina che sia, devi segnare era dirgli, uè tu sei come me, io sono stato un bambino inguaiato come te, e tu ti puoi prendere un po’ del mio essere campione, non c’è differenza tra me e te, non c’è asimmetria. Eallora continuava il capitano all’estatica bambina. Mo’ ti spiego io come segnare, per altro, ti spiego che non è sempre questione de forza e de cannoni, è pure questione de pazienza, de saper aspettare il momento giusto, di intuire velocemente dove si creerà uno spazio, che non è dov’è adesso subbito subbito, de sapè come ragiona l’altro, cosa pensa, di che ci ha paura, dov’è è debole, e dove te fotte. E te Chiara mia me devi vince sto campionato, e me devi uscì da sto ospedale, disci la quarta volta, maccavolo mannomme fa di parolacce quattro volte basta, cazzo, si non si dice cazzo vabbè tua madre mi perdonerà ma mo’ me lo devi promette che te metti a capire bene sta cosa, di come segnà. Per esempio prendere le medicine uno po’ segnare meglio che se non le prende.
E’ ne esempio
E’ come gli allenamenti.

E Chiara lo aveva guardato incantata, cioè un po’ le veniva da piangere, un po’ da baciarlo, un po’ da dire lo so che hai ragione ma io mi sono così stufata, così stufata, e voleva dirgli della sorella, e voleva dirgli ma lo vedi che posto brutto, e in verità glielo disse a Totti Chiara. Per la verità Chiara sentiva pure qualcos’altro di fisico e lontano, che avrebbe decodificato anni dopo, e che a nove anni (nove anni e mezzo avrebbe detto lei, quasi dieci) indicava un sentiero impraticabile al momento, il sentiero dei bottoni aperti, sentiero che Totti ignorava platealmente, ma il momento era comunque magico, il capitano seduto vicino a lei, che le diceva tutte cose straordinarie e importantissime che non avrebbe mai ricordato tanto – salvo – me devi giurà che te metti a fa l’allenamenti e segni – e che effettivamente l’avrebbe baciato volentieri.

Poi a un certo punto il cellulare di Totti era squillato, e lui si era alzato. Le aveva detto che si era fatto tardi senza rispondere, si era alzato, e si erano pure scambiati un bacetto sulle guance (damme un bascetto, avrebbe detto lui con la scie, a cui lei aveva fatto caso e aveva subito perdonato abbracciandolo con ardore). Totti si era lasciato stropicciare, maronna ste regazzine quanto so precoci famme annà via famme, si era gentilmente districato, a lei era venuto un po’ da piangere, a voja a campionati io a sta roba sarò sempre impreparato, aveva pensato e si era dileguato.
(Abbronzatissimo, pensò Chiara).

Riflessioni intorno all’infanticidio

 

Premessa.

Nei giorni scorsi, una ragazza minorenne di Trieste ha partorito una bimba, e l’ha abbandonata al freddo, dopo di che la neonata è morta subito. Secondo la prima e piuttosto approssimativa ricostruzione dei fatti, la giovane non aveva capito di essere incinta né l’aveva capito sua madre. Ha dichiarato di aver portato la bambina fuori, credendo che fosse morta. Mettendola in una busta.
Per il momento, e io spero il più a lungo possibile. La stampa mi pare non stia indugiando in informazioni, nomi, circostanze vita delle persone implicate in questa vicenda. La quale, tocca corde talmente profonde, e particolarmente profonde per il nostro contesto culturale, che elicitano commenti viscerali e inutilmente aggressivi. Di contro però proprio per l’accecante aspetto emotivo dell’uccisione di un bambino, dell’infanticidio in una maniera un po’ approfondita non si riesce a parlare mai, l’opinione pubblica non ha la più vaga idea della vita e dei pensieri e degli stati d’animo delle donne che sopravvivono ai figli che uccidono. Fuori dalla ristretta cerchia non solo degli addetti ai lavori, ma addirittura degli addetti ai lavori che si occupano di questo argomento – non si pone né il quesito delle eventuali variabili socioeconomiche che favoriscano il fenomeno, né dell’eventuali psicopatologie che possano essere correlate all’atto. Si rimane in una protettiva posizione emotiva, che in realtà però su questo come su molti altri argomenti, rende tutti subalterni. Se l’atto cattivo è l’esito del maligno, non ci sta un cazzo da fare. Siamo alla mercé del male, e possiamo solo consolarci con la gogna e la sanzione.
Allora in questo post, più che parlare di un caso specifico di cui non sappiamo niente, e che non sarebbe etico trattare superficialmente vorrei porre, in modo molto schematico alcune riflessioni e direzioni di approfondimento, non necessariamente tutte con delle risposte pronte, il che non esclude che qualcuna di queste riflessioni possa dire qualcosa del caso di cronaca da cui siamo partiti.

1
La prima questione di fondo su cui non mi stancherò mai di insistere, fino a essere noiosa, perché è un’acquisizione che ha conseguenze sulla domanda politica, riguarda la circolarità tra condizioni socioeconomiche e patologie gravi legate a questo ordine di agiti e (come altri: tipo le stragi di massa, il femminicidio lo stalking ed altri esempi si potrebbero fare). In una misura incisiva – anche se non sempre – l’infanticidio è legato a un disturbo di personalità di asse due, nelle sue diverse diramazioni, in qualche altro caso a una depressione post partum che porta alla luce vicende private sommerse, ma in entrambi i casi rappresenta l’ultima tappa di un processo di costruzione del comportamento che potrebbe essere arginato da un intervento tempestivo e da importanti variabili contestuali. Per fare un esempio molto materiale: esistono famiglie disfunzionali dove madri inadeguate sono sposate a padri inadeguati, che mettono al mondo bambini, o come in questi casi bambine delle cui emozioni e bisogni non sono in grado di occuparsi. In particolare in bambine e bambini che hanno una predisposizione biologica a un certo tipo di sofferenza, questa incapacità di cura da parte dei genitori è anche una incapacità di insegnare ai bambini ad amministrare le proprie emozioni e a tollerarle. Se una madre non prende mai in braccio un bambino che piange, non insegnerà mai a quel bambino a smettere di piangere, e ci sono consistenti probabilità che quello sarà un adulto che non potrà tollerare un motivo di pianto o di angoscia. Se a una famiglia così caratterizzata però dai un asilo nido, la bambina di quella famiglia, per almeno 8 ore della sua giornata, potrà fare esperienza di relazione con qualcuno che gli insegna come fare quando ti viene da piangere a dirotto. Che gli regalerà come dire, un modo di abbracciarsi di prendersi cura di se. Il nido prima l’asilo poi non negheranno tout court le criticità di un sistema familiare disfunzionale, ma certamente introdurranno un campo relazionale alternativo, a cui crescendo questi bambini e bambine potrebbero far ritorno con la mente. Per esempio diventando in grado di essere adulte e adulti che chiedono aiuto prima di commettere un reato.

Ugualmente, uno stato sociale efficiente, e che non chiama in causa i saperi della psicologia solo a posteriori, ogni volta che c’è un infanticidio, ogni volta che s’ammazza un adolescente giù per un balcone, istituisce dei presidi psicologici di defoult nelle scuole, e magari fa anche fare degli screening per vedere se c’è qualche giovane che è più a rischio di quanto si possa indovinare con la semplice osservazione. Per fare un esempio. Se un’adolescente è in stato interessante e non lo dice a nessuno, quest’adolescente a prescindere dalla gravidanza ha un problema, vuoi al livello personale vuoi a livello relazionale: è qualcuno che ha un gran problema e che non è in grado di attivare nessuna relazione di sostegno, è qualcuno che in questa circostanza come in altre non è in grado di attivare delle risorse. (Ma anche se un giovane che va molto bene a scuola ma desidera essere una ragazza, oppure, rifiuta una coppia di genitori adottivi, è molto isolato, non parla con nessuno non attiva un minimo di rete con i pari quello non è un ragazzo introverso quello porca miseria, è qualcuno che non sa attivare delle risorse – qualcuno deve andare decisamente verso di lui).

2.
In realtà anche tra colleghi e anche sulle diagnosi, può esserci una concordanza relativa. Per esempio secondo alcuni la depressione post partum è una condizione di stravolgimento notevole che ha una solida base organica nelle variazioni dei tassi ormonali che possono vivere un reale terremoto con la gravidanza e modificare in maniera consistente gli stati d’animo della donna. Altri pur riconoscendo questo sommovimento di ordine biologico, lo correlano alle vicissitudini private di chi vi passa attraverso e ritiene molto importante sia la storia recente e remota della neo madre, che la situazione ambientale, il sostegno della rete familiare e del partner nel periodo immediatamente successivo alla nascita. Questa divisione di orientamenti oggi è molto più sfumata di un tempo le discussioni sono più pacate e si arriva a una condivisione di area in cui si decide su cosa mettere l’accento, sul biologico o sullo psichico, ma ritorna in molte altre questioni ivi compresi gli agiti psicotici e le varie sintomatologie di patologie gravi. Il vecchio concetto di raptus, sempre più in dismissione per fortuna, era in realtà un vessillo della posizione iperbiologicista, secondo cui un normale funzionamento organico celebrale a un certo punto andava incontro a una improvvisa disfunzione che poi esitava in un gesto aggressivo. In astratto non è una cosa da rifiutare del tutto (pensiamo per esempio alle alterazioni che è capace di generare nel pensiero una normale ischemia, improvviso versamento ematico in una ics area cerebrale) tuttavia col tempo si è rivelata più agile e costruttiva l’idea di un agito che risponde a una lunga storia pregressa e che risulta coerente con difficoltà di vario ordine e grado nel gestire, nominare, sopportare, e trasformare emozioni e relazioni.
Questa osservazione può essere particolarmente congrua nei casi di infanticidio e di femminicidio. A tal punto congrua che entrambi i casi sono correlati a un alto tasso suicidario.

3.
Va però osservato, che nell’infanticidio accade qualcosa di complicato e fuorviante, e ora vi devo chiedere di leggere con serietà delle cose che risultano molto respingenti.
Noi abbiamo infatti due ordini di vicissitudini psichiche – che fanno entrambe capo agli aspetti d’ombra del materno. Da una parte abbiamo una madre che uccide il proprio bambino. La categoria della morte, dell’uccisione, della soppressione, di una creatura che è in primo luogo piccola, e in secondo luogo erede del proprio codice genetico, propria continuazione nel mondo, introduce un salto qualitativo che fa capire come con ogni probabilità ci deve essere qualcosa di grave dietro, un’impossibilità  forte, patologica di sostenere emotivamente quello che il figlio incarna. Per esempio il ricordo di se stessa bambina e terribilmente sofferente. Il bisogno. Questa impossibilità è una impossibilità che non ha retto un solo parlare, l’atto di dire e basta di essere agghiacciata dalla domanda. Le vie del malessere sono narrativamente tante, ci sono storie esistenziali e diagnostiche diverse l’una dall’altra, eppure a me pare che ci sia questa cosa forte, il trasversale delle patologie gravi: il non reggere un piano narrativo, il doverlo materializzare. Il non poter solo dire: questo bambino che piange e chiede di me che mi rinfaccia la tragedia della vulnerabilità e della dipendenza io non lo sopporto, ma il materializzare la non sopportazione, il trasformarla in atto.
Quando si lavora con patologie gravi, per esempio con le schizofrenie, o con i disturbi borderline che sono più vicini alla psicosi che alla nevrosi, si osserva questa cosa, l’incapacità di tollerare il piano metaforico, di tenerlo a mente come oggetto parallelo separato dal reale, che lo spiega. Per cui si ha la sensazione di avere a che fare con persone che o vivono esclusivamente in un mondo di metafore, o in un mondo che ne è totalmente privo.

D’altra parte però l’ombra della maternità esiste per tutte. Nel nostro paese si fanno troppi pochi figli, è un paese vecchio e nevrotico che non sa curarsi per cui, onde evitare di confrontarsi con la necessità di una terapia, le ombre del materno sono debitamente negate oppure esaltate, il tutto per giustificare il fatto che non si fanno figli. Per cui eh, ci ho l’ombra non li fo li odio i bambini io, oppure eh quella ci ha l’ombra è cattiva e orribile, la maternità sono tutte rose e fiori. Eppure la maternità non è assolutamente solo rose e fiori, soprattutto considerando che richiede una prestazione esistenziale in direzione ostinata e contraria agli obblighi culturali e ideologici del capitalismo occidentale. Devi fare soldi e invece non produci, deve essere figa e bella e invece ingrassi, devi saperti divertire, consumare, e invece stai a casa a da la sisa al regazzino, devi occuparti di te, perché tu sei al centro, la tua individualità è importante e tu invece mo ci hai sto coso che detta legge. Le donne di oggi passano i primi trent’anni a condividere un’idea di vita coerente con il loro sistema culturale, poi arriva qualcosa che le costringe a fare i salti mortali per poter mantenere il patto psichico coi valori di un tempo.
Questo in aggiunta alle sfide emotive che un figlio pone. Tutto sommato si ha la possibilità di scegliere una totale indipendenza dai genitori, ma l’indipendenza dai figli è una cosa che non esiste. Mettere al mondo un figlio equivale a confrontarsi con il proprio rapporto con la dipendenza, il bisogno, la subalternità.
Però attenzione – la differenza sostanziale è tra il tollerare un dire, un piano metaforico, il poter accedere a un discorso che rappresenti il possibile (se non mi fa dormire l’ammazzo, se non posso lavorare l’ammazzo) e il lavorare su quella rappresentazione nella mera parola, e il non poterlo fare materialmente e psicologicamente fare. Lo dico perché il guaio grosso del pensare l’infanticidio è che si riconosce a tratti la continuità ma non si vede la discontinuità, il qualitativo dell’agito.

Mi fermo qui. Se ci sono riflessioni continuiamo volentieri nei commenti.

Caravan

a.

Quando la vide la prima volta, lei aveva un bambino appeso alla mano, il bambino saltava avanti e indietro rispetto ai suoi passi, irregolare vicino al passo regolare e molle di lei. Era distratto, e anche stanco per quanto fosse mattina. S’era arrampicato sul furgone già alle sette, coll’alibi del lavoro, ma in realtà era scappato per l’insofferenza alla casa, alla cucina. Anzi si può dire che proprio l’appartamento l’avesse buttato in strada, perché nell’appartamento, non c’è niente da fare alle sette di mattina: la televisione è inutile, le canzoni della radio dopo un po’ stufano, tutto è stanco. E quella mattina che l’aveva vista era all’inizio della primavera, aveva questo bambino per mano – una madre – e la cosa che l’aveva colpito, era che quando questa madre aveva incontrato un paio di puttane s’era messa a salutarle e a ridere con loro, pure che c’era il bambino. E allora, lui ne aveva dedotto, che pure se dai vestiti non sembrava affatto, pure se ci aveva la sottana lunga tipica della madre, e scarpe da madre – insomma forse in altri momenti della giornata faceva il mestiere. E mentre si diceva questa cosa quella mattina, che come le altre era andato a guardare le mignotte ma non se lo diceva proprio così, il bambino si era tuffato nella gonna dietro, le si era incollato al culo – mamma ti ho fatto uno scherzo! E l’insieme di questi pensieri, le mignotte, la donna alta ed enorme, una grassa madre, e il figlio che le salta addosso, questa cosa l’aveva colpito. Terribilmente. L’aveva eccitato.
Che bambino fortunato.
Non che ci avesse molto pensato, poi nei giorni successivi. Aveva un sacco di donne per la verità su cui si soffermava in lunghe relazioni immaginarie, tutte grandine e sotto un certo profilo neanche molto belle. Le osservava da lontano, ogni tanto si avvicinava cercando di essere gentile, ma non tantissimo a dire il vero, più spesso le guardava da dentro al furgone. Per esempio si intratteneva con le due puttane che stavano sempre alla stessa panchina, bevendo succo d’arancia e ridendo, di cose loro di puttane.
Veniva subito.

La seconda volta l’aveva vista da sola, la madre, tornava dalla scuola del figlio, e salutava le mignotte tra gli alberi. Allora s’era accostato poco più avanti al marciapiede, ma lei non l’aveva guardato. Camminava spedita pure, aveva sfiorato il fianco del camioncino con lo sguardo, ma senza fermarsi, verso la casa non molto lontana, come aveva scoperto parcheggiando in un angolo, dopo, con lei che di lui si doveva essere già dimenticata. A quante cose pensano le donne, si diceva vedendo la testa frugare nella borsa per le chiavi, salutare la vicina, cercare il telefono che squillava. Cose di donne ci hanno la testa piena, il dare da mangiare, il pensare ai bambini. Le amiche.

L’essere donna della donna che tornava a casa, era ciò su cui si era soffermato. Quindi non per esempio, il taglio della gonna, che una compare avrebbe valutato un po’ snob, un virtuoso stemma di classe, non il trucco appena accennato della borghesia di prima mattina, neanche il modo di salutare la signora del negozio di giocattoli o il vicino di casa. Né aveva colto nel suo salutare le puttane, una sorta di cortese magnanimità, un provvisorio scendere per di corsa risalire. Invece la grave presenza dell’essere donna, era quello che aveva registrato di lei, il corpo che si mangiava tutto il resto, ossia tutto quello che poteva capire e non aveva capito e che avrebbe potuto metterlo in pericolo. Anzi, l’immaginazione gliel’aveva trasformata in una creatura immensa e in una sorta di entusiastica allucinazione vedeva la donna torreggiare nella strada, le anche che toccavano i bordi delle case, e il seno ridondante fino al cielo, il ventre come un lago e i capelli che magari scendevano fino all’asfalto e tra i tubi di scappamento.

 

b
La donna si accorse di lui al terzo dei loro incontri, il meno casuale. Stava andando verso la giornata con muscolare decisione, il rossetto da combattimento, la borsa da professionista rampante, il figlio lanciato a scuola, e il marito fuori città. Aveva messo pure un dietologo in agenda a dimostrare che la sua lotta armata contro il destino di una stirpe di donne mediterranee, donne a forma di pera o di pentola, le spalle strette e il culo a insalatiera potesse essere limato e sfuggito. Nel suo corpo di cuoca napoletana, lei rincorreva una e pragmatica nordica, un’elvetica decisionista, una donna che sa prender decisioni e correre compatta nel corridoio di un ufficio. Per questo, quando l’autista del furgone bianco era sceso dal mezzo e si era tirato giù i calzoni davanti a lei, aveva reagito con prussiano sussiego, l’orgogliosa non chalance della donna in età che, rispetto alle ninfe e le bimbette, non si fa impressionare da un cazzo all’improvviso. Era anzi rimasta colpita dal volto liquido dell’uomo, dall’aroma di incongruenza e inettitudine. Aveva tirato dritto forse persino accennato a un gentile sorriso, contando il quarto esibizionista della sua carriera.
Subito dopo però, lui le aveva tagliato la strada e con inedito coraggio le aveva offerto un caffè gridando dal furgone. Poi, si era dileguato. Per ricomparire, alcuni giorni dopo alla stessa ora, in paziente attesa davanti al bar del quartiere, a elargire sorrisi e a piantonare la sua utilitaria.
Lei era rimasta stupita, e aveva deciso di preoccuparsi.
Ossia. Una parte selvatica e animale della sua persona, una parte di lepre, di capra, di gallina, sentiva nell’altro, la bestia impacciata e innocua, il cane con le zampe di fango sul pavimento pulito, o anche l’esiliato e straniero nella colonia lontana di cui non conosce bene le usanze, i costumi, i rituali, uno che dice ciò di cui ha bisogno in una lingua elementare e sconosciuta, che fa tutto sbagliato. Uno di cui ridere. Perché se una ha il corpo di cuoca e di madre, un figlio che ha fame, è capace di vederlo ovunque.

Un’altra parte di lei però, quella dell’ufficio pubbliche relazioni dell’azienda, quello dei tavoli col sindacato, e anche quella che sa gestire le delicate nevrosi del vicedirettore, capiva che, quando un uomo non si cura di essere ridicolo, può diventare un’oggettiva rottura di coglioni.

L’avrebbe seguita al lavoro, le avrebbe voluto parlare mentre conduceva complicate trattative con il capoufficio al parcheggio rovinando una diplomazia che durava da mesi, si sarebbe seduto sulla soglia dell’uscio di casa dopo averla inseguita, magari tirandosi giù i calzoni un’altra volta. Le venne anche il timore, che avrebbe potuto intercettare suo figlio in qualche modo.
Si era allora rifugiata nel bar a chiedere il conforto della sua colazione, del barista giovane e il barista vecchio, il cacao sulla schiuma bianca, due battute sulla vita che scorre.

c.
La vicenda aveva fatto ridere il barista vecchio, che l’aveva iscritta in prima istanza, nel capitolo del suo folclore professionale. Nella carriera di un barista l’ubriaco e il maniaco sono due punti saldi, due capitoli ineludibili, insieme allo scroccone e alla piagnona un po’ zoccola, e qui la cosa lo faceva ancora più sorridere pensando al fatto che la signora a cui era successo, era una brava donna anche di una famiglia per bene, di cui conosceva il marito e un tempo i genitori, ma che non trovava esattamente avvenente. Non solo per quella grave maternità meridionale che lei emanava, al barista piacevano le gatte pezzate che scappavano da tutte le parti, indipendenti e cattive, e non solo per la vicinanza ai cinquant’anni sulla forma del volto, ma anche per quell’autonomia efficace e arruffata che la connotava. Era colpito dalla rapidità con cui si conquistava la sua fetta di bancone, e dalla disinvoltura con cui chiedeva le cose, sempre addolcendo una sorta di pillola autoritaria con mille formule di cortesia, per favore potrei avere, non è che per caso.
Ciò non toglieva e anzi aiutava il fatto che avessero un rapporto amichevole e a tratti cameratesco. Più ridendo che prendendola sul serio la rassicurò e la signora rimase incollata al bancone fintantoché il suo nuovo innamorato non avesse tolto le tende.

Quando nei giorni successivi era tornata da scuola al bar, si era trovata a controllare il tragitto nella speranza che non capitasse il furgone bianco – e quel paio di volte che in effetti l’aveva scorto in lontananza si era ritrovata addosso il fastidioso pensiero di dover cambiare tragitto, orario e via di seguito. Ma una volta nel bar aveva scoperto con sociologica stupefazione, di essere diventata un caso narrativo per un verso, e per un altro, che le sue quotazione erotiche erano risalite. Se alcuni maschi la guardavano con la franca risata che riserva alle vecchie, diversi altri ora la salutavano con rispettosa e galante deferenza, come se l’ipotesi di una pacca sul suo vasto culo, ne avesse illuminato una nuova appetibilità, l’avesse reiscritta nel regno delle femmine desiderabili. Tutto dipendeva non tanto da lei ma da come, il nuovo maschio della comunità che ora stava solerte sorridente e incongruo proprio vicino ai cassoni della spazzatura, venisse qualificato: se l’erede industriale dello scemo del villaggio, o invece un maschio fratello solo un po’ introverso, con cui si potrebbe parlare di calcio.
Buon giorno signora.

L’unico a prendere la situazione sul serio, e a considerare la questione nei suoi realistici confini, era stato il barista giovane. Una betulla di nuova generazione, che aveva avuto la mamma in ufficio, e pure la mamma del suo migliore amico, in ufficio, uno con la sorella iscritta a economia e che magari era innamorato di una vigorosa barricadera. Un maschio di nuovo conio quindi, abituato ad altre sintassi e altri universi, non solo altri modi di chiedere il sale a tavola ma anche altre comunanze. Il barista giovane era uno che aveva lavorato con delle ragazzine bariste giovani, e insieme avevano diviso una paga oraria in nero, un capo cafone. Il barista giovane, era l’alfiere di un altro mondo, e non gli faceva fatica capire che se che se ci hai un tizio che ti viene sotto casa a tutte l’ore e al bar tuo e a scuola dei figli tuoi non sei contento. Ossia, non è che il barista giovane capisse qualcosa che gli altri non capivano, ma femmine e maschi nel suo mondo, fuori dal bar erano seduti sulle stesse seggiole, e gli aggettivi che si usavano per le cose della vita erano gli stessi per tutti. Non si stava in piedi con le signore e seduti con i signori.
Nella sua flemmatica dichiarazione di solidarietà in ogni caso, c’era anche una omunicazione al mondo degli altri maschi, barista e avventori, una roba di padri e figli, di centro e periferia.

d.
La signora tuttavia gli fu grata. Era in uno strano, e antichissimo imbarazzo. Nel monopoli della sua esistenza consueta, dove si susseguivano in miniatura le cose grandi che altri e altre avevano attraversato, riviveva la replica innocua di altri più dilanianti imbarazzi. Se al nero fanno una battuta sui neri, con affettuosa gentilezza il nero deve ridere perché quell’altro lo vuole tra i suoi e lo sbianca del gentile candore dell’appropriazione, oppure incupirsi e chiudere la relazione perché anche in quell’amicizia ci vuole una battaglia? E quella battaglia non farà alla fine che renderlo ancora più nero e il bianco sempre più bianco? Niente sancisce nei rapporti di forza la misura definitiva di chi vince, quanto la parola di chi è disposto a ironizzare su di se. Ma allo stesso tempo, niente celebra una separazione, e spesso e volentieri la qualità di una gerarchia, meglio di una separazione. Per questo la signora fu grata al giovane e alla sua generazione tutta. Il giovane le aveva permesso di sostare in un posto in cui era affezionata, senza sentirsi sbiancata dai doveri di una signora ammodo.
Intanto l’uomo che l’aspettava poco lontano dal bar la vide uscire, si sentì quasi illuminato dal suo benevolo ottimismo, che in cuor suo lesse però con parole proprie: evidentemente lo stava invitando, gli stava dicendo che poteva venire con lui, oggi poi ha messo dei pantaloni con una maglietta deve averlo fatto per me, le stanno stretti apposta per me.
Decise di seguirla.

Racconto ricordato per salutare.

 

Erano passati molti anni di delicato apprendistato, diligenti incursioni, adattamenti reciproci, anni di dialetto impenetrabile, e discorsi e valori e modi lontani e in parte irriducibili. Anni in cui, quando andava a visitare la suocera in paese, c’era il problema di cosa mettersi, e di cosa parlare e cosa no, e se vi era il caso in cui fosse lecito arrabbiarsi.
Per esempio i pantaloni di lino rovinati in fondo, la suocera non li sopportava. Per statuto etico delle cose che vanno ben tenute, perché una nuora deve sorvegliare qualsiasi orlo, perché che vezzo è questo, se non testimonianza di una impunita quanto amorale prosperità.
Per esempio quali parole poter usare, per evitare le significanze di un vocabolario troppo sofisticato.
Per esempio la gestione della stizza e della noia. La suocera amava molto parlare di morti, di parenti parenti ad altri parenti, di tutto quel mondo distante e lapidario.

Soltanto una mattina di agosto, sarà stato per lo meno l’ottavo o il nono da che la conosceva, la nuora sentì bruciata la distanza.
Erano rimaste sole nella cucina bianca, stavano sedute su sedie di paglia vicino il frigorifero, sotto la luce della porta aperta che dava sulla ghiaia. C’erano una credenza di formica, che lei non poteva che considerare come terribilmente brutta, con sopra tutte cose terribilmente brutte: cornici di ceramica piene di fiori rosa con la foto del papa. Posaceneri con paesaggi lacustri e baci stampati in lettere dorate. Porta penne di plastica rossa con sopra la foto di una bambina riprodotta. E insieme a tutte queste cose altre che peggioravano il paesaggio per la loro prosaica necessità – le pasticche per il cuore, le bollette da pagare, i numeri di telefono dei figli, scritti a grosse cifre e incollati con lo skotch. La giovane aveva un vestito chiaro, aspettava un caffè e provava una vergognosa tenerezza.
La vecchia rammendava faticosamente qualcosa.

Quella mattina di agosto la suocera si mise a parlare di suo marito, morto anni prima. Un uomo intelligente, determinato, complicato e tormentato, e certo– tormentante. Sulla credenza vi era ancora una foto di lui che riempiva lo scatto di uno sguardo dolcissimo e magnanimo. Eppure nella sua vita con lei, erano state più le volte in cui aveva urlato, e rimproverato e umiliato. Ma non si fanno mai foto di questi momenti dell’anima – per quanto frequenti.
Teneva la testa china sulla stoffa e raccontava di questo onesto e amato lavoratore. Che la mattina all’alba si svegliava per curare la terra dei signori, e dava consigli, e si industriava, ed era davvero un ottimo dipendente suo marito, che si era spezzato la schiena per la terra degli altri.
Parlava in modo piano, tessuto di rurale buon senso, della necessaria onestà come fatto naturale – come le stagioni, e il ciclo della frutta.
Allo stesso tempo qualcosa si arcaico e rassegnato e sottilmente rabbioso si insinuava. “E poi – diceva alla nuora piantandole gli occhi negli occhi, cercando la donna che capisse l’altra donna – la domenica si metteva con una seggiola sul campo a leggere il giornale”
Si lisciava allora il vestito di nylon a fiori, comprato al mercato con distaccato pragmatismo.

La giovane annuiva, e anzi sorrideva sforzandosi di far capire, come poteva toccare il sentimento di una povertà ignota. L’altra non pareva cogliere troppo, rideva in modo enigmatico, forse il dialetto e la maschera del tempo la rendevano più indecifrabile. Tuttavia:
“Per questo sono stata contenta – continuò – quando è morto mio padre e io ho avuto un pezzetto di terra. Proprio un piccolo pezzetto di terra, che non ci potevi fare niente, non ci potevi fare certo i soldi su questo piccolo pezzetto di terra, forse delle piante così per noi. E però mio marito avrebbe potuto andarci la domenica, e fare quella cosa li,sedersi su una seggiola prendere il giornale guardare il paesaggio.
E fare il signore a casa propria.”

(La nuora si commosse, per via dell’amore nelle parole, e della distanza accorciata. Tuttavia sapeva da tempo che sarebbe successo, fin da quel primo giorno in cui le fu presentata. Quella prima volta, contravvenendo a qualsiasi idea di pudore e buona creanza, la prima cosa che la suocera disse fu – noi siamo poveri, se cerchi soldi non ne trovi. Ruvida e diretta e anche un po’ provocatoria.
Una prova che lei superò senza smentita, perché le rispose altrettanto ruvida e altrettanto seria. “Non me ne frega dei soldi, ci ho i miei.”
In quella prima transazione tutt’altro che sentimentale, si erano riconosciute due donne simili e molto sentimentali.)

Abbracciare un bambino che piange

 

 

Ci sono dei bambini piccoli, molto piccoli – che per qualsiasi cosa piangono e si arrabbiano, e magari risultano anche molto irritanti. Cominciano a piangere per qualche motivo, per esempio una mal tollerata frustrazione, un rifiuto che spiace e continuano senza requie. Alcuni genitori di questi bambini, interpretano allora il loro pianto come una comunicazione nei loro confronti, una forma di dominio e di imposizione, un atto ricattatorio. Magari l’adulto si sente in colpa per aver frustrato le aspettative del bambino, perché nella sua testa sono mischiate le motivazioni nel suo interesse e quelle nel proprio. Si tratta di una miscela quanto mai umana e forse etologicamente necessaria, ma il fatto è che ora, i suoi interessi personali sono terribilmente ingombranti. Allora il pianto di questo bambino sarà un po’ un dito nella piaga della percentuale, più o meno fisiologica di egoismo – e forse di altre percentuali più o meno fisiologiche, come quella di narcisismo. Uffa, questo bambino che piange in mezzo alla strada! e che diranno di me le persone che ci vedono e lo vedono che batte i piedi ed è tutto rosso???! Smettila Smettila! E tanto più il genitore non si sente al suo posto, nel suo diritto bestiale di essere Madre e Padre, e tanto più griderà con fervore.
Il bambino che piange è un antagonista e anche, un testimone del suo presunto dilettantismo.

Non tutti i bambini piccoli fanno come questi. Certi per esempio, sono persino troppo educati e docili, bambini che imparano drammaticamente presto che non hanno alcun diritto a chiedere, bambini che sanno di doversela arrangiare da soli. Come ci sono bambini che hanno un accesso forte a una serie di risorse interne mentre l’ira e la rabbia le contattano con più lentezza. Questi bambini che piangono come ossessi invece, vuoi per genoma, vuoi per storia psichica, sono bambini che contattano velocemente e intensamente la rabbia, che la toccano subito.

Il fatto secondo me sottovalutato, e che spesso si crea un grave fraintendimento. Perché quando il bambino di un anno o due o tre continua a piangere disperatamente perché non può avere il secondo gelato, si crede che stia comunicando il fatto di volere il gelato disperatamente, quando invece a ben vedere quel bambino sta combattendo un’altra battaglia. Il fatto è che quel bambino è entrato in una stanza, la stanza della rabbia e dell’ira, del pianto e dell’angoscia, e non sa più uscirne, ripete meccanicamente che la questione è quella pregressa, uffa il gelato uffa uffa uffa, ma non sta scegliendo di piangere, è invece prigioniero di uno stato d’animo, regressivo, preverbale, in cui gli stati d’animo producono una pulviscolare presenza di micropensieri, o sentimenti, che non si riescono a organizzare in nessun modo, e c’è solo una sorta di atmosfera prevalente opaca e frustrante. Il genitore che rimprovera e basta: lui in pedi alto e quello piccolo che piange, non fa che rafforzare questa sensazione desolante di stare in una stanza piena di rabbia dove non si trova l’uscita. Il genitore è percepito come lontano, alle volte io credo neanche percepito, una falsa presenza che non aiuta a risolvere questo problema della porta della rabbia.
Il bambino a quel punto manco lo guarda più.

Quella porta li, non si impara mai a trovare con le parole. Ci vuole qualcuno che faccia dei gesti fisici, ed emani gli strumenti dell’elaborazione degli stati d’animo con il mero corpo. Ci vuole il bestiale dell’abbraccio, e del tono di voce basso e conciliante. Perché queste due cose, indicano materialmente la via d’uscita – vieni via da li, dice il genitore che abbraccia, vieni via dalla rabbia guarda come si sta meglio qua, solo qua si mettono le cose apposto.
Una cosa che nell’esperienza ho trovato utile, e che materialmente suggerisco, è quella di abbracciare il bambino e mettersi alla sua altezza e dirgli piano di respirare con la pancia per mandare via gli stati d’animo cattivi. Solo quando avrà ritrovato la calma si potrà certo spiegare la ragione della frustrazione, e della sua necessità. Ma fare questo gesto, creerà una serie di importanti effetti, perché questo gesto è infatti quello che gli analisti chiamano Reverie, e che non è semplicemente il fornire affetto e cura, ma il fornire uno strumento materiale che il bambino usa per trasformare gli oggetti psicologici che lo colpiscono. I bambini cioè devono poter usare i genitori, come prima cosa, devono poter usare il loro corpo e il loro dominio delle emozioni. Quando avranno appreso servendosi di loro il dominio delle emozioni, potranno accedere al regno del super io e della morale. Potranno quindi essere non solo limitati, ma anche rimproverati. Prima è tempo sprecato, e peggio prima sono solo semi per magagne a venire.

Sembra una cosa sciocca questa – ma ho scoperto che moltissimi genitori possono fare fatica a fare un gesto così banale, per un mucchio di motivi comprensibili. Il primo è di ordine cognitivo – una visione adultomorfa da al pianto un intenzione che invece il pianto aveva magari all’inizio, ma dopo non più. Ma soprattutto è il bambino interno dei genitori quello che gli fa fare la sua parte, un bambino a sua volta scontento che si adopera per mantenere in vita la sua scontentezza. Il genitore che non sa abbracciare un piccolo di un anno e mezzo due, può essere una persona gentilissima ma che difetta di una sintonizzazione emotiva, per il semplice motivo che nessuno al tempo si è sintonizzato con lui e con lei, il bambino di ora anzi, agli occhi dell’inconscio di questo genitore gli ricorda il bambino rabbioso che è stato, e che ora anzi pericolosamente potrebbe tornare ad essere: anche lui o lei sono stati bambini che nessuno sapeva far smettere di piangere, e oggi sono persone sempre molto malmostose o risentite. Altre madri o padri, sono stati invece bambini bravissimi ed educatissimi perché proprio dimenticati, e la loro acquiescenza è stata una strategia di sopravvivenza, e l’idea che ora il loro figlio sia capace di chiedere ciò che non hanno mai chiesto, li rende pazzi di invidia, pazzi di invidia dell’infanzia che non hanno avuto.

Abbracciare i propri bambini allora, anche se esito di un suggerimento come dire, quasi pedagogico, e quindi all’inizio poco spontaneo, può essere un cosa buona anche per i genitori, perché è un’occasione per riscrivere anche la loro storia, un modo di dire, sono capace sono capace sono capace di avere dentro di me un grande che sa indicare a un piccolo la porta d’uscita dalla rabbia.E ancora:  sono capace di riscrivere la mia storia.
E’ una cosa sciocca – ma è di capitale importanza – e lo capiamo meglio se pensiamo ai sentimenti non come categorie della psiche alternative ai pensieri, ma come invece categorie della psiche che organizzano i pensieri e ne costituiscono la sintassi. L’emergere del pensiero e della personalità è qualcosa che arriva da un mondo di stati d’animo/assunti che noi adulti descriviamo a parole in mancanza di meglio, ma che non sono parlati, sono anteriori al linguaggio, sono frasi emotive. Abbracciare è un modo per creare il terreno per accedere al linguaggio, oppure per riportarci qualcuno che ne è uscito.
Se nessuno adulto farà mai questa cosa con il bambino, il bambino rimarrà una vita con questo problema di gestire dei contenuti pericolosi e aggressivi che in certi momenti della vita ritornano allo stadio anteriore alla parola.

The Jung Pope

 

Ho finito ora di vedere The Young Pope, di Sorrentino. Ne voglio parlare, perché mi è piaciuto molto, anzi, non so quanto tempo passerà prima che incontri di nuovo qualcosa che mi piaccia altrettanto, e ne voglio scrivere perché è uno di quei lavori che mi metto in un mio personale arsenale professionale, in una mia immaginaria biblioteca dove oggetti di qualità estetica hanno una loro spendibilità nel mondo della clinica.
Preliminarmente voglio dire – non mi occupo né di cinema né di televisione e questo post televisivo lo è solo pretestualmente, non potrò infatti parlare dei meriti di fotografia, e di montaggio e di regia di questa serie, della capacità estetica e iconografica di Sorrentino nell’inventare mondi – qualcuno spero però che scriverà di queste cose, qualcuno anzi sicuramente l’avrà già fatto, e qualcuno si è forse addirittura stizzito, perché l’estetica qui è talmente esplosiva che schiaccia, sembra fare storia a se, è talmente potente che viene da dire, ah il compiacimento, ah la trina inutile. Sarebbe un giudizio comunque ingeneroso – perché l’estetica di questa serie è la fenomenologia di un altrettanto densa sceneggiatura, che ha a sua volta una profonda chiave metafisica e concettuale, in sfacciata controtendenza rispetto al modo contemporaneo di pensare al concetto di fede, ai problemi che implica e a tutta un altro ordine di significati che mi vengono in mente, e che cercherò di argomentare qui.

Lenny Belardo è un Papa insolito e, forse casualmente, agli antipodi non solo del Papa attuale ma dell’idea che generalmente abbiamo di papato. E’ giovane, bello, distante, antipatico, impenetrabile, e con un’idea di diocesi e di fede attualmente in disarmo: la fede come frustrazione, la fede come stato psichico e posizione esistenziale di totale dedizione, la fede come sottomissione premoderna a un paterno totalizzante. Il divino come incarnazione di un imponderabile, di un capriccio a cui sottomettersi. All’inizio della serie, il Papa giovane oscilla tra godimento nell’identificazione con il divino, e fustigazione nel suo esserne servitore e testimone. Non si fa vedere ai fedeli, quando si esprime si arrocca su posizioni molto rigide, che si dipaneranno in tutte le puntate. Ostilità agli omosessuali, Scomunica in caso di aborto – e una generale propensione spontanea alla frustrazione delle aspettative altrui. Un Papa antico e cattivo. Che chiede una perfezione di se, per la quale l’umano non è sufficiente. Intransigente come tutti i giovani, tetragono come tutti gli infelici, Pio Tredicesimo semina morte al suo passaggio. La chiesa si svuota, i fedeli si allontanano, pochissimi resistono alle prove che chiede, e muoiono – muore il giovane seminarista che voleva diventare prete, muore il suo amico fraterno quando torna in Sudamerica, attraversa una terribile devastazione – il meraviglioso Padre Gutierrez, che però vincerà. Chi lo guarda però sa, che c’è qualcosa di vero e sacro, in questa sua dannazione all’intransigenza –   questo Papa è un Santo, qualche volta fa veri miracoli. Anzi,  la vertigine del Sacro va incontro nel dipanarsi delle puntate a una metamorfosi narrativa: the Young Pope, è il romanzo di formazione di un uomo per un verso e della fede per un altro.

Credo che per capire bene dovremmo scorporare due letture possibili.
Una prima lettura, è più semplicemente psicologica. Lenny è stato abbandonato da bambino, ed è cresciuto in un orfanotrofio, sotto le valide cure di Suor Mary – meravigliosa madre vicaria, ora sua segretaria particolare. Non si da pace, di questo abbandono primario, che lo tormenta ossessivamente, e che sembra essere la matrice originaria della sua esistenza: il padre della carne si è ritratto, negato, l’ha abbandonato – Dio viene costruito a sua immagine e somiglianza.  Il padre  vissuto come assente, e quindi straordinariamente potente e platealmente persecutorio,  come tutti gli oggetti importanti ed emotivamente assenti è mortale per Lenny, mentre la perdita della madre lo  ha reso certo infelice e cattivo, ma Suor Mary è stata un valido oggetto sostitutivo che l’ha protetto dal crollo psicotico. Per questo padre abbandonante invece non ci sono sostituzioni salvo un Deus Absconditus terribile quanto ritratto, Lucreziano, perverso – le madri saranno colpite solo nel loro desiderio di non essere madri.

In questa lettura psicologica, la storia di Pio Tredicesimo è il romanzo di formazione di una adolescenza protratta, e ibernata al sacrificio a Dio, al maschile, in un certo senso alla carriera. Lenny ha un fugace contatto con il femminile, che continuerà a coltivare in lettere segrete che non spedirà mai, ma si arrampica nella angosciosa carriera del maschile dimezzato, nel parossismo dell’incompletezza psichica, efficace, inappuntabile, incorruttibile, fuori dalla relazione. Papa nel tempo di un lampo – ma un Papa gravemente nevrotico.
La nevrosi della sizigia assente, lo porta a far ammalare la chiesa tutta, e i devoti tutti. Lo porta a chiedere l’iniquo nel tentativo estremo di compiacere un oggetto malato interno, lo porta anche in un certo senso a disconoscere il suo talento innato per essere in sintonia con la sua bussola etica.
Nell’arco della serie però, piano piano si confronta con il suo desiderio di avere contatto con i genitori perduti, ed esplora una pietas e una misericordia che gli erano sconosciuti. Questo passaggio non viene benissimo alla regia, forse è il punto debole – e risulta a chi lo vede meccanico, non ben articolato – forse ci voleva semplicemente un paio di puntate in più, perché non sono le idee a essere sbagliate, ma il tempo narrativo contratto. Una serie di eventi costellano l’emergere della misericordia, del femminile interno, ed è molto bello e psicologicamente congruo che siano messi in relazione con il suo cambiamento: Pio Tredicesimo che è sedotto dalla giovane mistica, attratto, e che fa si che rimanga incinta, e che desidera stare intorno alla sua creatura, Pio Tredicesimo che manda – l’alcolizzato, abusato, omosessuale Gutierrez – incarnazione di una sua parte malata ma eroica, a risolvere lo scandalo scabroso della pedofilia. Il Bildungsroman del Giovane Papa, si compie quando non ha più bisogno di Suor Mary, e sceglie Gutierrez, il prete omosessuale e alcolista come suo segretario particolare. Interiorizza il suo desiderio di crescere il bambino della mistica, esplora il suo desiderio di contattare i suoi genitori, accetta di predicare in pubblico e fare il Papa. Il Papa mostra un contatto con il lato femminile della fede. Adesso voglio che sorridiate tutti!
Nella predica di quell’evento memorabile, a Venezia, città dove fu abbandonato, crede di vedere i suoi genitori – che lo ascoltano egli voltano le spalle. Ne morirà.

Per una seconda lettura – più junghiana – vorrei che si facesse un passo indietro, sulla disamina del concetto di religiosità secondo Jung. Una delle grandi correnti distorcenti, delle critiche superficiali fatte allo junghismo, è quella di vedere nell’epistemologia junghiana una qualche devozione a una religione positiva piuttosto che a un’altra, e nell’approccio di Jung un che di religioso. Non è corretto, non è preciso. Il modo di Jung di parlare di religione è un modo quasi antropologico, e filosofico, oppure squisitamente psicologico, per il quale il contatto con il Divino è una soluzione agibile al di la delle differenze culturali e sociali per contattare l’archetipo de Se, il tao, il principio originario dell’umano. La preghiera è un modo congruo per contattare l’archetipo del Se. Intorno a questo archetipo gli umani non sono ancora né buoni né cattivi, sono cioè anteriori alla loro declinazione storica. Questo modo di intendere la fede, è qualcosa di molto laico, metafisico e mette insieme la tradizione laica della filosofia occidentale, con le tradizioni medioorientali. Non chiede la conversione a questa o a quella religione, ma un non mediato contatto con la trascendenza – che junghianamente sconfina nello psichico.

(Per capire quanto è laica questa cosa, voglio citare un esempio personale.
Molti anni fa, raccontai a Gian Franco Tedeschi mio primo maestro, che mio padre – un ebreo ateo – la mattina prima di andare a fare il suo lavoro di commercialista – si svegliava intorno alle sei, e leggeva libri di astrofisica, o di filosofia della scienza. Io ne ridevo e la trovavo una bizzarria, Tedeschi invece – mi disse gravemente: questo è il suo modo di pregare, non dissimile al tuo quando leggi di psicoanalisi. Come se pregare appunto fosse il modo di toccare la trascendenza passando per le cose vere per se, e poi per il Se. Come se ci fosse una strada che passa per una concentrazione su ciò che ci piace fare.  – Dio è nelle cose che ci piace fare, dice Benedetto tredicesimo all’inizo –  Non so se afferrai del tutto, non so se ho afferrato ancora del tutto, ma mi mise in pace con delle cose, mi ha dato una piattaforma su cui ancora mi muovo con agio.)

Tornando al Giovane Papa, nessuno degli eroi della serie, è ontologicamente cattivo: sono peccatori tutti, ma anche brave persone disgraziate che lottano per la vita e per il bene come possono. Angariati dall’immanenza cercano in malo modo di contattare l’archetipo del Se, con alterne vicende. Lo fa lo splendido Voiello, e lo fanno tutti gli altri in modi maldestri o efficaci. Ma se adottiamo questa lettura junghiana si può decidere che questo è un testo sulla fede, sulla formazione del sentimento religioso, ma si può anche decidere che è un testo sulla costruzione di un uomo, dell’uomo,  della sua completezza, del suo contatto con se stesso, e dell’integrazione dentro di se dei compiti esistenziali che gli sono necessarii per superare la sua adolescenza simbolica, il suo costante stato latente di figlio.

Passeggiata Romana (2013)

Le città sono fatte anche di cicatrici, intorno a cui si arrampica di nuovo il sangue dell’edera, i cui bordi si cicatrizzano nel tempo in paesaggi sopportabili, le ferite diventano allora lineamenti, la possibilità di espressione di un mondo interno, strade su cui si può camminare anche se sono dritte come solo la perfezione di una sciabola può fare, e profonde solo come la violenza di chi sventra può permettere.
La pelle ambrata di Borgo Pio intorno alla via della conciliazione, il dorso ruvido di un rinoceronte, dietro i palazzi di Corso Vittorio. Le chiese ritratte di fronte all’arroganza del rumore.

E poi il rasoio che ha fatto il quadrato intorno all’ombelico di piazza Argentina, e il coltello per la carne che affonda, asfittico, su via del Plebiscito, fino alla strage di medioevo e finestre piccole nelle bestie di pietra del ghetto, che ha fatto l’incauta spianata di Piazza Venezia, una distesa di illogica e disordine intollerabile, di false redenzioni in aiuole ordinate, di palazzi che reggono per l’ambizione e la nostalgia di un potere ceduto.
E poi via dei Fori Imperiali – immensa, persino ingenua nella sua tracotanza.
Pure, tra tutti questi squarci, è la mia preferita.

Non è tanto per il fatto che con quell’approdo smargiasso al Colosseo, è come i vestiti di tulle delle ragazze povere alle feste, fumo negli occhi di una falsa ricchezza, di un impero per un momento credibile, Sentirsi minimi sui marciapiedi larghi, i tappeti rossi per la sfilata militare, le colonne romane su un fianco, e la capitale che si arrampica dall’altra parte. Non è la truffa del potere, la storia lucidata e dilatata fino al collasso.

Ma è che in un preciso punto dove conviene passare alle ore oblique del mattino o del far della sera, subito dopo il terribile Altare della Patria, in mezzo alle colonne alle rovine, ai desideri avanzati, e alle favole degli scrittori, ecco guardando a destra, all’orizzonte, si stagliano due altissime palme, di tipo californiano sembrerebbe: secche arrivano fino al cielo con un ciuffo di foglie alla fine.
E io quelle vecchissime palme gemelle che sono li da quando io nacqui e forse prima, le trovo esotiche, audaci, e dolci. Mi pare che regalino all’improvviso un sogno diverso, che tra loro ci sia il passaggio a un altro mondo, a un altro tempo: di qua il passato che non passa –  di la un futuro impossibile di nuovi deserti, nuovi oceani chi sa.
Palme come colonne d’ercole,.

Viene voglia di piegare il tragitto, rinunciare alla meta della consuetudine, scavalcare transenne e tagliare in mezzo ai ruderi, come se fosse il prato della prima volta. Come certi sconfinamenti dell’infanzia.
Invece si continua, si sorride alle palme californiane, e si asseconda la strada del potere che è diventata vecchia anch’essa, e la si perdona.
Un po’ troppo.
.

Una predica

 

 

Mi è stato chiesto da molti, un post su questa triste vicenda di Lavagna – dove un ragazzo si è tolto la vita, dopo che la finanza ha perquisito la casa per trovare delle droghe leggere. La rete si è infiammata, prima di tutto perché il suicidio di un giovane infiamma, ma poi perché ha scoperto che è stata la madre a chiamare le forze dell’ordine. Oggi, è su tutti i giornali l’orazione funebre della signora, che ringrazia le Guardie di Finanza, e chiede ai giovani di prendere in mano la propria vita.

Ho letto molti giudizi su questa vicenda, la rete pullula, la maggior parte dei quali riduttivi e immediati, non pochi – involontariamente – sciocchi. Penso però che, allo stato attuale dell’arte tutti siamo figli, tutti siamo figli di una madre, tutti siamo, a nostra volta madre e padre. Un evento del genere non può che cortocircuitare nostri incadescenti simboli interni, le nostre aspettative tradite da figli e da padri. E siccome la storia di un genitore che si rivolge alle forze dell’ordine è la storia di un genitore che sembra abdicare alla sua funzione genitoriale, e che chiama l’aiuto di terzi, aiuto a cui poi invece segue la morte, ci fa lampeggiare la nostra idea di figlio, di padre, di sostegno e di contenimento, tutta quella storia ci sollecita, ci tira fuori cose, dobbiamo dirle per forza per sopportarle. Specie, se abbiamo figli. Quindi, io davvero capisco il bisogno di reagire e di dire pareri, di condannare e di trovare sentenze commestibili. Un ragazzino che si ammazza è uno scacco matto, una chiamata all’angoscia intollerabile. Uno pensa ai propri figli e scappa subito nella gogna, e anche se pensa ai propri padri – forse gli viene da fare lo stesso.
Io non sono così! Non sono così! Non sono così!

E’ legittimo. In un primo momento persino fisiologico.  Vorrei solo dire però, che questo è rischioso prima di tutto per noi stessi. Se trattiamo così male l’ombra incarnata negli altri è segno che con la nostra non ci vogliamo parlare. L’incapacità di aspettare delle informazioni, o ancora meglio l’incapacità di tollerare il fatto che l’assenza di informazioni deve far sospendere il giudizio è un agito nevrotico che più che scaricare l’angoscia la moltiplica e la lascia innescata. Allora io dico: ci siamo sfogati, abbiamo detto delle cose che avevamo bisogno di dire, ora teniamo il punto su alcune cose.

  1. Questa è una vicenda di adozione che sembra essere stata poco assistita. Dove un bambino è arrivato in una casa straniera forse dopo essere stato precedentemente istituzionalizzato. Un passato segreto e roccioso lo riguarda, e la prima cosa che mette in discussione è il suo diritto di essere figlio. Lo stesso diritto alla genitorialità non se lo riconoscono la maggior parte delle madri adottive, che devono fare un sacco di strada per combattere il giudizio di Dio che ritengono sia stato impresso nella loro difficoltà a fare bambini. Hanno torto naturalmente, quel diritto ce l’hanno eccome. Ma queste storie di corpo e psiche delle donne sono poco accessibili alla razionalità. L’adozione tocca un tabù filosofico, emotivo, che tutti ignorano bellamente, non rendendosi conto che strade difficili e anche belle attraversano certe famiglie che si formano in questo modo. Intorno a questa vicenda io leggo gli itinerari dei dolori di queste storie. Itinerari il doppio difficili, il triplo dolorosi, di quelli che emergono dalle nascite naturali. Tanto più se c’è una voragine di ricordi che dura ben due anni, i più importanti della vita nostra. Non sappiamo. Questa prima cosa non sappiamo come si sta, cosa è successo. Sappiamo però che quella è una prova difficile, e che psicologicamente se non è aiutata è foriera di guai non lontani da questo. Ora arriva questa vicenda plateale, ma la fuori c’è un mondo di sfide. Attenzione dunque.

    2. Questa vicenda è avvenuta in un paese, in seno a una coppia che si è separata. Dove un padre ammette di non essere riuscito a trovare un contatto e una madre, che forse sulle droghe leggere ha messo dei significati peculiari, ha cercato di attivare in malo modo una funzione paterna fuori da casa. E’ stato un atto infelice, che forse vuol dire delle cose – possono essere un miliardo. Ma ancora una volta noi non sappiamo. Non sappiamo manco com’è stare in un paese da sola, adottare un figlio e separarsi.  Però una cosa la possiamo immaginare. Avere un bambino che ti dice che la vuol fare finita, e avere un figlietto che la fa finita, madre adottiva o no, è una cosa che ti mette un principio di follia dentro. Pensate a come si sta. Siete sicuri che direste così disinvolti che il problema non sono le canne?

    3. Vale per questo ragazzo quello che valeva per l’altro. Ossia il sacro diritto della complessità, e della grande scomodità nella vita. Non facciamo ad altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi stessi, e non togliamo all’altro il diritto a una sofferenza così terribile, e a un ordine di storia privata così complicato, da cavarcela con ah ma non si manda la pula, ah mamma cattiva. Sopportare che qualcosa ci è precluso, misterioso, lontano vuol dire pure, permettere di difendere la propria complessità. Difendetevi. Domani anche a fronte di una misteriosa felicità potreste dire a qualcuno di farsi i cazzi suoi.

 

 

 

 

Note su Sanremo 2017

Si è concluso ieri sera un Festival sobrio, finanche noioso, con un grande successo di pubblico, e allora oggi scrivo un posterello per il blog in proposito, come d’altra parte ho fatto anche in altri anni. Perché il Festival mi piace sempre, ci ho fatto pace con questa cosa, mi piace cioè in primo luogo per un godimento nell’hic et nunc, le canzonette, i vestiti, la coralità, in secondo luogo nella possibilità di condivisione, di esperienza momentanea culturale condivisa, in terzo luogo e solo in terzo luogo, che viene incomparabilmente meglio quando ci sono il primo e il secondo luogo, per il piacere che mi da la disamina sociale, i cultural studies rispetto ai fenomeni di costume, anche se certo in maniera spicciola e subitanea come questo articolo.

La prima riflessione che mi viene in mente, riguarda il dato auditel – abnorme rispetto a un’edizione per parecchi versi deludente, noiosa, quasi in difficoltà. Il finale ha visto uno share del 58 per cento. Una cosa veramente incredibile. Credo che questo dato sia l’esito non tanto di un format – un po’ in difficoltà – ma della moltiplicazione di due fattori: il primo è il fattore De Filippi, un personaggio di cui le accademie dovrebbero occuparsi con meno elitarismo considerando la sua capacità di trascinare le masse, andando spontaneamente in direzione ostinata e contraria a tutti i clichet del carisma televisivo, femminile in particolar modo. De Filippi, ne parlo dopo, si è portata dietro un’audience composta dai ragazzini dei talent e le casalinghe di c’è posta per te, e l’ha immessa nella percezione del festival. Il secondo fattore, penso possa essere la funzione svolta, addittivamente dei social network: dove si è svolto un gioco collettivo secondario, di commento, di partecipazione, di divertimento, ironia e falsa distanza che io credo abbia invogliato molti a guardare il programma, pure dicendo tutti in coro che questo era un festival pallosissimo. Questa cosa potrebbe essere un’indicazione per il futuro, che sarà interessante osservare: la rete tende a mediatizzare come dire, a un secondo livello esponenziale, oggetti già mediatizzati. Li riconfigura, li ripropone li ridisegna. Ne rifà i contorni e anche quando è vissuta da soggetti che sperano di autoproclamarsi come elitari – in realtà tramite essi, finisce per rafforzare la potenza culturale di un fenomeno.
Sento che parlate di Sanremo! Hanno scritto quelli che avevano bisogno di far sapere che non lo vedevano.
E Sanremo ha trionfato.

Malgrado canzoni in buona parte oneste ma modeste, e una conduzione professionale ma molto frenata. Non parlo tanto di come hanno condotto Conti e De Filippi, anzi sono sempre incantata dalle competenze degli animali da palcoscenico di lunga percorrenza. Anche in questo caso ho ammirato quel saper gestire il volto, i passi, i nomi, la fatica gli spazi e i tempi scenici, la relazione con le altre soggettività, un saper lavorare che è parte sapere della testa parte sapere del corpo, con quell’arsenale di automatismi che non sempre sono pensati razionalmente e ricordati, quando si sa fare una cosa da tanto tempo. E insomma, anche in questo caso, due grandi bestioni del palcoscenico. Ma è stato scelto di evitare polemiche, evitare umorismo becero, evitare cattivo gusto – e questo sinceramente l’ho apprezzato, sono state azzerate gag sessiste scenette imbarazzanti con gente che fa vedere mezza zinna o il fil di passera – ma si è avuto paura di sostituire queste cose con qualcosa di smart, con una conduzione attraente. Si è avuto paura di un contenuto brillante sulla scena. E così il festival, rispettando il suo ruolo di icona culturale, ha ritratto fedelmente la crisi creativa di un paese che ovunque vai, sembra obbligato a scegliere tra le mignotte e la noia mortale.
(Ho rimpianto Antonella Clerici per fare un esempio, altra regina sottovalutata dalle elites culturali, e il colpo di genio dell’Armata Rossa. Ho pensato all’Armata Rossa e mi si è aggiunto del dispiacere. Ma al di la della tragedia recente, l’Armata Rossa a Sanremo è stata una grande soluzione glam.)

Un po’ forse è stata la – misteriosa cifra stilistica di Maria De Filippi. Una donna non estroversa, non particolarmente bella, non particolarmente elegante, anzi una donna a cui riconosciamo tutti il merito di difendere con orgoglio una assoluta mancanza di buon gusto, che emana un’idea di pensiero strutturato ma non spocchioso, che parla sempre con una voce bassissima e che dunque, come certi terapeuti apparentemente noiosi e con poco da dire, ha la capacità di mettere il cono di luce con un solo gesto, la vitalità dell’altro, la sua identità sessuale e di genere. Sono tutti più colorati, più sessuati, più emozionati vicino a Maria, tutti più umani e nell’umano, tutti più maschi, più femmine, più padri più figli e più divi. Il modo riservato di essere di lei, qualcosa di androgino ma non sfruttato nella sua androginia, l’androginia come zona di ritrazione anziché di ostentazione – la rende paradossalmente tranquillizzante la controparte ideale per tutta quella parte di mondo che non vuole confrontarsi con un super maschio o una superfemmina che li domina o sollecita implicite competizioni. Nessuno dice della De Filippi che non è brava a punirla della sovrabbondante femminilità – come accade alla fantastica Belen. Ma neanche le rimproverano che è brutta  – anche perchè non è così vero.
Una signora con la gonna brutta al ginocchio e gli occhiali, che ride poco, intelligente esposata con un altro capoccione da tanti anni. E  che con questa veste modesta drena milioni.

Sono stata nel complesso, profondamente perplessa per la scelta di cantanti e canzoni, anche se alla fine ne ho trovate di godibili. Faccio tanti auguri a Bravi, che mi pare abbia una sua finezza che merita di trovare un bel futuro, e a Meta – che avrei voluto vincesse, mentre il podio della Mannoia, di cui riconosco la professionalità ma a cui ho trovato sempre il nome appropriato, mi ha lasciata di stucco. In generale però c’è un’aurea mediocritas un sentore di paura delle istanze creative che secondo me taglia fuori dal palco del festival le migliori risorse della canzone, e anche le sue forze più vitali. Quel borghesume in senso migliore di Conti, ha provocato gli effetti del borghesume in senso deteriore: non solo in termini di testi più o meno sofisticati, e sperimentazione musicale, ma di carica vitale. Ho trovato la maggior parte dei concorrenti di una moscezza angosciante, di una prevedibilità disarmante, a parte qualche trovata criminale in ribasso (il baricentro degli occhi: a zappare) – non trovo casuale quindi che abbia vinto questo bravo guaglione versiliano, l’unico tarantolato con un po’ di sangue in vena di tutto il festival, l’unico vivo forse, anche se a me non è piaciuto granchè. Trascina, fa cosa, ma alla fine rimastica vecchi stilemi al limite del plagio. L’ho trovato insomma un po’ datato. Ma era uno dei pochi vivi, e quindi – e comunque tecnicamente preparato e seduttivo. Lunga vita a Gabbani e tanti auguri per tutto!
E per il resto, grazie dell’intrattenimento, mi pare che il festival muova un sacco di soldi, faccia girare l’economia per un numero davvero notevole di persone, implichi un titanico dispendio di energie, e alla fine è visto dalla maggior parte del paese. Aveccene, altro chè.

Crisi, sintomi psichiatrici, gesti politici.

 

 

Pochi giorni fa un giornale – il Messaggero Veneto – ha pubblicato la lettera di un giovane appena suicidato. Dopo il suicidio la famiglia l’aveva ritrovata e consegnata al quotidiano, che non ha evidentemente saputo resistere alla succulenta occasione pubblicitaria, a uno  finto scooppismo poverello. Né d’altra parte ci sono riusciti altri, per esempio successivamente non si è trattenuto Beppe Grillo a cui notoriamente il pelo sullo stomaco non difetta mai, e che ha pensato bene di pubblicare la lettera sul suo sito, per farne un oggetto politico.
L’uso politico di questa lettera è facile. Chi la scrive si lamenta dolorosamente di molte cose che vanno male, gli affetti, il quotidiano, la vita, un senso profondo di stanchezza, il lavoro come grafico. Ma il lavoro è un problema per tutti! Ed è un problema che non si riesce a risolvere con agio. E allora può essere comodo servirsi di un suicida per fare una battaglia politica, per strumentalizzare un argomento in modo grossolano. Dopo tutto, quando si è senza lavoro o si vive in uno stato di precarietà si sta male davvero. Che non lo sappiamo?
Lo sappiamo mi viene da dire, ma solo in alcuni rari casi – ci togliamo la vita. E d’altra parte, la figata della disoccupazione è che, diversamente dai concorsi pubblici per psicoterapeuti nei CSM, che quando ci va uno e dice mi voglio suicidare lo rimandano a casa per assenza di personale, non è che O la risolvi O non la risolvi. O fai una cosa O non la fai.  Invece, a strepitare guadagni già nobiltà – perchè se fai una cosa non si vede, se non la fai non si vede e quindi appunto apposto così..

Ora. Non è opportuno ritenere che questa lettera dia dati a sufficienza per dire qualsiasi cosa su questo ragazzo, e parlarne senza conoscerlo farebbe cadere nella stessa bassezza morale di chi ne ha fatto uno strumento pubblicitario e propagandistico. E’ opportuno riflettere però sul pensiero collettivo che ha elicitato, e fornire qualche riflessione in più di ordine psicologico sul tipo di causalità che questo tipo di uso retorico lascia sedimentare. La crisi fa male, procura disastri, procura catastrofi, procura suicidi. La crisi, ha un impatto sociale tale per cui bisogna fare qualcosa. Questo impatto è immaginato con un processo di causalità ed effetto lineare: per cui si cerca lavoro, non lo si trova – oppure si ha lavoro e lo si perde e si diventa così disperati – che ci si ammazza. Basta sommare due grandezze mistiche e sfumate “la crisi” (che poi che è? Dice l’assenza di soldi) e l’”umanità” ( altra cosa monolitica e sfumata) e niente 1.0 vince la crisi.
Questo è pieno il grado di sofisticazione della psicologia popolare e bisogna dire mediatica.

Io però vorrei fornire in modo schematico, asciutto e poco letterario alcune riflessioni che sono di pertinenza della psicologia. E le faccio, perché se c’è una cosa sola a cui serve il messaggio di una persona sotto scacco che non ha ricevuto sostegno, è per indicare materialmente quali sono le vie politiche e amministrative del sostegno. A scopo di chiarezza e rapidità – sarò didascalica e procederò per punti.

  1. In psicologia oggi, si parla di matrice bio psico sociale del comportamento. Ossia siamo determinati dalla biologia del cervello, dalla qualità delle relazioni, dall’ambiente sociale. Ed è una matrice che lavora su due livelli entrambi consistenti. Un primo livello perdurante nella vita e decisamente incisivo è il corredo di oggetti biologici, familiari, sociali con cui veniamo al mondo e che determinando i primi anni della nostra vita, continuano ad operare negli anni a venire fino all’età adulta. C’è una radice genetica e biologica che variabili contestuali  – familiari prima e sociali poi, possono slatentizzare. Quindi per esempio: in una famiglia c’è una madre gravemente depressa con quindi un dato genetico – semplifichiamo a spanne – che trasmette alla progenie (matrice biologica). La probabilità che la progenie elabori questo sintomo a sua volta dipenderà anche dalla qualità della cura della famiglia di origine (matrice psichica) e anche da quanto lo contestualità sociale aiuterà questa famiglia di origine – per esempio con un assegno di disoccupazione se il padre perde il lavoro, o con un asilo nido a costi accessibili per aiutare i genitori, con un intervento strutturato dei servizi sociali se dovesse subentrare un problema di alcolismo conclamato. In assenza di tutte queste cose (matrice sociale), la probabilità che una vulnerabilità diventi patologia per un giovane è più alta.
    Il secondo livello è nel presente. I nostri stati emotivi variano a seconda delle esperienze psicologiche e sociali con cui ci confrontiamo, con il nostro aderire o meno a una domanda sociale. Il nostro cervello risponde biologicamente a queste esperienze, e cambia fisicamente con queste esperienze.
  1. Ne consegue in primo luogo che da una parte, ritenere che una patologia grave sia solo dovuta a carico dei fattori sociali (la crisi) è una sciocchezza. In efffetti considerando la pervasività di precariato e disoccupazione se la crisi fosse da sola così potente, noi avremmo un migliaio di suicidi al giorno. Il suicidio è l’esito di un malessere gravissimo e profondo che affonda in una dolorosa difficoltà ad accedere alle proprie risorse, e anzi a una tendenza ad attaccarle. Nella depressione che porta il suicidio c’è un tragico avvelenamento dei propri pozzi d’acqua – specie quando a suicidarsi è una persona così giovane. I suicidi sono diversi, e le storie psichiche relazionali e sociali che vi ci portano possono variare molto. Per esempio è molto diverso il caso di un uomo adulto la cui identità psichica e relazionale di efficacia e di paternità è profondamente legata alla sua capacità di guadagnare che va in frantumi a seguito di un fallimento. Ma rimane il fatto che anche in quel caso, una certa organizzazione psichica di antica data, aveva più di un tratto preoccupante all’occhio clinico, per quanto così socialmente rinforzato. (E’ questa una riflessione amara che ho fatto una volta che ho avuto un lungo e intenso scambio con un lavoratore del nord – est, che mi raccontava con enorme intelligenza e sensibilità il collasso di un maschile che per generazione ha affogato qualsiasi sintomatologia psichica nella fame di lavoro e di conferma sociale. Per cui oltre ai suicidi c’era un’intera regione messa psicologicamente in ginocchio dalla perdita di un’identità, di un potersi riconoscere e anche –  io credo  – dalla perdita di una coperta per  una serie di dolori e di cose irrisolte)
  1. Ma – tornando a noi – da tutto questo consegue anche la consapevolezza che quando c’è questo mostro generico della crisi, questo grande oggetto slatentizza problemi psicologici di altro ordine e grado oppure toglie ai soggetti qualsiasi argine al loro sviluppo fino a grave forme di cronicità. Faccio un po’ di esempi a casaccio:

    a. Crisi può voler dire padre disoccupato, padre depresso, padre alcolista, padre aggressivo su madre, figlio che assiste ad abusi sulla madre, figlio abusato, e sempre per la crisi, figlio che non ha prima nido poi tempo pieno come esperienza di relazioni emotive sane, e quindi  un domani la  psicopatologia del figlio sarà più probabile.
    b. Crisi può voler dire giovane con diagnosi di disturbo di asse due ad alto funzionamento, gradevole simpatico, ma con esplosioni in agiti disastrosi che se però trova un lavoro otto ore al giorno che gli piace sarà contenuto, la tendenza ad agire contenuti aggressivi magari canalizzata in questa o quella attività, e magari potrebbe trovare una relazione moderatamente funzionale, sufficientemente collusiva, ma che lo traghetterà sul piano nevrotico. Ma senza lavoro, senza contenimento il ragazzo cercherà contenitori dove li troverà e che si mostreranno più accessibili per esempio in figure carismatiche nella criminalità organizzata, nell’uso e circolo di stupefacenti e via di seguito. Se va bene. In assenza di questi contenitori una sintomatologia ingravescente si può prendere il ragazzo fino a livelli di disfunzionamento che gli impediranno qualsiasi relazione sociale.
    c. Crisi può voler dire anche una persona che sta male, è depressa, non riesce più neanche a cercare lavoro, va in un posto pubblico, dice che non riesce a fare niente, e lo mettono in lista di attesa perché il fatto è che nel Lazio non c’è un concorso per psicologi da 18 anni.

Quindi, in conclusione, se proprio si vuole utilizzare un suicidio, per porre una domanda politica, anziché frignare narcisisticamente dicendo quanto sono fico io che parlo di questo disgraziato, non vi vergognate voi che parlate d’altro? E’ opportuno fare delle domande puntuali. Nella consapevolezza che meno ci sono soldi, più la sintomatologia psichiatrica delle famiglie è slatentizzata, e quindi meno ci sono soldi più questioni che con quei soldi non ci entrano niente esploderanno – una volta il suicidio, un’altra il femminicidio, una terza l’infanticidio, una quarta la tossicodipendenza,e via proseguendo fino alla triste congerie di sopravvivenze dolorose che non fanno tanta notizia, le migliaia di depressioni che si trascinano e di cui la politica se ne fotte. A fronte di queste cose, la domanda deve essere quella di servizio pubblico, di potenziamento dei servizi alla famiglia, di riqualificazione dei servizi sociali, progetti di recupero sul territorio e della possibilità di accedere a psicoterapie e a farmacoterapie in tutti i csm. Ma anche la domanda dovrebbe riguardare una domanda di screening un qualche tentativo di prevenzione e intervento. Non lo so, decidete voi, ma la domanda deve riguardare cose pratiche, precise, inerenti ciò di cui si parla, e non un piano astratto – ministro abbruttone –  che alla fine è solo un posticcio alibi morale.