Narcisismo, la diagnosi

Dunque, nei precedenti post ho cercato di sottolineare la differenza tra l’uso dell’aggettivo narcisista in termini colloquiali, e l’uso in termini clinici. Il punto di saldatura è che i comportamenti che socialmente sono considerati “narcisisti” coincidono con alcuni di quelli indicati dalla clinica, escludendone però la causa. Per senso comune e per le discipline psicologiche, narcisisti sono spesso coloro che: parlano di se, portano l’attenzione su di se, che hanno comportamenti svalutanti, che non si occupano mai degli altri, che fanno sentire inutili, ma da cui cercano di avere spesso elogi. Per molte persone narcisisti sono soprattutto quelli che mantengono la centralità in modo molto sgradevole e plateale. Narcisisti sono i boriosi, gli antipatici, i traditori seriali. Sono tutti meno disposti a rilevare un tratto narcisistico quando certe operazioni sono fatte da persone che sanno rendersi simpatiche o amabili– non si accorgono cioè che quella simpatia che loro provano, è l’effetto di un narcisismo altrettanto potente ma sofisticato. L’autoironia, è un potente mezzo del narcisismo, l’ambizione è il braccio armato del narcisismo. Per questo spesso, provocatoriamente mi sono trovata a ricordare – fate attenzione a parlare male dei narcisisti, sono spesso i vostri comici preferiti, gli scrittori che amate, i direttori d’orchestra che apprezzate, i politici che votate, perfino i mattoni dello stato sociale che vi dovrebbe garantire. Dietro le arringhe che hanno portato all’istituzione di un qualsiasi servizio pubblico, c’è sempre uno o più narcisisti. Il narcisismo è un grande motore di azione. E naturalmente molti ottimi e accoglienti analisti hanno un vigoroso tratto narcisista.

Il termine come è noto, si fonda sul mito di Narciso, colui il quale si innamora della sua immagine riflessa nell’acqua –e fa riferimento a qualcuno che ha bisogno di mantenere viva un’immagine di se e di ricordarsi sempre di apprezzarla. Se teniamo a mente il mito che sta dietro il termine, capiamo perché poi siano state individuate diverse tipologie di narcisismo, diversi gradi di tossicità e malessere. Io colgo tre ambiti di variazione del disturbo che afferiscono a diversi tipi di narcisismo: uno riguarda la fragilità del soggetto, un’altra la variabilità dell’immagine che si costruisce e il suo grado di trasparenza, il terzo riguarda il continuum del suo uso degli altri. Se pensiamo alla prima distinzione possiamo capire lo schema di Rosenfeld (1987) che distingue tra narcisisti della pelle sottile e narcisisti dalla pelle dura. Il primo tipo mantiene almeno un contatto anche se filtrato con il suo mondo interno e contemporaneamente tiene un occhio ipervigile sull’altro, di cui sorveglia giudizi e reazioni, per cui succede che sia facile a grandi malesseri, grandi malinconie, grandi offese, e si spenda in grandi rimproveri. L’altro si impone un filtraggio con il proprio mondo interno molto più efficace e così come la trasformazione in mezzo anziché fine degli altri gli permette di usarli come pubblico pagante, disinnescando la loro possibilità di ferirlo. E’ sempre grandioso, e non si risente mai. Su un estremo c’è il rancore, sull’altro c’è la boria. Ma in mezzo molte persone non così facilmente individuabili.

Se pensiamo alla seconda distinzione facciamo caso alle diverse difese che il narcisista adotta, in che grado le applica, a seconda della sua struttura di personalità ed eventualmente vediamo il suo grado di mentalizzazione. La mentalizzazione è quel costrutto individuato da Peter Fonagy  e Bateman (2006) con cui si intende la capacità di percepire e individuare stati emotivi che attraversano la mente altrui. Come per tutte le problematiche che arrivano in consultazione, vale anche per questo gruppo l’intensità delle risposte sintomatiche. Avremo narcisisti più gravi, che fanno un uso massiccio di risposte difensive anche di spettro superiore – molta intellettualizzazione, molta razionalizzazione, persino troppo umorismo per quanto piaccia – e narcisisti che saranno molto presi dalla costruzione dell’immagine di se da non vedere per niente gli altri, perciò con un bassissimo grado di mentalizzazione, così come ci saranno narcisisti quelli per esempio che si sono fatti curare che riusciranno a tollerare difese diverse, che assottiglieranno l’immagine di se da tenere viva, e che riusciranno ad avere una notevole capacità di sentire gli stati emotivi degli altri. Il bisogno di centralità e di affetto che sta dietro al narcisismo spiega come la carriera psicoterapeutica sia una soluzione per molti grandi narcisisti analizzati. Capiscono l’urgenza di una domanda emotiva, capiscono che non devono più schernirsi dall’altro, la domanda emotiva non si seda mai del tutto, una buona soluzione è fare della mentalizzazione la via utile per una guarigione degli altri che magicamente, provocherà perciò gratitudine, colludendo con l’antico sintomo, la domanda di affetto e centralità.

L’ultimo punto di vista, quello su come vengono utilizzati gli altri,  vede una scala di intensità del disturbo narcisistico che va da una forma lieve, con comportamenti che non soddisfano completamente la diagnosi, passa da una forma intermedia dove ci sono il narcisismo dalla pelle sottile e quello dalla pelle più dura, fino alle forme franche del disturbo antisociale e della psicopatia. Questi ultimi in fondo, – quelli che si intestano il narcisismo maligno di Kernberg arrivano a livelli estremi da fare un mondo a se. L’altro è diventato mero mezzo, il mondo interno dell’altro è anche compreso razionalmente ma assolutamente non intercettato emotivamente, e in fondo va a scemare persino la centralità – l’uso dell’altro come pubblico pagante – con usi meramente strumentali, ossia genuinamente perversi. Nella direzione estrema del narcisismo, quando diviene tratto antisociale, l’altro è oggetto vuoto, e diviene l’effrazione della regola kantiana. Non sarà mai usato come fine, ma servirà sempre a qualcosa. Non di rado anche a qualcosa di aggressivo, di antisociale, fino all’atto criminoso.

Queste note rimandano a contenitori orientativi per capirsi quando si fa riferimento a una classe di comportamenti. Quello che però in clinica si tiene a mente è che questi comportamenti hanno una causa che è anteriore alle situazioni relazionali che i narcisisti vivono, in un insieme di stati d’animo che è spesso e volentieri, scarsamente accessibile e che è assolutamente controintuitivo rispetto all’immagine compensatoria che il narcisista da di se. Quell’immagine infatti serve da contraltare, a un mondo interno fortemente svalutato, pieno di oggetti penosi, che la persona narcisista avverte come inavvicinabili e indegni, che percepisce continuativamente ma a cui riesce spesso a non pensare, in una contraddizione in termini che è difficile da descrivere. Una specie di immanenza dell’angoscia a cui fa da controcanto rumoroso un io grandioso. Ci si trova davanti a persone che si convincono di essere pienamente soddisfatte di se, ma che da qualche parte sentono il rumore di una profonda infelicità, svalutazione, dispiacere. I narcisismi sono di diverso tipo e la variazione dipenderà sia dall’intensità di questi vissuti di abiezione, sia dall’efficacia della struttura falso se compensatoria. In conseguenza di questo, anche la qualità delle relazione è obbligatoriamente costretta a una superficialità, perché la profondità relazionale è avvertita come minacciosa. I narcisisti più gravi non riescono a tollerare emotivamente la vulnerabilità che implica la dipendenza dall’altro, una relazione coinvolgente li costringerebbe a mettere in gioco quelle parti emotive indegne, e quindi a farli sentire non attrezzati, profondamente sgradevoli. Questo tipo di narcisista sta nella contraddittoria posizione di chi si mostra capace di dominare il reale, e al contempo lo vuole eludere, riesce a risultare molto attraente ma rimane segretamente convinto di non esserlo affatto e nelle sue intime profondità si disprezza. Molti poi trovano nel conforto delle prestazioni professionali, la gratificazione di una relazione oggettuale che non scomoderà quel mondo interno ignominoso. Moltissimi trovano nelle dipendenze da sostanze ma anche nei disturbi alimentari che ne hanno la medesima struttura, un valido supporto per riuscire a tollerare e a mettere a tacere quel torturante mondo interno.

Questo esercizio del narcisista ha una storia molto antica, e spesso comincia con esperienze di accudimento dove, a fronte di un materno e una genitorialità poco affettiva, distanziante, scarsamente sintonizzata sui bisogni del bambini, corrisponderà un elogio, un riconoscimento delle sue capacità prestazionali. Bambini che non si sentono amati nella loro semplice infanzia, nel loro essere come sono, che non sono stati magari accuditi in momenti topici e di grande difficoltà, e che si vedono finalmente riconosciuti quando per esempio dicono cose brillanti, o portano buoni risultati a scuola, o per il loro aspetto fisico, o la loro capacità di rispondere a degli standard sociali, sono ottimi candidati per diventare narcisisti da grandi. Da piccoli elaboreranno la convinzione che soltanto in quel modo saranno visibili, mentre tutto quello che non rientra nella performance sociale non risulterà degno di amore e di attenzione. Sono bambini che non si sono sentiti amati nella loro semplicità di essere bambini e l’esperienza di solitudine e di mancanza di affetto o attenzione, rimarrà una stanza scissa e permanente, in cui kleinianamente verranno riversati gli oggetti cattivi di una vita intera, che saranno il senso della propria identità più profonda. In molti casi, queste difese narcisistiche si potranno intrecciare ad altre sintomatologie, e spessissimo i disturbi di spettro narcisistico avranno insieme una diagnosi di altro segno – sono frequentissime si diceva, le dipendenze da sostanze, i disturbi alimentari, come anche, i disturbi dell’umore, gli stati ansiosi, fino ai persino benefici attacchi di panico – che nella loro pervasività possono portare un inconsapevole infelice ad avviare una terapia. In generale, accade spesso che il narcisista venga in terapia, per un secondo nucleo di sintomi che lo preoccupa.

Si dice spesso che i narcisisti siano pazienti difficili, e spesso in effetti lo sono. Perché faranno con il terapeuta quello che fanno con tutti, e anzi, dovesse procedere la terapia e ingranare, avranno ancora più motivi di ribellarsi a una dipendenza emotiva che li preoccupa, unendo a comportamenti svalutanti, dinamiche subdole sul pagamento, sulla frequentazione delle sedute, resistenze ben cesellate da quella stessa intelligenza che il narcisismo ha allenato e ha reso brillante. Ma bisogna dire, sono anche pazienti molto seduttivi, che fanno di tutto per piacere all’analista, che sanno spesso essere interessanti e divertenti bravi pazienti, in modo eccessivo. La miscela di questi due aspetti rende i primi segmenti delle terapie con questi pazienti particolarmente ardimentosi, e spesso motivo di frustrazione nel clinico. Tuttavia – quando la terapia tiene, e il terapeuta sa tenere il fuoco dello sguardo sul mondo interno del suo paziente, più ancora che sul pavone del falso se che mette in campo (con un complicato gioco di equilibrismo quando il suo paziente si vanta e chiede lodi) riuscendo piano piano a intercettare quegli affetti frustrati e blindati e gli stati d’animo penosi a quelli collegati, con questi pazienti ci sono buone possibilità di costruire buone terapie, di più di avere genuini momenti di insight, momenti di onesta e dolorosa verità. Quando questo succede, da terapeuta capita di vivere percorsi di cura, coinvolgenti, dolorosi, ma che possono portare a miglioramenti significativi. Quando si apre il contatto con il mondo interno, questi pazienti impareranno a sopportare quello interno altrui, e potrebbero cominciare ad ascoltare gli altri e a smettere di svalutarli. In alcuni fortunati casi, riescono ad accedere a contatti relazionali duraturi, senza mettere un partner alla porta ogni pochi mesi. Qualche volta addirittura, imparano a riposarsi e a scoprire come si sta bene ad apprezzare altri al centro della scena. Potranno diventare da quei grandi narcisisti che erano dei piacevoli egocentrici, che mantengono un’organizzazione di fondo, ma che ora hanno accresciuta una capacità di mentalizzare gli stati emotivi propri e degli altri, perché emotivamente possono sopportarlo. Allo scopo hanno bisogno di terapie lunghe, strutturate e per me di larga ispirazione kohuttiana: devono in qualche modo esperire uno spazio in cui si sentano apprezzati e riconosciuti per la banalità dei bambini che sono stati e che tutti siamo stati. Stanze di gioco larghe dove un terapeuta sufficientemente buono lascia porte aperte dove far uscire cose e brutte e abbiette e vergognose e indegne, per riconfigurarle e togliere loro l’antico stigma.

Due parole infine, sulle persone che ingaggiano relazioni con persone narcisiste. In rete fioccano articoli di dubbia deontologia che parlano della relazione con il narcisista tout court come una pericolosa da cui sfuggire, usando la diagnosi come una clava sociale. In realtà la patogenicità della relazione con la personalità narcisista, sta in un sistema condiviso di questioni problematiche, perché ogni relazione è una logica combinatoria di questioni endopsichiche delle parti – come ho spiegato in questo vecchio post. Se esiste un manipolatore che ha delle tossicità che lo costringono a manipolare, il suo partner manipolato ne deve avere altrettante per andarsi a cercare un persecutore. Se si rimane insieme a un traditore seriale con comportamenti gravemente svalutanti, si sta espiando qualcosa, si sta mantenendo un antico equilibrio patologico di cui il narcisista di turno è il valente mezzo. Questo tipo di relazioni, quand’anche dovessero durare, non portano a moto di buono per le parti, perché nonostante le apparenze logiche e le trappole del linguaggio – si fondano su un rispecchiamento profondo di nevrosi, e non mettono in discussioni equilibri pregressi. Qualche volta capitano incontri, con personalità particolarmente notevoli per sguardo e tenuta, io credo con una corposa componente materna ma anche di tenuta psichica importante, che riescono a portare a cambiamenti notevoli, succede – ma sono episodi piuttosto rari. Conviene tenerlo presente.

 

 

Viviamo in una società narcisistica?

Anche per il narcisismo possiamo dire, che occorre distinguere un piano del discorso pubblico, e un piano del discorso clinico. E’ una distinzione molto meno ovvia di quel che si crede, perché la sua confusione è particolarmente confortante per chi ne è autore.   Tra i tanti aggettivi vicini alla clinica che vengono usati con disinvoltura, il termine narcisista mette insieme diagnosi e accusa, patologia e sanzione, e di conseguenza procura un inestimabile senso di riscatto, che la fortifica e l’incoraggia, anche in colleghi prestigiosi e veramente stimabili. I due usi diversi, rimanderebbero infatti spesso a due considerazioni emotive diverse. Quando si usa l’aggettivo narcisista in termini comuni e colloquiali in mente si ha la sanzione per un comportamento egoista, quando invece si usa il termine clinico si hanno in mente le cause e le sofferenze, perciò si tende a mantenere uno sguardo come dire, più affettivo e comprensivo. Il narcisista è uno che combatte come noi, con altri mezzi. Tuttavia, il sapore clinico e psichiatrico della parola nell’uso colloquiale, si avvantaggia anche di una difficile modificabilità, e quindi regala una segreta punizione: vedete questo stronzo, pare dire, è un caso psichiatrico, un cattivo irredimibile, per lui ci vuole uno bravo.

Sono sempre molto perplessa quando si parla con disinvoltura di società narcisistica nei libri di nomi famosi della ricerca analitica. Perché alla fine, noto che anche i migliori – contestualizzano il disturbo narcisistico di personalità che ha una serie caratteristiche sue proprie in una società narcisisticamente orientata che però è definita tale in virtù dell’uso colloquiale del termine, non in virtù di quello clinico e questo attrito, restituisce la sensazione di una operazione strana, emotiva, verso un certo contesto culturale, piuttosto che un’analisi stringente di un fenomeno.

Per esempio nella esaustiva trattazione di Gabbard sulla diagnosi in questione (il disagio del narcisismo, 2019), si sostiene una teoria del narcisismo per la società in base all’ingresso dei social e degli smartphone nel vivere civile. Dove Gabbard dice cose come, per tutti è più importante farsi vedere fotografati fare una cosa che fare quella certa cosa! Per i giovani è più importante l’immagine che hanno di se che quello che veramente sono sul piano relazionale! Contano più i like che riceve una signora del suo marito! Su venti pagine di capitolo sulla società narcisistica di oggi, pare che l’unica cosa da dire sia: con tutte queste diavolerie, questi brutti telefonini che la gente si porta in giro, non è più come una volta sono tutti narcisisti ah i giovani d’oggi. Vogliono tutti essere premiati per l’idea che danno di se.

Però, come vedremo meglio, il narcisismo non è tout court semplicemente il comportamento di chi vuole essere riconosciuto, e apprezzato ossessivamente – questa è la ricorrenza clinica del comportamento agito, che si aggancia con l’uso comune del termine. In ogni caso da una parte è una ricorrenza di comportamento che risponde a una necessità nevrotica profonda – dall’altra chi veramente abita il contesto dei social attivamente constata quanto l’uso narcisistico dello spazio social è ristretto a una fetta ristretta di persone: io che sono molto nei social constato che della mia bolla di contatti privati compresi quelli fuori dai social, tra amici e parenti, solo una ristretta percentuale usa facebook twitter snapchat o instagram, di questa ristretta percentuale, molti sono sui social ma ci scrivono raramente, o non ci scrivono affatto, e le persone che fanno un uso narcisistico del social – come me per esempio che scrivo per essere letta, ogni tanto metto una foto, ogni tanto piazzo una battuta di spirito che richiede l’apprezzamento altrui, sono veramente pochissime. Chi sta nei social sa in realtà, che solo una ristretta minoranza, li usa in modo narcisistico – la ristretta minoranza che trova corrispondenza a una precedente struttura psico(pato)logica. Anzi, capita spesso di parlare con persone che capiscono il vantaggio professionale e relazionale che potrebbe derivare da un uso narcisistico dei social, ma essendo quell’uso la traduzione di un comportamento psicologico, non riescono, non gli viene spontaneo, ne soffrono – per loro è estremamente faticoso.
Gli introversi non sono in estinzione – semplicemente, rimangono introversi.

La teoresi della società fondata sul narcisismo comunque è anteriore alla lettura di Gabbard, e per me, provocatoriamente, ha anche a che fare con una reazione di classe per un verso, e diciamo di aspetti ombra per un altro, di fronte all’emergere di una nuova categoria di individui che si sono potuti rendere visibili, grazie a una stagione di democratizzazione dei beni, e dell’accesso all’ascensore sociale e alla vita pubblica. Non sono sicura che i narcisisti siano aumentati per una diffusione della diagnosi, sono diventati visibili quelli che prima invece morivano di parto alla quinta gravidanza, finivano a fare gli operai in fabbrica, e le loro vite non erano scritte da nessuna parte.  Questi narcisismi  si esercitavano a mensa o alla riunione sindacale, ma non potevano arrivare a nessuno fuori da quegli ambiti e quindi non è che se ne occupassero i vari Recalcati, stavano fuori da dispositivi di immagine, di linguaggio che li rendessero soggetti visibili nel discorso culturale. Sono allora aumentate le occasioni di diritto alla visibilità e indubbiamente la visibilità innesca dei dispositivi relazionali e collettivi, per cui insieme alle modalità narcisistiche, sono cambiati i processi di socializzazione, si sono velocizzati i ritmi nella creazione di gruppi di affini, che i social ora rendono vorticosi. Sono aumentate tantissimo le persone che hanno il potere di una visibilità esistenziale. Diventano particolarmente notabili, a soggetti che ne condividono l’impianto di personalità, alla sorpresa di classe, per cui vecchi baroni di elite altoborghesi rimangono sbigottiti da quanti nuovi soggetti salgano sul palco della visibilità sociale, si aggiunge la sorpresa dell’ombra – carriere sostenute da bisogni narcisistici come quelle dei grandi analisti e analisti sociali rimangono sbigottite dalla concorrenza di quelli che con una certa fatica potrebbero essere definiti loro simili.

Il fatto è che quando chiamiamo in causa una diagnosi per utilizzarla nel suo potere metaforico, nel descrivere delle caratteristiche sociali, dovremmo smettere di usare solo la costa dei sintomi tipici della diagnosi, ma dovremmo pensare alla causa ma anche allo stato emotivo predominante in quella diagnosi. Una società depressa, non è solo una società che non muove passi, ferma, addormentata, disfattista, ma anche che ne so, biologicamente condannata a un tono dell’umore doloroso, e anche condannata da un desiderio di autoaggressione, e via a ritroso a scavare nell’infelicità che connota la depressione. Una società narcisisticamente orientata, non è solo una società che utilizza comportamente propri delle difese narcisistiche, ma deve essere popolata da una consistente, maggioritaria schiera di soggetti che utilizzino quelle difese per controagire una depressione e un malessere cogenti ma blindati, scissi, che sono lo stato permanente delle sindromi narcisistiche, e bisogna offrire una spiegazione culturale politica sociale ed economica perché la metafora rimanga calzante.

Quello che forse si può dire adesso è che, il capitalismo avanzato, con o senza network, e specie in un regime di contrazione delle risorse sta chiedendo sempre di più un piano della competizione che includa oltre alle competenze le connotazioni soggettive della personalità, una tendenza che trascende i social, e riguarda anche altri contesti. Esiste una specie di brandizzazione del modo privato di essere delle persone, del loro carattere, della loro biografia, del loro modo di fare. C’è una specie di vento che soffia e incoraggia a vendersi come un pacchetto sul mercato dello scambio esperienzale. Lo si vede nelle scelte dell’editoria, Lo si vede nel successo dei reality, lo si vede nel crescente peso della psicologia del lavoro, ma anche nella nascita di questi nuovi personaggi che sono i coach, e che tendenzialmente sono degli allenatori della psiche intesa come business. Se metaforizziamo questa tendenza come un vento, e tratteniamo la metafora, possiamo allora riflettere sul fatto che: ci saranno aree sociali dove soffia in modo meno forte, o addirittura per niente, dove invece va a forza dieci – e dovremmo riflettere sulle diverse psicologie che abitano il territorio dove soffia questo vento, tenendo bene a mente che sono diverse hanno storie diverse, strutturazioni diverse. Alcune proveranno un grande disagio, e un senso di dolore e di fatica, qualcuna si piegherà fino a non farsi vedere. Alcuni fortunati, narcisisti di medio basso lignaggio, o narcisisti curati da psicoterapie, sapranno veleggiare sapendo giostrare la barca per toccare la riva e lasciarla, riuscendo ad andare dove vogliono. I narcisisti più gravi, gravi per delle questioni loro completamente indipendenti dal vento che soffia, potrebbero finire alla deriva.

sulla diagnosi

 

Premessa. Vorrei scrivere un post sul disturbo narcisistico di personalità, mettendoci in mezzo anche testi che sto leggendo in questi giorni, e anche certamente la mia esperienza con la diagnosi. Mi preme però fare un discorso generale sulla questione diagnostica, e sull’uso delle parole che combaciano con le parole della diagnosi -perciò ne faccio un post a parte, che potrà essere utile non solo a quello sul narcisismo ma in generale alla complicata questione dell’uso dei concetti che che sono del gergo psichiatrico e psicologico.

Capita spesso nel nostro parlare, di utilizzare lemmi che hanno una doppia evocazione: una che riguarda l’uso comune di quella parola, il significato che ha nella vita quotidiana, e l’altra che riguarda un lessico scientifico di riferimento – nel nostro caso specifico: psichiatrico. Per esempio se diciamo che una certa persona è depressa, possiamo pensare al fatto che appare spesso sotto tono, con un volto che sembra tenere a mente delle preoccupazioni, che è poco incline a fare delle proposte e a prendere delle iniziative. Ma se parliamo psichiatricamente di depressione invece, potremmo trattenere alcune di quelle frasi, per esempio anche psichiatricamente diciamo che quella persona appare sottotono, ma aggiungeremmo molte altre cose, anche considerando che ci sono diversi tipi di depressione, alcuni dei quali  non escludono affatto che una persona prenda delle iniziative. Ci faremo delle domande sull’intensità di un certo disturbo, sulla durata di quel sintomo, e sulle occasioni in cui è emerso. Constateremo dei punti di contatto con l’uso quotidiano della parola e delle divergenze.

A queste divergenze, il senso comune non di rado riesce ad arrivare. Tuttavia, soprattutto quando si entra nell’ambito della psicoterapia, la diagnosi corretta diventa un processo lungo con altre articolazioni per cui quella singola parola da sola non basta, e fare una diagnosi vuol dire interrogarsi su altre cose. In primo luogo si terrà a mente per esempio c’è una scala di intensità del sintomo, in secondo luogo si esaminerà  la quantità di risorse di cui dispone un paziente,  e in terzo luogo ci si interrogherà sulla presenza di altre sintomatologie che si intreccino alla diagnosi principale.

La questione dell’intensità e delle risorse è importante e riserva delle sorprese rispetto a ricorrenti semplificazioni culturali per cui spesso nell’arte, nel cinema, nella letteratura  si tende a vedere nei sintomi i segni di una creatività per un verso, di una ribellione per un altro, di una impossibilità di riduzione della soggettività per un terzo. In realtà più un sintomo è pervasivo, intenso e magari di remota insorgenza, quindi cronicizzato, più funziona come l’allagamento in una casa, che rende le stanze inagibili e in casi estremi fa saltare l’impianto elettrico. Sintomatologie gravi ottundono la capacità di rappresentazione di se, di espressione della soggettività, di espressione della creatività. Quando queste caratteristiche invece  permangono, vale l’esempio della casa allagata,vuol dire che ci sono dentro casa delle risorse che arginano l’allagamento, si prendono provvedimenti, rimangono alcuni spazi liberi ed agibili dove la soggettività si estrinseca. Questo porta a considerazioni che devono essere realistiche e che sono politicamente rilevanti per quanto possano essere con grande fraintendimento, giudicate politicamente scorrette. Una schizofrenia grave e pervasiva non fa diventare nessuno né genio del bene né genio del male, fa diventare ripetitivi e fondamentalmente noiosi per non dire respingenti. Quando una persona con una diagnosi di schizofrenia ha delle aree creative, quelle sono le parti sane della sua soggettività non un fantastico parto libertario del suo malessere. Quando una persona gravemente depressa scrive un bel libro sulla depressione, quella persona ha una parte sana che sta leggendo la sua parte depressa, e lavora e lotta. E’ una cosa importante questa, perché ha conseguenze politiche importanti e anche pratiche: lo psicoterapeuta infatti lavora con quelle parti sane, si allea con quelle parti sane, si mette nelle stanze non allagate della casa e dice, vediamo che possiamo fare di quelle allagate. Di contro dire che tutti ci hanno degli spazi di manovra (vedi mancato adempimento della legge 180 per delle strutture adeguate all’utenza) vuol dire mettere delle persone nella desolata situazione di non poter fare niente, di non poter essere sostenute.
La gravità di un sintomo non la da mai il nome di una diagnosi possiamo aggiungere, la da la flessibilità con cui si propone. Se una persona va in ansia solo quando il figlio esce e non sa quando torna è un conto. Se va in ansia quando il figlio esce e non sa quando torna, quando deve parlare con un collega, quando deve preparare le valige, quando deve invitare i genitori a cena e via di seguito – è un altro. Perchè quella persona non farà molte di queste cose.

In secondo luogo, queste diagnosi non stanno mai da sole, e la fermezza di un’etichetta diagnostica è una comodità comunicativa, piuttosto che una verità materiale. In fondo, i sintomi sono strategie imperfette di adattamento a occasioni che mettono in crisi, ed è facile comprendere come ce ne possa essere più d’una nella stessa personalità. Una persona con un organizzazione narcisistica di personalità può avere per esempio un disturbo alimentare, ma anche un disturbo ossessivo, oppure può avere una dipendenza di qualche tipo, può anche – anzi, è più frequente di quanto si creda – avere due delle precedenti caratteristiche sintomatologiche unite a una profonda depressione. Sono batterie di risposte diverse, a fronte di una difficoltà di stare al mondo.

Infine, una osservazione analitica. Mi ricordo con un sorriso, ma mi fece anche molto riflettere, una scena di habelus Papam, dove lo psicoanalista Nanni Moretti prende in giro la sua ex moglie e collega. Dice di lei che per lei tutti i pazienti avevano come problema scatenante e originario la deprivazione materna. Ma può essere tutto sempre la deprivazione materna? Questa cosa mi fece molto ridere, perché metteva l’indice su quella che certamente è una semplificazione che tenta le formazioni analitiche, un sempre andare a parare li, un risolverla così, che uno dice è anche un po’ furbo perché la madre oramai ha fatto quello che ha fatto si fa quel che si può non resta che scuotere il capo mestamente.

Eppure, più lavoro, più devo dire, mi impressiona coma alla fine la costruzione della nevrosi cominci con un accudimento difettoso, poi inciderà la biologia dei soggetti e insieme alla biologia dei soggetti gli eventi successivi nella vita faranno la loro parte, ma l’albero delle diagnosi, diagnosi molto diverse tra loro, spesso ha questo tronco comune della genitorialità per un verso o per l’altro deprivante, vuoi che sia deprivante perché non responsiva, o perché intrusiva o perché proprio abusante. A quel punto poi a seguire la storia di una risposta sintomatica, si affonda sempre in quel tronco unico, poi si vedranno gli itinerari e le variazioni, e quegli itinerari saranno fondamentali per trovare le risorse.

Tutte queste cose potremmo ora applicarle al narcisismo. Dovremmo perciò ricordare che esistono due modi diversi di intendere il termine, uno colloquiale e uno tecnico,  che esiste una intensità del sintomo narcisistico, che ne designa la trattabilità e i margini di manovra, che esiste una comorbidità del narcisismo con altre diagnosi, e che anche i difficili narcisisti hanno mosso i loro primi passi nel mondo con dei genitori particolarmente inadeguati.

Non tutte le passioni riescono col buco

 

Quando sono insieme, può succedere che si siedano a un bar e si guardino negli occhi per quelle che le sembrano lunghissime decine di minuti. L’operazione ha indubbiamente del magico, lui ha occhi molto belli, lei non tanto a dire il vero, la questione dovrebbe essere una chiamata alla profondità, a una comunicazione non verbale e intima, per la quale intuisce confusamente di non essere tagliata.
Il potere del carisma, poi avrebbe capito, occulta l’anatomia del carattere.

(A essere pervicacemente onesti, s’erano incontrati già anni prima, si erano seduti insieme diverse volte, e in quegli anni prima lui aveva parlato – mica era stato tanto in silenzio, aveva già allora questi occhi molto belli, in aggiunta agli occhi molto belli una voce particolarmente carezzevole, e questi due elementi, gli spiega ora dopo un bacio appassionato, l’avevano distratta da quello che lui aveva da dire, di cui insomma non le era rimasto impresso niente.
Ti ricordi quanto era bello quando ci vedevamo sul mare? – le dice ora lui – Di quante cose parlavamo.
No veramente ecco io – risponde lei – mi ricordo soprattutto dei tuoi occhi. )

Quella volta sul mare si era pensata innamorata – e ne aveva ben donde. Erano più giovani, lui si andava arrampicando in una vita di nevrosi ben scritte, un ragazzo brillante col cuore complicato per quanto generoso, gli intuiva battere col pensiero e il sentimento le strade che lei stessa avrebbe battuto, gli ammirava uno stile della vita senza sapere che un giorno, sarebbe stato il suo. (Era incantata da certi suoi dolori e certi affanni, gli esplodevano gli stessi pregi che lei ancora doveva annaffiare. In lei tutto quel male luminoso doveva ancora prendere forma, e lui si era invaghito di tutto quell’essere accennato delle ragazze giovani.)

Si tornano a guardare ora, dalla costa di due generazioni diverse, meno lontane di un tempo. Devono affrettarsi, cogliere il momento, stropicciarsi più che possono perché non possono durare, sono troppo simili, e più il tempo passerà più la distanza si accorcerà. Ora lei sta finendo di studiare, lui lavora da un po’, quando lei finirà del tutto, le analogie diventeranno troppe, entrambi nevrastenici e carnali, entrambi seduttori ma guardinghi, entrambi generosi ma difficili, diventeranno grassi, malinconici, simpatici, buoni  prosatori, amati e amanti di tuttaltre costellazioni esistenziali.

Dopo, ameranno persone magre modeste e introverse le cui parole appariranno sempre molto importanti, non avranno figli, berranno molte birre, vedranno molti medici. Per il momento, finiscono a letto insieme, regalano fiori, si scrutano seduti nei bar, lui le canta canzoni, lei muove la testa, navigano in un flirt ombroso e pieno di precauzioni.

(qui)

 

Il mio amico C

(Ogni tanto a pranzo  – non spesso a dire il vero – vedo il mio amico C. che è molto pazzo e instabile ma non sembra, anzi il mio amico C a pranzo sta sempre seduto composto e pensieroso, una specie di pensatore stralunato, dividiamo i cannelloni mentre si regge la testa (lato sinistro) e s’aggiusta gli occhiali, mi da della pazza a me, e questo un po’ m’aggiusta i miei di occhiali, mi ascolta in questi pranzi, mi fa prendere poi cose come salsicce e saltimbocca e mi interroga. Hai scritto almeno un paragrafo? Come va con il lavoro?  Come stanno i tuoi bambini? 

Io dico che i miei bambini sono bellissimi, i più belli di tutti, i più belli del mondo, gli faccio vedere le foto, e lui si intenerisce, perché il mio amico C è pazzo ma sentimentale, di mia figlia non vede gli occhi da strega ma vede l’infanzia, e quando gli racconto le cattivellerie sue tipiche il mio amico C ride di come si ride dei bambini, cambia posa, mangia altri saltimbocca, si tiene la testa con l’altra mano (lato destro). La testa gli pesa per il fatto che si porta sempre molti pensieri moltiplicati a loro volta, nella sua mezz’ora mi rende edotta di amori tempestosi e storia del socialismo, a volte ci mette pure tutte mescolate alcune sue ipotesi rivoluzionarie e/o religiose e anche casini che ha in casa ci ha sempre molti casini in casa, e penso che quando siamo a pranzo mette tutti questi pensieri da una parte, come farebbe l’altro mio figlio con i tappi della sua collezione.

In generale ci dividiamo il pasto nel tempo e nelle porzioni – di solito un’ora un’ora e qualcosa perché è una convergenza di pause pranzo, mezz’ora l’uno e mezz’ora l’altra, un saltimbocca lui uno io,  con alcuni inframezzi interlocutori, di solito degli anchammeèssuccesso, ma anche dei macchedavero, una patata arrosto te una io,  che siamo romani tutti e due io e il mio amico C, e ci mettiamo anche qualche battuta di smandruppata genitorialità reciproca, una strana forma di cinismo gentile. Io sono ipocondriaca  per esempio, e allora il mio amico C mi chiede, lascia stare i bambini, parlami del colera.

E io pure gli chiedo tuttecose come vi dicevo, e avrei molta voglia di entrare nel dettaglio e riferirvele, ma è una persona molto riservata,  diciamo torrenziale ma selettivo, per cui no, non posso dirvi bene tutto di quando cambia la mano con cui si regge la testa, mi dispiace).

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Ferragni, De Lellis, e gli specchietti per le allodole

Ogni tanto, l’industria culturale sforna dei personaggi che vengono da percorsi lontani dal mondo intellettuale, ma provvisoriamente ne colonizzano gli spazi, ne utilizzano i canali, tirando fuori fatturati anche importanti e esplosioni di notorietà che lasciano interdetti. Allora, succede che gli habitué di quei contesti, lettori per esempio medi o forti, fruitori di cinema di qualità, abbonati a riviste da ceto medio riflessivo, sentano il bisogno di distinguersi, di prendere le distanze, qualche volta di scandalizzarsi. A volte trovano nei maitre a penser della carta stampata dei loro alfieri. Giorgio Mereghetti, per certi versi neanche a torto, ancora si deve riprendere dalla presentazione del documentario su Ferragni al Festival del Cinema di Venezia e del suo prevedibile successo di botteghino. I critici che guardano con sbigottimento il libro di De Lellis non si contano. Perché, chiedono, questo successo? Perché nei contesti della qualità intellettuale vincono prodotti che non hanno qualità? Cosa dobbiamo fare? Come possiamo smettere di sbagliare? Queste domande, in molti casi sono poste accanto a giudizi scandalizzati e pieni di livore, verso il personaggio di turno: una cretina, un sciocca, una furbastra, una raccomandata, un’analfabeta, e via di seguito, a volte invece il giudizio scandalizzato e pieno di livore riguarda il pubblico, dei cretini, degli analfabeti, degli utili idioti. Possono scegliere tra Tolstoj e de Lellis e scelgono de Lellis.
La vetrina dei social, permette una moltiplicazione notevole di questi pareri talora affranti, tal’altra cattivi, che poi è un’altra maniera di essere affranti. Io qui proverò a riflettere su due questioni. La prima riguarda la ragion d’essere socioculturale di questo fenomeno, e la seconda la crisi della produzione culturale su cui mette il dito e che è oggettivamente un problema .

Ferragni e De Lellis non sono strettamente né delle sciocche, e devo dire neanche, come piace a tutti credere, dei meri prodotti del marketing. C’è questa idea fuorviante del mercato come una specie di mostro – sempre vissuto come maschio potente e manipolante – che prende un soggetto privo di identità – di solito femmina e giovane e bella – e se ne serve, reinventando una identità posticcia. In questa fabula del mercato come re potente e machiavellico, per cui tutto è mezzo in vista del suo mantenimento ci sono molte variabili: c’è un marxismo a mezzo servizio – dimezzato cioè da un maschilismo involontario quanto dissimulato: il cantante è titolare di capitale, la cantante è mezzo del capitale. Corona è furbo, invece nel caso di De Lellis, il furbo sarà Mondadori, così come nel caso di Ferragni i furbi sono i famigli di Ferragni che l’avrebbero utilizzata per investire il capitale. Il marxismo dimezzato qui si ricorda cioè dello strapotere del marketing perché vive la donna sempre incapace di agency, ancora più ricattabile a causa della sua evidentemente connaturata vanità, del vecchio operaio che almeno era brutto, poco attraente, poco lusingabile e quindi almeno sindacalizzabile. C’è un tema anche spesso genitoriale, che si affianca alla teoresi marxista. Il mercato prende queste creature, per sedurre con modelli facili le nostre di creature, e i nostri figli. Il che fornisce un alibi alla dolorosa sensazione di aver mancato il compito di una trasmissione etica e ideologica, i nostri figli amano cose che non amiamo noi, perché sono stregati dalle sirene del mercato. Anche qui abbiamo quello che gli inglesi chiamano Patronizing: noi spiegamo ad altri, quello che altri non capiscono di se stessi, trattandoli come più ingenui di quanto siano.

Ma c’è anche un tema che è la mancata comprensione del sistema culturale a cui si partecipa e di cui si è a nostra volta spesso altrettanto agenti culturali, per cui forse, c’è una sottile invidia nei confronti di questo tipo di personaggi, che hanno monetizzato una tendenza sociale che va avanti da molto tempo, e che perché produca un vantaggio materiale, ha bisogno di pregi, qualità e talenti, che non sono di tutti, e che non combaciano necessariamente con i meriti necessari alla produzione colta e di qualità.
Il fatto è che, non da ieri, ma da oramai vent’anni e più, viviamo in un mondo culturale che edifica e premia la comunicazione pubblica della vita privata, creando strani ibridi che sono diciamo delle soggettività pubbliche rinarrate. Questa tendenza si è sviluppata in parallelo su tutti i canali mediatici. L’abbiamo osservata in televisione con la creazione dei reality, che lanciò soggetti interessanti come il fantastico Taricone del grande Fratello (leggere cosa ne scrisse qui Giorgio Cappozzo), con trasmissioni come Uomini e Donne che tirarono fuori personaggi come Tina Cipollari (vorrei che Cappozzo ne scrivesse). Poi è arrivata la rete, i blog, e dai blog sono nati altri personaggi: qualcuno potrebbe ricordare Claudia De Lillo, per esempio, che vendette decine di migliaia di copie dei libri tratti dalla sua vita familiare con i suoi bambini, ma anche, perché il meccanismo è pressoché identico, le file fuori le Feltrinelli dove Marina Morpurgo, noto personaggio di Facebook, firmava le copie del libro, in cui aveva raccontato la sua esperienza con il suo cane poi morto di cancro. Nell’editoria, sono fioccati i libri costruiti non sulla storia inventata, ma sulla biografia dell’autore, non sullo stile ma sull’esperienza. Si vive, ci si racconta vivere, ci si filma e ci si fotografa mentre si vive, si sta con un piede nella realtà e uno nella sua rappresentazione studiata. Siamo in tantissimi a fare questa cosa. Io anche sarei così con molto divertimento, se il mestiere non me lo impedisse. Lo sono un po’ su facebook, per il pochissimo che ora posso, ma lo sono anzi stata, e ho avuto un blog dove raccontavo in modo buffo la mia vita privata ed era sotto pseudonimo, e mi portò a un buon editore. Forse per questo, certe carriere le capisco. E anche certi risentimenti.

In parallelo, con l’avvento di internet e dei social è stato premiato un certo tipo di scrittura, la quale ha delle caratteristiche sue proprie, e credo che in molti ignorino come per esempio una come Ferragni l’abbia saputa usare con maestria. Questo tipo di scrittura, ha come caratteristiche: intelligenza, arguzia, un’elegante accessibilità, e un notevole dominio dei correnti riferimenti culturali, quanto meno del gruppo sociale a cui appartiene. The blond Salad, il blog con cui uscì all’inizio Ferragni, era un piccolo gioiello di questo tipo di prosa – che affonda la sua storia nei giornali femminili, a cui lei molto carina di suo, abbinava anche delle foto con cui mescolava capi cult della storia della moda, capi cioè che facevano riferimento a modelli sociali di figlie e di madri, a oggetti della moda pop, giacchette di zara, jeans Levi’s. Per fare questa roba, come sanno i redattori di periodici come Elle, Marie Claire, o Amica, ci vuole un talento specifico, un certo tipo di cervello, di brillantezza, di saper essere, un certo tipo di pensare. Ci vuole una roba che si chiama talento. Devo dire, che quando lo incontro in rete, e si incontra: il contatto che sa raccontare il passato culturale, o la comunanza di un certo gruppo sociale che sia la madre incasinata, la nostalgica dei 90’, la padrona del cane malato, senza che ancora ci sia andato sopra un editore, per me questa scoperta è sempre un grande piacere. Il saper scrivere del privato condiviso in modo brillante, è per me un genere molto interessante. Su questa techne, a volte si costruisce sopra un mitico, che raggiunge vette inesplorate di successo economico, dovuto probabilmente ad altri talenti, che scavalcano la scrittura stessa. In questo penso, ma lo vedremo in futuro che Ferragni – supererà De Lellis, perché se in comune hanno l’essere delle bellezze molto comunicative modeste e quindi tranquillizzanti (ma ditemi, cosa c’è di più simpatico di una gran bellezza che scrive un libro da cornuta) Ferragni, ha capitalizzato quello che prima semplicemente intercettava. Prima era una che interpretava la moda, riproponendola, ora è una che è in grado di disegnare oggetti di moda che sfondano in quello stesso mercato. Io stessa, ho puntato un suo delizioso paio di mery jane glitterate.

Quindi, ecco, queste persone non fanno successo su niente. Sanno scrivere a modo loro, sanno parlare, sanno comunicare. Sono le eredi del brillante giornalismo patinato, le nipotine delle guie soncini e delle penne brillanti delle riviste per signore del secondo novecento. Vendono uno stare al mondo, che nel loro caso fa ancora più soldi grazie all’aiuto del corpo, ma hanno sorelle e qualche fratello (fratelli meno) che dal web hanno avuto molto successo, anche se di meno, grazie a meccanismi analoghi, perché tutte si incanalano nella rinarrazione ben confezionata e fruibile del privato. Qualcuna con più talento, qualcuna con meno.

Allora si può venire a farsi domande sulla seconda questione, che è la crisi dell’industria culturale. Ferragni a Venezia e De Lellis che sbancano, potrebbero essere una manna dal cielo se il fatturato che portano alla filiera produttiva dell’industria culturale portasse a una maggiore audacia dell’imprenditoria culturale e un maggior inverstimento, se non addirittura un ripensamento. Ma il problema è che questo non succede, e non per colpa loro, ma per una idea pavida di imprenditoria che coglie chi attraversa la crisi. In realtà quello che succede è che arrivano, strumentalizzano dei canali, con sagacia inducono il proprio target a servirsi di quei canali, per cui succede che gente che non avrebbe mai comprato un libro in vita sua ora compra quello di De Lellis, gente che non sa cosa è un documentario ora guarda quello con Ferragni, e poi se ne vanno. Come una sorta di conquistatore che passa attraverso un territorio ma va oltre, quel territorio è mero mezzo.

La questione grave, sono le condizioni di quel territorio. E’ una cosa bellissima che arrivi una che vende gonnelle e porta soldi al botteghino, se quelli nel botteghino sapessero cosa farsene. E’ fantastico che la diaristica della gnocca simpatica rimpolpi le casse dell’editoria, se l’editoria facesse un discorso di imprenditoria culturale. Non viviamo grazie al cielo in uno Stato Sociale delle lettere che impedisce a qualsiavoglia pirata di fare la sua incursione sciamannata, non è il punto. Il punto ha a che fare con altre cose, ha più a che fare che ne so, con fondi europei non spesi per il recupero dei beni culturali, con la teoresi populista per cui non devono esserci fondi pubblici per la carta stampata, e anche ha a che fare con un concetto di imprenditoria culturale che riesce sempre di meno a cimentarsi con l’idea di investire molto per inventare nuovi bisogni estetici, nuovi miti, nuove domande culturali. E’ anche un punto sull’idea di cultura che ha chi ci lavora dentro, chi scrive. Quanto sono lavorati i libri che oggi abbiamo sul mercato? Quante stesure? Quanto lavoro di editing? Quanto sono pagati gli editor? Cosa viene richiesto nella fattura di un romanzo? Quanto poi si riesce a fare una pubblicità intelligente di quello che si produce nella filiera culturale? Come lettore forte io, non faccio nomi neanche sotto scudisciata, ho questo problema, e non è de Lellis, non è Ferragni, è l’investimento in termini di soldi, scommessa e pensiero che si fa nell’imprenditoria culturale italiana. Poi ho anche un secondo problema, che è la connotazione autoghettizzante, separata sempre più isolata che connota la comunità a cui appartengo. Come possiamo fare per allargare la nostra isola?

Modesta esortazione sentimentale

(Quando amate, non rispettate i vostri indugi, non siate clementi con le vostre incertezze, non proteggete la vostra infelicità, non fate conticini, non perdetevi in sofisticati archivi, petali di margherite, castelli di carte, abbecedari di sconfitte possibili. ( Se le mani tremassero nascondetele, se la voce si incrinasse, sorridete, serrate i tacchi, correte incontro, quando amate meglio che tutto sia perduto).

Quando amate, non litigate con quello che diventerete, non regalategli dei rimpianti, dei groppi in gola, dei congiuntivi passati e dolorosi, raccogliete fiori, riempitevi gli occhi, bevete quel che c’è da bere, siate volgarmente generosi, prendete quelle mani che trovate belle, accarezzate quel volto che non si leva dalla testa. Un giorno, potreste essere grati a queste parole.

Siate madri e padri di voi stessi, se necessario migliori di quelli che avete avuto, siate i figli obbedienti del vostro desiderio, imparate ad ascoltarvi presto, e a essere leali, cercate spudorati gli occhi altrui, interrogateli, agganciateli. Abbiate fiducia nell’intuito del sentimento, nella sfacciataggine del pensiero, abbandonate le ali protettive degli amici, smettetela di tenere il becco nella sabbia.

Quando amate, ad arrivare in fondo, non c’è mai sconfitta).

 

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Le chat

 

Ho abbandonato la musica pop da vent’anni, e anzi di più, ma ricordo distintamente come era quello che vedevo quando avevo tredici quattordici anni, e passavo i pomeriggi con Videomusic accesa mentre facevo i compiti. Così come ho notato, ogni volta che da più grande sono passata fuggevolmente davanti a un video, persino un senso di cara familiarità, di immota permanenza della simbologia che i video musicali mettono in campo. Non sono un’esperta del settore, ma mi pare che negli ultimi trent’anni, di ragazzine che si mettessero a quattro zampe vestite da gattine ce ne devono essere state a mazzi, e quando non erano gattine erano panterucce, e quando non panterucce leoncine. Il campionario felino aggressivo è sempre andato fortissimo nell’immaginario musicale, va detto – e ha radici molto più antiche, risponde a una declinazione della sfera sessuale delle donne, ma anche al modo di rappresentarla e viverla degli uomini. Le chat  è l’organo sessuale femminile, ancorchè una bellissima poesia di Baudelaire.

C’è da dire, che le micette dello spettacolo – in gran profusione anche nei programmi di prima serata della televisione, solitamente sono accompagnate da un uomo. Non di rado sono i cantanti, i musicisti a rappresentare lei come un felino che si dimena sessualmente al loro cospetto. Non sempre bisogna dire, con una idea di asimmetria di potere – qualche volta anche come una rappresentazione dell’aspetto seducente, e insieme minaccioso della sfida sessuale. Fatto sta comunque, che quando Ariana Grande ha fatto il suo video ( seven rings ) dove interpreta una gattina da appartamento un po’ bricconcella, non è che ha fatto molto di nuovo, o di illecito – né di particolarmente pericoloso per le giovani generazioni, anzi, forse è il segno dell’età che avanza, provo una certa simpatia per una ragazza che interpreta attivamente il ruolo dell’animale seduttivo, ricordandomi di quante docili cagnoline di aitanti maschioni ci siamo dovute subire, nella storia dell’industria culturale.

Questi pensieri, come qualcuno avrà intuito, sono stati suggeriti dalla inconsulta reazione di Fabio Volo, che ha recentemente descritto il video di Ariana Grande, criticandone gli abiti, le pose, definendole da puttana e via discorrendo, cercando di passare tutto questo come un affettuoso pensiero verso le giovani donne, le sue figliette, che se dovessero vedere il video della Grande si inzoccolirebbero sic et simpliciter nell’immediato. Quando, avrebbe esso detto, le donne sono come fiori, e quindi è meglio aggiungiamo noi, che tali rimangano.

Ora il povero Fabio Volo è stato abbondantemente castigato in rete e fuori, irriso, preso in giro e criticato, lui ha dovuto a quel punto replicare alle critiche, mantenendo giustamente il punto. Per quanto la tentazione sia fortissima, io invece, farei attenzione a criticare Volo, perché Volo, porta avanti clichet mentali, stereotipi culturali, che ai nostri contesti culturali sono propri da tanto tempo, che sono spesso stati rivendicati dai nostri giornali, e qualche volta anche dai nostri intellettuali, soprattutto dagli anni novanta in poi. Volo è l’erede di chi fa fatica a riconoscere la donna anche giovane come soggetto di desiderio, come soggetto che ama sedurre e giocare con la sessualità, ma è ancora di più l’erede di una criminale psicologia popolare ignorante zuccona quanto presuntuosa, solitamente rivendicata dalle frange laureate nella sua paradossale ignoranza, secondo cui un soggetto vede una cosa, una volta, due volte, tre volte, e la farà immediatamente.
Questo potere abnorme del condizionamento mediatico è sempre stato sottolineato particolarmente sia per i giovani ma tantissimo per le donne. E’ anoressica? Eh ma perché guarda i giornali di moda. Non vuole studiare e vuole fare la ballerina? Eh ma perché guarda la televisione. Secondo questa immortale retorica, che si cominciò a occupare di ragazze principalmente per disarcionare Berlusconi, ma secondariamente anche per cercare di ritrovare una titolarità delle donne nella cosa pubblica, l’ipersessualizzazione delle donne nelle immagini mediatiche, era la principale responsabile della subalternità delle donne nella sfera pubblica. Fabio Volo allora un po’ come una certa corrente del femminismo italiano . (Lo so’ t’ho fatto un torto scusa Fabio non te lo dico più).

Una certe corrente, si diceva. Non tutto. In realtà se c’è una cosa su cui il femminismo si è battuto, ha scritto libro e ha prodotto saggi, è la titolarità del desiderio sessuale, e del piacere nel provarlo e nel suscitarlo. Ariana Grande dice tutte cose zuzzurellone, si fa titolare di una comunicazione sessuale, come molte hanno fatto prima di lei, più o meno lolitesche. Non è nuovo, non scandalizza, ma dirò di più in una prospettiva psicologica ed evolutiva assolve anche una funzione simbolica, e capisco che il padre un po’ poco riflessivo Fabio Volo ne sia sbigottito, ma anche che si faccia fatica al giorno d’oggi a vedere questo aspetto. Il fatto è che Ariana Grande ha un pubblico di adolescenti, e quindi un pubblico di ragazzine che cominciano a fare i conti con il potere del corpo, i suoi significati, il piacere i simboli che possono essere esplorati. Se la vedono, quando la vedono, non è che la imitano – illico et immediater – ma come dire la archiviano e la tesaurizzano insieme a molti altri modelli analoghi che ora come allora i media proporranno. In generale l’adolescenza non per tutti, ma per molti, è proprio il momento in cui si esplorano queste dimensioni, questi aspetti, altro che fiori che devono essere colti, altro che immacolata immagine di se che deve rimanere conservata finché un uomo dabbene non la colga. Se era terribilmente azzeccata la ragazzina di Albachiara cantata da Vasco anni e anni fa, ma cosa si pensa che pensava quella ragazzina, quando faceva i pensieri strani? O Come devono esplorare la loro identità sessuale queste povere figlie, considerando il ruolo capitale che avrà nella loro vita? Saranno donne per sempre, e cominciano adesso.

Se vogliamo davvero, femministizzare Volo, pensiamo proprio che Ariana Grande e le sue socie – imprenditrici della capacità iconografica, siano il problema? Le giovani donne, con una certa cinica spregiudicatezza costruiscono un impero, quindi professionalizzano la loro performance e ne fanno una sagace forma di amministrazione e di reddito?
Quando ho visto Ariana Grande ho anche pensato a Madonna, alla quale plotoni di Fabio Volo dedicarono amareggiati strali, perché anche lei da like a vergin in poi, ne ha combinate di ogni, e una volta con i merletti e i crocifssi e il lecca lecca, e un’altra con la guepiere la seggioletta i maschioni e le punte di metallo, ma io mi ricordo, distintamente, quando leggevamo le interviste a lei, e capivano l’emergere del successo, della professione, della techne, e del potere.
Il potere, questo antico problema.

la poltrona dell’elefante

Si trovò a pensare alla cura come a un cambiamento di piano, un cavallo su cui salire, o ecco, pensò meglio, come alla proboscide di un elefante lento e gentile, che ti solleva dalla melma della trasparenza e ti consegna piano, più in alto, sulla poltrona autorevole della responsabilità. Ecco, dice l’elefante, ora scoprirai una cosa che non sapevi. Anzi, dice l’elefante, sono due le cose che devi scoprire.
Ora devi scoprire che puoi ferire, e devi scoprire quando lo hai fatto e non pensavi che fosse possibile.

Perché – continuò a pensare – la terapia finisce, e l’elefante ti lascia solo sulla poltrona della responsabilità. Si sta su questo trono che fa tenere la schiena ritta, come le sedie degli imperatori delle fiabe, e l’atmosfera i primi tempi è davvero regale persino elettrizzante. L’elefante non lo dice mai, ma sullo schienale di quella poltrona ci sono rubini e diamanti, gioielli notevoli, le forme imperfette dell’ infanzia che sono diventate preziose – addirittura.
(E allora, anche lui aveva assunto pose fascinose, e al tutto nuove. Si era esercitato a fare il monarca del presente: s’aggiustava mantelli di ermellino, teneva la testa dritta per non far cadere la corona. Stava sul trono, masticava libertà e qualcosa di somigliante al potere.
Si ritrovò a pensare a quel periodo, quando fece quei gesti incredibili, pazzi, impensabili. Si innamorò per esempio. Mise al mondo dei bambini. Aprì un ristorante, rispose impertinente alla suocera, abbracciò pure un amico.)

Per un po’ ci si dimentica della profezia dell’elefante. Tornò a riflettere. Tutto sommato, ci si sente sempre la stessa persona, ossia quella sul trono regale, ma simultaneamente la stessa che stava nella melma della trasparenza – e non ci si accorge di quanto, il cambio di posizione trasformi il modo di vivere, di pettinarsi, di pagare il conto del barbiere, e di spostare le sedie delle signore. Ma soprattutto, sulla poltrona dell’elefante, vengono spontanee cose come la tristezza e la carezza – ci si commuove al cinema per esempio, o si parla sottovoce a una ragazza troppo magra.
Ora però si trovò ad ammettere, che a un certo punto imprecisato della vita, anche se l’elefante non entra nel dettaglio, ma quando l’abitudine all’amore smette di essere lusso, e diventa qualcosa di domestico anche se certo mai ovvio (a questo non è dato arrivare) quando insomma si baciano le figlie femmine per portarle a scuola, o si aiutano i vecchi padri sulla sedia a rotelle, a un certo punto si guarda al passato, e si vede il male, che involontariamente si è fatto.

E questo è l’aspetto amaro e doloroso della poltrona dell’elefante. Dopo un po’ che uno ci accomoda, arriva a vedere il proprio passato, all’improvviso se ne hanno gli occhi e il tempo, e si osserva con vergogna se stessi in lontananza, quando ci si credeva trasparenti e rumorosi invano, e si dicevano freddure di gelo, si voltava le spalle credendo che non sarebbe stato importante, si era scostanti per proteggersi, sgraziati e cattivi. E non si può scendere a chiedere scusa, non si può correre a spiegare che non si credeva, non si voleva.

Per non parlare di chi si amava e si maltrattava, con la levità tipica degli infelici – che non sanno riconoscere una mela sana da una stregata.

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Combattere i pericoli in casa. Sul Femminicidio

Negli ultimi tempi – forse non solo in Italia – avviene un peculiare iter a ridosso dei fatti di cronaca, che potrebbe essere il segno di un nuovo dispositivo di correzione culturale e di progresso collettivo. Accade cioè un episodio di cronaca, in questo caso un femminicidio – che viene raccontato dai media con toni semplicistici e imbarazzanti, e che spesso si rivelano intrisi di una serie di stereotipi culturali, dopo di che questi articoli suscitano delle reazioni, in diversi canali social –twitter, facebook – reazioni che sono scritte, e che quindi diventano dei punti di vista articolati e interconnessi. A quel punto dagli stessi media arriva una correzione del tiro, una discussione di quei titoli che sono stati giudicati grossolani, e si propone la ricerca di un punto di vista diverso. Accade così che la qualità delle discussioni migliora, e rispetto a un tempo, aumenta il numero di persone che si fanno domande articolate rispetto a questo o a quel fatto di cronaca.
E’ una cosa importante, perché si tende a perdere di vista quanto la cronaca sia l’epifenomeno delle magagne irrisolte della politica pubblica: ogni furto, ogni rapina, ogni delitto – omicidio o femminicidio che sia, sono la schiuma di un fallimento del progetto amministrativo, stanno li a dire dove nella casa in cui abitiamo c’è un ballatoio pericolante, una presa scoperta, una porta che non si chiude. La maltrattata cronaca, guardata sempre con supponenza, è il termometro dello stato di salute della cosa pubblica. Qualsiasi delitto perciò, qualsiasi romanzo abbia a monte, merita una attenzione politica e amministrativa. E andrebbe trattato come un sintomo grave, che deve generare domande preoccupate – per esempio pensate per i più piccoli che abiteranno la casa. E se il giornalismo ha ancora una funzione, e io credo che ce l’abbia, il suo ruolo di oggetto intermedio tra cittadinanza e cosa pubblica, ha questa responsabilità: informare per un verso, per un altro, fare le domande giuste.
Quello che allora succede, è che spesso il nostro giornalismo di cronaca non riesce ad assumere da subito questo ruolo, spesso si schiaccia troppo nell’identificazione con il pubblico, con giornalisti che non scrivono né più né meno quello che direbbero alla moglie a casa, incoraggiati dalle direzioni di testata. Infatti, il settore è in crisi, e si creda che l’unica sopravvivenza sia la compiacenza, e si decide di scrivere sui giornali quello che le persone potrebbero dire anche senza, in modo che la difficoltà non li allontani. Per questo, la critica che viene dalla rete, è qualcosa che fa bene a tutti: cinicamente mi viene da pensare che, proprio per quella compiacenza, la critica aiuterà il dibattito pubblico ad alzare il tiro.

Ora qui abbiamo questo delitto nella vicenda di cronaca, ossia un femminicidio – un tipo di delitto ricorrente in Italia. Sta a significare, che oltre al tetto pericolante, oltre al ballatoio che trema, e alla spina che può dare la scossa, nella nostra casa c’è un pericolo specifico che riguarda le bambine. Le bambine della nostra casa – quelle cioè che per ora portiamo a scuola con la cartella, o quelle un po’ più grandicelle che cominciano ad avere un fidanzato, o a desiderarlo a casa propria corrono un rischio, perché poniamo ci sono dei frutti velenosi, che le ammazzano. Se la mettiamo così – ogni volta che una figlia del paese perde la vita, non è questioni di giganti buoni, di amori malati, e fregnacce di vario ordine e grado, che denotano anche una sorta di pigrizia nell’esercizio della professione, ma una questione di domande specifiche che hanno una ricaduta politica: come mai nella nostra casa ci sono dei frutti velenosi? Possiamo individuare delle ricorrenze? Ossia gli omicidi hanno delle cose in comune? Le donne vittime hanno degli aspetti in comune? Le relazioni con gli uomini che le uccidono hanno degli aspetti in comune? Esistono agenzie a cui possiamo rivolgerci che ci rispondano su queste domande? Esistono protocolli e codici che fronteggino questa emergenza? Sono sufficienti? Cosa si potrebbe fare in più? Ora io qui provo a rispondere a queste domande, sulla scorta della mia esperienza professionale nel settore. Considerate però queste risposte un punto di partenza e non un approdo. Una specie di riflessione preliminare.

1. Possiamo individuare delle ricorrenze? Gli omicidi hanno qualcosa in comune? Le vittime hanno qualcosa in comune? Le loro relazioni hanno qualcosa in comune?
Chi lavora con le vittime di violenza specie mantenendo una prospettiva clinica – individua diverse ricorrenze. La morte, ma anche le molte forme di violenza fisica che non giungono alla stampa, arriva in relazioni patologiche dove c’è una donna che rifiuta una relazione con un uomo. Spesso hanno avuto un rapporto, ma lei non ha intenzione di proseguirlo. Nell’ultimo fatto di cronaca, la relazione era di amicizia, ma la donna non aveva intenzione di andare oltre – i giornali ora dicono, anche a causa del suo orientamento sessuale. La mia congettura, è che però la psicodinamica degli eventi sia piuttosto simile alla maggior ricorrenza di casi di femminicidio. Come spiegava spesso Anna Costanza Baldry, che mi fa piacere ricordare qui, il femminicidio non avviene maggiormente in situazioni dove c’è una forte psicopatologia di entrambi i partner, per il semplice fatto che in quel caso, i partner non si lasciano, la fusionalità si mantiene, e abbiamo tuttalpiù relazioni profondamente violente che possono durare una vita intera, e difficilmente si romperanno. Il femminicidio – se si studiano da vicino le storie delle donne vittime, riguarda relazioni di modesta durata, se non del tutto assenti, dove c’è una prima vicinanza provvisoria delle parti, poi la donna per diversi motivi, compresi i comportamenti patologici e ossessivi, decide di chiudere. Spesso è cosa di mesi, o di pochi anni. In generale la combinazione più ricorrente che capita di osservare è quella di un partner con una problematica più importante, che riguarda la costruzione della personalità e il suo funzionamento, che entra in contatto con una donna che invece attraversa uno stato di transitoria fragilità, una depressione reattiva diciamo noi in gergo, dovuta a qualche episodio difficile della sua vita una grave malattia, un lutto, un divorzio. La ricorrenza che chi si occupa di violenza di genere riscontra, è che questo tipo di relazioni sono connotate da una grande fusionalità e un bruciare le tappe immediato. Il partner uomo, cioè si mostra immediatamente molto prodigo, innamorato, generoso di doni e di attenzioni, bruciando cioè anche molte fasi intermedie: non sta decidendo psicologicamente se quella donna lo interessa, sceglie con un senso di immediatezza totalizzante – spesso per esempio è da subito e già in casa, spesso propone velocemente la convivenza. Spesso è all’apice dell’amore ai primi giorni. Non è elegante citarsi, ma nel mio libro sullo stalking, una delle cose su cui invitavo a riflettere le giovani donne, è questo bruciare le tappe. Un uomo che ti ama senza conoscerti per niente, è un uomo che va a rincorrere qualcosa che non sei tu. (su questo punto tornerò dopo). Quello che infatti succede è che quando anche in virtù di una relazione iperamorevole la donna si sente più forte e la interrompe, siccome quell’esondazione di attenzione era correlata a un bisogno abnorme e patologico, quel bisogno esploderà generando delle reazioni aggressive e incontrollabili, da parte del futuro omicida che vanno in una escaletion – quella che nei centri antiviolenza è nota come la spirale della violenza – che poi esitano nell’omicidio. Che ci sia del patologico di mezzo, per me è fuori di dubbio, perché il comportamento è profondamente antiecononomico: l’uomo infatti ingaggia una serie di comportamenti che producono una falsa incorporazione ma si garantiscono una lontananza. La donna ha sempre più voglia di scappare, e in lei germogliano sentimenti sempre più ostili.

2.Esistono protocolli e codici che aiutino a fronteggiare questo problema? Agenzie a cui ci possiamo rivolgere?

Esistono, ma sono iinsufficienti, non coordinati tra loro, e sguarniti di risorse economiche – perché una cosa è certa, per riparare un danno alla casa ci vogliono soldi, e non dichiarazioni di intenti. Al momento i protocolli che vengono messi in campo a volte sono di aiuto – ma non fanno molto di più che suggerire alle persone cosa devono dire: allora sono stati pubblicizzati dei protocolli che aiutassero gli iter di denuncia, o protocolli che aiutassero per esempio i medici di pronto soccorso, quando arriva una donna vittima di violenza, e spesso tutti sanno un po’ meglio cosa dire (forse, dovremmo suggerire un protocollo per i giornalisti, a tal proposito) ma il dire non basta, perché il problema è inerente il territorio, e può essere non dico risolto ma almeno fortemente ridotto, con interventi sul territorio. Esistono per altro anche delle agenzie a cui ci si potrebbe rivolgere, e io ne individuerei due possibilmente in partnership tra loro (facile a dirsi, meno a farsi). Da una parte esiste oramai una sapere di psicologi, psicoanalisti, psicoterapeuti e psicologi sociali sulla violenza di genere, che si raccoglie intorno a convegni e bibliografie e che si sgola da tempo su questi fenomeni e su quello che sarebbe opportuno fare. Dall’altra c’è l’enorme esperienza dei centri antivolenza, delle persone che ci lavorano, dei dati di cui dispongono, e delle difficoltà che incontrano. Gli uni e gli altri hanno un grande sapere dietro le spalle, e hanno diverse idee su cosa è opportuno fare. E magari lo fanno anche, ma essendo operazioni che vengono dal basso, non riescono mai ad arrivare a una copertura nazionale, e rimangono iniziative che hanno una connotazione transitoria. Per fare un esempio: agenzie della rete DIRE particolarmente forti, fanno facciamo conto un ciclo di incontri presso i commissariati per spiegare come funziona la violenza di genere e studiare insieme un protocollo di intervento. Non li faranno su tutti i commissariati del paese, e oltre tutto questi incontri non reggeranno l’impatto del turn over dei dipendenti. Perciò quel lavoro avrà un effetto locale e di durata che potrebbe essere circoscritta. Potrebbe arrivare dopo un capo della polizia che ribadisce quanto appreso nel ciclo di incontri, ma anche quello che si dispone a cancellare tutto. Così come ci sono alcuni consultori che fanno una preziosa attività di intervento nelle scuole sui temi del sesso e della coppia e della relazione, ma sono alcuni si, alcuni no – alcune scuole aderiscono e altre no – non possiamo contare su una copertura di tutti gli istituti di formazione. Questo anche perché, si diceva, oltre al fatto che le iniziative sono frastagliate e localizzate, non vengono elargiti fondi: e il lavoro si paga. Se non ci sono soldi molte idee non possono essere messe in pratica.

3. Cosa si può fare di più?
Abitiamo dunque in una casa che tra i tanti pericoli ha questo: ci sono delle aree pericolose dove le figlie si possono far male. Possiamo anche dire meglio, dal momento che essere omicida non è una botta di benessere e neanche picchiare qualcuno che si dichiara d’amare è tutta questa gioia, anche i nostri figli maschi, nella nostra casa, corrono dei pericoli. La metafora secondo me ci aiuta, per individuare tre direzioni di intervento.
La prima riguarda la prevenzione del pericolo. Il dibattito è ampio, ma io penso che la prima questione sia quella di riuscire a intercettare le psicopatologie gravi e franche, e drenarle tempestivamente a un percorso di cura e contenimento. Questo vuol dire potenziare l’intervento psicologico nelle scuole, potenziare l’organico dei consultori e di tutto il sistema di salute mentale. Sono pronta a escludere, che un uomo che ammazza una donna che dice di amare, magari togliendosi poi la vita a sua volta, non abbia manifestato già in adolescenza segni di malessere che potevano essere raccolti e incanalati.
In questa logica di prevenzione io vedo anche un discorso da fare sul piano culturale. Personalmente sono molto perplessa quando si imputa al maschilismo un omicidio – perché il maschilismo è un partito politico, non una diagnosi psichiatrica. Io, ma è una distinzione mia, discrimino sempre tra contesti sociali misogini e contesti sociali maschilisti. I contesti sociali misogini sono quelli in cui c’è una franca psicopatologia diffusa che si culturalizza e si trasforma in una vendetta col femminile. In Italia è stata presente a lungo, e continua a esistere a macchia di leopardo, ma non identifica la totalità del territorio e a essere onesti manco la maggioranza. Esiste invece una cultura maschilista, che è una soluzione rispettosa delle donne, proponendo una divisione dei ruoli molto rigida. Io personalmente non voto quel partito, lo trovo nemico del progresso – e penso che costi benessere a molte e molti, ma mi sento disonesta a dire che non ci siano donne che ci campino benissimo, che sono felici e che formano con i loro partner coppie di genitori capaci. Però devo dire che il problema politico del maschilismo, è che nella sua divisione rigida dei ruoli e nella diversa priorità assegnata a uomini e donne nella sfera pubblica, finisce con il considerare non importanti i provvedimenti contro i pericoli che corrono le vittime di violenza. In questo senso, la cornice culturale del maschilismo è una delle principali cause della mancanza di investimenti politici nel contrastare il problema, o nel parlarne. Per questo, siccome l’amministrazione della casa è un tema politico, parte del nostro problema è combattere quello sguardo politico che non ci aiuta a ripararla. Discutere con la prospettiva maschilista e metterla in discussione, probabilmente non diminuirà tout court gli atti di violenza – ma diminuirà il numero di circostante in cui possono fiorire, e aumenterà il numero di rimedi su cui poter contare.

Ora, siccome la casa è grande e mettere tutti questi dispositivi, nella migliore delle ipotesi implica tempo e denaro, noi dobbiamo fare altre cose. Nelle nostre abitazioni, in attesa del tecnico che ripari il danno, noi ci diciamo cosa evitare per evitare di farci male. Perciò è importante lavorare con i giovani e le giovani per mettere in luce immediatamente quali modalità relazionali devono suscitare allarme. La letteratura specializzata offre degli spunti di riflessione, perché come si diceva sopra le relazioni che generano in stalking e violenza hanno molti punti di ricorrenza, e allora può essere molto utile mettere in guardia le giovani donne dai comportamenti che hanno l’odore di quella ricorrenza, anche se possono essere apparentemente molto lusinghieri perché vengono letti con grande interesse. Grandissimi interessamenti troppo precoci – regali fuori misura, gelosia esagerata, un generale bruciare le tappe e una mancata difesa dei propri spazi e dello spazio dell’altro, devono mettere sull’allarme. Ci si deve chiedere se l’altro è in grado di reggere l’assenza.

Infine, come spesso accade nei grandi edifici, quando c’è una parte pericolante e sinistrata – bisogna tenere in vita parti della casa dove poter andare quando si cade nel pericolo e il pericolo si fa consistente. Questi posti sono i centri antiviolenza per le donne, ma mi piace anche pensare che siano anche i gruppi di uomini, anche se hanno una efficacia ancora da dimostrare – il fatto stesso che esistano, è un messaggio politico di una casa che è di tutti e che si occupa di tutti. Ma perché questo ci sia occorrono naturalmente intenzioni, finanziamenti, e quindi – per chiudere il cerchio un’azione dei media – che da sempre sono il canale di comunicazione tra cittadini e cosa pubblica in entrambe le direzioni, che dimostri quella necessità anziché fare romanzetti di basso rango.