Quelle donne che attaccano altre donne: un post analitico.

Ogni volta che si discute dell’immagine delle donne, di quanto essa è parlata, contesa, simbolizzata, oggetto di sanzioni ed esaltazioni, e naturalmente aspramente criticata, se si deve vestire se non si deve vestire, se si deve scoprire se non si deve scoprire, se è troppo grassa o magra, rifatta o slabbrata, si pensa a queste donne come preliminarmente o parlate da se stesse o dai maschi, o dalla cultura maschile. Gli oggetti in campo sono cioè o l’autodeterminazione di lei, o la determinazione di lui. Sul modo delle donne di parlare delle altre donne, e specie del loro corpo – si discute invece poco. Rientra un po’ in un’idea trita della cultura condivisa da molte donne, per cui il femminile sembra destinato a essere oggetto parlato ma non parlante – ed è un paradosso perché invece, questi sono ambiti in cui le donne si esprimono moltissimo, non solo per cittadinanza politica ma anche per necessità psicologica, e come vedremo – non di rado nevrotica.

Le donne si giudicano infatti ben da prima dell’avvento dell’industria culturale, dei media, della rappresentazione mediatica. Sono state le prime, prima dei loro stessi uomini, a stabilire uno standard estetico a cui in caso devolvere una ossequiosa osservanza. E’ stato questo, sempre stato, il modo delle donne di abitare contesti politici e di classe – e rimane questo il modo privilegiato in società in cui le variazioni individuali sono ridotte per un verso, e l’espressione pubblica del femminile è ancora inibita per un altro. E infatti a ben vedere, se si tende l’orecchio nei contesti di provincia e nei piccoli paesi la sanzione del corpo femminile è pratica più frequente capillare e diffusa – un certo standard femminile, è la garanzia di una sopravvivenza sociale, e il poter ricoprire quello standard il vantaggio da pubblicizzare quando altre aree della percezione di se sembrano in difficoltà. Nei piccoli paesi, la sanzione della grassezza, dello charme erotico, o dell’eccentricità di una persona anziana con un cappello vistoso, è un balsamo per la propria trita banalità, per i sacrifici che ha costato l’osservanza di un canone condiviso, o addirittura, per quelle tristi vicende di donne che, si sbattono tutta la vita a fare le borghesucce con milfout, per poi ritrovarsi separate con prole. La critica del corpo delle donne da parte delle donne, è insomma spesso e volentieri un revanchismo da disgraziate.

Ma psicologicamente cosa c’è dietro?
Un po’ c’è l’intramontabile concetto che aveva ben spiegato Joan Riviere agli albori dell’emancipazione femminile, in un bellissimo saggio womenliness like masquerade, in cui la notoriamente arcigna, intellettuale, cattiva Joan spiega la necessità della coquetterie, anche per la più brillante delle intellettuali che deve essere si efficace intellettualmente ma sempre nell’ambito della compiacenza di un padre interno, proiettato sul proprio contesto culturale per lo più composto da padri. Alla donna non va di tradire questo padre interno, e la coquetterie è un modo per saturare un edipo che, secondo molte analiste freudiane, per le ragazze non si sorpasserebbe mai del tutto. Quando Joan parlava di coquetterie si riferiva a certe modalità di relazione complimentosa, a certi modi di fare per esempio vagamente infantilizzati, il broncio, certe movenze lolitesche, che blandiscono l’autorità e plachino il complesso edipico. Ma la convergenza di uno standard femminile può essere una sorta di masquerade, e le donne che la tradiscono, perché grasse perché eccentriche, perché si sono rifatte il seno, rappresentano quindi il suo tradimento, l’incarnazione delle parti di se puer, per dirla con Jung, le parti di se cioè che vogliono sovvertire l’ordine, sfidare il padre, che stanno appresso a una regola, la quale fossanche una triste nevrosi porta in ogni caso gli inconfondibili segni dell’anarchia e dell’eversione: preferisco mangiare che stare appresso a questa schiavitù della compiacenza. Seguo la legge del mio sistema difensivo.

In questa direzione quindi, una prima lettura dell’ostilità di certe donne ad altre donne, quando non obbediscono a uno standard estetico maggioritario si fonda sulla proiezione di parti di se secondarie vissute come lati ombra e quindi non accettate. Quando le donne che incarnano questi lati ombra fioriscono nel successo si sprecano gli strali intinti nell’invidia: qualche giorno fa leggevo su Facebook una donna che a proposito della candidata alla presidenza degli stati uniti, aveva i complimenti di suo marito ex presidente degli stati uniti che ricordava il magnetismo politico della sua giovinezza, e questa donna di fronte a questa immagine di sfolgorante successo, si sentiva psicologicamente in dovere di dire, beh ma del suo baricentro a terra non vogliamo parlare? Sarai pure cioè la donna più potente del mondo con il marito che è stato il più potente del mondo e celebra oggi il motivo per cui potresti essere la donna più potente del mondo, però sei cicciotta eh. Tiè tiè tiè.
Quando invece le donne ombra franano nell’insuccesso, o in vite semplicemente banali il sarcasmo non si contiene, e assistiamo alla imbarazzante fenomenologia del revanchismo nevrotico, che gode dell’insuccesso altrui, perché quell’insuccesso gli risulta rinfrancante, tranquillizzante. Lo spettacolo penoso della sanzione irridente delle donne sulle altre donne.

Una seconda lettura riguarda il complesso materno.
E’ interessante constatare come secondo molti, anche per esempio Athol Hughes, che su di lei ha scritto un sofisticato saggio, Joan Riviere aveva una avuto una madre molto poco accogliente, molto fredda e patogena. Senza un materno che nella fase preedipica costituisca una base sicura, la sfida edipica diviene più difficile da sostenere, la figlia non introietta sufficienti oggetti rassicuranti quegli oggetti che vengono dalla relazione con la madre, e nella sofferenza di questa mancanza starà incastrata nella coquetterie edipica per tutta la vita: donne che nascono con la vocazione delle amanti, che millantano quindi superiorità verso le mogli, che sacralizzano il maschile e devono attaccare tutte le altre che dovessero ricordare il corpo di una madre, il salto nel potere della maturità, il materno simbolizzato nel corpo per esempio più manifestamente vicino alla procreazione. A quel punto l’idolo è la ragazzina efebica, la propria eterna giovinezza proiettata, la donna esile e carina da ammirare, la potenziale madre, la donna che mettesse in secondo piano la seduzione rispetto ad altri obbiettivi esistenziali, spostati su un altro piano di vita è vissuta come nemica, come oggetto invidiato ma da disprezzare e da colpire.

Per molto tempo, e per qualcuno ancora, questa è stata considerata la psicologia delle donne, ed è la psicologia delle donne più ricorrente in sistemi sesso- genere in cui il potere pubblico è tutto maschile, il femminile è svalutato socialmente e questo si riverbera nella costruzione dei sistemi familiari, dove soltanto la produzione di una prole numerosa e il raggiungimento di un certo carisma matriarcale – che nelle società rurali è sempre esistito – offre una possibile alternativa. Ma è una radice psicologica che non può estinguersi del tutto, e che magari in certi contesti può essere socializzata e culturalizzata.

Un’ultima considerazione la vorrei fare sulle persone che vi entrano in relazione. Penso che in linea di massima la relazione durevole con questo tipo di persone abbia qualcosa di insalubre: perché o rafforza aspetti regressivi – o scoraggia aspetti individualizzati, oppure quand’anche attacchi aspetti nevrotici   – l’irrisione di una donna che per esempio si fa troppe plastiche o ha un problema di peso – mette in uno stato psicologico che impedisce qualsiasi evoluzione. Forse può far bene però a molte donne che mettono da parte la priorità seduttiva rispetto ad altro, a ricordare qualcosa di importante di se, che si sta sottovalutando, a cui non si riesce a stare dietro, e che la coquette con la sua lingua biforcuta sta indicando. Riuscire a integrare in un percorso individualizzato anche quegli aspetti della comunicazione erotica, o di appartenenza alle norme di un gruppo culturale – può avere una sua utilità.

Psichico 16/ Sesso genere giocattoli

(Non ho partecipato granché fino ad ora alla discussione che ciclicamente arriva in rete e sui media rispetto ai giocattoli e i ruoli di genere, ma sono stata invitata a un dibattito su questi argomenti –per la presentazione del numero monografico di Genesis, bambine e bambini nel tempo  – a  cura di Adelisa Malena e Stefania Bernini dedicato a una lettura storica del giocattolo e della pedagogia di genere, per cui mi sono ritrovata a fare l’appello delle idee che ho io in merito, una sorta di chiamata alle armi del mio armamentario concettuale. Qui alcune delle riflessioni che hanno strutturato il mio intervento)

Quando si parla di oggetti culturali che ottengono un certo successo – dobbiamo ragionare, alle volte anche amaramente, sulla significanza di quel successo, senza cedere di default alla gentile consolazione della manipolazione culturale. Vale per la pubblicità, vale per il cinema e vale, vale terribilmente per i giocattoli dei bambini. Come tutti gli oggetti culturali, e più che mai quelli destinati all’infanzia, i giocattoli per i bambini portano indosso l’intenzione di una trasmissione di valori, e più che mai questa cosa è fortissima in termini di prospettiva di genere: i giocattoli dicono cosa una certa generazione chiede alle generazioni successive, cosa devono incarnare, quale progetto politico realizzare, e cosa riscattare. Tuttavia non basta domandare per avere risposta, e ogni richiesta di successo deve contare su un’uniformità linguistica. Quest’uniformità non riguarda solo il dare agli infanti oggetti infantili, ma – soprattutto intercettare aspetti del mondo interno dell’infanzia, agganciarvisi, colludervi, specchiarcisi. Il giocattolo di successo è un oggetto semantico la cui missione culturale è garantita dalla soddisfazione di alcune necessità psicologiche, psicodinamiche, simboliche, e che per queste altre necessità svolge altre missioni tutte individuali del bambino che ci gioca. Molte di queste missioni hanno a che fare con il sesso e il genere. Il corpo e la sua interpretazione.
A questo punto, proporrei di fare un passo indietro e allontanarci provvisoriamente dal giocattolo per isolare alcune questioni importanti a individuare quelle missioni individuali legate al gioco e che investono il genere. Propongo tre punti importanti.

  1. Semantica biologica: La prima questione rilevante per me riguarda la capacità semantica del corpo sessuato: se gli studiosi si scannano tanto per decidere se i cervelli degli uomini e delle donne sono differenti evidentemente la differenza non è proprio di quelle che salta all’occhio . Ma certo è che la differenza fra avere il ciclo e non averlo, fare i figli e non farli, allattare e non allattare salta all’occhio e non c’è bisogno di grande dibattito. Io credo che quella prima differenza produca in ognuno un importante dato semantico, produca parole, faccia cultura individuale, sia una cosa che ognuno piano piano legge a modo suo. Di solito questo tipo di assunti sono letti come essenzialisti di defoult, perché associati a posizioni di chi vincola il corpo a un forte prescrizione in termini di ruoli di genere. In realtà la prescrizione dei ruoli di genere è anche molto vincolata alla contestualità e al cosa si decide di farci, con quell’oggetto che produce una prima semantica. Qui si suggerisce solo l’idea che: sapere di poter allattare mette nella testa di una donna un oggetto. Sapere di non farlo un altro.
    Inoltre, questi oggetti semantici ci riguardano non solo come titolari del corpo, ma anche come destinatari di relazione. Connotano l’altro, e innescano delle reazioni a quel dato semantico. Nelle tristi vicende della 194, come nel plot di tante favole della tradizione popolare per fare esempi concreti, io vedo la demonizzazione e la punizione del potere tutto femminile di procreare, al quale molti uomini si sentono dolorosamente subalterni, e rispetto al quale il collettivo si sente inesorabilmente dipendente.
  1. Semantica psicoanalitica Nella crescita di ogni individuo, una parte saliente ce l’ha il gioco di identificazioni e controidentificazioni con figure affettive di riferimento del proprio sesso, o del sesso opposto. Nel nostro modello culturale, quando si presenta diciamo nella sua forma standardizzata, la negoziazione dell’identità, passa dall’identificazione e dalla disidentificazione con il genitore pari sesso, raccogliendo per una via diversa aspetti del genitore del sesso opposto. I giocattoli sono tra i grandissimi intermediari di questa negoziazione: la bambina che gioca con la bambola studia come essere come la madre, per poter un domani fare la stessa cosa diversamente dalla madre.
    Questa esplorazione identitaria inoltre, passa anche dal commercio di desideri non sempre consapevoli: il bambino che gioca con la pistola giocattolo, rincorre un modello di maschile che avvii la sua dialettica con suo padre oppure al contrario incarna un desiderio che il padre non è riuscito a incarnare. In ogni caso, la cultura performa i nostri modi di stare nel mondo prima ancora che con gli oggetti culturali condizionando gli stili e le forme dei sistemi familiari in cui i soggetti sono iscritti. Il bambino che gioca con la bambola, giocherà con la bambola con maggiore naturalezza quando fosse il figlio di un padre che si è preso cura di lui e dei suoi fratelli, ha cambiato loro i pannolini, ha dato loro da mangiare. A quel punto per quel bambino giocare con il bambolotto sarà una sua negoziazione psichica con il suo paterno.
    Infine il gioco dei desideri riguarda anche situazioni incrociate il bambino interpreta un ruolo di genere nella misura in cui raccoglie e incarna il desiderio del genitore di sesso opposto: il bambino con il suo giocattolo è cioè anche: il figlio della madre, la figlia del padre.
  1. Semantica Junghiana. Se noi consideriamo gli oggetti culturali come oggetti simbolici, ivi compresi i giocattoli, noi li possiamo allora considerare il canovaccio su cui si proiettano gli oggetti interni di due parti: chi li propone e chi ne fruisce. Produttore e consumatore. Secondo la lettura junghiana ogni individuo ha nel suo inconscio forme archetipiche correlate al maschile (animus) e forme archetipiche correlate al femminile (anima) rubriche categoriali cioè che raccolgono insieme caratteristiche psichiche culturalmente codificate coi generi, loro declinazioni emotive e personologiche, loro correlazioni con le immagini genitoriali di cui ciascuno dispone, eventuali rappresentazioni problematiche dovute ad aspetti individualmente irrisolti o culturalmente patogeni. Un giocattolo di successo, spesso riesce a intercettare l’arsenale simbolico in merito al genere di tanti fruitori, e lo fa perché quello stesso arsenale simbolico abita la psiche del produttore. Le famigerate winx, per fare un esempio, intercettano la rappresentazione del potere sessuale che emerge, con eroine dai corpi estremamente potenziati e seduttivi, contro a un universo relazionale con il maschile estremamente burrascoso e problematico. Hanno dei meravigliosi superpoteri – la fata è un archetipo del femminile che ha una corposa filmografia nella produzione per bambine – ma con i quali non vincono mai del tutto. Le winx sono cioè una efficacissima rappresentazione dell’avventura dell’adolescenza femminile, che è alle porte e a cui le bambine sono sempre più precocemente chiamate. Si tratta di una missione di crescita a cui non possono sfuggire – quel corpo sessuato anche se variamente declinato arriverà e questa rappresentazione fa esplorare la battaglia nel porto sicuro dell’infanzia – con il difetto di anticiparla eccessivamente.

Tutti queste osservazioni servono cioè a spiegare la funzione che può avere un giocattolo che è diciamo reazionario rispetto al sistema sesso genere. Alla luce di questo io, diversamente da molti sono meno arrabbiata con i giochi che rispecchino una divisione tradizionale dei ruoli. Perché ritengo che assolvano a queste funzioni psichiche – e quando sono richiesti dai bambini pongano una domanda di lettura e riconoscimento dell’identità che mi sembra giusto e importante accogliere, anche se magari possono essere declinati nell’assetto familiare con l’interpretazione dei ruoli di genere che la mia famiglia ha elaborato –dove c’è un maschile molto accudente per dire, e un femminile molto intraprendente. E penso che prima prima di tutto, il compito politico di innovare la declinazione del rapporto sesso- genere spetti alle strutture familiari, agli stili di accudimento, più che ai giocattoli i quali sono sempre tramite di quegli stili, e non si può sperare di cambiare la libertà dei soggetti togliendo loro giocattoli importanti in una fase della vita in cui i discorsi molto intellettuali e sofisticati non sono ancora disponibili ma ci sono prima di tutto passaggi psichici da fare.

Naturalmente questo non deve intaccare la possibilità di esplorare mondi semantici appartenenti al sesso opposto da parte dei bambini, o la sacrosanta necessità di concepire i giochi anche come strumenti di crescita psichica che permettano di accedere alla simbolizzazione e di arrivare all’uso di meccanismi difensivi e adattivi superiori che aiutino a elaborare le arcaiche semantiche della primaria differenza sessuale.  A questo scopo io credo servano i progetti nell’ambito degli asili o delle scuole di aiutare i bambini a esplorare i giocattoli e i mondi che sono proprie del sesso opposto al proprio, come è successo se non ho capito male a Trieste. Non è che a Trieste proponessero ai bambini di andare vestiti da ragazzine per tutto l’anno scolastico, o imponessero per sempre giochi diversi da quelli che utilizzavano normalmente. Si trattava di una esplorazione di una parte interna di se, o di una parte sociale diversa da quella mediaticamente sancita per i ruoli di genere, e siccome – per tornare alla lettura junghiana del giocattolo rispetto al genere – noi abbiamo un archetipo sessuale e uno controsessuale, l’esplorazione di quello controsessuale è tutta salute per ognuno.
Lo scandalo con cui quella come altre iniziative è stato accompagnato è il sintomo penoso di una nuova costellazione culturale, frutto del pericoloso innesto tra crisi economica, capitalismo avanzato e psicopatologia culturale e una sorta di sessofobia che si va organizzando intorno a nuove agenzie   – Adinolfi – le sentinelle – Miriano Fusaro qualche prete di città – ma di questo voglio parlare in un prossimo post.

Psichico 15/ Il problema di Herta

In una bellissima intervista uscita da poco,  Herta Muller ragiona sulla sua somiglianza con un altro grande nobel della letteratura, la Szymborska, e sul fatto che questa somiglianza si incardina nell’amore per il dettaglio, per il particolare, per l’oggetto quotidiano. Da a questo tipo di attenzione un ruolo filosofico e politico, perché dice: “Il dettaglio è il contrario di quello che propagano e praticano le grandi ideologie» e aggiunge «Le ideologie sono fatte da pezzi già pronti, prefabbricati, montati sempre alla stessa maniera e seguendo gli stessi schemi e non tollerano sorprese o deviazioni dalla norma. Ecco perché il dettaglio è il nemico dell’ideologia». Spiega: «Nel caso mio e di Szymborska, l’attenzione al dettaglio è una rivolta personale e intima contro la dittatura».

E’ un passaggio che arriva a essere struggente, se lo si cala nel contesto politico che lo ha generato, ma che ritrae efficacemente anche una tensione relativamente più pacifica, tra la prospettiva idiosincratica e quella nomotetica, tra lo sguardo filosofico e politico che destruttura in nome dell’irripetibile che produce la storia, e quello che struttura in nome delle ricorrenze che produce la storia. E le discipline umanistiche sono fitte di queste dialettiche tra prospettive sistemiche e antisistemiche, tra sogni di soluzione dello scibile e cunei di particolari eversivi che fanno stramazzare il paradigma teorico sotto la scure di una nuova anarchia, la quale produrrà -auspicabilmente – un nuovo tentativo di organizzazione.

Quando si parla di psicologia, Herta va per la maggiore e questa tensione tra prospettiva sistemica e anarchia soggettiva è riproposta a ogni piè sospinto. La psicologia fa una legittima paura perché in un certo senso, decodifica le gerarchie estetiche ed etiche di un certo ordine sociale e politico in categorie diagnostiche, le quali, piaccia o meno sono una sorta di apriori mentale del terapeuta. Da una certa, volendo molto sgradevole prospettiva, la psicologia sembra essere quella somma di codici in virtù dei quali si stabilisce quanto un soggetto si allontani dalla fruibilità sociale e cosa si possa fare perché possa essere socialmente fruibile, il grado di complessità e di sofisticazione dello sguardo diagnostico dipenderà allora dal grado di complessità e di sofisticazione del modello culturale di cui si fa tramite per cui, più questo modello sarà politicamente democratico più la sua psicologia implicherà una democratica espressione di se e dell’abitare la vita: più il modello virerà a forme reazionarie, prescrittive e restrittive, più la psicologia tenderà a giudicare come patologico qualcosa il particolare tenace, l’eversivo del soggettivo, il dettaglio esistenziale di Herta.

Dall’altra parte però l’ellisse di Herta si pone anche in rapporto alla sintomatologia. Tolstoj apriva Anna Karenina con il celebre incipit – tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo blandendo il narcisismo di ognuno e regalando il sogno per cui la difficoltà esistenziale fosse il prezzo della peculiarità, l’adamantino dettaglio di Herta. Nietzche era pazzo! Ma diamine era Nietzche! Le due cose sono fortunatamente collegate e se io ho una vita di merda posso consolarmi con l’estetica della mia irripetibilità. Mentre quella manica di stronzi li, come sono stupidi! (benché nevvero, avremmo preferito poter dire per esempio – cornuti)

Personalmente trovo questa una fabula per intellettuali affievoliti. La verità è che il sintomo è dittatoriale più di qualsiasi prospettiva politica, e la soggettività è quella cosa che lo argina o tenta di arginarlo, ma non è il sintomo a strutturare la soggettività. Se uno è Nietsche è Nietzche, ma se uno non è Nietzche è colonizzato dalla schizofrenia, da molto prima. Il sintomo è la tirannia politica di Herta, molto ma molto di più di quanto piaccia credere, perché come le ideologie di Herta costringe alla coazione a ripetere, riduce il margine di scelta, ostacola l’anarchia della creatività, l’erotismo dell’espressione di se. Più il sintomo è potente più la politica esistenziale a cui costringe è di marca fascista. E con buona pace di Tolstoij, con una certa cognizione di causa posso dire: più le famiglie sono infelici più ritornano le somiglianze tra di loro.
(Ossia  – libertà e felicità commerciano sempre , e il problema della dittatura può essere sia esogeno che endogeno – venire dal mondo reale, come dal mondo psichico.)

Qualche giorno fa mi sono chiesta, lo faccio spesso, come mai tra le tante scuole di pensiero io sia finita nella parrocchia junghiana, e come mai, nonostante la mia distanza viscerale da un certo lessico, abiti quel contesto con tanto piacere e soddisfazione. Da un certo punto di vista si è trattato di caso fortuito. Ho incontrato Luigi Aurigemma, amico di famiglia, Luigi Aurigemma era un grande vecchio del junghismo italiano, io ero giovane e nevrotica, e cominciai una terapia consigliata da lui, con uno junghiano a cui devo molto, Gianfranco Tedeschi, sulla base della fiducia in quella persona cara, e con un’idea piuttosto vaga, di che roba fosse. E quando si trattò di iscrivermi alla scuola di specializzazione, ricordo che decisi con una blanda cognizione di causa, senza farmi troppe domande sul curioso attrito tra un’analisi riuscita che mi aveva fatto stare bene, e un lessico che ogni tanto usciva fuori e che trovavo francamente buffo – da cui mi sentivo molto distante. L’acuta cognizione di causa per cui, se invece avessi scelto una qualsiasi scuola postfreudiana sarei stata a disagio, non contenta, sempre in conflitto e arrabbiata.

Questa consapevolezza di benessere, di stima per gli analisti che ho incontrato, di stare al posto giusto nonostante gli oggetti che lo popolavano, è continuata – con la seconda analisi, con il ciclo di supervisioni, con i contatti professionali. A quel punto, c’era da farsi delle domande su quel lessico che sento così distante ma così meravigliosamente funzionale.
La questione ha anche fare con quello che potremmo chiamare il problema di Herta, nella psicoterapia.

Nel vasto mondo delle costruzioni teoriche psicodinamiche, io sento l’eredità postfreudiana incredibilmente capace di fornire efficaci paradigmi di cura, e strumenti che per l’artigianato della terapia sono indispensabili. Non è solo Freud, sono anche i figli e i nipoti: non è solo l’idea di inconscio la teoria del complesso edipico per fare degli esempi – ma anche, i meccanismi di difesa, e le posizioni kleiniane, e i modelli operativi interni e gli schemi di attaccamento, fino alle convergenze sotto lo sguardo di un Liotti tra prospettive cognitiviste e prospettive psicodinamiche, fino ai Fonagy e oltre. Io ho una stima infinita e una forte gratitudine, per la sofferta dialettica interna che ha animato la storia della psicoanalisi, una dialettica determinata da una convinzione politica, una ricerca di vero, un raccogliere la sfida epistemologica del capire le cose – un prendersi sul serio. In politica non ci sono soltanto i poli dell’anarchia e della tirannia, ma anche il gioco pesante di chi dice, ci provo a dare una forma, a legiferare per la libertà e a garantire una serie di posti liberi, quella roba è la democrazia ma è anche il tentativo sistematico, la sfida hegeliana. So buoni tutti a destrutturare, viva chi struttura. So buoni tutti a parlare cercare il soggettivo che spariglia, più difficile è trovare quello che cerca un tavolo per tutte le soggettività. Quell’erotismo per la ricerca, ha prodotto un sacco di cose. E allo junghismo, quell’erotismo manca – strutturalmente.

La qual cosa ha però una serie di importanti vantaggi, che non riguardano l’ambito della ricerca, ma il modo di abitarla di starci, di usarla e di campare. Lo junghismo ha un lessico estraneo in un certo modo, alla moneta di scambio della ricerca scientifica, e questo sembrerebbe tagliarlo fuori. Tuttavia quei costrutti che lo compongono hanno la capacità di evocare i binari della ricerca scientifica e di chiamarsi al ruolo di loro anteriore logico. Per fare un esempio: la figura archetipica del materno, l’imago della grande madre, è un concetto difficile da spendere in un piano di ricerca di un dipartimento di psicologia evolutiva per esempio ma è un ottimo aggancio semantico per raccogliere gli esiti di quel dipartimento riguardo i rapporti tra bambino e madre. Il rapporto con l’immagine interna del materno, e quello che quel rapporto crea nella vita di un individuo è nella rubrica della grande madre, che è la costellazione simbolica di tutti i materni possibili. Alcuni junghiani possono fare l’errore di schiacciare l’idea archetipica con una certa declinazione storica, e questo fa fraintendere di molto – come è successo – il mondo junghiano. Ma di fatto tutti i concetti che sono alla base del nostro armamentario clinico sono apriori logici, urcategorie del mondo relazionale e del modo di interpretarlo. Sono un apriori poetico e insieme disincantato, che usa la logica positivista per il bene dell’altro senza esserne contaminati.

E dunque, ecco perché essere junghiani ha a che fare con il problema di Herta, con la distanza di sicurezza tra i poli dell’anarchia e della dittatura, gli eccessi della coartazione e della dismissione di responsabilità, perché strutturalmente la junghianità corre meno il rischio di identificarsi con un lessico, con una moda storica, con un credo politico che abita la clinica e questo mette in una dimensione epistemologica ed emotiva, diversa anche nel quotidiano, e in un modo di curare l’altro epistemologico ed emotivo diverso, che ragiona con molto approfondimento sul tuo stile nell’usare questi alfabeti altrui, sulla tua storia personale in relazione a quegli arsenali teorici. Contro un rapporto disincantato verso le diverse ondate psicodinamiche, c’è un rigido lavoro del clinico su se stesso (molte molte più ore di training e terapia su di se, rispetto a tutti gli altri) e questo mette in una posizione di onestà diversa e di efficacia pratica diversa, che cede difficilmente a fideismi di sorta, che in linea di massima – salvo necessità specifiche individuali – sta scomodo con le dittature ideologiche. In casa junghiana c’è grande area di libertà, e grande aria di affettività.

La mia sincronicità assente. Appunti su Luigi Aurigemma.

Ho conosciuto Luigi Aurigemma che ero una ragazzina, in vacanza con la famiglia a Parigi. Sua moglie era molto amica di mia madre, e all’inizio della nostra amicizia, lui non era nient’altro che una sorta di zio capace di una benevolenza comica, perché per me allora, difficile da decodificare. Ma ricordo benissimo, è un ricordo che ho molto caro e che ha il sapore di un sogno, che mi rubarono la borsa che conteneva un diario e che lui fu molto colpito da questa cosa, tributando al mio diario, un’importanza, una sacralità, che nessun adulto aveva mai dimostrato alludendovi, che io stessa pure non avevo mai davvero considerato necessaria. Il tuo diario? E’ davvero terribile! disse. Il che voleva dire: qualcuno ha leso il tuo spazio intimo e privato? Qualcuno ha leso la porta dei tuoi legittimi segreti di persona che sta diventando crescendo?
E mi comprò una borsa nuova, che conservo ancora.

Per molto tempo – un tempo che io ho giudicato eccessivo, e il cui protrarsi mi faceva scalpitare – il nostro rapporto è ruotato in questo gioco dello zio vecchio con la bambina giovane, i cui passi nella vita andavano sorvegliati, e aiutati. Ed era certamente molto bello avere per amico un pozzo di affetto e di saggezza, e anche l’icona di un mondo complicato prestigioso, e devo dire quell’amico, quelle telefonate, quei consigli ancora mi mancano molto, e certo anche quell’umorismo. Figlietta, diceva alla me adolescente che raccontava travagliate vicende amorose, noi maschi abbiamo il problema del manico. Così come mi piaceva la sua presenza esoterica e misteriosa, quasi iconograficamente volutamente altra, rispetto al mondo attuale: mi capitava di andare a Parigi e camminare con lui vestito in maniera elegante e preziosissima, gli occhiali cerchiati d’oro, i bastoni ricercati, e percepirlo come curioso, misterioso, astruso. Collezionava baffi di gatti, aveva un bellissimo salotto molto francese, pieno di finezze e di riti borghesi, che aveva un suo aggraziato affetto, ancorché molto pudico.
Ho visitato quella casa per circa vent’anni, e non ne ho mai vista la cucina.
Tuttavia, facevo fatica a farmi prendere sul serio. Aurigemma era cresciuto negli occhi della Von Frantz, ossia una delle più importanti e acute maestre junghiane, e soltanto questo – oltre che la meravigliosamente carismatica moglie che aveva assai amato – doveva bastarmi a non considerare come una forma di semplice maschilismo la sua resistenza a prendermi sul serio sia quando gli comunicai che desideravo laurearmi in psicologia che in un primo lungo periodo, in cui lottavo con lui per parlare di pazienti e di teorie e di tirocini e ne ottenevo una frustrante sordità. Piuttosto quando ci sentivamo, insisteva con grande affetto e convinzione sull’importanza delle mie urgenze terrene, rivendicava uno sguardo affettuoso e paterno, e mi ripeteva in continuazione e anche con un certo biasimo, scellerata figlietta che non sei altro, che l’importante nella vita di una donna sono la caverna e i cuccioli, e perché mi parli di libri e tirocini che non mi importa niente e non mi parli di queste cose serissime che dovrebbero essere la tua priorità? E questo mi faceva molto arrabbiare. E mi raccontavo che dipendesse da quella remota radice meridionale che l’eleganza parigina e il prestigio della società psicoanalitica occultavano, ma che certo doveva essere viva se una giovane donna ai suoi occhi non poteva permettersi il lusso di un’ambizione professionale, e intellettuale.
Per molto tempo ho annaffiato questo fraintendimento, perché non mi metteva in discussione, non metteva in luce ciò che non avrei mai voluto vedere, e che riesco a vedere solo ora forse perché lui, a un certo punto cambiò idea.

Mi mandò in analisi da Gianfranco Tedeschi, il quale invece mi prese subito molto moltissimo sul serio, con un atteggiamento che per altro col tempo avrei imparato a capire come persino patogeno e collusivo, ma a cui in fondo, sarò sempre molto grata – mi sentii vista, vista tutta intera e non solo nella mia mezza identità di carne, e la mia analisi andò benissimo. Ma in quel tempo non ci sentivamo tanto spesso. Un po’ perché credo che lui non volesse interferire con il lavoro del collega, molto perché io ero, ora che l’inconscio era sotto la lente di un altro, arrabbiata, arrabbiatissima per quel falso riconoscimento.
Sul finire dell’analisi, il mio analista morì, lasciandomi il giorno prima di una seduta, di una terapia che non voleva finire da tempo.

Era un periodo in cui, mi sentivo orfana di maestri.

Scrissi un brano letterario allora, che uscì su la rivista di psicologia analitica, e che raccontava della mia analisi con Tedeschi, delle mie ambizioni, di quello che gli leggevo dall’altra parte del tavolo, della relazione tra analista e analizzando. Con Luigi non ci sentivamo da molto tempo – e io me ne stavo nell’ombra di un attrito inespresso, e fu perciò con una commozione indescrivibile che aprii la lettera che mi inviò – una lettera di carta e di penna, dove scoprivo quello che non avevo voluto vedere, e nello stesso tempo la sua correzione. Quella lettera ammetteva un errore sul mio conto, una svista, uno stereotipo. Sei così spumeggiante, e solare che non credevo invece potessi capire le persone così, come hai capito il mio amico. Puoi fare questo mestiere. Ti devo dire, che mi sono sbagliato su di te. Coraggio, comincia.

Ci aprimmo a un secondo periodo, in cui ci si parlava, finalmente un po’ più tra pari. Riprendemmo a sentirci, mi arrivarono delle confidenze nuove – la morte cominciava a occhieggiare seppure ancora in una sorta di baluginare, e Luigi ci ragionava, si staccava dalle cose, portava per mano i pazienti che ancora erano con lui, ma si ritirava dalle sfide, dai nuovi dolori. Mi raccontò dei sogni che lui stesso leggeva come acclarate prove di impotenza di stanchezza rispetto le nuove sfide. Curava con fatica e l’angoscia di essere sorpreso prima della fine, l’ultimo volume delle edizione italiana delle opere di Jung, ma si cimentava nella sua maniera saturnina e sciamanica, con questa faccenda sgradevole del doversene andare. Parlavamo delle mie esperienze cliniche di allora, e conservo ancora alcuni suggerimenti che per me sono un tesoro – e certo ci stimavamo e certo ci volevamo tantissimo bene.

Tuttavia, intorno a quella lettera, intorno a quella separazione si era giocata la battaglia di una differenza taciuta – io allora ero troppo giovane professionalmente e diciamo esistenzialmente, per potermene anche solo rendermene conto di sfuggita. E non ho mai avuto il tempo di sapere se lui avesse mai letto le cose tra noi, il confronto, in questo modo. Forse può aver letto le cose sulla doppia costa di un simbolismo clinico – per usare le parole che a uno junghiano solitamente provocano orrore e raccapriccio – io potevo essere la giovane afflitta da una fascinosa maniacalità ma che poteva correre il rischio di costringerla alla superficie, lui poteva essere il vecchio votato a una saggia depressione, iconograficamente più portata alle intercettazioni dell’inconscio altrui ma che alle volte ci si poteva chiedere, se non costringessero al protrarsi di un clima cupo. Ma questo, doveva essere stato superato, come avrei imparato col tempo, ogni analista ha una cifra di partenza, legata a questa o a quella abitudine della personalità, a questa o a quella codifica genetica dell’ego, e questo non impedisce una certa flessibilità nell’affrontare le note da ascoltare e da restituire. Lavorerà la sua vita e la sua onestà intellettuale ed emotiva a cercare di rendere duttile quella codifica di partenza, così come a intuirne gli eventuali limiti.

No, non credo che fosse questo. Era altro sul quale forse lui aveva le sue ragioni. Non tanto rispetto al mio eventuale e tutto da dimostrare talento analitico, ma a quale tipo di ispirazione mentale appartenessimo. Lui non era soltanto uno dei padri dello junghismo in Italia, un allievo di prima generazione. Lui era profondamente junghiano anche nel modo di abitare la vita, e di sentire. era certamente intellettualmente sofisticato e rigoroso – molto di più di tanti colleghi dell’epoca, ma utilizzava certi costrutti e categorie in un modo diverso di come li avrei pensati io anni e anni dopo, una volta in cui sarei riuscita forse ad afferrare – forse, perché si tratta pur sempre di un campo vasto e minato – il perimetro di certi concetti, come gli archetipi e le figure archetipiche. La costa che mi sembrava ci separasse era la costa che divide la montagna tra il lato essenzialista e il lato costruttivista, il lato che concepisce certe narrazioni come strutture dell’essere e il lato che invece le guarda come sue forme narrative, e quindi il lato che scommette di più e sta con tutto se stesso in quella organizzazione mentale e quello – invece che lo abita in una maniera per quanto affezionata e disinvolta più provvisoria. Io avevo addosso lo scetticismo procedurale di una certa sinistra del novecento, a cui lui aveva reagito con stizza, e mi si aggiungeva a coronamento il positivistico edificio della ricerca psicologica recente, delle sue urgenze, dei suoi linguaggi. Nel frattempo avevo trovato altri maestri, per esempio il professore con cui mi ero laureata, e questo mi aveva provocato una tensione alla lettura postmoderna delle categorie di questa o quella scuola, che non mi avrebbe mai abbandonata. In fondo davvero in un certo modo, viveva in lui una certa sofisticheria tutta mediterranea e meridionale come all’inizio avevo afferrato, ma in una maniera meno banale di quella che avevo congetturato. Credo che ci fosse questo attrito intellettuale tra noi, anche se non ci è mai stato il tempo psicologico più che materiale di farlo emergere, perché io per prima avevo bisogno di altri anni di confronto e di lavoro.
E probabilmente questo attrito, si sarebbe anche ricomposto, in un confronto sulle prassi di cura. Questa ricomposizione insieme a quella discussione, è la cosa che mi manca di più.