Metodo Dewey

 

I libri pensa ora, appena tornata a un volume di polvere e maschi soavi che aveva abbandonato, sono di tutti, sono di quelli che li leggono bene e li leggono male, di quelli che ci fanno le orecchie, e di quelli che li foderano. I libri si sottolineano ma anche si abbandonano, e anche pensa, i libri sono di quelli che ci fanno l’inventario di ciò che non sanno e di quelli che ci cercano solo le storie d’amore.
(I libri pensa, non sono cose per altari.)

Non s’arrabbia con i filosofi amati che si difendono poco per eccesso di eleganza, né con la tenerezza di quelli che cercano la scorrevolezza e il rapimento, come se i romanzi fossero i nastri della merceria, i capelli lisci delle bambine che devono essere sempre pettinati.  Addirittura prova una  sottile di gratitudine per le poesie orribili, testimoni di una   mancanza di talento persino sovversiva, le rime baciate per costruzione forzata, i versi di una inventiva maldestra.
Da ragazzina aveva un amico che la portava a vedere solo teatro malfatto.
(Le librerie come il bagnasciuga delle lunghe costiere dove muoiono le conchiglie, i sassi di diverse grandezze, le alghe anonime, le meduse grasse e innocue, la piccola plastica della nostra inettitudine.)

Capisce pure che i libri, sono scale o sentieri, o ascensori, così come si diceva un tempo delle società più giuste, dove si deve poter salire di piano, anche se la nostra li spacca tutti gli ascensori, ma questo è un altro discorso, i libri si dicevano sono questa cosa che ti prende da una casa e ti porta in un’altra, ti prende da un orto di parole e ti porta in un maniero, di libro in libro si finisce per poter scorrazzare su pianeti interi.

E per questo, se c’è una sola cosa che la sfida in questa sindacalizzata accettazione della cultura, sono quelli che sono arrivati forse per altri vantaggi in cima alla scala, o anche per una oscura tigna della cima, più che per amore  dei paesaggi,  e arrivati dove sono arrivati, sono ancora affezionati alle monotone minestre dell’infanzia, e su poltroncine ammodino avendo sempre scambiato formaggini industriali per prodotti francesi, dicono nefandezze sui grandi scrittori, plateali sciocchezze, un po’ per questa affezione a codici stantii,  un po’ perché il puerile scandalo borghese, negli occhi altrui – gli procura un vantaggio di ritorno, un fascino riflesso. 
Ma non bisogna arrabbiarsi neanche con questi.
(La democrazia della malagrazia).

 

(qui)

Sul mentire

 

Una fantasia ricorrente che mi viene riferita con curiosità dalle persone che non sono mai andate in terapia, riguarda la menzogna.
Mi chiedono: come fai se un paziente mente? Te ne accorgi?

La domanda mi fa sorridere. Non è che non capiti mai, ma la menzogna intenzionale, nella libera professione, è moderatamente frequente. Quando mi viene fatta questa domanda, percepisco una proiezione sul paziente immaginario, il quale diviene incaricato di incarnare la diffidenza verso la mia figura professionale, o un desiderio di sfida verso una specie di disciplina madre che sa e giudica, rispetto alla quale un immaginario paziente figlio fa delle marachelle o dei dispetti.  Quando mi si fa questa domanda cioè, penso si trascuri la sequenza di oneri che una psicoterapia comporta, quali non solo l’onorario del terapeuta, ma l’impegno in agenda, spesso addirittura due volte a settimana, che chiede una priorità esplicita su altre cose importanti nella vita. Tralasciare quest’onere fa trascurare l’importanza degli stati d’animo di malessere, di scontentezza o  disperazione che fanno prendere sul serio una terapia, che fanno assumere scegliere una responsabilità. La menzogna plateale capita, anche li in fondo molto meno spesso di quanto si sia portati a credere,  a quelle persone a cui per varie questioni terzi abbiano imposto dei colloqui psicologici. Partner che trascinino qualcuno in una terapia di coppia, giudici che impongano un ciclo di incontri a un giovane adolescente.
La menzogna plateale è una contraddizione in termini, eventualmente in quanto tale, un sintomo piuttosto poderoso.

In generale comunque lo psicoterapeuta, specie di estrazione psicodinamica, per il suo modo di concepire tutto quello che cade nel dialogo, tutto ciò che viene detto in stanza, ma anche fuori della stanza, ha un rapporto peculiare con il concetto di bugia, e anche con una serie di concetti molto orientativi nel senso comune che hanno a che fare con il binomio vero/falso autentico/recitato come per esempio tutta la retorica del personaggio, della corazza, della mascherata. Queste antinomie concettuali che nella nostra quotidianità per diverse persone assumono dei contorni ideologici, in stanza di cura tendono un po’ a sfumare, è come se il passaggio da fuori a dentro la stanza, togliesse quel filtro che avevano a disposizione le vecchie macchine fotografiche  – il polarizzatore – che tendeva a rendere i confini delle immagini più netti, e introducesse una prospettiva sfumata, più organica.

In stanza infatti appaiono nuovi vertici di osservazione che destrutturano il concetto di finzione. Un vertice riguarda lo statuto epistemologico di tutto ciò che viene detto, e un vertice riguarda la funzione di ciò che viene detto nel contesto di una relazione. In termini pratici: una persona è seduta di fronte a me e si sta per esempio vantando di un grande successo sul lavoro, infarcendolo di talmente tante piccole cose, che in realtà  stanno stravolgendo gli eventi. Il teraputa allora si chiederà:  questo racconto quali parti interne del paziente rispecchia, e cosa dice l’atto di aggiungere quei particolari del suo modo di stare in relazione con me, e non solo con me?
In un certo senso, tutto è verità in terapia. Ma è una verità molto complicata perché in ogni stringa discorsiva, in ogni frammento delle cose raccontate, il linguaggio, il corpo, i silenzi, ognuna di queste cose che fanno il corpo della parola, dicono le loro verità parziali, intrudono.

Per esempio: il nostro uomo che ci racconta un parzialmente falso, successo professionale, ripete molte volte lo stesso inciso, si passa la mano nei capelli, non vuole smettere di parlare, copre con le parole il silenzio possibile,  e allora questi secondi atti discorsivi  – ci si chiede – cosa aggiungono al suo racconto?  Forse ci spiegano bene la funzione specifica che assolve quella falsa celebrazione di se?
Forse ci testimoniano la consapevolezza della riconfigurazione forzata? Forse ci dicono a quale necessità emotiva obbediscono? E quell’immagine di se, di persona che ha ricevuto molti bei riconoscimenti, di cosa è la verità? A chi sta cercando di piacere? Tutti quei premi sono la desiderabilità sociale che il nostro uomo ha in testa, ma secondo chi per primo?

Nelle sedute successive, potrebbero emergere delle questioni familiari interessanti. Genitori per esempio molto più sintonizzati sulla prestazione che sull’affetto verso il bambino che è stato, e ora il nostro uomo che ha davanti una donna che si prende cura di lui ascoltandolo nei suoi poblemi come magari si aspettava facesse sua madre, attiva una recita di se che pensa sia per lei seducente come quando ai tempi della scuola era preso in considerazione perché aveva preso qualche bel voto, oppure altre operazioni ancora più sottili che la dinamica di transfert potrebbe aver suggerito, la bugia palese, il successo mal raccontato, possono essere dispositivi messi in atto in maniera non consapevole per fare in modo di non essere apprezzato, per rendersi denigrabile – perché è uno dei pochi stilemi relazionali che il paziente conosce, e perché parte del suo problema è la tendenza a fare in modo che gli altri lo disprezzino.

Trovo utile questo tipo di sguardo anche fuori della stanza. Al di la di circostanze relazionali e temi che esigono un patto di lealtà per cui il mentire intenzionalmente rientra in una delle varie forme di tradimento o di dolo, io sono fieramente ostile alla retorica dell’autenticità, e alla rampogna del personaggio. Mi pare che questo tipo di retoriche – di solito destinate a penalizzare stili relazionali istrionici, e che hanno nel bene e nel male un successo – siano vincolate a delle problematiche che sono almeno altrettanto importanti psicologicamente in chi esprime dei giudizi: perché per esempio assumi che una persona con cui hai un rapporto superficiale sia autentica con te? Sia trasparente? Abbia l’obbligo di mostrarti le sue debolezze? Per quale motivo tendiamo a giudicare autentica una dichiarazione di fragilità, una situazione problematica, una difettualità e non una parata istrionica seduttiva? Cosa ti da per certo che un linguaggio costruito sia non se, più di un linguaggio semplice, con la consapevolezza che tutte le strutture linguistiche sono celebrali, apprese secondarie, manipolabili e costruibili?

Per certi versi trovo che la dicotomia tra verità e menzogna sia una semplificazione che ottunde e rende sopportabili diverse questioni complicate delle persone, questioni che riguardano la propria stima, la propria capacità di essere liberi per dei versi, per cui si sanziona nell’altro la sua libertà di movimento, il suo sapersi celare o anche disegnare, ma per altri, si consola con la sanzione la propria sofferenza a non avere potere. Quello stronzo non mi sta dicendo tutto di se: il problema non è il mio bisogno, il problema è la sua falsità.
La radice autoassolutoria del pettegolezzo.

Naturalmente, di contro, nel nostro mondo relazionale al di la delle retoriche novecentesche, che da Pirandlelo in poi ci hanno fatto prendere coscienza della scivolosità di certi costrutti, il binomio vero  – falso, ha una sua incontrovertibile funzione fondativa del contratto sociale, e della relazione tra soggetti, e fondamentalmente senza sanzione della menzogna non si può costruire nessuna collettività, nessuna diade. Ed è giusto che ci siano contenuti che siano passibili di giudizio e soggetti chiamati a giudicare. Esiste la menzogna ed esiste il tradimento, ed esiste il dolore, come deve esistere la sanzione. Ma nella microfisiologia delle relazioni, in particolar modo quando siamo soggetti di secondo ordine, e non destinatari di primo grado, secondo me rimane sempre utile chiedersi quella persona che ci sta dicendo qualcosa di non corrispondente al reale, per me. A cosa sta corrispondendo? Quali parti vere sta dichiarando? Che cosa rappresenta per lui il destinatario del suo discorso?
Assumere che tutto è sempre vero, e capire come, è una cosa che può riservare utili sorprese – e forse aiuta a ricucire qualche tradimento.

Con i pazienti omosessuali

 

Recentemente mi sono ritrovata a riflettere  – come clinico – sul mio modo di pensare ai pazienti omosessuali. Penso di essere aiutata dal mio vertice di osservazione di partenza, e penso che l’influenza di questo vertice di osservazione vada iscritta nei binari da elaborare su questo come su altri temi nella costruzione del proprio modo di lavorare.
Mia madre era figlia unica, e ha cercato negli amici dei familiari di elezione, delle persone a cui appoggiarsi nella vita in mancanza di parenti e fratelli.  Tra gli zii che mi ha procurato ci sono stati alcuni omosessuali, persone molto simpatiche e brillanti, e in qualche caso con una vita sentimentale burrascosa che era al centro delle nostre preoccupazioni e dibattiti e certo anche divertimento. I miei zii di elezione avevano uno spiccato senso dell’umorismo.

L’omosessuale, per i miei genitori che nella mia adolescenza attraversavano i tremendi anni 80, portava addosso, ipso facto, quel minimo garantito di eccentricità, quella effrazione del codice culturale, ma non penale, che li faceva sentire a loro agio.  I miei genitori avevano una compagine di amici buoni, efficaci, ma spesso psicologicamente sgangherati, perché sgangherati lo erano a loro volta, e la sgangheratezza – i farmaci, i guai finanziari, i divorzi multipli, i riti ossessivo compulsivi fino a certe sintomatologie teatrali , per quanto nei limiti di una fattuale borghesia, erano la loro cuccia. La psicoterapia non era nel panorama possibile di nessuno di questi figli del novecento, presi a schiaffi in vario modo dalla generazione dei padri, quello orfano, quello perseguitato, il terzo menomato e via di seguito, e l’idea di fondo era quella di costruire una barca comune in cui cercare di stare comodi alla bell’e meglio per come si poteva.
Crescendo ho visto due cose: certe gabbie esistenziali farsi più potenti e invincibili fino a una morte coerente, ma anche una libertaria accettazione del come si è, che mi sono portata appresso, e che considero un regalo etico, e particolarmente prezioso per il mio mestiere – un mestiere per cui non bisogna scandalizzarsi mai, non bisogna allearsi mai con normative di costume, dove si deve dare come percorribile qualsiasi opzione. Un mestiere da percorrere col cuore libero.

Pensavo a questa cosa, riflettendo sul mio lavoro con i pazienti omosessuali, constatando da una parte un certo agio, l’omosessualità per me non è un apocalisse, e dall’altra chiedendomi se quell’accettazione genitoriale di un tempo, fosse a sua volta una qualche forma di discriminazione non voluta, per la significanza ricca di conseguenze ambivalenti che aveva nel mio contesto familiare lo statuto di eccentrico.  Tutto sommato però penso, che tra i tanti equipaggiamenti possibili questo è uno dei più utili e flessibili e ora mi chiedo se non sia d’ausilio nel mettere mano a certe domande che per un verso sono scabrose per lo sguardo politico, per un altro sono per me ineludibili per lo sguardo analitico.

Pensavo. E’ corretto nella psicoterapia con un paziente omosessuale, arrivare a un punto e dedicare uno spazio nella terapia che ragioni sulla ratio dell’orientamento sessuale, che lo metta in relazione alle vicissitudini personali della persona stesa sul lettino, o davanti a noi in un colloquio?
La domanda è complicata perché indica un punto insidioso e pericoloso, anche se secondo me quelle insidie e pericoli sono dovute in parte al rischio di allenarsi con codici culturali discriminatori, in parte a una idea puerile, distorta, naif della psicologia analitica o della psicoterapia. Ma anche eludere la domanda, come spesso tra clinici si è portati a fare, anche con un certo successo nella terapia bisogna dire, è un’operazione monca, e a parer mio una perdita di occasioni.

La questione di partenza è che si teme che, a storicizzare la scelta oggettuale nelle vicissitudini familiari e infantili di qualcuno, la si patologizzi, e la si stigmatizzi. Per quale motivo non si storicizza la scelta eterosessuale? Per esempio si dice, e ancora si prosegue dicendo, correlare un orientamento sessuale alle vicissitudini familiari, non vuol dire mettere l’omosessualità in parallelo con altri itinerari patologici? Fare questa cosa alla fine, non vuol dire rendere la prospettiva psicoterapeutica il braccio armato di un fronte culturale omofobico? A quel punto, non si va a finire nelle terapie riparative? Cosa abbiamo lottato a fare, per togliere l’omosessualità dal DSM oramai 36 anni fa?

Io trovo queste domande lecite, e penso che indichino qualcosa di vero. Sono ancora troppi i colleghi che verbatim hanno un atteggiamento davvero libero rispetto alle persone omosessuali, ma che all’atto pratico conservano cascami discriminatori, anche di basso voltaggio, velati e impercettibili. Spesso sono anche sollecitati dall’utenza, pazienti che implicitamente chiedono di essere disconfermati nel loro timore di essere omosessuali, o famiglie che portano un adolescente in terapia perché temono che un orientamento difforme alle aspettative prenda davvero corpo.

Tuttavia se penso ai ferri del nostro mestiere, io non posso fare a meno di sapere che la costruzione e ricostruzione narrativa del proprio passato, il rivedere e ripensare la propria storia, la propria infanzia, sono la grammatica del nostro lavoro di cura, una grammatica che ha una serie di importanti zone di coagulazione, il rapporto con le le persone che si prendono cura di noi, il rapporto che queste persone hanno tra di loro, come noi le viviamo dentro di noi, come le pensiamo col tempo, e che difese mettiamo in campo quando in quei campi relazionali ci hanno dato delle cose che tagliano e che ci fanno male. E perché non può essere iscritta, nella storia della strutturazione di se, in un storia che in qualche modo deve essere sempre orgogliosa, o quanto meno lo deve diventare, perché non ci si può iscrivere farci trovare un posto la genesi dell’orientamento sessuale, o su cosa un certo orientamento si è adattato?

La correlazione alla patologia in verità è una cosa che dipende dallo sguardo culturale ma anche a una certa beata sciocchezza normativa nel pensare alla nostra professione, e a quello che facciamo, a quelli che sono i nostri obbiettivi.
Per la verità infatti non è vero che in un ambito psicodinamico la scelta oggettuale eterosessuale non sia  storicizzata e sia data per scontata. L’edificio psicoanalitico nasce come cronaca ricostruttiva di quella scelta oggettuale.  Le teorie evolutive di Freud, per sorpassabili che fossero, erano questo: la disamina di come emerge una scelta sessuale e relazionale dei bambini sulla scorta della loro esperienza di figli. E per quanto noi clinici di area psicodinamica si lavori cento anni dopo quelle teorie, e le si abbia arricchite e sorpassate con molti altri approcci e soluzioni psicologiche, spesso, almeno io per onestà devo dire, spesso con i miei pazienti eterosessuali ricorro a quella storiografia dell’eterosessualità, funziona, ritorna, fa fare dei progressi alle nostre storie di cura. La grande questione identitaria che ruota intorno all’organizzazione edipica, è una chiave di accesso al funzionamento delle relazioni che difficilmente abbandonerei. Certo non è l’unica e certo oggi, ci sono altri contributi teorici capitali, che è un peccato mortale trascurare (il pensiero mi va alla corrente di idee che muove da Klein e finisce nella psicoanalisi relazionale, passando dalla teoria dell’attaccamento e che mi hanno insegnato infiniti modi di decodificare lo stare in relazione e di riscriverlo e ricostruirlo tanta più infelicità comportava nel paziente che avevo davanti – ma è solo un esempio)  – ma quello che voglio dire qui, è che mi sento disonesta a dire questo pacchetto funziona con tutti i pazienti, ma no con gli omosessuali no, queste cose con gli omosessuali all’improvviso non contano.
Come si fa allora, utilizzando quelle domande che riguardano la storicizzazione delle scelte oggettuali, a non cadere in trappole discriminatorie, pericolose omofobiche?

Ammetto che io non sento particolari difficoltà con i miei pazienti, mentre sento particolari difficoltà nello scriverne e parlarne con i colleghi perché io per prima ho a cuore una battaglia politica libertaria e deontologica,- Il mio pensiero di cura sui pazienti omosessuali è nell’obbiettivo di renderli ex pazienti se non felici, ex pazienti più liberi e più forti nell’esercizio di se. Quindi pazienti in grado di costruire relazioni durature con persone da cui si sentano attratti, pazienti in grado di affidarsi al corpo dell’altro se è arrivato il momento, pazienti che esercitino orgogliosamente la soluzione esistenziale che la loro storia personale ha messo in campo, e la loro storia analitica ha riscritto rinarrato, rispiegato e in qualche caso corretto. Lavorando io analiticamente, faccio entrare in questo lavoro di rinarrazione – di tutti i miei pazienti etero o omo che siano – la storia delle loro scelte oggettuali, e noto che questa operazione ha per i pazienti omosessuali un duplice vantaggio. Da una parte aiuta alla costruzione di un orgoglio di se, di una consapevolezza forte, io sono questo e desidero questo, io so cosa sono,  dall’altra aiuta nella risoluzione di una terribile piattaforma nevrotica di questi pazienti che è l’omofobia interiorizzata.

Limitarsi a far capire quanto si condividono segretamente stereotipi omofobici è di aiuto, ma è un aiuto parziale, i pazienti che introiettano profondamente un lessico svalutante, convinzioni discriminatorie, al punto da limitare la propria libertà personale, non riuscendo a portare avanti nessun coming aut, vivendo situazioni relazionali nascoste, limitanti, e frustranti, allo stesso tempo si vivono in maniera molto nevrotica, i pregiudizi omofobici si saldano con dei loro funzionamenti distorti, autolesionisti, autosvalutanti. La voce di quelle parti della società ostili alla vita dell’omosessuale è spesso e volentieri la voce di un mondo interno castrante, coartante, che nasce da quella stessa famiglia di provenienza dove si maturò la scelta oggettuale. Un lavoro sul proprio romanzo familiare rende, come accade con gli altri pazienti, più forti di fronte ai ricatti emotivi delle parti regressive dell’orizzonte culturale. La strumentazione tradizionalmente analitica rompe la saldatura tra nevrosi privata e discriminazione pubblica, più di qualsiasi sermone politico, per quanto ben intenzionato – perché tra le altre cose, in una regia immaginaria toglie lo scettro del potere emotivo all’altro, e lo restituisce a se stessi.
Sono io, che do il nome alle cose. Sono io che non chiamerò più me stesso – frocio.

Questo genere di operazione riesce comunque avendo ben chiara una prospettiva sofisticata del lavoro, che non combacia più – questo bisogna dirlo – con la guerra di posizione che caratterizzava l’approccio freudiano: la dove c’era l’es ci sarà l’io, con tutta una serie di zelanti cascami neopositivisti per cui il paziente arriva alla terapia affogato in una serie di vicende nevrotiche e di trappole del falso se (che costrutto pericoloso infido  e complicato questo del falso se – ma è un altro post) e poi grazie al processo di rischiaramento della sua realtà psichica dovrebbe diventare borghese ariano estroverso biondo con gli occhi azzurri, cattolico apostolico e romano. Non si ha a che fare con il male da convertire in bene, deliri di grandezza a parte, ma con una microfisiologia delle radici identitarie, che le pulisca, che le rispetti, che le faccia germogliare, con tutte le loro ambivalenti significanze. Con scelte adattive che hanno delle cadute nevrotiche quando si irrigidiscono ma che sono funzionali a una identità e un adattamento quando si mantengono flessibili. In questo senso a volte mi viene da pensare l’organizzazione delle scelte oggettuali, l’orientamento sessuale, un po’ come gli stili di attaccamento, i quali non hanno ipso facto una significanza patologica ma sono assetti con cui cresce la personalità a seconda della propria storia di provenienza, e che testimoniano bene una certa costellazione di comportamenti, di modalità relazionali, di pregi e di difficoltà ( mi chiedo spesso scherzando: quanta buona letteratura e quanto buon teatro dobbiamo all’attaccamento insicuro ansioso?). Nella storia dei nostri pazienti c’è già il loro presente, c’è già la loro identità funzionante, ci sono già le loro risorse, nei loro sogni ci sono già le loro riserve simboliche, le loro chance di scarto, le loro possibilità In questo probabilmente, il contributo della prospettiva junghiana, almeno nella mia pratica clinica è essenziale.

Certo – se sul fronte pratico si risolvono o si portano avanti con agio molte terapie – questo è uno sguardo funzionale a questo momento storico e in questo nostro specifico – rimangono aperte delle questioni. In fondo le omosessualità sono molte, le eterosessualità sono altrettanto, e maggiore libertà circola nelle possibilità comportamentali accettate socialmente, più assistiamo alla liquidità all’evanescenza, con solidi padri di famiglia che a un certo punto piantano tutto e si fidanzano con un ingegnere, e altrettanto sorprendenti militanti omosessuali che un bel giorno trovano una donna sottile e ci fanno un paio di figli – e probabilmente andiamo verso la genesi di nuove configurazioni familiari, che diverranno minoranze sempre più nutrite e che racconteranno sempre più di nuove infanzie, nuove strutturazioni di se, nuove declinazioni dell’edipo – che ancora una volta ci faranno rivedere le premesse teoriche, e fare i conti con le conseguente etiche e deontologiche dell’invecchiamento dei nostri strumenti. Staremo a vedere – intanto, navigando a vista – cerchiamo di fare il meglio.

La multa

 

L’uomo e la donna sono seduti vicini, in una posa rilassata la quale, se non bastasse la linea del naso e la qualità dei capelli, di marca liscia e forte, denuncia una parentela, una cuginanza, a veder bene addirittura una fratellanza. Parlano animatamente, e anche un certo selvatico gesticolare testimonia una inequivocabile intimità. Sebbene abitino oramai due mondi lontani, mestiere, ubicazione dell’appartamento, marca ricamata sulla maglietta, tracce di dialetto – rilevabili in lei, assenti in lui… sebbene  si diceva, abitino cioè classi sociali diverse, entrambi, in altre circostanze, si sarebbero attenuti a una maggiore compostezza.
Lui – come avrebbero detto certe signore del secolo scorso, muovendo il mento con aria grave – ha fatto una certa carriera.
Ma, si diceva, sono fratelli.

Ora stanno parlando di una multa. Lui sta dicendo alla sorella di non aver rispettato un divieto, all’altezza di un certo semaforo, e di essere stato. -come prevedibile conseguenza per altro iscritta nel codice della strada -multato dai vigili urbani.  Questa notizia, per me che li guardo moderatamente sorprendente, e ancor più moderatamente conturbante, appare alla sorella, in tutta evidenza, come il resoconto di un accadimento increscioso e raccapricciante, e mentre lui animato entra nel dettaglio sui pochi metri – pochissimi!- che lo avevano allontanato dalla liceità, la sorella si porta le mani al volto, non mi dire, ma che cosa incredibile veramente!
(Io in cuor mio penso, c’è la regola, te ne freghi, è ovvio che ti fanno la multa. Ma io non ho voce in capitolo, non solo per il fatto che non ho la patente.)

A quel punto l’argomento  – contro ogni ragionevole aspettativa è ben lungi dall’essere concluso, e andranno invece ispezionati diversi rivoli concettuali correlati all’accadimento. In primo luogo verrà indagata la dinamica degli eventi, di modo che si riesca a rievocare ora qui, sotto al pergolato con la vividezza di una immaginazione autoriale cosa in quel giorno la macchina fece, il comportamento delle altre autovetture, l’importo esatto della multa che ne è conseguita, che tutto sia cioè chiaro e non vi sia margine di dubbio. Allo scopo, tutto sarà ripetuto almeno un paio di volte, ma anche tre, con diversi  “e quindi”, “hai capito” e anche certamente un paio di porchemignotte, che sono sempre di consolazione.
Secondariamente, verrà ristabilita la precisa locazione, questo perché ci si ficchi ben in testa che alla certa altezza di quel corso, di fronte al tabaccaio, albergano nascostamente vigili urbani dotati di un biasimevole accanimento, una fissazione ottusa per la normativa vigente, un mediocre revanchismo ai danni dei più deboli – gli automobilisti.
In terzo luogo, si dovrà fare una disamina psicologica e sociologica del perché i vigili urbani, son così stronzi, diciamolo, che poi quando facciamo conto ci sta una grande via pericolosa, uno passa col rosso non dicono niente, e io che mi sono poggiato per un momento solo, ma guarda.
No proprio.
No ma veramente non ci avete un cazzo da fare
(No ma io vorrei dire che loro da fare ci hanno quello)

Io per parte mia vorrei dire che non è che la società è liquida, vorrei dire a quello li che fa le infrazioni, la società dicevo è liquida quando passano col rosso l’altri, mentre quando passate voi si rapprende e diventa improvvisamente densa premoderna, arcaica, contadina, con i Buoni i Cattivi le Guardie e i Ladri, il Bene nascosto e difeso da noi poveri pirati angariati da gendarmi di collodiana memoria, come se l’etica fosse una specie di ascensore che un giorno si ferma al piano de amicis il giorno dopo a quello bukowskij secondo se prendi la macchina o il tram. Io vorrei dire queste cose,  integralista che non sono altro, per non dire con parole colorite e più precise, cagacazzi, via.

E però poi  li guardo, stanno bevendo una limonata,  ancora si fortificano vicendevolmente in questo scandalo ignominoso della multa, questi due lavoratori responsabili, questi due che sono anche padri e madri, e amici di qualcuno che ogni tanto telefona loro e riversa le pene del cuore, si ricordano di essere fratelli in questo modo, penso, questi due onesti sciagurati,  e allora provo tenerezza – e mi taccio.

(qui)

Aperol

 

La donna è attratta da lui, più o meno quanto lui lo è da lei ma da una posizione diversa, in un immaginario simmetrico e opposto di un’attrazione temperata. Per quanto lo riguarda non è che la trovi una persona sgradevole, o ritenga che  non abbia – lui ha già constatato – delle labbra su cui intrattenersi volentieri. Qualche volta ha pensato a come potrebbe essere prenderle i fianchi, ma con mollezza, con quel tono di voce assolato e desertico che si riserva alle passioni che non s’accendono. E non è neanche perché lei, in qualche modo, come corpo dell’anima – non gli piaccia. E’ anzi con precisione quello che tra uomini urbani si dice di una donna di una certa età.
Ossia.- una donna interessante.

(Ossia, con la volgarità delle sei del pomeriggio invece, la volgarità degli aperitivi con gli occhi socchiusi, una scopata ce la farei volentieri –  lui ha pensato)

Lei per parte sua, lo guarda attratta, in una fascinazione rivierasca e spumosa. Non sa bene con che tipo di nevrotico ha a che fare, se col collezionista di fighe, o con quello di tormenti – quando lo vede gli sente addosso un odore frizzante di leggerezza, di disimpegno, che le mette sempre una sorta di buon umore carnale aereo –e anche in qualche modo – esotico ( e che lei in prima istanza addebita al contorno dei suoi occhi, e che sciocchezza – al modello dei suoi occhiali). Per la verità è abituata a frequentare altri linguaggi, altri spessori – ha sempre sedotto per vie strane, lunghe e impercettibili, carsiche.
(Gli uomini le stanno intorno senza scalpore, come si sta vicino a una stufa d’inverno, sentendosela quotidiana e intima, maneggiandola come si farebbe con una pasta frolla, un qualcosa di dolce e pacifico. Poi se lei si allontana o si incupisce, sentono un freddo da cui non si liberano, e la cercano scoprendosi senz’aria.
Dei tanti modi di farsi desiderare, lei ne mette in pratica uno -che colpisce alle spalle)

Cosicchè succede che quando si vedono si accarezzano pure volentieri, ma non si fidino mai completamente. La domestica affettività di lei gli pare pericolosa, quante richieste potrebbe farmi questa femmina pure troppo generosa per i miei gusti, io sto scomodo, si dice, in tutti questi cuscini promessi, dov’è la  seconda porta di questa alcova? Non la trovo. Le si avvicina dunque, ma sempre con un certo nervosismo, con un plateale avviso di contingenza.
 Lei per parte sua obbedisce ai fremiti di lui  divisa tra desiderio e irritazione, e gli indica la porta per andarsene

Ma anche per tornare, eventualmente)

 

 

(qui)

Questioni di metodo sulle cronache di viaggio

 

 

Vorrei lavorare su una metafora per capire bene, io per prima le implicazioni che riguardano la ricerca e la speculazione sui temi della psicologia dinamica, e più specificatamente, ma quasi accidentalmente sui temi che riguardano genere e psicologia dinamica.
Dunque vediamo.
Un signore decide di andare in vacanza in un certo posto.
Ci sono diverse cose da considerare:

  1. Il carattere del signore, il tipo di fisico che ha e tutto quello che possiamo sapere sul suo luogo di partenza.
  2. I mezzi materiali di cui dispone per affrontare il suo viaggio
  3. Cosa gli dicevano del suo viaggio.
  4. Gli interessi che ha quando decide di programmarlo
  5. Con che mezzo fa il viaggio, e con quali compagni di viaggio
  6. Se durante il viaggio incontra delle disavventure e di quale entità
  7. Se durante il viaggio incontra delle tappe che lo seducono, per cui devia il percorso
  8. Se quando arriva a destinazione la destinazione lo fa essere felice li dove è.
  9. Cosa vuol dire essere felice di una destinazione?
  10. Se torna indietro è perché lo richiama un dovere o un’impotenza? O?
  11. Se torna indietro perché una delle tappe era più interessante
  12. Se rimane per un po’ e poi decide di spostarsi.

Poi abbiamo altre cose da considerare.

  1. Come consideriamo noi il carattere del signore
  2. Cosa pensiamo della sua meta
  3. Cosa pensiamo delle persone che si fermano nelle tappe intermedie
  4. Cosa dice la stampa sui viaggi

E facciamo conto che noi, alla fine di mestiere siamo quelli a cui il signore si rivolge quando arrivato a destinazione, dice: io qui sto male. Noi siamo quelli che si pongono degli interrogativi, inerenti l’origine del malessere. E gli interrogativi a ben vedere, ricalcano tutti i primi dieci punti del viaggio del signore. E’ partito con poche attrezzature per la destinazione? Durante il viaggio qualcuno lo ha ferito? Per esempio menomato? Durante il viaggio ha visto un luogo che rimpiange? Ha scelto male la meta del suo viaggio? In questo periodo tutte le persone scelgono questa meta, è una caratteristica di questo periodo, o questa metà offre molto sempre alle persone?

Se il lavoro della psicoterapia è quello di ragionare con il signore, seduta per seduta sulla storia del suo viaggio in modo da decidere se andarsene rimanendo com’è, o rimanere cambiando qualcosa dentro di se, se accettare certe cicatrici oppure affrontare delle guarigioni possibili, poi esiste un lavoro, che è la riflessione sulle ricorrenze nei racconti di viaggio e di mete, i racconti nelle stanze e fuori dalle stanze. Allora la psicologia diventa la mappatura logica dei viaggi e degli itinerari – la psicopatologia invece l’inventario di quando i viaggi, qualunque sia la destinazione, non vanno come dovrebbero.

Ne consegue che, per parlare di viaggi che vanno bene e che vanno male: può essere d’aiuto aver viaggiato, aver fallito una destinazione e averne trovata un’altra, aver ascoltato molti viaggi, aver trovato molte soluzioni, e aver letto molte teorie di viaggi che parlano di mondi dove si viaggia in modo diverso dal proprio. Come si viaggia in mediooriente? Come si viaggiava nel trecento? Come soprattutto altri, che fanno lo stesso mestiere, parlano di viaggi? Quando noi parliamo di viaggi, parliamo come ne parlano le persone comuni, o come ne parlano i tour operetor? E quando parliamo alle persone di viaggi, dobbiamo fare capo al loro modo di intendere i viaggi o al nostro? I viaggi delle persone hanno una qualche incidenza negli interessi della collettività? Viaggi diversi sono in un conflitto tra loro?

Le questioni di genere per la psicologia sono particolarmente interessanti e in una certa misura divertenti, appassionanti – perché mettono per bene in luce le criticità delle costruzioni teoriche sulla salubrità dei comportamenti e delle scelte, e rivelano problemi costanti che ha la psicologia con la comunicazione pubblica. Per ognuno dei punti che riguardavano il signore che parte infatti, c’è una trappola in cui può cadere il discorso psicologico quando affronta una generalizzazione, e questa successione di trappole è particolarmente evidente con gli studi di genere.  Quello che qui ho chiamato il signore, è per me il genoma del soggetto che viene al mondo, il suo primigenio nucleo identitario a cui si profila davanti la realizzazione di un destino individuale, quello che gli junghiani chiamano processo di individuazione. Questo genoma ha in dotazione un corpo, che è il suo primo ambiente culturale, per altro il più potente di quelli a venire, e di poi altri ambienti importanti la famiglia è un altro importante ambiente,  che specie all’inizio lo connotano profondamente – e anche biologicamente: i neurologi parlano di plasticità neurale,. Ma poi il nostro signore continua la sua vita, muovendosi tra esempi, affetti, illusioni e ambizioni, grandi seconde occasioni, e spezzature che non lasciano scampo.  E allora troveremo studiosi che diranno che tutto il potere è nel genoma, altri nel primo ambiente del corpo, altri ancora in quello che succede durante le tappe del viaggio. Quelli più bravi, quelli che hanno davvero un pensiero complesso e articolato e anche una discreta esperienza come terapeuti, cercheranno invece di fornire una visione dei viaggi che tenga in considerazione le diverse questioni.

Prendiamo in esame un viaggio standard affidato alle donne. La donna deve piacere all’uomo, sedurlo, sposarlo e diventare madre, facendosi ingravidare. Quando la psicologia più o meno velatamente dice che questo è il viaggio di ordinanza della psiche femminile, fa una generalizzazione che ha una serie di importanti, e inemendabili punti di forza: infatti molte donne condividono questo viaggio, come il loro processo di individuazione più importante, e direi anzi che ancora sono la vasta maggioranza. Sono quelle donne per prime a dire, si è vero, si è così per me. Il fatto è che spesso i dibattiti sugli studi di genere vengono gestiti da quelle minoranze per cui quel viaggio può essere messo in discussione, nella totale ignoranza o anche svalutazione  di contesti e storie di vita per cui si quel viaggio è importante. Il secondo importante punto di forza di quella generalizzazione concerne l’enorme potere del corpo, come primo oggetto capace di determinarci. Ora avere il ciclo e uno spazio cavo che è adatto a farci stare dentro un bambino è una stringa concettuale offerta dal corpo, che martella di poi continuamente e quindi è comprensibile che la gravidanza entri nel campo del processo di individuazione del soggetto. Per una questione direi posta dal corpo.
Poi ci saranno altre cose, come l’importanza di quel viaggio che ha per il gruppo sociale. L’esistenza in vita di quel gruppo sociale, lo sfuggire alla morte e all’estinzione dipende dal fatto che alcuni suoi membri ne mettano al mondo altri, per cui, ci saranno non solo le voci delle viaggiatrici a insistere su questo aspetto, fai i bambini è il mio viaggio, sarà anche il tuo, ma di tutti gli altri che diranno, solo tu puoi portare a termine questa missione per noi, fai i bambini! Se non li fai che sarà di noi?

Quando arriva la psicologia spesso si ritrova implicitamente assoldata dal suo contesto culturale, e le si chiede di ribadire quelli che sono ritenuti gli interessi di quel gruppo sociale. Allora si chiederà allo psicologo di dire che le donne devono fare i bambini, ma anche per esempio che un certo ritratto della salute psichica combaci con una certa produttività economica, oppure che il soggetto eversivo, non sintentizzabile sia ipso facto disturbato, titolare di una diagnosi. Sono perciò mediaticamente popolari e culturalmente preferiti, psicologi con visioni piuttosto reazionarie, psicologi cioè che rappresentano i viaggi dei soggetti, dei caratteri, delle donne nel nostro caso, tarati sulle richieste del gruppo culturale – anche se a ben vedere, specie se sono psicologi con gli occhi aperti, o psicologi che lavorano tanto, se la stanno facendo facile, stanno aggiustando le cose. Forse stanno mentendo.

L’esperienza materiale di cura, l’ascoltare cosa succede con i propri pazienti e i racconti dei colleghi, dovrebbe dare una vigorosa sterzata filosofica ai clinici che parlano di viaggi, perché non c’è esperienza epistemologica più dura e importante del vedere la resistenza delle scelte soggettive di un genoma di una storia, di una soluzione, a un trattamento psicoterapico, o a una sua successione. Quella esperienza – ridefinisce il concetto stesso di diagnosi e di psicopatologia, e procura una specie di invecchiamento all’interno delle storie professionali. Cominci dicendo che chi non fa tutta una serie di cose è malato nella apollinea convinzione che arrivi te e lo porterai dove pensi sia giusto che vada, poi siccome uno ci va, l’altro non ci va, l’altro è in un momento di vita diverso che propone altre mete, l’altro se ci andasse farebbe la fine della madre allora davvero è meglio di no, ti fai delle domande, devi fartele. Ti dici: ma è proprio vero che quella meta deve essere la stessa per tutti? Posso io, che dopo cinque anni di trattamento  con la paziente ics, avendo visto che ha imparato a essere serena in un certo arredamento della vita – con quel lavoro ma senza figli, oppure senza partner, posso io dire, che quella soluzione non è sana? Sta bene, non fa male a nessuno. Perché non dovrebbe essere sana?
Ho avuto in terapia donne che sono rimaste incinte durante il trattamento e donne con cui abbiamo lavorato a lungo  – e più o meno dolorosamente – sul fatto che era molto importante per la loro sopravvivenza psichica, e forse materiale, che non diventassero madri. Io stessa ricordo come un insegnamento sul tema del presunto istinto materno delle donne, quando discussi con la mia seconda analista, l’eventualità che mi specializzassi in psicoterapia infantile.
LEI CON I BAMBINI???? Mi disse essa affettuosamente incredula. Ma non è proprio il caso! Continuò – forte di un percorso che ne legittimava una certa assertività, e so che aveva ragione.

Dunque quando un analista parla di viaggi, e di identità di genere, per quanto possa avere a mente alcune maggioranze relative, alcune determinanti più forti di altre, deve stare molto attento perché il modo con cui restituirà l’organizzazione del discorso su quell’argomento dovrà essere in grado di includere delle seconde opzioni, delle minoranze nutrite, dei cambiamenti di contesto, e dovrà anche stare attento a proteggere o a lavorare quantomeno criticamente la sua posizione rispetto al gruppo sociale in cui è iscritto. Dovrà lavorare insomma su quale è veramente il suo committente.  Quella della committenza, non è una domanda scontata. A chi rendiamo conto quando teorizziamo? Chi facciamo contenti? Un gruppo dominante? Il senso comune? I pazienti che si hanno o che si avrebbero? I santi padri della storia della clinica?
Pensarci, aiuta a puntellare meglio la propria posizione, e a includere più soluzioni possibili quando si propone una teoria critica del viaggio.

Dieta di worms

La donna è una di quelle con una loro disordinata piacevolezza, per quanto sovrappeso, per quanto anche troppo pigra per il caparbio rosario della giovinezza perduta – un’avemaria per la cellulite, un padre nostro per la cicatrice sul ventre, tre ancora per i colpi di sole dal parrucchiere. Non abbonda di amanti sta a dire, ma drena ancora qualche maschio di ordinanza, quando in ufficio ride – ha una risata forte che sa di levità e disincanto – e muove le mani in un certo modo, oppure incrocia le gambe nella gonna che le colleghe – donne – giudicano inopinatamente stretta (i colleghi no – sia messo agli atti, dice la donna sorniona, pensando al metro della sarta).

Il fatto, pensa la donna a proposito della (sua) carne, nei confronti della quale è clemente fin troppo, per narcisismo mal curato – secondo il suo medico di base che a ritmo regolare le minaccia mali irreversibili – il fatto è ecco, si diceva, è che mentre la fuori imperversa il canone di un eterna sottrazione della materia, l’estetica di un’eterna promessa, la perversione di qualcosa che potrebbe avvenire, il godimento come anticipazione del reale, bambine che sui giornali socchiudono gli occhi, ventri piatti e seni inesistenti che erotizzano evocando quelli che non esistono, la donna perdona se stessa, le sue analisi del sangue, il volto tondo di luna, per il fatto di sapere di immanenza, di qui ed ora, di carne fatta e finita, cucinata, commestibile.
Ama perciò le giacche di colori sgargianti strizzate sul ventre, i tacchi spilluti su cui si issa piena di erotica baldanza, le borse piccole con la catenella, che la fanno brillare di buon umore.
(Dentro ci mette la barretta pesoforma, a testimonianza di buona volontà, ascesi, e a riprova di alcuna corresponsabilità nell’ aperitivo che ha in preventivo per la serata).

Indubbiamente la donna sbaglia, e le amiche a sera, glielo diranno, le sue amiche papere e oche e vestali cocciute della ragazza che è stata, drizzeranno le code bianche e le somministreranno succo di pomodoro, sbatteranno le ali ridendo, si diverte sempre con le amiche, e piene di spumose volgarità sui letti che cigolano e sulle ambizioni della donna nel suo passato prossimo venturo, a tutela insomma del suo curriculum erotico, le prescriveranno una carriera di sedani carote, centrifughe e altre postmoderne, rarefatte diavolerie.
Il prezzo da pagare per cinque minuti in più di futuro alle spalle.
La donna le lascerà fare, materna con la loro maternità. Annuirà con serietà persino quando quelle le diranno che deve andare in palestra, con loro certamente, pazze pensa in cuor suo ma non dice,   in palestra le sue amiche atletiche che immagina volteggiare tra le spalliere e le sbarre e i tappetini dicendo sconcezze.

Ma il fatto è che è felice, e per quanto felice di una cosa piccina – con perizia la racconterà, perché alla donna è successo qualcosa, qualcosa di modesto, rarefatto ma gentile, eppure dentro di lei portentosamente efficace. La donna dirà che ha trovato qualcosa. Che anzi, ha ritrovato -bisognerebbe dire con precisione. Le sue amiche papere si avvicineranno colle seggiole al tavolo per sentirla meglio, accenderanno le sigarette, verseranno sul tavolo le noccioline per concitazione – e di poi tuberanno come colombe – un po’ per darle soddisfazione, un po’ per celare il fatto che nell’intimo si stanno dicendo – ma non dovevamo parlare di carne e di letti? Non s’era deciso così?
Tuttavia una di loro, la più silenziosa e che meglio la conosce – le sorride.

Bene, le dice allora, allisciandosi le piume scure delle ali, aggiustandosi quasi gli occhiali che non ha ma è come se avesse- conosco la luce di quel talismano tutto sommato innocente (anche se –  noi sappiamo).
State zitte papere sciocche, tu però da domani mettiti a dieta.

(qui)

 

 

Gli oggetti carismatici di una memoria simbolica. La questione Montanelli.

Al Wadsworh museum, ad Harthford dovrebbe essere ancora possibile guardare una delle bellissime shadows boxes, di Joseph Cornell. Questa esoterica e onirica  che ho messo sopra, come altre sue, contiene tra le altre cose una vecchia mappa del mondo, una testina forse di bambino, quello che credo sia un recipiente, una tazza con l’immagine di Marco Aurelio, e un altro che rappresenta Roma, mentre nel mezzo c’è una pipa di avorio. E’ una delle sue più belle, datata 1936 e ha in se la complicata simultaneità di simboli che evoca l’esotismo – c’è il viaggio, c’è il mondo lontano, e c’è l’iconografia del potere, ci sono anche come dire, l’arroganza e lo charme del vecchio mondo, negli occhi stralunati dei figli del nuovo – c’è una permanente traccia di sehnsucht, nostalgia, anche se di un viaggio mai davvero compiuto.

Comincio da Cornell, perché parlare della statua di Indro Montanelli e del dibattito che sta suscitando ci fa aprire una scatola di simboli non molto diversa da quelle venerate nei musei nordamericani. La shadow box che abbiamo qui è quasi perfettamente adatta allo scopo, anche se forse si sarebbe meglio arricchita con l’immagine di una bambina, e qualche spicciolo adagiato sul fondo. E’ la scatola di un nostro passato e anzi tutti quei colori profumati di terra e di seppia, tutti quei vetri opachi da antico laboratorio alchemico sembrano garantirci una distanza che gioca sulla possibilità della differenza genetica. Siamo informatizzati noantri, siamo nel nuovo millennio, vuoi che quella scatola polverosa con la bimba che si comprò il giovane Indro ci riguardi? Ma simultaneamente ci intenerisce, simultaneamente appare proprio, come il souvenir dell’infanzia di un nonno perduto.
A proposito di genetica.

La polemica ci è abbastanza nota.A Milano c’è una statua di Montanelli, fatta erigere nell’epoca del Sindaco Albertini, e di cui un gruppo di cittadini, ha richiesto la rimozione, dal momento che il giornalista, quando ebbe modo di partecipare alla campagna d’Africa si sposò con una ragazzina di dodici anni, comprandola dai ras locali, per poi lasciarla in Africa e tornarsene in Europa. La vicenda è sempre stata scabrosa, ha sempre attirato addosso a Montanelli molte critiche, anche se poi la maggioranza dei cittadini l’ha sempre perdonato. Questo, nonostante il fatto che, diversamente da tanti, rispetto a quella vicenda della sua giovinezza non mostrasse alcun mutamento di prospettiva, alcun mutamento intellettuale, alcun mutamento etico. Quando nel 2000, Indro Montanelli riapre la sua shadow Box con la sposa bambina – come possiamo leggere in questo suo intervento qui sotto – si può rigirare tra le mani lo stesso colonialismo, maschilismo, e disinvolta improntitudine che doveva avergli inoculato il suo contesto di appartenenza – a scanso di equivoci, non uguale per tutti già allora. Nella sua pagina di posta Montanelli avrebbe infatti scritto, che prendeva la bambina al leasing, che puzzava, che siccome c’era questa faccenda dell’infibulazione non poteva godersela sessualmente, che era in perfetto accordo con i le usanze locali, e che la ragazza lo avrebbe ricordato con affetto.

Non stupisce la successione degli eventi quando accaddero. Fermo restando che di Italie ce ne sono sempre state molte, compresa quella di chi dopo la campagna d’Africa e proprio in virtù dii quella abbandonò il fascismo, di fondo il giovane Indro veniva da un paese francamente maschilista – che poteva ragionevolmente trovarsi a suo agio a negoziare con forme di maschilismo di altri colori culturali. Il nostro, all’epoca era solo un maschilismo più ricco, le nostre donne non lavoravano, non potevano divorziare, dalla patria potestà andavano al potere del marito, appartenevano sempre a qualcun altro, poteva davvero capitare che finissero nel letto di qualcuno per accordo di terzi e in caso di famiglie numerose e povertà conclamata qualcuna poteva pure invece vederselo negato per sempre il letto, essendo stato deciso per lei che sarebbe dovuta farsi suora. Non c’è insomma da stupirsi molto se maschi di tutti i colori trovassero un accordo. E siccome i codici culturali organizzano la vita dei gruppi sociali e non solo dei maschi o delle femmine, è facile capire perché Destà avesse accettato di buon grado i doveri verso Indro e perché l’avesse accettato sua madre. Era il loro codice culturale, ma anche il codice di una necessità economica, o dovremmo dire di sussistenza. Erano le leggi che hanno sottoscritto, non tutte, ma molte delle nostre nonne e bisnonne. In effetti – fin tanto che le donne non hanno potuto scegliere di non generare – la loro posizione riguardo il potere maschile conosceva, ovunque, poche alternative. Più deboli nel corpo, responsabili di piccoli, impossibilitate a evadere generazione e responsabilità, il loro potere sulla specie costa(va) il loro potere sul mondo.

 

Più problematici sono stati gli interventi successivi, in cui Montanelli – da persona schietta quale è sempre stata – ha ritenuto coerente, e questo probabilmente è un merito, non ritrattare, non pentirsi. Destà se l’è comprata, è capitato, doveva essere piccoletta perché sapete la sifilide, puzzava, era infibulata e quindi non provava niente che tanto e tanto, ma io manco me la sono potuta godere per un po’. Ossia, la sua posizione di maschio bianco, che approfitta di una disparità di potere, che compie un atto misogino e pedofilo, non è realmente disconfermata. Le accuse di razzismo, di pedofilia, di abuso, non sono in fondo per Montanelli accuse infamanti, sono accuse puerili, perché in fondo, riportano un codice culturale che lui non ha mai disconfermato. Non è mai stato indignato per un onta feroce-tuttalpiù. Per un certo verso aveva le sue ragioni: nel gioco oscuro e sporco del colonialismo – ma questo è spesso il gioco oscuro e sporco delle guerre – negli incontri tra usurpatori e usurpati si verificano regolarmente disincantanti accordi tra coloro i quali hanno il coltello dalla parte del manico.

Quando la statua fu eretta, la questione non fu forse sentita, era fresca la militanza antiberlusconiana del nostro, che metteva d’accordo sciure di ogni colore, e nostalgici sovranisti di ogni risma. Ora però che Berlusconi non è più un attore importante della scena politica, l’antiberlusconismo non è più una medaglia al valore militare, alcuni milanesi hanno chiesto la rimozione della statua, altri ci hanno tirato sopra una secchiata di vernice. Questo anche perché magari, mentre Indro rimaneva fieramente coerente con un’idea di relazioni di potere e di genere ottocentesca, intanto diverse cose erano cambiate per esempio per le donne italiane: ora potevano divorziare, ora potevano lavorare, ora lo stupro era un reato contro la persona e non contro la morale, ora non dovendo fare figli e basta, erano meno ricattabili per questioni di mera forza. Ora votavano. Ai colleghi di Montanelli per esempio oggi, non viene molto spontaneo pensare che la propria figlia debba sposarsi a vent’anni o farsi suora. Ugualmente anche la propria posizione – per quanto il razzismo non si sia affatto sopito – nei confronti delle donne africane è decisamente mutata.

Dopo di che si constata che nel dibattito pubblico, la stampa pressoché per ogni dove, si è schierata a favore della statua, e quindi implicitamente a favore della scatola simbolica che conteneva i segni del colonialismo, della pedofilia, e della violenza di genere. Non è che si dica che queste cose siano belle o condivisibili, o che non rappresentino un peccato o una cosa sanzionabile. Si è detto che sono il neo di un passato lontano, che è andato e che non si può riscrivere, oppure si è insistito sul valore del giornalista che renderebbe quel neo trascurabile. A sinistra si è invece detto che non è questo il modo di fare azione politica, che abbattere le statue è un atto iconoclasta e pericoloso per un verso, oppure assolutamente inutile per un altro. E bisogna dire, nella stragrande maggioranza dei casi, queste cose le dicono solo uomini, ma la cosa interessante è che la dicono violentemente, e a gran voce. Editoriali del corriere della sera, deliranti articoli sul Fatto, proclami sulle trasmissioni televisive. Poche le voci femminili, sparute.
Come si spiega comunque questa levata di scudi?

Sullo sfondo abbiamo un primo tema e che riguarda la posizione sempre imbarazzata di un paese che scimmiotta la recita del potere e della ricchezza senza essere mai stato culturalmente capace di esercitarlo. La severità e l’attenzione che il mondo anglofono dedica agli studi postcoloniali, rispecchia la necessaria autocoscienza di un esame storico e identitario di chi ha avuto un grande potere e ora può mostrare di disprezzarlo. Non c’è convegno indignato nelle aule di Cambridge che possa cancellare il fascinoso prestigio del Commonwelth. Noi invece scimmiottiamo: le nostre vicende coloniali sono di basso lignaggio e scarsa durevolezza, tentativi transitori che di shadow boxes ne hanno portate davvero pochine, e ci viene da conservarle come reliquie. Ma meno male che c’è Indro, almeno uno via! A restituirci una gioiosa immagine fallica di maschio bianco che una volta tanto fa le cose per bene, col cazzo duro, anziché finire dentro al pentolone dei selvaggi – cosa che spontaneamente ci viene da pensare è molto più congrua all’italico destino, nel suo intimo più portato alla poesia e all’umorismo che a rompere le palle al prossimo. Un maschio uno come si deve almeno, ce l’abbiamo.
Poi certo gli aerei di Mussolini, erano tutti rotti.

Sempre per questa questione dello scimmiottare la dialettica storica senza riuscire a viverla del tutto, anche sulle questioni di genere, la dove c’è serietà, qui c’è approssimazione, la dove si macina dibattito pubblico qui ci si ferma al benaltrismo. In Italia, ogni volta che si sollevano le questioni di genere, da destra a sinistra, la reazione standard rimanda al ben altro. E se a destra il tema della discriminazione – sessuale ma anche razziale – è negato tout court a sinistra il disinteresse si manifesta con l’alibi supponente della critica dei modi. Ah care e cari non si fa così. Non è abbattendo le statue che cambierai le cose. Non è scrivendo sui social che. Non è scrivendo di cronaca che. Non è parlando di femminismo che. Non è manifestando che. Nell’ottanta per cento dei casi in cui una donna si prova in un contesto colto, intellettuale a proporre tematiche di genere – discriminazione sul lavoro, violenza di genere, etc – invariabilmente arriverà il fronte maschile che con molta gentilezza ti spiegherà che. Questa cosa capita con minore regolarità anche sui temi della discriminazione razziale. Il dubbio che viene è: c’è ben altro di cui parlare perché ci sono cose davvero più importanti, oppure è meglio che ci sia ben altro di cui parlare perché c’è – mi vergogno a dirlo per il mio paese – una gestione del potere che non deve essere cambiata?

E questo spiega bene la levata di scudi. Quanto è cambiata L’Italia da quando Indro a vent’anni faceva con le nere povere quello che avrebbe avuto in animo di fare con le bianche ricche?
E’ cambiata discretamente.
Ma vogliamo davvero che cambi di più?

 

La levata di scudi c’è, perché una parte del paese è cambiata mentre un’altra non vuole che cambi. Difendere Montanelli, statua abbattuta o meno – significa ritenere emendabile la scatola simbolica per cui in un lontano patto tra dominanti e dominati ci si mette d’accordo su una gerarchia dei generi. Il che risulta ancora funzionale a un cambiamento rimasto a mezza altezza, con le donne che possono lavorare ma sono poche, che possono votare ma ce ne sono poche in politica, con i rapporti numerici di donne che firmano articoli sui giornali rispetto agli uomini. Ma significa anche rimanere fermi in un generico post sessantotto, in un generico rimpianto di qualcosa che non c’è e fuori da qualcosa che ancora non arriva, in una bolla di incertezza politica che è anche arretratezza culturale, che ha un odore di stantio e che è un po’ anche disprezzo per le proprie potenzialità. Nel pensare a tutta questa vicenda, mi è un po’ tornato in mente un amaro commento, che certo era più una trovata letteraria che altro, che Toni Morrison in Tar Baby fa a proposito dei bianchi. I bianchi dice (cito a braccio) hanno l’abitudine di fare i propri bisogni nella stesso luogo dove dormono.

Non vanno cioè lontano, non proteggono la casa da ciò di cui si liberano, che disprezzano di se, che può infettare l’ambiente. Si tengono tutto dentro le mura.

Non riusciamo a liberarci delle nostre parti tossiche, simboliche o materiali che siano – differenza che, quando si parla di vita pubblica – è sempre piuttosto sfumata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note disordinate sullo smart working

In questi mesi di pandemia, tutti abbiamo capito che saremmo andati incontro a una serie di modificazioni importanti del nostro stile di vita, e del nostro comportamento, ma esattamente che cosa sarebbe cambiato, non lo sapevamo ancora e ancora non lo sappiamo adesso. Navighiamo nell’incertezza – perché non possiamo prevedere con precisione, cosa farà il Covid: l’estate lo fermerà? Questo inverno tornerà? Né abbiamo una idea definitiva e univoca per tutti della risposta medica al virus. L’unica cosa che sappiamo con certezza, dalle alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, è che la migliore forma di protezione è il distanziamento sociale – e questa consapevolezza, sta producendo come risultato che molte, moltissime aziende, abbiano attivato forme di smart working, telelavoro, alcune come decisione provvisoria e d’emergenza, altre, soddisfatte dal risultato come decisione che si protrae oltre i confini dell’epidemia -con una proposta che per diversi dipendenti sta diventando duratura

Per moltissimi, datori di lavoro e lavoratori, il telelavoro presenta consistenti vantaggi materiali. Il lavoratore risparmia in primo luogo il tempo del viaggio per arrivare in ufficio che può essere anche molto lungo, e potendo fare per esempio una pausa pranzo a casa,  percepirà una minore stanchezza. Lavorare a casa, solo tenendo conto di questo comporta: risparmio di tempo, di denaro, di energia. Per le lavoratrici madri – specie di bimbi molto piccoli – la rivoluzione è copernicana. Al di la delle circostanze attuali – i bambini piccoli spesso sono a casa, vuoi perché si ammalano con frequenza vuoi perché spesso non c’è la maestra, c’è lo sciopero delle bidelle, c’è il ponte deciso dalla scuola – e trovare una soluzione di cura per loro è complicato. Hai voglia a dire, che dovrebbero pensarci i padri, che è una sacrosanta verità, ma un maxi sistema culturale cambia con tempi molto lenti, e dunque il problema rimane. Anche considerando che pure i padri, comunque avrebbero il problema del lavoro. Dunque lo smart working è di fatto un aiuto alle famiglie.
In aggiunta, quando l’organizzazione aziendale lo consente, le persone sentono di avere un pacchetto di cose da fare, che possono fare negli orari che più si adattano al loro stile di vita e al loro funzionamento mentale. Possono occuparsi di genitori malati se c’è una certa visita a metà giornata, possono lavorare la sera se è la fascia oraria in cui sono più produttivi.

Per conto suo l’azienda annovera per se alcuni consistenti vantaggi, il primo dei quali riguarda un importante risparmio economico: un dipendente a casa non vuole riscaldamento, non vuole luce accesa, non utilizza carta e mezzi informatici dell’azienda, non va al bagno, non mangia, produrrà sporco, insomma non consumerà. Inoltre – la posizione di potere del datore di lavoro sarà indubbiamente potenziata. Nello smart working, l’azienda fa qualcosa per il dipendente lasciandolo a casa e iscrivendolo in una posizione di gratitudine, e inoltre fa qualcosa a qualcuno che diviene più manipolabile e dominabile.
Questa nuova circostanza però implica un cambiamento di assetto relazionale che ha diverse caratteristiche nuove.

Il primo punto nodale è nella perdita di contatti obbligati di persona con i colleghi di lavoro. Le persone a casa non vanno in ufficio non condividono stanze. Stanno dunque nel loro campo relazionale extralavorativo. Questo rende felici alcuni mentre mette in difficoltà altri, perché la valutazione degli scambi con i colleghi cambia a seconda delle personalità e delle valutazioni. Un ufficio può avere un’atmosfera molto piacevole, possono esserci colleghi con cui si ha un intimità gradevole, o una qualche forma di complicità.   Dunque per qualcuno rinunciarvi potrebbe essere triste. Altri, che fuori dal lavoro hanno relazioni modeste, conducono una vita solitaria o noiosa e frustrante potrebbero sentirsi gravemente deprivati. Un conto per esempio è lavorare da casa con un bimbo piccolo, che è ancora immerso in una grande dipendenza e in un amore sterminato per il genitore, un conto è lavorare da casa con un figlio diciassettenne, che può essere faticosamente riottoso, e gentilmente autarchico. Un conto è lavorare da casa con un partner in una relazione funzionante, un conto con un matrimonio in crisi dove si litiga tutto il tempo. E ancora un conto è stare a casa da guardinghi introversi e diffidenti, per cui si è ben contenti di non dover ingaggiare delle complicate relazioni, un conto da estroversi e narcisisti per cui, rimanere a casa senza pubblico a cui raccontare delle barzellette può essere faticoso. Lo smart working si adatta a certe vite e a certi caratteri, mentre  mette in difficoltà altre vite e altri caratteri.
Girando le cose in un altro modo, possiamo anche dire: lo smart working aiuta a migliorare certe situazioni psicologiche problematiche – le personalità ipomaniacali che fanno troppe cose e conducono una vita stressante possono imparare a decomprimere il tempo e a essere più calmi – ma può anche dare un senso di benessere maligno perché collude con delle parti nevrotiche – persone che tendono al ritiro sociale, e che esitano a ingaggiare relazioni, si ritireranno ancora di più ed eviteranno ancora di più di mettersi in gioco.

Il secondo aspetto per cui lo smart working genera cambiamento, riguarda la quasi totale scomparsa dell’incontro casuale sostituito quasi sempre, dall’azione intenzionale. Non ci si vede più casualmente in un corridoio, andando in altre stanze, non si chiederà più come stai, solo per il fatto che in quel momento viene in mente, ma per le relazioni occorreranno sempre gesti intenzionali. Telefonare. Mandare una mail, videochiamare, per quanto possano esserci situazioni virtuali collettive – un gruppo watzapp una riunione su bsmrt o zoom, la levità della casualità è preclusa. E questo ha moltissime conseguenze, in primo luogo psicologiche: le persone sicure di se, estroverse reggeranno con facilità il costante essere soggetto e oggetto di atti relazionali – decideranno con agio di telefonare, di invitare e reggeranno con altrettanto agio inviti, ordini, sollecitazioni. Psicologie più introverse, che tendono a sovrainvestire l’atto comunicativo, che già nella spontaneità provavano più di una segreta difficoltà, potranno sentirsi a disagio nel dover fare queste cose, e si potrebbero sentire in grande difficoltà nel reagire a degli ordini imposti.

Queste grandi differenze per me, producono una serie di effetti, psicologici per un verso, ma  politici in senso lato, per un altro. Se i pregi dello smart working saltano agli occhi, i difetti soprattutto per i lavoratori, mi sembrano meno facilmente intercettati. Indubbiamente, in una società fortemente competitiva, una forma di lavoro che riduca il tempo da dedicare al lavoro, sottraendo quello degli spostamenti mi sembra sempre un grande passo avanti, e siccome noi psicologi troviamo che uno dei grandi motori della psicopatologia dalla rivoluzione industriale in poi è la scarsità del tempo dedicato al privato, è difficile che almeno io non consideri questo come un vantaggio oggettivo. Tuttavia, di contro, ci vedo un inaridimento delle relazioni, una confisca nel privato, che inchioda il soggetto alla sedia della sua casa, e solo della sua casa, e che implica un rischio e un impoverimento – perché il posto di lavoro è un posto di occasioni, di risorse, di confronti, e anche di occasioni per andare proprio dove il carattere non ci porterebbe, è una piattaforma di cambiamento con cui il privato raramente può competere. Se siamo aggressivi dobbiamo imparare a non esserlo, se siamo troppo introversi ci dobbiamo sforzare di fare qualcosa che non faremmo. Lavorare sempre a casa ci abbandona alle nostre nevrosi. Per questo io penso che lo smart working sia una cosa buona al 100 per cento per certe situazioni di vita (figli piccoli per esempio ma forse anche per quelle persone che vivono a grandissima distanza dalla sede dell’azienda) ma in generale trovo che l’ideale sia una forma mista: per esempio tre giorni di smartworking e due giorni di lavoro in presenza.

In secondo luogo i penso che le conseguenze per i diritti dei lavoratori siano ancora più gravi. Dalle impressioni che ho raccolto in questi due mesi, ho capito che infatti: l’impoverimento del campo relazionale, e la perdita di occasioni spontanee di relazione, lascino il lavoratore più solo e più manipolabile dall’azienda. Soltanto i forti di spirito  riescono a contenere richieste di prestazione illimitate, telefonate fuori orario di lavoro, ingaggi straordinari e la tendenza non di rado è quella di abusare del tempo dell’altro e della sua esitazione. In secondo luogo, l’intenzionalità formale   – che passa spesso per forme scritte, che possono essere in certi ambiti pure problematiche – disincentiva gli accordi tra lavoratori, li rende non impossibili, ma sempre molto seri, sempre molto importanti, sempre ipso facto carichi di conseguenze. Quel brusio di fondo, i mormorii di insoddisfazione, che preludono a un’azione di sciopero dovranno essere sempre tradotti in azioni concrete e delimitate, e quindi non è che non si fa niente, ma tutto è un po’ disincentivato. Anche l’azione estetica, creativa dal basso, progettuale, ha una marcia in meno. Tutti si è insomma più soli sotto a quelli che hanno il potere in una forma di lavoro che ha delle vaste aree di cui ancora  temo che il sindacato non si sia spesso occupato.
Quindi, un altro buon motivo, per non cedere alla sirena dello smart working full time, è l’esattezza di quel vecchio adagio che riguarda il potere: Dividi ed Impera.
Se c il lavoratore è più solo, in primo luogo è più solo davanti alla gerarchia.

Dentro al ring

C’è questa cosa su cui mi trovo a riflettere a diverse altezze, le altezza del privato nel mio lavoro, e quelle del pubblico nella riflessione politica, e riguarda l’intreccio tra affetto e potere, altruismo e assunzione di responsabilità, per cui alla fine voler bene al prossimo spesso sconfina in un abuso, occuparsi del prossimo in una tendenza a cercarlo di capire, in una comprensione dai sapori materni. Se pensiamo a un ring immaginario, abbiamo allora un lato corto che è costituito da ben volere e usurpazione, e all’opposto l’ altro lato corto i cui angoli sono il rispetto per la libertà dell’altro, e il disimpegno ossia – una certa pacifica tolleranza che sfuma in un non vedere l’altro, un dare per scontato le sue organizzazioni mentali, i suoi desideri le sue difficoltà, come simili ai propri quando potrebbero essere molto diversi. In altri termini potremmo dire, per fare un po’ di folclore, che in questo ring c’è un lato dei comunisti invasori, e all’ opposto quello dei liberali emotivamente mediocri.

Dunque si può dire che un obbittivo della vita, sia quello di riuscire a muoversi nel mezzo di ring, a cercare il meglio dei due lati corti giocando su quelli lunghi. Ma questo intermezzo magico si abita bene nel profluvio di risorse materiali ed emotive, senza che ci siano grandi cataclismi e minacce e senza grandi mancanze pregresse. Non è un caso che le democrazie fioriscano nella cintura geografica dei climi più favorevoli e delle ricchezze territoriali più generose, perché per fare quella spola, quella tessitura tra bene pubblico e rispetto delle soggettività occorrono molte risorse. Questa cosa delle risorse io la vedo bene anche guardando le famiglie che sono intorno ai pazienti. Le risorse in psicologia sono altre cose, sono soluzioni creative, capacità visionarie, patrimoni del sapere e del saper stare in relazione. Sono il saper fare delle favole diverse rispetto a quelle che verrebbero tramandate dalle colpe dei padri, e anche bizzarre scelte relazionali che aprono il campo, mettono cose nuove. Le famiglie che riescono a costellare intorno a se ponti affettivi, con altri soggetti che sanno allestire diverse metafore non saranno quelle prive di patologie, che non esistono, ma saranno quelle in cui le patologie saranno trattenute in una rete, sopra la soglia di un abisso. Famiglie cioè allegramente nevrotiche.

Scrivo queste cose, perché penso che l’emergenza Covid, e la sua immanenza nel tessuto sociale, è una situazione emergenziale che ci sta mettendo alla prova, nel nostro ring politico in mezzo a cui tra mille difficoltà ce la siamo sempre giostrata in maniera nevrotica ma comunque ben più sopportabile di quel che possono vivere i cittadini di luoghi come l’Iran, la Siria, o il Congo. E anzi la nostra situazione di relativo privilegio -siamo il paese più sgangherato tra quelli seduti sul cocuzzolo del mondo – ci ha impedito di vedere i bordi del ring. Per questo succede ora per esempio che l’intelligente epidemiologo Vespignani nell’intervista di Telese, non veda neanche lui bene i bordi del ring. Vespignani infatti spiega la sua oggettivamente intelligente strategia di lotta all’epidemia teorizzando serenamente che bisognerebbe ficcare tutte le persone contagiate e che sono venute in contatto con un contagiato in un bell’albergo, dicendo: Va la, siamo riusciti a farlo in Congo, vuoi che non ci riesca in Italia? Alludendo alla disparità delle risorse economiche, ma eludendo completamente il problema di una democrazia matura, ricca, con una solida tradizione liberale, dove di poteri costituiti e consorterie ce ne sono a mazzi, m anche cittadini borghesi e misurati che non accettano di essere coartati a delle azioni per quanto per il bene comune.
Così come anche l’idea di una app che controlli e tracci l’iter dei cittadini, scotomizza un problema di natura politica, che in democrazie meno mature, o dove la cittadinanza è talmente ricattata dall’assenza di denaro e di beni di prima necessità è certamente meno pressante, ma che in Italia potrebbe suscitare preoccupazione e opposizione. Su questo per esempio ha ben argomentato Andrea Iannuzzi, in un suo intervento su La Repubblica: un conto è l’affidamento delle nostre informazioni a società private, un conto è affidarle direttamente allo Stato senza cautele giuridiche rigorose,quind darle a leadership politiche che in astratto potrebbero pure  in un secondo momento rivelare  ambizioni totalitarie, anche se  magari l’attuale governo onestamente non le dimostra. Servono dunque garanzie – Iannuzzi faceva l’esempio dell’autorizzazione a procedere dei magistrati nelle indagini di polizia – ma quelle stesse garanzie giuridiche, aggiungiamo noi, rendono il dispositivo probabilmente meno efficace sotto il profilo epidemiologico.

In altri termini, per quanto una pandemia metta in campo l’urgenza di competenze scientifiche prestate alla collettività, per quanto ci servano virologi, epidemiologi, ed esperti di medicina sociale, il ring tutto politico dell’amministrazione pubblica rimane tale, i lati corti che determinano le proposte nell’amministrazione collettiva rimangono di colore politico, il sapere scientifico che viene chiamato a dire la sua, è comunque un mezzo dell’azione politica, e mezzo del colore politico. E questo in particolare diventa tanto più vero in una fase in cui le scienze sono ancora in fase di costruzione di risposte, una fase che deve – per il nostro bene – durare molto: perché i vaccini non si fanno in un giorno, i protocolli di cura non si stabiliscono in poche ore, e la ricerca scientifica è quella cosa che da risultati affidabili e poco rischiosi per noi quando sono rispettati e tempi tecnici dell’iter sperimentale, della replica di un certo esperimento in condizioni diverse. Per esempio ci si dovrà chiedere:  quel certo farmaco va bene su un paziente iperteso, e ipoteso? Quanto influiscono delle variabili di età e di sesso nell’efficacia di una terapia o nel numero e tipo di effetti collaterali?
La scienza per aiutarci  ha insomma ancora bisogno di errori, di scambi, di pareri e di aggiustamento del tiro. Dunque al momento  ha ancora meno possibilità di dirci cosa fare, e di essere usata politicamente. Per ora ci ha detto una sola cosa veramente importante: ed è la massima cautela: dobbiamo essere distanziati l’un l’altro, dobbiamo portare le mascherine e disinfettare le superfici, e sopra ogni cosa, dobbiamo lavarci le mani molto molto spesso.

Piuttosto,  queste cose che ci dice la scienza purtroppo ci tolgono molte delle risorse che da sempre ci hanno tenuto in mezzo al ring, e ce le toglierà in futuro, sia che le obbedisca lo Stato che le obbediscano i cittadini spontaneamente. Perché la protezione da coronavirus è necessaria quanto nemica dell’economia. Dimezza gli introiti, rallenta le filiere produttive, scoraggia i consumi. In mezzo al ring con tutte queste cose rallentate è molto più difficile stare perché si può dire, più ci si sente poveri minacciati e insicuri, più tenderemo a buttarci nel lato lungo formato dagli angoli più cattivi, la parte disfattista del liberalismo, la sfumatura dittatoriale dello stato etico. E questo è tanto più pericoloso, perché quel lato del ring sconfina in un burrone. Finisce male per tutti.

Se manteniamo però la consapevolezza di dover proteggere quanto più possibile del nostro funzionamento e del nostro benessere psicologico e civile, forse la metafora ci aiuta, a proteggerci come cittadini in questo momento e ad attivare delle risorse creative – proprio come  quelle delle famiglie che salvano dal collasso psicotico. Nella grande fatica che si profila all’orizzonte, stretti tra una crisi economica di cui non abbiamo memoria, e una minaccia sanitaria di cui non abbiamo esperienza, una cosa che ci può aiutare è recuperare un po’ di pensiero progettuale e politico, per tutelarci un po’ tutti, riconoscendo il gradiente totalitario o disfattista delle proposte che ci vengono fatte, disvelando sempre la misura politica, ma cercando anche di mantenere attivi i due angoli buoni del nostro ring, quello della protezione di altri che non siamo noi, del rispetto per le sue peculiarità, e quello dell’assunzione di responsabilità nei suoi confronti, nei confronti del suo benessere e della sua salute. In fondo l’azione politica è un po’ quel terreno in cui tutti ci candidiamo simultaneamente a essere i figli adolescenti di qualcuno  e che chiedono di essere rispettati, e i genitori illuminati di qualcun altro che ha bisogno di essere protetto .