Il personale è politico. Ma anche no

Cari tutti,

Sono molto di corsa, di conseguenza spero mi perdonerete l’approssimazione del post che state leggendo, che cerca di enucleare alcuni punti che riguardano il dibattito su sessismo, e questioni di genere, cose che mi stanno venendo in mente in questi giorni – vuoi perché sta andando alle stampe il mio manuale antistalking, vuoi per i dibattiti che infiammano la rete – la camicia dell’astronomo prima, e ora – forse soprattutto – l’imbarazzante performance dell’eurodeputata.

Noto infatti una zona di complessità riguardo l’opportunità o meno di usare dei segni correlabili alla comunicazione sessuale, sia da parte delle donne stesse, che da parte di chi le cita più o meno indirettamente. In Italia regolarmente ci si incaglia su questo tema ogni piè sospinto, forse perché si scotomizza l’area di ambiguità che indubbiamente c’è addosso all’espressione di certi codici, in parte perché l’ossessivo dibattito intorno a questo problema dei codici permette a sua volta il perdurare di un sistema politico sessista.

Il modo di porsi delle donne – di vestirsi di conciarsi i capelli di truccarsi eventualmente etc- è per questioni sociologiche non proprio scontate molto più articolato di quello degli uomini, per i quali il campo di variazione tra appartenenza di genere classe sociale e gruppo politico e culturale è piuttosto limitato, con una spruzzatina di chance per quel che concerne l’espressione della loro personalità. Ma secoli di intercessione al mondo della polis tramite il logos hanno indotto il femminile a esprimersi mediante la cura del corpo e dell’abito, e questa cosa in una società sessista è regolarmente fraintesa: le donne si acchitterebbero solo per sedurre e il loro corpo nel pubblico sarebbe principalmente un oggetto seduttivo. Invece, con un’intelligenza che addirittura va ad abitare automatismi non sempre verbalizzati, le donne -in specie dopo la rivoluzione industriale – abitano la rappresentazione del corpo come veicolo della rappresentazione di se, e la propria posizione rispetto al contesto condiviso, esprimendo messaggi che rinviano al potere in un caso, all’ambizione intellettuale in un altro, alla modestia economica in un terzo, al ceto d’arrembaggio in un altro, all’incazzo da precariato in un altro ancora, fino al materno, fino all’eccentrico, fino all’umile, fino allo sfacciato.
Ossia, quando osservate i tacchi a spillo della Santanchè – non fatevi troppi filmini sulla sua storia con Sallusti – pensate piuttosto alla lotta di classe.

Il che però non deve far dimenticare che con i tacchi e l’abbellimento, e lo sbattimento di ciglioni una donna può comunicare sessualmente, è libera di farlo, e di conseguenza è anche libera di essere oggetto di un interesse sessuale, e di conseguenza l’uomo deve essere libero di poterla considerare oggetto di interesse sessuale. Questa implicazione latente provoca costantemente il caos nel dibattito italiano sulla questione di genere, perché coinvolgendo il sesso, tocca un’area sacra e incandescente. Sulla quale tutti maschi e femmine fanno fatica a intavolare negoziazioni. Per me infatti la questione è relativamente semplice: secondo tradizione e uzzolo personale è giusto che una donna si esprima come si sente e comunichi come crede, ivi compreso il caso che se le piace di conciarsi col tacchissimo e la minigonna, e ivi compreso il caso in cui decida di manifestare totale trasandatezza e disinteresse per la cura di se. Quello che solitamente si contesta è la reductio ad unum della polisemia estetica: come se la donna fosse solo un interruttore della luce che sta acceso o spento sul concetto di “piacere”. Ecco perché fischiare dietro a una che cammina per strada è maschilista – mentre con lo stupro non ci entra un bel niente, perché lo stupro è un atto misogino – ecco perché la camicia era per me fuori luogo, ed ecco perché un apprezzamento estetico a un personaggio politico o semplicemente in un contesto professionale è fuori luogo. Perché ribadisce la monosemia del paese, e se ne fotte di tutte le altre cose che sta esprimendo quella persona che oltre ai baffi e i polpaccioni, o le gambe lisce e gli occhioni, sta dicendo altro. Compreso, quello che le esce dalla bocca, in qualche caso.

Quello che le esce dalla bocca.

Il secondo punto dirimente della logica sessista, è quello per cui per la donna siccome il corpo in quanto oggetto sessuale è l’unico tramite identitario di espressione quello che dice è sempre secondario: non è così urgente che si esprima sulle cose in cui in linea teorica è chiamata a esprimersi. Può però fare intrattenimento sul corpo medesimo come a fare da riempitivo decorativo alla primigenia funzione di oggetto sessuale, variamente arguto o variamente imbecille. Che è il caso dell’europarlamentare PD Moretti, in questa brillante intervista, la quale intrattiene con l’amabilità che solo una Donna Letizia come si deve avrebbe giustamente apprezzato – l’intervistatore su questi gloriosi temi, usati a mo’ di fuffa riempitiva. Ah si per me le donne devono essere belle e curate! Io voglio andare dall’estetista una volta a settimana (vi prego di raccogliere la brillante allusione a tutti i tipi di depilazione, nell’intervista) sisi! Io, continua! Uhuh ahah! Voglio essere per benino per il mio elettorato eheh! E continua con graziosi ammicchi tra canzonette preferite e terrificanti giochini.

Ecco vedete, questa qui, che magari è anche una brava professionista ma appunto a una donna non è richiesto renderlo noto e spiegare perché meglio far sapere quanti peli ha, è candidata al Veneto.

Cioè, povero femminismo povero Veneto.

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