Appunti sulla vicenda di Andrea Soldi.

La vicenda del signor Andrea Soldi, avrà probabilmente degli sviluppi – altri articoli di giornale arriveranno, altre informazioni che adesso non abbiamo. Tuttavia sembra essere piuttosto chiara per alcune testimonianze molto attendibili e concordanti – l’ex poliziotto che ha fatto le foto, il volontario che guidava l’ambulanza, che parlano di soffocamento e di brutalizzazione del paziente. L’uomo aveva una diagnosi di schizofrenia, e siccome era recalcitrante alle terapie come spesso accade, era oggetto di trattamento sanitario obbligatorio, richiesto dalla famiglia più che altro per la somministrazione della cura. Nell’ultimo di questi tso, ha avuto la disgrazia di incontrare personale inadeguato al ruolo, che già nella fase di immobilizzazione l’ha soffocato per poi metterlo in ambulanza ammanettato e a pancia sotto violando qualsiasi protocollo di intervento. In queste circostanze è morto. Con il che non è detto, che in un’eventuale processo i responsabili siano considerati responsabili – perché se ci sarà il processo potrebbero essere chiamate in causa le condizioni di salute pregresse del paziente, e il suo stato di obesità che tanto incide sulle problematiche cardiorespiratorie – il signor Soldi pesava 150 chili. Tuttavia, il pensiero che se si fosse svolta una procedura diversa, il signor Soldi sarebbe ancora vivo, non mi abbandona. Così come non mi abbandona l’altro pensiero, quello per cui i pazienti psichiatrici che incorrono nel tso sono all’estremo di una asimmetria che non di rado provoca abusi di potere che all’opinione pubblica non arrivano perché non muore nessuno e che allo stesso tempo rappresentano sfide notevoli per del personale che deve essere preparato. In ogni caso, sulla presenza di quei gravi abusi, dal soffocamento al fatto che il paziente è stato ammanettato e messo a pancia sotto senza la possibilità che venisse soccorso, mi pare che ci sia poco da discutere.

Mi è stato fatto giustamente notare, che questo non è il primo episodio e che alla cronaca arrivano – a ritmo regolare – notizie di tso che finiscono con la morte di quello che doveva essere l’assistito. Per esempio, è il caso di Reisman, paziente psichiatrico ucciso a Trieste con modalità molto simili, i cui assassini vennero poi incriminati. Questa cosa a me scandalizza enormemente, e impressiona emotivamente, sebbene abbia, per motivi professionali, acquisito col tempo un certo pelo sullo stomaco – probabilmente per il fatto che per mia formazione e indole o altro, tendo ad avere un’idea positiva delle forze dell’ordine e a riconoscerne una necessità non solo nell’ordine pubblico, ma diciamo nell’ordine psichico di una collettività. E il poliziotto che uccide, per me è il sintomo di una psicopatologia grave che mi coinvolge in quanto cittadina. Ma simultaneamente, Il TSO è il trattamento sanitario obbligatorio, cioè si tratta di una misura coercitiva nei confronti di chi ha una diagnosi psichiatrica. Avviene dunque quando l’asimmetria di potere tra grande e piccolo arriva al massimo grado. Il paziente psichiatrico che riceve il tso è qualcuno che sta così male da non poter desiderare di star meglio da non poter accedere alle cure, qualcuno a cui magari le cure non fanno bene come vorrebbe. E’ anche qualcuno che è in una tale posizione di debolezza da non riuscire a essere antagonista rispetto al più forte. Se non per brevi duelli. Non si scappa da un tso – tuttalpiù ci si barrica dentro casa. Quando quindi so di queste vicende, avverto la spia emotiva della vigliaccheria e dell’abuso e di una mancata formazione professionale adeguata a gestire situazioni molto complesse – da un punto di vista pratico quanto emotivo. Perché è anche vero, che il TSO riguarda una zona di confine in termini materiali, di rischio concreto, di scacco emotivo, e di confusione simbolica. Quelli che dovevano portare Scalzi in ospedale erano preparati a questo?
Dei vigili urbani?
Dei vigili urbani!

A cosa bisogna essere preparati?
Le patologie psichiatriche gravi, in particolare quelle di area psicotica, sono nella condizione paradossale per cui evocano simultaneamente un grande stare male, e una grande originalità. Una terribile esperienza di solitudine di mancata comunicazione con l’esterno, e una altrettanto grande e determinata scelta di non fruibilità sociale, di non omologazione. La persona psicotica abita un ordine mentale diverso che si serve dei nostri oggetti mentali e quotidiani, avvicinandosi e allontanandosi dal nostro modo di orientarci. Le distanze che mostra di scegliere però sono spesso di importanza vitale, e rispondenti ad esigenze emotive che noi spesso non vediamo. Possono per esempio essere molto disordinate, possono accumulare tante cose che noi pensiamo si debbano buttare, possono vestirsi in modi che giudichiamo incongrui, e fare con molto trasporto discorsi che troviamo insensati. – quelli che in gergo vengono chiamati insalate di parole. E tutte queste cose sono insieme identità e sofferenza, necessità fisiologica e prigione psichica. Entrarci in relazione vuol dire doversi chiedere quanto c’è di libero e quanto di costretto, quanto di rispettabile e quanto di disumanizzato. Queste componenti stanno sempre insieme e gli atteggiamenti unilaterali sono sempre forieri di errore e di comportamenti lesivi per i pazienti. In questo senso sono quasi ugualmente deleterie le anime belle che cianciano di Foucault e di libertà dell’individuo farneticando idiozie contro i farmaci, lavandosi le mani da destini esistenziali che possono essere tragici, e le anime zozze che vedono solo l’obbligo della cura a tutti i costi, colle buone e colle cattive che tanto quello sta male e sappiamo bene cosa bisogna fare per lui. E giù pasticche.

Per questa tensione tra prigione psichica e originalità – per questo opaco uso dei nostri stessi oggetti per cui è difficile capire diciamo in che lingua parla l’altro, la psicosi è quanto di più vicino all’unheimlich si possa immaginare – disorienta, sconvolge, agita. Io stessa mi ricordo del mio primo incontro, con una donna che aveva avuto un tso dopo aver incendiato l’appartamento in cui viveva, dando fuoco a diversi mobili della casa e mettendo se stessa e i vicini in pericolo – e che mi disse, che i suoi mobili – l’avevano violentemente provocata. Io sapevo che, se volevo fare dei colloqui che avessero un senso con lei dovevo entrare e lasciarmi immergere nel suo modo di significare gli oggetti di stare nel discorso. Uscivo da questi colloqui sempre molto frastornata, e ricordavo l’esperienza straniante di desiderare di ricordare il mio nome, e tutte le mie altre generalità anagrafiche – le mie coordinate logiche.
Altrettanto complicato risulta relazionarsi a quelle distanze e scelte a cui noi devolviamo una certa casualità, rispetto all’uso degli oggetti, alle ossessioni e compulsioni protettive. Noi vediamo un uomo per esempio che sta sempre seduto su una panchina e non solo siamo stupefatti, siamo proprio messi in scacco dal fatto che se gli si chiede di spostarsi non lo farà e se quello spostamento dovesse essere necessario per qualche motivo l’uomo potrebbe arrabbiarsi moltissimo, o mettersi per esempio a piangere. Non sarà necessariamente una cosa contro di noi, o almeno non solo, sarà un atto spesso disperato perché quella scelta garantisce un equilibrio. Questa disperazione e questo terrore non conoscono altre priorità e spiegano l’incredibile forza che possono sprigionare questi pazienti quando sono portati via con la forza dal posto dove hanno deciso di stare. Quel calcolo psichico che avviene implicitamente tra due uomini che lottano senza che necessariamente se ne accorgano, non avviene. Per il paziente stare su quella sedia, in quella stanza, in quel mondo ha una vitalità impensabile.

A costo di risultare prolissa, questo attaccamento per noi insolito ai luoghi e alle routine, ragione per cui ci sono operatori nelle case famiglia che possono impiegare ANNI a insegnare a un ragazzo come farsi la colazione da solo, come lavarsi, aiuta a spiegare la resistenza che alcuni di questi pazienti possono avere nei confronti dei farmaci. Il delirio dei pazienti psicotici ha una importante funzione espressiva, omeostatica, è la nostra funzione simbolica senza l’intervento di una coscienza che organizza, e censura, e sogna e ordina e qualifica emotivamente. Il delirio rende il paziente solo, e a volte anche pericoloso per se e per gli altri, ma è di fatto il mondo noto del paziente. I farmaci che tolgono i deliri tolgono il mondo che si frappone tra la persona e gli altri, rendendola accessibile, ma gettano spesso in una condizione di dolore, di spaesamento, di angoscia che voi non avete l’idea. E io devo dirlo, un paziente che non voglia prendere quei farmaci ed essere consegnato alla sua assenza di mondo lo capisco! Cazzo se lo capisco, è una condizione terribile – e in certi casi – quando il tipo di delirio non è particolarmente grave per la convivenza, i clinici decidono di lasciarlo di fornire una farmacoterapia che protegga il sintomo. In altri no perché il paziente riesce a usare la realtà e a farne un uso buono e sano per se. Ma sappiate che quel tipo di paziente è un lottatore, è un eroe, ed è anche qualcuno di più fortunato perché ha delle risorse.
Agli altri rimane la forza con cui difendere quello che sanno.

Credo poi che in certe circostanze, l’incontro con la patologia psichiatrica, non di rado anche con la patologia tout court, metta a confronto con dinamiche interne che riguardano la constatazione oggettiva dell’asimmetria, ed evochino propri fantasmi psichici difficili da sedare, e che si mettono in concorrenza con l’imprevedibilità del comportamento irrazionale – o dell’emozione palese. Credo che questa cosa sia una costante dell’incontro con la psicosi non preparato e credo anche una costante che possa essere esasperata dall’identità di genere, per come almeno attualmente sono strutturate psicologicamente e culturalmente i generi in Italia. Nell’operatore maschio che si avvicina al paziente psicotico, scatta il riconoscimento della forza, della propria posizione di forza, la propria percezione del dominio, e una mancata preparazione fa scattare incontrollati deliri di aggressività, reazioni fuori controllo dovute a questioni personali, a vissuti personali intrecciati però in maniera particolare col genere. Figuriamoci se pensiamo a uomini che non hanno scelto di fare gli infermieri ma le forze dell’ordine.

Dunque, la questione importante per me in questa brutta storia, non è nell’eventuale opportunità del TSO, di questo o di altri o dell’istituto in genere. Di fatto la patologia psichiatrica grave è una terza landa che impone una reazione sociale che è sempre difettosa, approssimativa ma necessaria. Se non lo chiami TSO o lo chiami qualcos’altro se una persona sta tanto male, o fa tanto male non puoi girarti dall’altra parte e lavartene le mani. C’è un nodo esistenziale che puoi cercare di risolvere alla meglio di volta in volta – progetti integrati, rispetto del paziente, soluzione di compromesso – ma da un punto di vista etico avanza sempre una percentuale di avanzo, di zozzura, che è ineliminabile – che è connaturato a quella stessa asimmetria che ci fa orrore dover constatare, ma che esiste e che se tu ti giri dall’altra parte si amplifica e non si riduce – come vorresti. Non possiamo neanche dire granché sulla qualità di questo progetto terapeutico – perché le informazioni di cui disponiamo sono carenti. Io non sono psichiatra, e nella mia pratica professionale quotidiana al momento attuale almeno mi capita molto frequentemente di lavorare con i parenti stretti di questo tipo di pazienti, figli fratelli genitori, meno direttamente con loro. In una situazione deficitaria come quella Italiana, in cui la legge 180 è stata applicata solo per un terzo – ossia per quello che riguarda lo sgravio dello Stato ma non per la parte restante ossia la strutturazione di centri alternativi di sostegno, situazione che sta peggiorando per altro a grandi passi, considerando la crisi economica che investe il sistema sanitario – l’idea di fare un ricovero coatto ogni tanto per la somministrazione di farmaci, non è così malsana, non è così fuori dalla grazia di Dio come qualcuno vorrebbe credere. Può essere una buona soluzione di compromesso – di fronte a circostanze pratiche che non permettono alternative. Il problema riguarda principalmente però chi queste prassi le compie e con quale preparazione.

Annunci