Avec le temps

La mattina passano sempre in un viale alberato, la madre con i suoi due bambini, camminano in modo scomposto e irruento, hanno molti colori addosso, e un momento della vita che non parrebbe serbare tradimenti.
Quando sono in ritardo, la prova del ritardo la da l’assenza dell’amico cinese. Perché a un punto esatto del tragitto, tra le ore 8’20 e le 8’25 incontrano sempre un signore, cinese per l’appunto, impeccabile e vestito di nero, di fronte a una macchina impeccabile e nera, in attesa, si è scoperto, di un altro signore cinese ancora più impeccabile, questo anche con un loden e una ventiquattrore.
Un diplomatico, pensa la madre.

L’amico cinese, dunque, è l’autista del diplomatico. I bambini non sono concordi con questa spiegazione, e invece congetturano che l’amico cinese minor e l’amico cinese major siano degli importanti poliziotti che vanno cercando nel mondo importanti criminali, o in alternativa – suggerisce la figlia piccola, una stupenda fidanzata cinese che si ritrae.
Si sono tutti comunque ripromessi di fare amicizia con l’amico cinese minor, il maior è irraggiungibile e comunque meno simpatico, e dopo una lunga fase di tacita osservazione, a cui è susseguita quella di un circospetto cenno del capo, ora sono approdati al salve, i bambini si sbracciano e l’amico cinese sorride loro con calore.

Con la madre invece, si scambiano uno sguardo di vecchi.
L’amico cinese ha studiato infatti la madre e i bambini, il grado di rossetto che porta, l’ombra che trattiene in quel cipiglio femminile tutto europeo. Le trova tutte stanche, queste femmine scintillanti della mattina, tutte addolorate da qualche parte.
Dunque la guarda dopo essersi anche lui sbracciato a salutare i piccoli, e le riserva un ossequio saggio, mentre lei gli risponde tra pari –  una cosa a cui rimane comunque poco abituato.

(A modo loro si dicono cose sull’andare del tempo, sul senso di malinconia che danno i figli che crescono, sulle fatiche che a loro sono provvisoriamente risparmiate, ma si dicono anche che arriveranno pure per loro, le ambizioni da ossequiare e forse tradire. gli amori da ritrovarsi a dimenticare.
Anche l’amico cinese, pensa la madre, oltre che un seduttore del secolo scorso, deve essere un padre).

 

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L’amore ai tempi del colera

La chiede in sposa davanti al parlamento tutto, le regala il crepuscolo e il ridicolo, la penombra dello Stato e del Maschio, mostra l’anello ai parlamentari, le deputate retrocedono al rango di signore, uno starnazzare dalle poltrone rosse, gli altri a far fremere la grisaglia e gli occhiali con battute volgari.
Sposami, ti prometto il declino di un paese.

Deve amarla, senza dubbio. Speriamo sia giovane e bella, speriamo abbia i capelli lisci scalati dietro, e la pelliccia sintetica e molto cuore per questo amante zelante, che si inginocchia davanti a lei con un mazzo di terremotati, con un bocciolo di disoccupati. Speriamo che gli accarezzi il volto liscio, dal momento che lui al mattino, per via del favore delle telecamere, si deve esser fatto la barba coll’ultimo mortammazzato.

Speriamo che duri questo amore roboante e sinistro, che quando il tempo la renderà una signora piena di spilli, lui continui a portarle la colazione in camera, le baci le mani che dovessero essere morbide di crema, ma ossute per il tempo, speriamo che questo costume da mignotta insomma, sia un fatto isolato, che questo sia un uomo onesto quanto sciocco, chi sa cosa deve averlo stordito ci si chiede, se il potere o la sua assenza, o financo l’impotenza. 

Certo declino per declino, deriva per deriva – speriamo che costui non sia mai padre.

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Roma/Milano (più Roma forse)

 

Recentemente c’è stato un intervento accorato del ministro delle politiche del Sud, da cui è scaturita una piccola polemica, anche se poi Provenzano sembrerebbe aver ritrattato. Il ministro aveva infatti espresso alcuni giudizi aspri su Milano, che per un verso sembra davvero un nuovo modello economico che gira e che fa funzionare le cose, ma lamentando il forte contrasto con il paese, e quasi facendo tralucere dalle parole quella aspettativa meridionalista che mette a disagio. Milano prende e non da! Il che fa pensare che Milano sia in obbligo di dare qualcosa oltre quello che normalmente deriva dalle sue attività. Provenzano comunque è poi intervenuto, ragionando sui toni, nessuna polemica con il sindaco Sala. Ha detto. E la cosa dovrebbe finire qui.

C’è stato poi un articolo sul Foglio, di Michele Masneri, che è girato moltissimo nella mia bolla, e che ha agitato il coltello nella piaga fornendo grande sostegno a Provenzano. L’articolo ha il pregio di essere scritto molto bene, e questo ha contribuito a innescare sui social la reazione di molti, romani che facevano le fusa soddisfatti, romani che invece si vantavano di mantenere una certa distanza da quelli che facevano le fusa, milanesi che ridevano, moltissimi milanesi che invece reagivano risentiti. L’articolo comunque, non nasceva dal nulla, ed è un po’ che almeno dalle mie parti social, le punzecchiature sulle rivalità tra le due città sono tornate in auge. E’ una faccenda che ammetto, mi diverte molto – un divertimento malinconico, e ho deciso di scrivere della cosa, in teoria come parte terza, ma in pratica come soggetto partecipante. Sono romana, ho scritto in passato diverse cose che riflettevano sull’essenza del carattere romano, e trovo nel partito dei romani che si divertono a partecipare al duello, con un misto di intelligenza e calembour, una riedizione di quel carattere che mi piace.
D’altra parte – poco altro ci rimane.

Partiamo da una prima considerazione realistica. Il campanilismo in Italia ha una ragione storica, che affonda nella tardiva formazione dell’unità d’Italia, e nella frastagliata convivenza di domini che ha connotato la sua storia. E’ un paese bello il nostro, ma è formato da molti luoghi diversi, con storie loro, lingue loro, culture proprie, rivalità cittadine inestinguibili. Nel florilegio di queste diverse istanze culturali, è fiorita questa decennale polarità tra capitale politica e capitale economica, tra capitale di uno stare al mondo e capitale di un altro, ma che ora sta assumendo una dimensione complicata. Milano era da bere gli anni successivi agli eroici furori di Via Veneto, e c’è stato un lungo periodo in cui a fronteggiarsi erano due modi di fare i soldi, due modi di far girare il potere, due modi di godersi la vita, e due modi di concepire il classismo – marginalizzare la povertà e capitalizzare la corruzione. Lavorare lavoravano tutti, ma quelli erano efficienti e questi erano scaltri, quelli ambiziosi e questi smargiassi, ladri per ogni dove ma con stili diversi.
A puttane e aperitivi, fino ai tempi di tangentopoli non si è risparmiato nessuno.

Negli ultimi quindici anni, Milano ha inanellato una serie di amministrazioni fortunate, che hanno mantenuto il capitale della città e che anzi, l’hanno molto migliorata, ricordo l’emozione dei miei amici milanesi, con la riqualificazione della Darsena. E la mia di emozione, a vedere piazza Gae Aulenti – ossia guardare con i miei occhi la capacità di una città di inventarsi uno spazio nuovo, una ideologia, una possibilità esistenziale ora. Invece Roma è andata incontro a una sequela di amministrazioni imbarazzanti, durante le quali non sono mancati gravi scandali, fino all’attuale situazione dell’amministrazione Raggi, nella quale la città appare completamente squadernata, rovinata, indifendibile. I due fuochi dell’ellisse ora, sembrano collocarsi agli antipodi del bene e del male. Da una parte c’è Milano che non solo è ricca, ma in quanto ricca è anche civile, in quanto civile è anche buona: a Milano si vendono più libri che nel resto del paese, Milano è gay friendly, Milano è attenta agli immigrati. Ma Milano fa anche belle cose, Milano fa la moda, fa il salone del mobile, fa il design. E ha un sindaco che fa una comunicazione supercool tramite i social, coi calzini arcobaleno, e abbraccicato alla moglie la mattina. Soldi, bei vestiti, belle cose, amministrazione che funziona, e l’orizzonte politico che molti di noi vorremmo. A Roma invece, l’ideologia cinque stelle, con la notoria competenza dei suoi vertici si innesta su una città già alla deriva, per cui non solo non vi è ombra di bei vestiti e belle cose che girano, ma lo straordinario potenziale creativo della città è angariato dal pedante legalitarismo dell’amministrazione che chiude per ripristinare senza però avere i soldi per ripristinare, per cui: chiudono spazi creativi dai centri sociali ai negozi di artigianato, dalle case famiglia ai centri antiviolenza, non si vedono risorse per nuove possibilità cittadine, la città soffre economicamente, aumenta la criminalità, la disfunzione amministrativa è plateale. Alle famiglie romane con figli di meno di sei anni, l’anno scorso è arrivata una lettera per cui non si garantiva il funzionamento delle scuole materne, perché la sindaca non s’era messa d’accordo con il personale scolastico – angariato da contratti iniqui.

E su tutto questo, sugli autobus che non passano, la scuola che non si sa se apre, la carta di identità che fa solo se hai un santo in paradiso, i negozi sfitti nelle strade, e i centri sociali chiusi, oceani, oceani, oceani, di spazzatura, strade sporche, puzza, cittadini tristi. E per quanto riguarda la campagna della nostra sindaca, ora ci sono dei brillanti fumetti dove dice ai bimbi di non imbrattare i muri e non rovistare nei cassonetti, qualora a casa non ci fosse da mangiare.
Come a dire che la nuova rifulgente ambizione della capitale d’Italia è il decoro piccoloborghese e la sua ideologia di riferimento.

Non abbiamo soldi noi romani per avere una morale, capite. Questo dice la nuova amministrazione. Noi a stento dobbiamo vestirci ammodino, e non far vedere che i poveri aumentano. Il talento di questa città, il suo immenso talento estetico, non può essere valorizzato, costa troppo e forse odora troppo per la contraddittoria compagine grillina di quel potere che volevano abbattere. Dovete romani, sembrano dirci, rosicare, essere tristi, essere polverosi. Raffaele Aberto Ventura dice ne’ La guerra di tutti (Minimum Fax 2019)  che in fondo i cinque stelle nella loro zelante vulnerabilità ad accattarsi qualsiasi proposta ideologica assomigliano alla vecchia D.C. io vedendo la mia città, trovo nella frustrazione di qualsiasi entusiasmo creativo, ulteriori prove di un moralismo veterocattolico. Statevene a casa con le vostre famiglie.

Ho chiesto nella mia bolla cosa associano a Milano e a Roma i miei contatti. Mi hanno risposto in 200 e più. Fornendomi un interessante ritratto, nel complesso affettuoso verso entrambe le città, ma che mantiene uno stilema di fondo e anzi lo allarga, lo inasprisce. Milano ha il tram, è produttiva, è frenetica, pensa ai soldi, e a un certo divertimento spesso percepito come prestazionale, è ordinata. Roma è bella da morire, è la capitale del passato, ha qualcosa di aereo (un numero esorbitante di persone simboleggia Roma con i pini marittimi) ma è caotica e puzzolente, e ha i san pietrini altro topos sulla romanitas che combacia col tram milanese. I san pietrini belli, che fanno molta atmosfera, che restituiscono un che di pittoresco, ma che sono assolutamente illogici. Ci cammini male, e ci guidi peggio. I miei contatti, gente in genere affettuosa, premia una città per l’efficienza e l’altra per il pittoresco, una per l’ambizione e l’altra per la sua confortevole caricatura. La movida! Dice qualcuno di Milano. Le tovagliette a quadrucci bianche e rosse, dice qualcun altro di Roma.
Una contatta, particolarmente lucida,Elena Sarati, non a caso antropologa, dice a dispetto dell’ineffabile sindaca: Roma potere maschile.

La forbice quindi sta tra passione per il futuro e passato che non passa, borghesia rampante che cerca di inglobare più iscritti possibili, riducendo al minimo l’eventuale e disturbante accezione di proletariato, mondo operaio, disoccupazione, per inglobarli tutti in un visionario essere milanese di grandi saloni del mobile. Da quest’altra parte invece alla vocazione autenticamente egualitaria che ha attraversato una parte della genesi cinque stelle, non è corrisposto eguale talento, carisma pensiero, e l’antica cinica papalina, profonda identità gerarchica della Capitale ritorna. Nella grande recessione economica, la povertà salta all’occhio, è ostentata, visibile dominata, il gap tra centro e periferie si allarga, le signore si attaccano al loro essere signore, dal momento che rimane poco altro. A Roma non ci si vergogna di essere cattivi. E siccome non si vive per estremi, succede che i poveri a Milano continuino a esistere così come Roma continui a lavorare a produrre e a fare moltissime belle cose – ammetto di trovarci un talento estetico underground superiore a Milano, ma sarà un limite mio – ma a Milano sono contenti, a Roma quando ci lavori ti viene voglia di zoloft. Votare senza farmaci è impossibile. A Roma essere onesti è tossico.

Si viene allora alla fine, agli stati emotivi interessanti che connotano il dibattito in rete e le nuove sfumature della concorrenza tra le due città. Milano è giustamente felice e orgogliosa, ma sente anche di essere specie per la sinistra un nuovo faro economico ed emotivo che mette i suoi cittadini in una nuova complicata cornice sentimentale, sono invidiati trionfano del successo apollineo dei giusti, e un po’ se lo godono, un po’ si agitano. L’essere giustissimo non è mai stato molto cool, e tutta questa luce adamantina a volte mette in difficoltà. Anche il nuovo mitologema della cattivelleria milanese, la fantastica Miss Keta fa zozzerie solo in biancheria di Frette. Non si è mai contenti e a Roma si invidia quel che di tragico che è scomodo eh, ma fa tanto glam. I vicoli, la zozzeria, la carne.

A noantri romani, specie noantri che un sindaco Sala, che tutto quell’apollineo lo vorremmo per noi, noantri che lavoriamo ma ci chiudono il lavoro, che facciamo le file ma tre volte gli altri, che non sappiamo dove sbattere la testa, cosa ci rimane? Si lavora, sodo, si fatica, si fanno cose – si tengono a galla le vite private, si fa rete con gli amici, ci si consola con l’umorismo amaro di chi combatte una battaglia, che non si sa da dove cominciare non dico per vincere, ma almeno per pareggiare.

Un figlio

Per esempio, quando la madre gli da le patatine duchessa e i bocconcini di pollo, il bambino prima divide il piatto in due parti, idealmente, dove collocare da una parte la carne, dall’altra le patate. Poi taglia il pollo in pezzi piccoli, poi stabilisce un ordine mentale, una gerarchia di valori, per cui verrà mangiato per ultimo ciò che sarà considerato più buono, di poi s’avvia a mangiare, con metodo e lentezza, il più lento della tavola.

Per questa cosa del mangiare lentamente, per la passione per le capitali e la geografia, e infine per un precoce tratto ansioso, che gli fa tollerare poco i vuoti di conversazione, gli mette un sonno difficile già a dieci anni, gli fa guardare i telegiornali con apprensione, la madre, lo considera uguale a suo padre. Suo padre nel corpo di suo figlio.
Eh ecco, si dice la madre, è suo padre nel corpo di suo figlio pure per una certa stralunata grazia, un umorismo giudaico e sottile, di chi nasce un po’ scomodo e trova posto chiedendo permesso, con urbana gentilezza.

Sarà la genetica, si chiede, o quella strana trasmissione di profezie, che è la catena intrecciata degli amori, dei caratteri e delle angosce? Quanto somiglio, si chiede, alla madre di mio padre? Forse entrambe siamo state troppo severe e difficili nei pomeriggi di inverno? Quanto i nostri mariti, si somigliano? Anche il padre di questo mio figlio ha una precisa linea della gentilezza,e certo una teogonia del pasto, per esempio vanta notevoli competenze nell’atto di sbucciare le mele, e uno stilema dell’ansia, che passa per cervellotiche ossessioni.
Ordina i dischi per data di composizione. 

In ogni caso ora guarda il figlio. Gli ha appena regalato un libro, per il quale le sue amiche la potrebbero giudicare con perplessità. E’ un libro che parla di filosofi, quelli che suo padre abbandonò dopo due anni, con molto rimpianto, per compiacere il proprio di padre, che lo voleva economista, quelli che lei lasciò dopo una laurea intera, forse smettendo di compiacere il suo, sperando – invano, di studiare per curarlo.

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Subacquea

 

 

Si scrive sott’acqua, pagine destinate alla notte, nuotando rasente il fondale. Ci si muove piano, solo le bolle dell’aria che salgono in superficie, si simula un’innocenza, un’apnea, desideri minimali.
Intorno altri pesci guizzano, tutti senza ambizioni, senza peccato, solo con un lieve sentore di angoscia. Poi acqua e sabbia, a perdita d’occhio.

A dire il vero, la manta, dice il telegiornale, ha morso il bambino su una spiaggia tropicale, e il bambino è rimasto paralizzato. Ora è in cura in un ospedale prestigioso, e l’amore lo sorveglia e cerca di curarlo.
L’amore fa miracoli, pensa la manta pentita. Dovevo nuotare a largo, senza sfidare una vita che non mi appartiene, dovevo rimanere a scrivere dove ci sono gli scogli, io che ne so dell’amore degli altri, sono un animale cattivo e triste.

Il nastro di venere, invece, è una medusa lunga fino a quasi due metri, è dotata di piccoli pettini, che non sono urticanti, ma che raccolgono il plancton, di cui si ciba. Il nastro di venere, in questa sua diafana trasparenza, acqua nell’acqua, ha qualcosa di malinconico, di splendido e vano. Cerca il sole e non lo trova. E’ una creatura da deriva.
Non ci sono notizie del nastro di venere.
A volte fotografie blu sui portatili aperti e abbandonati.

Poi  è vero, ci sono sovrani grandi e indigesti, i più struggenti di tutti, immensi e irriducibili, sultani di un passato che non passa. I capodogli, i pesci martello e  le orche, gli spaventosi loro malgrado, che saltano immensi fuori dall’acqua in certi momenti di eroico furore, e che cercano l’altrove nell’altra metà del mondo, le rive pericolose e asciutte dove s’avventurano e qualche voltali prende la morte.
(Per fortuna, può succedere, che un uomo pietoso venga a salvarli).

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Acqua Alta

Dovremo smettere di piangere Venezia mia, e lasciar andare le poltrone vecchie su cui ci siamo accucciate la sera, le cose che abbiamo amato, far finta che si siano usurate, tenerci quello che ci rimane, ricordarci che la bellezza non finisce, spazzare via il mare nella cucina e nel salotto, ridere che pure di questo siamo capaci, oltre che di tramonti.

Certamente il tramonto è una specialità come negarlo. Non si contano le dichiarazioni d’amore sul canale della Giudecca, ma anche a Vallaresso l’amore non scherza, vicino a casa mia, Venezia mia, è un profluvio di turisti che si baciano alle sette di sera, di donne che si sentono più belle per via della Salute e della luce obliqua prima della notte.
Il tramonto è una cosa nobile ed elegante, certo più dell’affogare – e dunque qualcosa pur dobbiam fare.

Si potrebbe, Venezia cara, inventare passerelle più alte, che ci facciano fare colazione sulle cime degli alberi, per poi guardare lontano, con il caffè da una parte e il cannocchiale dall’altra, le grandi navi finalmente alla deriva. Si potrebbero costruire paratie di ottone luccicante, ma pure d’oro che ci importa, a tutelare le porte dei nostri secondi piani, potremmo inventare palafitte per i libri delle nostre biblioteche, e trampoli per i nostri librai preferiti.  Per esempio, chi sa come sta il titolare del mio covo preferito, agli Assassini. 

Dopo un po’ di colazioni sulla cima degli alberi, io ambirei a quello di Santa Margherita, la marea si sarà ritirata, nelle calli troveremo i resti di questa passione non richiesta, ma il sole sarà alto, non si può stare sempre a tramontare, non ti pare, le cose ricominceranno, nuove poltrone per il soggiorno la sera, nuovi tappeti per i gatti di inverno, nuove finestre aperte. Tutto passa Venezia mia, ne abbiamo viste di peggio.

( su, ora ascolta qui )

 

Come stai?

 

Caro Luigi
(uffa)
Sai che spesso mia madre ti prendeva in giro? Adesso non più perché la nostalgia dei morti prevale sui sorrisi che ci hanno portato da vivi, ma insomma mia madre ti prendeva in giro, perché quando è nata mia sorella, e pure quando sono nata io, tu le telefonavi e le dicevi. Ma cara dimmi, come sta la sua anima? E mia madre, ti rispondeva sgomenta qualcosa, in preda a un transitorio riconoscimento del potere sociale della psicoanalisi ufficiale, ma poi mi sa attaccava il telefono e rideva come una pazza, forse diceva anche qualche parolaccia, perché con l’anima mia madre, lo sappiamo, non è mai stata domestica, e manco coi pannolini e le pappe va detto, sua probabile battaglia in quel frangente. Il corpo delle figlie insomma, il corpo dell’antipatico ruolo di genere.
(E la tua? Mi manchi tanto)

E invece questo mi sa era un tuo modo, anarchico e pervicace, di mettere l’accento su qualcosa di importante, sulla genesi del sentimento, del provare dolore o gioia, dell’essere felice o infelice. Questa cosa che hai messo al mondo, chiedevi a mia madre, è felice o infelice? Devi sapere cioè che non piangerà solo per fame o solo per sonno, devi sapere, che alle persone a cui tieni devi chiedere, come sta la tua anima?
E poi a me al telefono avresti chiesto, anni e anni dopo: figlietta, come sta la tua anima?

(La mia, se la cava, ogni tanto cade)
Quando alle persone care mi viene da chiedere come stai? E quelle mi rispondono, che hanno l’influenza, che c’è tanto lavoro, che bene grazie te, a me mi viene voglia di tirare fuori il tuo eccentrico coraggio, sopportare il rischio di essere derisa, mi viene voglia di dire loro si va bene, ma come sta la tua anima, l’hai guardata? Te ne occupi? Quello sguardo fuori luogo, la natura impertinente dell’affetto. Perché quando lo chiedevi a me, bastava quello, per avviare un discorso, una responsabilità.

Certo non si può fare con tutti non è vero? Perché poi, se ce la fanno a starci dentro, ti danno il cuore, e quanti cuori possiamo portare tutti insieme, di quante anime si può sorvegliare la cura?
(quando sei morto ho visto alcuni di questi cuori al tuo funerale, oltre al mio naturalmente. C’era una tua paziente anche, una che devi aver tenuto per mano a lungo, mi ha detto delle cose con le lacrime agli occhi, era grata e sperduta. D’altra parte, non riusciamo a concludere niente, possiamo fare solo domande sensate. )

 

(qui)

Complesso edipico

 

Lei sta seduta al telefono come una gatta da appartamento, gioca con i capelli, si aggiusta le calze, la vede muovere il viso in molte espressioni, ma davvero? Dice a un certo punto, e allora perché scusa non sei voluto venire? Ha un’ipotesi di broncio, un’ombra di tristezza che poi ingoia con la saliva.
Ma allora partiamo il prossimo fine settimana? – dice adesso – io credevo che tu avessi da fare, che non potevamo farla questa cosa! Poi si tace di nuovo, fa le fusa evidentemente, lui sta spiegando punti di vista, la questione del davvero, la ragione emotiva di certi suoi impedimenti.
Il padre ascolta la telefonata, e si siede davanti a lei.

-Non gli importa niente di te
– ma papà

Era stato a volteggiare per la casa, intorno alla figlia per tutto il tempo della conversazione, sistemava cose, cercava carte, ah le chiavi dove ho messo le chiavi. E’ stato sempre un uomo discreto, riservato, non ha mai messo bocca nella vita della figlia, per la verità non ha mai messo bocca nella vita di nessuno. Eppure adesso è insolitamente nervoso, insolitamente indaffarato. Lei non pare farci caso.
Si siede davanti a lei e aspetta la fine della telefonata.
Niente di niente Lascialo perdere
Ma papà, tu non capisci.

Lei pensa che il padre abbia torto, per quell’istinto di cerbiatta, di capra e di civetta che hanno le bambine, perché, pensa, non si è mica innamorata di un furbastro, di una persona poco perbene, di qualcuno che si approfitta. Non le piacciono i seduttori e men che mai la gente di teatro. Si è invece innamorata, pensa, di un cane buono ma guardingo, di un animale difficile che tiene spesso le orecchie basse. Si è innamorata pensa, di uno che sta rasente i muri e si discosta con difficoltà.
Il padre lo detesta. Lo detesta come si odiano i propri simili. E’ un infelice del suo stesso stampo, gli riconosce addosso le orme dei suoi stessi errori, dei suoi stessi dispiaceri, di tutte le sue esitazioni, e le sue ritrosie. Come lui era stato, è un altro che si farà scegliere dalla determinazione di una ragazza testarda quanto insicura.

Voleva la figlia simile alla sua amante, esoterica e cattiva, pensava che ne avesse tutte le possibilità, le gambe lunghe e gli occhi magnetici. E invece, è tutta sua madre, materna, generosa, per tutta la vita non abbastanza femmina da imparare a graffiare chi non si inginocchia. Come fa a spiegarle che non si fanno stanze felici in questo modo? Come fa a dirle che pure se arrivasse alle tende della cucina ricamate, e alla collezione di caraffe nel salotto, non sarà abbastanza? Il padre lo sa che il fidanzato di sua figlia a modo suo le vuole bene, non è uno sciocco. Quando non si arrabbia, perché lui non la chiama tutte le volte che lei lo desidera, perché per il compleanno non si è svenato con un anello, perché se la porta a letto e poi ha subito da fare, vede come la guarda, coglie l’altra costa della loro somiglianza, ha un lampo di paternità anche per lui, alla fine si dice, vorrei salvarli entrambi come nessuno ha fatto con me )

 

(qui )

love letter

La donna si siede al bar tutte le mattine, ha i capelli biondi che le scappano dal cappello, una bambina a scuola, le gambe accavallate – scrupolosamente – fuori dal tavolino, certe volte un libro certe volte una telefonata, quando il cameriere arriva dice con labbra senza rossetto e molto annoiate, il solito grazie.
Il cameriere raccoglie l’informazione, ma neanche la raccoglie che lui già la sa, guarda il cielo con in testa un pensiero, pulisce il tavolo velocemente, e tornando al bancone saluta qualcuno con un sorriso plateale, un sorriso politico, saluta cioè qualcuno che la mattina se entra al bar gli dice, ciao Mario come stai, ciao Mario hai visto la partita ieri, ciao bello, ciao, il tempo, il governo, la vita qualsiasi.

La donna che si siede al bar è una bella donna, di quelle che dalla loro ci hanno solo la superbia e per il resto nella vita non ne azzeccano una, neanche a fare le principesse son capaci, che i maschi subito si annoiano, pure per la maternità ci hanno poco talento, figuriamoci per una carriera, non sono state amate abbastanza per amare con costanza. Dunque anche lei naviga a vista, intossicata e insofferente, la prima sigaretta sempre più presto, un certo modo di guardare oltre le spalle degli altri, che diventerà sempre più difficile curare.

Il cameriere, da parte sua è convinto di disprezzarla con asprezza. Ha cominciato a lavorare bambino, ha messo una ragazza incinta poco dopo e si è messo ad amarla con caparbietà, ci ha fatto dei figli e tre lavori per farli studiare, monogamo per etica e mancanza di tempo, moralista per reazione alla terra immorale a cui è scampato – detesta la libertà di classe che si gode la nevrosi di lei, detesta la  sua sciatta maleducazione. Almeno buongiorno vaffanculo, non dico altro, signora destocazzo.
Indugia in insulti, ma diciamo pure puttana diciamo, questo anche perché lei nell’esercizio di questa libertà randagia, dispiega un non trascurabile corpo.
Il cameriere per esempio, ne vede sempre le mani con dita lunghissime.

Poi la mattina si apre, come la cerniera di una  tuta, entra il sole nella strada grigia, gli uffici si riempiono, il barista comincia a essere sempre più indaffarato, ci sono le madri innamorate e i bancari che parlano di macchine, le barzellette volgari e le canzoni di provincia, io il caffè lo voglio lungo, io ristretto, un bicchier d’acqua per favore, ma non in quel bicchiere, ah scusa aspetto qui, si oggi ho un cerchio alla testa.
La sera rimane lontana, la donna si è aggiustata la giacca e se ne è andata, naturalmente senza lasciare la mancia, che con gli alimenti dell’ex marito campa a stento
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Sale

 

(Raccontatemi storie allegre, di pirati e di puttane, che si baciano sul bordo di un’isola, che non hanno case, non hanno famiglie, non hanno rimpianti, non hanno futuro, raccontatemi di come stanno costoro sotto al cielo nero, di come fanno scintillare le bottiglie vuote, di come ridono abbracciandosi loro che sono capaci. Raccontatemi le pacche sul culo, le battute volgari, le fisarmoniche, i rossetti sbafati.

Raccontatemi di come faranno poi a lasciarsi, dopo essersi rovinati gli ultimi vestiti nel ventre di una barca, o sotto un muro di cinta, ditemi del modo di lui di riallacciarle la collana con la sigaretta in bocca, e se dovesse rivelarsi necessaria una finzione, per sedare un inappropriato sentimentalismo, o se lei invece dovesse piangere e chiedergli di non andarsene per cortesia, di non lasciarla (Io vorrei che lo facesse, vorrei che lui la vedesse,)

Ditemi se poi si sentiranno, più giovani o più vecchi, se lo chiameranno amore, o passatempo, se lui le lascerà un tesoro per risarcimento. Sarebbe bello uno di quei forzieri smaltati e puntuti, che stavano nelle mappe dei bambini, aperto e pieno di corone, e di diamanti.
Oppure cambiatemi il finale, rivestiteli mentre ridono, fate che si siano ritrovati un tal numero di volte da non aver più paura di perdersi, raccontatemi un amore di corpi vecchi e liberi, di capelli che il mare ha fatto di stoppa.

Una storia di confine e di maniera).

 

(qui)