Appunti sul Narcisismo

Spesso nel lessico comune concetti che provengono dalla ricerca psicodinamica si intrecciano con le parole di uso quotidiano e la loro storia creando così una sorta di terza zona lessicale che sta a metà tra la seria riflessione e la genericità, nelle sponde lessicali delle persone mediamente colte, nelle acquisizioni di quelli che vogliono parlare degli altri con una certa cognizione di causa ma non lo fanno e dove quindi circolano formazioni semantiche a metà tra l’intelligenza psichica e la franca strafalcioneria. Si tratta di parole come depressione, complesso, oggetto transizionale – che vengono messe nel discorso con molta disinvoltura quando si parla di persone. Qui oggi vorrei parlare del narcisismo.

Di narcisismo si parla già moltissimo. Il termine ha una lunga storia che ne chiarisce velocemente il significato: Narciso, tutti sanno, era colui che passava il tempo rimirando la propria immagine nell’acqua – fino a cascarci dentro. Narciso era quello cioè innamorato della propria immagine al punto tale da cadere in modo disonorevole. Il mito è molto preciso: evoca con una parabola efficace l’effetto di un assetto negativo sul soggetto: amare un’immagine vuota di se è qualcosa di ben triste e poco proficuo, e la caduta è prevedibile come effetto intrinseco di una relazione senza risorse, più che come una punizione per cotanta insopportabile presunzione, che è il modo con cui si parla comunemente di narcisisti. Nel nostro modo di usare la parola correntemente invece si mischia l’aggettivo con cui si designa un difetto con gli strali di una etichetta psicodiagnostica di cui si hanno contorni molto poco definiti. Si evoca la psicopatologia per il potere diciamo ricattatorio che ha, punitivo, piuttosto che per la comprensione che offre in più di un comportamento.
Quello è un terribile narcisista! – diciamo, e con questo strale combinato speriamo di vendicarci della fastidiosa disattenzione che ci riserva.

Per questa capacità ricattatoria delle parole condivise dal mondo delle diagnosi, il narcisismo è diventato anche la coperta di linus di alcuni Savonarola di vario ordine e grado che per colpevolizzare costumi e cambiamenti sociali con una retorica memorizzabile ma tutto sommato politicamente piuttosto gentile, la citano onde stigmatizzare cambiamenti che magari sarebbero da ascrivere ad altre cause. La società consumista è quindi narcisista, si fanno pochi figli perché si è narcisisti, si è materialisti perché narcisisti, la scuola non funziona eh il narcisismo, la funzione genitoriale non è esercitata per via del narcisismo. Il narcisismo è il ricatto morale all’acqua di rose buono per tutte le stagioni: di gente che non sospetti di volersi bene in circostanze inadeguate ce ne è veramente pochissima, e tutti sono disposti ad annuire pensando o a se o meglio ancora al vicino di casa, con grave e partecipata cognizione di causa.

Dunque, nell’uso della parola narcisismo c’è quasi sempre una sorta di randellata o individuale o collettiva, un atto di accusa che scotomizza pressochè regolarmente l’aspetto di disfunzionalità e di sofferenza che implica, per concentrarsi invece sul fastidio che provoca. In effetti con le persone narcisiste ci vuole spesso molta pazienza, ma non di rado hanno anche tante risorse di cui in molti beneficiano. Ma siamo sicuri di sapere di cosa si parla? Almeno quando si pensa alla clinica?

In psicologia dinamica il termine venne introdotto da Freud – per esempio il presunto necessario narcisismo femminile – ma assurge a dignitoso concetto clinico capace di descrivere mondi interi con Kohut. Kohut ha usato il termine narcisismo per descrivere personalità che percependosi come profondamente inadeguate, tristi, abbandonate, non attraenti, compensano spasmodicamente coltivando e celebrando una bella immagine di se, la quale non di rado si deve nutrire degli occhi degli altri e degli orpelli di status del contesto sociale di appartenenza. Il falso se del narcisista spesso ha bisogno di macchine grandi e vestiti molto di moda – ma a cambiare contesto culturale anche di libri pubblicati e cariche pubbliche, e piccole o grandi onoreficenze. Ne consegue che spesso per nutrire la personalità che piace e garantisce le attenzioni che il vero se non sente in realtà di potersi permettere, narcisisti possono essere molto simpatici, grandi affabulatori, o soggetti che utilizzano il proprio talento facciamo conto artistico, per una compulsione alla seduttività che fa fare loro non di rado – grandi cose. Molte grandi personalità utili a tante persone hanno avuto questo tipo di motore psichico. E spesso i narcisisti sono oggetto di grande invidia da parte di chi questo motore non se lo permette, o magari ha un narcisismo di marca diversa che lo mette in cortocircuito – il suo se grandioso invidia l’altro, e il suo se triste e inefficace si rispecchia in quello dell’altro.

Il recente PDM, Manuale Diagnostico Psicodinamico che cerca di fornire una tassonomia dei disturbi con uno sfondo psicoanalitico anziché meramente psichiatrico, parla di una sorta di gradiente del Narcisismo, descrivendolo come una modalità a intensità variabile, che da forme nevrotiche piuttosto adattate – persone che hanno un lavoro e una vita relazionale adattata anche se magari non molto empatiche e con affetti non vissuti davvero profondamente, arriva ai livelli di disturbi di personalità più franchi per cui le relazioni sono precluse o occasionali e non sentite, i rapporti sociali compromessi da un’organizzazione interna che inquina il pensiero morale, l’uso delle istituzioni superegoiche per cui il narcisismo nelle sue forme estreme, convergerebbe nel disturbo antisociale. Questo sarebbe il caso del grande antagonista di Kohut Kernberg che ha appunto circoscritto una lettura del narcisismo focalizzandosi sull’impossibilità della personalità narcisista di pensare alla cura dell’altro, talmente è incistata la sua ossessione al suo senso di deprivazione e talmente è impegnata a evadere le frustrazioni e le sofferenze nella vita degli altri.

A diversi livelli infatti, le strutture narcisistiche hanno problemi relazionali significativi. L’organizzazione psicologica li impegna costantemente a dimostrarsi di essere belli e attraenti e a mettere addosso agli altri inconfessabili sentimenti di disprezzo e disistima che infondo provano per se stessi. Dunque accade che le persone che entrano in relazione con loro si sentano poco importanti e svalutate – anche senza che necessariamente entrino in scena delle azioni palesemente ostili da parte del narcisista, il quale per esempio dirà cose come: scusa mi sono scordato dell’appuntamento, ah che c’eri te dietro di me non mi ero accorto, ah davvero mentre ridevo di questa cosa pensavi a te stesso uh cavolo mannaggia e tutto un distratto andare avanti più o meno in buona fede calpestando l’amor proprio di qualcun altro. Ne consegue che le persone si allontanano, oppure, se rimangono, sono in un assetto di personalità tale per cui quella noncurante svalutazione sarà funzionale a qualcosa.

Nelle variabili più compromesse e più vicine al narcisismo maligno di Kernberg, l’altro diventa un oggetto più palesemente funzionale al sentimento di povertà e di fallimento che vive la persona dentro di se, e questo porta a comportamenti che sfociano nella mancanza di cura, di morale di pensiero per l’altro, fino alla violazione di codici a volte anche scritti. Fino cioè ad azioni che procurano un’effrazione della legge. Il narcisista sente di essere da una parte risarcito, dall’altro si procura il risarcimento che il suo falso se grandioso pensa di potersi meritare. Ha relazioni strumentali con i partner, o fa delle azioni variamente illecite per risarcirsi pensando di averne pieno diritto. E’ una sorta di formazione di compromesso che funziona grosso modo come le droghe, per cui procura stati di appagamento provvisori ma che non sono mai risolutivi – non ci sarà seduzione, non ci sarà svalutazione dell’altro, fino alla truffa e all’operazione finanziaria dubbia per quanto perseguite con successo a correggere l’immagine interna e l’acuta percezione di sofferenza che il vero se continua a produrre, non ci sarà gesto che renderà invece quello falso titolare di una forma definitiva e davvero soddisfacente.
Sicchè quando si pensa ai narcisisti e a quanto possa essere complicato essere in relazione con loro, bisognerebbe sempre pensare al fatto che mentre noi possiamo scegliere se abbandonare quella cattiva compagnia – e chiederci eventualmente perché non lo facciamo – loro non possono e sono perseguitati dal loro affamato bambino interno, in una fuga senza fine.

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Il mio problema con Michele Serra

Vorrei che leggeste brevemente questa ben scritta e seducente amaca di Michele Serra, uscita sulla Repubblica di Ieri. Vi chiedo di leggerla perché vi trovo inseriti alcuni errori di metodo nello sguardo sociologico politico e culturale della vecchia sinistra italiana – una serie di snobbismi involontari e di approssimazioni concettuali che sono veramente pericolose, perché alla fine vanno a sottendere le nostre opinioni fattuali quando politicamente cominciamo a pensare cosa dobbiamo fare per arginare certi problemi sociali concreti. Buona parte del disastro politico della sinistra italiana è dovuto esattamente a questo modo di parlare delle persone (dei ceti che costituirebbero il suo elettorato) e di alludere alle discipline.

Serra esordisce con una osservazione oggettivamente interessante, sul narcisismo delle armi in pugno. Sul piacere che da il vedere se stessi, l’autopercepirsi nel momento di sparare. E’ un’osservazione corretta, di cui la letteratura ha spesso reso conto anche parlando di personaggi relativamente pacifici. A me viene per esempio in mente Perissinotto, le colpe dei padri, quando descrive il protagonista che se ne va al poligono a sparare. Forse Serra dovrebbe leggere questo libro che parla – con un risultato non eccellente ma meno qualunquista della sua amaca – di una storia di vita e terrorismo. Il protagonista che si allena però non è un terrorista, e anzi un luminoso capitano di industria cresciuto nella buona borghesia torinese. Il godimento dell’arma ce l’ha, ma non gli viene di certo dall’anonimato delle periferie.
E invece Serra cortocircuita proprio, nel secondo passaggio del suo articolo, il piacere dell’arma, il senso di potere e di ruolo, con il “soma dell’anonimato delle periferie”. Un problemaccio dice Serra più o meno, se per liberarsene le persone devono imbracciare un arma e sparare alle folle. E avanza la, quantomeno psichiatricamente ardita, ipotesi che un Breivik un Colubaly e via discorrendo, vanno scannando il prossimo per il momento di gloria che l’anonimato fa agognare.
Signore pietà Cristo pietà.

Ma forse meglio del sarcasmo conviene tentare qualche contenuta osservazione.
1. Quando si cerca di fare un’osservazione sociologica conviene tenere sotto occhio le proporzioni numeriche. Perché le proporzioni numeriche aiutano nello stabilire inferenze corrette: le persone anonime nelle periferie e anche negli strati meno abbienti del cosiddetto ceto medio sono moltissime, direi la maggior parte. Sono veramente molte persone. In queste molte persone c’è una percentuale consistente di individui che compiono atti criminosi di varia natura, ma pochissimi che compiono atti terroristici. Ma c’è anche nell’anonimato periferico una roboante quantità di persone, roboante dico per rendere giustizia e per restituire un senso di profondo fastidio che avverto, che si ammazza di lavoro che è onesta, che alle volte fa atti notevoli sotto il profilo etico e che molto spesso conduce faticosamente e anche allegramente una vita onesta. Dire che l’anonimato periferico è da correlare all’atto terroristico alla luce di queste percentuali è statisticamente  insostenibile perché se così fosse sarebbero tutti terroristi, o almeno che ne so la metà. (Questo deve aiutare anche a annullare quell’altra relazione tanto di moda tra Islam e terrorismo: i Mussulmani sono un miliardo e mezzo – fateve du conti).

  1. Quando si riflette su un atto di morte, specie in un contesto pacifico, se non altro aiutati dall’osservazione di un quotidiano dove se il signore davanti a se dal panettiere non uccide il panettiere perché ha dato il resto sbagliato, nostro cugino non ha fatto saltare in aria la figliola nella riunione di condominio, ecco dicevo, bisognerebbe guardare l’atto di morte, come qualcosa tragico, di qualitativamente discontinuo nell’esperienza, di molto forte, per spiegare il quale insomma è bene chiamare in causa categorie salienti, se si è in grado di farlo. Se no si cade, in una fuffa intellettualistica che non porta niente. Una sorta di versione cachemire del non ci sono più le mezze stagioni. Davvero, è plausibile credere che uno ammazzi decine di ragazzini per il soma dell’anonimato? Vi sembra un concetto utile? Voi che immagino siate tutti delle gran celebrità, entrereste in una redazione e fareste fuori dodici persone?
  1. Sorvoliamo sull’assolutamente incongrua prospettiva storica secondo cui la gente ammazzerebbe solo ora, mentre prima al posto degli omicidi a freddo forse c’erano petali di rosa, e chiediamoci perché Serra in un primo momento alluda a un sapere al quale poi si rifiuta di attingere. Gli psicoanalisti e anche gli psicoterapeuti di altro orientamento penserebbero ad altre cause dell’agire criminale, e quando Kernberg ha introdotto l’utile concetto di narcisismo maligno, come sottotipo specifico a diagnosi sfavorevole dei diversi tipi di personalità antisociale, non alludeva certo al problema di “Mi si nota di più se” quanto a storie individuali di grande deprivazione e abuso, intrecciate a predisposizioni genetiche di un certo tipo, le quali producevano la sostanziale incapacità di occuparsi dell’altro, di vedere la sofferenza dell’altro, oltre che una sostanziale lacuna nella struttura del superio – tutto questo detto con una vergognosa semplificazione, ma spero di dedicare un approfondimento in altro post.

La questione è che la marginalità sociale incoraggia certamente la psicopatologia, ma non per un problema di percezione narcisistica di se nel modo in cui intendiamo nel nostro linguaggio comune il narcisismo e l’essere visti. La marginalità sociale incoraggia la psicopatologia criminale o meno, perché in vario modo la povertà e l’assenza di rete pubblica ostacola l’esercizio degli affetti e la strutturazione di nuclei familiari funzionanti. La povertà di fatto mette spesso ostacoli al benessere emotivo, anche si ci sono davvero tantissime brave persone, piene di risorse intellettuali ed affettive che sono capaci di saltarli e di inventare bei mondi da abitare. Ma dove c’è marginalità sociale ci sono padri alcolisti e disoccupati, donne troppo depresse per essere madri, ci sono occasioni materiali difficili da rifiutare che provocano danni psicologici a catena, e che rinforzano predisposizioni psichiatriche. Per non parlare delle situazioni collegate all’immigrazione, alla difficoltà di integrazione, allo iato sintattico e psicologico che si crea tra lingua dei padri e lingua dei figli.

Forse è ora di cominciare a chiedere agli intellettuali, a quelli che hanno i mezzi per far vedere sui media le connessioni possibili tra discipline diverse, ai vari Serra e Gramellini che esprimono pensierini molto letti e citati, e che quindi hanno la possibilità di esercitare un ruolo politico utile alla collettività, di smettere di mantenersi su queste aree di dissertazione, per le quali non vale mai la pena di aprire un libro in più, di cominciare ad assumersi una responsabilità quando scrivono. Anche politicamente, quest’amaca, è davvero la conferma di certi stereotipi sulla sinistra secondo cui, ha smesso di parlare con i ceti subalterni, o per i ceti subalterni, ma dei ceti subalterni, e senza neanche una reale cognizione di causa.