Scuola di danza

 

A sentire i rumori nella stanza, prima ancora di vedere i corpi non veniva proprio il pensiero della grazia, ma anzi rimbombava sull’assito del pavimento, la goffa permanenza nell’infanzia, tonfi, risate, ma anche riverberi di prime ambizioni. Il brusio da controcanto per i tre tempi che preludevano al quarto in cui, quella procace come una Carmen ottocentesca, si provava a fare la spaccata nell’aria, e riatterrava, fiera e troppo sensuale, per quella caserma dell’ascesi.

S’andava a scuola di danza un’ora prima dell’inizio del corso, con i capelli asserragliati nella crocchia, un’odissea di mollette nella testa, qualcuna anche del gel feroce ea domare un’anarchia contro culturale, le calze rosa e il body scuro. Le più grandi, le sopravvissute, le ambiziose, e qualche volta bravissime e bellissime, avevano pure un tutù vecchio da portare arrotolato ai fianchi, un vezzo di dimestichezza estrema con il palcoscenico che era meglio di una medaglia al valore militare, la prova di una prossimità persino emotiva, di una familiarità che sfiora nella routine con l’estetica teatrale.

Alle altre rimanevano i calzerotti, nel gergo del luogo e del tempo, i galloni della fatica quotidiana, la prova di un essere dentro, di un duro allenamento, da lasciar scendere dalla gamba alla caviglia, a dimostrazione di tentativi, tentativi, tentativi di esatta mollezza.
Si stava attaccate alla sbarra e si lasciavano ciondolare le gambe come compassi rotti, e poi certo, pure la schiena come un nastro di raso che scivola per terra con le mani.
Si aspettava la maestra di danza.

(Non erano tutte predestinate. Alcune erano escluse per l’ingratitudine di corpi troppo immanenti, altre per evidenti chiamate del godimento, certe ancora perché funestate da una proibizione nevrotica al piacere del corpo, al suo uso. La combinazione magica era in un precoce contatto interno con il dire delle cose senza parlare, insieme a una importante venatura ossessiva, con l’ambizione, e infine per le elette da Dio con un tipo specifico di sensualità, di femminino che in quel mondo si chiama talento. Ne ricordo poche, io non ero nessuna di loro –essendo goffa, ontologicamente ciarliera, robusta pigra e anche bizantina. Ma una certa Greta col collo e il modo di tenere le mani tipico dei cigni, a quindici anni volò alla Scala, e di li a Mosca. Tutte annuimmo con un grave cenno del capo.)

Quando la maestra poi arrivava, era tutto uno sbattere d’ali verso i confini della stanza, un assumere posizioni compite e corrette, ci si distribuiva lungo la sbarra, la maestra al centro, con lo specchio enorme alle spalle, la nostra coscienza infelice. Era una scuola modesta, non si disponeva di pianista, c’era un piccolo registratore. La maestra lo accendeva e faceva vedere l’esercizio. Esercizio questo primo, come il secondo, il terzo e il quarto, di apparente semplicità, e per il profano, forse di considerevole noia, e scarsa fatica. La danza è prima di tutto una questione di parossismi interni, di tensioni estreme in stato di fermezza, di movimento controllato dopo la soglia dell’angoscia. La maestra metteva musiche gentili e graziuose, cose sull’orlo di un punto croce, giri da vecchine con il tè delle cinque, a cui noi obbedivamo come soldati di trincea, mentre lei sberciava come un caporale di provincia, brandendo il bastone e colpendo le schiene e le gambe. Le gocce di sudore scendevano.
I padri questa cosa – non l’avrebbero mai capita.

(La maestra di danza mi guardava di rado, e mi regalava carezze meccaniche con estrema parsimonia. Apprezzava soltanto un certo mio modo di tenere il collo del piede,  e forse era il suo minimo sindacale per potersi dire che m’aveva incoraggiata. Mi vedeva come non mi vedevo io ancora. Bambina prima, e adolescente poi, io mi ricordo di me come di un animaletto insignificante e poco efficace – ma lei credo che indovinasse, certe connotazioni che mi sarebbero uscite da grande – forse in me vedeva i segni di mia madre e di mia nonna, in effetti prime cittadine di altri mondi. E forse ora che ci penso, altre cose che cominciavano a germogliare già allora.

Perché per esempio, le mie compagne, osannavano la maestra di danza, di cui io invece già allora, coglievo distintamente la piega infelice della bocca, e tutto un romanzo ingiusto che l’aveva resa ostile alle cose. Era una donna minuta e piacevole, eccessivamente esile direbbero le mie competenze di oggi, ma soprattutto una donna che faceva fatica a prendersi il diritto a quel secondo tipo di erotismo che è prima di tutto l’atto di ballare. Mi accorgevo che anzi, in tutte le occasioni importanti della vita aveva sempre esitato prima di afferrare il godimento, mentre tutti intorno a lei – in primo luogo la scintillante sorella – fioriva senza ritegno. Morì giovane, troppo triste, forse con meno gentilezza di quanta ne avrebbe meritata)

La sbarra durava a lungo, in un crescendo di epos e stacanovismo che non aveva uguali. Se ne emergeva sfiancate e alcune, particolarmente pronte – all’atto della danza vero e proprio. Si cambiavano le scarpe, si intingevano nella pece, qualcuna già sognava di guadagnare l’uscita, io ero divisa tra la convinzione di imparare qualcosa di meraviglioso (che mi è rimasta) e d quella di fare qualcosa di assolutamente incongruo con ogni parte di me (che mi è rimasta). Già un po’ antropologa, guardavo le mie compagne ai lati della stanza, muovere le zampe nervose e i colli lunghi come puledri stretti nel recinto. Io speravo in un arabesque e un divano.

La maestra di danza ne avrebbe chiamata una ad una per fare per esempio delle piroette in diagonale, nella feroce celebrazione del darwinismo sociale del talento. La figlia della merciaia sarebbe caduta senza riscatto, la nipote del rabbino sarebbe stata punita per la sua rigidità, Costanza insomma insomma, poi veniva questa Francesca, volteggiava come una libellula, tutte si concedevano un sorriso.
Nessuna però,si poteva accasciare sulla terra, grande nemica di questa astrazione carnale.

 

Nella sua pedissequità – qui

Lacrime di coccodrillo

 

Volevo chiedere scusa in cuor mio a Paolo Villaggio tardivamente, e per averlo guardato a lungo con occhi disonesti. Se faccio a tempo anzi, un giorno o l’altro gli vorrei portare anche un fiore sulla tomba, un sorriso, uno sberleffo, una carezza. Scusami scusami scusami. Grazie e scusami.
Negli ultimi anni mi era parso amaro bianco e dispiaciuto, enorme anche e nelle ultime apparizioni televisive come anestetizzato da qualcosa, appassito, confuso. Ci avevo già fatto pace, devo dire, e pure parecchi anni fa, quando un mio caro amico mi aveva portato a vederlo a teatro, forse per via di un abbonamento non ricordo, fece un Avaro di Moliere al Teatro Argentina, semplicemente titanico. Io scoprii un mondo, e capii tardivamente che a detestarlo per tutti gli anni della mia velleitaria carriera di intellettuale, non ci avevo capito un cazzo. Mi vergognai ricordo, un bel po’. Forse questo mio amico aveva anche provato a dirmi nel foyeur del teatro che Fantozzi, e tutto Villaggio avevano delle cose interessanti da dire, e io dovetti risultare arrogante e confusa, come ero spesso in quegli anni. Poi mi ricordo che in quella interpretazione lui riuscì a mettere il dito nel tragico, e anche in una lettura magica, e persecutoria e feroce di quella commedia. Fu terribile ricordo – certo merito anche di una grande regia, e un ottima scelta di illuminazione – bluastra, livida lunare – ma ricordo che pensai che quell’attore per rendere quella scena, doveva avere un’intimità con aspetti torbidi, persecutori, maligni dell’esistenza che io gli avevo sempre negato.
Deficiente. Deficiente. Deficiente.

Avevo visto diversi film di Fantozzi, che per una persona della mia generazione era una sorta di obbligo sociale. Fantozzi era una delle monete culturali che univano ogni volta dei piani generazionali. Un’altra per esempio sarebbero stati i film Amici miei primo secondo e terzo. Altri ancora erano certi cantanti. L’effetto catartico che però aveva Fantozzi per la maggior parte degli italiani non era garantito da nessuno: Fantozzi era guardato dai più nei termini di un ridere di, e non di un ridere con. Forse parte integrante di quelle sceneggiature era la doppia valenza per cui, qualche spettatore davvero sofisticato riusciva a sopportare le conseguenze teoriche, l’idea di umano che tutta l’epopea del ragioniere trasmetteva, ma ecco, la maggior parte e forse, la maggior parte di noi coetanei borghesi e con la bocca sporca di latte, era grata al ragionier Fantozzi perché legittimava i più bassi istinti discriminatori, fortemente classisti, elitari. Tutti ridevano, perché si sentivano più fichi del Ragionier Fantozzi, ridevano perché lui era lo Sfigato di cui ridere, il non loro servile, respjnto, non amato, espulso, che loro si credevano – devo dire con cinismo in qualche caso clamorosamente a torto – che non li avrebbe mai riguardati. E io odiavo Fantozzi perché mi pareva, idiozia suprema che questo fosse il senso dei suoi film. Mettevo addosso a Villaggio lo sguardo della maggior parte degli stronzi, che non avevano il coraggio di farsi carico di quello che diceva.

Si rideva molto ricordo per esempio – unico momento in cui ci si sentiva di potersi identificare con il Ragionier Fantozzi – al pensiero della cagata pazzesca della Corazzata Potiomkin. Piaceva da pazzi l’idea anarchica e iconoclasta di uno che abbatte un mostro sacro quando, la questione di fondo non era abbattere tutto ciò che colto, ma abbattere quelle ridondanze della cultura che non portano da nessuna parte e che hanno fottuto la sinistra di questo paese intellettuale e non solo. Anche qui: vent’anni dopo, per la mia tesi di laurea in psicologia mi sarei imbattuta sui pipponi infernali, a proposito della carrozzina per le scale. Sulle teoresi delle teoresi delle teoresi. Fantozzi mi sarebbe tornato in mente, con sprazzi di gratitudine.

 

Io per parte mia ero stata di quelle ragazze giovani, che non reggono la dignità del cinismo, e si difendono con l’istinto materno. Devo dire, sono stata a lungo questo tipo di sguardo e vedo che ogni tanto torna, come un’ondata. Ma anche quel modo per cui – non reggevo Fantozzi, mi dispiaceva troppo, mi faceva piangere, mi indignava che se ne ridesse, e mi indignava pure Villaggio (te l’ho detto, scusami) mi faceva perdere di vista qualcosa, di poetico, di narrativo di importante.
Eppure non era solo colpa mia. Intorno a Fantozzi succedeva questo: quelli che ridevano di quello che tzk non erano, quelle che compiangevano quello che tzk non erano, gli intellettuali che spesso ne prendevano vergognose distanze. Forse a destra, qualche mente particolarmente brillante si decideva a coglierne il genio. Poca cosa.

Il fatto è che per una decisione voluta, forse con una precisa intenzione etica estetica e politica, niente di quello che ruotava intorno a Villaggio doveva essere in primo luogo decodificato come bello, polisemico, e orrore – profondo. I titoli di testa e i titoli di coda rinviavano a una smandrappata levità con il Font della grafica imparentato con i Film di Lory Del Santo, e la qualità della pellicola dubbia. Forse anche film poveri, di bassa pretesa, con tutto un cotè da narrativa popolare – questo, il vero specchietto per le allodole, in cui a file intere di centurioni spettatori sono caduti. Fantozzi, che era la chiave di un mondo ingegnoso e bellissimo, e fantasioso, a tratti nel senso del surreale diretto derivato di certi racconti di Buzzati – il direttore megagalattico di qua, le poltrone di pelle umana di la, e ora mi ricordo che cito sempre nel mio parlare, la meravigliosa “nuvola di Fantozzi” che mi ricorda certe storielle yiddisch alla rovescia, per cui niente, in gita pioveva solo in testa a Fantozzi, ecco tutte queste cose meravigliose e narrative, non erano indicate come estetiche, e bellissime, con i trucchi che la regia sa trovare per dirti come qualificare ciò che vedi, ma rese, operazione tragica nel tragico, banali, dozzinali, qualunque – un film di cassetta come un altro. Non si correva il rischio di apparire eruditi segaioli.

 

Mi ricordo infine il feroce sarcasmo con cui disse, in una serata da Paolo Rossi – diventerai famoso quando sarai morto. Solo da morto ti riconosceranno il tuo genio.Paolo scusaci davvero. Per buona parte è stata colpa nostra.
Non tutta.

Patologie del sistema immunitario

Dirò qualcosa di provocatorio, qualcuno lo troverà condivisibile, altri ne saranno irritati. Ma trovo un filo che unisce diverse questioni del dibattito pubblico degli ultimi anni: questioni molto lontane tra loro quali: la legge sui vaccini, la limitrofa questione di Stamina, ma anche il lontano dibattito sulla fecondazione eterologa, ma anche l’altrettanto lontano rigoglio polemico ogni volta che qualsiasi istituzione si arrivi a ricordare della legge Mancino, come è successo recentemente con il giornalista di Libero Filippo Facci sospeso per due mesi dall’ordine dei giornalisti per aver istigato all’odio contro l’Islam in un suo pezzo per il quotidiano.
Il filo che attraversa queste vicende, per me è una sorta di patologia della democrazia, una malattia che minaccia gravemente il suo sistema immunitario il cui scopo permanente è quello di sabotare i meccanismi che la garantiscono. La patologia trasversale passa infatti dal disconoscimento ambito per ambito di tutti i dispositivi di sicurezza, che passano – anche in senso molto lato, potremmo dire simbolico – per le logiche di rappresentanza.

La democrazia di un paese popoloso, deve essere infatti sempre un’oligarchia. Si è tanti le cose da sapere devono essere tante,  gli obbiettivi molteplici e spesso l’un contro l’altro armati. Occorre quindi essere rappresentati, con un pensiero al numero e uno alla competenza. In questo orizzonte di senso: la scienza ufficiale – ossia la scienza che dialoga tra riviste scientifiche, università istituti di ricerca e ohibò ricerca privata finanziata da case farmaceutiche o agenzie assicurative – è quella che rappresenta e difende i nostri diritti di cittadini ad essere tutelati nel corpo – ma potremmo allargare il campo anche nella vita per esempio per tutto quel che pertiene inquinamento, fenomeni atmosferici, geologici e quant’altro. Un dispositivo della democrazia tradizionale è quello di riconoscere il potere alla competenza, fidandosi dei dispositivi del riconoscimento della competenza. Il dibattito sui vaccini, come fu quello su Stamina disconoscendo i criteri della competenza, rivendicano un sogno di orizzontalità del potere e del sapere che alla fine va a discapito della cittadinanza e crea una seconda oligarchia maligna, che come illustrò bene la triste parabola di Stamina, aveva come scopo l’interesse privato, ma anche io temo, una sorta di fioritura della depressione e dell’impotenza.

Quello che qui mi interessa sottolineare però è che in entrambe quelle vicende, il dispositivo protettivo della macchina democratica che da potere ad alcuni e lo nega ad altri è messo in discussione sulla base di un’ipotetica titolarità di tutti a legiferare in merito. In secondo luogo era messa in discussione nel tentativo pazzo e romantico che nella vita politica e comunitaria non ci debba essere mai nessuno che corra il rischio di perdere. Il sogno dell’assenza di malattie invincibili per Stamina, il desiderio di una percentuale pari allo zero negli effetti collaterali dei vaccini.
Vincere tutto, tutti sempre, vincere tutto tutti sempre, vincere tutto tutti sempre, vincere tutto tutti sempre.
Contro ogni logica dell’esperienza e dello stare al mondo. Contro ogni dolorosa consapevolezza che si raggiunge – non dico a fare il medico ma di solito a campare, per cui di solito si lotta per vincere un po’ il più persone possibile.

Anche i ciclici dibattiti sulla libertà di parola ogni volta che uno stronzo istiga all’odio, ogni volta che c’è un comportamento acclaratamente discriminatorio sul luogo del lavoro, in nome di una democrazia che tutto deve tollerare, mi pare che ignorino bellamente la ratio per cui certi dispositivi sono messi in scena: per esempio il dispositivo di querela, per esempio i codici deontologici degli ordini, o quelle leggi che limitano le prassi che potrebbero sovvertire gli equilibri della democrazia stessa. A me stupisce questa levata di scudi con cui ogni volta si reagisce a fronte di un provvedimento disciplinare, e quando poi viene da destra – con quel muliebre frignare che così poco si addice a uomini che almeno a esser fascistamente tutti di un pezzo ci avevano il vantaggio di essere attraenti – ancora di più. Ci vedo una lettura della democrazia come sogno, come sala giochi dove tutti devono avere il diritto di giocare a pari merito, nella farsesca e postmoderna perdita di consapevolezza per cui se uno dei giochi ammessi è ammazza il nero oppure abbatti il parlamento, forse abbiamo un problema. E il problema è questa idea dello spazio politico per cui: dobbiamo vincere tutto e tutti dobbiamo vincere tutto e tutti, dobbiamo vincere tutto e tutti.
E cioè dobbiamo abolire i ruoli di mediazione istituzionale, o i dispositivi di correzione della macchina pubblica.

Ho messo la questione della fecondazione eterologa, nonostante in termini schiettamente professionali e anche etici e politici sia personalmente perplessa se non addirittura ostile, e nonostante per le grandezze in gioco sia marginale, rispetto agli altri temi, perché mi colpisce in qualche passaggio della discussione una modalità che passa per il dobbiamo vincere tutto e tutti, una sorta di non tolleranza alla possibilità del negativo storico, una fatica a pensare l’amministrazione del problema del negativo in termini che non siano assoluti – non la deve fare nessuno. Mi sono detta, per esempio, meno male che non è al centro del dibattito il tema delle adozioni, perché per esempio l’ordine di argomentazioni ostili all’adozione potrebbero essere parallele e concordanti – io come clinico non posso fare a meno di considerare quanta quota di problematicità porta l’esperienza dell’adozione, eppure non mi sognerei mai di essere ostile giuridicamente a questa prassi, che anzi in Italia mi pare vigliaccamente osteggiata tramite lungaggini e inefficienze che slatentizzano depressioni e patologie delle coppie accoglienti piuttosto che aiutarle nell’itinerario. Però è una fantasia che a qualcuno potrebbe venire, perché si vuole vincere tutto e tutti tutto e tutti tutto e tutti.

Quello che voglio dire, cioè non è tanto la questione nel merito, perché ognuno di questi argomenti ha diritto a una discussione complessa, e probabilmente a prospettive diverse, e a pareri diversi, dibattiti scambi e proposte di legge. Mi fermo a una sorta di viralità trasversale – che incrocia una storia di esperienza democratica che dimentica i rischi che ha corso, l’informatizzazione e la circolazione in rete di pareri, opinioni, competenze senza che l’utenza abbia sempre i mezzi per decodificarne l’affidabilità, e il sogno di un’orizzontalità che è quasi romantico, doloroso, utopico. Una di quelle cose che porta a modi plebiscitari di considerare l’agire pubblico, e poi si sa dove vanno, i modi plebiscitari.

La funzione materna

Per esempio sulla metropolitana non troppo piena, uomini e donne stanno seduti e in piedi, alcuni guardano un telefono, certi stanno assorti, dei gruppetti chiacchierano. Una sta masticando una gomma americana, un altro è gobbo con le gambe aperte, una terza si guarda le mani perfette – un bimbetto piange poi viene preso in braccio, e poi arriva quello che canta canzoni strazianti. E allora sul vagone sale come un’onda, che passa per i volti, che trasforma i lineamenti, chi cede e chi resiste alla canzone – mentre una, una sola donna, pensa guardando tutti loro:
guardali, questi sono tutti, dei figli.

Anche questo vecchio qui sporco e scomposto che mi sta davanti è un figlio, pensa cioè, e allora la critica alla maleducazione è sostituita dalla percezione di una distrazione implume, di una sciatteria vulnerabile, e anche la vanità della donna che gli sta accanto, ora le procura un senso di tenerezza, per via della sua lotta romantica con la morte e con il tempo – la lotta che lei ora sta perdendo in maniera più evidente, e quello che canta pure è un figlio, e la madre che è in lei, si strugge per qualcosa che ha in fondo agli occhi, e che lui a qualsiasi madre per prima alla propria, ha accuratamente evitato di dire.

La funzione materna come un dispositivo della lettura del reale, come un domino delle grandezze interne, come il vento forte che all’improvviso toglie le foglie rosse, e rimane l’ossatura dei rami, lo scheletro delle forze reali, la gentilezza necessaria che procura l’evidenza.

(D’estate invece, la donna intravede nella spaccatura di un muro di cinta, un enorme cipresso, di considerevole altezza, su cui si arrampica fino alla cima, un’opulenta bouganvillea, violacea e sontuosa. Che pianta il cipresso! – pensa sempre la signora – una bestia che sorveglia i morti ma che non sembra morire mai, su cui si possono arrampicare i figli di tutte le specie, e non si scalfisce, ma fa a tempo a vederli trionfare o ad aiutarli quando cominciano a ingiallire.

Se fossi quel cipresso pensa la donna, un giorno lontano potrei vedere i miei bambini farsi vecchi, riconoscere i loro capricci nel modo di tornare bizzosi, sincerarmi che qualcuno li aiuti ad alzarsi quando vogliono lasciare la televisione, perdonarli di quei difetti che già oggi li rendono talora sgradevoli, sua figlia che pianta il muso al gestore del ristorante perché non ci sono le fragole, Ossignore pensa, chi la perdonerà se per la rabbia del tempo tornerà così esosa – e non sarà graziosa e piccina come adesso).

Qui.

Con gratitudine, alla redazione di Marie Claire

(Qualche tempo fa la redazione di Marie Claire ha messo insieme una serie di domande che io poi potessi cucire insieme in un articolo. Lo trovate ora, nel numero di questo mese. E’ un articolo difficile qualcuno mi dice, ma abbastanza smart per le esigenze della rivista. Ho trovato comunque l’operazione coraggiosa, stante i media delle pubblicazioni femminili in circolazione, anche nel voler rispettare un certo modo di procedere mio quando scrivo, modo che spesso i media trovano ostico. Pubblico qui la versione integrale dell’articolo, con le domande dei redattori che per vario motivo non hanno trovato posto nella versione definitiva, e anche un linguaggio un po’ diverso – così potranno leggere la risposta che nel giornale non poteva starci. Penso però che possano esserci degli spunti utili per tutti. Buona lettura.)

 

 

– Mi rendo conto di essere piuttosto scettica sull’esito finale dei percorsi psicoterapeutici. Forse per questo ho trovato meravigliosa quella pagina de “l’uomo dei dadi” di Luke Rhinehart in cui il protagonista – uno psicanalista, per l’appunto – si dice stufo di “far passare i propri pazienti da uno stato di stagnazione tormentata a uno stato di stagnazione compiaciuta”. Ecco, l’effetto che noto in tanti amici da anni in analisi mi sembra esattamente questo. Lei ha dei numeri che possano smentire?

Può consultare il lavoro di De Coro e Andreassi sulle ricerche che provano il successo delle psicoterapie, e i modi con cui questo successo è di volta in volta “operazionalizzato”. Cioè tradotto in una serie di costrutti misurabili con le complicate metodologie della psicometria. La psicoanalisi – ma attenzione con psicoanalisi e con analisi dobbiamo essere consapevoli che ci riferiamo esclusivamente al modello freudiano (lettino, tre sedute a settimana, interpretazione dei sogni) o almeno psicodinamico (due sedute a settimana, con domande sui sogni) è efficace come altre forme di psicoterapia. Ed effettivamente il compiacimento rispetto al tormento è oggettivamente un passo avanti. Sarò provocatoria, ma i pazienti all’arrivo in terapia piacciono a tutti, perché sono insicuri, e quindi compiacenti e generosi, rinfrancano il narcisismo degli amici, e in qualche caso li fanno sentire magnanimi e tanto buoni: perché è tanto bello dire di stimare uno che si sente una merda! Poi uno va in terapia, cambia magari alcune cose, mentre di altre dice lo sai che c’è sono fatto così, e diventa magari orgoglioso di certe sue caratteristiche di personalità. Orgoglioso? Che palle! Ci piaceva prima che era umile eh, così li stronzi li potevamo fare noi.

 

Ma io non sogno mai (o meglio, è rarissimo che mi ricordi qualche sogno, al risveglio). Nei casi come il mio la psicanalisi è comunque possibile?

James, uno dei padri della psicologia generale, aveva teorizzato che il nostro pensiero cosciente è un flusso continuo. La prospettiva psicodinamica sostiene che esiste un altrettanto continuo flusso di pensiero inconscio e che questo anzi, intesse il flusso di coscienza. Lavorare coi sogni rende le cose più facili, perché nel sogno la coscienza dorme, ma non è che le narrazioni coscienti siano prive di inconscio. Per un buon terapeuta psicodinamico, molti racconti di vita quotidiana possono essere trattabili come sogni. Inoltre, esiste nel mondo analitico il cosiddetto approccio relazionale, che ha oramai una lunga tradizione, e tutti gli analisti sono un po’ relazionali. L’approccio relazionale fa si che in stanza si presti molta attenzione anche a quello che succede tra terapeuta e paziente, perché quella è una relazione sotto vetro, pura se paragonata a quelle della nostra quotidianità e quindi può aiutarci a capire tante cose su come funzioniamo.

 

– Mi scusi dottoressa, ma cosa ci trova di male in una “sana” rimozione? Trovo che in molti casi sia il male minore…

La rimozione è un meccanismo di difesa che ci hanno dato in dotazione come funzione protettiva. Serve a proteggerci quando non siamo in grado di tenere nel campo della coscienza qualcosa di profondamente disturbante. Il problema si ha quando questo qualcosa di profondamente disturbante continua a disturbare organizzando i nostri comportamenti ma agendo in maniera occulta per via della rimozione. Rimozione non vuol dire cancellazione di un evento del passato e della sua azione sul nostro comportamento, ma cancellazione provvisoria, del ricordo cosciente di eventi materiali a cui un certo comportamento è collegato. Quindi succede che si continuano a fare cose in un certo modo per assecondare gli stati d’animo di quegli episodi originari senza capirlo. Allora, non è tanto il male minore, il male minore è capire perché facciamo delle cose che ci portano lontano da quello che vogliamo, riacquistare potere sulla nostra storia, soffrirne provvisoriamente, e dare un posto alle cose in modo da cercare, per quanto è possibile, di comportarci diversamente.

 

– La psicoterapia mi ha aiutato molto a capire la fonte del mio malessere. Però, finito il ciclo delle sedute, la causa era ancora lì perché non si poteva rimuovere in alcun modo, e il malessere è rimasto. Allora che senso ha avuto tutto quel parlare e piangere a tu per tu?

Questo dipende molto dalla sua psicoterapia, è una risposta che non si può dare in linea generale. Ma la psicoterapia in un certo senso non può cambiare la materia della vita, la storia alle spalle ma anche certe difficoltà contingenti. Non toglie dei genitori freddi, non toglie neanche un licenziamento o il fatto che se una persona che amiamo si ammala ci dispiace. Capire la fonte del malessere o il perché delle nostre reazioni alla contingenza ci fa camminare più comodi nella nostra storia, forse ci fa essere più bravi nella scelta dei tragitti, ma non ci cambia l’arredamento della vita, e il fatto che la vita può essere purtroppo dolorosa o – spiacevole.

 

– Un paio di miei amici in psicoterapia da lungo tempo sono diventati quasi più esperti dello psicoterapeuta, solo che usano ciò che hanno imparato per manipolare il prossimo. Non c’è un modo, per gli psicoterapeuti, per evitare di mettere in giro queste armi improprie viventi?

Questa cosa che succede, ed è antipaticissima, è una sorta di passaggio obbligato di molte psicoterapie, anche se non di tutte perché ci cadono di più certe organizzazioni caratteriali che altre, certe personalità piuttosto che altre. Solitamente è un fenomeno che capita a metà percorso, perché si capiscono delle cose che prima non si capivano, ma nel frattempo si soffre molto per arrivare a vedere delle cose dolorose della propria vita, e ci si consola allora proprio così arrampicandosi sui complessi di superiorità usando il falso appoggio delle acquisizioni appena ottenute. Ma si tratta solo di una nuova trasformazione camaleontica della nevrosi, se la psicoterapia va avanti, questo meccanismo viene raccontato e messo in campo, e dovrebbe estinguersi o quanto meno attutirsi, perché l’effetto di una buona psicoterapia dovrebbe essere anche quello di evitarci relazioni inautentiche e troppo asimmetriche, dove ci si pone falsamente nel ruolo di chi sa e giudica. Quella cosa è una difesa nevrotica – prima o poi si dovrebbe approdare al piacere di stare tra pari, e al rispetto che chiediamo per noi stessi, di essere selvaggiamente vivisezionati.

 

– “Quello deve andare in analisi”, si dice spesso con leggerezza, ma è vero? Come capire se bisogna andare in analisi o risolversi paranoie da soli? C’è un eccessivo uso della psicoterapia?

Col tempo mi sono fatta l’idea che la psiche è storicizzata come il corpo, e quindi come ci succede che mano mano che cresciamo il corpo con la realtà con il portare avanti sempre certe abitudini ha bisogno di cura, di medicina, di intervento – penso che sia possibile concettualizzare altrettanto a proposito del nostro corpo psichico. Dopo di che si possono tenere a mente due osservazioni: la prima è che un sacco di gente se ne fotte dell’artrite, la seconda è che un sacco di gente usa il pretesto della lamentela dell’artrite del vicino, per giustificare la propria intolleranza.

 

 

Sono scettico sulla psicoterapia e le spiego perché: non discuto che gli psicoterapeuti siano preparati e abbiano studiato molto e a lungo, quindi lungi da me accusare chiunque di poca conoscenza dell’argomento o di pressappochismo. Però quel che mi trattiene dall’analisi in generale, è la domanda? Come può un cervello indagare un altro cervello? Come fa un’anima (se vogliamo chiamarla così) sfruculiarne un’altra, e risolverne i problemi? Lavorate su ferite profonde che danneggiano una parte fluida e oscura dell’umanità. E se anche avete “strumenti”, alla fine, non si tratta solo di un essere umano che ascolta un altro essere? E come può dare una risposta certa, chiara e possibile mente con buoni risultati una persona che, volente o nolente, avrà dalla sua un suo vissuto e una sua visione? Lo so, chiedo troppo. Ma non mi arrendo al fatto che la psicoterapia sia sostanzialmente, per me, “non scientifica”.

E’ un discorso molto ampio, che riguarda la stessa visione della scienza, che bisogna dire è stata ampiamente sorpassata dalla filosofia della scienza del novecento. La scienza non è infatti un’acquisizione lineare di conoscenze, come vuole una certa semplificazione positivista, la scienza è per esempio la successione di una serie di paradigmi, e questi paradigmi non è che si succedono in maniera lineare, per grado di efficacia assoluta, ma per miglioramenti relativi per cui un paradigma nuovo non sempre soppianta completamente uno vecchio. In medicina capita spesso a tutti di sentirsi dire: “è un vecchio farmaco, ma ha il suo perché” e vedersi prescritte medicine che oggi sono state sostituite da altre, ma che magari non a torto il medico ritiene possano avere una loro efficacia. I corpi sono diversi e la pluralità delle ricerche in campo farmacologico garantisce un maggior arsenale di risposte per quella diversità. La pluralità dei paradigmi nella scienza, è per lo scienziato pratico – quale il medico la garanzia di avere una strumentazione sufficientemente ampia per rispondere alle diversità dei corpi. In psicologia non è tanto diverso. Esiste una pluralità di paradigmi i quali includono gli effetti della stessa relazione sulla cura. Esiste anche quella stessa successione di paradigmi di cui parlava Lakatos, per cui la pluralità degli strumenti è un arsenale per la pluralità delle soggettività. Dopo di che, diversamente dalla medicina, il modo migliore che un clinico ha di ricorre a quella vasta congerie di strumenti è passare dalle forche caudine di una terapia personale. In questo il parallelismo si spezza – e forse capisco che è proprio in questa biforcazione l’origine del suo scetticismo. E ha ragione, non tutti sanno usarsi così bene per fare lo stesso con gli altri. Ma ce ne sono di bravissimi.

 

Ho vari amici psicoterapeuti, ma non  sono mai andato in terapia. E sa perché? Per colpa loro. Sono tutti di diversa formazione: chi junghiano, chi freudiano, chi lacaniano. E ciascuno mi parla malissimo della “scuola” che l’altro ha seguito per fare il suo mestiere. Ora: lei mi può spiegare come faccio a giudicare chi mi dice che «sei andato da quello sbagliato»? Come faccio a capire qual è lo psicoterapeuta giusto per me? Come decidermi? Mi devo documentare prima? Devo fare io una serie di colloqui “conoscitivi” e poi scegliere così, guidato dall’istinto, quello che sento più adatto a me? E se il mio istinto sbaglia? Ho parecchie prove che lo ha già fatto in passato..

E’ davvero una cosa difficile, mi rendo conto specie quando si arriva alla terapia per un sentimento di grave necessità. In realtà come dimostrano le ricerche sull’efficacia delle psicoterapia, tutte le terapie sono efficaci, purché fatte da persone competenti, non è questo o quell’arsenale teorico a fornire più capacità ma la solidità della formazione. Se non si ha una persona conoscente a cui chiedere, del cui giudizio ci si fidi – una persona cioè capace di saper individuare la competenza – secondo me è buona norma scegliersi terapeuti di cui si sa che vengono da una solida associazione, radicata. Può essere la SPI (freudiani) AIPA o CIPA (junghiani) – per fare degli esempi. Scuole note psicodinamiche garantiscono che i terapeuti abbiano fatto una terapia psicodinamica su di se (cosa che non sono obbligati a fare per esempio gli specializzandi in psichiatria, delle scuole universitarie e di molti istituti non psicodinamici) e che siano piuttosto serie nei criteri di inclusioni dei futuri psicoterapeuti.

Ma voi psicoterapeuti, una volta che avete ascoltato problemi, angosce, fobie, paranoie e traumi infantili, come fate davvero a “lavarvi” anima e coscienza dalle tematiche che avete appena cercato di alleviare? Come impedire che i problemi dell’anima non siano contagiosi? Per essere psicoterapeuta, io  credo che sia necessario essere molto porosi. E come fate a strizzarvi l’emotività dalle brutture degli altri? Glielo chiedo perché sono in psicoterapia da anni e mi sta a cuore la vostra salute psicofisica…. 

Gli stati d’animo che ci inducono i pazienti fanno parte del pacchetto del lavoro. Come ci sentiamo ci fa capire delle cose delle persone che ci hanno provocato quegli stati d’animo – capire bene quindi questa cosa, è una cosa buona per la terapia ma anche per noi stessi. In un certo senso, in quel modo, ci liberiamo facendo anche bene il nostro lavoro.

 

perché una seduta dallo psicanalista deve per forza durare solo un’ora (il che a volte obbliga ad andarsene proprio quando si era trovato il modo giusto di spiegare qualcosa di importante)?

Ci sono alcuni terapeuti che propongono la durata variabile della terapia – alcuni lacaniani per esempio – sulla qualcosa non sono molto d’accordo. Ci sono ottimi motivi per far durare la seduta un tempo standard. Il primo pratico riguarda la qualità dell’osservazione che è in grado di fornire un tempo fisso. Si raccolgono meglio le informazioni. Il secondo motivo riguarda il paziente – perché un tempo fisso è affidabile, orientativo, contenitivo, da sicurezza al paziente. Forse ce ne è un terzo anche molto banale e pratico. Si lavora con tanti pazienti, si ha bisogno di organizzarsi.

 

– è vero che andare in analisi uccide la creatività?

No. E’ un’idea che circola a causa della volgarizzazione della prima psicoanalisi freudiana, in cui si teorizzava che l’arte è una forma di sublimazione di impulsi repressi. E’ un’idea coerente con un certo contesto storico e culturale: Freud aveva scoperto l’inconscio e lo guardava dalla prospettiva di un’educata e pur sempre pudica quanto decorosa borghesia con l’occhio del sospetto: l’inconscio era qualcosa da scoprire per poter assoggettare alla coscienza e alla ragione. I suoi successori invece ci hanno come dire, fatto amicizia, e il percorso analitico è diventato un percorso di amicizia con il proprio inconscio e di conseguenza, l’arte e la creatività non sono più la sublimazione di contenuti sospetti, ma diventano qualcosa d’altro. Winnicott per esempio ha teorizzato che l’arte è il nostro modo di giocare da adulti, di negoziare con il materno interno, l’area intermedia di allontanamento e avvicinamento dalla realtà. E d’altra parte pensiamoci bene, l’arte è nel complemento oggetto di quello che si crea, o nel modo di creare? Quel modo, quella ricerca di modo, deve essere sempre qualcosa che ha a che fare con i nostri contenuti agognati? E’ un po’ riduttivo.

 

– come si fa a capire se un terapeuta ci sembra quello sbagliato perché è proprio quello giusto (dunque ci solleva cose e disagi che tendiamo a voler allontanare), o perché proprio è sbagliato?

– uno psicoterapeuta può essere sbagliato per un paziente e giusto per un altro? la professionalità non dovrebbe garantire un’efficacia trasversale? oppure un terapeuta sbagliato per te è un cattivo terapeuta punto?
Sono molti i punti che secondo me il lavoro di psicoterapeuta somiglia a quello dello scrittore. Entrambi per esempio, lavorano con delle narrazioni della vita. A volte mi sembra che i giovani terapeuti assomiglino un po’ ai giovani scrittori, che sanno scrivere bene narrazioni di vite che hanno molto della propria, che sono vicine alla loro esperienza. Poi più si impara a scrivere e a guardare, più si impara il mestiere più si impara a lavorare su narrazioni lontane dalla propria storia. A volte, quella lontananza crea una sorta di ellisse di tensione che è proficua. La trasversalità la garantisce l’esperienza. In compenso la gioventù porta un eros e una passione nel lavoro che può smuovere montagne.

 

– La psicoterapia serve a rendere più felici? 

Si e no. La psicoterapia libera dall’infelicità che procura l’ossessione di un sintomo, il sentirsi prigionieri di stati d’animo e sentimenti che non cambiano mai. Ma non cambia tutto quello che sta fuori dalla sua stanza, non cambia la vita, la morte, la separazione, il lutto, o la stanchezza e la frustrazione. Anzi non di rado la psicoterapia è una cosa che da anche la possibilità di essere veramente tristi, perché ci riconosciamo il diritto di capire che qualcosa che ora ci sarà lontano era importante per noi.

 

– Due cose sbagliate che ha detto a un suo paziente e che non dirà mai più. Perché sarà capitato per forza, che lei voglia o no ammetterlo! 

La psicoterapia è come il maiale non si butta niente! Tutto quello che vi cade dentro, se visto in tempo può diventare un oggetto prezioso, anche una frase arrischiata – quando un paziente per esempio ci rimane male, quando dovesse capitare di essere stati distratti o aggressivi. Viene da pensare che un’emozione forte mostrata, possa essere un errore. Ma quell’emozione forte può dire delle cose su cosa suscita il paziente nelle altre persone, oppure di come si sente lui. Oppure si può ragionare insieme su come lui reagisce. Invece se tutto questo non succede la persona rimane con il sapore di quella strana reazione, con le sue emozioni, e tutto questo in aggiunta è pure un’occasione mancata. Quindi ci potrebbero essere stati degli errori ma che non posso raccontare, perché se mi fossi accorta in tempo di loro l’avrei usati – e questo temo che qualche volta possa essere successo.

 

 

 

 

Bambini lasciati in macchina. Caute considerazioni

 

In questi ultimi tempi, sono tornata spesso col pensiero alla vicenda della bimba dimenticata in macchina. Ci sono tornata a ondate regolari, metà emotive e metà professionali, perché da una parte ero sollecitata qualcosa di istintivo e umano, qualcosa di angoscioso – ci si interroga sulle parentele possibili: sono una madre anche io: con tanto lavoro, e facilmente distratta, dall’altro mi metteva davanti a delle riflessioni sulle diagnosi, sul linguaggio della psicodinamica quando parla della vita, quando parla la vita e quando la vita se ne serve. Esitavo, formulavo ipotesi e però leggevo inviti di colleghi che saggiamente mi i dicevano di starmi zitta per rispetto e per deontologia, e perché in assenza di conoscenza diretta è opportuno tacere. Continuavo a formulare dei pensieri però, che forse, prendevano spunto dall’ultima occasione di cronaca, la mamma che dimentica la bimba in macchina e la bimba muore, ma era molto su altro, e io di questo altro soprattutto voglio parlare, che non so bene che cos’è: un altro sul linguaggio, sull’epistemologia psicoanalitica nella sua versione volgarizzata, sui poteri e i limiti di un modo di pensare le reazioni agli eventi.

Ogni volta che accade questa tragedia, l’opinione pubblica si infiamma e vi reagisce variamente, reagendo in maniera appassionata all’immagine di un bambino di pochi mesi, un anno, morto di caldo in una macchina. La parola e l’immagine che infiamma, che domina è quella della morte, che assume una centralità psichica, emotivamente ingestibile. La morte di un bimbo è un fatto talmente incandescente, che deve stare al centro, ossia, al centro dell’azione, del movente, delle cause. Pensare all’errore ci diviene intollerabile, pensare che la morte non era il fine dell’errore, è una cosa che ci terrorizza – ma anche una sfida cognitiva che ci risulta ardua: come tenere ferma la concentrazione su una donna che al centro di una foto pulisce una strada e alla sua destra sta bruciando una casa. Non siamo spontaneamente capaci immaginando la vicenda di mettere la morte in un’area periferica, cioè quella delle conseguenze non previste. Perché la cattiveria la combatti sul piano logico, l’errore è un nemico, per sua natura sfuggente. Narrativamente, allora dominiamo meglio questa immagine della morte del bambino in macchina prendendo la madre e stabilendo una intenzione – e volentieri, perché questo ci risolve il problema dell’attrito con la sua disperazione, pensiamo a una intenzione inconscia. In questi giorni, come nelle occasioni precedenti, questa roba inconscia dell’infanticidio, mi è tornata spesso in mente.

Molti colleghi – hanno messo in guardia le persone dalla logica dell’intenzione mortale inconscia. Questi colleghi, generalmente di formazione non psicodinamica spingono giustamente l’accento su logiche di tipo cognitivista, per esempio sull’importanza che hanno nel nostro funzionamento celebrale schemi cognitivi di azioni routinarie che compiamo sempre identiche, per cui se solo casualmente ne saltiamo un passaggio e non abbiamo nessun segnale che questo passaggio sia stato saltato, noi portiamo avanti le nostre azioni routinarie seguendo lo schema in tutta tranquillità. Sono vicende queste che capitano frequentemente a neogenitori, non a padri e madri di 4 o 5 figli, a persone che oltre tutto hanno alle spalle una lunga, molto più lunga, vita mentale di persone senza figli. Io ricordo quando nacque il mio primogenito, che ci misi un po’ – nel senso di mesi molti mesi – ad accorgermi che ora ero entrata in un permanente “essere con”. L’ingresso in questo essere con può essere lungo, non costante e non omogeneo: e non penso in termini psichici di io, coscienza e logiche tipiche dell’approccio psicoanalitico, penso al cervello all’organizzazione cognitiva degli schemi mentali di azione, a prescindere dall’io del genitore. Il cervello deve cambiare script, deve inventarsi tutta una lunga rubrica di azioni con un essere con. Ora si dorme sempre sorvegliando il sonno di un altro, si guida con, si parla davanti a, si è di esempio per, non ci si ammala per, si sorveglia che, si guarda insieme a, ora non si vive più senza complemento dopo il verbo, cambia la grammatica del cervello.
Roba da cognitivisti, e loro possono quindi spiegare meglio perché secondo loro questa grammatica possa non instaurarsi sempre per bene e subito, specie al ritmo di un figlio ogni 7 anni. O perché insomma si possa saltare un passaggio e credere, in assoluta buona fede che quel passaggio sia stato compiuto.

Lo sguardo psicoanalitico però deve mantenere un’onestà intellettuale e non tirarsi indietro da una posizione scomoda. E la posizione scomoda è dovuta al fatto che siccome nel panorama della spiegazione degli atti la spiegazione analitica mette sempre l’inconscio non è che ora possiamo far finta che l’inconscio per noi non conta, che per noi questo caso è diverso. Stiamo sempre a parlare di atti mancati, di non casualità delle dimenticanze e dei lapsus e ora? Ora stiamo zitti?

Un po’ stiamo zitti, perché non si possono formulare granchè ipotesi sulla storia di una singola famiglia, che non si conosce, non si ha avuto in stanza, non se ne sa niente. Non bastano le poche notizie generali e fornite dai media per formulare ipotesi prive di fondamento – perché essa si fonda su un lavoro a proposito delle storie individuali, e del modo di raccontarle da parte dei singoli –e anzi proprio per questa sua caratteristica ha fatto così fatica ad adattarsi alle richieste della critica scientifica e della dimostrazione dei suoi assunti.
Un po’ può però formulare delle riflessioni e degli interrogativi, magari rinunciando esplicitamente a giudicare chi deontologicamente e umanamente deve rifiutarsi di giudicare la famiglia straziata a cui si può solo mandare un abbraccio, e riflettere invece in termini generali – su una classe di fenomeni.

La prima riflessione che ho fatto è che se volevo pensare a qualcosa di sensato dovevo ribellarmi alla centralità della morte e non metterla al centro delle eziologie probabili. Toglerla anzi con determinazione perché, io credo, quando c’è un intenzione inconscia di questo tipo le azioni pericolose sono di altra natura e perdonate la freddezza, relativamente meno incerte negli esiti – e più moleste nella vita quotidiana. Pericoli per i bambini più acclaratamente rilevabili e credo più frequenti. L’intenzione inconscia invece può essere più modesta – e comunque completamente preclusa alla coscienza e anche più sfumata. Può essere soprattutto più riferita simbolicamente all’atto eluso che ha portato alla tragedia. Attenzione quindi il complemento dell’intenzione è per esempio il portare il figlio al nido, e il valore che deve avere sotto il profilo inconscio il non portarlo. Cosa si associa a quel preciso atto mancato lo si può scoprire solo parlando con la persona che lo fa, ma si può pensare che intorno ad esso ci siano molte possibili associazioni: per esempio se ci atteniamo al caso di chi non porta un bimbo al nido e lo lascia in macchina: il dispiacere di separarsi e le lacrime del bambino, il senso di colpa per andare a lavorare piuttosto che stare con i piccoli, forse oggetti più grandi come la fatica emotiva della genitorialità da sospendere momentaneamente, o della presenza afffettiva. Un uscire magicamente da un ruolo genitoriale, un voler tornare a un tempo magico di possibilità, di essere figli e non padri, e chi sa cos’altro che ha a che fare con questo – ma tutte istanze non pensate, o pensate a tratti, in una misura in cui quotidianamente, assicuro – capitano a tutti, sono quasi fisiologiche. Solo che qui certe operazioni psichiche e quotidiane, sono durate forse più del solito.

A questa conclusione mi ci hanno comunque portato due pensieri. Il primo che riguarda la durata dell’amnesia dissociativa in questi casi. Perché constato che a tutti capita di scordarsi di fare una cosa routinaria e importante e pure di occuparsi di un bimbo. Ma nella grande maggioranza dei casi, recuperiamo il ricordo dandoci una botta in testa, un’ora dopo, due ore dopo. Ma cavolo, l’ho fatta questa cosa? Ma cavolo mio figlio sta ancora sul balcone! Il cervello cioè solitamente, ci fa ricompattare la dissociazione in tempo. Quindi, una lunga dissociazione di tante ore, mi fa riflettere sull’importanza di un’intenzione inconscia più corposa che si serve del meccanismo della dimenticanza.
La seconda riflessione riguarda gli oggetti dei meccanismi psichici inquadrati dalla prospettiva psicodinamica che nel nostro orizzonte culturale vengono chiamati in causa solo a proposito di macrooggetti. Si parla di inconscio ancora oggi e di difese inconsce, solo per chiamare in causa amore, morte, incesto, omicidio. Ma non è così, non è che uno dissocia o rimuove o idealizza o disprezza solo cose macroscopiche, questo è molto naif. La psiche funziona sempre con certi strumenti e certi funzionamenti, mettendo anche oggetti simbolici grandi su oggetti reali piccoli e viceversa, associando cose importanti a piccole dimenticanze ed è anche per questo che le terapie psicoanalitiche durano così tanto: perché alla fine si tratta di costruire narrazioni complesse costituite da microricostruzioni di piccoli atti, piccoli eventi, piccole proiezioni, piccole associazioni. Quella volta che il mio bambino si mise a urlare, io mi sono ricordata di me che urlavo.
Dunque, io ho pensato che, le lunghe amnesie che presiedono a queste tragedie, sono sostenute da meccanismi psicodinamicamente rintracciabili – quali la dissociazione (cioè una sorta di censura verticale dell’esperienza – in opposizione alla rimozione, che è una censura orizzontale) ma che questi meccanismi non siano probabilmente sostenuti da desideri inconsci di morte ma fossero applicate a contenuti diversi, quotidiani, comuni – solo con una concatenazione di conseguenze che manco l’inconscio poteva anche solo lontanamente includere . Quando l’inconscio include di queste progettualità abbiamo ben altre storie cliniche.

Queste lunghe dissociazioni, sabotaggi capitano invece relativamente spesso – e in seduta posso testimoniare che sono occasione di ampie riflessioni e insight. Noi sappiamo di tutti i bambini morti, ma non sappiamo dei bambini che hanno dormito e poi si sono svegliati in primavera senza trovar nessuno, di quelli che sono rimasti infreddoliti in macchina fino al ritorno di un adulto, di quelli che hanno rischiato sono andati al pronto soccorso e poi dimessi. Perché la genitorialità anche in persone che non hanno una dimensione problematica grave, può avere delle aree di ombra, come altre cose importanti della nostra vita possono stare nell’ombra e insomma, la dissociazione è un’arma terribile di questa zona d’ombra: forse la più terribile perché davvero irriconoscibile: mentre altri comportamenti altamente problematici possono infatti essere riconosciuti perché tutta la personalità in qualche modo cambia, la dissociazione scinde verticalmente, e la persona è quella di sempre – Così come dobbiamo tenere a mente che ecco, anche l’inconscio si può sbagliare: attuare un meccanismo che ha un certo scopo e produrre una catena di effetti che va completamente altrove, come io credo che sia nella maggior parte di questi tragici casi.

Proprio per questa considerazione, come c’è un allarme nelle automobili quando non metti la cintura, ci deve essere un allarme per quando si ferma la macchina e si lascia un seggiolino. E questo anche pensando, non solo al rischio terribile di un piccolo che smette di vivere, ma anche a quello psicologicamente rilevante di un povero bambino che a 5 mesi si dovesse svegliare cominciare a piangere e rimanere solo e disperato per chi sa quanto tempo. Non è neanche quello un bel pensiero, se ci si concentra per un momento a quanto si è sprovvisti di risorse di mondo a 5 mesi, 1 anno, 1 anno e mezzo. Quanto poco si è certi in quel momento che qualcuno tornerà. Penso che tutti sappiamo di questi bambini che perdono la vita per questi atti mancati, e allora dobbiamo sapere che ce ne sono altrettanti che per gli stessi atti guadagneranno un’esperienza traumatica, e dobbiamo pure sapere che questa cosa può capitare a chiunque, o alla maggior parte, perché è l’esito imprevisto di un atto inconscio che riguarda la nostra manipolazione nevrotica e simbolica quotidiana. Non è insomma una cosa che abbia necessariamente bisogno di un disturbo borderline di personalità, per questo ci risulta tanto spaventosa.

Un’ultima considerazione sulla utilizzazione culturale delle logiche psicoanalitiche. Mi lascia perplessa la disinvoltura con cui qua e la ho letto di presunte intenzioni involontariamente infanticide in questi giorni, con questa idea di inconscio come il parmigiano, come il prezzemolo, l’ingrediente che sta bene con tutte le pietanze criminose anche se non so bene manco che sapore ci ha e come funziona. Se mi si accende il tasto analitico e mi ricordo che potrei essere l’analista di chi lincia riesco capisco bene il bisogno di andare per le spicce e stabilire una casualità lineare tra un comportamento presunto e l’effetto della morte di un bimbo – anche se dovremmo stare attenti, è una delle cose per cui siamo meno etologicamente orientati – ma se dismetto quei panni, e penso all’uso distorto di una disciplina, non nascondo di essere irritata. Sarà un grande successo della divulgazione psicodinamica e psicologica quando passerà nella mentalità condivisa l’idea che le storie sono diverse l’una dall’altra, e a storie diverse corrispondo dna diversi, e modificazioni del dna diversi, e parole diverse e sogni diversi. E tutto questo riuscirà a impedirci di sbraitare in modo scomposto davanti a ogni fatto di cronaca.

Buongiorno dal mio gatto

Quando la mattina viene sul letto, il gatto vecchio le si avvicina al volto di fronte al corpo steso sul fianco, si compone in una postura gentile e severa, e comincia a fare delle fusa molto rumorose, di discreta autorevolezza, di richiamo urbano ai doveri della giornata e della cura, occuparsi di lui chiede, più precisamente chiede, non già che gli sia versata acqua e cibo di cui dispone del resto, ma che lei si appresti a mettere la caffettiera sul fuoco, assonnata, intrisa di caldo ma comunque efficace, perché è un gatto vecchio, ha le sue abitudini, te l’ho detto che non mi piace mangiare da solo, specie la mattina.
Svegliati.

Questo accade tutto le mattine intorno alle sei, e il rituale prevede l’intervallo lievemente cattivo di lei, ma per altri versi comprensibile, non ha voglia di alzarsi potrebbe aspettare un’ora, in cui fa finta di fraintendere le richieste del gatto, e fa finta di intendere l’atto di sedersi facendo le fusa, come una proposta di affetto, di intrattenimento, di tenerezza. Afferra nel sonno il gatto vecchio e l’abbraccia con trasporto, godendosi per alcuni minuti, la successione degli stati emotivi e diplomatici di lui – che è stato sempre un gatto gentile, ancorché beneficiario di carezze nell’arco della giornata, e ora, regolarmente, come ogni mattina in una situazione di enpasse diplomatico.

Il gatto vecchio infatti si sottopone all’abbraccio e si presta anche come richiesto a giocare al sorcio sotto le lenzuola, a cui da zampate convinte, e morsi. Tuttavia non si può non constatarne nella piega delle orecchie e nella mossa degli occhi, la successione di una serie di stati d’animo difficilmente rintracciabili se non nell’eleganza di certi maggiordomi edoardiani, oppure di certe contesse decadute del meridione novecentesco, quando i rapporti di classe e di potere si stendevano nell’arco compreso tra le affettate cortesie e le affettuose ipocrisie, e l’elegante subalterno, persona di mondo e di finezza morale, intuiva il veritiero trasporto del potente dinnanzi a lui, l’amorevole e autentica disposizione, la grazia che non può fare a meno di far notare per cui, non se la sente di improntare rivoluzioni che sono una cosa così sgarbata, eppure c’è questo problema che.

E allora il gatto vecchio dopo un poco, stabilisce che è opportuno smettere di fare le fusa, rimane seduto e disponibile sul letto e pure come ritratto,   e con la smorfia di un contenuto disappunto, di una cavalleresca tolleranza, finché la connotazione di vecchiaia prevarrà su quella di gatto, e come i vecchi e i padri di tutte le razze e di tutte le specie, assumerà la piena consapevolezza di avere il diritto di rompere i coglioni, sia perché nella sua condizione non vi è niente da perdere, sia perché l’età concede da sempre un’autorevolezza che soverchia le logiche di classe e quindi, comincerà implacabile e severo a volteggiare sul letto per fare alzare questa corrotta borghese e debosciata che rimarrebbe a dormire fino alle sette.

(per un buongiorno completo:)

Il cantore di barzellette

 

 

Ho quarantaquattro anni e già quando ero piccola io il raccontatore di barzellette era una figura in declino, per quanto allora ancora impercettibile. Si trattava di solito di una persona di mezza età, quasi sempre un uomo, frequentemente sovrappeso ma non sempre, amante della crapula e del buon sesso, nella versione archetipica qualcuno capace di esercitare un potere sociale, e tradizionalmente seduto tra gli scranni di una maggioranza, anche se quasi sempre su un sagace trono di seconda fila. Il raccontatore di barzellette era un eroe della prima repubblica e della scorrettezza politica, e probabilmente l’ultimo grande epigono che abbiamo avuto modo di osservare è stato il suo malgrado tramontabile Silvio Berlusconi. Verrebbe da collocare i raccontatori di barzellette all’altezza di una moderata media borghesia di maschi caucasici, ma in realtà il raccontatore di barzellette era una sorta di funzione matematica di qualsiasi gruppo sociale. Anche gli Shtetl avevano i loro impavidi raccontatori di barzellette, e nei campi di cotone c’era sicuramente un cantore di barzellette, perché il raccontatore di barzellette era quello che ridefiniva, condividendoli, i valori sostenuti da un gruppo, li ridistribuiva tramite l’umorismo, e rassicurava con la condivisione della risata le logiche di appartenenza.   La barzelletta aveva, dunque mi è sempre sembrato, un ruolo squisitamente conservatore e reazionario: non si può ridere di qualcosa che deve avverarsi, ma solo di qualcosa che è ampliamente solidificato: anche la dissacrazione è profondamente teologica, e conferma la sacralità: solitamente sperando di poter rubare la tiara del Papa per gettarla alle ortiche. Il cantore di barzellette era di volta in volta, il bastone della vecchiaia di un imperatore tenace, l’asta per il campione di nuovo lignaggio che si voleva buttare oltre l’ostacolo.

Certo, il raccontatore di barzellette – che già nella mia prima infanzia suscitava in me ambivalenti sentimenti – doveva avere caratteristiche e specifici talenti, la coazione alla seduzione del narcisista, ma anche e questo quasi scientificamente non smette mai di affascinarmi – una specifica convinzione quasi divina, di avere il diritto di far ridere gli altri ancorché una sorta di bisogno erotico del sorriso altrui – Ma quel diritto di prendersi sul serio mentre si formula una narrazione umoristica mi ha sempre affascinato perché, constato, intere legioni di grandi narcisisti che seducono e si fanno amare facendosi votare, facendosi guardare, mostrando i loro quadri e suonando le proprie cose, anche essendo grandemente spiritosi nella loro vita quotidiana e raccontando in modo buffo le cose che sono loro capitate, entrano in un puerile imbarazzo di fronte al dover raccontare una barzelletta, la quale, senza questo sentirsi in diritto di far ridere, di recitare, sarà un fallimento infame. Il narratore di barzellette era quindi prima ancora un narratore, un teatrante, un camaleonte, un virtuoso emotivo dei tempi scenici e della tensione narrativa. Oltre che un assolutamente risolto aedo di qualsivoglia gerarchia sociale: l’inclusività del narratore di barzellette si avvaleva pressocchè regolarmente dell’esclusione di qualcuno.
Il raccontatore di barzellette era dunque una figura genuinamente premoderna, e come vedremo necessariamente analogica.

Mi sono chiesta infatti cosa ne è stato di questi grassi industriali sul litorale, questi zii del pranzo della domenica, per quale motivo ora leggono sempre il giornale, come mai anche i loro bambini a scuola barzellette ne raccontano sempre di meno, smettano sempre più presto. Come mai spontaneamente il narratore di barzellette va mettendo in silenzio, vada in estinzione come i panda, sembri trovare da mangiare solo in certe specifiche riserve – forse mi dico non ancora digitalizzate. Mi sono risposta che la verità va trovata ponendosi la domanda in altro modo, ossia perché i gruppi sociali non vogliono più i raccontatori di barzellette, non esprimono più quella funzione matematica e hanno adottato scelte linguistiche, e antropologie dell’umorismo che sono fortemente mutate. In realtà è come se le barzellette fossero un dialetto, o un genere letterario, che risponde sempre di meno all’umanità che parla.

( Certo, prima della morte sociale della barzelletta c’è stata una sua fortunata stagione in una formula sintetizzata e ideologicamente, tutto sommato, più modesta e meno arrogante. Almeno in Italia, non so cosa succeda all’estero devo dire e questa mia trattazione non pretende di varcare le alpi, capii che un momento sociologicamente importante per la storia dell’umorismo fu rappresentata dall’uscita dei due volumi Anche nel loro piccolo le formiche si incazzano, di Gino e Michele, dove una serie di battute piacevoli, prendevano il posto dei libri di barzellette. Prendeva piede un umorismo più stringato per estensione ma più intimo nei contenuti, che faceva riferimento all’esperienza quotidiano della vita e dell’umano, più inclusivo e più tarato sull’esperienza privata, spendibile come spiccioli, le formiche erano piccine veloci smart, e non quindi mastodontiche come certe infinite storielle come il vecchio che non riusciva a morire e a cui si sparava a fine tribolazione, e che ti prendevano per esasperazione. L’erede delle formiche sono stati i capitani di Spinoza.it e quando i social si sono diffusi, l’umorismo pulviscolare della freddura, ha proposto la grammatica di un nuovo linguaggio – il quale primariamente condivide un mondo privato, in cui grandezze ideologiche rimangono ma passano sullo sfondo, le storielle resistono ancora nell’immaginario ma si leggono mentre si raccontano di meno, e diventano una dichiarazione di identità culturale che non ci si sente più in dovere di esternare. O meglio, credo che lo si faccia in un altro modo.

Credo allora, che il raccontatore di barzellette sia stato cannibalizzato da diversi cambiamenti collettivi, il primo fra tutti si è intrecciato con i social netwark con i reality e con una generica patologia della narrazione e perfino dell’industria culturale per cui si è inflazionata la centralità dell’esperienza privata e della sua inclusività, a discapito di narrazioni di visioni del mondo che si assumevano la responsabilità delle loro feroci gerarchie di potere. Non è che scorrettezze politiche, e gerarchie sociali non ci siano più, anzi se vogliamo sono categorie che oggi fioriscono in comportamenti più sfacciati e franchi di dieci anni fa – potremmo dire, sdoganati – ma sono diventati appunto contenuti che sintatticamente non sono più affidati a un genere, un narrazione codificata e distinguibile, ma sono stati spalmati sull’ossessione biografica di questi anni, dove tutti, grazie anche – ma non solo – ai social (ma pensiamo ancora i reality e ancora i meccanismi di selezione dell’editoria) narrativizzano il proprio quotidiano, il proprio privato, la propria routine e quindi le dinamiche inclusive ed esclusive dei gruppi sociali vengono affidate a nuove strutture narrative. Si può dire che ora, al posto dei narratori di barzellette sono fioriti – i ricamatori di aneddoti privati.

 

Questi nuovi ricamatori, sono di entrambi i sessi ma bisogna dire a onor del vero, che ci sono soprattutto grandissime ricamatrici, che dell’arte narrativa dell’aneddotica privata unita al marketing della personalità hanno fatto una teoresi. Io credo che siano queste sapide e spesso ciniche signore, le vere eredi sociali del narratore di barzellette, e sono in fondo la chiave di volta della comicità femminile televisiva dell’ultimo decennio. A pensarci bene, che si pensi alla Littizzetto, per un verso, che si pensi alla Lucarelli per un altro, via via fino alla pulviscolare rete dei ricamatori e delle ricamatrici dell’aneddotica privata, che fioriscono sul web, cambia la salsa cambia il rapporto con la visione globale delle cose, ma la funzione che svolgono nell’economia psicologica dei gruppi sociali – è sempre la stessa.

 

Scala(ta) sociale

In fondo, gli argomenti refrattari alla letteratura sono davvero pochissimi. Tutto sembra essere impugnabile dall’estetica, tutto è fonte possibile di paradosso, struggimento, sensibilità, e denuncia, e umorismo. E quello che prima era censurato, protetto dalla sacralità della vergogna, ora diventa persino passibile di idolatria, con le persone che fanno la fila per visitare l’altare, e altri che invece comprano i testi sacri della vita del santo. Si comincia con un cesso di ceramica immolato ad una mostra francese, si prosegue con la vivisezione della merda, magnificamente descritta in un romanzo tedesco – di poi, si continua all’infinito.
Tuttavia, non mi riesce di ricordare la pennellata di un film d’autore, intorno a una riunione di condominio. Solo film di umorismo amaro, bassa satira di bassezze vergognose – scene di esagerata riduzione bestiale. Probabilmente, per il problema che sempre si ha con l’importanza dei soldi, come se l’importanza dei soldi negasse l’umano dell’estetica. Un errore, io credo. Nelle riunioni di condominio il romanzo di ogni vita viene al pettine, come un nodo che non si scioglie.

Abitavo in un palazzo signorile –  di vocazione genuinamente borghese, in una bella via di palazzi novecenteschi, con piante di gerani nei balconi di pietra, ampie finestre , un solido portone di legno. I miei vicini erano liberi professionisti, insegnanti di scuola superiore, impiegati di livello. La maggior parte di loro, non di prima generazione. La signora del terzo piano era figlia dell’ingegnare che ha progettato il palazzo, l’insegnante del secondo,  invece figlia a sua volta di insegnanti. Io stessa venivo da un dirigente pubblico e un libero professionista – all’epoca, erano loro quelli che potevano quella casa. Comunque- un palazzo di solido buon senso, con misurate velleità nei marmi sul corrimano delle scale. Volevano anche cambiare l’illuminazione perché  – dicevano – che quella che c’era era troppo vecchia e triste. I medici soprattutto – non avevano il naso per capire la logica del modernariato e della filologia degli interni.

C’era stata anche una portiera – ma poi costava troppo e le era stato tolto il portierato anche se lei continuava ad abitare con la famiglia in un piccolo appartamento a ridosso delle cantine. Comunque, anche questa cosa del portierato dismesso, dava le coordinate socioeconomiche degli abitanti del palazzo. Abbastanza ricchi per un terrazzo pieno di jukke e calle e piante volutamente eleganti, ma non abbastanza per smettere di essere oculati.
La ex portiera tuttavia rimaneva nel piccolo appartamento. Portava la spesa alla signora dell’ultimo piano, da mangiare a un cane e a un gatto, puliva le scale.
(A tutti fa comodo una persona che si deve far perdonare).

 Mi ricordo  però di una certa riunione di condominio.
Si doveva discutere cosa fare dell’ex portiera, perché il suo contratto d’affitto a un prezzo irrisorio era scaduto e i condomini dovevano decidere se mandarla via. Voi direte che questo è un fatto poco poetico e letterario, per via delle parole
 condomini e contratto e prezzo. E vi immaginate gente che urla, gente che ringhia, gente che bofonchia. Gente diventata tutta uguale. Una situazione sgradevole e poco interessante. E in effetti io stessa ero arrivata con studiato ritardo e me ne ero andata con scaltro anticipo, poco tempo per dire che c’ero…ma abbastanza per assistere a certe fascinose dinamiche – un tempo sarebbero state definite di classe– che trovai molto romanzesche, quasi emerse da un racconto del passato.
Riguardavano il signor Mario dentista del secondo piano e il signor Gianni oculista del quarto.

Il signor Mario era molto bello – un divo del cinema,  con i  capelli neri e la carnagione scura,  i lineamenti regolari, e il corpo dritto e agile. Sicuramente giocava a tennis più volte a settimana, e aveva una bellissima moglie, e due deliziosi bambini. Non posso dire di più  del signor Mario perché era di quelli che non salutano mai, e perché credo che in una reciproca intesa dei nostri istinti avevamo da subito fiutato, una totale incompatibilità esistenziale, che successive riunioni di condominio avevano definitivamente ratificato.
Il signor Mario – sempre abbronzatissimo – urlava continuamente, e tendeva a prevaricare mentre noialtri ce ne stavamo pigramente seduti insieme pensando alla fuga e cercando la saggia gentilezza della fretta. L’arroganza ci risultava fastidiosa talora provocava risentimento. L’avvocato del terzo piano ci trova qualcosa di puerile, io qualcosa di debole, in contrasto con la necessaria imperturbabilità del medico in carriera. 

Il signor Gianni invece, era basso, di mani grosse e mai completamente distese, di posture ineleganti. Quando camminava, pareva uno di quegli orsi con un eccesso di pelle. Aveva lo sguardo intriso di sapori diversi, tigna, speranza, amarezza, soddisfazione, accontentarsi, e teneva una famiglia di donne tutte bionde e assai voluminose. I condomini lo guardavano con cortese ambivalenza, e forse io pure. Tuttavia alla nascita di mio figlio, si era avvicinato alla carrozzina e aveva detto molte cose gentili – iscrivendomi in una comunanza genitoriale per me nuova di cui gli fui grata.. Sicché io il signor Gianni, nonostante subodorassi differenze abissali ce l’ho sempre avuto  più simpatico. 

Ma ecco, tornando alla riunione, quando ci mettemmo a discutere della portiera tutti i condomini erano d’accordo sul fatto di tenerla dove stava, con l’agevolazione dell’appartamento perché pazienza, poveretta  – si diceva -” non è una donna cattiva, non ha la possibilità di andare in un altro posto, il marito è disoccupato”. La signora Franca. per la verità era utile e poi e tutti erano troppo stanchi e pigri per pensare ad essere cattivi. E poi lo sfratto che noia, e qualcuno aggiungeva, poi tocca fare pure i lavori dopo, e poi a me porta la spesa, diceva una e poi a me tiene le chiavi diceva un altro e così ecco, il destino della ex portiera andava gradualmente acclarandosi.

Però il signor Mario si oppose. Basta con la beneficenza! proferì tonante all’ assemblea.Vi offro più soldi e me lo prendo io l’appartamento della ex portiera! E io mi ricordo di questa specifica riunione perché contrariamente al mio consueto silenzio assenso per la qualsiasi, , mi arrabbiai con il signor Mario, per via della portiera, per via delle riunioni precedenti pure, e pure diciamolo perché non mi salutava mai questo cafone.  Perciò inviperita mi misi a sibilare –  con lo sbigottimento degli astanti – che il signor Mario non avrebbe pagato mica il prezzo della portiera, che se no va per ponti, e manco poco di più come credo sperasse,  ma il prezzo di mercato che un distinto professionista di par suo poteva permettersi di sostenere.
Il signor Mario ne fu molto colpito e cominciò a sbraitare cose, ma come ti permetti, roba da pazzi.  e via di seguito, nella consueta incongruenza con il volto hooliwodiano e la camicia eternamente candida. Gli altri sospiravano mesti.

Io nel frattempo – come sono piccine e veloci le cose che si ha voglia di raccontare  – facevo a tempo a rintracciare le reazioni del signor Gianni, che ora sussurrava complice e comprensivo Calmati – all’altro condomino e collega  – e poi continuava dire, ora parliamo civilmente, mentre il signor Mario ora rimaneva silenzioso.


Si votava. Il signor Mario si diceva contrario a confermare l’appartamento della portiera. A uno a uno gli altri condomini si dichiaravano favorevoli. Arrivati al turno del signor Gianni io lo guardavo con la curiosità dei romanzi possibili, gli vedevo gli occhi fare dei pensieri e dei calcoli, piccolo personaggio di verghiana memoria, e gli sentivo dire un falso, mal recitato. Io voto contro. E’ ora che la ex portiera se ne vada! ( E perché? aveva chiesto l’avvocato serpentino? E niente aveva farfugliato quello confuso, giacché non aveva mai avuto molto da ridire sulla questione)
Rimanevano in forte minoranza, con 12 persone contro e l’incontestabile potere dei millesimi. Il signor Mario si arrabbiava moltissimo e pensava a chiamare un avvocato – Signor Gianni si industriava a a mostrarsi sodale.

Cosa avrebbe dato il signor Gianni  per poter giocare a tennis con il Signor Mario! Per bere con lui un caffè al bar e parlar male del servizio pubblico! Certo non nel bar della via, sporco di una quotidianità indecorosa, del resto il signor Mario non ci andava mai, e il signor Gianni a pensarci bene sospettava che non bevesse caffè, e neanche alcolici, e che non fumasse, e che dormisse il giusto e tutte le cose dei giusti. Ma comunque, sognava di esserci amico, ipotizzava  e si chiedeva  cosa mai poter fare per entrare nelle sue grazie, che chi sa che bei pazienti eleganti avrebbe potuto portare nella sala d’attesa, e che circoli distinti e danarosi avrebbe frequentato le domeniche pomeriggio…

(Il problema del signor Gianni era che lui credeva di voler essere opportunista, ma era solo un po’ innamorato del mondo che non aveva raggiunto. Era l’altro quello che col talento e  la vocazione per la miseria umana: non aveva mai perso molto tempo il suo istinto, a capire che il vicino non gli serviva a un cazzo, e da quella prima volta non si era mai peritato di rispondergli
.)

note su Recalcati – Miller

 

Non ho mai nascosto per l’universo lacaniano una sorta di complicata diffidenza, per non dire una sorta di scomodo disagio verso quello che avverto uno stile di personalità un modo di abitare il mondo analitico per non dire psicoterapeutico che mi è estraneo, o forse dovrei anzi dire – pericolosamente intimo. Riconosco a Lacan alcuni momenti di geniale teoresi, e anche al contesto suo e dei suoi discepoli un universo linguistico e comunicativo – falsamente elitario ma segretamente seducente, che trova in tanti lavori divulgativi di Recalcati una forma efficace e definitiva, che ne spiega il meritato successo. Ma il lacanismo mi rievoca forse degli aspetti ombra della mia storia personale e della mia formazione – e forse anche di più il recalcatismo: anche io scrivo in maniera letteraria e seduttiva   – tutta presa dal desiderio di conquistare il prossimo, e anche io amo i richiami a un pensiero filosofico e colto a prescindere gli scranni della clinica. Ma soprattutto, nessuno si renderà mai conto quanto la componente narcisistica sia un ingrediente frequente quanto – a sorpresa – efficace, nella professione dello psicoterapeuta. Non tutti i clinici lavorano con uno sfondo narcisistico dell’organizzazione di personalità – per cui attraggono pazienti, e li tengono a se, e godono dei loro miglioramenti vedendosi riconfermati, e parlano in maniera oracolare in contesti pubblici incarnando in questo modo non sempre solo qualcuno in cui idealizzare aspetti se negati, ma incarnando anche istanze di protezione di se e di saggezza, che diventano una voce interna che protegge il paziente. Questa cosa nel Recalcatismo è potentissima, ma io non nascondo di funzionare in questo stesso modo anche come clinico, di ricordare la voce dei miei analisti nella gestione dei momenti di crisi, e anche io alle volte mi ritrovo a dire in seduta, o qui sul blog altrove, cose che seducano e rimangano in presso, sapendo di piacere e di voler essere amata, ma anche, sapendo di mettere dentro agli altri qualcosa che poco modestamente so, che può germogliare, e seminare e approfittare dell’intelligenza e della sensibilità che trova nei miei interlocutori e pazienti.

Tuttavia questa dimensione strabordante dell’io, il sicuro godimento di quello che l’analista è in grado di dire, il terribile compiacimento, è una dimensione che mi spaventa, per la sua possibilità di tracimare e fare danni, perché l’analista che fa l’analista, ma anche lo psicoterapeuta che fa lo psicoterapeuta, no non è prima intellettuale, non è prima studioso, non è prima soggetto politico, non è maestro, è prima di tutto analista che fa l’analista, terapeuta che fa il terapeuta, prima prima prima di tutto persona che si occupa di altre persone che se la passano male, o alle volte molto male, e in un certo senso deontologicamente ed esistenzialmente questa sua posizione non riguarda solo i pazienti in cura in quel momento, ma quelli che ha avuto e che non vengono più, e quelli che potrebbe avere e non sono arrivati, e quelli che sono degli altri e quelli che non sono di nessuno. Un analista è in un certo senso un analista sempre.

Essere un analista sempre vuol dire allora che nel suo essere soggetto eventualmente pubblico deve avere sempre in mente la diade relazionale in cui il suo comportamento cade, e anche la sua immagine pubblica, ne deve essere quindi molto consapevole, perché questo suo diciamo essere in stanza è un dato permanente. La stanza d’analisi lo segue e in quella stanza non bisogna indugiare in quelle dinamiche narcisistiche perché hanno l’effetto di materializzare i complessi di inferiorità dell’altro di tradurli in corpo. Il che vuol dire ricordarsi, che molti vengono in quella stanza avendo un’idea di se di non amato, di abbietto, e l’analista sempre più bello e bravo e di successo è la reificazione di tutto quello che quel non amato e abbietto non si sente in diritto di essere mai. Ecco allora perché bisogna stare tanto attenti.

Ed ecco, se ogni scuola psicoterapeutica quanto meno delle maggiori ha un suo rischio latente, e un suo peccato originale – a me pare che il problema latente dell’universo lacaniano sia questo pericolo di una deriva narcisistica, più spiccato dei severi e rigidi colleghi per esempio kleiniani, e che supera quello per esempio di noantri junghiani, che in termini di peccato originale conserviamo un rischio e un passato di strafalcioneria lessicale e scientifica che è sempre in agguato. Ed ecco, tutta la vicenda Recalcati – Miller mi è sembrata un esempio di questa patologia narcisistica della clinica, una patologia tale che non salva nessuno, dei due interlocutori per me colpevoli di aver tradito la deontologia entrambi, per via diverse ma per lo stesso problema. Amatemi! Ditemi che sono pieno di qualcosa quando ho paura di essere vuoto.

Il problema di Recalcati, non è tutto sommato aver fatto facciamo conto un endorsement sulle sue preferenze politiche, anche se sono operazioni comunque rischiose, che non a caso molti colleghi anche prestigiosi evitano, ma di aver correlato narrativamente ed esplicitamente in un contesto politico e pubblico una descrizione diagnostica a una scelta di voto. Per cui è stato in grado di dire alla Leopolda che l’essere contro Renzi era senza dubbio segno di una profonda nevrosi. Ora questa cosa è piuttosto grave su un doppio versante: un versante politico perché usa la clinica per declassare le diverse scelte politiche, attentando in un certo senso – che spero sia piuttosto intuitivo – alla libertà di opinione e delegittimando con una razio da dominanza psichiatrica la legittimità delle diverse formazioni politiche. Perché capito c’è il partito dei sani, e il partito dei mentecatti. Per un secondo verso più clinico prende i pazienti e li rende spettatori del narcisismo suo e titolari di insulto: tu paziente che vieni da me Recalcati, vieni per quella cosa la che io ci posso insultare uno. La nevrosi come insulto razzista. Non è una cosa che secondo me un clinico possa deontologicamente fare.

 

Ma questa cosa la posso dire, io, o qualsiasi altro mio collega ma trovo che sia ancora più scandaloso e raccapricciante che lo faccia qualcuno che sia stato, a sua volta l’analista di Recalcati. Miller che rimprovera Recalcati per le sue scelte pubbliche, delle quali in quanto suo ex analista dovrebbe avere acuta ratio, è qualcuno che fa qualcosa di molto grave, che tradisce potentemente un patto analitico che è per sempre, a prescindere dai rituali di scuola che qua e la possano ipotizzarsi, un tradimento indicibile e volgare. Nelle scelte di Recalcati deontologicamente discutibili il maestro deve saper trovare un sintomo, e tuttalpiù silenziosamente dispiacersi, eventualmente scrivere i rivolgersi privatamente al suo -per sempre per sempre suo – paziente, ma la violenza e la ferita di usare l’errore dell’altro per il vantaggio narcisistico proprio – il Fatto Quotidiano manco una rivista specializzata per addetti ai lavori – è inqualificabile. E forse nel triste gioco di specchi viene da spiegarsi banalmente perché questo tratto narcisistico che fa scrivere tante cose quanto meno interessanti e che possono essere analizzate e discusse da Recalcati – non abbia trovato un maestro che desse gli strumenti per arginarlo nelle sue derive più pericolose.