Psichico 10/ Intervista collettiva sullo Stalking

In questi giorni, trovate in libreria il mio manuale antistalking, edito dal melangolo – è appena uscito. E’ un libro scritto in modo semplice, con molte storie piccole, che servono a capire in concreto cosa è lo stalking e come una persona se ne può difendere. Ha anche un costo modico, e nel mio pensiero è destinato, soprattutto ma non solo, alle ragazze giovani che cominciano giustamente a godersela e ad innamorarsi, e si gettano nelle nuove relazioni. Questo libro è un po’ un libro per la loro allegria, e per questo si concentra più sulla comunicazione di come comportarsi in casi del genere che su grandi approfondimenti teorici, che forse sarebbero meno fruibili.
Pensando anche a questo, ho deciso che un buon modo per presentare il mio libro in rete, potesse essere una raccolta di domande, una sorta di intervista collettiva, su questo argomento. Ho lanciato la proposta e sono allora arrivate molte interessanti richieste.
Ecco quindi la mia intervista collettiva, fatta dai miei amici più interessati.

Raffaele: come e quando un maschio dovrebbe rendersi conto che la sua ” insistenza” si configura come stalking? Il confine è il semplice rifiuto?

La ritrosia è un comportamento di genere moderatamente frequente – e sempre meno prescritto socialmente. Il sessismo di un tempo obbligava la donna a dire no quando voleva dire si, quello di oggi spesso la istiga a dire di si anche quando non vorrebbe proprio dire no, ma almeno – aspetta cinque minuti. La ritrosia è sempre meno di moda cioè per cui un buon punto di partenza può essere sapere che se una donna dice no, è no. In caso di dubbio legittimo, perché l’insistenza è una prova di amore e di interesse, è utile considerare altre spie di un comportamento non verbale. Come lo dice questo no? E’ incerta? E’ imbarazzata? Ridacchia? Oppure è arrabbiata? Perché se è arrabbiata l’insistenza è soltanto un modo di prevaricarla sospinto da un’ossessione e da una cultura della mancanza di rispetto, per cui la rabbia della donna non è influente. Il confine lo dettano rabbia e assertività in molti casi, in altri una franca estenuazione e gesto di fastidio. Saperli leggere però vuol anche significare sapersi dire di non essere amati, di non essere scelti, e sapersi tenere il dolore. Io credo che considerare la capacità di tenere questi sentimenti di frustrazione come una prova di virilità – come in effetti è – può aiutare a imparare a fermarsi.

Marco: Quali potrebbero essere strategie di prevenzione della violenza maschile? Io credo che la cosa importante sia l’intervento precoce sui giovani, soprattutto al livello psicodiagnostico facendo magari degli screening con dei test diagnostici – magari in contesti ampi, come quello scolastico – per fare un esempio. Questo perché lo stalking cresce nel maschilismo perché il maschilismo lo manipola come oggetto culturale, ma non coincide con il maschilismo, coincide con una patologia bella e buona, che in tante sue forme una batteria di test potrebbe anche individuare, indirizzando la persona a un csm per esempio, istituendo uno sportello nella scuola. Tante scuole adesso sono dotate di uno psicologo in sede. Una buona batteria di test potrebbe preludere a un ciclo di colloqui, a una segnalazione alla famiglia, a un indirizzo al CSM. Diversamente da molti, io credo lo stalking un problema principalmente psicologico, in moderata relazione col maschilismo, che è invece un problema essenzialmente politico, e che paradossalmente può anche trovare equilibri che possono forse essere giudicati poveri, ma non sono ipso facto patogeni. Penso che bisogna anche cominciare a discutere culturalmente dei problemi del maschile e portare avanti il lavoro dei centri per uomini maltrattanti.

Luigia: Perché agli uomini “ufficiali”, troppo spesso, poliziotti avvocati magistrati e pure i medici e gli infermieri ai primi soccorsi, non basta il racconto spaventato della vittima per comprendere che si tratta “proprio” di stalking e non di passionalità di insistenza di enfasi…o di un qualsiasi accidenti di altro…insomma un reato oltretutto allarmante e sintomatico? Manca cultura o subentra maschilismo? 

Adesso in molti posti pubblici le associazioni femministe, Differenza Donna per esempio, fanno degli importanti corsi di aggiornamento che riducono di molto questo fenomeno. Ma effettivamente, quando questi corsi non arrivano il problema si ripropone ciclicamente. Questo accade perché il fenomeno ha una sua specificità che è oggettivamente conosciuta e magari chi la incontra tende a sottovalutarla a non vederla proprio, non è solo un problema di ordine culturale è proprio il fatto che si tratta di una questione molto specifica.

Donatella: Quando e come una ragazzina dovrebbe accorgersi che quel tipo non è un semplice corteggiatore, ma uno stalker?
Quando una ragazza ha a che fare con uno stalker con cui non ha avuto una relazione, lo capisce subito che si tratta di uno stalker, perché i comportamenti sono da subito incongrui e non sintonizzati sulle sue risposte e desideri. Il problema è quando si comincia una relazione con un potenziale stalker. Nel libro c’è un intero capitolo dedicato a questo tema e ci sono molte cosa dire: in linea di massima comunque, è utile pensare lo stalking come una sorta di patologia del controllo dell’altro, di cui soffrono persone – uomini e donne – che non riescono a tollerare l’angoscia che procura l’indipendenza dell’altro. Se ci si concentra su questo aspetto si capiscono velocemente tanti comportamenti sospetti o prodromici, sia più squisitamente culturali – l’uomo che dice alla donna di non uscire con le amiche per esempio – sia più marcatamente psicologici: l’uomo che per esempio subissa la donna di regali fuori misura o di confessioni molto private all’inizio della relazione. Queste persone, battono la donna sul tempo, perché non riescono a sopportare i tempi lunghi che implica una graduale cocostruzione della relazione. Quando un domani dovesse finire la relazione, reagiranno al senso di impotenza rincorrendo l’oggetto perduto, a prescindere dalla sua volontà.

Come si gestisce ed interpreta il proprio senso di colpa nei confronti del light stolker?
Innanzitutto le reazioni allo stalking sono molto individualizzate, e anche risposte simili come il provare senso di colpa possono avere radici psicologiche diverse, per questo è così importante avere un supporto psicologico quando se ne è vittime. Può essere utile però tenere a mente che, siccome il problema è una patologia del potere e della dipendenza la scelta non è solo tra preservarsi o meno da una relazione percepita come tossica, ma anche tra colludere o meno con un modo di stare in relazione che è tossico per entrambi. Lo stalker chiede a gran voce di avere la droga per il suo sintomo, dunque – attenzione a non rifornire di droga una persona che sta soffrendo di astinenza.

Simonetta: Vivo in questi giorni i problemi di una cara amica. Vorrei proteggerla e aiutarla. Lei mi dice che nessuno può fare niente e che già ci sono le denunce. Che cosa può fare?
Per sopportare lo stalking, e mantenere una condotta coerente – aspetto fondamentale per scoraggiare il fenomeno – una persona deve sentirsi sostenuta in modo corretto. Bisogna capire le amiche ma non compatirle, perché questo le rende meno reattive. Ugualmente la situazione può essere davvero estenuante, logorante sotto ogni profilo, e può anche portare all’emergere di psicopatologie magari superate da un tempo, ma che sono la sintassi psichica con cui ognuno dice a se stesso di stare male. Alle amiche vittime di stalking io consiglierei sempre sempre il supporto di un centro antiviolenza (nel libro c’è un elenco dei centri antiviolenza in Italia e anche dei centri per uomini maltrattanti) ma se sono invischiate con uno stalker e sono particolarmente debilitate beh, conviene cercare un supporto psicologico.

Francesca: Potrebbe essere valido, in caso di stalker non troppo pesante e con cui si ha una certa confidenza, coinvolgere i suoi familiari o un caro amico in modo che cerchino di aiutarlo, piuttosto che minacciare di andare dai carabinieri?
Non la considererei una strategia di elezione. Se la persona è in grado di ascoltare in discorso ragionevole da parte di altri, è in grado anche di ascoltare un discorso ragionevole anche da parte della presunta vittima, discorso che è sempre giusto fare in prima istanza. Se NON è in grado, NON lo è MAI. E anzi percepirà un’azione del genere come un incoraggiamento a portare avanti la sua azione persecutoria. In certi casi, si può parlare con la persona in presenza di altri – certi sportelli antistalking organizzano questo genere di incontri. Questa potrebbe essere una scelta percorribile.

Susanna: Esistono soggetti più a rischio di altri, sia come vittime che come carnefici?
I soggetti più a rischio di diventare stalker sono le persone che hanno una diagnosi di disturbo di personalità, ma anche altre diagnosi sono rilevanti. Come per altri fenomeni criminosi, lo stalking si correla ad abusi nell’infanzia. Per le vittime la tipologia è più variegata: quello che si constata è che capita più spesso a donne che vivono un periodo di debolezza – un lutto in famiglia, la perdita del posto di lavoro sono più esposte ad intraprendere relazioni con un eventuale stalker: vivono un momento di debolezza che far loro abbassare le difese e fraintendere delle attenzioni che in un altro momento di vita leggerebbero come invadenti, mentre in uno stato di stanchezza o difficoltà sembrano loro accudenti.

Angela: Quali comportamenti da parte di chi subisce possono scoraggiare lo stalker, ne esistono? Purtroppo la cosa migliore da fare è non rispondere mai, non dare corda, non reagire: ogni reazione è percepita come un rinforzo.

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