Fontamara reloaded

Forse non manca davvero tanto tempo, a che si chiarisca del tutto la storia della morte di di Domenico Maurantonio, il ragazzo caduto dal quinto piano di un albergo di Milano, dove si trovava in gita con i suoi compagni di liceo.
L’ipotesi iniziale pare vada disconfermandosi – no il ragazzo non aveva assunto lassativi e no non era ubriaco. Ed è stato trovato senza indumenti intimi ma con vistose ecchimosi a un braccio. E poco prima di scrivere queste righe, ho letto che gli inquirenti sospettano di una goliardata e ipotizzano che il ragazzo possa essere stato tenuto per un braccio, e poi sia caduto giù. Ma bisogna aspettare altro tempo, altre prove, altre testimonianze che arrivino. Per adesso – l’opinione pubblica si confronta con l’angosciante esperienza di un gruppo di adolescenti che non ha prestato soccorsi, non ha detto niente fino al giorno dopo, e non si è fatto vedere ai funerali. Ma anche con l’intervista della preside, la quale a peggiorare ulteriormente la reputazione dei suoi studenti gli regala l’abbraccio mortale di una protezione viscida e di una pedagogia da mandare al macero.
Sono figli di famiglie bene – avrebbe detto grosso modo – non le fanno queste cose. E avrebbe aggiunto c’era uno straniero nei corridoi.

Di poi il ci si confronta con l’impossibilità di confrontarsi: nessuno rilascia dichiarazioni, le testimonianze rese non trapelano, e la vicenda si ammanta definitivamente di un coltre opaca, di cui si colgono alcune blande sfumature. Buona borghesia, liceo bene, gita. Alibi razzista.
In mancanza di dati fioriscono le riflessioni generalizzate, e i commenti generazionali sui nuovi adolescenti, ora tutti inquadrati nel comportamento di questi.

L’incidente, la bravata, la capiscono tutti. Tutti si ricordano delle proprie gite, e tutti hanno chiaro quasi quel topos dell’adolescenza che è lo sfidare un pericolo o il farlo sfidare, come sorta di rito iniziatico da cui passano certi e che disgraziatamente è garantito da un margine di incoscienza. Non che mettersi fuori dal quinto piano sia una cosa che faccia ognuno prima dei vent’anni. Ma diciamo è una sorta di vicenda ricorrente, che una volta era nella tua classe una in quella di un’altra, una volta è tuo figlio uno quello della collega di lavoro, una volta è in un liceo un’altra in una caserma, quasi sempre finisce bene, qualche volta male qualche altra malissimo. Ma che succeda ci si arriva.
L’esercizio retorico si scatena invece in merito alle reazioni successive. Il ragazzo cade, rimane sul selciato e nessuno accorre. Nessuno avvisa nessuno. Ci dovrà pensare qualcun altro ad avvisare le forze dell’ordine. E dovranno essere le forze dell’ordine ad appurare la responsabilità. E qui – mi chiedo sulla scorta di quale italianità di quali eroismi e di quali adolescenze – è tutto un frinir di reprimende, tutto uno starnazzar di debosciati. Comincia Gramellini sulla Stampa a definire le gite un rito inutile per ragazzi disimpegnati che ora non avrebbero bisogno di andare da nessuna parte a veder niente perché tanto, par di capire o sono ricchi e colti e ci vanno per conto loro e sono poveracci e sfigati e allora si facessero na ricerchina su internet – e finisce Paolo Giordano sul Corriere della sera che farnetica di lucida determinazione all’omertà e di deficit emozionale.

Mi sono chiesta come si è immaginata la scena Paolo Giordano. Il ragazzo che cade dalla finestra, gli altri che fanno delle esclamazioni con voce maschia e cinematografica, poi si siedono tutti compostamente e fanno un’assemblea insolitamente ordinata – e mentre le fanciulle spendono parche lacrime, i giovanotti cinici e spietati decidono il da farsi e optano per un cauteloso silenzio onde evitare incresciosi inconvenienti.Articolo questo di Giordano che è molto piaciuto ed è molto rimpallato in rete. Un fenomeno che mi ha interessato – perché ragazzi siamo stati tutti, in tanti siamo genitori di ragazzi, e dovremmo ricordarci com’era essere ragazzi, e anche sapere com’è essere umani.

E funziona così. Funziona che non tutti sono uguali ma che le moltitudini prendono le strade che prendono i capi carismatici, specie in gruppi di adolescenti, dove il gruppo dei pari conta più dei richiami dei padri. Funziona che una ragazzina piange convulsamente, un’altra ride, un terzo sbraita, un altro vomita qualcuno prova a dire di andare qualcuno ripete cose senza senso, si agitano i fantasmi informi della colpa, della morte, della legge e di tutte cose di cui a quell’età e in questo mondo si hanno idee molto vaghe e confuse, e il tempo passa così in una somma di energie implose la cui detonazione dipende da quello che penserà di fare un capo carismatico o, se ce ne è uno a disposizione, un soggetto particolarmente eccentrico. Se il capo carismatico decide di andare a denunciare il fatto denunceranno tutti, se lui e l’elite del gruppo si cagano sotto – si cagheranno tutti sotto. E con ogni probabilità ci sarà stato un soggetto eccentrico, c’è sempre in ogni classe, ma per opporsi al ricatto morale di quella stessa maggioranza con cui ha un rapporto tanto sofferto, può non aver avuto la forza di rompere una regola. Paura per stesso, paura per una sanzione, paura di un mondo di cui si hanno contorni molto vaghi. E di una stessa vicenda che tutti avranno vissuto con i contorni allucinati.
E si opta per il non fare niente. E il non dire niente.

Dopo di che,  Giordano non lo sa, dobbiamo ricordarci che in Italia più che  in Europa a 18 anni l’adolescenza è ancora nel suo fiore, e illazione per illazione io credo che sia opportuno farsi delle domande sul ruolo degli adulti in questa circostanza. Perché mi pare plausibile che questa questione sia passata in mano ai genitori, che dietro questo silenzio ci sia la scaltra preoccupazione di chi affida la spontaneità a un buon avvocato, forse c’è una rete di relazioni da proteggere, in cui si sovrappongono affetti e interessi e quindi la verità emerge piano, e i ragazzi si vedono poco in giro.

Non mi sento di leggere questa vicenda disgraziata nei termini di un peccato generazionale dunque – perché ho idea che nelle generazioni passate, prima del sessantotto, prima di una cultura che mettesse all’ordine del mito un film sentimentale come l’attimo fuggente, prima di quella cosa che alcuni chiamano femminilizzazione della cultura – di sfide iniziatiche e insensate anche a danno di terzi, anche con forme di bullismo agghiacciante ce ne erano di più e avevano altrettanti esiti tragici. Né mi sento di considerare il peccato generazionale come un problema dei padri: cedendo alla retorica dell’individualismo estremo, dell’assenza di colpa come invenzione recente, come esito di una malformazione di questo tempo.

Mi vengono solo due ordini di considerazioni.
La prima riguarda il rapporto di questo paese con la legge. Non ora, non dei riccacci, non dei poverelli. Non dei giovani, né dei vecchi. Ma degli Italiani tutti che sotto le giacchine in doppiopetto e le gonnelle vuoi da sciura vuoi da zdaura hanno mantenuto un assetto etico rurale, arcaico, avendo sempre organizzato la vita morale in una doppia rubrica dove c’è una morale privata, prepolitica, socialmente condivisa e una pubblica, che ha a che fare con la legge e con lo Stato e che è avvertita come lontana, incomprensibile, altra, non propria non condivisa, afferente a regole sue che sono imposte e che non si condividono a cui adattarsi, da aggirare, da domare, ma mica da condividere. E così una che dovrebbe essere la figura educativa per eccellenze di un istituto, pratica la trasmissione di valori balorda di un mondo premoderno, che protegge le vecchie gerarchie di classe e tira subito fuori un alibi da dare in pasto alle indagini. I genitori che suggeriscono riservatezza e cautela sono la versione chic e nordica della malavita del sud, e di una sfiducia nelle istituzioni che ha una radice storica anche comprensibile ma che è totalmente trasversale. Agli Italiani sembra sempre che le cose capitino – mai che se le procurino da soli, che sia roba loro. Regole loro che proteggono loro. Pure una cosa è certa: in Italia i figli vengono azzittati di fronte alla legge: a Padova come a Palermo, nel 2015 come nel 1955.  Si comincia con lo spinello, si continua con lo stupro di branco figurati per una morte colposa. L’eroismo della retorica narrativa che celebra l’onestà delle proprie azioni è il contraltare vanesio della sempre più diffusa codardia e sostanziale diffidenza istituzionale. Senso di lontananza.

Se dunque dobbiamo proprio farci delle domande, e rimettere in questione delle cose, non è nel mettere in discussione le gite, le quali no non servono a scoprire la vita, a stare insieme in modo diverso e tutte quelle amenità che è toccato leggere. Servono a portare chi non può guardare le cose a poterle guardare. Servono a dare un metodo nel pensare ciò che si è studiato. E continuano a servire, e forse nelle scuole si potrà ripensare la questione della disciplina o di come controllare queste circostanze, e magari si potrebbe pensare a dare una mano a questi poveracci dei professori che ogni volta si trovano a sostenere questo ordine di responsabilità di cui ora ci si accorge perchè ci scappa il morto. Ma soprattutto dobbiamo farci delle domande piuttosto onerose, da qualunque parte del tavolo stiamo, su questo storico scollamento tra cittadinanza e stato, che non ha mai avuto un incollamento. E spaventarci per il fatto che il nostro problema non è quale pedagogia usare per un’efficace trasmissione di valori. Ma quali valori trasmettiamo a prescindere dalla pedagogia.

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