Psicoterapia e politica. Appunti

 

 

Ho avuto – come capita d’ufficio ai terapeuti di formazione junghiana – due analisti. Il primo era un uomo, la seconda una donna – come spesso nelle associazioni junghiane si caldeggia per una formazione più completa. Questa cosa della doppia analisi è certamente una prassi costosa, ma è di grande utilità per il lavoro successivo, e devo dire –mi sento di consigliarlo a ogni collega. La doppia analisi, mostra in maniera genuina e incontrovertibile alcune questioni di metodo interessanti, e che per essere funzionanti hanno anche bisogno di essere smitizzate. Quando si fanno infatti due terapie – per esempio con due persone di sesso diverso, alla fine si mette in campo sempre il medesimo oggetto, la propria biografia, e anche il punto di approdo varia piuttosto modestamente, quel punto di approdo ha a che fare con il riconoscere come declinazione di se, le vicende che abbiamo attraversato e prospetticamente il saper usare tutto quello che si sa di essere in maniera più adattata e flessibile di quanto si credesse un tempo. La cosa interessante però è che materia identica, scopi analoghi, ma si creano itinerari diversi.

La doppia analisi, fa cioè confrontare con altre connotazioni del privato del terapeuta e di come possano essere utilizzate o se non utilizzate possono essere pericolose per la terapia. Il suo carattere, il suo modo di ragionare – ma anche, la sua storia religiosa e di classe, e anche il suo orientamento politico. A questo proposito: il mio primo analista era un disincantato liberale, che a un certo punto mi rese chiaro che votava Forza Italia, la mia seconda analista una donna di sinistra, anche piuttosto incazzata, e piuttosto operativa sul piano concreto.

Nessuno dei due ha mai invaso il campo analitico con le proprie convinzioni. Nessuno dei due ha ribattuto per esempio mai severamente a qualche mia affermazione, o manifestato un’eccessiva complicità, hanno però fatto entrambi in modo che la loro connotazione personale non fosse completamente occultata ma una sorta di uno dei tanti oggetti sulla scrivania a connotare un’identità privata. Una cosa non dirimente ma riconoscibile, non dichiarata a chiare lettere ma dichiarata onestamente in due modi molto gentili – in termini di solidarietà etica quando mi sono trovata a parlare con la mia seconda analista su un certo argomento, e in termini di affettuoso umorismo quando il mio primo analista ricevette una storia di mio infervorato attivismo politico. I due modi, certamente risentivano anche del fatto che anche io nei due momenti di terapia ero diversa: con il primo ero tutto sommato prima di tutto ancora una ragazzina, mentre lui era un uomo anziano – sarebbe morto a terapia non finita, con la seconda io ero un’adulta, con i numeri per diventare collega, lei a sua volta era una donna adulta ma non anziana e quindi, la qualità della relazione era diversa. Tuttavia quei due modi di risolvere quella e altre caratteristiche idiosincratiche ed identitarie, per me sono stati in entrambi i casi un insegnamento. Un insegnamento che suona così:

di ai tuoi pazienti quello che sei, ma non per condannare quello che sono loro, ma per far capire loro che quello che sei nel mondo materiale è un oggetto relativo, non capace di giudicare, di creare gerarchie, di condannarli, di quello che sei perché gli analisti sono umani che parlano con altri umani, tifano per esempio una squadra di calcio, dicono cazzate sul fatto che ah il cane è bello ma impegnativo meglio il gatto, ma il gatto però invece si sa è egoista, l’analista è un umano troppo umano e insomma, non ti curerà pensando che dove sta lui tu non stai, e quello stare è politico. Non è quello il punto.
I miei analisti mi hanno detto questo – qui dentro non è questo il punto.

Io a mia volta ho seguito spesso – anche se non sempre – questo esempio. Le terapie sono mondi idiosincratici, che cambiano molto da paziente a paziente. Con certi pazienti, per esempio poco sensibili alle categorie della politica, quello che io sono politicamente non è emerso mai, manco sullo sfondo, con altri – molti – in questo modo qui: come un oggetto da usare come gli altri. Se interrogata sulla questione raramente mi tiro indietro – anche se la manovra ne implica diverse altre di cui ora parlerò, in qualche raro caso – in maniera lucida e ponderata, ho utilizzato l’isomorfismo politico con certi miei pazienti come un oggetto emotivo di cui potessero approfittare, un essere con simbolico, su cui potessero accomodarsi, essendo magari pazienti che non hanno avuto mai ne sedie comode, né letti comodi, né culle comode. E’ un’operazione che faccio anche con altri aspetti della vita quotidiana, alcuni possono anche essere molto sciocchi (le scarpe, per esempio) molti pazienti hanno bisogno di un inizio di noi. Io forse pure, ammetto di averne bisogno. Un piccolo trampolino materiale – uno sfondo su cui mettere delle cose dopo. Quando c’è un isomorfosmo politico questa cosa è facile. Quando non c’è non crediate, la vita ha un mucchio di cose su cui costruire un ponte.

La mitezza con cui si circoscrive un oggetto proprio – sono politicamente così orientato, sono vegetariano, non fumo – in realtà – e presto si apprende – dissimula delle considerazioni importanti da fare e che probabilmente riescono meglio quando c’è dissonanza politica di quando c’è concordanza. Il contenitore analitico infatti rende tutto interessante, ossia rende tutto in un certo senso sintomo, micronarrazione pulviscolare del mondo interno di chi sta parlando di se. Per usare una formula un po’ aggressiva ma efficace: in stanza tutto è nevrotico, non perché tutto ciò che facciamo nella realtà sia nevrotico, ma perché in quella stanza tutto è possibile fenomenologia del noumeno di quello che siamo, quel che ci dispiace, quello che torna a essere sempre allo stesso modo. Le narrazioni del proprio modo di vivere politicamente sono particolarmente adatte a questo tipo di sguardo diagnostico e certe volte la distanza ideologica aiuta il terapeuta più di quanto si creda. Per un analista di stampo liberale conservatore per esempio, potrebbe essere più immediatamente facile capire come per il suo paziente occuparsi da mattina a sera di case occupate e distribuzione di case popolari sia una forma depressiva organizzata sotto l’egida de l’Altro Dominante, più facile di quanto sarebbe per un suo collega invece di sinistra, pronto a vedere nella scelta dello stesso paziente fattori di resilienza, aspetti positivi, modi per esempio di guadagnare il centro della scena. Aspetti proiettivi o di scissione, tipici invece di un certo tipo di sguardo politico di destra – in merito a tutto ciò che è altro   – extracomunitari, sono forse più immediatamente individuabili per terapeuti di altra formazione politica.

Di fatto, in quella stanza, la politica diventa comunque un oggetto per parlare di se, al contrario credo di come credo dovrebbe accadere fuori. In ogni caso, proprio per questo utile aiuto allo sguardo della distanza, è bene non accomodarsi troppo nella consonanza politica e se è utile non annullarla per l’alleanza terapeutica è altrettanto necessario in qualche modo, relativizzarla.

Naturalmente non è facile, ma questo tipo di difficoltà si risolve con l’esperienza, e più i terapeuti si fanno esperti, più riescono a diventare terzi rispetto alle proprie convinzioni personali, non tanto sui contenuti – che mantengono una priorità interna nel loro privato che non viene scalfita dalla prassi di lavoro, ma nelle modalità con cui propongono ciò che pensano, nella consapevolezza dei linguaggi che usano e nel cercare di trasmettere ai propri pazienti quella consapevolezza e quel grado di controllo. Non fare in modo che siano le nevrosi a scegliere le tue eventuali prassi politiche, fai in modo di scegliere tu, tra i i tuoi linguaggi, quello che è più adatto ai tuoi obbiettivi.

Il tema è interessante perché riguarda qualcosa che fuori la stanza d’analisi può avere una posizione gerarchica diversa da quella che guadagna dentro – dove in genere è appunto retrocessa, e per questo può essere utile per riflettere su alcune questioni su larga scala, riguardo alle psicopatologie, le diagnosi e il loro rapporto con le nostre scelte pratiche. Per esempio, mi sono spesso infatti ritrovata a riflettere, sui casi di alto gradiente di impegno politico, ossia i casi di quelle persone che si spendono molto politicamente, con azioni concrete che implicano molto dispendio di tempo, di emozioni, di denaro – di se. Ci ho riflettuto perché sembrano saturare due logiche in contraddizione tra di loro. Da un punto di vista collettivo questi soggetti sono salubri e necessari, muovono le cose, hanno delle iniziative utili, sono necessari oggetti visibili di cui la vita politica ma anche più banalmente e capillarmente – amministrativa di una comunità ha bisogno, dall’altro spesso e volentieri saturano altrove e sempre parzialmente domande che riguarderebbero il privato, risolvono con soluzioni complicate squilibri che costantemente si rinnovano, la scelta dell’intensa attività per la polis, a volte si rivela un mezzo per mantenere un equilibrio precario, ma simultaneamente all’occhio clinico risulta evidente che quell’equilibrio precario ha costi molto alti e quella persona è molto infelice. Si tratta tutto sommato, di una constatazione che si fa a proposito di diversi sintomi, solo che in questo caso abbiamo un sintomo socialmente utile.

Questa combinazione non è comunque costante. In casi più fortunati, ci sono soggetti altamente politicizzati che riescono ad armonizzare nella propria parabola pubblica la propria vicenda privata – è il caso per esempio di certi grandi matrimoni che si edificano su una condivisione ideologica ed etica forte, dove per cui le prassi di impegno, si mischiano a delle prassi private, o dove false asimmetrie in realtà consentono di mettere nel privato una distribuzione visibile a tutti degli ingredienti importanti di un’esistenza. E’ il caso di coppie molto conservatrici ma felici dove lui è quello che si occupa della polis   e della trascendenza per entrambi, e lei dell’eros del privato della relazione per entrambi, in un sistema però instabile – che appare fermo fuori, e invece molto dinamico all’interno. Sistemi dove in casa c’è consistente collaborazione e consistente scambio sullo sguardo politico del partner.

In ogni caso, il quadro politico è una moneta narrativa degli equilibri interni che in psicoterapia si può utilizzare, e in caso modificare le regole estetiche con cui quel quadro politico è composto. Non vuol dire cambiare l’orientamento ideologico di un paziente, tema che poi entra in seduta con relativa incidenza – specie nel nostro paese, specie nel nostro momento storico, né che questa cosa debba realmente interessare la clinica, ma io credo che possa succedere che siccome cambiano le regole psichiche a cui si obbedisce, tramite la terapia – oggettivamente ci si va per quello, perché si è sottoposti a una norma che non si condivide ma si segue – può succedere che anche quello sguardo e quel metro di giudizio possa modificarsi. Il che però non toglie che, fuori dalla stanza di analisi le logiche del funzionamento psichico e le logiche del funzionamento sociale possano anche non sovrapporsi.

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Mazada

 

Il rapporto dell’ebreo con le classi sociali è da sempre improntato a un’appartenenza mai conclusa eppure vistosa, se è povero è straccione, se è borghese è molto borghese, e questo dipende da un problema degli occhi di chi lo guarda, ma anche da una sorta di formazione reattiva, a un sentimento opposto. Forse gli capita di vestire con zelo, le stimmate di una famiglia a cui sa di non appartenere mai del tutto.

I più forti però, fanno di questa appartenenza difettosa, un dolore ma anche un privilegio: sono liberi, disincantati, distanti, e quindi allo stesso tempo affabilmente conquistabili, e pure liberi e portati a un’agile iconoclastia.
Mia madre per esempio, per quanto studiasse da giovane signora con gli occhiali a gatta, non ha mai perso questa scomoda posizione privilegiata, neanche agli esordi della sua carriera borghese.

Per esempio racconta ancora oggi, con la risata potente dell’anarchia dei vecchi, di quando vestita con un taielleur di tutto punto, le scarpine col fiocco, sul portone dell’ufficio – s’era ritrovata di fronte a un abnorme temporale, la furia del cielo che imperversava, la pioggia come una stoffa che non fa vedere niente. Ma io sapete, racconta allora, dovevo assolutamente andare via! –  Aveva visto una macchina gialla con forse un signore dentro – un taxi! – e ci si era buttata dentro con un grande sospiro. Poi, racconta già con soddisfazione, aveva ordinato con l’autorità delle cosce lunghe, dei guantini ma anche del segreto pensiero che io tzk sono una donna che lavora sa – Per cortesia! Mi porti a piazza Mazzini!

(E credo di poterne ricostruire la voce – meno compromissoria di oggi, più manichea, con delle note che derivavano da una fatica lontana fino a un punto d’arrivo, la convinzione di esserselo meritato quasi angosciata, e anche penso ci potesse essere un che da ridere, perché mia madre è il tipo che la pioggia, la fa ridere)

Pare che il signore comunque, quello dentro la macchina, si sia girato tutto piccato dicendole – ma signora! Scusi, come si permette! Questa è una Rolls Royce!  – Evidentemente sconfortato dal tradimento di una stimmate di classe che non aveva fatto il suo dovere, per quanto col mal tempo – uno vole passar per principe e bastano du gocce che diventa proletario.

A quel punto mia madre, garibaldina, ma diciamo pure infame a questo pover’uomo ha allora prontamente risposto “Ma lei è un cretino, le deve cambiare colore” con riprovazione convinta, come una professoressa a un allievo sciatto nei compiti, come un caporale dell’esercito alla matricola imbranata.
E senza che quello potesse aprir bocca poveruomo, lei è scesa, ridendo di soddisfazione.

(qui)

 

 

L’istrice morente: sulle interruzioni delle psicoterapie.

 

Capitano spesso in studio, pazienti che hanno alle spalle altri percorsi terapeutici, magari di altro orientamento. Si potrebbe pensare che arrivano in terapia con un senso di delusione di amarezza perché il fatto che essere di nuovo su quel tipo di poltrona dovrebbe essere la dimostrazione che non si è venuti a capo del problema – giudizio questo, socialmente molto persistente. La psicoterapia è quella disciplina che culturalmente vive uno stato di esame reiterato, di aspettativa scettica per cui, le si chiede la risoluzione totale di tutte le questioni più complesse, per poi trovare in eventuali delusioni la cronaca di una morte annunciata. E’ un fatto curioso, che fa capire come non si riesca bene ad afferrare da una parte lo stato di una disciplina in via di strutturazione e quindi la questione di un sapere che non si divide tra tutto vero e tutto falso ma tra cose ottenute e cose da ottenere, e da un’altra si fa fatica a sopportare quella che io chiamo la storicizzabilità del corpo psichico.
In medicina, sopportiamo – anche se a fatica – la storicizzabilità del corpo: ossia il fatto che il suo uso nel tempo e le esperienze materiali lo modificano al punto tale da portargli danni cronici, senza che per la mancata guarigione di quelli nessuno dica che la medicina è inefficace. Per esempio una persona beve molto e a lungo, il fegato ne rimane irrimediabilmente compromesso, compromesso in modo tale che se va bene dovrà prendere farmaci tutta la vita e essere più vulnerabile alle patologie e questo è un fatto. Vivi all’umido e al freddo e ti viene l’artrite e questo è un altro fatto, e via discorrendo. La nostra identità psichica va purtroppo incontro alle stesse trasformazioni dovute alle nostre esperienze storiche particolari, e tutti rimaniamo colpiti dal fatto che eh si può correggere un po’ il tiro, ma la personalità non cambia radicalmente.
Non si torna mai vergini.

Le psicoterapie sono incontri tra due soggetti storicizzati – in cui uno dei due ha trasformato la propria esperienza storica in esperienza tecnica. Questa techne si è focalizzata su un processo, su una serie di problematiche piuttosto che altre, su una classe di strumenti, su un tipo di sguardo. Grandi terapeuti hanno un vasto raggio esistenziale che copre anche romanzi lontani dal proprio o dalla letteratura su cui ci sono specializzati, ma ci sono ottimi terapeuti estremamente capaci su una certa classe di segmenti esistenziali. Per questo, soprattutto per persone che emergono da una vita e da un’infanzia di ripetute aggressioni al corpo psichico, o che hanno una genetica fragilità nello stare al mondo, o entrambe le cose, può essere comprensibilmente utile fare per esempio un primo ciclo di psicoterapia anche lungo magari con un collega uomo di formazione per dire, cognitivo comportamentale, e a distanza di anni, un ciclo con una collega di formazione psicodinamica. Ma ha più senso di quanto si creda anche affrontare due cicli di psicoterapia di orientamento psicoanalitico, prima con un uomo e poi con una donna, o prima con uno psicoanalista che lavora in un modo e poi con uno psicoanalista che lavora in un altro, i quali, pur provenendo persino dalla stessa associazione avranno un modo completamente diverso di stare in stanza in ragione della propria personalità e del proprio carattere. Il secondo spesso e volentieri, nota aspetti che il primo considerava meno rilevanti, e via di seguito.

Diverso è il caso invece di persone che avviano una terapia la portano avanti fino a un pezzo, e poi la interrompono a metà. Per poi decidere qualche anno dopo di voler ricominciare da un’altra parte. Si tratta di manovre per me, quasi invariabilmente autodistruttive e che si servono di un apparente sguardo razionale sulla realtà. Il quasi è determinato da quei casi, che ci sono certamente, di pazienti che si trovano male con il terapeuta o ne contestano il modo di operare, ma accade davvero di rado, perché di solito o un paziente si rende conto subito del fatto che non si trova bene con il terapeuta che ha consultato, oppure lo fa come dire troppo troppo tardi, magari perché guidato da terzi.

In generale però la situazione che si osserva con maggiore frequenza è che un paziente si è trovato bene, ha fatto una serie di apprezzabili progressi, e comincia magari a percepire un senso di noia, entra in una zona della terapia che è ripetitiva, e magari anche il terapeuta fa fatica a far fare lo scarto al lavoro a un livello superiore – oppure, ha ragione di credere che lo scarto debba arrivare a tempo debito, cosa che con pazienti con un mondo inconscio particolarmente devastato, che ancora occulta questioni molto dolorose e delicate, il cui emergere potrebbe mettere in pericolo il paziente, ha anche una sua ragion d’essere. In ogni caso, anche con una spiegazione esplicita, il paziente non si persuade, e chiude la terapia.

Di solito questi abbandoni non sono casuali, avvengono in parte in corrispondenza di elementi che emergono e che possono spaventare, per cui sono ricacciati lontano di nuovo, sotto le soglie della coscienza, in parte in ragione di una personale organizzazione relazionale con un Altro avvertito come potente, del cui essere benefico si fa fatica a fidarsi, a seguito del proprio modo di percepire delle relazioni di dipendenza. Allora si percepiscono vissuti di noia, ma anche di soddisfazione, di tranquillità – che sono però puramente difensivi, e che risultano tanto più sorprendenti quanto più si considera la gravità dei problemi che la persona aveva portato in consultazione e che ora sono per esempio semplicemente tollerabili e visibili ma ben poco sistemati. Le identità di chi fa questo tipo di operazioni possono essere diverse, non sempre ostili alla psicologia, anche se spesso – per forza di cose, presto o tardi ci diventano, perché le terapie non concluse sono come lavori a maglia senza nodo, spesso e volentieri si sfilaccia tutta la trama e l’ordito, e la persona, dopo qualche tempo si ritrova da capo a dodici, con lo stesso problema di prima, ma con meno risorse di quante ne avesse le volte precedenti, – anzi alla lunga rischia di diventare aspra, disillusa, cinica – e naturalmente è molto meglio essere aspri disillusi e cinici su qualcun altro, che su se stessi, o solo su se stessi.
Qualcuno – addirittura – ne trae persino una decorazione narcisistica. Ah non ne ho conosciuto nessuno – mi disse uno scrittore di un certo successo – che sia stato capace di trattarmi! Nessuno ha gli strumenti la disciplina non è disciplina.
Non gli veniva il sospetto che ab ovo era lui che non li voleva fornire. Come un paziente che non assumesse farmaci, pur essendo un caso ben poco originale, e andasse in giro dicendo che la medicina non ha fatto abbastanza progressi.

Di fatto in ogni caso, succede anche qualcos’altro difficile da spiegare. Può certo succedere che un secondo psicoterapeuta sia più adatto a un paziente di un primo. Persino un terzo. Ma c’è un problema e riguarda all’uso della narrazione della propria esperienza. Questo uso dell’esperienza è un’occasione preziosa e magica, che si serve di risposte emotive con qualsia lessico di scuola sia portato avanti. Funziona tanto meglio quanto più il lavoro su di essa produce uno scarto di stato d’animo, una risposta che non è solo pensiero. E questa cosa, succede molto bene con i grandi incontri, e magari altrettanto bene con grandi incontri alternativi, ma alla terza, quarta, quinta volta, il racconto si è deposto sul fondo, si è fatto maniera di se stesso, e al di là della autodenuncia di problematicità che implica una dichiarazione di molte terapie lasciate a metà strada, oramai quella narrazione di se è diventata una sorta di istrice moribondo. Una parte di se vitale che sta ferma, adagiata, che non è più capace di reagire, ma tiene comunque una grande quantità di aculei pronti a  ferire per difendere, il corpo psichico dell’animale straziato.

Ora, il clinico può subodorare, e sentirsi abbastanza forte per tendere la mano oltre la cornice di aculei schierati, in qualche caso ha anche successo. Però sarebbe opportuno non arrivare a questo stato, e tenere duro quando arriva, la grande tentazione della rottura, sopportare, resistere. E questo naturalmente è un compito che riguarda anche i terapeuti.
Perché un’altra osservazione che si può fare è che quando un paziente abbandona il campo, qualcosa sta succedendo alla relazione. In qualche modo anche il terapeuta o ha portato elementi suoi, o la relazione ha seguito cocciuta la sua condanna, oppure il terapeuta si è comunque lasciato trascinare, non è riuscito a fronteggiare una resa, oppure ha creduto che come spesso succede la terapia sarebbe ridecollata. Bisogna allora saper intuire anticipatamente i segni dell’accadimento prossimo – e mettere sul tavolo l’intenzione psichica di chiusura quasi prima che venga espressa – perché a volte, può essere troppo tardi.

Ci sarebbero magari altre cose da aggiungere, ma magari confido nel dibattito.

piccole cose

Stavo in macchina lato passeggero, davanti, una strada di alberi e acqua, un nastro liscio grigio e stretto, una macchina si ferma perché non sa se imboccare un sentiero sterrato, sarà quello o non sarà quello si capisce che si chiede il guidatore davanti a noi, noi dietro fermi un po’ col desiderio di sorpassare un po’ col senso del pericolo, la percezione della sosta incongrua da parte del guidatore davanti, dico ma non potevi accostare insomma eh mentre che decidi potresti provocare un incidente.
E poi penso a mio padre.

Perché mio padre aveva questo rapporto colla strada, probabilmente identico a quello del signore davanti a noi, un rapporto esemplificativo del suo rapporto col mondo d’altro canto, mio padre per esempio era solito fermarsi agli incroci e riflettere, vado di qui o vado di li, le persone dietro a suonare il clacson, i motociclisti a passargli intorno nervosamente, mio padre ancora più impassibile, anzi se ero con lui parlava del malumore degli automobilisti, del fatto che al giorno d’oggi nessuno ha più pazienza, papà cazzo deciditi, papà LA FRECCIA!

 

Perché corollario diretto della pensata dell’incrocio, era un uso rapsodico della freccia, episodico, umorale, Michele la freccia urlava mia madre, e quello dietro bisogna dire anche cose peggiori, e lui eh ma guardate proprio ora ci stavo pensando, mi stavo decidendo posso raccontarvi una barzelletta? Perché a mio padre, di comunicare al mondo dove sarebbe andato non aveva né interesse, né intenzione, anche il suo mondo interno era a noialtri in macchina, noi intimi, assolutamente blindato – non era comunque un bel mondo – e a tutti riservava questa affabile zona intermedia di ansia e ironia, di angoscia commestibile e levità gentile, mentre sotto le fronde e i fiumi e i laghi del suo elegante e svagato stare al mondo, c’era la nascita feroce, la depressione aspra, e tutta una serie di fantasmi muti, e imprigionati.
Tuttavia

Tuttavia veleggiava e conveniva lasciargli lo spazio di una manovra che lui altrimenti non avrebbe mai considerato opportuno calcolare. Le occasioni in cui codesto calcolo gli era rigorosamente e senza scampo imposto, i parcheggi, le ricordo con nausea e angoscia per l’uso spasmodico, iracondo – per quanto questo potesse attenersi alla sua persona – delle marce, e dei freni. Nel parcheggiare mio padre costringeva la macchina a dei balzi furiosi, a delle impennate, a dei sofferenti singhiozzi, grazie ai quali riusciva evitare di ammaccare il paraurti di quello parcheggiato tre metri dietro a lui. In ogni caso, la macchina, avrebbe avuto metà del culo di fuori.
Mia madre avrebbe detto Michele, con riprovazione, lui avrebbe fatto spallucce.

E niente. 
Poi la macchina e partita, e tutto non è ritornato come prima.

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La terza moglie

 

Di tutte le mogli quella a cui la realtà costringe uno sguardo più severo è la terza. La prima infatti conserva il sogno del primo amore, e anche la carezza dell’errore ingenuo, la seconda quella dell’amara ma orgogliosa consapevolezza e la fa almeno pettinare con fierezza -l’ultima sarà quella a cui la vecchiaia e la morte, regalerà la consolazione di una romantica bugia.
Mi ha amato fino alla fine dei suoi giorni.

La terza ora lo guarda, il suo patriarca di una carovana di cani gatti canarini e tartarughe, il padre fratello di bambini non suoi, domatore di balere di provincia, esteta del liscio, virtuoso del caschè, il più galante con le vecchie di paese, il più paziente con le bimbe del belvedere, un uomo sempre con una rosa in mano o un prosecco, un pensiero, un vagheggiar qualcosa che gli manca.

Le comari la guardano scuotendo la testa – alcune dal lato della riprovazione altre da quello dell’indulgenza: il dibattito si dipana intorno al dilemma tra l’ascissa dell’amore e l’ordinata dell’autodistruzione. Il campo più malefico s’è le scelto di certo la terza moglie, concordano tutte sulle sedie di plastica intorno alla pista da ballo, c’è la festa del santo patrono. Fa molto caldo e si sventolano guardandola,mentre sta discosta dal corpo di lui, assorta, bellina sull’orlo della sfioritura, la magrezza di quelle che volevano un figlio ma s’è fatto tardi, e neanche l’impennata di un’ambizione professionale.
Terza moglie pure nella carriera, dice la meno vecchia e più cattiva.

(Ma la terza moglie è una sopravvissuta a leoni che le comari non conoscono. Ha visto ospedali, malattie, s’è seduta con la morte, se ne è lasciata accarezzare, quasi abusare, nell’imprevisto intervallo di una tregua, per un romanzo man mano sempre più impietoso. Infine, s’è vista arraffare da questo vento di leggerezza, di facilità, quando tutto doveva essere perduto. La terza moglie s’è regalata un fotoromanzo quando quello prese a corteggiarla fanfarone e teatrale, a cantare di rose rosse sotto alla finestra, a spostare sedie come in una piece teatrale, che tutti vedano la scoppiettante galanteria, e barzellette e regali e cesti di frutta – e certo, anche lenzuola

 Tutti,  ma soprattutto se stesso, il primo beneficiario delle sue generose prestazioni. Non vorrete mica che mi sposi una quarta volta! Dice ora l’eterno marito ridendo con altri maschi – eroticamente più pigri, più d’uno cocciutamente monogamo, qualcun altro approdato a una bigamia ordinata come la spola di una tessitrice, qualcuno infine solo come un cipresso sul ciglio della strada, e vecchio di vento e di fatica. Le comari allora registrano la crudele levità – trattata come una cosa qualsiasi proprio! come una macchina!
Nel mentre lei chiude gli occhi, e si sente cinica, materna, viva.

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Memorie di una lettrice perbene. Su “l’amica geniale” di Elena Ferrante

 

Ho un ricordo distinto legato all’ingresso nel piacere di leggere. Ero in treno dovevo avere circa tredici anni, e andavo a Torino, uno dei miei primi viaggi da sola. Leggevo i Miserabili, ed ero arrivata a quel punto in cui Javert deve fare i conti, con il fatto che Jean Valjean l’ha salvato. Quel passaggio, mi commosse terribilmente e mi ritrovai da sola a piangere calde lacrime nello scompartimento. Il controllore arrivò e mi interrogò preoccupato. E io mi trovai a capire e a spiegare che stavo piangendo per via di un libro, per via di Victor Hugo, e neanche per un passaggio romantico o sentimentale, anche se – e questo ci doveva entrare molto, i Miserabili è davvero un romanzone romantico e sentimentale – tuttavia piangevo per l’acquisizione del grigio, dell’ambivalenza, della dolorosa confusione sul piano morale. Mi ero immedesimata nel povero quanto cattivo Javert, di cui era evidente la buona fede, e la stolida, forse, adesione a un codice etico che ora si dimostrava inaffidabile e traditore. Ma certo, piangevo anche perché ero intrisa dell’atmosfera e del romanzo, della Francia del tempo e piangevo perché mi ero affezionata a dei personaggi mitici, la piccola Cosette, ma anche a quelle vie, a quelle case – a quelle barricate.
Imparai allora una prima regola del buon lettore, secondo cui, quando trovi un romanzo che ti piace molto, ed è molto lungo, hai trovato un posto dove sei felice a cui sei grato perché ti ci puoi accomodare.

Quel tipo di commozione, quel tipo di piacere puerile non è poi stata una costante nella lettura, ed è tornato solo a tratti, non sempre in corrispondenza di prodotti di grande qualità, ai quali invece è spesso corrisposto un godimento diverso più meditato: si cresce, e si comincia a chiedere ai libri anche altre cose, le quali raramente si presentano tutte insieme. Spesso ho ragionato su questo insieme di richieste, o almeno sulle mie, lettrice forte e discretamente esigente. Io so di fare delle richieste agli scrittori che incontro, diciamo ad altezze diverse: una prima altezza riguarda la pasta del linguaggio, una seconda altezza, riguarda l’invenzione di un mondo che non c’è , una terza altezza la comprensione di un mondo che c’è, una quarta altezza riguarda – un tentativo di visione del mondo. Vuol dire che come lettrice forte, chiedo agli scrittori: di lavorare sulla qualità della loro prosa, e quindi di restituirmi una prosa mediata, e lavorata, di decodificarmi realtà che mi sono vicine oppure lontane (e qui quindi rientra la qualità anche della descrizione di luoghi e personaggi) di inventarsi un recipiente, un’atmosfera, un contesto, un mondo, e nei casi più fortunati di intessere la propria scrittura di un tentativo di pensiero del mondo, ossia – un tentativo sotterraneo di dire qualcosa di filosofico, tramite una trama: un tempo si diceva una weltanshauung. Nel mio approccio forse dilettantesco del pensare alla letteratura, sicuramente cioè extra accademico, un autore eccezionale è un autore che satura tutte queste grandezze, un grande autore è uno che riesce nella maggior parte di esse.
Quando ho cominciato a leggere l’amica geniale, ho in primo luogo ripensato al mio rapporto con Victor Hugo, al tipo di piacere che mi aveva dato lo stare dentro ai Miserabili – con cui ha davvero tanti contatti in termini di contenuti e di struttura: la struttura del feuilletton, la vicenda di un bildungsroman nei termini di un’ascesa sociale dalla miseria alla nobiltà, la storia di un individuo e di una serie di relazioni come occasione per parlare della storia di un paese, la Francia di allora come la Napoli di adesso, lo sguardo sull’emozioni private, sul sensibile femminile, ma allo stesso tempo i continui confronti e ribaltamenti sul piano dell’etica, e sul piano per usare una parola antistorica e fuori luogo, del conflitto sociale e della lotta di classe. Ma soprattutto, come con Hugo, io ho provato un senso di divertimento, un’immersione, un desiderio di stare con il libro, che da tempo, sempre inseguendo fruizioni celebrali della parola scritta, avevo perduto.

Tuttavia, più sono andata avanti nella lettura, e più mi sono resa conto che sull’impianto della costruzione di trama del feuilletton con dentro tutti i suoi possibili epigoni televisivi e soap operistici, venivano saturate quasi tutte le altre grandezze che sono per me importanti in un romanzo: il ritratto di un mondo, la comprensione di un mondo, e persino – cosa che con mio disappunto devo dire incontro davvero raramente – una visione del mondo: tragica, filosofica, ma solida. In misura minore anche una prosa piacevole, anche se forse – e su questo tornerò dopo, troppo poco lavorata, troppo agile, troppo esile. Tuttavia, con questa prosa domestica, facile, difettosa, non sono mancati passaggi molto belli e ben scritti, e momenti narrativi di grande capacità simbolica.

Non mi interessa qui, ripercorrere nel dettaglio le vicende della tetralogia. Due donne nascono in un rione popolare di Napoli, Lila e Lenuccia, entrambe molto brillanti e intelligenti, e in virtù di queste spiccate qualità del carattere e della personalità faranno ognuna un’ascesa a suo modo, entrando e uscendo nella profondità del l’origine, dove sono nate – un sottoproletariato poverissimo, senza scampo (e mitico: nella distanza che c’è più che dalla concretezza del paese, dalla concretezza dei lettori di romanzi oggi). Lenuccia, l’io narrante, porta avanti gli studi, diventa una scrittrice di successo, attraversando relazioni ed ambienti sociali sideralmente distanti dalla Napoli sottoproletaria dell’origine. Lila smetterà di studiare prima, rimarrà socialmente dove è nata Elena, ma farà esperienza di diverse imprese importanti nell’imprenditoria, nella fabbrica, nella nascente informatica. Forse il cuore dei libri è nel rapporto delle due, nello sdoppiamento che rappresentano, in ciò che sono l’una per l’altra e in ciò che l’una deposita, nell’altra – quella gli stati emotivi, l’altra l’intelligenza delle cose. Si potrebbero scomodare categorie psicoanalitiche, e parlare del romanzo di un’identificazione proiettiva, dove abbiamo la storia di una lunga relazione tra donne dove una mette aspetti di se a operare nella vita dell’altra – non a casa il libro finisce, con l’emergere dalle brume del passato, incongruo e poetico, delle bambole con cui giocavano da bambine. Ma io per una volta, non vorrei parlare di questo, né dei numerosi spunti psicologici o psicodinamici che offrono quattro libri che sono un continuo germogliare di plot, e quindi di possibili riflessioni sul funzionamento psichico, su sentimenti stati d’animo e costellazioni familiari, perché quello che mi ha interessato nel lavoro di Ferrante, è la funzione di dispositivo cognitivo che il rigoglioso emergere di passioni asprezze e innamoramento svolge nel romanzo e nella sua fruizione.

Il plot emotivo infatti, la rutilante successione di colpi scena relazionali, stati d’animo travolgenti, semantiche di vita privata, sono la chiave di accesso per fare, una storia privata della politica italiana, una storia delle vicende che hanno fatto la trasformazione del modo materiale di vivere delle persone e di come vicende macroscopiche hanno agito sulle vite microscopiche, e in particolare sulla pulviscolare organizzazione delle famiglie, della vita delle donne e delle persone. A ritroso, proprio per questo a me, il volume che mi è piaciuto di più è forse il terzo, perché il volume in cui al centro ci sono le vicende del terrorismo, del femminismo e della lotta di classe, il volume in cui si racconta della relazione mai funzionante tra classe operaia e mondo intellettuale, la parte in cui si disvelano ipocrisie che la sinistra bene, ma diciamocelo soprattutto quella che spererebbe di essere la sinistra male, ma a conti fatti rimane sinistra bene, spera sempre di non vedere, raccontandosi empatie con le richieste sociali e la vita di chi le avanza che sono sempre cartacee teoriche, e che non riguardano le scelte pratiche di vita. Le persone che si frequentano, le donne e gli uomini che si decide di sposare, le famiglie in cui si decide di entrare, e da cui far arrivare dei figli: Lenuccia fa con Pietro il complicato matrimonio interclassista che tutti danno per scontato sulla carta, ma su cui ben pochi si esercitano a tutt’oggi nella prassi.

Si tratta di una strategia non nuova e anzi, nel solco della storia del romanzo. Tuttavia secondo aspetto che mi interessa e che secondo me determina non poco le reazioni che ha suscitato il successo della Ferrante, è che questa centralità della storia minima dell’Italia, è una centralità femminile, il bildungsroman è la formazione di due donne, con le vicende a cui sono andate incontro le donne: quando sono andate in Normale e quando sono andate in fabbrica, quando le hanno menate e quando le hanno lasciate con i figli e senza alimenti, quando hanno avuto il carisma e il potere e quando sono state punite per il carisma e il potere, in questo mi è sembrato un romanzo genuinamente femminista, originalmente femminista specie per gli standard italiani – meno per le abitudine letterarie d’oltreoceano. In ogni caso, questo bildungsroman femminile, è tanto più interessante perché spiega e dispiega la costruzione etica del femminile, il modo delle donne di costruire il proprio sguardo morale e politico, che passa dal materno e dalle relazioni. E ora che ne scrivo, mi ricorda molto un importante lavoro della psicologa statunitenste Carol Gilligan  Con voce di donna, tradotto in Italia nei lontani anni 80′, e che riguardava la strutturazione del pensiero morale del femminile, le sue categorie idiosincratiche, e i modi in cui si costruisce.

Forse proprio per questo, mi ha molto divertita il fatto che una grandissima moltitudine di uomini l’abbiano letta con divertimento piacere e stima, salvo poi quasi essere sbigottiti, arrabbiati o imbarazzati per scoprirsi sedotti da qualcosa che è in se così profondamente non maschile nel raccontare le logiche anche di ambiti e sguardi solitamente maschili. Un mio amico qualche giorno fa – uno con cui condivido interessi come Houellebeque o Carrere, mi ha prima detto: l’amica geniale è una roba per donne mitomani e frustrate. Quando gli ho ricordato che si era bevuto tutti e quattro i volumi con voracità e soddisfazione benchè lui no non sia una donna mitomane e frustrata, ma un solido padre di famiglia, ha ammesso che era vero ed era evidente quanto fosse sorpreso da se stesso. Ha aggiunto, in effetti – oltre mitomani e frustrate, anche brillanti. E insomma nei vari dibattimenti della critica, mi è parso anche, di vedere il maschile in difficoltà per scoprirsi immerso in un tipo di godimento per un verso, e di comprensione della realtà per un altro, tipicamente femminile. Femminile in un senso reazionario e premoderno del termine, che magari ora non esiste più da solo, non è più così graniticamente fisso e opposto al maschile ma che si c’è sempre stato e continua a sopravvivere nel modo di affrontare la realtà di molte persone ancora oggi.

D’altra parte, anche se volendo politicamente, o filosoficamente non so se sono d’accordo, premoderna, ma con una consapevolezza gentile e quasi tragica è tutta la visione del mondo che sottende il romanzo e che diventa chiara in due passaggi per me esemplari. Il primo, quando la cognata di Lenuccia a una serata in cui parla del suo libro femminista cortocircuita la sua lita con la madre e i contenuti del libro concludendo: una donna che non ama la sua matrice è una donna perduta, il secondo nella triste vicenda del bellissimo personaggio Alfonso, omosessuale con ambizioni transessuali che morirà in circostanze non chiare. Alfonso nel periodo prima di morire, era quasi perseguitato dal suo maschile originario che lo perseguitava, riaffiorando nei tratti somatici a cui condanna la vecchiaia. Tutto il lavoro, ruota cioè sulla dialettica tragica, di emancipazione dalla condanna dell’origine, che può funzionare solo, e mai del tutto e sempre a costi elevati, con un ritorno all’origine. Elena Greco nasce nella miseria, ma non se ne salva finché si nega la relazione con il suo passato. Salverà se stessa e le sue tre figlie, quando alla sua origine farà ritorno, quando con la sua madre, la sua matrice farà pace, la madre zoppa, ignorante, ma lungimirante e intelligente. La madre malata e senza speranze, che però è stata capace di generarla. E quindi la madre, ma anche il rione, ma anche Napoli.

Non sono le uniche cose interessanti queste, de l’amica geniale, ma sono per me abbastanza per sentirmi grata a uno o più libri – senza necessariamente arrivare ad adesioni ideologiche – sono grata all’autrice per avermele messe sul piatto, per avermele rese godibili, per avermi fatta divertire in maniera quasi puerile, in una fruizione apparentemente non intellettuale del testo. Forse, questo effetto è stato garantito proprio da quello che le viene più rimproverato: una qualità di prosa non sempre spessa, che nella sua estrema fluidità appare non scarna, ma parlata, qualunque – non impressionante. Ho in mente diversi autori italiani che in tempi anche recenti mi hanno regalato un piacere estetico nella pasta del linguaggio di gran lunga superiore ai sentimenti che mi ha suscitato la qualità del lavoro di Ferrante. Uno di essi, proprio perché mette insieme tutte tutte le mie domande al romanzo arriva all’eccezionalità. Gli altri però magari, con il buon linguaggio parlano gran bene del proprio ombelico, del proprio mondo, della propria generazione, del proprio problema. E’ davvero la somma qualità estetica del linguaggio la prima e unica priorità di una letteratura interessante? O una buona prosa, non eccezionale che però fa tutta una serie di operazioni se non eccezionali rare nel nostro panorama non ha diritto ad uno scranno?

Appunti

Era stata l’amica geniale di tante, ma forse geniale non era la parola opportuna. Aveva sempre avuto una brillantezza né cattiva né efficace, non stupiva nessuno nel senso dell’altezza e neanche del livore, non era stata cioè particolarmente cattiva o o intelligente e d’altra parte neanche buona. Invece era stata goffa, irriducibile, eccentrica, libera ossia per necessità più che per vocazione. Risibile e invidiabile insieme, sul bordo delle cose sempre, ai confini degli assembramenti e delle dialettiche quotidiane, sempre in ritardo sulla maggioranza, ma sempre in tempo per l’ultimo treno.

Esplorava vie laterali, e nascondeva il timore per le strade maestre con una complicata supponenza, una falsa svogliatezza – allo stesso tempo provava un senso di genuina scomodità nelle sedie tutte uguali. A un senso di inferiorità verso le cose banali e condivise, corrispondeva una sensazione di autarchia che compensava – anche eccessivamente tutte quelle incertezze. . A scuola ebbe voti mediocri, un lungo sentiero di aspettative tradite, cappelli ridicoli, pochi amici, fidanzati guadagnati con ambivalente fatica. In generale un cattivo rapporto coll’ambizione. Ma non aveva mai avuto bisogno di essere cattiva.

La sua posizione di periferica indigeribilità, vestiti sbagliati, discorsi blandamente afferrabili, fughe e rientri sull’orlo del confine, quel che di incongruo che un po’ era errore un po’ tesoro di provincia, la rendeva invece il porto sicuro di chi abitava quella stessa periferia esistenziale, ma in modo più lugubre sgraziato – o di altri altri che invece accomodandosi al centro dei cortei, nella zona più candida del gregge, se la mettevano vicino al banco, all’altro capo del telefono un po’ per avere una boccata di colore, un po’ per rassicurarsi della comodità di una scelta mansueta. La sua indigeribilità sociale, era il balsamo per la paura altrui della propria irrilevanza, la sua resistenza sul confine la speranza di chi se ne stava allontanando,.

(Ma anche, la rabbia sotterranea. Gente malconcia che s’affondava nella droga, nella depressione, che lambiva gravi dissolvenze senza ritorno, cercava di tirarla in basso dalla sua parte, di farla ammalare. La rimproveravano la ricattavano, se la tiravano appresso, allungavano le mani per farsi salvare ma parte della malattia era tirarla giù con loro).
Col tempo avrebbe trovato un posto, e tutto quel nevrotico sciupare il tempo sarebbe diventato un metodo, una risorsa, una difesa, un mestiere.

Rebecca

 

La prima volta che la bambina, 4 anni capelli rossi e un modo sufficientemente piratesco di guardare alle vite e alle cose – quasi si potrebbe dire rapinoso, parlò al padre della sua amica Rebecca, disse solo che aveva i capelli lunghi e neri, e che era simpatica.
Poi che aveva dato un cazzotto a Vittorio. Il padre aveva sorriso, a però aveva detto, forse perché il cazzotto a meno di quattro anni è gratuito come i viaggi in treno, forse perché quello delle bambine è più lieve e gentile, e insomma. Che tipino Rebecca!

La seconda volta, la bambina coi capelli rossi aveva spiegato che oggi, Rebecca, non solo aveva toccato e preso in mano i vermi dei bambini della scuola – e la madre aveva avuto un momento di vertigine, di angoscia e sperdimento – ma uno lungo così! Mamma – lo aveva proprio direttamente mangiato. Nel raccontarlo, la bambina rossa, provava un’evidente stima e ammirazione per l’amica Rebecca, e anche un precoce senso di orgoglio e appartenenza, come se avere questa amica Rebecca che fa queste cose estreme, dicesse qualcosa sulla sua persona, sui suoi valori, sulle sue priorità – tra cui si annoverava dunque un certo disprezzo per le convenzioni, per le puerili gerarchie delle donne adulte, una necessaria valutazione obbiettiva del rischio.

Tuttavia col tempo, con passaggi impercettibili che dalla narrazione conducono alla finzione, passo passo, aneddoto su aneddoto, trasfigurazione su trasfigurazione, la bambina rossa aveva trasformato l’amica Rebecca in un personaggio magico, narrativo, magnifico, fumettistico, iperbolico, letterario. Nuove e meravigliose leggende emergevano ogni giorno su Rebecca, solitamente corrispondenti divieti e pericoli. Mamma ma sai che Rebecca ha mangiato solo gelato al cioccolato per una settimana intera? Giorno e notte! Sai che Rebecca si è buttata dal quarto piano e non si è fatta niente! E ancora, Rebecca che mangia troppi dolci sale in macchina si sente male, ma sputa tutto dal finestrino! Rebecca che mette tutti ragni nel piatto del fratello, rebecca che si lancia con il paracadute dall’elicottero (quest’ultima prodezza di Rebecca, viene raccontata dalla bambina coi capelli rossi dandosi un colpo alla testa! Come a dire, ho amiche che fanno cose estreme ma sono anche un po’ troppo pazze, irresponsabili, o semplicemente stolte e poco lungimiranti perché a lanciarsi col paracadute dall’elicottero è evidente che ci si espone a un rischio eccessivo, e come a far sapere dunque, che lei, la bambina rossa, non sarebbe mai così sciocca).

In ogni caso, la famiglia tutta della bambina Rossa beneficia dell’esistenza di Rebecca e della sua trasfigurazione a fumetto, è motivo di risate e di coagularsi di lessico familiare. Se sparisce qualcosa è chiaramente colpa di Rebecca, e anche se si rompe qualcosa. Se c’è qualcuno che taglia la strada al padre con la macchina, si rimpiange l’assenza di Rebecca, e anche quando qualcosa va storto alla mamma, si auspica l’intervento di Rebecca. Si costruiscono racconti allora su cosa farebbe Rebecca in simili frangenti, e si moltiplicano personaggi narrativi che potrebbero tornare in altre occasioni.

La madre della bambina rossa, aspetta nel frattempo il momento in cui potrà spiegare come tutto questo ha a che fare con la genesi della letteratura.

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Note su “Open” di Agassi

 

Dunque. Ho finito di leggere ora Open, di Andrè Agassi. Un libro che mi è piaciuto molto, che ho trovato nel complesso onesto, anche nei difetti e nelle ingenuità. Mi ha permesso di fare una gita su Marte, cioè presso vite contesti e logiche che mi sono del tutto estranee. Dai, lo facciamo? Pare dire ogni tanto Agassi alla moglie Steffi Graf, e lei fa la ritrosa no, non so se ci ho voglia, dai ti prego fai lui più eccitato – e vanno a giocare a tennis (con mio sgomento). Tuttavia, essendo il racconto di una vita che mette insieme episodi e riti salienti con risultati e modi di ragionare, mettendo sul tavolo piccole e grandi criticità di chi scrive, al di la di certi passaggi secondo me genuinamente efficaci sul piano narrativo e poetico, genuinamente ben rinarrati, è un libro che spiega molto bene come certe vicende portano a certi funzionamenti psicologici, e a certe gravi difficoltà. Open, a mio giudizio è fondamentalmente un ottimo caso clinico, e anche devo dire un grande esempio di cosa si può fare nella vita per raddrizzare un esordio così infelice. Offre lo spunto per molte riflessioni che ora voglio mettere qui, spero in un ordine non troppo sconclusionato.

 

La biografia di Agassi ha colpito molto per esempio, per quello che racconta della disciplina paterna nell’educarlo al tennis. Questa cosa della grande disciplina precoce, è una variabile frequente presso le elite di molte competenze sportive e non. C’è anche nella danza per esempio, e tra i virtuosi della musica. C’è in questo una ragione credo neurofisiologica: la stessa per cui non puoi diventare un gran campione se accedi a una disciplina relativamente tardi tipo che so – 13 anni. L’uso del corpo in un certo modo, il funzionamento neurologico che gli corrisponde, è una cosa che si sviluppa col corpo: lo sportivo che ha cominciato presto a correre, o a giocare è uno cioè che ha una mappatura sinaptica tutta sua, diversa da chi nella prima infanzia ha sviluppato altre competenze. Perché questa cosa succeda, il meccanismo mente corpo deve essere sollecitato a una richiesta costante e martellante. Può non piacerci tanto, non penso che lo farei volentieri ai miei figli, ma è decisamente coerente con i valori del nostro contesto culturale e almeno in astratto non è un comportamento che produce risultati gravemente patologici. Se per esempio il genitore invasato dallo sport intercetta o si orchestra con la prole – o passa naturalmente il testimone (nell’ambito della musica capita davvero molto spesso – pensate alle stirpi di musicisti) anche insistendo molto sulla disciplina potrà essere severo, magari nevrotico, magari nevrotizzante – ma credo che ci sia un modo di esigere nevroticamente questo meglio facendo dei danni di medio raggio. Cioè facendo del futuro campione una persona con delle problematiche ma che per esempio si senta amata, in diritto di essere amata e in diritto di vincere.

Ma il problema del padre di Agassi è che non si limitava a imporre precocemente un’attività – ma di usare il bambino per delle ambivalenze mortali, un uso borderline dell’infanzia che avrebbe meritato l’intervento forzato di qualcuno. Tutti si sono tanto impressionati della macchina spara palle che Mike Agassi si è inventato, io ho pensato invece che razza di padre è uno che al figlio bimbo dice cose come hai un ferro di cavallo su per il culo, oppure simula un suicidio per risolvere il mal di schiena poi il figlio accorre terrorizzato e quello lo piglia a parolacce. Anzi, se volevate sapere cos’è un trauma è esattamente questo. E solo questo ultimo racconto della abitudine del padre di Agassi di appendersi a una cappio al collo per risolvere il mal di schiena meriterebbe un articolo a se. Io padre, abitato da una grave depressione e da un’ossessione di morte la insceno per esorcizzarla, per esorcizzarla tratto anche malissimo te, figlio mio che devi essere erede dei miei sogni di integrazione e riscatto di corpo e di classe (come è più borghese il tennis della box! Come è più genuinamente ariano e occidentale!) e quando tu mi credi, e accorri a me terrorizzato pensando che io mi stia suicidando io dico, che cazzo hai capito stronzo – e ti maltratto mostrando di disprezzarti. E – sotto testo – ti dico anche, beh il pensiero di morte è tutto tuo, sei tu che vuoi morto tuo padre, che merda sei, io stavo col cappio al collo per il mal di schiena, tu bambino sei una brutta persona.

 

La capacità patogona di questo aneddoto, sta anche nel fatto che ha esemplificato l’infanzia di Agassi e la sua relazione con il padre: mi è sembrato che il povero Andre fosse in una relazione violentemente schizofrenogena, in un doppio legame che gli è rimasto tutta la vita addosso. Devi giocare a tennis perché devi farmi contento ma se giochi a tennis mi vedrai infelice. Devi risolvere il mio desiderio ma contemporaneamente io ti chiedo di non risolverlo mai. Per cui se perdi mi incazzo perché mi hai frustrato narcisisticamente. Ma anche se vinci incazzo, perché non sei come voglio io – in teoria più vincente, ma in realtà più perdente. Io Mike Agassi non sono abbastanza sano, a mia volta per tollerare di vedere un figlio sano, per fare quello che Zoja con genio ha identificato con il gesto di Ettore: prendere il figlio idealmente e tenerlo più in alto della propria testa, dirgli che vuole che vada dove lui non è andato.
La lunga ombra di questa vicenda psicologica è in un campione sotto di almeno un terzo, sempre delle sue potenzialità, in maniera di cui non so neanche quanto lui sia stato, con tutto il libro davvero cosciente. Ma Agassi poi è diventato uno che arriva in finale e si sconcentra. Arriva in finale e s’è fatto la sera prima. Arriva in finale e mannaggia il panino col pollo. Arriva in finale eh ma Pete nze batte. Arriva in finale e ci ha la schiena che gli fa male, i crampi tuo cugino. Mi sono molto arrabbiata con Mike Agassi in tutte quelle finali abortite. Ho un controtransfert piuttosto operativo e lo tengo a bada soltanto ricordando che con ogni probabilità i padri dei nostri pazienti potrebbero essere spesso anche se non sempre, pazienti a loro volta. E sicuramente dietro ogni orco, c’è un bambino senza porte aperte. Ma quando il giorno prima della chiusura della carriera di Andre, quello va da lui e gli fa, non giocare ritirati fermati qui – non reggerei, io leggevo che non è che non reggesse la tensione, quello non reggeva il successo del figlio. Ha brigato una vita perché quel poveretto fosse un eterno secondo, uno che potesse stare a ridosso del campo ma non svettare. Uno che al momento cruciale non doveva portare a termine la lotta edipica e mettersi al centro della scena e della sua vita. Che tutto ciò sia avvenuto alle alte vette del pantheon tennistico non vuol dire che non sarebbe successo ugualmente se Agassi si fosse dedicato alla carriera accademica, o al marketing dei coltelli da cucina. Se comunque è stato un grande campione, una parte è stata dovuta al grande allenamento, una parte a quella roba li che si chiama incredibile talento.

In questa relazione patologica la madre di Agassi ha fatto forse poco. Non ha mai difeso Andre, almeno stando al libro, comprendendo anche le ferite profonde che avevano fatto del padre l’uomo insopportabile che è stato e presumibilmente è ancora. In Open si parla molto poco della madre e delle figlie femmine della famiglia, un poco a cui io ho fatto caso e che fa aprire a delle congetture: non so se dovuto al desiderio di proteggerle, o a un tipo di infelictà che ha dell’incomunicabile, o a entrambe le cose. Tuttavia credo che sia stata capace di fare da base sicura, e di permettere al figlio di concepire una relazione col femminile sufficientemente buona da permettergli non solo di sposarsi, ma di indovinare – in seconda battuta – un buon matrimonio. E trovo molto interessante, che questo secondo buon matrimonio sia stato con una donna forte, una grandissima campionessa, campionessa Stefanie Graf che ha vinto molto più di Andrè nella sua carriera tennistica. Magari non durerà tutta la vita, ma la sensazione che arriva dalla biografia, dalle interviste e dalle foto, è che ci sia un aggancio autentico e che Stefanie -che viene da una famiglia nevrotica ma non disfunzionale grave come quella di Agassi – incarni bene le parti interne che Andrè poteva guarire, sviluppare. Lei lo capiva e lo capisce ma sta un po’ meglio di lui, è sempre stata – spero si capisca l’uso metaforico della lingua – una malata meno grave che può guarire un malato grave. Grosso modo la condizione ideale di molti psicoterapeuti.

 

Il libro comunque interessa anche per l’esemplareità di certi comportamenti che noi comunemente decodifichiamo come adolescenziali. L’estetica egocentrica, l’atteggiamento sfidante le autorità, il vestirsi infrangendo le regole, quei capelli che anche all’epoca, trovavo di una bruttezza sconcertante. Mi ha molto interessato la pratica di disvelamento che Agassi ha applicato rispetto alla sua immagine pubblica, alle motivazioni che gli addebitavano i giornali, le cose che faceva da ragazzino e la confessione del reale perché dell’adulto che ne scrive. Mi ha interessato perché ben in grande e visibile a tutti c’è una dinamica di lotta per la vita che molti adolescenti mettono in atto, con la strumentazione di bordo che offre l’età e il momento storico e culturale, con tutti i fraintendimenti che questa lotta crea.
Andrè infatti viene messo in un collegio – rustico e per lo più trucido, inadeguato – dove si sente abbandonato e lasciato in balia della caricatura dei sogni paterni. L’accademia di Bollettieri, è la versione smandrappata del sogno americano: disciplina giovinetti studiare! Cazzi vostri! Il luogo di ispirazione dei più peracottari film di cassetta americani, la patria di legioni di forrest gamp la legittimazione dei più perfidi pregiudizi eurocentrici: un posto di disciplina stolida, di totale epurazione del femminile e del piacere, di ormoni e cazzotti allo stato brado. L’America secondo un iraniano poraccio insomma. Una buona metafora direi, quasi cinematografica, di certe famiglie arcaiche e fallocentriche, col papù ammiraglio o militare, e anche un pochetto alcolizzato, che tira fuori la cinghia e non conosce un libro. A queste atmosfere pedagogiche ed emotive, gli adolescenti reagiscono in due modi: o stramazzano di depressioni gravissime e senza ritorno, che possono esitare in gesti tragici, oppure inscenano un attacco costante alle pareti, un modo di sopravvivere contrapponendosi, in una maniera che da sfogo a un senso di disperazione ma anche da una conferma sociale che occulta le carte. Sono i regazzini che poi a scuola rispondono male ai professori, si fanno bocciare, e le femmine vanno pazze per loro. A buon diritto, stanno male, fanno cose sbagliate, ma dimostrano che il maschio è sano, è vivo, si contrappone, non cede.
Certo caro gli costa: Agassi ha la terza media mi pare. Tutti gli altri non diventano campioni mondiali di tennis.

In ogni caso : il mondo sta appresso alla lettura che vuole il sintomo: cioè leggono solo il ribellismo e il narcisismo, dopo tutto è un ragazzo giovane, si divertono con la sua prova di forza – come sempre è un comportamento eccentrico – nessuno riflette sul fatto che per quanto molto smart un comportamento eccentrico ( i pantaloncini rosa signore iddio – meno male che poi ha sposato una tedesca che a’ ste cose non ci fa caso) è segno invariabilmente di una grave e dolorosa lotta intestina, di un dibattersi tra il farsi vedere e il non farsi vedere affatto. Agassi ha cominciato a stare bene, non quando è andato in terapia. Quando si è tagliato quegli improbabili capelli. Quando cioè ha cominciato a ritirare le messe in scene legate alla battaglia nevrotica e si è messo a stare male sul serio.

E di questo credo che bisogni riconoscere il merito della spumeggiante, e forse non tanto superficiale Brook Schields, disegnata credo non proprio lucidamente, vi avverto delle unilateralità e delle mancanze non so. Non era un buon matrimonio, non era il momento psicologico per entrambi di sposarsi – c’era forse un gioco di specchi di difese che Agassi nel libro non riconosce (Brook che pensa ai gioielli, alle case, ai posti belli – rimproverata con savonarolesco disappunto, quando il medesimo Andrè all’epoca era più cazzone di lei, come prova l’incredibile appartamentino che si era comprato, e certi belli completini con cui andava a giocare. E’ l’età lo capisco – è il contesto, ma dare la colpa all’attrice bella, insomma. ) Fatto sta che è stata lei a dire: stai male, sei una rosa in un cesto di rovi, devi fare qualcosa per te, non raccontiamoci sciocchezze. Lo dico perché sempre a parlare di casi clinici, è interessante considerare come nella vita capitino a tutti, anche a me che scrivo, delle figure affettive che hanno fatto qualcosa di importante per la nostra psiche, che ci hanno curato. E credo che con le donne Agassi, in entrambi i casi è stato fortunato. Così come è stato fortunato a conoscere le persone che hanno costruito il suo antourage.
In particolare, mi hanno veramente commossa, le pagine riguardanti Gil, e la sua famiglia. Il fatto che Agassi piccolo potesse andare, arruffato e ventenne a casa loro a natale, e mangiare normale e dormire li. Il fatto che Gil lo allenasse e cazziasse e rimproverasse e dicesse: mettiti sulle mie spalle e prendi le stelle. Qualcuno doveva fare il gesto di Ettore, e Andre ha fatto in tempo a trovare uno che glielo facesse al posto del padre. E questo gli ha permesso di prenderne diverse. E’ stato un grande campione.

Credo infine, che scrivere questo libro, sia stato un lavoro psicologicamente utile, e che abbia da una parte dimostrato una stoffa intellettuale veramente insolita – Agassi a che mirisulta ha fatto poca psicoterapia, magari avrà cominciato per bene dopo – ma dall’altra penso che scrivere questo libro sia stata una cura, un mettere apposto delle cose. Poter per esempio parlare della madre di suo padre in modo da far capire anche a se stesso perché suo padre è stato quello che è stato. Poter capire da chi si ha preso e cosa si ha dato. Sono cose che lasciando diversi, cambiati, con un’altra personalità. E’ un libro alla fine molto utile, da quasi delle indicazioni di metodo per le vite difficili. Io di sport non ci capisco niente, ma so riconoscere quando qualcuno ci ha stoffa per campare e pensare. Invidio chi oggi ha Agassi come coach.

Alcune questioni sulle buone prassi in terapia

 

Sulla mia pagina Facebook ho fatto un piccolo sondaggio e ho chiesto ai miei contatti le caratteristiche salienti per loro di un buon terapeuta. Almeno un terzo ha messo al primo posto l’empatia, o l’accoglienza. Le caratteristiche di secondo livello a ben vedere, erano poi spesso derivate dall’empatia – perché facevano riferimento alla capacità del clinico di allinearsi spontaneamente ai desiderata e agli stati emotivi del paziente. Per esempio c’era chi chiedeva una distanza non intrusiva ma calda, oppure di non essere giudicato, oppure chi faceva riferimento alle sue capacità affettive. Solo alcuni, e mai in prima battuta chiedevano una preparazione clinica, rarissimi un lavoro su di se. Altre caratteristiche importanti di questa come altre professioni – erano a stento menzionate da colleghi, come per esempio la possibilità di reperire un pensiero e delle soluzioni creative, il lavoro clinico su di se.
Solo una collega, con cui ero molto d’accordo e spiegherò dopo perché – parlava dell’importanza del piacere che deve provare chi fa questo mestiere. Trovo che il fatto che questa sua risposta sia stata isolata, non sia un caso.

 

Nell’idea collettiva dunque prima di tutto un terapeuta deve essere gentile e accogliente: il pensiero va alla difficoltà di mostrarsi fragili e di voler trovare un posto sufficientemente buono, dove poter mettere in campo cose personali avvertite come sgradevoli, ma anche delicate e a cui si è anche in qualche modo affezionati. E’ un’idea che ha un suo fondamento reale, ed effettivamente un terapeuta rifiutante può lasciare i pazienti interdetti. Ma anzi, possiamo approfondire questa necessità dell’empatia del terapeuta in due ulteriori direzioni che sono altrettanto importanti e meno romantiche. Infatti, in primo luogo l’empatia è una cosa che in questa circostanza fortifica i processi logici e certi ragionamenti deduttivi: per fare un esempio tra i tanti, nel mio modo di lavorare per esempio è uno strumento prezioso per individuare narrazioni falsate, racconti forzati e poco veritieri aspetti omessi o manipolativi– perché siccome sono piuttosto consapevole delle mie capacità empatiche, quando non ho risposte emotive forti quanto meno le mie emozioni mi stanno dicendo qualcosa di importante riguardo a quello che mi viene raccontato qualcosa di omesso.

 

La seconda considerazione che farei però, è a un livello più grande, riguarda non solo l’idea di un terapeuta come genericamente empatico – cioè capace di allinearsi con gli stati emotivi dell’altro, e di sentirli, ma un terapeuta che ne abbia voglia. Deve averne voglia, perché in qualche misura questo è in un modo non esagerato, o retorico e quasi meno urgente di altre situazioni, la prova che questo terapeuta è una persona buona, una persona cioè che si dispiace del dispiacere dell’altro. Che a prescindere dall’orientamento suo, e dal grado di indigeribilità del suo paziente, ne sappia vedere il bambino interno in difficoltà e amareggiarsi per lui: questa cosa, secondo me è una cosa davvero importante del buon terapeuta, perché in studio arrivano anche persone che possono essere molto antipatiche, e respingenti, o anche semplicemente molto noiose, o apparentemente molto banali. E vengono perché quei loro difetti conclamati, sono stati la loro coperta inefficiente alle aggressioni del mondo, che per quanto non funzioni perfettamente, continuano a tenersela -e anche in studio saranno sgradevoli, antipatici, indisponenti. Perciò, se il terapeuta ha un buon grado di contatto emotivo e una buona empatia, dopo vedrà il bambino che questi pazienti sono stati, prima di tutto dirà che palle, questo o questa qui non ce lo vorrei – poi si dispiacerà di quello che ha visto.
Un buon terapeuta, cioè secondo me, è uno che nell’ordine in primo luogo sa dire Dio che persona tremendamente faticosa, e poi dire, lo capisco perché, lo sento, confusamente lo sento. E lo prende in carico.

L’empatia dunque, non solo come quella cosa che fa mettere comodo il prossimo. Ma quella cosa che serve a capire delle cose complicate che lo riguardano, e anche quella cosa che deriva dal volere il suo bene..

 

Ne deriva una conseguenza – un primo elemento per identificare terapeuti meno attrezzati, con qualcosa da perfezionare oppure, con il bisogno di un lavoro su di se per lavorare bene per cui, se vogliamo vedere cosa è almeno in astratto un cattivo terapeuta possiamo pensare in riferimento al punto uno: o una scarsa empatia, o un uso nevrotico dell’empatia che va contro i fini del paziente. Per esempio il terapeuta riconosce gli stati emotivi del paziente, li sente, ma li gestisce in modo poco accorto: si arrabbia sempre con il paziente, ha una risposta troppo spesso sfidante, oppure se ne difende e si chiude. Questo terapeuta difettato può ricordare quei genitori che con i loro bambini dimenticano di essere genitori e si collocano come tra pari, arrabbiandosi su un piano di parità con il bambino. Se quel comportamento di solito non porta niente di buono sul piano della pedagogia, perché rende tutti troppo forti e il comportamento da apprendere va sullo sfondo, fa altrettanti guai in terapia: il paziente si sente simultaneamente sopravvalutato ma anche aggredito anche se inconsciamente – e anche se non se ne rende conto, ciò che porta va sullo sfondo. E’ qualcosa che capita raramente, e certo ci sono bambini e pazienti che usano il creare rabbia nell’altro come modo di comunicare – e quindi anche questo può essere utilizzato in stanza. Ma terapeuti costantemente antagonisti hanno oggettivamente un problema, così come può avere un problema di efficacia un terapeuta che sentendo l’incandescenza di contenuti spinosi emotivamente – il sottotesto di un pensiero di suicidio o di omicidio, oppure una fantasia di carattere incestuale – vi gira intorno e li elude come proteggendo il proprio timore di essere scottati.

 

Il voler il bene dell’altro, non credo debba però essere la caratteristica principale, o diciamo meglio esplicitamente dichiarata come tale, di un buon terapeuta, e credo neanche il motivo principe della sua vocazione. Più specificatamente tendo a diffidare dai terapeuti che con convinzione dovessero dichiarare che fanno questo mestiere per una questione di buon cuore. Per fortuna ne capitano pochi e non solo perché dichiararlo sarebbe di cattivo gusto. Solitamente le motivazioni psichiche che fanno scegliere questo mestiere – come in generale le motivazioni psichiche che fanno scegliere le professioni di aiuto – sono molto meno nobili e talora sono indegne. Possono viaggiare dal desiderio di controllare l’altro, al piacere di sentirsi indispensabili e oggetto di dipendenza, dal ritorno narcisistico al desiderio di monitorare ossessivamente negli altri parti di se irrisolte. Nessuna di queste motivazioni scabrose è davvero un peccato, addirittura possono essere una risorsa , diventano un peccato quando non sono viste, e vengono occultate dall’idealizzazione di se del mestiere. Quel tipo di idealizzazione – io sono buono, e voglio aiutare te che sei debole, è una trappola mortale che costringe l’altro a un ruolo, il ruolo della persona in difficoltà, e quindi può introdurre nella terapia freni pericolosi ma anche vincoli mefitici. Il paziente può dispiacersi per esempio all’idea di potersi contrapporre al terapeuta, al farsi vedere forte. Il paziente per stare dentro al gergo psicoanalitico, potrebbe viversi come un bambino per cui crescere è una ferita alla madre che ora, non avrebbe più un ruolo.

Per questo invece preferisco il riconoscimento nel clinico, di una sostanziale categoria edonistica, del piacere il piacere di stare con altre persone e lavorare su degli oggetti pieni di variabili come sono le vicende di vita. Questo egoismo edonistico del clinico ha per me il primo luogo un fondo di realtà spesso occultato dalla retorica pubblica, che vede le psicoterapie un posto dove le persone portano solo i loro lati tristi o fallimentari, o le loro esperienze spiacevoli. Ma non è vero perché la psicoterapia non è solo questo. E’ anzi anche, potenziare delle risorse metterle in scena, dar loro spazio – goderne e indicare la loro godibilità. E quindi anche, trasmettere l’idea che si fa bene ciò che piace fare, ciò che da piacere. Questo prosaico richiamo al piacere, libera anche il campo dalle asimmetrie delle dinamiche salvifiche e restituisce al paziente la titolarità delle sue azioni e delle sue responsabilità, anche in passaggi che possono essere – qualche volta – anche duri. Ho un ricordo molto nitido di quando il mio prima analista mi disse “a me di quello che fa lei non frega niente” e qualche volta, certamente con calcolo e preliminare attenzione anche io ho trovato opportuno dire “è una roba sua, non mi riguarda”. Spiazza, contravviene uno stereotipo materno della terapia, ma da aria, ossigeno, responsabilità e senso della potenzialità.

Ne consegue, che se vogliamo pensare a un astratto “cattivo terapeuta” o a un terapeuta che in un certo passaggio della sua vita non funziona al meglio, io credo che sicuramente ci sia il terapeuta che non si diverte a lavorare, che ha perso il bandolo del piacere, per cui nelle sue prassi di lavoro avanzeranno sul campo solamente dimensioni superegoiche, difensive, scabrosamente anaffettive.

 

Buona parte delle cose di cui ho parlato, e insieme ad altre che fanno un buon terapeuta, si sorvegliano meglio quando il terapeuta abbia attraversato almeno, una terapia su di se. Due è anche meglio. Ho un’idea della psicoterapia come un lavoro artigianale, o forse come il lavoro di domatore di bestie feroci e bizzarre, che possono essere risorsa magica se le addestri a fare quello che vuoi tu, ma che scassano tutto se non ti sei esercitato a parlare con loro. L’inconscio di un terapeuta è qualcosa a metà tra un violino e un leone da circo, tra un rabdomante e un serpente. Può riconoscere i suoi simili e portarli sulla retta via ma può anche esserne terrorizzato e azzannarli senza pietà. Il terapeuta è un portatore di ombre che deve far crescere altre ombre. Dunque sarà bene che lavori con tutte questi suoi mostri li addestri, e li ascolti.

 

Questo lavoro su di se, che faccio fatica a pensare senza un lavoro di analisi personale – uno dei pochi motivi salienti di attrito e contrapposizione tra scuole analitiche e non – implica il raggiungimento di una maturazione professionale che porta a usare la propria organizzazione caratteriale e di personalità, in maniera più completa e funzionale di quanto possa accadere spontaneamente. Per capire esattamente cosa intendo, dobbiamo fare un passo indietro.
Oltre ai terapeuti ci sono le relazioni terapeutiche, le migliori delle quali spesso si avvantaggiano di una combinazione ben azzeccata delle parti. Quel certo paziente giovane uomo, in quel certo periodo di vita si troverà particolarmente bene con un terapeuta uomo, più grande di lui. Quell’altro invece, con una donna della sua stessa età. Oppure quel certo paziente giovane si accomoderà meglio con un paterno silenzioso, che mantiene un livello di attivazione basso, che interviene poco, che è introverso. Il secondo invece, magari molto simile a quel tipo psicologico potrebbe fare grandi cose potendo affidarsi a una figura carismatica, da idealizzare, che indugia in dichiarazioni anche direttive.

Il bravo terapeuta giovane professionalmente, è quello che sa lavorare bene con la sua equazione personale: come i giovani scrittori che scrivono bene racconti presi di peso dalla propria adolescenza, se gli si mette davanti un paziente complementare possono fare grandissime cose. Con il tempo però il bravo terapeuta maturo professionalmente deve saper fare come i grandi scrittori che si inventano storie lontani da se stessi, e vestono panni che non sono propri. Il grande terapeuta è un vecchio maschio che sa fare la madre giovane e e scintillante, o l’analista donna di suo estroversa e spumeggiante che sappia passare in uno stare doloroso, silenzioso e muto. L’indovinare questa capacità di modularsi nello stile relazionale, è il terzo elemento che fa la differenza tra un clinico ben equipaggiato e uno mal equipaggiato. L’accorgersi che spesso si deve ruotare il proprio stato d’animo a seconda della faccia del paziente che arriva in stanza è un buon segno.

 

Questa cosa arriva a coinvolgere variabili sottovalutate spesso, in termini di linguaggio e di gergo di classe. Variabile di genere e di classe sono estremamente importanti in questo lavoro, e mentre quelle di genere sono state al centro di importanti convegni, pubblicazioni, osservazioni, le variabili di classe, e di come incidono nel modo di funzionare delle terapie mi pare siano molto meno dibattute. Divengono molto importanti, anche per chi come me esercita esclusivamente la libera professione: perché il sistema sanitario nazionale sta collassando nel momento in cui in realtà la domanda di psicoterapia aumenta, e nel privato cominciano ad arrivare potenziali assistiti che prima erano destinati solo al servizio pubblico.

Ora ognuno ha familiarità maggiore con il proprio gergo di classe e con la propria appartenenza di classe, che non dimentichiamoci sono questioni investite anche di proiezioni affettive. Un certo mondo sociale ci ricorderà il padre, o la madre o entrambi, e questo condizionerà il nostro modo di viverlo.  Ci saranno poi pazienti che incarneranno ciò da cui si scappa, e pazienti che invece impersoneranno il punto dove si vuole socialmente arrivare – e già queste sono cose da monitorare con grande attenzione. Ma ci saranno pazienti che parleranno lingue che ci sono estranee e si conoscono poco, o si guardano con diffidenza, lingue che sono echi di visioni politiche ed economiche e anche echi di idee e dimestichezze private. Un buon terapeuta deve saperle usare tutte e vincere eventuali idiosincrasie ed ostilità. Deve saper essere borghese o parolacciaro, deve saper dire rapporto orale e pompino, deve dire parti basse e culo. Saper parlare francamente di morte e di soldi oppure arrivarci piano, tollerare elitarismo e populismi – non ci devono essere totem culturali che gli impediscano questa operazione.

Ho un’idea precisa di terapeuta che non funziona bene in questo contesto. Ero in consultorio e una giovane collega (gioventù che spiega benissimo il suo errore) parlava di un suo paziente adolescente. E raccontava “ho detto, possibile che non gli piaccia un film decente? Se gli chiedo un film questo risponde i cinepanettoni! Ma insomma questo è un posto con un certo tenore un certo prestigio! Si sforzi!” Probabilmente per la giovane collega, per la sua storia personale sociale e di classe, quel tirocinio era un punto di arrivo, un’idealizzazione che proteggeva l’idea di se. La capisco, in altri frangenti devo aver provato qualcosa di simile, magari dopo aver fatto molti lavori umili per mantenermi agli studi – ma di fatto quell’idealizzazione aveva sbarrato la porta alla comunicazione con il giovane paziente. Bisogna essere pronti a tutti i piani metaforici. Se uno ti parla solo di cinepanettoni, wow è vanno benissimo i cinepanettoni. Ma anche se una ti parla solo del braccialino di Tiffany che non si nota molto tu stai sul braccialino di Tiffany. Lo usi come una piccola piattaforma. Se non ci riesci – hai un problema.

 

Un’ultima classe di considerazioni per quel che riguarda aspetti più ristrettamente tecnici. Non nascondo la mia predilezione per psicoterapie di orientamento psicodinamico, forse con qualche perplessità verso i filoni freudiani più ortodossi – per esempio al di la dei limiti economici e materiali guardo con diffidenza tecnica oltre che deontologica cure prolungate che prevedano tre sedute settimanali. Ugualmente avverto una certa lontananza con le prospettive per esempio cognitivo –comportamentali In generale ho una formazione psicodinamica l’ho scelta perché la consideravo migliore di altre, troverei ipocrita dire che oggi ho cambiato idea. Tuttavia, mi rendo con agio conto del fatto che un bravo psicoterapeuta è un bravo psicoterapeuta con qualsiasi strumento in mano – basta che lo sappia suonare molto bene. Ci sono ottimi e salubri cognitivisti, ottimi sistemico relazionali e persino – ottimi lacaniani – altra parrocchia con cui ho rapporti sofferti. Ci sono anche psicoterapeuti che sono talmente bravi, da saper suonare bene strumenti diversi – e questo per esempio per me, è una sorta di ideale regolativo: saper suonare strumenti clinici diversi.

Tuttavia, ho una sorta di sensazione di metodo per cui: prima di tutto ne devi saper suonare uno, e anche benissimo. Un buon terapeuta arriva a fondo nell’approfondimento di un orientamento operativo e per come la vedo io ci deve stagnare a lungo, esplorarlo, applicarlo fino alla morte, romperlo e ricostruirlo vedendo quello che succede. Questo prototipo dell’apprendimento professionale diventerà uno schema mentale con cui avvicinare cose che riguardano altri approcci, di cui deve saper cogliere però la tridimensionalità, le radici psichiche e storiche. Non basta piluccare, si deve essere capaci di trapiantare, sapere di cosa vivono le radici, dove si possono fare innesti e dove no. I corpi teorici sono infatti piante vive, che crescono interagendo con l’ambiente seguendo ognuna il suo codice genetico: una fiorisce con un certo clima una con un altro. Una su un certo terreno cresce di più l’altra muore. Un approfondimento forte degli strumenti, o delle piante teoriche porta a un modo migliore di lavorare.