Appunti sul Narcisismo

Spesso nel lessico comune concetti che provengono dalla ricerca psicodinamica si intrecciano con le parole di uso quotidiano e la loro storia creando così una sorta di terza zona lessicale che sta a metà tra la seria riflessione e la genericità, nelle sponde lessicali delle persone mediamente colte, nelle acquisizioni di quelli che vogliono parlare degli altri con una certa cognizione di causa ma non lo fanno e dove quindi circolano formazioni semantiche a metà tra l’intelligenza psichica e la franca strafalcioneria. Si tratta di parole come depressione, complesso, oggetto transizionale – che vengono messe nel discorso con molta disinvoltura quando si parla di persone. Qui oggi vorrei parlare del narcisismo.

Di narcisismo si parla già moltissimo. Il termine ha una lunga storia che ne chiarisce velocemente il significato: Narciso, tutti sanno, era colui che passava il tempo rimirando la propria immagine nell’acqua – fino a cascarci dentro. Narciso era quello cioè innamorato della propria immagine al punto tale da cadere in modo disonorevole. Il mito è molto preciso: evoca con una parabola efficace l’effetto di un assetto negativo sul soggetto: amare un’immagine vuota di se è qualcosa di ben triste e poco proficuo, e la caduta è prevedibile come effetto intrinseco di una relazione senza risorse, più che come una punizione per cotanta insopportabile presunzione, che è il modo con cui si parla comunemente di narcisisti. Nel nostro modo di usare la parola correntemente invece si mischia l’aggettivo con cui si designa un difetto con gli strali di una etichetta psicodiagnostica di cui si hanno contorni molto poco definiti. Si evoca la psicopatologia per il potere diciamo ricattatorio che ha, punitivo, piuttosto che per la comprensione che offre in più di un comportamento.
Quello è un terribile narcisista! – diciamo, e con questo strale combinato speriamo di vendicarci della fastidiosa disattenzione che ci riserva.

Per questa capacità ricattatoria delle parole condivise dal mondo delle diagnosi, il narcisismo è diventato anche la coperta di linus di alcuni Savonarola di vario ordine e grado che per colpevolizzare costumi e cambiamenti sociali con una retorica memorizzabile ma tutto sommato politicamente piuttosto gentile, la citano onde stigmatizzare cambiamenti che magari sarebbero da ascrivere ad altre cause. La società consumista è quindi narcisista, si fanno pochi figli perché si è narcisisti, si è materialisti perché narcisisti, la scuola non funziona eh il narcisismo, la funzione genitoriale non è esercitata per via del narcisismo. Il narcisismo è il ricatto morale all’acqua di rose buono per tutte le stagioni: di gente che non sospetti di volersi bene in circostanze inadeguate ce ne è veramente pochissima, e tutti sono disposti ad annuire pensando o a se o meglio ancora al vicino di casa, con grave e partecipata cognizione di causa.

Dunque, nell’uso della parola narcisismo c’è quasi sempre una sorta di randellata o individuale o collettiva, un atto di accusa che scotomizza pressochè regolarmente l’aspetto di disfunzionalità e di sofferenza che implica, per concentrarsi invece sul fastidio che provoca. In effetti con le persone narcisiste ci vuole spesso molta pazienza, ma non di rado hanno anche tante risorse di cui in molti beneficiano. Ma siamo sicuri di sapere di cosa si parla? Almeno quando si pensa alla clinica?

In psicologia dinamica il termine venne introdotto da Freud – per esempio il presunto necessario narcisismo femminile – ma assurge a dignitoso concetto clinico capace di descrivere mondi interi con Kohut. Kohut ha usato il termine narcisismo per descrivere personalità che percependosi come profondamente inadeguate, tristi, abbandonate, non attraenti, compensano spasmodicamente coltivando e celebrando una bella immagine di se, la quale non di rado si deve nutrire degli occhi degli altri e degli orpelli di status del contesto sociale di appartenenza. Il falso se del narcisista spesso ha bisogno di macchine grandi e vestiti molto di moda – ma a cambiare contesto culturale anche di libri pubblicati e cariche pubbliche, e piccole o grandi onoreficenze. Ne consegue che spesso per nutrire la personalità che piace e garantisce le attenzioni che il vero se non sente in realtà di potersi permettere, narcisisti possono essere molto simpatici, grandi affabulatori, o soggetti che utilizzano il proprio talento facciamo conto artistico, per una compulsione alla seduttività che fa fare loro non di rado – grandi cose. Molte grandi personalità utili a tante persone hanno avuto questo tipo di motore psichico. E spesso i narcisisti sono oggetto di grande invidia da parte di chi questo motore non se lo permette, o magari ha un narcisismo di marca diversa che lo mette in cortocircuito – il suo se grandioso invidia l’altro, e il suo se triste e inefficace si rispecchia in quello dell’altro.

Il recente PDM, Manuale Diagnostico Psicodinamico che cerca di fornire una tassonomia dei disturbi con uno sfondo psicoanalitico anziché meramente psichiatrico, parla di una sorta di gradiente del Narcisismo, descrivendolo come una modalità a intensità variabile, che da forme nevrotiche piuttosto adattate – persone che hanno un lavoro e una vita relazionale adattata anche se magari non molto empatiche e con affetti non vissuti davvero profondamente, arriva ai livelli di disturbi di personalità più franchi per cui le relazioni sono precluse o occasionali e non sentite, i rapporti sociali compromessi da un’organizzazione interna che inquina il pensiero morale, l’uso delle istituzioni superegoiche per cui il narcisismo nelle sue forme estreme, convergerebbe nel disturbo antisociale. Questo sarebbe il caso del grande antagonista di Kohut Kernberg che ha appunto circoscritto una lettura del narcisismo focalizzandosi sull’impossibilità della personalità narcisista di pensare alla cura dell’altro, talmente è incistata la sua ossessione al suo senso di deprivazione e talmente è impegnata a evadere le frustrazioni e le sofferenze nella vita degli altri.

A diversi livelli infatti, le strutture narcisistiche hanno problemi relazionali significativi. L’organizzazione psicologica li impegna costantemente a dimostrarsi di essere belli e attraenti e a mettere addosso agli altri inconfessabili sentimenti di disprezzo e disistima che infondo provano per se stessi. Dunque accade che le persone che entrano in relazione con loro si sentano poco importanti e svalutate – anche senza che necessariamente entrino in scena delle azioni palesemente ostili da parte del narcisista, il quale per esempio dirà cose come: scusa mi sono scordato dell’appuntamento, ah che c’eri te dietro di me non mi ero accorto, ah davvero mentre ridevo di questa cosa pensavi a te stesso uh cavolo mannaggia e tutto un distratto andare avanti più o meno in buona fede calpestando l’amor proprio di qualcun altro. Ne consegue che le persone si allontanano, oppure, se rimangono, sono in un assetto di personalità tale per cui quella noncurante svalutazione sarà funzionale a qualcosa.

Nelle variabili più compromesse e più vicine al narcisismo maligno di Kernberg, l’altro diventa un oggetto più palesemente funzionale al sentimento di povertà e di fallimento che vive la persona dentro di se, e questo porta a comportamenti che sfociano nella mancanza di cura, di morale di pensiero per l’altro, fino alla violazione di codici a volte anche scritti. Fino cioè ad azioni che procurano un’effrazione della legge. Il narcisista sente di essere da una parte risarcito, dall’altro si procura il risarcimento che il suo falso se grandioso pensa di potersi meritare. Ha relazioni strumentali con i partner, o fa delle azioni variamente illecite per risarcirsi pensando di averne pieno diritto. E’ una sorta di formazione di compromesso che funziona grosso modo come le droghe, per cui procura stati di appagamento provvisori ma che non sono mai risolutivi – non ci sarà seduzione, non ci sarà svalutazione dell’altro, fino alla truffa e all’operazione finanziaria dubbia per quanto perseguite con successo a correggere l’immagine interna e l’acuta percezione di sofferenza che il vero se continua a produrre, non ci sarà gesto che renderà invece quello falso titolare di una forma definitiva e davvero soddisfacente.
Sicchè quando si pensa ai narcisisti e a quanto possa essere complicato essere in relazione con loro, bisognerebbe sempre pensare al fatto che mentre noi possiamo scegliere se abbandonare quella cattiva compagnia – e chiederci eventualmente perché non lo facciamo – loro non possono e sono perseguitati dal loro affamato bambino interno, in una fuga senza fine.

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Il mio problema con Michele Serra

Vorrei che leggeste brevemente questa ben scritta e seducente amaca di Michele Serra, uscita sulla Repubblica di Ieri. Vi chiedo di leggerla perché vi trovo inseriti alcuni errori di metodo nello sguardo sociologico politico e culturale della vecchia sinistra italiana – una serie di snobbismi involontari e di approssimazioni concettuali che sono veramente pericolose, perché alla fine vanno a sottendere le nostre opinioni fattuali quando politicamente cominciamo a pensare cosa dobbiamo fare per arginare certi problemi sociali concreti. Buona parte del disastro politico della sinistra italiana è dovuto esattamente a questo modo di parlare delle persone (dei ceti che costituirebbero il suo elettorato) e di alludere alle discipline.

Serra esordisce con una osservazione oggettivamente interessante, sul narcisismo delle armi in pugno. Sul piacere che da il vedere se stessi, l’autopercepirsi nel momento di sparare. E’ un’osservazione corretta, di cui la letteratura ha spesso reso conto anche parlando di personaggi relativamente pacifici. A me viene per esempio in mente Perissinotto, le colpe dei padri, quando descrive il protagonista che se ne va al poligono a sparare. Forse Serra dovrebbe leggere questo libro che parla – con un risultato non eccellente ma meno qualunquista della sua amaca – di una storia di vita e terrorismo. Il protagonista che si allena però non è un terrorista, e anzi un luminoso capitano di industria cresciuto nella buona borghesia torinese. Il godimento dell’arma ce l’ha, ma non gli viene di certo dall’anonimato delle periferie.
E invece Serra cortocircuita proprio, nel secondo passaggio del suo articolo, il piacere dell’arma, il senso di potere e di ruolo, con il “soma dell’anonimato delle periferie”. Un problemaccio dice Serra più o meno, se per liberarsene le persone devono imbracciare un arma e sparare alle folle. E avanza la, quantomeno psichiatricamente ardita, ipotesi che un Breivik un Colubaly e via discorrendo, vanno scannando il prossimo per il momento di gloria che l’anonimato fa agognare.
Signore pietà Cristo pietà.

Ma forse meglio del sarcasmo conviene tentare qualche contenuta osservazione.
1. Quando si cerca di fare un’osservazione sociologica conviene tenere sotto occhio le proporzioni numeriche. Perché le proporzioni numeriche aiutano nello stabilire inferenze corrette: le persone anonime nelle periferie e anche negli strati meno abbienti del cosiddetto ceto medio sono moltissime, direi la maggior parte. Sono veramente molte persone. In queste molte persone c’è una percentuale consistente di individui che compiono atti criminosi di varia natura, ma pochissimi che compiono atti terroristici. Ma c’è anche nell’anonimato periferico una roboante quantità di persone, roboante dico per rendere giustizia e per restituire un senso di profondo fastidio che avverto, che si ammazza di lavoro che è onesta, che alle volte fa atti notevoli sotto il profilo etico e che molto spesso conduce faticosamente e anche allegramente una vita onesta. Dire che l’anonimato periferico è da correlare all’atto terroristico alla luce di queste percentuali è statisticamente  insostenibile perché se così fosse sarebbero tutti terroristi, o almeno che ne so la metà. (Questo deve aiutare anche a annullare quell’altra relazione tanto di moda tra Islam e terrorismo: i Mussulmani sono un miliardo e mezzo – fateve du conti).

  1. Quando si riflette su un atto di morte, specie in un contesto pacifico, se non altro aiutati dall’osservazione di un quotidiano dove se il signore davanti a se dal panettiere non uccide il panettiere perché ha dato il resto sbagliato, nostro cugino non ha fatto saltare in aria la figliola nella riunione di condominio, ecco dicevo, bisognerebbe guardare l’atto di morte, come qualcosa tragico, di qualitativamente discontinuo nell’esperienza, di molto forte, per spiegare il quale insomma è bene chiamare in causa categorie salienti, se si è in grado di farlo. Se no si cade, in una fuffa intellettualistica che non porta niente. Una sorta di versione cachemire del non ci sono più le mezze stagioni. Davvero, è plausibile credere che uno ammazzi decine di ragazzini per il soma dell’anonimato? Vi sembra un concetto utile? Voi che immagino siate tutti delle gran celebrità, entrereste in una redazione e fareste fuori dodici persone?
  1. Sorvoliamo sull’assolutamente incongrua prospettiva storica secondo cui la gente ammazzerebbe solo ora, mentre prima al posto degli omicidi a freddo forse c’erano petali di rosa, e chiediamoci perché Serra in un primo momento alluda a un sapere al quale poi si rifiuta di attingere. Gli psicoanalisti e anche gli psicoterapeuti di altro orientamento penserebbero ad altre cause dell’agire criminale, e quando Kernberg ha introdotto l’utile concetto di narcisismo maligno, come sottotipo specifico a diagnosi sfavorevole dei diversi tipi di personalità antisociale, non alludeva certo al problema di “Mi si nota di più se” quanto a storie individuali di grande deprivazione e abuso, intrecciate a predisposizioni genetiche di un certo tipo, le quali producevano la sostanziale incapacità di occuparsi dell’altro, di vedere la sofferenza dell’altro, oltre che una sostanziale lacuna nella struttura del superio – tutto questo detto con una vergognosa semplificazione, ma spero di dedicare un approfondimento in altro post.

La questione è che la marginalità sociale incoraggia certamente la psicopatologia, ma non per un problema di percezione narcisistica di se nel modo in cui intendiamo nel nostro linguaggio comune il narcisismo e l’essere visti. La marginalità sociale incoraggia la psicopatologia criminale o meno, perché in vario modo la povertà e l’assenza di rete pubblica ostacola l’esercizio degli affetti e la strutturazione di nuclei familiari funzionanti. La povertà di fatto mette spesso ostacoli al benessere emotivo, anche si ci sono davvero tantissime brave persone, piene di risorse intellettuali ed affettive che sono capaci di saltarli e di inventare bei mondi da abitare. Ma dove c’è marginalità sociale ci sono padri alcolisti e disoccupati, donne troppo depresse per essere madri, ci sono occasioni materiali difficili da rifiutare che provocano danni psicologici a catena, e che rinforzano predisposizioni psichiatriche. Per non parlare delle situazioni collegate all’immigrazione, alla difficoltà di integrazione, allo iato sintattico e psicologico che si crea tra lingua dei padri e lingua dei figli.

Forse è ora di cominciare a chiedere agli intellettuali, a quelli che hanno i mezzi per far vedere sui media le connessioni possibili tra discipline diverse, ai vari Serra e Gramellini che esprimono pensierini molto letti e citati, e che quindi hanno la possibilità di esercitare un ruolo politico utile alla collettività, di smettere di mantenersi su queste aree di dissertazione, per le quali non vale mai la pena di aprire un libro in più, di cominciare ad assumersi una responsabilità quando scrivono. Anche politicamente, quest’amaca, è davvero la conferma di certi stereotipi sulla sinistra secondo cui, ha smesso di parlare con i ceti subalterni, o per i ceti subalterni, ma dei ceti subalterni, e senza neanche una reale cognizione di causa.

Dal vecchio blog : Psicodinamica delle coppie violente. (Aprile 2012)

E’ nota a tutti, verrebbe da dire, famigeratamente nota, la teoria dell’invidia del pene, secondo cui sarebbe fisiologica per la crescita delle bambine un’età in cui invidiano i maschi e il loro organo sessuale per il potere che essi hanno nella loro quotidianità, di cui il fallo è simbolo. Ai riflettori dell’industria culturale però è molto meno nota la teoria dell’invidia dei maschi per le donne, per la loro capacità irriducibile di generare e di nutrire allattando. Questa teoria, descritta già nei lontani anni trenta da una importante analista kleiniana Joan Riviere, oggi è tenuta dai clinici in grande considerazione, perché capace di rendere conto della radice di aggressività che molti uomini hanno verso le donne, perché spiega bene un comportamento denigratorio e disprezzante che hanno certi compagni verso le compagne, la cui esagerazione non può che rinviare all’invidia di un femminile vissuto originariamente come onnipotente.
L’inferiorità politica, la mancanza di autodeterminazione sociale, in cambio del sostanziale obnubilamento della categoria del volere, hanno garantito almeno parzialmente alle donne la protezione da questa viscerale invidia dovuta all’asimmetrica distribuzione del potere di generare che distribuisce la natura, perché tutto sommato ne diminuiva la portata e costringeva le donne alla masquerade della civetteria verso l’uomo, tranquillizzandolo così con la propria certa acquiescenza. La liberazione delle donne, l’essersi esse appropriate tecnologicamente e giuridicamente della loro sfera riproduttiva, l’essersi loro addentrate nel mondo del lavoro e delle professioni, l’essere rientrate nel regno della volizione, le ha rese esposte a questa invidia maschile alimentando le possibilità di conflitto fra i generi. Non è un caso che, analizzando la spesso citata indagine istat 2006 sulla violenza intrafamiliare contro le donne, l’incidenza delle aggressioni alle donne, nel nostro paese sia più alta nel centro nord, e nelle zone urbane.

Questa invidia del femminile però, anche se ha una specie di alone culturale di fondo, una continua rappresentazione possibile, si sostanzializza in modo da arrivare a compromettere la qualità della vita e delle relazioni soltanto in certe condizioni, francamente patogene, che risalgono alle prime fasi della vita del bambino – in una delle situazioni più frequenti, di un bambino che per coppia genitoriale ha una madre e un padre che saranno molto simili a lui quando sarà adulto con sua moglie: si può parlare cioè in questi casi, di una trasmissione intergenerazionale della patologia, constatando come dai nonni a i nipoti un’organizzazione patologica della coppia si riproponga in forme simili.

In una delle trame più frequenti (anche se certamente non l’unica) la situazione che si ricrea infatti vede – una madre profondamente depressa, rancorosa che si autosvaluta e che si infligge una relazione con un compagno genericamente assente, genericamente di alcun aiuto in casa, assolutamente incapace di assolvere una funzione paterna, che la svaluta e la denigra, un compagno cioè che latita anche dalla rappresentazione conservatrice dell’uomo. Quando una coppia del genere fa un figlio – l’invidia della capacità di generare del nuovo padre psicologicamente malato, può raggiungere soglie inusitate di espressione e renderlo particolarmente ostile e violento e la donna per parte sua, il cui assetto mentale altrettanto patologico ha trovato nel compagno il lucchetto della collusione – sarà per un verso animata da un fortissimo rancore, e ostilità nei suoi confronti, per l’altro animata da una sordida forma di autoflagellazione. Si crea un conflitto aperto, di grande violenza, spesso fisica e che in qualche modo è anche erotizzata, vissuta come un canale di comunicazione vivo tra le due parti, che polarizza i due membri nei ruoli fissi patologici e opposti della vittima e del carnefice. In mezzo però c’è il bambino piccolo, che da questo gioco è escluso e che non sembra essere l’oggetto di interesse di nessuno, pur vivendo un momento di inevitabile dipendenza dal materno. Il padre è defilato, e la madre è depressa e svalutata non si rende emotivamente accessibile alla sua ricerca, anche se gli è fisicamente vicina. E’ per esempio una madre che la depressione rende inerte, anaffettiva, difficilmente raggiungibile, o in altri casi è una madre che proietta immediatamente sul figlio maschio la relazione sadomasochistica che ha con il maschile, e si comporta come se ne avesse paura, diventando la madre schiava e esageratamente buona – il che insegna Winnicott, è a un passo dall’essere una madre cattiva. In questi casi la madre, si adopera per sostituire il figlio al padre, lo allatta appena quello lo richiede, lo svezza molto più tardi di quando sarebbe opportuno, diventa una sua suddita, pur rimanendo pericolosamente incerta e sottilmente ma percepibilmente incapace di sintonizzarsi con il figlio – una contraddizione terribilmente saliente. In tutti i casi, il padre non sarà capace di far interrompere alla madre il suo rapporto continuo con il figlio, e di far vedere al figlio che essa può distaccarsi per venire da lui. Con la scusa ideologica del maschile lontano dalla famiglia, saboterà il tradizionale ruolo maschile del padre. Arriverà un momento per cui il bambino comincerà a percepire il materno come qualcosa di fondamentale di vitale, di potentissimo da cui dipende, che gli procura frustrazione, ma da cui paradossalmente e simultaneamente non può sopportare di separarsi –e nel frattempo vedrà il paterno latitante come oggetto con cui desidera profondamente identificarsi, e perciò ne rincorrerà i comportamenti distruttivi per sentirsi adulto. Nascono così, o meglio, si tramandano così, i pericolosi germi del rancore misogino.

Probabilmente la donna che sposa un uomo con questo assetto mentale, ha un assetto mentale complementare, non di rado con una storia familiare simile. Se quella stessa coppia avesse infatti avuto una figlia femmina, la madre avrebbe avuto con lei un comportamento sottilmente diverso rispetto al figlio maschio, con una remota delusione, identificandosi in lei come soggetto esistenziale destinato alla sconfitta, non meritorio di cure e di grande attenzione, che si sovrappongono al masochismo di lei e che lo rende come dire, endemico contagioso alla figlia. Anche da questa figlia il padre resterà comunque distante, probabilmente ancora più distante perché è femmina e la sente meno come erede, la bambina crescerà con questa percezione di poter essere nella relazione soltanto come soggetto che subisce un destino, piuttosto che lo agisce, soggetto in preda al complicato senso di impotenza e rancore, che è proprio quel modo di stare nel mondo lamentoso livoroso quanto inefficace che i clinici più conservatori chiamano proprio con il termine – invidia del pene. Questi due figli rappresentano i partner ideali di una relazione violenta, la loro unione è una delle storie possibili, anche se non l’unica ma certo tra le più frequenti. Non a caso però nel narrarla si allude a una tradizionale attribuzione dei ruoli, senza grandi variazioni e senza i contributi di elementi terzi, la rete parentale per esempio, oppure la presenza di altri elementi come asili nido o scuole materne. Proprio perché questi assetti sono psicopatologie familiari e culturali insieme, esse emergono sempre in contesti in cui i ruoli sociali sono estremizzati e anzi collassati, e lasciati per altro in completo isolamento. Gli attori di questo teatro spesso non hanno a disposizione fattori protettivi – che per esempio attutiscano la forza patologizzante della coppia genitoriale sui figli. Una zia buona e dedita, un maestro elementare capace di fornire un maschile positivo e non violento, possono fare moltissimo per migliorare le condizioni di crescita di un bambino o di una bambina. Ma queste vicende psichiche, queste costruzioni patologiche si concretizzano e si tramandano con maggiore frequenza in aree socioeconomiche disastrate, dove lo Stato è assente, e dove non c’è rete sociale, e dove si possono aggiungere i grandi detonatori delle forze inconsce non negoziate – che sono gli alcolici e le droghe.

Può essere interessante, per concludere questa discussione sulle relazioni sadomasochistiche che possono esitare anche in gesti violenti irreversibili, anche per capire un po’ come mai si risolvano in situazioni tragiche, riflettere sul funzionamento di queste coppie, paragonandolo a quello di relazioni relativamente normali, funzionanti e moderatamente conflittuali.
Innanzitutto, come connotazione generale – nelle coppie relativamente sane e funzionanti – circola certamente l’aggressività (che è un sentimento naturale e necessario dell’agire e della relazione affettiva) ma essa rimane sempre al servizio della relazione. Negli scambi verbali ci può essere dell’aggressività, e nel rapporto sessuale c’è sempre una necessaria e salubre proporzione di aggressività da parte di entrambe le parti in causa. Come sottolinea Kernberg, c’è sempre un desiderio di violare le pareti dell’altro, di superare la barriera della differenza, di sfidarlo nella sua integrità nel gesto sessuale, con intenzioni che hanno una loro carica aggressiva, ma in cui l’aggressività è giocata al fine della relazione. In queste coppie invece si assiste a una inversione. Siccome sono composte da persone che hanno esordito nella vita misurandosi con una potente frustrazione e un forte risentimento, l’aggressività è la moneta primaria del loro linguaggio psichico, il loro canale di comunicazione che non può essere mai messo in secondo piano per cui è la relazione a obbedire all’impulso aggressivo, cercata per elicitarlo. Inoltre altre grandi differenze lasciano l’aggressività completamente libera di agire, completamente incontrollata e inarginata.

Nelle relazioni relativamente normali, anche con un range piuttosto vasto di variazioni possibili, esiste sempre una capacità di preoccuparsi per l’altro, una capacità di intenerirsi per l’altro, una capacità di identificarsi con l’altro. I partner delle coppie normali hanno cioè due caratteristiche seppur in forme e grandezze variabili: una forma di super io solida e interiorizzata che normativizza l’agire e lo rende forte per pensare all’altro moralmente, proteggendolo dalle intemperie delle proprie forze inconsce, e in secondo luogo una identità di genere abbastanza forte da poter reggere il paradosso della sfida relazionale, che implica una sua flessibilità. Sempre Kernberg scrive una cosa molto interessante sull’erotismo delle coppie normali: esso funziona perché nel momento stesso dell’orgasmo il partner fantastica una bisessualità possibile, si identifica con il partner che ora vede godere. Tutta la sessualità funzionante implica un identificarsi con l’altro un riattivare momenti passati della propria storia psichica, bisessualità latenti e omosessualità immaginate – perché la sessualità che funziona passa per il viaggiare implicito lungo le strade battute nella crescita – meglio ancora, passa per la capacità di sapersi muovere avanti e indietro nella storia delle esperienze passate. Questa flessibilità di posizioni identitarie noi la registriamo in molte situazioni anche quotidiane quando osserviamo certe coppie che solitamente assestate su un certo regime un certe occasioni mostrano un’organizzazione opposta. Quello strano rovesciamento delle identità consolidate che ai più sembra una stranezza, è segno di una flessibile vitalità della coppia, di due identità singolari e relazionali abbastanza forti da essere suonate – diciamo cosi – in diversi modi (ma la vediamo anche nella capacità salubre di stare con i bambini, nel saper oscillare per esempio tra il ritornare piccoli per giocare coi piccoli, e nell’essere adulti per proteggerli dai pericoli).

In queste coppie invece, la flessibilità identitaria è assente, e le due parti stanno irrigidite in una posizione stantia e immodificabile, nessuno riesce a essere un po’ di qualcosa di diverso dallo stereotipo che si trova a recitare, sono caricature di maschile e di femminile che non a caso possono avere di frequente una vita sessuale povera e insoddisfacente. Gli analisti che decodificano questi comportamenti con una griglia psicodinamica, li spiegano come un mancato cimento nella sfida edipica – come simbolicamente rappresenta sempre l’atto di conquista di un compagno o di una compagna, e come può essere interpretato l’atto erotico stesso con un uomo o una donna. Il complesso edipico narra infatti di un bambino che si innamora della madre e per questo deve simbolicamente uccidere il padre, ma qui la madre è colpita, e il padre è quello da rincorrere. Lo si vede anche nell’ultima grande differenza tra le coppie con violenza interna, e le coppie relativamente funzionanti, e che riguarda il rapporto con il contesto e le alleanze di genere. La coppia che funziona nella sua nascita esplora un momento di radicale rottura con le provenienze delle parti, e uno dei grandi passaggi dell’adolescenza è rappresentato da questa improvvisa frizione con gli amici pari sesso, con la comitiva di appartenenza, per andare a scoprire la nuova e possibile micro cultura della coppia. Poi si cresce, anche le coppie crescono e nella loro naturalezza ritornano in un rapporto dialettico rispetto al gruppo sociale di appartenenza, ma appunto i fratelli e le sorelle smettono di avere la necessità prioritaria della sussistenza, e la situazione cambia. Queste coppie invece, non riescono a gestire affatto questa dialettica con il gruppo sociale di riferimento, mantengono legami protettivi, oppure li frantumano proponendo invece assetti totalmente falsi e apparenti.

Tutto questo, costituisce per quanto strano possa sembrare, un equilibro funzionante e piuttosto stabile, che può durare anni e anche decenni, addirittura vite intere. In contesti sociali dove alla patologia della coppia corrisponde la patologia della cultura, sono particolarmente frequenti e in numero maggiore, che in altri, perché la trasmissione del comportamento psicopatologico, si propaga in maniera virale, senza che vi sia anticorpo alcuno. La rigidità assoluta dei comportamenti tenuti mantiene un livello costante, che è naturalmente disumano – ma che precariamente garantisce dall’omicidio. Il gesto omicida, sopravviene quando l’equilibrio viene alterato – in genere per decisione della parte debole, la quale potrebbe scegliere di andarsene per la violenza, ma molto più frequentemente anche per altre cose – scoprire per esempio che il marito ha un’amante di troppo, oppure che ha sommerso la casa di debiti di gioco. A quel punto, il partner che già ha un assetto mentale in cui la violenza sostituisce la relazione, viene messo a confronto non solo con l’invidia che gli provocava il femminile, ma con l’urgenza della dipendenza inelaborata e il gesto fatale diventa la soluzione presa da un io debole, pervaso da forze inconsce ferine, che non hanno nessun superio capace di controllarle.