Fioretto

Suo padre era schiantato lasciando la casa a metà, col tetto ancora da fare e da godere, s’era infartato intorno ai settant’anni, come a lasciare anche la sua vita senza cappello, senza pensiero. Aveva detto di sentirsi un malore, ed era scivolato dalla sedia, come una foglia che cade da un albero.
Era un uomo magro e poteva sembrare leggero.

Al figlio era rimasta questa mezza casa nella macchia, e le pile di giornali dove il padre s’era cerchiato le parole con la penna rossa, e le convinzioni anche, vi è da dire. Aveva lavorato un vita nei campi degli altri e a un certo punto con la moglie era arrivato un prato un po’ scosceso, degli alberi –  uno spazio dove mettere qualcosa di più di un tavolino.
Ci si era messo le domeniche, una domenica sull’altra come legna nella riserva, ordinato e ambizioso. S’alzava presto e si vantava agli occhi di se stesso: sono un uomo che sa fare tutto, che non si ferma, che dal nulla lascia al figlio una cosa, anzi, una casa.

(Il figlio per la verità come primissima scelta s’era preso le parole cerchiate e le convinzioni, ci aveva fatto un destino e una carriera, uno storico delle parole e delle idee era diventato, all’ombra delle domeniche del padre accatastate nel cantiere personale, e mentre quello costruiva la casa meravigliosa la casa signorile di una borghesia onirica e campestre,  il figlio obbediva al mandato facendo fascinosi concorsi, prendendosi cattedre esoteriche conquistandosi stipendi astratti come i disegni delle pubblicità sul suo giornale)

Dopo la morte del padre, cogliendo il dovere di mettere il cappello alla vita interrotta e alla casa a metà, aveva poi finito i lavori, con la cessione del quinto, con la pazienza della moglie, con la testarda affezione a un testamento in forma di sogno, infissi di rovere eh, e cancello di ferro battuto, una cucina di maiolica e raffinata modestia.
Perché forse, nel sogno del padre ci s’era messo pure lui

(e delle parole cerchiate in rosso che ne era stato?
Dalla finestra centrale si vedevano degli alberi – lecci, per lo più – dritti fino al cielo, selvatici e ospitali. Ci abitavano poiane e forse qualche fagiano, sicuramente dei picchi. E tutti dicevano al figlio di tagliargli quegli alberi, che ci sarebbe venuta tanta legna, e una vista sulla vallata davvero importante. Ma i tempi sono bui, sono pieni di campi vuoti, e almeno in quella radura, pensavano le parole cerchiate in rosso nella testa del figlio, le bestie – e non solo le poiane ma anche i gufi, e i tassi, e pure i bruttissimi sorci – avrebbero continuato ad avere una casa).

 

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Ciao Philip. Un saluto molto sofferto

Se proprio m’avesse dovuta mettere da qualche parte, sarei stata una di quelle prime mogli da cui essere incantanti per i primi dieci minuti della tardiva adolescenza del protagonista, per poi essere gloriosamente cornificate nella restante parte del romanzo e descritte con corposa malagrazia nelle comparsate di fondo trama. Oltretutto, io e le mie consoce, ebree o intellettuali abbastanza intelligenti da amare i suoi libri, alcune persino così brillanti da farci una carriera accademica attraverso, non avremmo neanche potuto blandamente concorrere al trono narrativo della Grande Madre, le pagine immortali del parzialmente riuscito Complotto contro l’America dove quella meravigliosa signora era stata capace di tranquillizzare al telefono il figlio di un’altra, mentre l’ossessione fascista incalzava allucinata e persecutoria.
Questo amore non corrisposto, questa nevrosi divenuta stilema non gliel’ho mai perdonata, la buona scrittura di Roth ha reso, sicuramente suo malgrado, il suo sessismo un contenuto politico, e come tale l’ho trattato e pensato – per quanto il mio sguardo professionale ne abbia sempre sospettato radici private più che culturali. Le madri ebree sono spesso intellettualmente forti, e molti colleghi di Philip ne hanno fatto ritratti pacificati e fedeli, capaci di gentilezza. Ma se fossi uno scrittore non vorrei che si facessero dietrologie analitiche su un privato mio altrimenti inaccessibile, mi sono tenuta le mie congetture professionali e il mio dispiacere narcisistico.

In ogni caso, col tempo ho guardato allargarsi l’irrimediabile distanza con l’autore di cui ho collezionato prime edizioni italiane. Col tempo l’ho pensato e trattato come un oggetto politico più che come un oggetto estetico, e anche ora che sono così dispiaciuta della sua morte, non me ne pento. Io sono una di quelle che per esempio riconosce la precisa matrice ideologica del Nobel, la sua connotazione storicizzata, il fatto che incarni una classe di valori rispetto ai quali il talento narrativo è solo secondario, e no, non mi sono mai stupita del mancato conferimento. Sotto un profilo politico sono stata soddisfatta di quell’assenza.

La letteratura è piena di scrittori reazionari e ben peggiori chi per talento chi per cattiveria e certamente per conservatorismo, e la materna indulgenza con cui vengono stipati nelle librerie da chi combatte le battaglie che quella prosa non aiuta a vincere è proporzionale a un disinteresse, un affetto mancato, un assenza di parentela. Celine è un grazioso talismano, per dire, Ezra Pound un antico gioiello in fondo al mare, perle rare da mettere in teca, che niente hanno a che fare con la vita. Dopo di loro,  troviamo per lo più animali di talento misurabile con il righello, topini da esperimento accademico, e ancora più sotto,  insetti da inventario, libri senza ristampa, una sequela infinita di pane adatto più ai sociologi che ai critici letterari, o ai cosiddetti lettori forti.

Ma Philip Roth  a una certa generazione di lettori, e in particolare di lettori ebrei, ha regalato la narrazione di un mondo, ma a dir meglio di un certo modo di essere ebrei: l’ebreo che non è ebreo ma lo è lo stesso, che litiga con i padri ma mai del tutto, che celebra mediante dissacrazione, e quindi come ogni dissacrazione che si rispetti, torna a sacralizzare: non c’è niente di più pio, di più edipico di una bestemmia. Alla nostra adolescenza culturale, noi ebrei figli di quelli con lo Shabbat di ordinanza e il Talmud in mano, con i nonni sudditi del collegio rabbinico e della dieta kosher, noi co un piede legato all’identica invincibile e atavica e l’altro nel magma di un presente laico, postmoderno, erotizzato, fluido, noi abbiamo trovato una città, una casa, una seggiola. O anche: una carta d’identità. O anche la letteratura sul nostro linguaggio sulla nostra levità, sul nostro umorismo. E posso immaginare che quella scrittura così precisa, esatta a descrivere un luogo della psiche e del paesaggio abbia dato un abbraccio affettuoso anche ai nostri fratelli atei figli di cattolici devoti, i nostri compagni di corso alle lezioni su Marx ed Hegel, i nostri amici di calcetto con la nonna a messa che però a messa non ci andavano più. Negli anni della morte delle grandi ideologie, noi che stavamo all’elettrizzante fresco dell’aria aperta ci sentivamo felici e nobilitati. Leggere Roth ci faceva sentire intelligenti, certe pagine riuscite con addolorata precisione, ci davano pensieri decorosi e non indegni, il cinismo – pane del mio mondo e della mia generazione – e certe sue romantiche dolcezze non erano più immorali, ma anzi l’esito di una consapevolezza perfino tragica. Quest’uomo con un talento importante per l’estetica e un consistente carattere di merda ci ha fornito una cuccia, ci ha fatto capire delle cose di noi stessi.

Di quella restituzione identitaria e del piacere nel trovarla così narrata, anche se per me e per tutte le giovani ebree non c’è stato mai gran posto, sono stata molto grata. Da Addio Columbus in poi,  ha edificato nella lettura una relazione e un affetto persino una gratitudine che ora mi commuove. Philip Roth come l’amico più grande degli anni più belli, Philip Roth come il ricercatore a contratto che spiega le cose agli studenti troppo amici, Philp Roth come il cugino fico con cui sperare di uscire una sera, quello giovane come te ma un po’ di meno da ammirare, perché parla di te.

Poi tu diventi un altro, l’affetto non si cancella, neanche una comprensione profonda, il tuo rapporto col sacro migliora più di quanto sia successo a lui, il tuo stare nella vita non si riconsce più nel suo, e rimane questo strano affetto, strano davvero tantissimo, persino tenero ora che se ne va e pure consapevole di questa distanza di carne di ossa, di pensieri, di stare al mondo. E forse questo non è un gran post di critica letteraria, io d’altra parte faccio un altro mestiere, ma testimonia di quella visceralità che c’è in certe letture, nella vita di un lettore forte.

Quindi ecco, Philip volevo dirti – Uffa. E poi ciao. Grazie.

 

Un post banale

 

C’era  un certo punto di flessione, di non ritorno nelle sue amicizie di ragazzina, che combaciava con il momento in cui una delle due amiche pensava dell’altra: “ora non la chiamo più e vediamo se mi chiama lei”,  “vediamo se mi dice qualcosa”, “vediamo”. E siccome quel punto di non ritorno era in realtà la radice di uno scisma, la punta dell’iceberg di una differenziazione incipiente e in quell’era della pelle e delle ossa – poco gestibile, anche quando fosse arrivata la telefonata attesa, non poteva saziare le aspettative, non era veramente profondamente interessata, la telefonata attesa obbediva a un presunto senso del dovere verso l’amicizia come Totem, come altare sotto cui deporre testimonianze di devozione.

L’altra, la telefonante colpevole, l’obliatrice di attenzioni necessarie, percepiva questa sostituzione della spontaneità con un atto di dovere, l’inquinamento dell’affetto con il gioco di potere e se ne stava divisa tra memoria delle risate e rancorosa protesta, gratitudine per il passato e pugni sui fianchi, con la leggerezza trasformata in un impegno lavorativo, mentre tutto si asciugava e si cambiava entrambe, ognuna più domestica con la vita propria e con il mondo intorno e meno bisognosa delle dipendenze d’alveare. Una volta telefonava, un’altra no. Entrambe pensavano cose terribili tutte sul fronte dei doveri reciproci, ed occultavano il problema dei punti di svolta della vita, della materia del carattere, della qualità delle cose che si vogliono e non combaciano più. A un certo punto, al fondo di quella perdita di sintonia, si sentivano giudicate l’un l’altra.

Da vecchia, tra i vari sintomi del futuro che s’accorcia e del passato che s’allunga, avrebbe imparato a riconoscere il rischio del punto di flessione, ma anche a gestire amichevolezze con distanze più sicure, in cui possono ficcarsi dentro tante cose, ragion per cui ci sarebbe stato poco spazio per i tradimenti e le sorprese identitarie ma abbastanza profondità di prospettiva per vedere l’interezza del corpo psichico dell’altra, quali sono i gesti routinari della sua anima, quali pietanze sanno cucinare i suoi sentimenti e quali invece non sono proprio in grado, il colore dei suoi atti politici e del suo posto sociale. Non avrebbe più richiesto doveri, non avrebbe più obbedito a ordini, non avrebbe più considerato necessaria una affinità totale e radicale con tutte le parti di se, e se nonostante questa acquisita capacità di stare con le differenze una relazione si dovesse sfilacciare, ora forse sarebbe capace di fare una rimostranza sostanziosa, ma anche di dispiacersi, di aprire una lontananza definitiva o provvisoria, di sopportare questo fatto curioso per cui le relazioni sono come fisarmoniche, uno di quegli strumenti che, ora si pente, avrebbe voluto imparare a suonare.

Racconto della sera

 

L’avevano chiamato Pantano, dopo una notte contadina e leggendaria, i cui contorni si perdevano oramai, per via delle innumerevoli volte in cui era stata raccontato, quello che fu il primo sasso della sua mitopoiesi, la radice di un’autorevolezza già al tempo sospettabile. Pantano in quella notte lontana era un ragazzo corpacciuto, ombroso, troppo pigro per la lotta e per quegli anni infernali, refrattario al contrasto dunque, propenso invece, dopo le lunghe giornate di lavoro (mele, soprattutto. I primi kiwi – una stagione che comunque durò poco) a dissertazioni astratte e svagate, ai libri, alla carta stampata da reperire in modi incongrui. E dunque un suo amico si era ficcato nei guai, con certi stronzi della zona, un tipo astratto come lui e ben più esile, un po’ ladro vi è da dire, ma a suo modo magico e poetico, e Pantano per difenderlo da alcune angherie, s’era fatto improvvisamente audace e sfidante. Pare che a dei tavoli di legno di un locale sciatto, e qui il passaggio narrativo si fa convulso e confuso, fosse caduto in una zuffa, con uno di quei baronetti della sfiga che si infilano tra gli ultimi. Comunque, in una successione cinematografica di botte e calci, era finito nella melma, insieme all’avversario, l’aveva azzittito con le mani di fango, e ci aveva anche assestato non si sa bene che massima marxista, a chiusura teatrale dell’accadimento, scatenando l’estasi degli astanti, e l’eterna devozione del suo amico impunito.
Donde, il soprannome. Ma anche, un piccolo trono dell’antimondo, che da allora fino a questa fotografia che vado raccontando avrebbe continuato ad occupare.

Dopo, comunque, Pantano aveva provvisoriamente lasciato i campi, dove andava a raccogliere quel che c’era da raccogliere secondo la stagione, e per un po’ si era per messo alla bottega del padre – la noiosa ferramenta della piazza centrale. Ne era scappato, e infine si era trovato una moglie da amare con una granitica e imperturbabile dedizione, in una casa di sassi in mezzo alla vite separata dal mondo. Refrattario alle gerarchie, all’ossessiva e disgraziata soddisfazione di incassi quotidiani, un romantico a modo suo e anche un anarchico in altri termini, s’era messo a far vino, e quello avrebbe fatto per il resto della vita. Rivelò nel tempo una natura ossuta, lineare, cristallina e impermeabile a qualsiasi mollezza morale, e questa intima e tranquillizzante severità si aggiunse, forse per via del matrimonio, un gentile senso dell’umorismo, una magnanimità addirittura naturale. Quando i maschi del paese combinavano qualche guaio lo andavano a cercare per avere una sanzione, un parere, una colpa, una redenzione. Sarebbe diventato più grasso e corpulento, e il suo destino di sciamano, si sarebbe col tempo disvelato in un numero spropositato di occhiali. Beveva con gusto, e fumava eccessivamente. Le sere si sedeva sul retro della casa contornato da innumerevoli bestie di cui era il capo e la madre. Una gatta in particolare, un vecchio cane, alcune oche polemiche – nelle sere d’estate, dopo cena, anche dei rospi.)

Nella foto Pantano è a una fiera di paese, precisamente nell’area dove si arrostiscono le salsicce, e incontra Demetrio, e non succede moltissimo perché si salutano, rispettosi, e cortesi, con un sorriso attento. Demetrio, che si chiama Demetrio come suo nonno, e come il suo trisnonno, e come auspicabilmente si chiamerà suo nipote, ha sempre vissuto a pochi metri da Pantano, in una sorta di versione integrata, apollinea, diuturna e parallela, in una sostanziale condivisione di valori – ma come due rette sottili, o come due vertebre vicine della medesima spina dorsale, che vanno nella stessa direzione, si incurvano nello stesso punto, sorreggono e proteggono lo stesso corpo, ma non possono incontrarsi mai. Demetrio è un lavoratore infaticabile, uno sul trattore dall’alba alla notte, un tempo ragazzino responsabile, bellissimo e solare, estraneo alla colpa e alla notte, leale fin al sapore delle ossa. Su di lui i soprannomi scivolavano come l’acqua sul vetro, senza appiglio alcuno e per un certo periodo era stato poliziotto, tuttavia anche le ombre dell’arma gli erano risultate tossiche e sinistre, e se ne era andato, rimanendo comunque nell’intimo, un uomo di Stato, di legge, un cives. Se delle cose dell’anima si occupava dunque Pantano, Demetrio era il referente di quelle di carta, il depositario delle ragioni nascoste di leggi e burocrazie, il traduttore simultaneo di documenti esoterici che gli venivano sottoposti e che da tirannide lui, trasformava in democrazia. A suo modo era un positivista, un illuminista, il figlio imprevisto di un occidente regale e consapevole, nato per caso in mezzo alle valli, alle mucche e ai campi infiniti. Era pure riuscito a fare soldi, in una maniera onesta, paziente, e tutte queste cose, unite a una bellezza divistica e incongrua gli avevano garantito il trono opposto a Pantano, simmetrico e contrario. Demetrio sovrano delle cose del Sole.

S’incontrano dunque, e si parlano brevemente in un dialetto urbano e mansueto. Non accennano a pacche sulle spalle, né a battute o umorismi – per quanto potrebbero condividere una stessa platea morale, scoprire di stare vicini di poltrona dello stesso comico. Né si informa Pantano della salute della moglie di Demetrio, una principessa caraibica, drenata alla cattiveria negli anni con la pistola, né l’altro parla di vino, di raccolti, di vendemmie. Si danno la mano toccando con l’altra la parete invisibile che li separa, il perimetro della propria nazione interna, la dogana di due modi diversi di stare al mondo, lo spessore di due sintassi che qualcuno potrebbe definire identità qualcun altro epistemologia, un terzo nevrosi. Credono di non avere niente da dire, disconoscono una inspiegabile somiglianza.

Appunti sul materno. Riflessioni alternative

 

 

Noi psicologi analisti, psicoanalisti, psicoterapeuti di diverso orientamento ordine e grado staremmo sempre a parlare di madri e padri, e soprattutto di madri, e di funzioni materne di chi mette al mondo e cura e cresce. Il lavoro artigianale prima, e la ricerca standardizzata poi, i volti dei pazienti bambini, e le storie dei pazienti adulti ci hanno messo davanti, al di la delle nostre storie private e delle chiacchiere collettive, gli effetti un’infanzia difficile, deprivata o abusata, e tutte queste cose ci costellano la testa clinica ma anche quotidiana di cose da non fare. Non bisogna far piangere un bambino a lungo. Non bisogna avere paura che un bambino pianga. Non bisogna far provare al bambino paure che rientrino nell’intollerabile. Non bisogna privare il bambino dell’esperienza del timore tollerabile. Quando abbiamo esercitato, abbiamo patito il dolore terribile di chi ci raccontava un’infanzia terribile, e abbiamo osservato la strutturazione di sintomi duraturi cronici e penosi, e questo ci ha resi come invasati, dei savonarola della puericultura, e spesso ci è voluta tanta vita, magari una nostra genitorialità a nostra volta, a renderci meno molesti e intransigenti, meno morali e moralisti.
Di fatto il rinvio fantasmatico a un modello culturalmente condiviso di una maternità sufficientemente buona è una conseguenza logica della nostra struttura mentale e di quella di chi ci ascolta, d’altra parte più siamo allusivi, includenti letterari e accoglienti, più in realtà è forte il rischio di vendere fuffa. Il crinale tra prescrittività culturale e pressappochismo bonaccione è estremamente sottile.

Per non cadere tra i due versanti allora, gli sguardi psicologici specie più sorvegliati propongono classi di osservazioni e assunti molto precisi e controllati, ai quali volendo si può fornire una estesa nota bibliografica. Da qualsiasi scuola provengano questi sguardi psicologici mirano a un prodotto emotivo e culturale che è il Figlio del nuovo millennio, un bambino che si sente amato e che quindi può permettersi il lusso di amare e di esplorare, che quindi affronterà la notte e il piacere con la giusta miscela di timore tremore e godimento, che saprà avventurarsi ma anche essere fliessibilmente dipendente. A volte le diverse psicopedagogie correnti, e i diversi teorici virano questo modello di figlio a seconda della loro matrice socio culturale, almeno fintanto che non se ne accorgono e magari si sforzano di dominarla: io per esempio mi accorgo di portare avanti un modello di accudimento che premia il pensiero e l’istanza creativa, un certo stile logico improntato all’indipendenza concettuale rispetto al contesto e al dominio logico delle esperienze, altri premieranno un’idea di edificazione dell’infanzia che miri alla leadership e all’eccellenza. Pochi in questo occidente malandato e poco consapevole, pensano mai alla necessità dell’aggregazione, della sopportazione, del sacrificio, dell’obbedienza. Per il momento ce lo possiamo ancora permettere.

Non mi interessa ora, scoprire l’acqua calda della funzione che assolve la psicologia all’interno dei gruppi sociali, non costituisce per me problema l’essere moneta di un orizzonte culturale che trovo abbastanza comodo anche perché connotato da tanti sottogruppi interni, e mi piace mettere alla prova la mia moneta psicologica con quei sottogruppi, che rispetto a me parleranno altri dialetti ideologici, per quanto nell’ampia cornice di un ordine condiviso. Penso però che bisogna fare un po’ di attenzione a una sorta di effetto paradossale che mi pare venga dietro all’esegesi della funzione materna nel migliore dei mondi possibili. Perché mi succede questo, mentre per prima riconosco la necessità di un monito rispetto ai rischi di una cattiva genitorialità dall’altra guardo con sgomento quello che è allo stato attuale dell’arte una sorta di parossismo della funzione genitoriale, il quale per dispiegarsi spesso e volentieri si rifà al mito delle antiche madri, che altro non erano oltre che madri, quando invece quelle antiche madri, erano veramente molto diverse, la psicologia implicita della loro educazione era la moneta di un altro sistema culturale, un sistema di sopravvivenza alla sopraffazione e di inutilità della vita e della morte, e anzi, io credo si comportassero in ben altro modo: una naturalità della genitorialità che poteva serenamente sfiorare la crudeltà.

Io penso questo, specie a proposito dell’Italia – il luogo che si prende il peggio di tutti i mondi possibili, a causa di un boom economico più veloce della crescita culturale e tutto sommato piuttosto flebile come durata. L’Italia è il luogo dove il consumismo e le logiche di performance sono pervasive come il peggio del peggio di tutto l’occidente industrializzato, la famiglia è destrutturata e nuclearizzata come ogni tessuto sociale dove ha vinto l’industria e l’urbanizzazione, ma dove parimenti il welfare è molto carente come in tutte le culture troppo povere per pensare a un servizio pubblico capillare, ed è connotata da una visione della donna, della madre e della genitorialità più vicina alle economie tribali del centro africa che all’occidente avanzato – di fatto lavora solo il 45 per cento delle donne Italiane. Risultato: pochissimi figli, per famiglie dove la madre spesso è a casa.

Tutto ciò si traduce in una quantità di tempo che questa madre dedica alla prole fuori misura, come notevole eè il suo investimento emotivo e narcisistico sui figli, e dunque con una domanda ossessiva su quale dei propri comportamenti renderà quell’unico figlio il migliore dei figli possibili, nel mentre inavvertitamente si attuano una serie di scelte che ostacolano la crescita perché tarate su una madre perfettamente accudente di un bambino che essendo l’unico, o si e no il fratello più piccolo deve sempre essere più piccolo di quello che è realmente, perché è l’unica infanzia disponibile a dare un senso alla genitorialità di coppie che per l’appunto non fanno più figli, o cominciano tardi: bambini che sopra i 4 anni stanno ancora nei passeggini, madri che si sostituiscono a loro nei giochi infantili con i compagni, genitori che perdono orde a fare i compiti delle elementari, madri in continua autosorveglianza del faccio bene e faccio male. La psicologia allora viene chiamata in causa come garante di una genitorialità rispettabile rispetto a comportamenti che per la mera struttura dell’organizzazione familiare oggi, sono per me ipso facto a rischio di elicitare problemi, non per disinteresse ma per asfittico eccesso di cura. Per troppo pensiero sulla prole. Tutta l’organizzazione sociale di oggi, si basa sull’idea che si debbano fare pochi figli, perché per ogni figlio si prevede un notevole dispendio di energie, una reiterata intrusione genitoriale nella vita dei figli.

I comportamenti dannosi che noi analisti osserviamo, e che ci fanno arrabbiare e soffrire in tema di genitorialità sono, in linea di massima, comportamenti derivati da patologie gravi, e con ogni probabilità da esperienze di genitorialità altrettanto deficitarie. Nella maggior parte dei casi un monito potrà essere utile, si fa sempre bene a farlo, ma specie se pensiamo a certe storie terribili, non sarà una buona divulgazione a fermarli: perché un genitore che è cattivo con il suo bambino, attua una cattiveria variamente subita, e sarà difficile che possa essere arginato da un po’ di cultura condivisa. Certamente facciamo bene a parlarne, anche per lavorare a delle soluzioni alternative, per esempio nell’angariato servizio pubblico, per offrire bandoli di matasse, per davvero tanti buoni motivi.

Ma io oggi mi sento di fare un post in contromano, un post così di relazione inversa. Mi sento di dire, allentate la morsa sui vostri figli, siate un po’ meno genitori. Volendo e quasi potendo mi viene pure da dire, facciamone di più di bambini, che sono sempre belli, e più figli facciamo meno sarà terribile morire, e troviamo dei modi per non trattare questi poveracci come gli unici superstiti di una nave che affonda, gli eredi di un impero universale, i nostri soggetti fedelmente rispecchianti, ma che di più devono essere per forza migliori migliori di noi. Perché parte consistente delle patologie di oggi e di domani ha a che fare con l’asfissia dell’eccesso di cura, con l’onnipresenza della comprensione, con il parossismo del materno, che in un infinita gara alla perfezione genera figli all’infinito, che non riescono mai a diventare genitori.

Cultura, Insight, creazione, trasmissione.

 

Era il 1992 – non avevo manco vent’anni – ed ebbi l’occasione di andare a vedere una mostra al Grand Palais  su Toulouse Lautrec. C’erano moltissimi pezzi, io ero a Parigi per qualche giorno, non mi feci sfuggire l’occasione. Ero giovane all’epoca e per Tolouse Lautrec nutrivo un interesse molto modesto. Ne capivo la parte mimetica dell’epoca storica, e il messaggio meramente testuale delle tele, o dei primissimi lavori pubblicitari. Andai perciò con poco entusiasmo.
La mostra era fatta molto bene, e c’era anche una grande stanza con due tavoli, dei cataloghi in diverse lingue e delle sedie. Tu ti potevi mettere li e studiare il catalogo, a sua volta molto ben fatto con molte spiegazioni critiche, e una ricca nota biografica.
Ci persi molto tempo, e vissi una sorta di rivoluzione copernicana dell’estetica. La mostra mi piacque moltissimo, e rilessi i lavori in una maniera completamente diversa. Ancora oggi, uno di quei quadri esposti per me, è un’insuperata rappresentazione di un tragico psichico, di un lutto inevaso del maschile nel suo rapporto col sesso, per me insuperabile.

A quell’esperienza penso molto, perché mi ha molto impressionato il potere che ha avuto il sapere nel mio godimento. Cioè prima un autore non mi era piaciuto, poi invece mi era piaciuto. Nel senso proprio di piacere, di dire oh che bello, nel senso del piacere sensibile. Avevo letto delle cose, e ora, una donna nuda riversa, mi arrivava in un altro modo.
Sicuramente ero giovane e il commento critico del catalogo mi aiutava a mettere nello sguardo cose che erano fuori, o sull’orlo, della mia esperienza. Oggi, più di vent’anni dopo, probabilmente anche grazie al mestiere che faccio, ma anche alle cose della vita privata che mi sono messa alle spalle, come ognuno di noi – forse ne avrei meno bisogno. Ma è stata un’esperienza molto importante per me, un monito perenne.
A un livello diverso ho provato qualcosa di non dissimile quando all’università ho dovuto affrontare la Critica della Ragion Pura – che dovetti studiare molto e per molti giorni – mesi – e che cominciai ad afferrare intorno alla quarta lettura, con molti testi critici affianco. E mantengo sempre sveglia l’attenzione – perché sono anche affascinata dal fenomeno dal punto di vista strettamente cognitivo, che in effetti ha qualcosa di magico – per accorgermi di quel momento in cui, un insieme di nozioni immagazzinate in cronologica successione si costellano intorno al loro oggetto di riferimento e lo riconfiguravano in qualcosa di completamente altro cambiandogli forma e aspetto. Per altro verso – la stessa esperienza che mi capita di rivivere quando lavoro con i pazienti con certi loro sogni, e poi ci si mettono intorno le loro associazioni, e le suggestioni dell’inconscio culturale e archetipico. In sostanza quello di cui parlo– è la microfisica dell’insight.

Tengo a mente queste successioni di cambiamenti interni, le storie dei miei insight vissuti come più clamorosi, e li ricordo con particolare veemenza quando penso alle richieste che si fanno all’industria culturale. Sia in termini di prodotti estetici che di prodotti critici. Anche solo stamattina, a proposito di un film ho letto una persona colta e istruita scrivere qualcosa come: un film perfettamente riuscito è un film che capiscono tutti. E lo diceva con la pacata consapevolezza di un etica condivisa dalle persone più giuste. Oppure sulla mia pagina Facebook un accademico molto serio scriveva grosso modo: tutto può essere spiegato in maniera comprensibile. Questa teoresi condivisa dell’immediata accessibilità per tutti, per oggetti estetici e per contenuti di saperi specialistici,  ha una base nobile e autenticamente consapevole delle proprie responsabilità cos’ come è legittimamente critica verso certe civetterie di classe tipiche delle elite intellettuali. Ma per me rimane una posizione è demagogica sotto il profilo politico, financo persino classista, e elude alcune importanti questioni.

In primo luogo, bisogna tenere sempre a mente che noi non viviamo su un nastro lineare su cui si succedono esperienze, sempre nuove e dimentiche di ciò che è vissuto nel frattempo e prima. Noi invece produciamo oggetti che sorgono su una successione di strati che sono le biografie, la storia e la geografia presente intorno a quegli atti creativi, ma anche i linguaggi,  le letture e i pensieri e gli oggetti culturali che un determinato autore, pittore, filosofo, soggetto culturale individuo e gruppo produce. Quando questi oggetti presupposti sono tanti, sia l’estetica che il pensiero intellettuale possono sintetizzare quelle costruzioni di presupposti in termini sincretici – quelli che sono per esempio le soluzioni gergali. Alcuni testi di psicoanalisi per esempio possono essere davvero difficili da capire perché fitti di termini che servono a sintetizzare una lunga serie di acquisizioni e che potrebbe essere noioso, troppo lungo riproporre per filo e per segno ad ogni frase. Vale per la psicoanalisi, vale per l’economia politica, vale per la critica d’arte. Io a leggere il catalogo di Tolouse Lautrec ci impiegai un pomeriggio. Ore. Così come, per spiegare il concetto di identificazione proiettiva a un profano ci posso mettere una ventina di minuti, o un lungo paragrafo.

La questione del tempo a disposizione è allora altrettanto dirimente della questione della semplicità lessicale. Tante cose sono difficili e non accessibili non tanto per la costruzione del discorso che portano avanti, che invece è semplice, paratattica, non particolarmente arzigogolata, ma perché di fronte alla problematica del tempo e dello spazio – interlocutore sei disposto a perdere delle ore per capire questo oggetto che è solo il mattone di quell’altro di cui sto parlando? –  si abdica. Ci sono due possibilità: o dire una parola semplice che evochi alla bell’emeglio quello che la complessità voleva esprimere, ma in realtà è sempre un’altra cosa, proprio materialmente diversa, oppure devo usare una parola complessa, in gergo per esempio (es. Controtransfert, identificazione proiettiva,) oppure con una metafora che cita qualos’altro (non so, si pensi a certi scene di Antonioni) per cui o hai già un arsenale di conoscenze che ti permettono di cogliere quella cosa, oppure te le devi procurare, senza andare ad accusare la produzione intellettuale di una mancanza di qualità che invece riguarda di più l’ampiezza del tuo arsenale di conoscenze.

Io non trovo ideologicamente giusto sostenere che tutti devono trovare tutto accessibile. Trovo politicamente necessario proprio perché perduto, dire che tutti devono trovare gli strumenti che gli procurino gli insight e le chiavi di accesso alla comprensione di un oggetto complesso. Rivendico un modo diverso di concepire la divulgazione o la mera produzione di oggetti estetici. E rivendico volendo essere espliciti, un concetto diverso di sinistra. Non voglio più cazzate per tutti, non voglio manualetti per l’interpretazione fai da te, voglio libri per tutti, che siano scalini, mattoni che portino ad altri, che siano messi a disposizione, e che se ne spieghi la necessità.

Lettera che scrissi a Giulietta. Sui miei viaggi in Germania

Arrivai una sera d’inverno nella casa della luce di Magritte, suonai il campanello sotto al lampione, e mi aprì un odore forte di marijuana e cannella,  e dietro all’odore occhi grigi e pochi denti. Un uomo curvo, con una gran barba.  Ci demmo la mano, ci presentammo, un cane sbatteva la coda contro il muro e c’era moquette consumata. Mi portò in salotto. Sprofondò nel divano, sorrise. Dappertutto tabacco, briciole, disegni a china. Un asciugamano, la televisione accesa –  qui avrei vissuto. 

Non lo sappiamo, quando apriamo una porta, che dietro ci sarà un amico. Si comincia a parlare, si dicono delle cose formali, com’era il viaggio, che cosa devi studiare, quanto pensi di rimanere. E te non lo sai, che dietro al suo nome ci saranno serate impilate come tovaglie nei cassetti, a ridere fino al centro della notte, a ridere in un tedesco smozzicato come un torrone, a smozzicare dolci come fossero libri, a parlare di mondi fino a ieri nemici, a fare pace noi, al posto dei padri.

Germania. Gli ebrei e i filosofi hanno bisogno di guardarla almeno una volta. Io all’epoca mi sentivo molto entrambe le cose ed ero partita col cuore diviso: metà ammirato metà accoltellato. E nelle strade con le mani dei tronchi nudi e con l’asfalto disegnato, sentivo le macerie sotto i piedi, il sangue sulla pelle e l’alito dei libri che non smettevo di amare. Guardavo questi begli ariani con gli occhi d’acqua e le ciglia folte, guardavo le madri che chiudevano i cappotti dei bambini, guardavo gli uomini che toccavano le gambe delle ragazze. E pensavo: ma guarda questi tedeschi, gente che scrive lettere d’amore.

Mi piacevano certe sere lavate come tazze di latte, bianche di neve possibile, e mentre camminavo, dalle finestre entrava il giallo delle cucine e magari il rumore delle pentole, e alla fine, parrà strano, ma c’era profumo di metafisica, di parole lunghe come corridoi, parole come boccoli di parrucche. Eigentlichkeit, Herrschaftsansprüch, Bewusstsein… Guardando gli stivali sui miei passi  me le arrotolavo nella bocca e le interrogavo, perché la metafisica è qualcosa che dal cielo guarda alla terra  – non il contrario.

(Dimmi allora metafisica perché ad alcuni di noi hai dato un coltello e ad altri di noi non hai dato uno scudo.)

(Dopo Auschwitz anche scrivere una poesia è cosa barbarica)

(Ma forse ci si può guardare negli occhi l’un l’altro – noi che siamo venuti dopo, trovarci le scorie nelle righe dell’iride – e negli spacchi delle labbra la chimica del dolore-)

Nella casa della luce, il mio amico una sera mi stirò la sua vita, e tutti i giorni della Germania si appiattirono sul tavolo assieme ai suoi, il pane senza olio e senza burro, il muro fino al cielo e senza il sole, silenzio e colpa, silenzio e colpa, silenzio e colpa. E raccontò di quell’anno che magico fu per tutti, l’anno del sesso, e delle grida, l’anno della libertà e dei giardini nei cannoni, ma che per lui e i suoi compagni, fu l’anno in cui togliere le svastiche dal fondo della sabbia,  guardarle e rigirarle nelle mani. Tenerle e ferirsi, e mostrare ai padri le mani sporche di sangue.
E così Giulietta curiosa, io voglio bene a questa Germania  col mantello stracciato. Mi ha chiesto perdono, e io gliel’ho dato.

Alma, Anima. Il film junghiano di Anderson

 

 

Ieri sera ho visto il Filo Nascosto, l’ultimo – notevolissimo – film di Anderson. Mi è piaciuto molto, mi è sembrato che utilizzasse al meglio l’artigianato cinematografico: tutte le manifatture che solitamente concorrono alla riuscita di un buon film qui sono utilizzate per confezionare la forma intermedia e sottile che un po’ sembra sogno che un po’ realtà, un po’ verosimile un po’ incredibile fino alle soglie del realismo magico, fino all’archetipo della fabula. Il film pretestualmente parla di un romanzo specifico: quello di un grande aristocratico quanto nevrotico sarto, che finisce per innamorarsi di una donna carismatica e decisa con una sua venatura sadica. Parla però anche delle dinamiche psichiche del maschile e del femminile, del maschile interno alla donna che sceglie un certo uomo e dell’uomo che sceglie una certa donna. E’ un film che si presta a una lettura specificatamente junghiana dove i costrutti del genere si chiamano Animus per il maschile e Anima per il femminile: la protagonista del film – si dice in omaggio a Hitchcock (continuamente citato) si chiama per l’appunto Alma. Anima.
Ora io vorrei parlare di questa lettura psicodinamica del testo filmico, che vorrei qui trattare come se fosse un sogno. Ma preliminarmente voglio sottolineare come tutte quelle vie dell’artigianato cinematografico abbiano concorso a questa resa estetica: per esempio le musiche sospese che ricordano Arvo Part, la fotografia – veramente bellissima – piena di scene volutamente simmetriche, coreografiche neoclassiche, una retorica degli spazi che mette al centro il simbolo, l’uso dei colori che -come mi ha insegnato Cromorama di Falcinelli – usa una pellicola satura di colori freddi – blu grigio bianco – per raccontare la storia di una coppia interna congelata dalla distanza e dalla diffidenza verso il sentimento – contro i colori caldi, il baluginare della fiamma del contrappunto nel raccontare di lei alla fine, e di come sia riuscita a far approdare l’eroe del film all’amore e alla relazione, al torrido rischioso dello scambio reale.

Mr Woodcock è un sarto di grandissima fama nella Londra degli anni 50. Ha un atelier dove vive con la sorella, e dove disegna e prepara vestiti per l’aristocrazia sociale londinese: nobildonne, attrici, ereditiere. Un’ossessione edipica cosciente, è il pretesto psichico a cui lo stilista appende una serie di solide ed estetiche psicopatologie: l’amore mai spento per la madre, è il vessillo che sostiene il terrore per qualsiasi relazione reale, novità emotiva, scacco dell’inconscio. E’ un edipo talmente cosciente da essere pretestuale e questo ricorda davvero un po’ la critica che Jung fece a Freud e la causa della sua separazione da Jung nel lontano 1911. L’organizzazione edipica e la persistenza della sessualità edipica come origine del mondo psichico gli sembrarono all’epoca insufficienti – così come in questo film la vicenda psichica del materno ha un sapore pretestuale. Il terrore rispetto alla possibilità della dipendenza, e alla preconscia consapevolezza di quanto potrebbe cadere nella subalternità emotiva, fanno stare Mister Woodcock arroccato in una torre di cattiveria, di cinismo e di distanza controllata da qualsiasi cosa sia vitale: non solo non riesce a tollerare qualsiasi rumore di un’esistenza materiale: nessuno deve non solo parlare durante la colazione, ma neanche adddentare una fetta biscottata, ma lui alla fine le donne le veste, non le sveste, cuce loro scintillanti armature, che stilizzano il corpo in una forma che disincarna la carne. Abiti bellissimi quanto scomodi – stimmate di potere ma non di erotismo. Abiti pensati per persone che dovranno fare fatica a sfilarseli. Un vestito a sirena – che all’epoca imperversava nelle serate di gala – non sarebbe mai uscito dall’atelier di mr Woodcock.
Troppo allusivo.

Quando incontra Alma, è uno scintillante scapolo d’oro che si tiene in vita con le sue risposte narcisistiche, e si compiace delle sue necessità spacciandosele per scelte di lussuoso potere. Alma è la cameriera di un ristorante di campagna, con una sua eleganza e una forza di carattere che ha sfumature inusitate per i clichet dell’epoca –reali e cinematografici – e per gli standard relazionali di Mir Woodcock. Per tutte le altre la teoresi della tirannia del sarto, le sue bizze e le sue manipolazioni cattive, erano coerenti ai complessi di inferiorità che le affliggevano e venivano lette come forme di comportamento coerenti con la logica di status. E’ un artista, è una persona ricca che ha fatto molti soldi, che frequenta persone ricche è logico che mi maltratti a me ragazzina senza doti forse solo un po’ carina ma comunque piuttosto povera. Alma fin da subito stana l’organizzazione patologica dell’uomo di cui si innamora, è forse attratta dalle modalità sadiche di lui che il film rivelerà come ben si gemellano con le proprie, lo sceglie, lo vuole per se, lo conquisterà.

E lo conquista, non tanto cercando di contrapporsi sul piano di realtà ai capricciosi esercizi di potere di lui, ma innamorandosi e cercando di stanare il mondo interno bisognoso e attratto dalla subalternità. Lo stana in un modo eterodosso, ossia somministrandogli mischiati vuoi nel tè vuoi nel cibo, dei funghi velenosi che lo fanno stare malissimo fisicamente per giorni e quindi lo costringono all’esplorazione del bisogno e della dipendenza, al pensare all’altro. Il film è dunque il bildungsroman di un maschile malato, che non può non avere una femminilità malata come miglior opzione per stare un po’ meglio: una donna sana non avrebbe mai accettato di stare accanto più di un quarto d’ora a un simile pallone gonfiato al primo mangia piano avrebbe infilato la porta e arrivederci e grazie – ma Alma è sadica perché ama il sadismo, è attratta come una madre da questo maschile sempre sulla difensiva, e per questo solo lei è in grado di portarlo a un gradino di funzionamento psichico superiore di quello su cui si è accomodato. La scelta di regia dei funghi velenosi è molto onirica e favolistica – un sogno che un certo tipo di persone sarebbe cioè auspicabile facesse, perchè l’amore ha a che fare con la morte,  con il rischio e il fungo velenoso ma non mortale, è una metafora davvero auspicabile. Alma, poi riesce a farsi sposare ma anche a esporlo all’esplorazione del bisogno di lei, anche senza avvelenamenti. A Capodanno va a ballare, contro il volere di lui e lui rimane solo a fare i conti con la necessità a cui iscrive maledettamente la caduta del narcisismo nella condanna dell’essere con. E’ costretto ad andarsela a prendere. E il film finirà con loro che riescono ad avere un bambino e a ballare insieme, – al centro della scena di una festa finita. Scelta retorica della fotografia che aiuta a capire la portata simbolica.

E’ un film bellissimo davvero, molto sofisticato. Credo che abbia qualcosa di così psicologicamente veritiero e forte nella comunicazione per cui alcuni l’hanno trovato reazionario – un giudizio frettoloso e poco meditato considerato i personaggi e il regista – e molte se ne sono sentite irritate. Io credo che non vada letto come il film che narra semplicemente una storia reale, io credo che sia un film che si muova sulla fabula, sul sintomo sul complicato rapporto tra maschile e femminle, oppure tra autarchia e dipendenza, forza e debolezza quando si irrigidiscono negli opposti. Forse anche fra arte e vita. Ma vale la pena vederlo per scegliere il piano simbolico che più si trova interessante per se, l’importante però è che si sappia di dover accettare un gioco rappresentativo e farsi prendere per mano.

Neve a Roma

Siamo gente di persiane larghe come prati, animali da piazza e da carne come le lucertole e i gatti, bruniti, concreti, terragni. Facciamo all’amore sui pavimenti, ci puliamo la bocca col dorso della mano, abbiamo bisogno di poche nostalgie. Siamo animali da sole, da terrazze larghe, sappiamo della morte e non ci facciamo domande.

Siamo grassi, furbi, innamorati alla nostra maniera di bestie pigre. Ci orientiamo agili, nell’asfalto caldo, nella luce che spacca, ci riconosciamo l’un l’altro – la linea delle rughe, il tragitto della risata, il tono dei passi. Siamo gente da osteria, apatica alla metafisica.
Surreale è il colore che si scioglie sui sassi troppo caldi.

Ma.
La città è stata bianca per il momento di un respiro, e noi ci siamo appiattiti dietro alle finestre.
Ci siamo avvoltolati nelle tende – a spiare l’incanto nevicare sul disincanto, le fate scacciare i sorci, la vita rovesciarsi come nello specchio di un lago. Abbiamo risognato i nostri ricordi, San Pietro fatto di nuvole, le ville coperte di vetro, i nostri bambini come angeli nel silenzio. 

Neanche il tempo per trovare un cappello.

Recalcati, la clinica, la politica, la svalutazione dell’altro.

Ha destato molta perplessità, oltre entusiasmo presso gli accoliti più affezionati, un recente post su Facebook di Massimo Recalcati, riguardante l’esito delle prossime elezioni. Lo copio qui:

Il PD, nonostante un buon governo, fatica nel raccogliere consensi. Questo sembra entusiasmare molti. Il nostro paese sarà consegnato nelle mani di una Srl guidata da un comico bipolare a sua volta rappresentato da uno ex-steward del San Paolo di Napoli con evidenti difficoltà di ragionamento e lessicali, oppure ad un pregiudicato ultra ottantenne incandidabile, residuato del discorso della pubblicità attorniato a sua volta da gruppi razzisti e xenofobi. Difficile per la sinistra rinunciare alla maledizione dell’utopia per fare politica.

  Come potete leggere Recalcati riflette sul dissenso da cui è circondato Renzi e traccia un ritratto del movimento 5 stelle in una direzione svalutante che si serve delle categorie della clinica.

Il post mi ha sollecitato molte riflessioni. Ho pensato che politicamente, questo sostegno di Recalcati è quel che si dice un abbraccio mortale: infatti incoraggia a votare PD chi lo voterebbe anche senza il suo incoraggiamento, ma scoraggia con forza tutti quelli che lo hanno abbandonato da poco, o lo stanno per abbandonare – sicuramente non invoglia chi non l’ha mai votato. C’è nell’esercizio della retorica di Recalcati, nella convinta autopromozione che di solito è la salsa del successo elettorale, qualcosa di profondamente autolesionista. Io non sono una grande esperta di marketing elettorale o meno, ma credo che una regola aurea sia quella di non esplicitare una presunta asimmetria tra la propria autorevolezza e quella dell’interlocutore che si vuole acquisire. Questa asimmetria, che cinicamente è un dato implicito all’offerta di una proposta – io partito ti offro qualcosa che tu non hai – va tenuta sotto traccia. Un conto è cioè dire: io so fare benissimo questa cosa! Approfittane, un altro è dire, io so fare benissimo questa cosa approfittane perché sei una mezza sega. La comunicazione politica – non tanto diversamente dalla deprecata impresa, ma volendo anche dall’attività della critica letteraria e cinematografica – deve sempre giocare un delicato equilibrio tra il narcisismo proprio, e quello dell’interlocutore, o anche meno ironicamente – tra la consapevolezza del proprio sguardo sulle cose, e quella altrettanto sacra di chi sta accogliendo il messaggio. Un elettore ha una sua visione del mondo con cui si può litigare, ma che non si può svalutare.

Svalutazione, una ricorrente difesa delle strutture narcisistiche.
Diversamente da molti detrattori di Recalcati – in queste ore, io in questo messaggio non critico tanto tout court la chiamata in causa di una categoria diagnostica in ambito politico. Sono un clinico anche io, e posso dire che forse con Recalcati politico lo sto ripagando con la stessa moneta. Se la clinica, la diagnositica sono letture della realtà sempre valide, non vedo precisamente perché non debbano esserlo nell’ambito del benessere comune. Molte diagnosi sono funzionali all’ascesa al potere, e alcune diagnosi gravi sono state funzionali alla distruzione del contenitore democratico. Trovo legittimo chiedersi allora, a ridosso delle elezioni se qualcuno dei leader in campo non attui comportamenti tali per cui il contenitore democratico sia messo a rischio, o non avvii una catena di azioni e reazioni che da quella diagnosi prendono corpo quando entri in partita con aspetti della patologia sociale, provocando effetti pericolosi. Queste domande per una persona che di mestiere fa lo psicologo o lo psicoanalista possono passare per la sua sintassi professionale. Io trovo ipocrita negarlo. Anzi, per me soprattutto in tema di leadership, siccome ne va del benessere comune quello sguardo è necessario. Patologie gravi, ci sono in passato costate molte morti.

Tuttavia credo che sia cruciale riflettere sul modo con cui queste considerazioni vengano maneggiate nella comunicazione pubblica, perché quella comunicazione avrà un doppio riferimento. Da una parte coinvolgerà il pubblico degli elettori, dall’altra quello dei pazienti. E forse il problema rilevante, per un collega non è tanto l’usare l’alfabeto che gli è proprio nella propria vita politica ma il farlo in una maniera svalutante, approssimativa, e patologicamente carica di disprezzo. Una volta per cui si decide di aver individuato in un certo comportamento il segno di un funzionamento psico (pato)logico – ci si può ricordare che è lo stesso che si è presumibilmente individuato per esempio in qualcuno che frequenta la propria stanza di cura e che è stato messo in relazione a una scelta difensiva che ha avuto una ragion d’essere per la sopravvivenza del paziente, così come è evidente che ha portato a delle conseguenze negative per il paziente stesso.

L’obbiettivo ultimo di questa individuazione però, dovrebbe essere la comprensione del paziente, l’individuazione degli effetti negativi che procura quel set di comportamenti, non il vantaggio narcisistico per averli individuati e la denigrazione dell’assistito perché ne è portatore. In questo senso la narrazione che si fa in stanza di cura può avere un buon parallelismo con quella che emerge qualora ci si presti al campo politico. Infatti, a usare il discorso clinico in quel modo, ci si mette nella posizione di: o cacciare un paziente, oppure se quello rimane li con zelo a prender randellate, rinforzarne una struttura gravemente compromessa. Rimanda anche a un modo di stare in terapia per cui talmente è dilatata l’asimmetria tra le parti in causa, l’ipersvalutante e l’ipersvalutato, che difficilmente l’ipersvalutato riuscirà a essere veritiero rispetto al clinico, e tutto farà tranne guardare quello spettro di scelte disfunzionali che magari sono davvero tali ma che ora sono un oggetto intangibile.  La terapia ne sarà sporcata.  Ora io non se questo capiti nella stanza di Recalcati, certo è che provo un senso di dispiacere se vado a pensare a un suo assistito a cui uno psichiatra abbia prescritto del litio. Ma politicamente penso anche se un clinico sceglie di adoperarsi per la cosa pubblica, deve farlo con tutte le conseguenze che questa presa in carico comporta. E questa presa in carico implica: attenzione riconoscimento, preoccupazione, essere disposti a entrare in una dialettica politica, certo anche una assunzione del rischio nell’esprimere un parere delicato.

Ora, siccome parliam di lacaniani e vanno pazzi per queste coserelle qui, e siccome chi scrive è un’analista femminista e junghiana, io mi chiedo, ma almeno in campagna elettorale, se non per etica almeno per sagacia non sarebbe il caso di temperare il baldanzoso esercizio del padre con un po’ di funzione materna? Ritirare fuori quella teoria reazionaria di Jung, e giustamente criticata per cui compito del maschile, e in particolare del maschile che esercita professioni che riguardano la cura dell’altro, è quello di far crescere la propria componente femminile interna? La propria capacità di madre? E’ una retorica reazionaria, ma ai reazionari potrebbe essere utile.