A proposito di “Sottomissione”

Ho un modo di leggere Houellebecq che probabilmente nessuno scrittore vorrebbe avere per se, e che probabilmente non ha una cittadinanza onorevole tra gli scranni della critica letteraria – come penso sia giusto. Infatti leggo Houellebecq con uno sguardo che comincia con la clinica e poi approda all’estetica, e credo che questo sia un tragitto non molto legittimo quando si parla di libri – come dire riduttivo a una storicità psichica che vincola l’analisi letteraria e rischia di tagliare fuori categorie troppo importanti – rischio che dunque corro e che spero di evitare. Ma nel suo caso, non riesco a farne molto a meno, è una cosa che quasi un po’ mi prescinde e ogni volta che arriva un suo nuovo libro, lo leggo chiedendomi come sta questo mio amato scrittore, che aria tira in quel mondo psichico così doloroso e disastrato come va la partita interna tra le fazioni endopsichiche, e quali esiti ha nelle ricadute del suo linguaggio, e delle sue intuizioni. Devo dire, che, per quanto sia riduttivo, questo tipo di approccio mette al riparo da certi fraintendimenti che ho incontrato in molti detrattori di Houellebecq, che non vedendo il fondo di disperazione, di depressione gravissima e cronicizzata in cui si dibatte, traggono conclusioni affrettate su certe sue posizioni ideologiche.

La terrificante depressione di Houellebecq, che non è una questione diciamo di umore ma una questione di personalità, sembra fargli abitare una landa in cui   – come effettivamente capita a tanti suoi personaggi – la vitalità del volere è preclusa. Come il dannato della pelle di zigrino di Balzac, non c’è spazio per un minimo atto di scelta psichica se non nel ristretto e impoverito spazio degli impulsi vitali, quando la censura del piacere non abbatte anche quelli. In ragione di questo l’unica area di sopravvivenza è nel piacere sessuale, fintanto che non è intaccato da quella stessa censura, ed in ragione di questo ho sempre trovato molto interessante il modo di Houellebecq di parlare del sesso – l’unico capace di descrivere il momento psichico e il tono con cui la persona pervasa da thanatos sopravvive a se stessa nel momento in cui appunto si occupa di sesso. Per il resto, il personaggio tipico dei romanzi di Houellebecq, anche ne’ la sottomissione, sono orfani del desiderio. Non amano, non odiano, non scelgono, escono di rado a cercare di carpire una realtà che non sentono, e quando ho la sensazione che stia un po’ meglio arrivano a una sehnsucht del sentimento, dell’amore perduto fino a giungerne al bordo per non riuscire ad afferrarlo – e questo capita nei suoi romanzi migliori. Di contro, di solito, i personaggi femminili di Houellebecq possono essere tragici, e mortali, qualche volta strazianti – ma sono personaggi pieni di forza e vitalità spesso di grande intelligenza per cui davvero, l’accusa di misoginia non sta mai né in cielo né in terra.

Se però Houellebecq fosse vinto da se stesso, non diciamo sottomesso a se stesso, non scriverebbe. Scrive e dunque lotta, e la sua prosa di solito, tra chirurgico distacco e sintonizzazione con i rumori della disgrazia psichica propria e altrui, si fa forte di una grande tensione emotiva e narrativa. Passa per scrittore cattivello, perché si crede che racconti l’oggetto di un desiderio quando narra l’oggetto di una disgrazia, ma io per dire lo trovo a più riprese terribilmente commovente e molte volte terrificantemente preciso: pervaso dal malessere sa fiutare il malessere altrui, ammalato diagnostica la malattia, si specchia nei sintomi e del mondo che guarda ristruttura tutti gli aspetti di se. Con queste premesse psichiche e narrative, è davvero l’uomo più adatto a cogliere la decadenza dell’Europa, e Sottomissione in termini di plot, era un’occasione succulenta e geniale per rappresentarla. Un’idea magnifica, alla quale la lotta del nostro avrebbe potuto prestare le sue migliori energie.

Se non fosse stato già sottomesso.
La trama è già nota a tutti, e mette in scena l’idea di una Francia in cui vince un governo islamico. La racconta l’ennesimo alter ego di Michael, ennesimo diseredato degli affetti e delle emozioni che però diversamente dagli altri suoi predecessori ha completamente abdicato al suo destino e si è appunto sottomesso placidamente alla deerotizzazione dell’esperienza. Questa deerotizzazione ricade su una prosa più sciatta, più ordinaria, più banale, dove ai periodi folgoranti dei libri precedenti si sostituiscono alcuni passaggi, e dove anche tutti i personaggi e i passaggi importanti, si piegano in maniera abitudinaria e sbiadita, con la risultante di un libro che arriva come moscio, e irreale. Il plot era perfetto, e alcune intercettazioni psichiche occasioni scintillanti per uno scrittore più in forma e meno rassegnato psicologicamente: e io ero li che aspettavo che cosa sarebbe stato delle bellissime e intelligentissime donne di Houellebecq, all’improvviso fuori dalle istituzioni, fuori dalla vita, senza le belle gonne degli altri romanzi. Speravo in un ritratto – certo parziale e poco veritiero ma comunque con tracce di verità – di una dolorosa ma desiderata rinuncia, oppure di una strenua lotta. Speravo in uno sguardo sulla contraddizione che invece non è arrivato. Anche la storia con l’ebrea Myriam, che ha dei momenti molto belli, è sotto tono, rispetto ad altri negati grandi amori dei personaggi precedenti. E al posto di certe sociologie precise e graffianti, ho trovato anche un po’ di banalità di luoghi comuni che insomma, quasi mi sono dispiaciuti perché quella verosimiglianza sbandierata dalle marchette sui quotidiani non l’ho riscontrata. Come se non avesse toccato il cuore delle cose con il tocco pestilenziale che ha di solito, come se si fosse fermato prima.

Non è un brutto libro, e penso che chi non abbia mai letto Houellebecq possa trovarlo davvero molto bello, ma è inferiore ad altri altri. E’ sottomesso a se stesso, distratto, sciatto. Rinunciatario e senza tensione, e quindi meno veggente e profetico di quanto potrebbe. Segno che a questo giro le cose la dentro vanno peggio del solito . Faccio comunque al mio scrittore preferito i miei migliori auguri, che sapendoli arrivare da una psicoanalista, so che detesterebbe fieramente, ma sperando lo stesso che gli capiti qualcosa che me lo rimetta nell’estenuante tensione esistenziale che ha deciso di non sopportare.
Per ora.

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