Memorie di una lettrice perbene. Su “l’amica geniale” di Elena Ferrante

 

Ho un ricordo distinto legato all’ingresso nel piacere di leggere. Ero in treno dovevo avere circa tredici anni, e andavo a Torino, uno dei miei primi viaggi da sola. Leggevo i Miserabili, ed ero arrivata a quel punto in cui Javert deve fare i conti, con il fatto che Jean Valjean l’ha salvato. Quel passaggio, mi commosse terribilmente e mi ritrovai da sola a piangere calde lacrime nello scompartimento. Il controllore arrivò e mi interrogò preoccupato. E io mi trovai a capire e a spiegare che stavo piangendo per via di un libro, per via di Victor Hugo, e neanche per un passaggio romantico o sentimentale, anche se – e questo ci doveva entrare molto, i Miserabili è davvero un romanzone romantico e sentimentale – tuttavia piangevo per l’acquisizione del grigio, dell’ambivalenza, della dolorosa confusione sul piano morale. Mi ero immedesimata nel povero quanto cattivo Javert, di cui era evidente la buona fede, e la stolida, forse, adesione a un codice etico che ora si dimostrava inaffidabile e traditore. Ma certo, piangevo anche perché ero intrisa dell’atmosfera e del romanzo, della Francia del tempo e piangevo perché mi ero affezionata a dei personaggi mitici, la piccola Cosette, ma anche a quelle vie, a quelle case – a quelle barricate.
Imparai allora una prima regola del buon lettore, secondo cui, quando trovi un romanzo che ti piace molto, ed è molto lungo, hai trovato un posto dove sei felice a cui sei grato perché ti ci puoi accomodare.

Quel tipo di commozione, quel tipo di piacere puerile non è poi stata una costante nella lettura, ed è tornato solo a tratti, non sempre in corrispondenza di prodotti di grande qualità, ai quali invece è spesso corrisposto un godimento diverso più meditato: si cresce, e si comincia a chiedere ai libri anche altre cose, le quali raramente si presentano tutte insieme. Spesso ho ragionato su questo insieme di richieste, o almeno sulle mie, lettrice forte e discretamente esigente. Io so di fare delle richieste agli scrittori che incontro, diciamo ad altezze diverse: una prima altezza riguarda la pasta del linguaggio, una seconda altezza, riguarda l’invenzione di un mondo che non c’è , una terza altezza la comprensione di un mondo che c’è, una quarta altezza riguarda – un tentativo di visione del mondo. Vuol dire che come lettrice forte, chiedo agli scrittori: di lavorare sulla qualità della loro prosa, e quindi di restituirmi una prosa mediata, e lavorata, di decodificarmi realtà che mi sono vicine oppure lontane (e qui quindi rientra la qualità anche della descrizione di luoghi e personaggi) di inventarsi un recipiente, un’atmosfera, un contesto, un mondo, e nei casi più fortunati di intessere la propria scrittura di un tentativo di pensiero del mondo, ossia – un tentativo sotterraneo di dire qualcosa di filosofico, tramite una trama: un tempo si diceva una weltanshauung. Nel mio approccio forse dilettantesco del pensare alla letteratura, sicuramente cioè extra accademico, un autore eccezionale è un autore che satura tutte queste grandezze, un grande autore è uno che riesce nella maggior parte di esse.
Quando ho cominciato a leggere l’amica geniale, ho in primo luogo ripensato al mio rapporto con Victor Hugo, al tipo di piacere che mi aveva dato lo stare dentro ai Miserabili – con cui ha davvero tanti contatti in termini di contenuti e di struttura: la struttura del feuilletton, la vicenda di un bildungsroman nei termini di un’ascesa sociale dalla miseria alla nobiltà, la storia di un individuo e di una serie di relazioni come occasione per parlare della storia di un paese, la Francia di allora come la Napoli di adesso, lo sguardo sull’emozioni private, sul sensibile femminile, ma allo stesso tempo i continui confronti e ribaltamenti sul piano dell’etica, e sul piano per usare una parola antistorica e fuori luogo, del conflitto sociale e della lotta di classe. Ma soprattutto, come con Hugo, io ho provato un senso di divertimento, un’immersione, un desiderio di stare con il libro, che da tempo, sempre inseguendo fruizioni celebrali della parola scritta, avevo perduto.

Tuttavia, più sono andata avanti nella lettura, e più mi sono resa conto che sull’impianto della costruzione di trama del feuilletton con dentro tutti i suoi possibili epigoni televisivi e soap operistici, venivano saturate quasi tutte le altre grandezze che sono per me importanti in un romanzo: il ritratto di un mondo, la comprensione di un mondo, e persino – cosa che con mio disappunto devo dire incontro davvero raramente – una visione del mondo: tragica, filosofica, ma solida. In misura minore anche una prosa piacevole, anche se forse – e su questo tornerò dopo, troppo poco lavorata, troppo agile, troppo esile. Tuttavia, con questa prosa domestica, facile, difettosa, non sono mancati passaggi molto belli e ben scritti, e momenti narrativi di grande capacità simbolica.

Non mi interessa qui, ripercorrere nel dettaglio le vicende della tetralogia. Due donne nascono in un rione popolare di Napoli, Lila e Lenuccia, entrambe molto brillanti e intelligenti, e in virtù di queste spiccate qualità del carattere e della personalità faranno ognuna un’ascesa a suo modo, entrando e uscendo nella profondità del l’origine, dove sono nate – un sottoproletariato poverissimo, senza scampo (e mitico: nella distanza che c’è più che dalla concretezza del paese, dalla concretezza dei lettori di romanzi oggi). Lenuccia, l’io narrante, porta avanti gli studi, diventa una scrittrice di successo, attraversando relazioni ed ambienti sociali sideralmente distanti dalla Napoli sottoproletaria dell’origine. Lila smetterà di studiare prima, rimarrà socialmente dove è nata Elena, ma farà esperienza di diverse imprese importanti nell’imprenditoria, nella fabbrica, nella nascente informatica. Forse il cuore dei libri è nel rapporto delle due, nello sdoppiamento che rappresentano, in ciò che sono l’una per l’altra e in ciò che l’una deposita, nell’altra – quella gli stati emotivi, l’altra l’intelligenza delle cose. Si potrebbero scomodare categorie psicoanalitiche, e parlare del romanzo di un’identificazione proiettiva, dove abbiamo la storia di una lunga relazione tra donne dove una mette aspetti di se a operare nella vita dell’altra – non a casa il libro finisce, con l’emergere dalle brume del passato, incongruo e poetico, delle bambole con cui giocavano da bambine. Ma io per una volta, non vorrei parlare di questo, né dei numerosi spunti psicologici o psicodinamici che offrono quattro libri che sono un continuo germogliare di plot, e quindi di possibili riflessioni sul funzionamento psichico, su sentimenti stati d’animo e costellazioni familiari, perché quello che mi ha interessato nel lavoro di Ferrante, è la funzione di dispositivo cognitivo che il rigoglioso emergere di passioni asprezze e innamoramento svolge nel romanzo e nella sua fruizione.

Il plot emotivo infatti, la rutilante successione di colpi scena relazionali, stati d’animo travolgenti, semantiche di vita privata, sono la chiave di accesso per fare, una storia privata della politica italiana, una storia delle vicende che hanno fatto la trasformazione del modo materiale di vivere delle persone e di come vicende macroscopiche hanno agito sulle vite microscopiche, e in particolare sulla pulviscolare organizzazione delle famiglie, della vita delle donne e delle persone. A ritroso, proprio per questo a me, il volume che mi è piaciuto di più è forse il terzo, perché il volume in cui al centro ci sono le vicende del terrorismo, del femminismo e della lotta di classe, il volume in cui si racconta della relazione mai funzionante tra classe operaia e mondo intellettuale, la parte in cui si disvelano ipocrisie che la sinistra bene, ma diciamocelo soprattutto quella che spererebbe di essere la sinistra male, ma a conti fatti rimane sinistra bene, spera sempre di non vedere, raccontandosi empatie con le richieste sociali e la vita di chi le avanza che sono sempre cartacee teoriche, e che non riguardano le scelte pratiche di vita. Le persone che si frequentano, le donne e gli uomini che si decide di sposare, le famiglie in cui si decide di entrare, e da cui far arrivare dei figli: Lenuccia fa con Pietro il complicato matrimonio interclassista che tutti danno per scontato sulla carta, ma su cui ben pochi si esercitano a tutt’oggi nella prassi.

Si tratta di una strategia non nuova e anzi, nel solco della storia del romanzo. Tuttavia secondo aspetto che mi interessa e che secondo me determina non poco le reazioni che ha suscitato il successo della Ferrante, è che questa centralità della storia minima dell’Italia, è una centralità femminile, il bildungsroman è la formazione di due donne, con le vicende a cui sono andate incontro le donne: quando sono andate in Normale e quando sono andate in fabbrica, quando le hanno menate e quando le hanno lasciate con i figli e senza alimenti, quando hanno avuto il carisma e il potere e quando sono state punite per il carisma e il potere, in questo mi è sembrato un romanzo genuinamente femminista, originalmente femminista specie per gli standard italiani – meno per le abitudine letterarie d’oltreoceano. In ogni caso, questo bildungsroman femminile, è tanto più interessante perché spiega e dispiega la costruzione etica del femminile, il modo delle donne di costruire il proprio sguardo morale e politico, che passa dal materno e dalle relazioni. E ora che ne scrivo, mi ricorda molto un importante lavoro della psicologa statunitenste Carol Gilligan  Con voce di donna, tradotto in Italia nei lontani anni 80′, e che riguardava la strutturazione del pensiero morale del femminile, le sue categorie idiosincratiche, e i modi in cui si costruisce.

Forse proprio per questo, mi ha molto divertita il fatto che una grandissima moltitudine di uomini l’abbiano letta con divertimento piacere e stima, salvo poi quasi essere sbigottiti, arrabbiati o imbarazzati per scoprirsi sedotti da qualcosa che è in se così profondamente non maschile nel raccontare le logiche anche di ambiti e sguardi solitamente maschili. Un mio amico qualche giorno fa – uno con cui condivido interessi come Houellebeque o Carrere, mi ha prima detto: l’amica geniale è una roba per donne mitomani e frustrate. Quando gli ho ricordato che si era bevuto tutti e quattro i volumi con voracità e soddisfazione benchè lui no non sia una donna mitomane e frustrata, ma un solido padre di famiglia, ha ammesso che era vero ed era evidente quanto fosse sorpreso da se stesso. Ha aggiunto, in effetti – oltre mitomani e frustrate, anche brillanti. E insomma nei vari dibattimenti della critica, mi è parso anche, di vedere il maschile in difficoltà per scoprirsi immerso in un tipo di godimento per un verso, e di comprensione della realtà per un altro, tipicamente femminile. Femminile in un senso reazionario e premoderno del termine, che magari ora non esiste più da solo, non è più così graniticamente fisso e opposto al maschile ma che si c’è sempre stato e continua a sopravvivere nel modo di affrontare la realtà di molte persone ancora oggi.

D’altra parte, anche se volendo politicamente, o filosoficamente non so se sono d’accordo, premoderna, ma con una consapevolezza gentile e quasi tragica è tutta la visione del mondo che sottende il romanzo e che diventa chiara in due passaggi per me esemplari. Il primo, quando la cognata di Lenuccia a una serata in cui parla del suo libro femminista cortocircuita la sua lita con la madre e i contenuti del libro concludendo: una donna che non ama la sua matrice è una donna perduta, il secondo nella triste vicenda del bellissimo personaggio Alfonso, omosessuale con ambizioni transessuali che morirà in circostanze non chiare. Alfonso nel periodo prima di morire, era quasi perseguitato dal suo maschile originario che lo perseguitava, riaffiorando nei tratti somatici a cui condanna la vecchiaia. Tutto il lavoro, ruota cioè sulla dialettica tragica, di emancipazione dalla condanna dell’origine, che può funzionare solo, e mai del tutto e sempre a costi elevati, con un ritorno all’origine. Elena Greco nasce nella miseria, ma non se ne salva finché si nega la relazione con il suo passato. Salverà se stessa e le sue tre figlie, quando alla sua origine farà ritorno, quando con la sua madre, la sua matrice farà pace, la madre zoppa, ignorante, ma lungimirante e intelligente. La madre malata e senza speranze, che però è stata capace di generarla. E quindi la madre, ma anche il rione, ma anche Napoli.

Non sono le uniche cose interessanti queste, de l’amica geniale, ma sono per me abbastanza per sentirmi grata a uno o più libri – senza necessariamente arrivare ad adesioni ideologiche – sono grata all’autrice per avermele messe sul piatto, per avermele rese godibili, per avermi fatta divertire in maniera quasi puerile, in una fruizione apparentemente non intellettuale del testo. Forse, questo effetto è stato garantito proprio da quello che le viene più rimproverato: una qualità di prosa non sempre spessa, che nella sua estrema fluidità appare non scarna, ma parlata, qualunque – non impressionante. Ho in mente diversi autori italiani che in tempi anche recenti mi hanno regalato un piacere estetico nella pasta del linguaggio di gran lunga superiore ai sentimenti che mi ha suscitato la qualità del lavoro di Ferrante. Uno di essi, proprio perché mette insieme tutte tutte le mie domande al romanzo arriva all’eccezionalità. Gli altri però magari, con il buon linguaggio parlano gran bene del proprio ombelico, del proprio mondo, della propria generazione, del proprio problema. E’ davvero la somma qualità estetica del linguaggio la prima e unica priorità di una letteratura interessante? O una buona prosa, non eccezionale che però fa tutta una serie di operazioni se non eccezionali rare nel nostro panorama non ha diritto ad uno scranno?

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Riflessioni sulla vicenda di Marie Claire

Avevo deciso di ripubblicare il post qui sotto, quello sulle considerazioni psicodinamiche dell’anoressia, in seguito all’ennesima querelle su una copertina, un’immagine di donna magra su un giornale femminile che aveva indotto molti commentatori e commentatrici a protestare indignati con la direttrice del giornale in questione, Marie Claire, la quale aveva con quella foto estetizzato un modello malato di femminilità. Troppo magra, troppo triste. Alcuni e ad alcune ci avevano visto l’eterna sanzione verso una corporeità più florida, altre invece un invito all’estetizzazione dell’anoressia come pericolo per le giovani menti, altri ancora – soprattutto dopo che molti addetti ai lavori hanno di nuovo insistito sul fatto che non ci si suicida per le foto sui giornali, hanno spiegato che no è perché vendono un modello di femminilità triste, che estetizza la tristezza.

La discussione mi ha fatto risalire nella mente, come cibi che non riesco a digerire mai del tutto, tutte le obiezioni e i fastidi che mi provocano i due terzi degli interventi in proposito, pur rendendomi conto del fatto che, la questione del corpo femminile brucia chiunque la tocchi, per l’incredibile potenza esistenziale di cui dispone, per il fatto forse di esse il vero centro dello stare al mondo nostro e altrui. Il corpo è sesso, piacere, unione, procreazione, morte. Dalla capacità della donna di attrarre dipendono nell’ordine: la sua felicità, il suo godimento, il godimento del maschio, la trasformazione in madre, la trasformazione in padre, l’esistenza di figli e figlie. E quindi se parli del corpo parli sempre male: perché o pensi che conti solo lui, e no è troppo sei sessista, oppure se dici che non è tutto sei sessuofobica, se ti concentri sullo charme erotico sei futile (se donna) arrapato (se maschio) se invece dici che non è solo charme erotico sei cozzarona invidiosa (se donna) impotente bacchettone (se maschio). Parlare del corpo sui giornali è pericoloso quasi quanto parlare di soldi tra eredi.

Eppure, benchè possa dispiacere alle Alessandre Serre, alle varie direttore di giornale il discorso sui modelli femminili ha sempre senso, per via della tirannia che ha quel potere del corpo femminile, e per la sua adattabilità alle dittature dei contesti culturali, i quali usano sempre le iconografie del corpo per dire cosa c’è di meglio da offrire al mondo come prestazione esistenziale. Fintanto che scarseggiava da mangiare trionfavano le veneri del paleolitico, le Sofie Loren, che – a dispetto del sanguigno desiderio di bistecche, ci avevano i fianchi prorompenti. Qui che le bistecche te le tirano dietro, una elitaria ascesi è ancora il segno distintivo di un traguardo sociale, di un’alta borghesia guadagnata sul campo: da Sabrina a Marie Claire niente è più upper class di una pora stellina che ti viene da darle un bignè al cioccolato.

A ciò aggiungiamo il pepe della lotta generazionale, invenzione culturale del dopoguerra. Prima infatti le figlie incarnavano l’estetica delle madri e dei padri, e lottavano per dimostrare di possedere quella salubrità funzionale all’indipendenza e prodromica di un sano e famigliocristiano erotismo da fienile. Belle ragazze in salute eccochè! Ora – nel senso di almeno da 50 anni se Twiggy non è stata un ologramma – il desiderio di vedere le proprie bimbe mangiare va contro alla controcultura adolescienziale che rifiuta il cibo dei padri, che rivendica una perenne incerta magrezza, una perenne insoddisfazione, una depressione che è uno stato ideologico ed epistemologico, e alla fine certo anche estetico. Quante quante copertine di Marie Claire ci sono state prima di adesso e anche quando noi eravamo ragazzine! Ah le occhiaie! E quelle belle scollature che facevano vedere uno sterno scheletrico! Ah l’immortale seduzione di questo languore adolescenziale e culturalizzato. Si voleva andare a letto con certi morti di fame senza speranza – alcuni dei quali morti suicidi per davvero come Cobain, e si rivendicava l’iconografia mortifera di un corpo fatto di sensualità profonda.
A questo tipo di estetica le anoressie sono sempre state piuttosto funzionali – dalla Hepburn in poi.

Che però non vuol dire che l’anoressia si trasmetta per emulazione. Ed è per questo che avevo pubblicato il post, piuttosto risentita dalla strumentalizzazione e la conseguente grave relativizzazione di un disturbo molto molto grave attraversato da dolorosi vettori suicidari. Così come trovo che un altro problema che riguarda la discussione dei modelli femminili è l’immancabile tratto genitoriale riduttivo delle donne e del loro immaginario e dei loro desideri che pervade chi ne scrive. La questione è tosta perché quando ci si preoccupa per qualcosa di cui qualcun altro non si sta preoccupando viene subito da vestire i panni di una diversa età mentale, di una diversa maturità. Viene subito da dire, ehi io vedo quello che tu non vedi, e sono boni tutti a cazziare Michela Murgia quando poi non si sono posti mai in quel ruolo e assunti il rischio della asimmetria della preoccupazione.

Eppure un modo dovremmo trovarlo. Delle querelle che sono uscite dopo la copertina di Marie Claire, copertina per me banale e tuttalpiù iscritta in questo problema dell’appropriazione della cultura dei corpi delle donne, per cui alla fine fuori dal sesso non riescono a stare mai (sesso magretto, o sesso opimo che sia) sono usciti solo imbarazzanti attacchi reciproci sulla qualità del corpo con le tondette che dicevano alle magrette, ah sei troppo magretta, e le magrette che dicevano alle tondette sei troppo tondetta e tu sei invidiosa di me, no tu di me, e neanche un discorso complessivo sul corpo schiacciato sulla cultura dominante e sul sesso – come le accuse reciproche tristemente dimostravano.

Che è il vero nostro problema – Quelle borzettate sul corpo sono il nostro problema. Ma, ultima domanda, è politico e utile discuterne a proposito di moda? A proposito di riviste che campano sulla iscrizione ai codici di comunicazione sessuale? Le uniche riviste che se dicono che le donne sono prima di tutto corpo non vanno fuori tema? Forse si, ma con altri temi riuscirebbe meglio, e se proprio di vuol fare è una critica che esige strumenti molto sofisticati, oltre che un modo di parlare delle donne e alle donne che sia più interlocutorio e paritario di quanto le opinioniste del miglior femminismo siano abituate a fare. Quei giornali non sono solo i produttori di un immaginario, ma sono anche il prodotto di un immaginario. E allora, bisognerebbe ragionare insieme tra pari, su cosa si immagina e cosa davvero si desidera per se, e su quali parti di se si tendono a trascurare per i diversi altari – della classe sociale (mi pare assolutamente misconosciuta nel dibattito) dell’eros (invece sopravvalutato) della nevrosi (assente del tutto).

Giulia, i bambini, le madri, i padri la legge e la coerenza.

Da molto tempo a questa parte la PAS, la sindrome di alienazione parentale, proposta di Gardner e rifiutata da qualsiasi contesto psicologico e psichiatrico è oggetto di grandi e calorosi dibattiti.   Nelle intenzioni di Gardner la sindrome doveva servire a individuare minorenni manipolati dal genitore affidatario e indotti a credere di provare sentimenti ostili verso il genitore non affidatario, effetto che sarebbe garantito tramite una sorta di campagna di allontanamento e di denigrazione.
Questo tipo di circostanze è moderatamente frequente, e gli psicologi che lavorano con i minori ne fanno una costante esperienza – tuttavia la formulazione di Gardner aveva molte lacune, tali da rendere il costrutto auspicabilmente, inutilizzabile. Ora non mi va di ripetere cose di cui ho già parlato a lungo – qui per esempio. Per brevità ricordo solo che il clouster diagnostico di Gardner non propone una lista di sintomi ma un insieme di comportamenti a volte semplicemente adattivi, non rileva elementi di sofferenza del minore che invece sono tipici di questo ordine di circostanze, pensa il sistema familiare in termini di mezzo sistema sano e mezzo sistema funzionante, e lo pensa in termini fondamentalmente sessisti. Il mezzo sistema malfunzionante secondo Gardner è sempre materno – come si evince più che altro da alcune sue dichiarazioni. Infine manca del tutto una corretta diagnosi differenziale con le diagnosi con cui può confinare: l’abuso reale e l’abuso assistito. Ossia: in quali comportamenti il bambino che ha una PAS è diverso dal bambino che è vittima di un abuso? Quando un bambino che dice che la madre è stata picchiata sta mentendo? O che lui è stato picchiato? Esistono sintomatologie diverse? Questo quesito è importante.
La cultura psicologica italiana –ai minimi termini- unita a un sostanziale sessismo di fondo, non di rado ravvisabile nei tribunali, ha portato a un uso avventato della PAS soprattutto in molto processi in cui al centro della questione c’era l’accusa di violenza di genere del padre sulla madre e di violenza assistita verso il minore. Il concetto di alienazione parentale è stato chiamato in causa dagli avvocati di parte come grimaldello per screditare la violenza sulla donna, e a far passare come invenzioni le denunce di aggressioni e percosse. E dunque, è abbastanza comprensibile e plausibile che oggi solo a sentirne parlare, soprattutto considerando che al di la delle etichette generiche sono le madri ad essere accusate di istillare delle menzogne nei figli, la maggior parte delle donne si arrabbi terribilmente. E nella complicata situazione di un paese con l’economia di un primo mondo e l’ideologia di un quarto la maggior parte delle femministe – che vanno lottando per abitare per lo meno il secondo – rimanga sconcertata di fronte a chi combatte per un ingresso a pieno titolo della pas nelle cause di diritto di famiglia. I mariti picchiano, non pagano gli alimenti, si rifanno con gesti violenti sui figli in percentuale preponderante nelle cause di separazione, ci possiamo davvero stare a occupare di PAS? Non ci sarebbe una lista di cose prioritarie prima?

In mezzo a questi interrogativi Hunziker e Bongiorno, insieme già in una fondazione per la lotta allo stalking e alla violenza di genere, hanno deciso di patrocinare una nuova proposta di legge che sanzioni la PAS financo con la galera. Si era appreso qualche giorno fa con un’intervista da Fazio, in cui la showgirl aveva alluso al fenomeno e parlato della diagnosi, e ne era sorto un risentito dibattito, con tutte le associazioni femministe pronte a negare l’esistenza stessa del costrutto e delle circostanze che lo producono, mentre psicologi e psichiatri cadevano in un silenzio imbarazzato dinnanzi a una protesta di legge che a proposito di un sistema familiare nella sua interezza abusante e compromesso sancisce IL BUONO e IL CATTIVO proponendo IL GABBIO per il cattivo utilizzando una diagnosi che, pur individuando qualcosa di riconosciuto clinicamente, è al momento inutilizzabile per come è operazionalizzata. A correggere il tiro poi, arriva l’intervista di Susanna Turco a Giulia Bongiorno, che paraculescamente cerca di mettere una pezza sull’evocazione della pas dicendo cose come no, ma mica parliamo di quello eh – quando ci sono gli psicologi non ci si capisce mai niente! E allora noi parliamo delle circostanze oggettive, capito come.

Dice l’intervistatrice – scusa ma ci hai fatto caso al fatto che allo stato attuale dell’arte, di pas si parla sempre nei processi di abuso?
Si ma a me, che me frega. Se va così va così.
Un’intervista istruttiva, leggetela.

Ora. Bongiorno si occupa da sempre anche con una certa serietà e buona fede di violenza di genere, e probabilmente si sente protetta dal suo stesso curriculum. E ha certamente ragione a occuparsi di un fenomeno che esiste, e a indicare la necessità di offrire giuridicamente degli strumenti di intervento perché è vero che esiste il fenomeno, è vero che non di rado molti padri, sono allontanati ingiustamente dai figli, e soprattutto è vero questo io credo- che la vita un padre ci da, quel padre, non un altro, con quello dobbiamo fare i nostri conti belli e brutti di figli, e per quanto è possibile quel padre li che è nostro, non ci deve essere tolto. I bambini hanno davvero questo diritto ed è giusto che sia rispettato. E penso come ho scritto nel post linkato che in un figlio questa questione crei dei conflitti inconsci e quindi mi dissocio da tutte quelle correnti femministe che vogliono cassare la PAS tout court.

Ma certa supponenza e goffaggine sono imperdonabili. Si percepisce l’occhio fisso su un femminismo che è anche corretto, e che come vuole più accesso per le donne nel mondo del lavoro chiede il riconoscimento degli uomini nel mondo del privato e quindi si propone di sanzionare quei casi in cui il femminile usa il privato come forma di potere. Tuttavia lascia sbigottiti da una parte la malagrazia con cui ci si avventura in un dibattito ampiamente avviato, fino a raggiungere vertici inusitati di becera ignoranza: ah le femministe non hanno letto la legge mia, (ma dovevano? Ma a che serve avere una showgirl a comunicare se alla prima critica su quella comunicazione si rinfaccia la legge? Ma correggi la comunicazione prima) ah si la pas non esiste vabbeh io non ne parlo mica, ma però mi serve parlarne, ah tanto gli psicologi confondono le acque sebbene sia del benessere psicologico dei bambini nevvero che si dovrebbe parlare – e per quanto alla fine la questione sia un giochino di potere tra le parti e una patologia del potere quello dovrebbe essere il vertice di osservazione.

Dall’altra anche la stessa proposta di legge rende perplessi perché è ispirata sul principio della sanzione come efficacia detrattiva su un certo comportamento – la minaccia del gabbio! – e pone l’accento sull’idea di un comportamento colpevole contro uno invece non colpevole quando se fossero chiamati in causa le persone competenti le cose sarebbero impostate in ben altro modo. E il sistema familiare ad essere rotto. Posso capire il sanzionare una ex coniuge che non faccia rispettare il ritmo di visite all’ex marito, o l’esercizio della funzione paterna. Ma la sanzione di un’opinione sull’ex marito mi pare una forma di delirio istituzionalizzato oltre che ridicolmente controproducente.
Al di la delle mie perplessità sul testo della legge, non credo che si possa risolvere il problema della comunicazione su questi temi mettendo in mezzo una signorona di successo nello spettacolo che odora di superficialità e privilegio ogni volta che sorride e ciancia di un mondo materiale che non sarà mai costretta a sfiorare, e forse sarebbe un atto di coerenza oltre che la risposta a una necessità tanto sentita, proporre degli strumenti anche giuridici e richiederne di psicologici per aiutare quelle stesse avvocate femministe e periti di parte a discriminare la PAS dai casi di abuso – sia nel caso in cui l’abuso sia violenza subita direttamente dal minore che sia invece violenza assistita sulla madre. Per quanto alla Bongiorno l’intervento degli psicologi appaia come confusivo, forse non se ne può prescindere tanto, considerando il fatto che in questo genere di processi la testimonianza del minore è dirimente. Non solo come diretto interessato nei casi di affido ma anche come teste per appurare l’eventuale violenza sulla madre la quale come si diceva spesso è screditata invocando la pas. Va ricordato infatti che spesso quando gli uomini compiono violenza si mettono nelle circostanze opportune a che la vittima abbia come unica testimonianza proprio i figli, e attuano processi intimidatori allo scopo di non far produrre alla vittima prove che possano poi essere usate contro di loro. Per esempio prima le accoltellano poi le portano al pronto soccorso e in loro presenza le donne aggredite non parleranno di aggressione ma di incidenti e l’ospedale non potrà scrivere niente di utile in un processo futuro. Allora capire da altri e più adeguati sintomi se un bambino racconta di un abuso per non perdere la vicinanza con la madre, o invece lo fa perché ne ha memoria diventa un compito ineliminabile e una nuova riformulazione della PAS quanto mai auspicabile. Io ho la sensazione che certe sintomatologie molto franche e invalidanti – bambini che hanno appetito disturbato, che non dormono la notte. Oppure che sono precocemente portati a fare giochi in cui al centro c’è la violenza e un contenuto pesantemente sessuale, in maniera reiterata e ossessiva siano più probabilmente vicini all’esperienza di abuso reale che presi da una narrazione dell’abuso. L’abuso rompe, disorganizza crea un disagio esperienziale. Il suo racconto allo scopo di tenere vicino un materno avvertito come importante forse non comporta le grandi fratture psichiche della grave violenza assistita o subita e se ci dovesse essere una sintomatologia comparirebbe più tardi, con connotazioni più sottili. Ma su questo mi piacerebbe che intervenissero colleghi che lavorano con bambini.

Quello che posso dire con certezza è che coerenza vuole che – se ti occupi di violenza domestica il lunedì, non te ne puoi fottere il martedì perché il nuovo argomento ti attizza di più.

Il personale è politico. Ma anche no

Cari tutti,

Sono molto di corsa, di conseguenza spero mi perdonerete l’approssimazione del post che state leggendo, che cerca di enucleare alcuni punti che riguardano il dibattito su sessismo, e questioni di genere, cose che mi stanno venendo in mente in questi giorni – vuoi perché sta andando alle stampe il mio manuale antistalking, vuoi per i dibattiti che infiammano la rete – la camicia dell’astronomo prima, e ora – forse soprattutto – l’imbarazzante performance dell’eurodeputata.

Noto infatti una zona di complessità riguardo l’opportunità o meno di usare dei segni correlabili alla comunicazione sessuale, sia da parte delle donne stesse, che da parte di chi le cita più o meno indirettamente. In Italia regolarmente ci si incaglia su questo tema ogni piè sospinto, forse perché si scotomizza l’area di ambiguità che indubbiamente c’è addosso all’espressione di certi codici, in parte perché l’ossessivo dibattito intorno a questo problema dei codici permette a sua volta il perdurare di un sistema politico sessista.

Il modo di porsi delle donne – di vestirsi di conciarsi i capelli di truccarsi eventualmente etc- è per questioni sociologiche non proprio scontate molto più articolato di quello degli uomini, per i quali il campo di variazione tra appartenenza di genere classe sociale e gruppo politico e culturale è piuttosto limitato, con una spruzzatina di chance per quel che concerne l’espressione della loro personalità. Ma secoli di intercessione al mondo della polis tramite il logos hanno indotto il femminile a esprimersi mediante la cura del corpo e dell’abito, e questa cosa in una società sessista è regolarmente fraintesa: le donne si acchitterebbero solo per sedurre e il loro corpo nel pubblico sarebbe principalmente un oggetto seduttivo. Invece, con un’intelligenza che addirittura va ad abitare automatismi non sempre verbalizzati, le donne -in specie dopo la rivoluzione industriale – abitano la rappresentazione del corpo come veicolo della rappresentazione di se, e la propria posizione rispetto al contesto condiviso, esprimendo messaggi che rinviano al potere in un caso, all’ambizione intellettuale in un altro, alla modestia economica in un terzo, al ceto d’arrembaggio in un altro, all’incazzo da precariato in un altro ancora, fino al materno, fino all’eccentrico, fino all’umile, fino allo sfacciato.
Ossia, quando osservate i tacchi a spillo della Santanchè – non fatevi troppi filmini sulla sua storia con Sallusti – pensate piuttosto alla lotta di classe.

Il che però non deve far dimenticare che con i tacchi e l’abbellimento, e lo sbattimento di ciglioni una donna può comunicare sessualmente, è libera di farlo, e di conseguenza è anche libera di essere oggetto di un interesse sessuale, e di conseguenza l’uomo deve essere libero di poterla considerare oggetto di interesse sessuale. Questa implicazione latente provoca costantemente il caos nel dibattito italiano sulla questione di genere, perché coinvolgendo il sesso, tocca un’area sacra e incandescente. Sulla quale tutti maschi e femmine fanno fatica a intavolare negoziazioni. Per me infatti la questione è relativamente semplice: secondo tradizione e uzzolo personale è giusto che una donna si esprima come si sente e comunichi come crede, ivi compreso il caso che se le piace di conciarsi col tacchissimo e la minigonna, e ivi compreso il caso in cui decida di manifestare totale trasandatezza e disinteresse per la cura di se. Quello che solitamente si contesta è la reductio ad unum della polisemia estetica: come se la donna fosse solo un interruttore della luce che sta acceso o spento sul concetto di “piacere”. Ecco perché fischiare dietro a una che cammina per strada è maschilista – mentre con lo stupro non ci entra un bel niente, perché lo stupro è un atto misogino – ecco perché la camicia era per me fuori luogo, ed ecco perché un apprezzamento estetico a un personaggio politico o semplicemente in un contesto professionale è fuori luogo. Perché ribadisce la monosemia del paese, e se ne fotte di tutte le altre cose che sta esprimendo quella persona che oltre ai baffi e i polpaccioni, o le gambe lisce e gli occhioni, sta dicendo altro. Compreso, quello che le esce dalla bocca, in qualche caso.

Quello che le esce dalla bocca.

Il secondo punto dirimente della logica sessista, è quello per cui per la donna siccome il corpo in quanto oggetto sessuale è l’unico tramite identitario di espressione quello che dice è sempre secondario: non è così urgente che si esprima sulle cose in cui in linea teorica è chiamata a esprimersi. Può però fare intrattenimento sul corpo medesimo come a fare da riempitivo decorativo alla primigenia funzione di oggetto sessuale, variamente arguto o variamente imbecille. Che è il caso dell’europarlamentare PD Moretti, in questa brillante intervista, la quale intrattiene con l’amabilità che solo una Donna Letizia come si deve avrebbe giustamente apprezzato – l’intervistatore su questi gloriosi temi, usati a mo’ di fuffa riempitiva. Ah si per me le donne devono essere belle e curate! Io voglio andare dall’estetista una volta a settimana (vi prego di raccogliere la brillante allusione a tutti i tipi di depilazione, nell’intervista) sisi! Io, continua! Uhuh ahah! Voglio essere per benino per il mio elettorato eheh! E continua con graziosi ammicchi tra canzonette preferite e terrificanti giochini.

Ecco vedete, questa qui, che magari è anche una brava professionista ma appunto a una donna non è richiesto renderlo noto e spiegare perché meglio far sapere quanti peli ha, è candidata al Veneto.

Cioè, povero femminismo povero Veneto.