Il mio libro, altri libri, e come cambia il modo di porsi degli analisti negli anni

(Dunque. E’ uscito pochi giorni fa il mio libro – guida tascabile alla psicopatologia della vita quotidiana – per i tipi di minimum fax, i quali sicuramente tutto spereranno tranne che io scriva in corrispondenza di un libro che fa anche ridere, un post serissimo sulla questione degli psicoanalisti che scrivono libri che fanno ridere, o in alternativa che fanno sospirare, temendo a buon diritto che io in questo modo boicotti le già sicuramente esigue vendite. Ma i Tipi di Minimum Fax, non sanno il cospicuo intorcinamento di budella che mi provoca la materializzazione di un aspetto della mia personalità, non sanno quanto io sia per esempio preoccupata dal giudizio di gente competente e serissima – la mia parte per esempio che vorrebbe essere competente e serissima ad oggi avrebbe voluto scrivere un saggio molto acclaratamente ponderato, su cose molto gravi e con tutti altri toni lessicali, orge bibiografiche e rave party di casi clinici – indicativi di altre e ben profonde preoccupazioni. E’ pieno di persone tristi la fuori, che te ridi? Profonda preoccupazione! Io giuro che la profonda preoccupazione – ce l’ho.)

Nella fraseologia junghiana, si intende con il termine Persona, l’insieme di caratteristiche caratteriologiche ma anche sociologiche diciamo, che strutturano quella parte dell’identità individuale che fa da interfaccia con il mondo esterno. E’ un costrutto di cui si è appurata la funzionalità negli ambiti della psicologia sociale, ma che viene chiamato in causa più raramente parlando di psicodinamica individuale. Eppure è un concetto utile, che ha delle declinazioni sottili che lo rendono più flessibile del fratello winnicottiano  “il falso se” che con quell’evocazione di falsità nonostante tutti i salamelecchi adottati in via empatica quanto precauziosa odora sempre di sanzione morale. Il falso se è una maschera falsa, che copre la presunta verità, un’identità fittizia e profana da dare in pasto alle relazioni transferali e che dissimula la fragilissima ancorché sacra identità nascosta che nella vulgata analitica è ipso facto, molto fragile e sai mai migliore. Usare il termine persona invece, permette di neutralizzare un po’ il costrutto preservandolo da giudizi di valore anche storicamente o idiosincraticamente determinati e permette anche di riconoscere con maggiore lucidità quali parti complessuali del soggetto, quali nuclei identitarii vengano ingaggiati nel suo dialogo con il collettivo. Su cosa qualcuno investa molto e non di rado troppo, e su cosa troppo e non di rado troppo poco. Cosa c’è di proprio nella persona, quali funzioni simboliche assolve nell’economia psichica del soggetto quel particolare modo di fare e di vestire?

Per moltissimo tempo gli psicoanalisti si sono interfacciati al mondo sotto l’ombrello di una Persona riservata, elegante, molto pensierosa, certamente ricca, indubbiamente colta, ma al contempo in empatico contatto con le sofferenze del mondo. Alcuni libri si – ma meglio se difficili, pochissime sortite mediatiche, nessun tentativo sulla stampa. Una lunga carriera di esoterica aristocrazia del dolore e del pensiero, uno sguardo di mesta insofferenza verso discipline limitrofe come per esempio la psichiatria, o verso certi colleghi vieppiù nazionalpopolari come i cognitivisti appassionati di quelle terribili volgarità i test, i numeri la psicometrica. Era una posizione rassicurante, funzionale a un contesto storico e a un’utenza – ancorché a delle domande che ancora nessuno poneva. Questo stereotipo sociale dello psicoanalista è rimasto vivo in tutti questi anni di cambiamento, rinforzato dal cinema e dai luoghi comuni e nonostante i cambiamenti che avvenivano inesorabilmente proprio nel modo collettivo di affrontare questi temi: nel frattempo erano infatti nati i centri di igiene mentale, era stata istituita una facoltà in cui entrare a insegnare, emergeva una graduale acquisizione da parte di tante persone di un possibile bisogno di cura della psiche, e in tempi più recenti, ha cominciato a fare capolino una sempre più incalzante domanda di comprensione del movente psichico di fronte ai tanti disastri che si leggono nella cronaca. I clienti si impoverivano, i vecchi oligarchi morivano, cominciava a vedere la luce una nuova psicoanalisi che non poteva costare troppo, che non poteva contare su tessuti damascati e nevrotiche con il cappello di piume, e sono cominciati a girare, vivaddio, giovani analisti in maniche di camicia, che si spendono sul territorio, che se occorre danno spiegazioni, che chiacchierano oh se chiacchierano. La necessità di una divulgazione si è fatta più trasversale, e alcuni – ancora troppo pochi – hanno tentato delle sortite mediatiche per venire incontro a questo cambiamento culturale. Ce ne sono di famosissimi – Crepet prima Recalcati adesso, e di assolutamente sconosciuti tipo me con il mio libro o tanti in rete su blog specializzati, per esempio. Ora al di la delle eventuali differenze di spessore e di prestigio – che riconosco a Recalcati anche se mi trovo spesso ad avere un pensiero molto divergente dal suo – ci si trova dinnanzi al problema dell’aggiornamento della Persona, e dell’aggiornamento della Persona scritta. E non è per niente facile.

Perché la divulgazione analitica mette in campo ulteriori difficoltà rispetto a quelle che sono implicate nelle divulgazioni di altre materie. Anche per chi scrive di psicologia esistono la scilla della eccessiva semplificazione e la cariddi dell’insopportabile complessità – o in altri termini il rischio della banalità e quello dello snobismo intellettuale. Ma siccome dall’analista si va per risolvere questioni importantissime per la propria vita, vitali, che fanno soffrire – banalità e snobismo fanno arrabbiare molto di più rispetto alle occasioni in cui vengono riscontrate su altri argomenti. Inoltre non viene mai a nessuno il sospetto che la Persona non coincida con un soggetto nella sua completezza, il quale ha anche altre modalità di funzionamento che non arrivano nella comunicazione mediatica. E arrivando a vette che rasentano il ridicolo, gli analisti tenderebbero a essere sempre immaginati come seri cogitabondi e silenziosi financo preoccupati: seri cogitabondi e silenziosi a pranzo coi figli, seri cogitabondi e silenziosi dinnanzi alla partita di calcio, seri cogitabondi e silenziosi alla posta e col vigile urbano. E soprattutto seri cogitabondi e silenziosi anche in seduta. Che è l’ideale tradizionale che si immagina per la psicoterapia, e che il cinema è stata largamente sponsorizzato e che se ha retto per tanto tempo è stato anche per una sua particolare funzionalità al modo di concepire psicologicamente l’analista, di cui si sente l’asimmetria in seduta, di cui si teme in modo fantasmatico il potere psichico, e che si immagina di voler attaccare: ma quello, serio silenzioso e cogitabondo, superiore cioè – non farà mai pagare il fio, magnanimamente incasserà e insomma i nostri complessi di inferiorità non presenteranno il conto.

Ora assistiamo alla proposta di nuovi tentativi di comunicazione per quel che riguarda la divulgazione psicodinamica, e quindi a nuove Persone che si interfacciano al pubblico. Per esempio i vari blog che parlano di psicologia offrono Persone modeste, pragmatiche, che parlano un linguaggio semplice, che alludano alle categorie delle misure scientifiche, e che si pongono come interlocutori paritari – sono tranquillizzanti per tanti aspetti, perché restituiscono un’idea del disagio, della diagnosi o di un certo problema come quotidiano, approcciabile, tollerabile. Qualche volta deludono perché non sembrano toccare il dispiacere o tante complicazioni individuali. Portano testi troppo poco sfumati. E vengono avvertite come semplificanti e superficiali. Altri mettono in scena una saggezza seduttiva ed estetizzata, uno charme estetico per tradurre i concetti e chiamare i lettori a se: è una strategia efficace perché fa arrivare tante sfumature emotive e concettuali e aiuta a tradurre emotivamente grandezze che sarebbero difficili altrimenti da spiegare: oggi Recalcati trionfa in quest’arte, ma prima di lui ha spadroneggiato per esempio l’onnipresente Carotenuto. Non a caso però entrambi sono stati tacciati di un narcisismo dei più deteriori – perché il passo è veloce e il tranello è vicino, e la compulsione alla metafora stellata viene letta come desiderio costante di ammirazione più che di trasmissione di contenuti. E forse abbiamo anche ragione nel temere quello scivolone, se riprendiamo il concetto di Persona, avremo ragione di sospettare che quella scelta comunicativa sia stata selezionata perché rappresentativa di una delle parti interne di quell’analista che meglio si trova a suo agio con certe dinamiche, quali per esempio la seduzione estetica – senza però che questo ci possa veramente permettere molte inferenze sul suo modo di lavorare – e su quanto controlli queste dinamiche. Infine io ho tentato la via dell’umorismo, come tentativo di fornire una piattaforma di sicurezza, per contenuti che fossero idonei, da cui osservare dinamiche non riconosciute come nevrotiche ma che nevrotiche sostanzialmente sono. Anche l’umorismo ha i suoi tranelli – è una difesa così efficace che rischia di non far vedere ciò che si vorrebbe così vedere meglio – e di questo ho parlato nell’ultimo capitolo del mio libro. Ma rimane comunque una nuova versione della Persona analitica che estende alla comunicazione teorica, quegli stratagemmi comunicativi che adotto quando devo portare qualcuno – incluso me stessa, ad andare dove si teme di andare.   Che vi devo dire, speriamo si capisca!

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