Righe Personali 2/Sap e Cosip

A commento del caso Cucchi, le persone soddisfatte della sentenza possono argomentare molte cose degne di nota. Nella giornata di ieri per esempio, sono circolate informazioni dettagliate sullo stato di salute di Cucchi e sul suo decesso almeno secondo la difesa, e queste informazioni depongono a favore di una mancanza di responsabilità da parte di polizia e personale medico. Io mantengo dei forti dubbi sulla narrazione che è risultata alla fine della sentenza, non mi fido della presunta verità processuale di questa circostanza – ma trovo che contrastare lo scandalo per la mancata condanna, con l‘argomentazione per cui il diritto è quella cosa che non sempre condanna a priori, sia una opinione lecita sostenibile, matura politicamente e responsabile civilmente. Anche se non è la mia. Si possono dire moltissime cose, garantiste, non garantiste, forcaiole, non forcaiole. Si possono dire su Facebook, si possono dire a cena, si possono dire in tanti contesti in cui si discute per strutturare un pensiero e riformulare un’opinione.

Ma se si è rappresentanti del sindacato della polizia, che sia Cosip che sia Sap, non si dovrebbero rilasciare dichiarazioni come quelle di Tonelli per esempio, o di quell’altro che l’ha seguito a ruota, che mirano entrambe alla famiglia di Stefano. Cose come “se si vogliono sondare le ragioni di certe sciagure si guardi prima di tutto altrove, magari alla famiglia” o come ha detto quell’altro “In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”. Anche sorvolando sulla mancanza di umanità che dimostra una frase del genere detta sul volto di una famiglia che ha perso un figlio – 
 è una frase che dimostra una patologia culturale grave, e la sede nevralgica sembra essere proprio nelle forze dell’ordine.

Intanto in uno stato in cui: esistono i sert, esistono le comunità di recupero, esistono i cim, esistono gli sportelli antidroga, esistono le campagne presso le scuole per spiegare ai giovani i rischi della tossicodipendenza, esistono bibliografie che spiegano l’intrecciarsi tra psicopatologie individuali e marginalità sociale, esistono poliziotti e cani antidroga, anche se Stefano Cucchi fosse morto per via di uno stato di salute fortemente compromesso dalla sua storia di droga, ecco non è lecito deresponsabilizzarsi in questo modo volgare da quella storia di droga.  Men che mai se si lavora in polizia, ossia si assolve quel ruolo di contrasto al dilagare dell’abuso di sostanze. Tradotto: ci sono professioni in cui lo sguardo etico e la tua posizione non dovrebbero cambiare mai, e allora non lotti contro il male fintanto che ci hai la divisa, e poi alla prima accusa dici la stronzata da bar per cui sai mamma? Se tuo figlio si buca è una cazzo di colpa tua. Perché in tal caso, devi andare a fare un altro lavoro. Il tuo lavoro è la tutela della cittadinanza e la consapevolezza che ai problemi individuali se ne mischiano altri culturali economici e strutturali: tu di mestiere risolvi quei problemi, e se Cucchi era tossicodipente è anche perchè i poliziotti non hanno tolto abbastanza in fretta la roba di mezzo. Non fai la commessa di profumeria al centro, non fai la sciura di mestiere, fai il poliziotto. E se pensi che un uomo è morto di droga, devi prenderti comunque quella parte di colpa di un risultato che non hai raggiunto.

Sap e Cosip, quelli che sono andati a fischiare alla madre di Aldrovandi. Ossia quelli che regalano al paese una nuova strategia di galleggiamento: piuttosto che riconoscere il problemi interni delle forze dell’ordine, la difficoltà a gestire un ruolo a cui si è psicologicamente impreparati, a cui sono demandati magari ragazzi troppo giovani, che si schiacciano sull’abuso davanti al potere ricattatorio della debolezza – per cui cadono nell’immorale, nell’errore, nell’infrazione di quello stesso codice che dovrebbero difendere, ci si struttura in un’etica machista, reazionaria, impoverita che aggredisce una madre con l’effetto e la volontà di aggredire tutta una serie di valori legati al materno – la compresione, il dolore, la maternità stessa, e così si sfanga la questione della coscienza e anche la questione di prendere sul serio il lavoro che si fa, e il ruolo che si assolve nella sfera pubblica.

Io non so come è andata la questione Cucchi. Rimango insoddisfatta della sentenza. Ma c’è stato un momento in cui – qualcuno lo ricorderà – pareva potessi collaborare con degli psicologi della polizia e ci sarei andata molto volentieri, poi la questione saltò. C’è un mare di malattia la dentro, moltissime diagnosi non dette, gente che non sa dove sbattere la testa e questo è inconfessato perché agevola quanto il manicheismo quanto la falsa verginità. A noantri che ci guardano le case e le borsette la polizia ci fa comodo, e anche quando la attacchiamo è difficile che pensiamo davvero a una sua possibile assenza. La dovremmo sostituire con qualcosa d’altro, e con qualcun altro che per scegliere quella funzione avrebbe come dire la solita storia psichica, le solite magagne, le solite propensioni. Ma finché non si ha la maturità culturale per prendere atto di quelle magagne, e lenirle e controllarle – cari miei a voja a proclami contro le famiglie dissolute.
Le famiglie, ce l’abbiamo tutti.

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