virus, spillover, ecologia, politica

In questi giorni, stiamo tutti combattendo con una esperienza nuova, che ci fa confrontare con qualcosa di ignoto che non è solo il virus Covid-19, in se – quello che fa, come è in grado di mutare, se ci farà ammalare e quanto, ma anche con la gestione pubblica di questo fenomeno, l’epidemia di un virus con grandi capacità di contagio, gestione che implica delle decisioni per noi stranianti e incredibili – figli a casa per due settimane, molti luoghi di lavoro chiusi – e siccome tutto questo poi si riverbera anche su centri, decisioni e attività anche di soggetti non inclusi in quei provvedimenti, eccoci che ci troviamo a subire anche il turismo in crisi, settori produttivi che si fermano, una contrazione del lavoro che è gravemente incisiva. Siamo spaventati, molti vanno incontro a problemi importanti – e per quanto mi è dato capire, questa situazione potrebbe durare ancora: io non credo che bastino due settimane di controllo delle attività per arginare il peggio. Sarà necessario fermare tutto per ancora del tempo. E’ veramente una prova difficile, materialmente e psicologicamente per tutti noi.

Una cosa che si può cercare di fare, per sopportare meglio tutti questi eventi è informarsi, e ragionare.Leggere, cercare di capire per bene – per esempio la matematica esponenziale dei contagi, i modelli matematici che stanno dietro all’interpretazione delle epidemie – è un ‘operazione che ha psicologicamente un significato forte, perché ci fa smettere un po’ di essere figli di un genitore – Stato che ci impone regole insensate, ma ci fa trasformare in soggetti consapevoli che possono abitare quelle regole e in caso accettarle – come fanno i figli meno patologici in regime di emergenza – compartecipando al gruppo sociale. Perché un’epidemia, è un regime di emergenza.
Per questo ora io vorrei parlare del bellissimo libro di David Quammen Spillover (Adelphi 2014. Tra.it L.Civalleri) e vorrei condividere l’esperienza di una lettura che è una storia delle scoperte dei biologi in merito a virus e pandemie, che mi ha procurato una serie di importanti agnizioni politiche, un libro cioè che ha la curiosa caratteristica di essere un piacevole excursus sui virus, su come funzionano, e sugli strumenti che scientificamente si utilizzano per decodificarli, ma che ti lascia dentro un pensiero invece politico sullo stare al mondo, su come il non sapere ci renda strumenti di ideologie altrui, su farsi comunità, sull’abitare la terra con gli altri animali. Il volume – con una nobile bibliografia e 560 pagine di vicende e acquisizioni, non è certo sintetizzabile in un post – ma qui metterò in osservanza ai 4 punti di sopra, le cose che mi hanno colpita. Mi dispiace per lo spoiler e per l’elevato grado di approssimazione.

La prima cosa che ho imparato da questo libro, è la relazione tra emergere dei virus e disturbo dell’ecosistema. Ho capito che molti virus sono zoonosi, ossia patologie che provengono dal regno animale, e che hanno fatto uno spillover cioè sono passati da una specie animale a un’altra, in particolare la nostra. Questo sbarco nell’umano è dovuto a due questioni: la prima riguarda la variazione degli ecosistemi, la seconda l’aumento degli esseri umani. La variazione degli ecosistemi passa da diversi cambiamenti importanti che noi abbiamo imposto diciamo, alle abitudini del nostro pianeta. Ci sono le deforestazioni in primo luogo, ma anche gli spostamenti di animali in territori che non gli appartenevano, e anche le nuove forme di promiscuità che prima non erano così ovvie. I virus ci sono sempre stati, ma spesso erano silenti e come dire, in un gradiente diffuso nel regno animale, mentre questi nostri interventi, hanno attaccato gli ambienti in cui i virus vivevano, o meglio in cui vivevano i loro ospiti, e rendendoli inospitali per gli ospiti, hanno fatto in modo che diventassero spesso più nocivi, e si trasferissero in noi. Da una parte cioè i virus vengono sfrattati dal loro territorio, perché sono manomesse le abitudini e i territori degli animali che tradizionalmente li hanno sempre ospitati, dall’altra cercando loro una casa, ed essendo noi diventati circa 7 miliardi solo nell’ultimo secolo, la trovano nei nostri corpi, e le occasioni per cercarla sono state fornite da quei cambiamenti per cui oggi molti animali vivono vicino alle nostre città. Se infatti l’animale che è abitato da un certo virus -“l’animale serbatoio” . prima aveva una foresta come casa che ora non ha più va a cercare la casa nella prossimità dei nostri nuclei urbani – quindi per esempio: mangerà la nostra spazzatura espleterà i suoi bisogni sui frutti della nostra agricoltura – il virus in queste occasioni, non le uniche, tenterà lo spillover, cioè il salto in un’altra specie. Questo avviene nei momenti di contatto interspecie, anche indiretti: se per esempio un dato uccello, o un dato pipistrello che ha il virus mangia dei frutti che noi coltiviamo, oppure se cominciamo a catturare quegli uccelli per farne allevamenti o venderli al mercato – insomma si creano occasioni di passaggio del virus. Lo spillover, riesce di rado, la stragrande maggioranza delle volte fallisce, ma le occasioni sono diventate tantissime.
La parte interessante del libro, è che mentre io ve la racconto discorsivamente e con molte imprecisioni, la spiegazione del passaggio transita per la statistica, il calcolo delle probabilità, e i modelli matematici, per cui se si segue la lettura, non si ha più quella vaga percezione di possibilità che è tipica di chi costeggia le problematiche ecologiche, ma si capisce esattamente la ratio del perché certe cose succedono.

La seconda cosa che ho imparato, riguarda la lunga storia che c’è dietro l’esplosione di un virus importante, e quanto l’ignorare quella storia ci renda manipolabili da ideologie culturali. E’ esemplare in questo senso la storia dell’AIDS, e di come si sia scoperta la lunga strada che ha fatto prima di diventare la pandemia terribile che ancora è in corso. Nel mondo occidentale l’AIDS è arrivato nei primi anni 80, ed è stato pensato come una patologia destinata al mondo omosessuale, o in alternativa al mondo che faceva consumo di stupefacenti, ed è stata spesso anche concettualizzata come vendetta divina per i peccatori umani, e altre terrificanti assurdità, quando invece l’aids ha storia antichissima, è tra noi dal lontano 1908, anno in cui avvenne il primo spillover, in Camerun, e Africa, dove ha continuato a crescere e a diffondersi anche perché all’epoca le condizioni di vita erano molto critiche, il ciclo di vita delle persone molto breve, e in generale le prime vittime non facevano a tempo a morire della diagnosi di immunodeficienza, morivano di altro. E’ sbarcato in occidente ben prima degli anni ottanta, e spesso ha riguardato persone che non erano necessariamente omosessuali. Un altro esempio mi ha molto interessata, e riguarda lo spillover che ha portato tra noi la – terribile SARS. Mi ha interessato perché mi ha ricordato le fandonie che ha dichiaro recentemente l’inopportuno Zaja a proposito dei cinesi che si mangerebbero topi vivi come quindi evidenti untori e responsabili del Corona virus. Zaja ha fatto una teoria dello spillover tutta sua, ha pensato correttamente a una zoonosi, ma l’ha messa al servizio di una idea discriminatoria e razzista di orientale, come animale che mangia altri animali, non come noi genti evolute che maceriamo il cinghiale tre giorni prima di farlo al ginepro. C’è anche una proiezione classista segreta nelle sue parole, c’è proprio il clichet, la scorciatoia – a cui tutti spesso inconsapevolmente aderiamo – che la povertà tout court generi quel che di selvaggio e pericoloso che porta le malattie.

Invece la storia dello spillover della Sars – che ricordiamo è un coronavirus – è limitrofa e più complicata. Ha a che fare con l’idea di lusso, e la domanda di lusso degli occidentali in estremo oriente, per cui tra le tante cose cool da chiedere agli alberghi e ai ristoranti extra lusso, c’è il fatto di mangiare specie esotiche, animali strani, cose mai viste, in piatti che presumibilmente costano molti soldi, fatti di bestie che poi sono ricercate e vendute in grandi mercati, in una promiscuità che genera costanti occasioni di spillover. Non sono i poveri cinesi rozzi e ignoranti che si magnano i topi quindi a metterci in pericolo: è il nostro modo di interpretare il capitalismo, l’inglobare il cibo, qualsiasi cibo, in logiche di status a metterci in pericolo. In altri termini, Zaja caro, siamo noi a mangiarci i ratti – e naturalmente a chiedere di cucinarceli. Ma che ti credi.

Allo stesso tempo è il capitale, e le sue esigenze, a generare nuove occasioni di vulnerabilità al virus, come per esempio, terza cosa che mi ha spiegato per bene questo il libro, l’esigenza del capitale di togliere animali da un contesto e metterli in un altro che non gli appartiene affatto. Diverse nostre gravi epidemie hanno a che fare con questa usanza del capitale: perché la mucca dove non abitava, il cavallo che non ha mai avuto a che fare con le interazioni di un certo ecosistema, una volta trasportati in contesti molto lontani che non li hanno mai ospitati – come è successo in Australia, diventano territori vergini per i virus, candidati elettivi per colonizzazioni virali che li possono far ammalare, e far diventare cinghie di trasmissione per le epidemie che ci riguardano.

Ora ci troviamo davanti a una nuova epidemia, una esperienza che ci pare nuova e il cui impatto ci riesce difficile da capire, perché ha un tasso di mortalità relativamente basso, per cui ci viene da dire che forse le misure contenitive sono ingiuste ed esagerate, dal momento che alla fine ci sembra che i sacrifici superino i benefici. Credo che molto di questa percezione derivi dalla difficoltà di capire la matematica dell’epidemiologia, la matematica del contenimento – e anche la matematica di queste cose con il servizio sanitario nazionale. E indubbiamente c’è da ammettere che la comunicazione politica in questo momento fa trasparire nella sua contraddittorietà tutte le difficoltà gestionali che la sfida comporta per cui nessuno ha la sensazione di essere in mano a una scelta autorevole, nonostante i provvedimenti siano in realtà – almeno per me – appropriati e ineludibili. Tuttavia un’altra cosa che ho capito è che c’è questa strana relazione di proporzionalità inversa tra contagiosità e letalità di un virus: più un virus è cattivo meno persone contagia, in base al principio piuttosto cinico per cui il virus cattivo mette le persone nelle condizioni di non poter andare in giro a seminar disgrazia, mentre quello più blando in compenso infetta molte più persone anche se miete meno vittime per n contagiati. Questo vuol dire però che quando i contagiati sono tanti, anche le persone che ne muoiono o quelli che invece attraversano una grave criticità diventano tanti e la differenza tra i due, in termini epidemiologici si assottiglia. A questo punto conviene riflettere sul fatto che questi numeri possono variare a seconda della situazione della sanità nella data regione in cui c’è un’epidemia in corso – perché anche i presidi sanitari hanno dei numeri, quei numeri – i posti in terapia intensiva – possono far variare la letalità di un dato virus: se i contagiati diventano tanti, e i contagiati in situazioni critiche sono di più dei posti disponibili in terapia intensiva, che già deve fare posto alle criticità di altre patologie, avremmo delle situazioni tali per cui banalmente le persone potrebbero morire non potendo essere sostenute nella fase critica della patologia. Più morti.

Tutte queste cose le scrivo, non tanto o non solo per reggere meglio un momento difficile per me, ma anche per riflettere su cosa fare politicamente di questo momento difficile. Fino a poco fa eravamo tutti presi da Greta Thurnberg e da quello che è riuscita a insegnarci in merito all’inquinamento, ai rischi per il pianeta, mettendoci in un certo senso anche in una prospettiva transnazionale, per cui abbiamo un problema grave sul groppone come soggetti appartenenti a diverse nazioni, che condividono un rischio collettivo, per cui tutti abbiamo cominciato a porci l’interrogativo di un comportamento più responsabile e anche possibilmente un consumo più responsabile. Con i virus ci troviamo a una conferma che viene da un altro contesto della necessità di una prospettiva ecologica come prospettiva politica. Perché anche le nostre epidemie, che a questo punto si paventano come più frequenti, sono un altro sgradevole esito della crisi ecologica, del nostro modo di stare al mondo. E forse, dobbiamo come possiamo cominciare a pensare a questa cosa dell’ecologia come un problema politico.

Infine dobbiamo ripensare a delle questioni che riguardano la cosa pubblica. Il corona virus è una complicata prova generale, di fronte a sfide che si riproporranno: perché siamo tanti, siamo diversi, per il momento la tendenza procede verso l’autolesionismo globale, forse anche noi siamo bruchi programmati a erodere l’erodibile, e quindi c’è anche un pensiero da fare sull’arginare le conseguenze di questo nostro problematico stare al mondo. Rispetto ai bruchi, noi abbiamo una consistente capacità di variare e programmare i nostri comportamenti, non solo come soggetti singoli ma anche come soggetti collettivi. La nostra corteccia frontale è la ragione del nostro successo perché ci permette un calcolo strategico delle conseguenze, un cambio di rotta dei nostri comportamenti, dei progetti molto stratificati per proteggerci come gruppi. Siamo stati convinti e con diverse ragioni, che la mano invisibile che ci ha portato al progresso, fosse la nostra intelligenza individuale. La competizione, l’interesse personale, il desiderio di avere di più. Mi sembra allora che l’occasione di questo contagio – molto pericoloso e cattivo ma forse meno di altri che potrebbero arrivare – nelle complicate prove che ci mette davanti, ci offra pure l’occasione di rivalutare la nostra capacità di azione collettiva, di azione mirata al gruppo, sia in una prospettiva vasta – il pianeta, il mondo, le specie, la sostenibilità, che in una prospettiva ristretta, lo Stato, le strutture sanitarie, le tutele per i cittadini.
Daje, passerà.

Groove

E’ sera e l’uomo stanco, padre di due bambine, incontra la donna che ha smesso di amare e verso la quale non ha alcuna intenzione di ripresa, in un bar di periferia.
Le bambine gli gracidano attorno, come ranocchie nella laguna d’estate, intorno al pantano dei tavoli d’alluminio, le tazzine sporche, le bottiglie di plastica, mentre la donna che ha smesso di amare lo riconosce e non esita a travolgerlo.
Ehi, gli dice, abbracciandolo con disinvoltura.

L’uomo stanco la sente come lei è sempre stata, energica e setosa, più tardi ripenserà alla fatica che gli faceva provare, con tutto quel rumore che faceva, le labbra forti, il rossetto, e tutte quelle cose di lei che lo fiaccavano e lo facevano sentire vivo, lo rimettevano nel mondo – ma anche al bordo del mondo. Ne era stato davvero molto innamorato, per il senso che può aver la parola. Se lo sarebbe chiesto dopo cena, avendo messo le figlie a dormire, che vuol dire essere stati innamorati, oltre a quella cosa del corpo – un corpo dove tuffarsi, – nel dettaglio, una donna di fianchi ampi .

Vuol dire pensare che una cosa propria che non si credeva di poter avere mai, sta nella pelle di qualcun altro.
Per esempio un modo di spostare le sedie con un solo gesto, oppure, di fare una crocchia di lunghi capelli solo con l’ausilio delle mani, o anche di toccarti il ginocchio con tutto il palmo.
Tutte cose che mentre parla, lui constata, la donna sa ancora fare.

Tuttavia in quel frangente –  la piccola intanto si è messa a piangere, piange sempre che bambina complicata – con tutto quel lavoro della giornata sulle spalle, in quel posto dimenticato da Dio e dal buon gusto, non è contento di incontrarla. L’aveva lasciata andare con dolore, anzi l’aveva sospinta via dalla sua modesta riva, sicuro che – a ragione – non ci avrebbe messo molto a trovare un  altro satellite, mentre lui poi avrebbe ancorato  la donna che la sera più tardi lo avrebbe  invece guardato,  cercando di indovinare la ragione di un silenzio prolungato. Quella ha un corpo più esile, i capelli corti, altro colore e altro temperamento. 
 Ed è capace di porre delle domande.

Ora comunque, l’uomo stanco si vorrebbe  eclissare. Mentre lei lo guarda allegra, le dice che sta bene serrando le labbra, continua dicendo che certo dovrebbero rivedersi con più calma, non le dice che non vede l’ora che se ne vada, le dice ah si belle le bambine sono la mia vita, e tuo figlio invece?  Ossia le dona giusto, un po’ di cortesia – Ora addirittura alle medie, continua.
E’ indeciso se dissimulare o meno il fastidio e la distanza, ma in effetti dissimula poco, si alza di scatto scusami devo andare, Porta via le bambine,  muove persino le mani con una volgare impazienza.

E’ incredibile come cambiano le cose, si dice.
Sapendo esattamente cosa non avrebbe sognato.

 

(qui )

pesci

Sono due pesci di razze diverse, che stanno immersi nell’acqua di uno stesso affetto, di una stessa attrazione, di uno stesso desiderio, di una temperatura tiepida ma che arriva raramente alla freddezza. Certo ci sono anche i coralli, e le conchiglie del fondo del mare, e le grotte dove ci si può nascondere, ma per il resto sono loro, si girano intorno, si mandano messaggi in codice, silenzi e boccheggi.

Ma sono due pesci di razze diverse, e per questo non si capiscono. Quando l’uno si strugge l’altra si tace, quando lei avanza l’altro si frena. Sono anche pavidi, è una questione che forse hanno in comune, e anche gentili, un’altra questione che hanno in comune. Di lei per la verità no – di lei si dice che è irruenta – ma è apparenza e lui lo sa.
Di lui che è molto elegante- e lei ne è convinta.

Talvolta riescono a farsi più prossimi, e all’uno e all’altra arriva il riverbero di un’angoscia, o anche il sapore di un voler bene profondo e tenace, che riconoscono, e se ne rimangono perciò stupefatti e sorpresi, a volte persino felici, ma allo stesso tempo, per via di quel problema delle razze diverse, e delle lingue diverse, si rigirano le loro percezioni dentro e intorno al corpo al loro corpo di pesci che fluttuano e non sanno prendersi l’un l’altra.
E poi niente è un attimo. Tutto si sfila nell’acqua della notte.

Ogni tanto, uno chiede aiuto all’altra, più spesso il contrario. La voce è troppo flebile, la lingua sconosciuta, le parole troppo poche, qualcuno dovrebbe spiegar loro i trucchi di tutte le altre bestie del creato, per liberarli dalla gabbia in cui stanno imprigionati e separati, e che ha ancora maglie molto larghe.Il fatto è che si stancano. Si annoiano del loro stesso dispiacere. Eppure basterebbe un colpo di coda.
Ma forse uno dei due ora si andrà ad annidare in una grotta. Forse entrambi.

 

(qui )

Coronavirus e comunicazione scientifica

 

In linea di massima sono portata ritenere che la divulgazione, di qualsiasi argomento, abbia sempre una funzione politica La divulgazione infatti è l’emissario di una democratizzazione del sapere, e la si fa – o si dovrebbe fare – nella convinzione che sapere le cose, implichi potere, autonomia, maturità rispetto agli interlocutori, risorse nella gestione della vita.
In alcune materie, come la medicina, e in alcuni frangenti, come la gestione di pandemie, o di questioni come i vaccini o le cure ancora non sperimentate, questi aspetti politici diventano preminenti, perché la comunicazione scientifica, non ha più la funzione della ridistribuzione di un sapere, della comprensione di una logica, ma anche lo scopo di cambiare i comportamenti di chi la recepisce. Ossia, chi scrive da divulgatore sul coronavirus, non deve ottenere solamente che chi legge il suo articolo sappia quanto è importante lavarsi le mani spesso, ma che lo faccia. Che arrivi a lavarsi le mani spesso. Non deve dire solo quali sono i sintomi per cui una persona non deve contattare il medico, ma ora diventa davvero importante che la persona non lo faccia. Lo scopo della comunicazione in certi frangenti e in certi argomenti è davvero molto diverso che in altri, l’economia delle reazioni ha altri fattori: se certe forme irrazionali sono funzionali per esempio alle fasi di una campagna elettorale, nella gestione di una epidemia non lo sono affatto. Diversamente che la rabbia e l’eccitazione per un leader infatti, che muovono voti e creano vantaggi materiali, rabbia angoscia e stati emotivi largamente irrazionali generano effetti negativi per tutti: intasano i pronto soccorso, non incoraggiano azioni logiche.
Invece l’obbiettivo della comunicazione scientifica in questo momento, è incoraggiare azioni logiche.

Le azioni logiche, si incoraggiano quando l’interlocutore – ossia il lettore o il telespettatore, ma anche l’utente di un social network che segua la pagina di un divulgatore – si sente preso sul serio – quindi non svalutato. Tutti noi sulle nostre bacheche possiamo in quanto privati cittadini fare le nostre battute sul virus, o sul panico per il virus, e su quanto sono sceme le persone con la mascherina etc, ma chi invece è un referente su questi argomenti, deve sempre mantenere un basso profilo e mostrare di non svalutare mai le persone impaurite, e il loro timore. Si deve ricordare che il suo scopo non è avere ragione teoricamente, ma modificare i comportamenti materialmente, e qui comportamenti non si modificano facendo sentire gli altri svalutati e i loro sentimenti sciocchi. Anzi. Non serve dire cretini, guardate che da mo’ si schiatta di influenza, né a scemi la mascherina non serve. Non serve prendere in giro chi non vuole prendere mezzi pubblici. Fare queste cose in termini di comunicazione emotiva infatti manda i seguenti messaggi: il primo è io che ti parlo e che so le cose, sono potente e migliore di te, che non le sai e conti meno di me. Il secondo è che della tua paura non so che farmene, e te la puoi tenere. La recezione psicologica di questo messaggio che nove volte su dieci è preso sul serio è: hai ragione io non conto niente, quindi se faccio o non faccio le cose che tu dici io debba fare, non cambierà niente, perché per te è già deciso che io non conto. In compenso sono terrorizzato come prima, tu non mi aiuti me la devo spicciare da solo, le cose che tu dici non mi servono.

Dal versante opposto – e vedo che la stampa in Italia è letteralmente impazzita – non bisogna emotivamente colludere colla paura dicendo all’interlocutore che lui è solo la sua paura, ha ragione di averne. La paura, è un sentimento potentissimo, ed effettivamente mette mano al portafoglio volentieri, ama essere rinfrancata e capisco che questa cosa per i mass media in crisi sia una manna, ossia abbia qualcosa di economico. I giornali con il panico si vendono di più  – gli sponsor sui banner saranno maggiormente intercettati. Ma siccome la pandemia riguarda anche i giornalisti e magari un po’ di eticità nella professione potrebbe giovare, forse sarebbe più opportuna una comunicazione diversa dalle promesse di angoscia che circolano sulla stampa, con titoli roboanti. Il titolone roboante in prima pagina con VIRUS a caratteri cubitale che occupa la metà dello spazio disponibile, è un dialogo tra profeti di sventura e amigdala e ippocampo dei lettori. Ossia tra spacciatori di panico e aree cerebrali che si attivano per il panico, e che saltano a piè pari o quanto meno sorvolano le capacità riflessive della corteccia frontale. Spaventati, siete sufficientemente spaventati? A quel punto, mettere poi nel trafiletto il povero virologo che dica che i tassi di mortalità sono piuttosto bassi e comunque è prudente lavarsi le mani spesso, sarà altamente depotenziato.
C’è il VIRUS, a centro pagina.

Quello che serve è che chi legge, o ascolta o si connette a internet, si senta una persona adulta responsabile di se e del prossimo, presa sul serio, con cui si sta parlando di cose serie tra pari. Il che avviene scegliendo con cura le parole nel dire cosa è opportuno fare e mostrando di prendere sul serio i timori di cui è eventualmente portatore.   Fornire dei perché quando è possibile non è peregrino. La capacità delle mani di toccare tante superfici e la nostra tendenza a toccarci il viso, la bocca con gesti automatici e irriflessi le rende per esempio un medium molto potente per il contagio, un medium più potente della nostra bocca: ed ecco perché lavarle spesso e a lungo è più protettivo di indossale una mascherina. Spiegare serve non solo a far capire – ma serveanche  a dire all’altro: io so che tu capisci perchè sei come me, che dici, ci conviene agire di conseguenza?.

Infine, due cose. La prima è che secondo me prendere in giro il panico in questo momento storico è una difesa da quel panico stesso che probabilmente potrebbe persino essere condivisa in qualche remota zona della coscienza, ma che funziona moderatamente perché il panico oggi ha una sua ragione oggettiva. Abbiamo vite più lunghe, facciamo pochissimi figli, questa unica vita che è la nostra non si perde per eredi e ora sappiamo che vale moltissimo. Rispetto a cento anni fa, centocinquanta, oggi è tutto diverso. Ai primi del novecento era un miracolo ancora arrivare all’età adulta, e insomma le probabilità di schiattare una consapevolezza amara continua e pervasiva, per cui insomma il panico non aveva ragione di essere. Nei libri di storia delle malattie si spiega per benino il perché l’atto più importante per i genitori era battezzare i bambini, perché si considerava probabile che i figli morissero presto. Non c’era la possibilità di fare altro. E’ comprensibile perciò che ora, che si ha la possibilità di controllare così tante cose, si abbia il terrore di non controllarne qualcuna, o che siccome non morire per problemi di salute è una possibilità concreta, se arriva una pandemia generi angoscia. E’ sciocco non prendere sul serio le ovvie conseguenze di cambiamenti socioeconomici così epocali.

In secondo luogo, se c’è una cosa che è complicata da un punto di vista cognitivo ed emotivo, è la gestione della media preoccupazione e del medio rischio, come è il caso del coronavirus. La normale influenza non ammazza nessuno, Ebola ammazza quasi tutti quelli che gli capitano a tiro, qui abbiamo un virus che ne ammazza pochi dei tanti che si prende, ma siccome se ne prende tantissimi non è proprio una sciocchezza. Dobbiamo saper stare quindi in una media preoccupazione. Non possiamo quindi né schiacciarci nella preoccupazione zero – fare come se niente fosse – né in quella del massimo pericolo fidandoci cioè del panico – il quale, ci è stato fornito non a caso. Dobbiamo saper stare nel mezzo anche se implica una sorveglianza emotiva importante – e un certo controllo cognitivo su quello che facciamo.
Mi sembra importante tenere conto di queste cose.

Diaristica

A mio padre piacevano poche delle cose che piacevano a me. Per esempio ascoltava della musica che non capivo. Ma il problema anche con mio padre, era che per l’esattezza avrebbe voluto ascoltare delle cose che non capivo, né io né nessuno, ma non trovava mai lo spazio, non sapeva prenderselo. Sicché queste cose che piacevano a mio padre, Luigi Nono, Husserl, erano per via della sua ritrosia, l’a priori della non comprensibilità, l’estetica non estetica per antonomasia, l’antimondo dell’esperienza.

(Mio padre aveva una vita segreta, circa un paio d’ore al giorno al mattino presto, prima che ci svegliasse a noi e ci facesse la colazione, in questa vita segreta leggeva cose che io poi avrei cercato di capire, di amarle, leggeva di filosofia della scienza mio padre, fino alle sette e mezzo, l’ora in cui cioè diventava mio padre e contribuente, e libero professionista di modesto talento, perché è difficile che lavori bene quando non sei te.
Penso che stesse anche con la gatta, in quelle ore del mattino. Forse una delle poche linee di continuità. )

Mio padre poi la sera si lamentava che per strada la gente non sorridesse affatto, e delle persone aveva un modo stralunato di parlare, di descriverle, come se avesse la consapevolezza di fare un ritratto inevitabilmente incompiuto. Amavo il suo modo di usare la parola “matto” – e anche il termine suo amato, “medico dei matti”. C’era nell’uso così premoderno del termine, e nelle facce buffe che faceva, la consapevolezza di un mistero e una forma di rispetto. Diceva matto, in un modo gentile, antigerarchico, orizzontale, forse ammirato del potere della bizzarria, ma con la consapevolezza della spina dolorosa. Mio padre certo sapeva)

(Nella vita ti cerchi maschi che si avvicinino a quella testa li, all’inizio, ma poi corri verso quelli che ci si si discostino pure, perché se no metteranno il meglio di se nelle ore prima delle sette e mezzo, tutto quello che sono prima della colazione con te, e allora dici no – meglio uno che ci ascolto le stesse cose che ci parlo degli stessi romanzi. Meglio un maschio diverso. Ma recentemente mi è capitato un amico che ha usato la parola matto allo stesso modo, parlava di chi sa che cosa di lavoro, ha detto “quello è matto sai”, poi si è mosso nervoso sulla sedia, ha girato il caffè, si è toccato gli occhiali , mi venuto da accarezzargli i capelli. Anche se non l’ho fatto).

Poi mio padre, a volte sembrava abitare su un’isola di quelle vicine a riva, che pensi, ma sai a nuoto ci arrivi presto, ma poi capisci presto un corno affogo a metà strada, allora ti metti a parlare co st’isola vicina che ti dice cose che capisci e non capisci, che boh chi sa che dice veramente. Per esempio qualche volta mi ha mandato delle lettere, parlavano di politica, e non ho mai saputo bene, se volevano dirmi qualcos’altro col pretesto del conflitto.
(Certe volte mi dico, ho fatto filosofia per prendermi quello che mi riusciva di capire di lui, poi mi dico, poi ho fatto il mestiere che ho fatto per capire quello che mi rimaneva di non capito).

 

(per una convergenza – qui)

Soggetti Eccentrici (solo un pochino, a proposito di Achille Lauro)

 

E’ da un po’ di tempo che studio la reazione al soggetto eccentrico. Perché la reazione al soggetto eccentrico, che sia su un palco o che sia nella vita, è molto spesso un’accusa di finzione, di giocare a, di recitare un ruolo – al fine, dice chi accusa, di trarre un beneficio. La frase che si sente dire più spesso è “vuole attrarre l’attenzione” che poi invece quando il soggetto eccentrico va in scena, è persona di spettacolo, è personalità pubblica, si decide che il soggetto eccentrico costruisce a tavolino un personaggio a fine di lucro. Il soggetto eccentrico vuole monetizzare l’attenzione che riesce a veicolare su di se. Oppure, altra accusa reiterata al soggetto eccentrico, è che a sua eccentricità è di seconda mano, per via di quella battuta da altri prima di lui. Rispetto a costoro, il soggetto eccentrico viene colto non come parallelo, non come analogo, come funzionamento e strategie esistenziali, ma come emulo, derivato, copiatore.
In pratica, non eccentrico.
E’ successo anche a molti suoi predecessori.

L’attenzione su di se, e la sua monetizzazione sono in linea di massima merce desiderata dalla grande maggioranza dei soggetti, per quanto a gradienti diversi, e ancora più oggi, come mai prima sono oggetti molto sostenuti culturalmente. Ma se già ai soggetti narcisisti che sono in massima parte molto amati e sostenuti da tutti, benché in totale incoscienza, una volta raggiunta la vetta gli si rimprovera la smania di potere e un interessato e falso calcolo delle strategie, quando sul palco – del pubblico e del privato – arriva il soggetto eccentrico, l’accusa diventa parossistica, il richiamo alla finzione un comma inderogabile, e anzi – diversamente dalla sorte a cui va incontro l’organico di successo, il politico votato, il cantante amato, la reginetta della festa, il soggetto eccentrico va incontro a un sordido disprezzo, o in alternativa a una esaltata ammirazione. L’eccentrico è comunque uno stratega, un calcolatore. Al soggetto eccentrico non si perdona la compartecipazione al comune modello ideologico e culturale che chiede di essere visibile e dichiarato amabile e fruibile. Qualcosa di lui genera stizza, e incredulità. E dunque per andare all’evento che ha sollecitato questo post– il cantante che monetizza la propria aderenza a un codice culturale, o la cantante, che quindi si veste auscultando i dettami del momento, e canta nella linea culturale del momento, verrà più volentieri accordata l’autenticità (specie bisogna dire se rasenta il podio ma non lo conquista), un valore di cui devo dire fatico sempre a trovare il senso, mentre il soggetto eccentrico è sempre un eroe del recitativo.

Intanto la questione dell’autenticità e del recitativo, della costruzione di se come altro da quel che si è, implica una retorica che trovo sempre bizzarra specie in questo momento storico ed economico – in cui il profluvio di merci a bassissimo costo garantito ai poveri del nostro primo mondo dagli ancora più poveri del terzo e del quarto, permette la costruzione di una identità pubblica anche ai livelli del proletariato urbano. Si va da Zara e ci si confeziona un habitus, un vestito identitario per il linguaggio pubblico – anche dovendo fare il commesso di una tavola calda di periferia. Eppure è una cosa che si sente dire spesso, anche nei corridoi degli uffici o nei pomeriggi con le amiche: nel giudicare qualcuno che non stia tutto il giorno in tuta con le bifocali, arriva sempre chi dice: “si è costruito il personaggio di quello che”. Oppure la variabile interessante è “fa tanto quello che” “fa l’intellettuale” “fa quello generoso” Oppure appunto “fa l’originale”. Nell’atto di scegliersi un habitus non si riesce a riconoscere una coerenza. Mai un’autenticità. L’autenticità è prerogativa – secondo la psicologia popolare – solo dell’introversione, solo della sottrazione di se solo dell’ostentazione di una semplicità. Anche se guardano con attenzione anche l’introversione che va per sottrazione mantiene un atto comunicativo identico a quello dell’eccentrico o del narcisista. Ci si veste in modo dimesso per comunicare all’altro di non essere interpellati, e via discorrendo.

Ma tornando all’eccentrico puro, c’è una serie di variabili che secondo me sfuggono sovente.
Il soggetto eccentrico è uno che è tale perché spesso ha delle idee molto confuse consciamente o meno su ciò che è desiderabile socialmente. E’ uno che maneggia un’estetica pensando principalmente a ciò che desidera per se, ciò che è bello per lui, o per lei – e che fa capo a un immaginario che probabilmente è almeno all’inizio – molto meno condiviso di quanto è orientato a credere. Anzi, il soggetto eccentrico ha un rapporto estremamente conflittuale con i codici culturali del contesto in cui è immerso, ne è attratto e respinto, li sente desiderabili ma spesso impraticabili, ha un’appartenenza ma una dissonanza, li prova a toccare ma ne rimane bruciato, li disprezza ma si sente inadeguato – va allora ad abitare un mondo suo, esteticamente minoritario ma convintamente condiviso che considera genuinamente interessante e che è spesso l’eredità adulta dei mondi immaginari e separati che frequentava da bambino, quando cominciava piuttosto precocemente a dimostrarsi meno attrezzato di altri al campo relazionale ed era, molto solo e isolato. Per via di quella inadeguatezza precoce,  il soggetto eccentrico è spesso qualcuno che per comunicare deve costruire dei ponti complicatissimi e pieni di decorazioni e simboli, anche a fronte di ruscelli molto esigui da attraversare. Comunica cioè allestendo distrazioni dalla comunicazione, raggiunge l’altro rallentando il contatto. (Questa costruzione di ponti contraddittori, ponti pieni di bellissimi cancelli, è non di rado la chiave di senso della pulsione artistica, che produce oggetti che vadano faticosamente dall’altro – e negli oggetti di quella fatica c’è l’opera d’arte  – capiscimi senza arrivare a me).

Quando ha del talento, quando imbrocca una serie di simboli e di oggetti culturali che possono intrecciare l’immaginario e i bisogni simbolici ed emotivi del suo interlocutore, colui cioè che sta dall’altro lato del ponte, il soggetto eccentrico diventa visibile, e identificato totalmente nel suo sofisticatissimo ponte comunicativo.  Prima abitava una marginalità  – prima abitava il ridicolo. Ora è salito sul podio del simbolo – per quanto molto distante e comunque non completamente colto. In fondo, sappiamo ben poco, indoviniamo ben poco di Achille Lauro, siamo però incantati o difffidentissimi per l’appunto da tutto il pacchetto comunicativo che Achille lauro ha messo in campo, e rimaniamo stupefatti del fatto che abbia intercettato una domanda simbolica collettiva – soprattutto della collettività femminile. La fatica della decodifica degli oggetti sul ponte, e l’insolita scelta di farsi amare in un modo tanto arzigogolato e diverso dalle psicologie di molti, il potere che ha da sempre quella (generalmente sofferente, ma mai dare niente per scontato) soluzione creativa, fanno scappare o in un’ammirazione che idolatra e iconizza, o in un disprezzo che svaluta e comunque – continua a iconizzare suo malgrado. In questo modo la condanna/successo del soggetto eccentrico si perpetra ogni volta. E’ amato e odiato, perché ha intercettato rappresentazioni di cui la collettività ha bisogno, ma rimane non raggiunto, e percepito come altro, altro che cortesemente dovrà continuare a rimanere.

Tutte queste cose mi sono state ispirate dalla visione di Achille Lauro, e del notevole dibattito che le sue performance hanno suscitato. Un dibattito che ha avuto come temi, la decodifica della masquerade, con tutta una serie di punteggi che riguardano il grado di svalolamento (“è uno svalvolato vero!” -” Noo è più svalvolato quell’altro” -” nooo non è svalvolato affatto”) il primato di eccentricità (“eh ma allora Renato Zero?”  “Ma allora Prince?”) con alcune ventate di ingenuità cosmica (“non è autentico perché l’ha vestito a Gucci” “è autentico perché la Regina Elisabetta”). E in più, almeno nella mia bolla una divisione per generi che risente dei tipi psicologici a me affini. I miei maschi – intellettuali e carismatici ma in linea di massima eterosessuali della vecchia scuola rimangono imbizzarriti e perplessi dal potenziale erotico che ha rivelato Lauro nel mostrarsi etero vestito da donna. I miei maschi omosessuali hanno genuinamente sperato di ritrovarselo nel letto per spiegargli che l’eterosessualità è un concetto superato, ma quelle che sono state interessanti sono state le donne della mia bolla, donne forti, professioniste, donne decise, che a vedersi questo ragazzone di due metri spicci e mezzo nudo che dice, “fai di me quello che vuoi” oltretutto con la loro gonnellina preferita, hanno trovato finalmente la reificazione di un sogno erotico inconfessato – l’agency sessuale del femminile, la donna che si mette a cavalcioni, una rappresentazione che da sempre ha abitato un campo onirico e simbolico poco battuto culturalmente – forse altrettanto imparentato con un Helmut Newton che con un David Lachappelle, che comunque le donne della mia bolla tendono ad apprezzare, anche richiamate da analoghe semantiche.

Non c’è niente di male in tutto ciò e forse c’è qualcosa di fresco e di utile. Se l’assenza di psicopatologia individuale per me combacia con la pluralità delle risposte comportamentali a sfide diverse, mentre la patologia si incarna nella tendenza a rispondere sempre con gli stessi comportamenti a occasioni differenziate, la psicopatologia di un gruppo sociale corrisponde alla povertà di modelli di comportamento e di codici relazionali, mentre la pluralità di proposte di habitus e di relazione, di modi di stare insieme e di vivere, è il segno della salute di un gruppo sociale. Perciò da sempre gli Achille Lauro, i Renato Zero, e via discorrendo a ritroso, sono rizomatici per i gruppi in cui emergono.

Potrebbero essere però ancora più utili, se si riconoscesse loro qualcosa che ci appartiene, qualcosa che è cosa nostra, se si lavorasse un po’ alla pluralità di immagini interne che ci abitano. Il rischio che corre il soggetto eccentrico anche apprezzato come tale, è che i suoi ponti siano belli quanto non del tutto attraversati, e dunque lui o lei, diventino sovranità incontrastate di mondi valori ideologie, sentimenti, occasioni, valori che saranno sempre iperuranici. Dunque il loro potere di guarirci e di renderci più complessi, rimarrà modesto – perché noi faremo finta che ci appartengono mentre staremo sempre qui, nella vita che abbiamo sempre fatto, nelle cose che abbiamo sempre avuto, e di cui ci siamo sempre lamentati e nei codici a cui abbiamo cercato di obbedire, anche quando non erano molto adatti a noi.

Una sottigliezza

 

(Non so come dirti che c’è una sedia di la, una sedia con i braccioli e il cuscino, è rosso il cuscino, ti ci puoi sedere. E’ quella vicino al tavolo. Sul tavolo c’è un gatto di porcellana, lezioso e datato – temo mi che mi prenderesti in giro per questo, per i cascami dei mondi perduti che trattengo – ma sul tavolo dicevo c’è anche del vino, Dio non voglia che tu mi prenda in giro anche per quello. E dei bicchieri.

Potresti sederti a questo tavolo, così penso si possa dire.
Per la luce hai due possibilità quella della lampada all’angolo, che si accende indovinando per terra l’interruttore, potresti cioè dover pestare a casaccio sul tappeto e questo ti metterebbe in imbarazzo, e la luce centrale che è vicino alla porta, che è discreta eh, non fa una brutta atmosfera, e quella è più facile, ha l’interruttore vicino all’anta destra. Però l’altra non posso negarlo – è migliore.
Cioè potrei dirti allora, accomodati accendi, arrivo subito.

Tu ti potresti dunque sedere, ti guarderesti intorno, forse apriresti una borsa grande, o uno zaino non so, oppure mi aspetteresti. Anzi sicuramente mi aspetteresti. Prenderesti il vino lo verseresti nei due bicchieri. Con una certa disinvolta fermezza, un sapere a prescindere. Ma non ci mangiamo niente? potresti dire a voce alta, in modo che io possa sentirti, e così, faresti anche in modo di rimettere in campo una intimità che la nuova sedia non garantisce, nella sua estraneità. O forse questo lo farei io. Tu sei un animale di sangue freddo, che scivola facilmente tra i fondi e la superficie.
Dunque. Ti verseresti il vino. Mi aspetteresti.

-Ti spierei un momento – ti raggiungerei. )

 

(qui)

 

Fuori scuola

 

L’attore famoso misura il suo successo nella necessità di occultarsi il volto, il cappello messo bene sulla testa, il bavero alzato sulle sue espressioni possibili, e anche sugli occhi che, su un binario separato dalle sue prove attoriali, stregano le donne.
Non è molto alto, né vanesio. Quando porta la figlia a scuola le bacia la testa, si scalda le mani, prova a scappare via veloce, mentre una madre, avamposto di una vita che si dichiara mancante, gli chiede un autografo.
Ciao amore, ci vediamo alle quattro, dice in quel momento l’attore famoso alla bambina.

L’attore famoso a quel punto alza il viso si stropiccia le mani, coglie il volto della donna e il pezzo di carta, anche lei ha salutato una bambina, lui firma il foglietto e dice, eh si certo, nell’intimo diviso tra diversi stati d’animo, tutti diversamente crepuscolari.
Il primo pensiero – che palle – manco vede la luce, arriva invece il secondo, che suona: tutto sommato non sono davvero nessuno per dire di no, l’attore famoso ha una sua eticità, dietro ce ne è un terzo che sussurra – madonna come sono invecchiato al prossimo giro l’autografo me lo chiede una nonna, il quarto è il prezzo della fama ossia la voce dell’amico che ha perduto, e l’ultimo è un sottile scollamento.
Prego signora
Grazie davvero grazie! Io la seguo tantissimo.

La signora brilla di una gioia infantile, ma anche di una femminilità subalterna e dolorosa suo malgrado. Accanto a lei altre madri più narcise – e con forse un fondotinta migliore – osservano la scena con imbarazzo, sarò pure regina dell’impiegati ma pur sempre regina, pensa una, io non trovo opportuno fare questa cosa pensa un’altra, poveruomo davvero, e subito rimettendo lo sguardo all’uscita della scuola come a definire un contegno clericale e necessario. Una terza, per deformazione professionale e tipologia psicologica attiva la funzione materna sull’attore famoso – e pensa a questo problema dell’onoreficenza alla maschera – che però è quella sbagliata (pensa a un sorriso, anche l’ultima signora intercetta gli occhi dell’attore famoso, ma nonostante ciò l’ingoia con fermezza).

Di poi la scena si scioglie, l’attore famoso va con passo fermo fuori del cancello, intorno le madri e i padri si industriano a un’urbana indifferenza, un plateale non aver notato l’attore famoso essendo che viene a scuola tutte le mattine eh bravo però eh, bisogna dire, non se la tira affatto, l’attore famoso in cuor suo pensa, che anche questa della mattina è una prova attoriale, sale in macchina – una macchina opaca perché è un attore famoso che fa film seri e quindi ci ha pure la macchina seria, modesta, sotto le righe, impolverata. Mentre la madre scintilla si ricorda di quel suo amico e collega che era andato in terapia, perché diceva, non smetto mai di recitare, non so mai che parti di me piacciono agli altri, so sempre che non sono quelle in cui io mi ritrovo.

nota sciatta su social e politica

Quando si ha a che fare con una forza politica e ideologica che ha già sedimentato una sua dominanza, e che usa questa base consolidata come piattaforma per colonizzare altri spazi mentali, quindi politici e materiali, non ha proprio senso illudersi che non commentandola si eviterà di darle risonanza. E’ una cosa un po’ ingenua su cui dovremmo riflettere – anche considerando le ricadute sul dibattito pubblico che da tempo hanno le reazioni social e anche considerando la configurazione che ha la comunicazione social e che tutti abbiamo ben presente.
Vorrei che tenessimo conto di alcune cose.

  1. Ognuno di noi tende ad avere bolle di simili.
  2.  Ognuno d noi sa che quando una certa reazione è emersa in parallelo nelle bacheche questa somma di reazioni è arrivata alla stampa e in qualche caso ha procurato delle conseguenze (volendo discutibili ma)
  3. Ognuno d noi sa che quelle forze ideologiche e politiche opposte si gonfiano con i nostri stessi meccanismi di uso anche della bolla social assumendo valori percentuali importanti.

 

Quindi. Se non reagiamo a qualcosa che politicamente ci disturba, il fenomeno politico che vogliamo contrastare – andrà serenamente avanti per conto suo, a prescindere dal nostro silenzio. Anzi se c’è una terra di nessuno e di desolazione culturale o economica o di mera incertezza e assenza di identità quella zona sarà mercé non del nostro silenzio ma di quella campagna politica che sta urlando e che beneficia degli urli dal basso – ossia anche dei singoli di quelle bolle social a noi estranee che fanno da cassa di risonanza elogiativa. Di contro, secondo me almeno, se si manifesta un serio scandalo, una preoccupazione per qualcosa che è già molto potente e non si condivide e se lo fanno in tanti singoli dal basso – può succedere non tanto che si contagino immediatamente delle bacheche vulnerabili alla destra che sono – per motivi più psicologici che razionali – immunizzate ai nostri singoli pareri, quanto che arrivi un oggetto terzo – la reazione social – nel dibattito pubblico e quell’oggetto terzo sia un oggetto tridimensionale e politico di cui si dovrà tener conto.

Non credo cioè che si abbia un obbligo a una gestione politica delle bacheche social. Io me ne sottraggo spesso, per motivi professionali, ma trovo sacrosanto anche diciamo un rifiuto estetico dell’argomento politico, oppure rispettabile il fatto che proprio a qualcuno non interessino certi ambiti e temi. Però trovo che da un punto di vista tecnico, logico, l’argomento per cui una certa cosa non va commentata quando la fa uno che potrebbe prendersi almeno il 30 per cento dei voti, sia insostenibile. E talmente platealmente insostenibile, che ci vedo più un attacco velato a comportamenti dominanti e centrali, una specie di allergia alle aggregazioni della rete, ragione di più se intorno a idee che si condividono eticamente, che un lucido calcolo. Più una voglia di essere riconosciuti come non gregari, e capaci di essere distaccati dalle emozioni, che un calcolo razionale.
(Insomma – una contraddizione in termini)

la velina di Schroedinger. Sessismo, capitale e democrazia.

In questi giorni il dibattito pubblico si è infervorato nuovamente – era un po’ che non accadeva – per questioni di sessismo – La rete si è incendiata – per due episodi.
Il primo episodio ha riguardato la campagna pubblicitaria per la lotta all’alcolismo che è uscita in Sicilia ed è durata un giorno. Vi si vedeva una donna disegnata molto graziosa, il cui seno abbondante combaciava con due calici di vino. Per dei motivi arcani si doveva intuire che il vino che combacia con il seno piacevole di una donna, e che è considerato piacevole bere doveva procurare degli effetti sgradevoli, impossibili bisogna dire da evincere dalla campagna pubblicitaria essendo che un bel seno piace agli uomini da toccare, e alle donne da avere. La campagna poi è stata subito ritirata, subissata dalle critiche. Il pressappochismo della committenza era caduto nella trappola del sessismo: nei confusi desiderata del progetto bisognava far capire che bere alcolici allattando fa passare la tossicità dell’alcool al latte per i bambini, ma all’idea del seno, la prospettiva sessista – quella per cui una donna è solo ed esclusivamente oggetto erotico – si era cannibalizzata il progetto pubblicitario. La graziosa ragazza del disegno, non è una consumatrice a rischio che perde la salute, non è una madre di cui si veda un figlio in pericolo, non è un soggetto acquirente di alcolici, è invece una ragazza felicemente disponibile sessualmente. Il che come dire, va nella direzione ostinata e contraria ai presunti intenti della campagna pubblicitaria.

Qualche giorno dopo, Amedeus in conferenza stampa comunica la ratio della scelta delle donne che saranno insieme a lui sul palco di San Remo, e precisa continuamente che le ha scelte perché sono molto belle. Di una di loro dice che invece l’ha scelta, oltre per il fatto che è molto bella, perché sa stare un passo indietro rispetto al suo fidanzato, Valentino Rossi, che è un grande uomo. Non credo che Amedeus si fosse preparato molto alla conferenza stampa, non credo che lo ritenesse importante, e ha detto con semplicità la prima cosa che gli è venuta in mente – e che io ho personalmente decodificato con, io vorrei essere io il fico che sta sul palco, e non voglio rotture di coglioni, per questo mi sono preso sta mandria di femmine che mi decorano, ma delle cui competenze non me ne può fregare di meno e manco a loro . Anche Amedeus è stato subissato di critiche, ha cercato di ritrattare nei limiti ideologici e intellettuali che lo connotano – non abbiamo memoria di dichiarazioni particolarmente intelligenti di Amedeus, men che mai di conduzioni particolarmente brillanti e insomma se era sessista in conferenza stampa e piuttosto rozzo in conduzione, non si capisce come possa fare a smettere il giorno dopo – ma di fatto il problema è lo stesso della campagna pubblicitaria per l’alcolismo: il sessismo cannibalizza la professionalità del prodotto. In questo caso arrivando a affermazioni paradossali: Metto sulla scena donne, che dunque devono sapersi far ammirare da tutti e ma non tenere la scena, donne che apprezzo perché stanno un passo indietro e non si prendono la scena, nonostante debbano andare in scena.
Abbiamo insomma la velina di Schroedinger.

Se il sessismo cioè è quella cosa per cui una donna non deve essere soggetto erotico solo nella sua identità privata e relazionale – cosa necessaria buona e giusta – ma in tutti gli altri campi dello scibile – cioè quando è madre quando beve alcolici quando lavora e quando è soggetto pubblico, il sessismo è quella cosa che mette a repentaglio i campi in cui si applica, perché la dove si deve parlare di prevenzione parla di sesso, dove deve parlare di competenza parla di sesso, dove deve parlare di convenienza parla di sesso.
Se le presentatrici con Amedeus devono cioè solo essere belle e tenere un passo indietro, quindi no techne, no curriculum, no competenze ma chi ci avremo?
A dirvela franca io con questi criteri, ho paura che all’Ariston quest’anno ci siano tutte mezze seghe.

Qualche anno fa Houellebecq aveva fatto un romanzo che aveva suscitato più scalpore per la trama onirica che per la prosa brillante. In Sottomissione, lo stancante regime del capitalismo avanzato e prestazionale,  collassava in un dominio islamico dove in occidente le donne finalmente stavano a casa e basta correre, e basta andare di qua e di la, basta plastiche e seduzione coatte, i maschi si prendevano il pubblico e tutti parevano un molto più depressi falliti, ma riposati. Houellebecq viene spesso descritto come sessista e io trovo che invece sia largamente frainteso –è capace di individuare alcuni vettori psicologici importanti perché l’aspetto prestazionale del capitalismo avanzato esiste e per le donne assume vette parossistiche – il passo indietro infatti con figli lavoro lontano da casa genitori anziani a volte è una chimera seducente. Sottomissione era il sogno di una collettività in difficoltà più che una distopia credibile, perché anzi questo ribaltamento non è in scena affatto e non è probabile che si materializzi. Per quanto noi si abiti un paese profondamente maschilista la partecipazione delle donne alla cittadinanza attiva e alla strutturazione del capitale è una questione assodata, e da cui credo si può moderatamente tornare indietro – se lo si fa, ciò ha dei gravi costi economici e politici. Per il nostro capitalismo infatti, le donne sono un soggetto a cui non si può rinunciare: perché lavorando lo sostengono, perché comprando merce lo sostengono, perché oggi in una coppia una moglie casalinga è un lusso che spesso non ci si può permettere, basta un mutuo o un affitto che nella coppia uno paga la casa e l’altro la pagnotta.

Una mia informazione aggiuntiva. Gli indici Istat dell’occupazione in Italia, attestano l’occupazione femminile intorno al 50 per cento della popolazione globale (dati del 2018). Ho fatto personalmente in passato le ricerche per Istat per questo tipo di indagine e ho avuto la netta impressione che per la sua struttura – Istat si presenta come un organo giuridico alle famiglie, per cui se non rispondono incorrono in una sanzione, non potesse rilevare il lavoro nero. Quello che voglio dire, è che in una economia sessista con una larga evasione fiscale, è probabile che le donne che lavorino in modo non contrattualizzato siano molte e che se quel lavoro nero entrasse negli indici la distribuzione statistica sarebbe diversa)

Ora capitalismo e democrazie avanzate sono macrostrutture che si reggono in piedi grazie a un sottoinsieme di azioni complesse, visioni del mondo articolate, saperi strutturati, prospettive multidisciplinari. Tradotto: noi siamo quello che siamo, abbiamo quello che abbiamo – sanità inps, film, libri, pubblicità di enciclopedie come pubblicità di mutande, stadi piedi e stadi vuoti, e in ultima analisi soldi che girano, stipendi, appalti, come assegni di invalidità grazie a questo enorme baraccone delle azioni complesse e dei saperi strutturati. Questi saperi strutturati hanno anche colonizzato – capitalizzandoli ma anche rendendoli appannaggio di un supporto statale atti, azioni, competenze, e responsabilità che nelle economie preindustriali – e in assetti culturali lontani dalle prospettive occidentali erano appannaggio delle donne. La medicina, la psicologia, l’assistenza agli anziani, l’economia domestica, l’ostetricia, la cura della prole, l’educazione e l’istruzione non sono più faccende della casa, faccende del privato, affidate all’intuito e all’estro delle femmine del branco, ma sono diventate una classe di temi e azioni che sono correlati a dei saperi e sono iscritti in un discorso pubblico e nel pubblico modo di usare il capitale. E’ una cosa che si chiama progresso – perché da questo passaggio dipendono molte libertà nostre, molte maggiori possibilità, e una protezione che arriva da più fonti, e che ci offre molte più garanzie. Questo è successo anche per una maggiore disponibilità di risorse, ma ha a sua volta creato economia e denaro. E’ un salto che ha creato l’industria, e il foraggio che all’industria è stato offerto dal colonialismo, ma che poi ha procurato altri soldi, un meccanismo che si autoalimenta generando un voltaggio diverso dell’economia. Quindi quello che possiamo dire adesso, del nostro mondo, è che donne e uomini sono transitati in un’organizzazione diversa dei ruoli di genere, perché è anche cambiata l’economia in cui sono iscritti, e le possibilità in termini di qualità di vita che essi hanno. L’abbandono della vecchia staticità dei ruoli di genere è funzionale a questo voltaggio diverso. Abbiamo bisogno di tante persone che fanno tante cose, tante persone che sanno tante cose, tante persone che offrono sul mercato tante cose, tante persone che acquistano sul mercato tante cose, e banalmente oggi, solo i maschi a fare tutto ciò non ci bastano più. Non ce lo possiamo permettere manco volendo.

Idealmente – si tratta di una polarizzazione concettuale che serve per capirsi – l’organizzazione maschilista dei ruoli di genere – quella per cui la donna è principalmente solo un oggetto sessuale, e tuttalpiù limitatamente responsabile degli aspetti domestici della vita, è di contro funzionale a contesti economici dove le risorse in ballo sono molto di meno, il voltaggio dell’economia ha circuiti più modesti, le cose da poter fare e da poter avere sono molto poche: c’è la fame, la mortalità infantile, e le risorse ridotte possono essere amministrate dalla metà della popolazione attiva, mentre capitalizzare e disciplinare facendoli diventare monete pubbliche le agenzie del privato è un costo che a bassissime risorse non sempre si riesce a sostenere – è in sostanza una economia diversa da avviare ed è temerario, spesso anche impossibile, inventare capitali da investire.

In questi termini il comportamento sessista è una specie di ponte radio con un passato dell’economia e dello stile di vita che non ci appartiene, e anche un dispositivo che in qualche modo cerca di riportarci ad esso – perché ogni volta in cui si applica comporta una cannibalizzazione del sapere e una perdita economica, in qualche modo erode il funzionamento della macchina, perché produce uno scarto un disavanzo che dissipa qualcosa, che a volte è immediatamente visibile altre meno.La regione Sicilia fa una campagna di prevenzione per la quale stanzia del denaro, se non altro per la sua diffusione, ma deve ritirarla per quanto è inadeguata – denaro perso. Anche se non l’avesse ritirata sarebbe stata ugualmente inadeguata, quindi inefficace, quindi denaro perso. Ritirata o non ritirata il sessismo ha cannibalizzato per un verso competenze (non c’è traccia di saperi di comunicazione sociale, psicologia del lavoro, marketing, si è scoperto che l’immagine della donna era anche stata trafugata) ma si cannibalizza anche l’utenza, alla quale il messaggio così congegnato non arriva (la pubblicità contro l’alcolismo è stata fraintesa da molte e molti come una pubblicità in favore del vino).

La questione di fondo, è che il sessismo costa – non è al passo con il capitalismo avanzato, il quale per macinare introiti, e benthamianamente far girare soldi per più persone possibili, deve avere come soggetti e come destinatari tutti i suoi commilitoni, senza target troppo ristretti. mentre il sessismo è quella cosa che per esempio spesso e volentieri toglie le donne dall’essere target e le fa diventare complemento di argomento per cui alla fine, banalmente, il target si restringe. Ad esempio se uno che vuole vendere caldaie, ne fotografa una e ci mette una signorina col culo sopra e con sotto scritto senti quanto è calda, si rivolge all’uomo che potrebbe comprarsi la caldaia perchè nella sua sfera onirica ci include la signorina nel pacchetto, ma dimentica il fatto che i cordoni della borsa in tema di caldaie ce l’hanno anche le signore di cinquant’anni con tre figli, che potrebbero sentirsi urtate tanto quanto i signori che sperano di portarsi a letto la caldaia con la signorina sopra – una campagna diversa avrebbe allargato il target della comunicazione pubblicitaria. Il sessismo è quella cosa per cui, se tu assumi una solo perché è simile alla signorina della caldaia, tu avrai un’incompetente che pagherai tu, per il lavoro che non fa. Ma è anche quella cosa per cui, siccome per te una donna è interessante solo perché somiglia alla signorina della caldaia, quando ce l’hai in ufficio non le fai fare le cose, la metti alla macchinetta del caffè, le cose le fai fare a un altro, tu ci hai un problema di risorse economiche perché hai del lavoro produttivo che stai sprecando. Se pure prendiamo sul serio gli indici istat sull’occupazione femminile, che per forza eludono il lavoro nero, dobbiamo comunque tenere conto del fatto che il 50 per cento delle donne italiane lavora, e quindi, il fatto che come soggetto democratico e come oggetto di democrazia, come soggetto economico o come acquirente, queste donne sono qualcosa di altro rispetto alle zinne con il vino rosso, e ogni volta che trascuri tutte le competenze che si interfacciano a loro come soggetti diversi dal paio di tette col vino dentro, tutte quelle che le prendono sul serio, tu hai una perdita economica.

Ora non è che la relazione di proporzionalità diretta tra avanzamento di una economia e lo stato in cui versa la sua popolazione femminile sia un concetto nuovo. Ma a me pare che in Italia si crei una discrasia, perché grazie alla notevole quantità di risorse di cui dispone per il momento è ancora annoverabile nel gotha delle economie avanzate e delle democrazie del primo mondo, ma tratta le sue donne sempre peggio, con modalità vicine a Stati del terzo, e lo fa oggi più di ieri, oggi molto di più che vent’anni fa, il che s è la prova di una caduta rovinosa, di una retrocessione sociale e finanziaria, che si fa incalzante. E’ come se a ogni Amedeus, a ogni pubblicità sessista, a ogni comunicazione sessista a ogni organizzazione sessista, noi assistessimo a questa cosa paradossale della velina di Schredinger per cui alle donne si chiede di stare dentro al capitale alla maniera dell’oggi e delle società moderne, ma si faccia in modo materialmente che stiano un passo dietro ricordando la società degli antichi.
Non arriveremo agli antichi. Arriveremo invece a una arrancante, modesta, asimmetrica mediocrità. La scivolata fuori del primo mondo.