Note su “Open” di Agassi

 

Dunque. Ho finito di leggere ora Open, di Andrè Agassi. Un libro che mi è piaciuto molto, che ho trovato nel complesso onesto, anche nei difetti e nelle ingenuità. Mi ha permesso di fare una gita su Marte, cioè presso vite contesti e logiche che mi sono del tutto estranee. Dai, lo facciamo? Pare dire ogni tanto Agassi alla moglie Steffi Graf, e lei fa la ritrosa no, non so se ci ho voglia, dai ti prego fai lui più eccitato – e vanno a giocare a tennis (con mio sgomento). Tuttavia, essendo il racconto di una vita che mette insieme episodi e riti salienti con risultati e modi di ragionare, mettendo sul tavolo piccole e grandi criticità di chi scrive, al di la di certi passaggi secondo me genuinamente efficaci sul piano narrativo e poetico, genuinamente ben rinarrati, è un libro che spiega molto bene come certe vicende portano a certi funzionamenti psicologici, e a certe gravi difficoltà. Open, a mio giudizio è fondamentalmente un ottimo caso clinico, e anche devo dire un grande esempio di cosa si può fare nella vita per raddrizzare un esordio così infelice. Offre lo spunto per molte riflessioni che ora voglio mettere qui, spero in un ordine non troppo sconclusionato.

 

La biografia di Agassi ha colpito molto per esempio, per quello che racconta della disciplina paterna nell’educarlo al tennis. Questa cosa della grande disciplina precoce, è una variabile frequente presso le elite di molte competenze sportive e non. C’è anche nella danza per esempio, e tra i virtuosi della musica. C’è in questo una ragione credo neurofisiologica: la stessa per cui non puoi diventare un gran campione se accedi a una disciplina relativamente tardi tipo che so – 13 anni. L’uso del corpo in un certo modo, il funzionamento neurologico che gli corrisponde, è una cosa che si sviluppa col corpo: lo sportivo che ha cominciato presto a correre, o a giocare è uno cioè che ha una mappatura sinaptica tutta sua, diversa da chi nella prima infanzia ha sviluppato altre competenze. Perché questa cosa succeda, il meccanismo mente corpo deve essere sollecitato a una richiesta costante e martellante. Può non piacerci tanto, non penso che lo farei volentieri ai miei figli, ma è decisamente coerente con i valori del nostro contesto culturale e almeno in astratto non è un comportamento che produce risultati gravemente patologici. Se per esempio il genitore invasato dallo sport intercetta o si orchestra con la prole – o passa naturalmente il testimone (nell’ambito della musica capita davvero molto spesso – pensate alle stirpi di musicisti) anche insistendo molto sulla disciplina potrà essere severo, magari nevrotico, magari nevrotizzante – ma credo che ci sia un modo di esigere nevroticamente questo meglio facendo dei danni di medio raggio. Cioè facendo del futuro campione una persona con delle problematiche ma che per esempio si senta amata, in diritto di essere amata e in diritto di vincere.

Ma il problema del padre di Agassi è che non si limitava a imporre precocemente un’attività – ma di usare il bambino per delle ambivalenze mortali, un uso borderline dell’infanzia che avrebbe meritato l’intervento forzato di qualcuno. Tutti si sono tanto impressionati della macchina spara palle che Mike Agassi si è inventato, io ho pensato invece che razza di padre è uno che al figlio bimbo dice cose come hai un ferro di cavallo su per il culo, oppure simula un suicidio per risolvere il mal di schiena poi il figlio accorre terrorizzato e quello lo piglia a parolacce. Anzi, se volevate sapere cos’è un trauma è esattamente questo. E solo questo ultimo racconto della abitudine del padre di Agassi di appendersi a una cappio al collo per risolvere il mal di schiena meriterebbe un articolo a se. Io padre, abitato da una grave depressione e da un’ossessione di morte la insceno per esorcizzarla, per esorcizzarla tratto anche malissimo te, figlio mio che devi essere erede dei miei sogni di integrazione e riscatto di corpo e di classe (come è più borghese il tennis della box! Come è più genuinamente ariano e occidentale!) e quando tu mi credi, e accorri a me terrorizzato pensando che io mi stia suicidando io dico, che cazzo hai capito stronzo – e ti maltratto mostrando di disprezzarti. E – sotto testo – ti dico anche, beh il pensiero di morte è tutto tuo, sei tu che vuoi morto tuo padre, che merda sei, io stavo col cappio al collo per il mal di schiena, tu bambino sei una brutta persona.

 

La capacità patogona di questo aneddoto, sta anche nel fatto che ha esemplificato l’infanzia di Agassi e la sua relazione con il padre: mi è sembrato che il povero Andre fosse in una relazione violentemente schizofrenogena, in un doppio legame che gli è rimasto tutta la vita addosso. Devi giocare a tennis perché devi farmi contento ma se giochi a tennis mi vedrai infelice. Devi risolvere il mio desiderio ma contemporaneamente io ti chiedo di non risolverlo mai. Per cui se perdi mi incazzo perché mi hai frustrato narcisisticamente. Ma anche se vinci incazzo, perché non sei come voglio io – in teoria più vincente, ma in realtà più perdente. Io Mike Agassi non sono abbastanza sano, a mia volta per tollerare di vedere un figlio sano, per fare quello che Zoja con genio ha identificato con il gesto di Ettore: prendere il figlio idealmente e tenerlo più in alto della propria testa, dirgli che vuole che vada dove lui non è andato.
La lunga ombra di questa vicenda psicologica è in un campione sotto di almeno un terzo, sempre delle sue potenzialità, in maniera di cui non so neanche quanto lui sia stato, con tutto il libro davvero cosciente. Ma Agassi poi è diventato uno che arriva in finale e si sconcentra. Arriva in finale e s’è fatto la sera prima. Arriva in finale e mannaggia il panino col pollo. Arriva in finale eh ma Pete nze batte. Arriva in finale e ci ha la schiena che gli fa male, i crampi tuo cugino. Mi sono molto arrabbiata con Mike Agassi in tutte quelle finali abortite. Ho un controtransfert piuttosto operativo e lo tengo a bada soltanto ricordando che con ogni probabilità i padri dei nostri pazienti potrebbero essere spesso anche se non sempre, pazienti a loro volta. E sicuramente dietro ogni orco, c’è un bambino senza porte aperte. Ma quando il giorno prima della chiusura della carriera di Andre, quello va da lui e gli fa, non giocare ritirati fermati qui – non reggerei, io leggevo che non è che non reggesse la tensione, quello non reggeva il successo del figlio. Ha brigato una vita perché quel poveretto fosse un eterno secondo, uno che potesse stare a ridosso del campo ma non svettare. Uno che al momento cruciale non doveva portare a termine la lotta edipica e mettersi al centro della scena e della sua vita. Che tutto ciò sia avvenuto alle alte vette del pantheon tennistico non vuol dire che non sarebbe successo ugualmente se Agassi si fosse dedicato alla carriera accademica, o al marketing dei coltelli da cucina. Se comunque è stato un grande campione, una parte è stata dovuta al grande allenamento, una parte a quella roba li che si chiama incredibile talento.

In questa relazione patologica la madre di Agassi ha fatto forse poco. Non ha mai difeso Andre, almeno stando al libro, comprendendo anche le ferite profonde che avevano fatto del padre l’uomo insopportabile che è stato e presumibilmente è ancora. In Open si parla molto poco della madre e delle figlie femmine della famiglia, un poco a cui io ho fatto caso e che fa aprire a delle congetture: non so se dovuto al desiderio di proteggerle, o a un tipo di infelictà che ha dell’incomunicabile, o a entrambe le cose. Tuttavia credo che sia stata capace di fare da base sicura, e di permettere al figlio di concepire una relazione col femminile sufficientemente buona da permettergli non solo di sposarsi, ma di indovinare – in seconda battuta – un buon matrimonio. E trovo molto interessante, che questo secondo buon matrimonio sia stato con una donna forte, una grandissima campionessa, campionessa Stefanie Graf che ha vinto molto più di Andrè nella sua carriera tennistica. Magari non durerà tutta la vita, ma la sensazione che arriva dalla biografia, dalle interviste e dalle foto, è che ci sia un aggancio autentico e che Stefanie -che viene da una famiglia nevrotica ma non disfunzionale grave come quella di Agassi – incarni bene le parti interne che Andrè poteva guarire, sviluppare. Lei lo capiva e lo capisce ma sta un po’ meglio di lui, è sempre stata – spero si capisca l’uso metaforico della lingua – una malata meno grave che può guarire un malato grave. Grosso modo la condizione ideale di molti psicoterapeuti.

 

Il libro comunque interessa anche per l’esemplareità di certi comportamenti che noi comunemente decodifichiamo come adolescenziali. L’estetica egocentrica, l’atteggiamento sfidante le autorità, il vestirsi infrangendo le regole, quei capelli che anche all’epoca, trovavo di una bruttezza sconcertante. Mi ha molto interessato la pratica di disvelamento che Agassi ha applicato rispetto alla sua immagine pubblica, alle motivazioni che gli addebitavano i giornali, le cose che faceva da ragazzino e la confessione del reale perché dell’adulto che ne scrive. Mi ha interessato perché ben in grande e visibile a tutti c’è una dinamica di lotta per la vita che molti adolescenti mettono in atto, con la strumentazione di bordo che offre l’età e il momento storico e culturale, con tutti i fraintendimenti che questa lotta crea.
Andrè infatti viene messo in un collegio – rustico e per lo più trucido, inadeguato – dove si sente abbandonato e lasciato in balia della caricatura dei sogni paterni. L’accademia di Bollettieri, è la versione smandrappata del sogno americano: disciplina giovinetti studiare! Cazzi vostri! Il luogo di ispirazione dei più peracottari film di cassetta americani, la patria di legioni di forrest gamp la legittimazione dei più perfidi pregiudizi eurocentrici: un posto di disciplina stolida, di totale epurazione del femminile e del piacere, di ormoni e cazzotti allo stato brado. L’America secondo un iraniano poraccio insomma. Una buona metafora direi, quasi cinematografica, di certe famiglie arcaiche e fallocentriche, col papù ammiraglio o militare, e anche un pochetto alcolizzato, che tira fuori la cinghia e non conosce un libro. A queste atmosfere pedagogiche ed emotive, gli adolescenti reagiscono in due modi: o stramazzano di depressioni gravissime e senza ritorno, che possono esitare in gesti tragici, oppure inscenano un attacco costante alle pareti, un modo di sopravvivere contrapponendosi, in una maniera che da sfogo a un senso di disperazione ma anche da una conferma sociale che occulta le carte. Sono i regazzini che poi a scuola rispondono male ai professori, si fanno bocciare, e le femmine vanno pazze per loro. A buon diritto, stanno male, fanno cose sbagliate, ma dimostrano che il maschio è sano, è vivo, si contrappone, non cede.
Certo caro gli costa: Agassi ha la terza media mi pare. Tutti gli altri non diventano campioni mondiali di tennis.

In ogni caso : il mondo sta appresso alla lettura che vuole il sintomo: cioè leggono solo il ribellismo e il narcisismo, dopo tutto è un ragazzo giovane, si divertono con la sua prova di forza – come sempre è un comportamento eccentrico – nessuno riflette sul fatto che per quanto molto smart un comportamento eccentrico ( i pantaloncini rosa signore iddio – meno male che poi ha sposato una tedesca che a’ ste cose non ci fa caso) è segno invariabilmente di una grave e dolorosa lotta intestina, di un dibattersi tra il farsi vedere e il non farsi vedere affatto. Agassi ha cominciato a stare bene, non quando è andato in terapia. Quando si è tagliato quegli improbabili capelli. Quando cioè ha cominciato a ritirare le messe in scene legate alla battaglia nevrotica e si è messo a stare male sul serio.

E di questo credo che bisogni riconoscere il merito della spumeggiante, e forse non tanto superficiale Brook Schields, disegnata credo non proprio lucidamente, vi avverto delle unilateralità e delle mancanze non so. Non era un buon matrimonio, non era il momento psicologico per entrambi di sposarsi – c’era forse un gioco di specchi di difese che Agassi nel libro non riconosce (Brook che pensa ai gioielli, alle case, ai posti belli – rimproverata con savonarolesco disappunto, quando il medesimo Andrè all’epoca era più cazzone di lei, come prova l’incredibile appartamentino che si era comprato, e certi belli completini con cui andava a giocare. E’ l’età lo capisco – è il contesto, ma dare la colpa all’attrice bella, insomma. ) Fatto sta che è stata lei a dire: stai male, sei una rosa in un cesto di rovi, devi fare qualcosa per te, non raccontiamoci sciocchezze. Lo dico perché sempre a parlare di casi clinici, è interessante considerare come nella vita capitino a tutti, anche a me che scrivo, delle figure affettive che hanno fatto qualcosa di importante per la nostra psiche, che ci hanno curato. E credo che con le donne Agassi, in entrambi i casi è stato fortunato. Così come è stato fortunato a conoscere le persone che hanno costruito il suo antourage.
In particolare, mi hanno veramente commossa, le pagine riguardanti Gil, e la sua famiglia. Il fatto che Agassi piccolo potesse andare, arruffato e ventenne a casa loro a natale, e mangiare normale e dormire li. Il fatto che Gil lo allenasse e cazziasse e rimproverasse e dicesse: mettiti sulle mie spalle e prendi le stelle. Qualcuno doveva fare il gesto di Ettore, e Andre ha fatto in tempo a trovare uno che glielo facesse al posto del padre. E questo gli ha permesso di prenderne diverse. E’ stato un grande campione.

Credo infine, che scrivere questo libro, sia stato un lavoro psicologicamente utile, e che abbia da una parte dimostrato una stoffa intellettuale veramente insolita – Agassi a che mirisulta ha fatto poca psicoterapia, magari avrà cominciato per bene dopo – ma dall’altra penso che scrivere questo libro sia stata una cura, un mettere apposto delle cose. Poter per esempio parlare della madre di suo padre in modo da far capire anche a se stesso perché suo padre è stato quello che è stato. Poter capire da chi si ha preso e cosa si ha dato. Sono cose che lasciando diversi, cambiati, con un’altra personalità. E’ un libro alla fine molto utile, da quasi delle indicazioni di metodo per le vite difficili. Io di sport non ci capisco niente, ma so riconoscere quando qualcuno ci ha stoffa per campare e pensare. Invidio chi oggi ha Agassi come coach.

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