Raccontino per la buona serata

Un uomo biondo, di occhi molto chiari, dal cui cappotto si può evincere che è senz’altro sazio di sapide letture, preparato si può dire alle sfide della conversazione, cammina per una via di negozi del centro, un sabato mattina. Intorno c’è un pulviscolo di donne che ronzano sotto le vetrine, alcune anche grasse e sgraziate, certe pure giovani ma troppo truccate – è una via con pochi negozi meritevoli – alcune anche madri, con altre piccole donne per mano, bambine che non sanno se volere delle scarpe o un gelato – giacché è primavera.
Lui non le nota.

Si sistema i capelli nel modo di quelli che dicono di essere belli, ma anche certamente nervosi e tormentati, un modo a cui le più giovani e truccate non rimarranno indifferenti, è un bell’uomo in effetti, specie nella tenuta invernale che ne occulta il blando sovrappeso, i segni di una dieta esteticamente funzionale ma con consistenti ricadute sui trigliceridi – e sui denti che anche, sono in pessime condizioni. Infatti sorride di rado, forse un uomo non proprio pulitissimo, ma le donne potrebbero anche essere generose su questo tema.
E’ al telefono, e ha un’aria rassegnata.

Io, lo incrocio proprio mentre dice al telefono: “allora, fino a che lui parte, non ti occuperai di me?”
E un amante, dunque  – penso. E pensiamo tutte intorno a lui sulla strada dei negozi volgari, chi sa chi è la femmina che lo fa essere così  blandamente – bisogna dire – sconsolato, anzi ci interroghiamo tutte, se una di quelle donne fatte di nevrosi e incertezza, cascate nello scisma che capita tipicamente loro, da una parte il padre, dall’altra il sesso, da una parte la cuccia dall’altra l’altrove, oppure una furba ballerina di frontiera, una divinità cinica e stanca, annoiata dai fallimenti altrui.
Tutte però conveniamo silenziosamente: sicuramente una donna magra.

La donna magra dall’altra parte, è una che sicuramente fa cose mentre parla al telefono, (le madri con le bambine divise tra scarpe e gelato sono convinte che lei prepari una valigia, è sabato e parte con un fidanzato ufficiale – le altre invece che cucini e si accenda una sigaretta). Questo comunque, si capisce dallo sguardo che ha lui quando finisce la frase, quella attesa paziente che hanno certi maschi con le femmine indaffarate che si sono scelti quando prestano loro poca attenzione ( le madri delle bambine lo conoscono) anche quando si dicono di volerle solo in un letto, o sul sedile posteriore della macchina (questo la ballerina, pensano le grassottelle, non lo permetterebbe mai, mica come ammè).

(Io per mio, mi intenerisco che pure questo me lo vedo più figlio che padre. Ma come fa a correre da te figliolo benedetto mi viene da dirgli, con tutto sto salottiero timore della tristezza, con questa composta disponibilità all’elusione di sfida, a voja a ravanarti i capelli, che sei pure un bel ragazzo – noantre qui non lo metteremmo mai in discussione. Ma veditelo, vorrei dirgli, qualche film come si deve, fattelo questo bildungroman nazional popolare, qualche attore che su una macchina grossa rapisca una puttana e la trasformi in principessa, fatti insegnare dalle cose volgari come ci si comporta con le cose importanti.)

 

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Paesaggi interni

Quando saranno grandi, i più felici tra i nostri bambini saranno quelli che potranno parlare di prati, e disegnarli pieni di tenerezza, senza dover necessariamente invidiare quelli dei ricchi, sdraiati sulle vette del mondo, tra le ultime nubi e le ultime piogge.
I più fantasiosi dei nostri figli forse vi aggiungeranno certo tipo di rose spontanee ed estinte, i vulnerabili alla mitologia racconteranno di stelle alpine nel ventre dei teatri greci, questo mondo pieno di cerotti sarà nelle favole per i loro figli, pieno dei colori che noi, i loro genitori, già adesso prevalentemente sognamo. (Per quanto sia primavera.)

Anche per quel che riguarda il canto degli uccelli, la qualità dell’infanzia si discriminerà nel ricordo – falso ma assolutamente volenteroso – di aver percepito almeno una volta un usignolo, e anche il rumore della gazza ladra quando trova un pezzo di vetro, e una volta tu pensa nella notte, diranno queste madri e questi padri, s’era di notte ed era tutta un’orchestra di civette angosciate e gufi magici, noi uscivamo nella notte e forse potevamo vedere degli occhi gialli! Tu pensa.  (Ma quali occhi gialli. Qui per il momento, fioriscono i sorci, i gabbiani e le cornacchie. )

Saranno favole, queste che racconteranno i nostri figli una volta padri di altri figli, piene di grattacieli che fioriscono di terrazze, e soprattutto di spensierate gite fuori porta, su acque ancora molto azzurre. Quando ero piccolo io, diranno come sempre si fa, quando ero piccolo io l’acqua era trasparente e al mare in primavera era già caldo, ti arrotolavi i calzoni sulla riva e venivano certi pesci piccoli, a mangiarti le unghie. ( pesci ancora ce ne sono, grossi volgari e pieni di spine, persino nelle acque marroni dei fiumi urbani)

Gli infelici saranno invece,  quelli che non racconteranno menzogne. Il cielo era già acido nei loro giorni lontani, le pozzanghere flatulente, le case senza riparo, i sogni impietosi e senza rispetto. Quelli di loro con più talento però, riusciranno a inventare un’altra forma di bellezza, tenace, opaca, verde scura, come l’edera che s’arrampica sulle case che cadono – di questo in effetti si ricorderanno – e  come certe erbacce spinose e rigogliose con i loro fiori viola, che si sono sempre fatte strada, malgrado tutto.

 

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Un altro congresso sulla famiglia

Il 29 marzo ci sarà a Verona il famigerato convegno internazionale sulla famiglia. Un convegno di più giorni, che raduna diversi leader che dall’estrema destra hanno deciso di occuparsi di famiglia, e lo farà con lo sguardo puntato non tanto sulla ricerca storica, sulla sociologia, sulle necessità dei soggetti come gruppi e come singoli, ma su alcuni punti orientativi ideologici, collocati in un momento storico diverso da quello attuale, ma considerati affidabili e funzionali per fronteggiare la crisi del presente. Ci saranno interventi a favore di leggi contro l’omosessualità, interventi che criminalizzeranno l’aborto, interventi che parleranno dell’infamia del divorzio, che saranno variamente maschilisti con alcune prevedibili cadute misogine – e quindi in realtà nascostamente misandriche. Il convegno è abbastanza agghiacciante, e da destra a sinistra lascia in molti perplessi. Per mero campanilismo politico devo dire, che constatare la presenza di un Salvini, di un Fontana, o dell’altro ministro italiano, è per me motivo di soddisfazione. L’organizzazione è infame e infamante, e io non faccio mistero del mio orientamento elettorale.

Da un altro punto di vista invece mi dispiaccio di osservare come alla fine questa crisi della famiglia, la sua trasformazione e difficoltà attuale, non sia mai presa in carico davvero a sinistra, e non sia oggetto mai di un grosso lavoro interdisciplinare e di un progetto ampiamente politico. Ci vorrebbe eccome un congresso, che parlasse dei problemi veri della famiglia italiana, dei cambiamenti che non riesce ad attraversare del tutto. Perché questi qui, rispondono a modo loro a una serie di emergenze emotive e sociali, rispondono in maniera criminale e aberrante ma lo fanno, mentre noi abbiamo qualche sindaco particolarmente lungimirante, alcuni addetti ai lavori che fanno progetti di nicchia in contesto accademico, magari qualche manipolo di avvocati organizzati che scrive un documento per conto suo… ma a sinistra, un pensiero sulla famiglia, con questo nome qui “famiglia” si fa fatica a fare. E questo, non è solo colpa dei vertici. I vertici sono lo specchio della nostra sociologia, e a noantri parlare di famiglia ci fa paura. Riusciamo a parlare di variabili minoritarie – lottiamo, per me anche giustamente, per la famiglia omogenitoriale, ci facciamo domande sulla liceità di itinerari alternativi – ma decisamente minoritari – di fecondazione assistita, ma alla fine, di questa ancora grandissima quantità di famiglie che ancora costituiscono la maggioranza del tessuto nazionale, e delle difficoltà che attraversano non ci occupiamo. Eppure avremmo parecchio da dire, davvero tantissimo. Perché è vero che la famiglia italiana è in difficoltà: è vero che un paese, che per quanto sia in uno stato di complicata crisi economica e angosciato sguardo sul futuro ha ancora molte risorse, e però ecco, fa davvero pochi, pochissimi figli, troppo pochi. E’ vero che nel fare questi pochi figli le persone vivono grandi problemi. Ed è anche vero che molte di queste difficoltà vengono risolte subappaltandole a terzi, soprattutto a terze – baby sitter e badanti, e questo non farà che far riprodurre il problema a qualcun altro con meno soldi.

Quindi, in primo luogo, secondo me almeno, se dovessimo fare un convegno sulla famiglia oggi, dovremmo prima di tutto dedicare una giornata a capire bene la portata della rivoluzione copernicana degli ultimi due secoli. Il primo grande cambiamento ha infatti portato al passaggio da famiglie grandi in contesto rurale con molti figli molti legami di interdipendenza tra nuclei, con ruoli di coppia molto definiti nelle mansioni e nei comportamenti, ma a loro volta molto interconnessi ai propri pari,  a famiglie nucleari, urbanizzate, piccole e separate l’una dall’altra dove entrambi lavorano e le funzioni emotive di accudimento sono  più sfumate e spesso appaltate a terzi, che vengono però eventualmente retribuiti.   In questa prima giornata si dovrebbe anche parlare del ruolo della contraccezione, della legge sull’aborto, e della legge sul divorzio, di femminismo ma anche di liberalismo e di capitalismo, in modo da arrivare a fare una fotografia della sociologia contemporanea che porti a vedere come sono le persone vere adesso, e come queste persone vere abbiano difficoltà emotive e materiali che difficilmente potranno essere curate tornando un’organizzazione emotiva e relazionale che non combacia e non si incastra con l’organizzazione della vita quotidiana oggi (Per esempio: chiedere alla madre di oggi, di fare come la madre di ieri senza avere nessuno degli appoggi di rete sociale che aveva la madre di ieri)

Una seconda giornata dovrebbe parlare delle nuove realtà materiali che oggi corrispondono al concetto di soggetto socialmente accettato e di famiglia materialmente esistente. Le coppie omosessuali, le coppie omogenitoriali, le madri sole con prole, e i padri soli con prole, le famiglie che si formano mettendone insieme di separate, ma anche le famiglie che hanno una formula tradizionale ma si compongono di tradizioni culturali diverse, per esempio le famiglie miste. Questo panorama potrebbe essere filosoficamente, storicamente e sociologicamente ricondotto ai cambiamenti nella mentalità che hanno fatto diventare ordinario lo straordinario, includibile l’abbietto, e qualcuno – mi candido – potrebbe fare una bell’excursus di sociologia della psicodiagnostica, notoriamente l’avamposto progressista delle nostre istanze più reazionarie, per spiegare cosa ha voluto dire, quando nel 1984 l’omosessualità è stata tolta dall’elenco delle psicopatologie del dsm. Cosa vuol dire oggi, che ci sono ricerche finanziate dall’università a favore della genitorialità omosessuale, cosa vuol dire se nei manuali di psicologia della famiglia si parla di come affrontare il divorzio trattandolo come una eventualità normale, della vita di una famiglia,  di cosa parla l’idea diversa negli anni in psicologia o in psicoanalisi di una donna sana e in pace con se stessa. E di un uomo sano.  Sono cambiate queste idee? Si. E in che direzione (nella direzione delle identità molteplici)

Una terza giornata dovrebbe parlare di questioni di genere, ruoli di genere, questioni economiche e questioni giuridiche.   Siccome per me la bassissima natalità in Italia è fonte di preoccupazione, e penso che sia una preoccupazione condivisa da molti, chiederei a questo convegno: cosa vuol dire essere padri in un mondo che penalizza la tua carriera se porti il figlio dal pediatra? E come fa una madre a fare tre bambini se avendo la casa di proprietà e il lavoro pagherà il nido 500 euro? Che ricadute ha sulle donne povere che abitano nel nostro paese e versano dei contributi, il dover lavorare per le famiglie italiane rinunciando a seguire le proprie? E cosa ne è dei loro bambini quando sono lasciati nei paesi d’origine?

E forse bisognerebbe parlare anche di alcuni aspetti perversi della sociologia collettiva, aspetti particolarmente cari ai contesti culturali della sinistra italiana, per cui fare i figli, è sacrificio, è brutto, è una disgrazia, è dispendioso, oneroso non è cool. Questo tema mi pare riguardi diversi canali: le insofferenze culturali alla vita dei bambini negli spazi pubblici, il vedere l’idea di occuparsi di altri bisognosi come un lecito motivo di martirio, le questioni sociali ed economiche le ipervalutazioni di certi riti che cortocircuitano con la genitorialità per un verso, ma anche la difficoltà a ragionare in certi contesti pe runa flessibilità di ruolo: una donna intellettuale può essere socialmente intellettuale e madre? Amare i bambini? Un uomo d’affari può essere padre? O il suo essere felice nel fare il padre stride con qualcosa?

Una quarta alla fine e per me pure una quinta dovrebbero parlare delle psicopatologie della famiglia in difficoltà. Dovrebbe parlare di cosa succede alle separazioni giudiziarie ai due partner, cosa succede con le depressioni post partum, cosa vuol dire per la coppia genitoriale già fragile e con delle psicopatologie latenti l’adolescenza dei figli, cosa vuol dire per un bambino avere un padre violento ma anche una madre gravemente depressa e inaccessibile. Per la verità al problema dei malesseri della madre abbandonata e stretta tra richieste sociali, assenza di servizi e bambini bisognosi io dedicherei una serie di interventi, perché noi addetti ai lavori constatiamo quanti gravissime questioni derivino da madri che soffrono e rimangono abbandonate a se stesse. E i loro figli con loro. Rifletterei sulla psicologia della famiglia ma anche sulla psicologia perinatale. Rifletterei quali sono le situazioni di criticità familiare che possono dare luogo più facilmente a psicopatologie franche, importanti e pericolose in età adulta.
Infine chiuderei i lavori con una serie di proposte atte a migliorare la vita di tutte le persone.
Migliorare. Non peggiorare.
Tutte le persone. Non alcune.

Per Babbo Natale

Mi impressiona sempre, con l’aumento della fama e del carisma del sapere psicologico, con tutto quello che ora si sa e che si può sapere, ma anche con quello che può far arrivare a intuire l’osservazione attenta, la pervicacia con cui ancora oggi dicevo, intorno a Natale arrivino persone che si sentono in dovere di spiegare ai bambini che Babbo Natale non esiste, secondo cui c’è un età in cui questa convinzione va solennemente smantellata, oppure secondo cui bisogna fare in modo che proprio non sia mai condivisa. Non credo che poi siano moltissimi questi nemici di Babbo Natale, ma credo che mi capiti frequentemente di intercettarli, perché questo desiderio, togliere Babbo Natale ai bambini, è stata una tipicità di una certa pedagogia del mio mondo culturale e politico. Il mondo di quelli che un tempo si definivano di sinistra, di quelli che a ragione o a torto si definiscono intellettuali, di quelli che sentono una matrice culturale dominante come eccessivamente egemonica, sia che la prendano per il versante cattolico, che per il versante consumistico. Nonostante alcuni punti emotivi e culturali di contatto che ho con queste persone – a cui o voglio bene, o potrei volergliene, o la penso come loro o poco ci manca, io mi sento di dire che questa cosa di ostacolare la favola di Babbo Natale nei bambini è una sciocchezza. E ora proverò a sintetizzare perché in alcuni punti.

  1. I bambini non sono degli adulti piccoli, sono proprio diversi ontologicamente. Funzionano in un altro modo, e il loro passaggio al funzionamento adulto è graduale: in questo passaggio la favola è una zona di prova, anche piuttosto delicata. I bambini infatti, fino a una certa età non conoscono distinzione tra mondo interno e mondo esterno, ed è per questo che si riescono a fare bene dei test proiettivi fino a una certa età (sette anni mi pare) e sempre meno dopo. Prima di quel passaggio i bambini disegnano la realtà come la percepiscono emotivamente, poi come effettivamente la vedono. Quindi si può immaginare facilmente che fino a una certa età la favola ha una funzione contenitiva del mondo interno e psichico, poi diventerà una vicenda proiettiva per la quale si preferiranno altri linguaggi e altre favole. Quindi dire a un bambino guarda Babbo Natale non esiste, scemo che credi alle favole, può produrre come conseguenze: o che il bambino si deprivi di un oggetto ma lo sostituisca brillantemente con un altro, altrettanto favolistico e irrazionale, non avendo capito bene cosa volesse dire l’adulto con questa cosa, o usi un contenuto razionale e adultomorfo dell’adulto per essere compiacente simultaneamente stravolgendo il senso, appropriandosene, oppure soffra e si dispiaccia per la perdita di un oggetto interno che ha una funzione regolativa, amministrativa di una serie di immagine endopsichiche e simboliche (nel caso di Babbo Natale. le figure maschili, il dono, il desiderio, le aspettative, una visione benigna del superio, la simbolizzazione della fratria)
  2. La dissoluzione della fabula, di Babbo Natale ha credo anche una sorta di valore iniziatico, e secondo me lasciare che avvenga autonomamente è una cosa buona per i bambini, che mettono a punto le loro facoltà intellettuali, usano la propria razionalità e cesellano con la discussione della fabula strumenti di relazione con il reale, che però in questo contesto assumono il compito simbolico di testimoniare l’uscita dall’infanzia. Ascoltare i bambini che parlano tra loro in questa fase è fascinosissimo: ci sono quelli che spiano i genitori quando li interrogano, quelli che recuperano le spoglie di babbo Natale. Io, disponendo di diverse lettere di Babbo Natale e giunta al sospetto della finzione chiesi ai parenti di scrivere PRECIPITEVOLISSIMEVOLMENTE e in seguito a perizia calligrafica capii che era mia nonna. Ricordo distintamente il sapore di conquista, di conferma delle mie capacità, di trionfo che mi diede l’aver scoperto questa cosa. Una cosa che gli psicologi chiamano Self efficacy. Perché togliere pure questo rituale? Se c’è una cosa per cui l’occidente ha un problema con i suoi figli, è l’estinzione dei rituali.
  3. Non è un gran trauma il dover scoprire che Babbo Natale non esiste, di questo ne sono certa, e no non succede niente di brutto, e duraturo. Dare però questa notizia al bambino, prima che ci arrivi da se, è però un gesto che può costellarsi a un atteggiamento emotivo non ottimale per nessuno in famiglia. Vi rieccheggia una sorta di invidia dell’infanzia, un desiderio precoce di inquinamento, escitene dalla bambagia del tuo essere piccolo, diventa subito come me, io non sopporto il tuo stare al mondo le tue difese, il tuo modo di essere sereno. Non sopporto il tuo sorriso e forse neanche la tua differenza, non reggo, emotivamente il fatto di rispettarti. Ora, ci sono certi adulti che ostacolano Babbo Natale in favore di altre favole e narrazioni, magari anche religiose, in tal caso questa cosa davvero non è importante, l’importante in fatti è che ci sia un’area del magico, non è proprio fondamentale che abbia il cappello rosso e la barba bianca. Però se così non fosse, ed è la terra dell’infanzia che deve essere profanata, il genitore in quel modo sta facendo qualcosa di ingiusto anche al bambino che è stato, fossanche congratulandosi con la sua eventualmente mortifera saggezza precoce.   In quel caso gli aggrediti dunque sono due: il bambino fuori e il bambino dentro.
  4. Non si deve comunque avere troppa paura, vale per Babbo Natale, per le Barbie le Winx come per Sfera Ebbasta, dei riti culturali condivisi, quando si lavora continuamente sull’originalità della propria etica e della propria matrice familiare. Combattere le formule dominanti levandole dal campo è qualcosa che limita la comunicazione ma anche che toglie alcuni mezzi di definizione di se. I bambini prima e i ragazzi poi prendono gli oggetti che il contesto gli somministra e certamente ne fanno moneta comunicativa con i pari, dalla letterina al desiderio di un disco, ma sarà poi la microfisiologia del quotidiano, nelle cose pratiche, nei gesti, a tutelare la trasmissione di una matrice culturale. E non sarò io a dire le solite cose retoriche dei figli che devono essere liberi dalle credenze dei padri, perché la trasmissione di un codice etico e valoriale è davvero il regalo più grande che si possa fare ai propri figli, ma funziona molto meglio quando si lavora, specie da piccini sulla microfisiologia della relazione, sugli esempi pratici, sullo stile di vita, dando tempo al tempo, e aspettando il tempo giusto per discutere criticamente le cose.

Obesità come assenza di fantasia

 

Vorrei cominciare questo post con una lista, che probabilmente è anche incompleta e che cerca di raccogliere un insieme di oggetti culturali, comportamenti, pratiche, ma anche oggetti materiali, che ruotano insieme alla nutrizione, alle prassi sanitarie, ma anche alla sua estetica.

  • allattamento
    – discorsi sull’allattamento: teorie, suggerimenti medici, teorie psicologiche, laiche legue, pagine facebook, dibattiti tra madri, libri in tema.
  • dieta
  • discorsi sulle diete: pagine sulla dieta, esperti della dieta, dieta e oms, teoresi di colesterolo, glicemia, strumenti per le diete. Libri
  • intolleranze alimentari importanti, fondate, emergenti o presunte: la celiachia, l’intolleranza al lattosio, e via di seguito.
  • marketing: cibi per la celiachia
  • teoresi dell’ideologia del cibo: vegetariani e vegani. Anche qui dibatitto, libri, libri di ricette, dibattiti, marketing
  • Moltiplicazione dei ristoranti nei centri urbani.
  • Siti dedicati alle recensioni dei ristoranti
  • Siti dedicati alla prenotazione dei ristoranti, e alla consegna a domicilio di cibo di ristoranti o di supermercati
  • Apertura di supermercati h/24
  • Scuole di cucina
  • Il cibo come rito culturale fotograto: foto dei piatti sui social.
  • La preparazione del cibo, come prodotto culturale appetibile: trasmissioni sulla cucina, trasmissioni che sono gare di cuochi, trasmissioni con ristrutturazioni di ristoranti, trasmissioni con valutazioni dei ristoranti
  • Emergere di un nuovo mitologema, lo chef, suo uso nelle pubblicità.

Questo elenco parziale mette insieme le occasioni in cui l’argomento cibo diventa centrale nelle nostre prassi quotidiane. A ben vedere sono veramente moltissime: diventa centrale per la cura della prima infanzia (allattamento), centrale per la cura della persona (le diete) , centrale per la sua vita sociale nel mondo reale e in quello virtuale (ristoranti e loro foto sui social), centrale per le scelte politiche (veganesimo si o no) centrale per la gestione dell’ansia (supermercato aperto h/24) centrale come rappresentazione del potere e dell’estetica (il mitologema dello chef) . E’ un elenco che desta almeno a me, una certa preoccupazione perché mi ricorda la mia personale definizione di psicopatologia, secondo cui uno dei primi elementi che considero diagnosticamente rilevanti quando valuto la necessità di un trattamento per un paziente: quello di chi in occasioni diverse, problemi diversi, necessità adattive diverse, risponde sempre con la stessa strategia difensiva, senza cambiarla mai. Disponiamo infatti di tanti meccanismi di difesa e di strategie e comportamenti, e di temi e pensieri, e tutti sono utili, tutti possono essere funzionali. Ma se siamo sempre ansiosi: sia durante una sfida che durante un’occasione di gioia, sia per nostri problemi che per quelli altrui, beh non stiamo funzionando al meglio, non stiamo al meglio di noi stessi – perché possediamo altre strategie e comportamenti che sono più adatti che non usiamo mai. E col cibo io vedo questo stesso comportamento, al livello di psicologia sociale: usiamo il cibo per dimostrare di essere buoni genitori, usiamo il cibo per prenderci cura di noi stessi, usiamo il cibo per procurarci piacere, usiamo il cibo per sedare l’angoscia ma anche per definirci in termini narcisistici e identitari – e per assecondare degli status di classe. Il mercato del cibo è uno dei pochi settori che in questo momento di crisi economica non recede ma anzi dilaga fino al collasso: si può dire anche che infatti il cibo viene usato come anestetico per sedare qualsiasi iniziativa politica.

Mc donald’s e circense.

Questa particolare risposta adattiva, rigida e pervasiva, è socialmente e politicamente incoraggiata. L’occidente è infatti in mezzo a un paradossale incrocio. Da una parte abbiamo l’industrializzazione delle risorse alimentari che permette la diffusione di cibo per tutti a costi competitivi, con ricadute pericolose però sulla qualità e la nocività, e dall’altra abbiamo la crisi non solo dell’industria che sostiene altri beni di consumo, ma anche del wellfare, e delle ideologie politiche che lo sostengono. Le economie occidentali stanno facendo fatica non solo a mantenere lo stato sociale, ma anche una media degli stipendi pro capite che aiuti a un discreto tenore di vita in autonomia. La risultante, nei centri urbani in particolare, è che la gente fa una cosa sola: mangia, o al limite – pensa a mangiare. I ventenni e trentenni cominciano carriere professionali che non riescono a portare a una casa in proprio, perché viaggiano su stipendi intorno ai 1000 al mese, quando sono fortunati, e quindi, alla fine non hanno abbastanza soldi per staccarsi dalle famiglie, ma ne hanno in abbondanza rimanendoci per cui alla fine, spendono nella vita sociale: spendono negli innumerevoli ristoranti delle loro città. Alla proposta rutilante di cibo, e alla sua estetica culturale, corrisponde una pervasiva anestesia della progettualità politica, dell’edonismo, e del progetto per se. Le persone abdicano ai propri bisogni di autonomia e mangiano, abdicano al pensiero collettivo e alla constatazione delle mancanze di servizi e mangiano, e infine, duole dirlo, ma non di rado nell’atto di mangiare, in realtà non concettualizzano spesso quello che consumano, non provano un vero godimento estetico, non si informano su cosa consumano. Perché il cibo è una nuova sostanza psicotropa, uno psicofarmaco come un altro. In tanti casi, il sapore non conta – e questo purtroppo è tanto più vero, cattivo e pericoloso quanto più si scende nelle fasce di reddito: perché questa è la nuova stratificazione di classe in fatto di cibo, prima il ricco mangiava e il povero no. Oggi in occidente mangiano tutti, ma il ricco mangia cose più sane e controllate che sono molto più care, e il povero è assalito da cibo industriale, accessibile quanto tossico. Come aveva tristemente già mostrato l’esempio americano, che ci fa sempre vedere come potremmo diventare nel bene e nel male, la nuova prova della caporetto in fatto di lotta di classe è l’obesità.

Questo post però l’ho scritto pensando ai problemi di sovrappeso dei bambini italiani, che recentemente sono risultati in aumento. Ci sono delle questioni mediche e sanitarie che incidono molto nel problema (per esempio la questione del latte artificiale che è correlato con l’insorgenza di obesità, ma ci sono anche altre questioni biologiche, e che investono la genetica che sono importanti) ma io qui vorrei riflettere su cosa può suggerire di utile una prospettiva psicologica. Sono perciò partita dall’osservazione della psicologia sociale del cibo, perché noto che nel piccolo della gestione dei bambini, quell’uso dell’alimentazione come risposta a qualsiasi problema è un dato ricorrente. E questo per me è un problema non solo per una questione sanitaria, ma anche per una questione di una più generica salute psicologica.

Quello che si vede infatti sugli adulti, si osserva anche su molti bambini, soprattutto perché il dare cibo goloso, appagante, è un comportamento su cui si appoggia frequentemente il problema della genitorialità di oggi, che è la difficoltà a somministrare la frustrazione. Molti genitori oggi, non sanno affrontare il dispiacere del bambino sotto tanti aspetti, sia quello legato alla semplice negazione di qualcosa che il bambino desidera (per esempio una seconda merenda di cui è goloso) sia il dispiacere provato dal bambino quando ha un problema che non sa risolvere, in particolare la gestione del suo tempo vuoto.   I genitori oggi sembrano dividersi tra: quelli che somministrano attività a spron battuto ai bambini, e quelli che passano molto tempo con i loro bambini, oppure pagano qualcuno perché li intrattenga attivamente. L’opzione per cui un bambino se la deve cavare da solo a inventarsi cose nel suo tempo libero è sempre più raramente presa in considerazione. E questo secondo me è un grave danno, perché quella cosa del tempo vuoto, dove tu devi inventarti qualcosa che ti piace, che tu possa trovare avvincente, quella cosa di un tempo vuoto con qualcuno che sta vicino a te rendendoti sicuro, senza essere sempre con te rendendosi intrusivo, è una cosa preziosa, che fa crescere il cervello, la progettualità, il desiderio. Così come, trovo sano e utile far capire a un bambino che il cibo può essere una cosa bella, piacevole, interessante, da godere anche con la testa, per esempio riflettendo insieme a lui sulla storia e sulla natura degli ingredienti che consuma con le sue merende, sia però ragionando insieme sul fatto che ci sono altre fonti di appagamento di piacere di benessere.

Si possono suggerire allora degli esempi pratici. Può essere bello riflettere insieme su cosa è un gelato, informarsi su quali sono le sostanze che lo compongono, la differenza tra gusti fatti con la crema o il fior di latte, e gusti alla frutta con base di acqua. Invitare a mangiarlo piano, mettendo insieme le informazioni. Così come, una volta appurato che a scuola viene già somministrata una merenda, è opportuno rinunciare alla seconda, e in caso regalare al bambino il costo della merenda con la promessa che lo metta da parte, ogni giorno per arrivare a comprarsi un gioco bello, qualcosa che gli interessi e lo coinvolga. Il primo di questi comportamenti genitoriali, mira a considerare il cibo come qualcosa di consumato e goduto con cognizione di causa, e costruendo un uso individualizzato dell’oggetto. Mira a dire, quando mangi, mangia con la consapevolezza di una scelta di persona libera, non come risposta a un bisogno indifferenziato di intrattenimento e di anestesia. Attraverso quel sapere, e una riflessione sui propri gusti, passa la possibilità di un modo meno nevrotico e che neanche demonizzi il cibo e il piacere che può produrre, di mangiare. Infine, prepara anche il terreno a difendersi dall’offensiva di mercato del cibo spazzatura.

Il secondo comportamento aiuta ad evitare l’uso del cibo come sostanza psicotropa indifferenziata, che diventi nel tempo assimilabile alle droghe, portando il bambino a un disturbo alimentare. Fa spostare l’attenzione, fa capire che ci sono altre cose, non solo il cibo, come soluzione al bisogno. Ma ci possono essere altre cose, degli interessi, dei giochi, delle attività.

Tutto questo è molto difficile per diversi genitori perché a loro volta devono fronteggiare una domanda che viene dal contesto culturale (i bambini oggi sono SOMMERSI DI CIBO sono LEGITTIMATI A PRETENDERLO) e essendo figli e nipoti di una società che con la somministrazione ossessiva della frustrazione aveva provocato tanta infelicità e tanti errori, ora non sanno emotivamente vederne il buono, ne sono terrorizzati. Se il loro bambino piange per noia, piange per frustrazione, quel pianto risulta intollerabile e li fa sentire genitori non empatici. D’altra parte fanno anche pochi figli, li fanno tardi, e non hanno neanche quella grande legittimazione a un comportamento apparentemente deludente, che era fornita dalla famiglia numerosa e la scarsezza di tempo e di risorse. Ci si sente, in assenza di questo contrappeso egoisti, cattivi. Ma si deve tenere a mente che questo tipo di divieto, o di spostamento specie se portato avanti con fermezza e gentilezza – io trovo pertinente anche l’uso di un solidale umorismo – è un regalo che si fa alla prove, perché è il regalo di una sua maggiore libertà dal bisogno, non solo di cibo.

Ciao Luigi (una lettera al cielo sui nostri gatti)

Ciao, come stai
E’ molto che non ci sentiamo, voglio dire molto anche nel freddo e nel silenzio. Sai che abbiamo un nuovo gatto? E’ una femmina. E’ piccinissima, ma salta di qua e di la. Ti piacerebbe molto. Il gatto Ulisse, infatti se ne è andato –  era molto vecchio e malato.
Mi sono ora ricordata di quella volta, che sei venuto a vedere casa mia, nuova nuova, e ci ero andata ad abitare da sola, senza fidanzati mi ricordo, senza mariti in vista, ero molto emozionata e c’era Ulisse che era giovane e iconoclasta – come sempre i gatti giovani – e a un certo punto, io ti avevo dato un bicchiere di succo di ananas, tu pontificavi al tuo meglio di anima e animus, e quello ti beveva dal bicchiere di succo di ananas. Io mi arrabbiai moltissimo, e tu rimanesti proprio impassibile. Ma no cara, ha ragione, hai detto una cosa del genere, è molto buono il succo di ananas.

(Un bravo analista è pure questa cosa qui. Questo mettere comodi davanti all’incontrollato, l’incongruo, uno che offre da bere a un gatto, che ti dice. Sta a te decidere se un gatto può bere del succo di ananas dal bicchiere di un’ospite. La stanza dell’analista, una wunderkammer piena di gatti e leoni e scarafaggi e farfalle e cammelli che fanno cose in quello spazio sempre lecite).

La gatta si chiama Teodora. Anche lei obbedisce alla missione esistenziale dei gatti giovani, che è sovvertire l’ordine delle cose, e costringerti a un ribaltamento di prospettive. Anche lei ti costringe a giocare per terra, sotto una sedia mentre ci sta sopra, a inseguirla nel mondo degli animali piccoli che vedono le cose nostre piccole farsi grandi. Io mi ricordo bene della tua gatta nera, di cui conservavi i baffi e con cui conversavi lungamente. Mi ricordo che anche tu sei stato uno che si sarebbe appiattito sul pavimento se un cane, un gatto un topo o un pappagallo lo avesse richiesto. (Anche questo penso faccia parte dell’arsenale di un buon analista Avere una parte del proprio mondo interno che si metta nella posizione adatta a giocare la partita con chi ha di fronte – che sia giaguaro che sia serpente, che sia la mia terribile gatta Teodora.)

Certo, dorme molto. E’ molto piccola. Vive in un’alternanza tra sogno e distruzione. Certo, ce la spupazziamo un po’ tutti. Un bambino se ne fa un colbacco, l’altra la mette in una borsetta, io per mio la addestro a farmi da collo di pelliccia, per entrare regale nelle cene. Non è ancora diventata, come quasi sempre i gatti diventano, quei pazienti e immobili ascoltatori, quei colleghi husserliani, che pare mettano in discussione qualsiasi deduzione. Ma in fondo va anche bene così. C’era quella cosa di Kohut, l’analista è uno che deve farsi usare.

Mi manchi, ciao. Scusa, mi sono scardata di dirti, che a studio ho messo una lampada particolare ecco. E’ una campana di vetro, dentro a questa campana, c’è una casetta, dentro la casetta una lucina che si può accendere.
Ciao Stai bene)

 

qui

 

Simulazione, Dissimulazione, Narrazione, Falso Se, Persona. Alcune note.

Mi trovo spesso a ragionare sui concetti di simulazione, dissimulazione, verità di se. Mi ci trovo perché da una parte sono concetti che orientano e contengono l’esperienza emotiva quotidiana e di tutti, ma che da un altro punto di vista investono in modo particolare due contesti che abito molto frequentemente, e che sono due contesti della narrazione di se, eventualmente autentica. Uno è la rete, e la comunicazione dei social, l’altro è il mio contesto professionale, il mio lavoro, che è appunto, un lavoro sul raccontarsi.

Come mi è capitato già di constatare, è ricorrente imbattersi una psicologia della diffidenza riguardo l’autenticità dell’altro. Molte persone sono inclini cioè a mettere in discussione gli atti spontanei degli altri, specie quando questi altri ottengono dal loro modo di fare una certa visibilità, un qualche tipo di ritorno sociale, anche se piuttosto modesto. Di certuni per esempio si può sentir dire quello fa l’intellettuale, quello fa quello di sinistra, ma di altri, si arriva addirittura sentir dire fa quello eccentrico, quello che soffre: si è costruito questo personaggio. Non di rado, una cosa che ho trovato interessante, la teoria del personaggio arriva ad investire psicopatologie anche gravi, persone che fanno abuso di sostanze, e che fanno scelte autodistruttive.

 

Questo tipo di argomentazioni è interessante per due aspetti. Il primo riguarda la tipologia psichica di chi le porta avanti. I veri simulatori e dissimulatori, animali rarissimi con una problematica psicopatologica molto complicata, sanno quale consistente controllo sulle proprie attività sul proprio modo di essere implichi la costruzione di un altro da se, sanno di essere invece pochi, e quindi non si aspettano mai la simulazione da parte di altri, se mai al limite la riservatezza, ma non la menzogna. In generale anzi, tendono a proiettare sugli altri una sorta di pacifica ingenuità – che d’altra parte è balsamica, una conferma della loro scaltrezza. Coloro i quali invece parlano frequentemente di costruzione artificiale del comportamento e del modo di fare di qualcun altro, da un lato proiettano sull’altro un dominio del proprio mondo interno che trascende nell’onnipotenza (saper fare quel che non si è, che cosa magnifica – e ci cadono tutti!) dall’altra usano la teoria culturale della sanzione della menzogna per vendicarsi del carisma altrui – il personaggio è forse il grande conforto a fronte il talento e il carisma di qualcuno, la sua capacità attrattiva, la considerazione che è capace di attirare.

D’altra parte, fa anche buon gioco una sorta di retorica diffusa della totale onestà per cui pare che tutti siamo gli sposi di tutti, e tutti dobbiamo agli altri una completa narrazione della propria intimità. In questo anche la dissimulazione diviene sovente perseguita socialmente, e in questi tempi di raccontarsi continuo, di ovvietà per cui il privato è reiteratamente dispiegato – con le notizie della posta elettronica che ci avverte dei divorzi altrui, o degli inimmaginati orientamenti omosessuali, uno che si faccia più che altro i fatti suoi – passa per traditore della patria.

 

In ogni caso, questo tipo di temi, non riesce mai a impressionarmi più di tanto. Né per quel che concerne la mia vita privata, né per quel che concerne la mia vita professionale. Ma questo non perché io mi ritenga così scaltra o fortunata da non poter essere la destinataria di una menzogna riuscita, ma perché in un certo senso, provocatoriamente, considero il conetto di menzogna fuorviante: quando si parla di simulazione, e dissimulazione, si da per scontato che una certa narrazione, o un certo occultamento che produce una narrazione, sia una sorta di falso alieno, una toppa malamente calzante con la relazione e il contesto, ma assolutamente svincolata dal soggetto e per quanto riguarda la relazione cucita sopra in malo modo. Nella terribile ipotesi di un tradimento, da parte di una persona a me cara, io dovrei confrontarmi con la narrativa reale che la menzogna testimonierebbe e entro cui si iscriverebbe, e mi addolorerei per una rete di eventi emotivi che si sarebbero costruiti sotto i miei occhi, e io non volevo vederlo, la menzogna sarebbe la coerenza di quella trama, e dunque non problematica di per se. Problematico sarebbe il mondo che l’ha generata. Probabilmente dovrei arrivare a capire anche la funzione psicologica che ha assunto il mio cogliere soltanto una narrazione parziale. E’ in effetti un’esperienza dolorosa.

 

Ma il fatto è che quando parliamo di simulazione, dissimulazione, verità e menzogna: noi usiamo questi concetti come categorie che qualificano i comportamenti espliciti, e la natura sempre esplicita dei soggetti. Quando diciamo che una persona simula, noi cioè tendenzialmente pensiamo che egli nasconde un modo esplicito di essere, e ne mostra un altro falso. Un’operazione di cui si dirà che viene fatta con maggiore o minore successo, a seconda delle contraddizioni che i diversi comportamenti espliciti mostreranno. (Fa quello di sinistra ma ha la barca, fa l’intellettuale ma segue il calcio, fa quello problematico ma ogni sera frequenta un locale diverso, dice di amare la moglie ma è stato visto baciarsi un’altra).

Se però si inserisce nel campo un nucleo in più che è l’identità profonda del soggetto, il suo inconscio, e si considera tutto, ma proprio tutto quello che fa e che dice un sogno o una produzione di quell’inconscio e di quella identità psichica, la nozione di simulazione si sfalda, si liquefà tra le mani. Tutto ciò che è detto è l’emanazione di un fuoco identitario che sta al di sotto dei comportamenti espliciti, e che ne restituisce il senso, oppure, se non la restituisce richiede una sospensione del giudizio, e una domanda per cui: se vuoi capire l’altro, devi risolvere quelle che per te sono contraddizioni, arrivare a vedererle come i due tasselli dei comportamenti insieme incongrui ma che non lo sono più se se ne aggiungono altri, riesumando nel discorso complessivo discorsi, frasi assunti, che prima erano assenti.

 

 

Questa cosa, in terapia torna particolarmente utile. Non sono moltissime le persone che mentono al proprio terapeuta, specie quello che hanno deciso di consultare liberamente pagando in un regime di libera professione. Alcuni a volte però mettono dei panni che ruotano il proprio modo di stare in stanza: si comportano come un cattivissimo paziente o come un ottimo paziente, in ossequio di alcune questioni psicologiche del loro passato relazionale che ora rimettono in gioco con l’analista – per quella vecchia cosa che si chiama appunto dinamica di transfert. Alcuni allora faranno “i bravi pazienti” da una parte come strategia rodata per eludere l’esplorazioni di vicende scabrose, dall’altra quella stessa strategia rodata, lo zelante che arriva sempre puntualissimo, si ricorda tutto, parla sempre per benino di mamma e papà, è essa stessa un testo, un testo che dice una verità sulla struttura psichica del paziente, sulle sue strategie di quando era bambino: la compiacenza, o anche di contro una capacità di rendersi tremendamente irritante – prima che simulazioni sono allora, strategie difensive di un bambino che ha dovuto inventare delle strade comportamentali per raggiungere o eludere dei genitori deludenti.

 

A volte cioè mi viene da pensare, il linguaggio è come il movimento: non può costitutivamente, epistemologicamente mentire mai. In questo senso, il concetto winnicottiano di falso se – che tanto ha avuto successo anche al di fuori delle stanze di analisi – mi ha lasciato sempre interdetta, con un sapore di ingiusto dentro, e di inesausto. E’ proprio l’opposizione tra vero e falso, che trovo fuorviante. Sia perché appunto – ogni atto psichico è come l’azione del corpo, sempre vero – sia perché a insistere tanto sul concetto di falso se di maschera personologica cioè compiacente fatta per essere data in pasto a un mondo relazionale difficile da gestire, che proteggerebbe in vero se, nascosto e presumibilmente tutto diverso, non fa vedere aspetti reali e identirari importanti della personalità di chi si ha davanti, di come funziona, delle difese con cui si trova lui. Né mi piace moltissimo, trovo anzi ingenua, la polarità epistemica del mondo veteropsicoanalitico per cui, l‘inconscio, il sepolto il non visibile, è più vero più nobile, del prosaico, visibile e accessibile comportamento manifesto.

A questa coppia di concetti winnicottiani – comunque grandi per la loro capacità di descrivere un certo tipo di nevrosi – preferisco quello junghiano di persona, che è meno saturo di un giudizio di valore vagamente moraleggiante, e restuisce una titolarità al soggetto di veridicità di tutte le azioni che fa, e nella sua neutralità permette di far riconoscere al soggetto il perché delle sue scelte, e dei suoi bisogni, non solo il concetto di Persona (il vestito sociale che la nostra psiche mette a disposizione della nostra vita quotidiana, il nostro modo di essere con gli altri e di apparire) permette di capire altre verità dell’altro, e di approdare a coerenze più sofisticate.

 

Un’ultima cosa. Tutto questo complicato discorso –quando ipotizziamo, vuoi una simulazione vuoi una dissimulazione – riesce meglio se non ci limitiamo a considerare solo le informazioni che abbiamo ricevuto (o non ricevuto) e lo stile del linguaggio con cui sono espressi. I contenuti che non consideriamo elusi, coperti o traditi, possono infatti essere elusi coperti e traditi nell’ambito delle informazioni date ( odio quella persona, detesto questo lavoro, non sono eterosessuale) ma sono difficile da eludere coprire e tradire, nel loro pulviscolare investire comportamenti, forme lessicali, frasi. La coerenza di certi personaggi che sembrano poco credibili, quando magari lo meriterebbero arriva da come essa ritorni anche nei modi di dire di parlare e di fare. Molto meno controllabili da parte di chi, di mestiere, non fa l’attore, o lo scrittore (oppure abbia un franco disturbo antisociale)

Novara, Cuccia, CCCP

Ha fatto giustamente scalpore, l’approvazione al consiglio comunale, del nuovo ordinamento della polizia della città di Novara. Il nuovo ordinamento prevede infatti un insieme di sanzioni, che regolamentano in modo preciso la vita dei cittadini negli spazi pubblici.
L’ordinamento infatti vieta moltissime cose – di non legare le bici ai pali, di non sostare negli spazi pubblici, di non usare in modo inappropriato le panchine, di non vestirsi in un modo che ferisca il pubblico decoro. E’ un insieme di piccole norme, che si riferiscono a piccole cose – sdraiarsi su una panchina se si è affaticati , mettersi una gonna corta se si esce la sera, fermarsi a fumare una sigaretta se si sta all’università è c’è il sabato da attraversare. Ad arrabbiarcisi, ci si fa una brutta figura, la solita brutta figura a cui sembrano destinati quelli di sinistra negli ultimi tempi: si verrà accusati di non badare al sodo, cioè la pagnotta – di perdere tempo su cose lievi e inutili come i rossetti e le panchine, oppure di prendere le difese di quei nemici del patrio popolo che ora sono gli immigrati, quelli che per l’appunto secondo la nuova retorica leghista, fanno abuso di panchine ma anche di altalene – ritenendo invece, che queste siano destinate primariamente alla popolazione autoctona e perché si dedichi  con agio alla contabilità.

Per questo probabilmente le voci dell’opposizione novarese, hanno cercato di contrattaccare l’ordinanza – così almeno dicono alcuni giornali – sullo stesso terreno ideologico della sua maggioranza, prendendo le difese degli esercizi commerciali che si vedono aggrediti da questa decisione – in effetti, se non c’è posto per la bici la gente non si ferma a comprare, se non si può sostare non si mette a bere, e via discorrendo. Tuttavia la questione è interessante invece, ma bisognerebbe dire allarmante, per un’idea di politica amministrativa che la sottende, per quel che promette: al momento abbiamo un governo gialloVERDE,  dove il giallo vacilla e il verde si impone. Il primo ministro è un personaggio di secondo ordine privo di identità, la leadership cinquestelle sembra una compagine di giovani pieni di buona volontà ma senza nerbo né esperienza politica, e accanto a questi, spicca vigoroso volitivo e savonarolesco,  Salvini, di cui Novara oggi, Lodi ieri, e alla spicciolata i comuni amministrati dalla lega sono zelanti epigoni. Questi comuni mostrano la strada che potremmo percorrere, se dovesse esserci un nuovo governo, e non avvenga un miracolo a sinistra con un leader capace che cada dal cielo. Salvini al momento è il più forte di tutti, perché è anche l’unico a vendere una visione del mondo, dell’atto politico che serve per rispettarla, e della comunità a cui è destinata.

La visione è quella di arrivare a ideali piccole cittadine di provincia, omogenee per composizione e dedizione alla produzione, dove tutti tutti siano, onesti lavoratori, sposati a composte sciure di mezza età, che vadano a blocchi compatti a messa la domenica, e al lavoro all’inizio della settimana, con valori modesti e semplici, e che abitino una città anche essa omogenea modesta e semplice, dove non ci sia traccia di malessere e povertà ma anche, di eccessivo svago o eccentricità. Devono esserci pulizia, ordine, al massimo una trattoria con rutto la domenica – ma non si deve andare oltre, Tutto, tutto tutto, deve essere sempre e comunque provincia.

Questa cosa, il provincialismo come visione del mondo, è infatti la regola base della teoresi del decoro, soprattutto quando a fronte di tanti guai e di una crisi economica ingravescente, diventa l’unico argomento di una politica pubblica. Se ci sono delle persone che dormono nelle panchine, la weltanshauung provonciale prevede che non bisogna che si vedano, non che si prenda un provvedimento perché possano avere un ricovero sicuro. Se c’è un problema di violenza di genere, alla provincia disturba la volgarità del commento e ipotizza la colpa della minigonna, non pensa a lavorare sulle cause della violenza di genere che seguirà quel commento volgare. Nella teoresi del decoro in materia di pubblica sicurezza l’amministrazione politica si permette di indossare un’idea del male che un’amministrazione pubblica non dovrebbe indossare mai, che è una rogna che riguarda altri, che è una colpa che inzacchera il panorama dell’operoso cittadino degli anni cinquanta, non qualcosa che riguarda la cittadinanza tutta per cui eventualmente prendere provvedimenti.

Ma anche in questa idea di decoro, secondo le cartoline postali del dopoguerra, anche elementi banali e vitali della vita collettiva sono visti di cattivo occhio. L’ordinanza riguarda infatti, in parte certamente i barboni e gli extracomunitari (le panchine gli spazi pubblici, forse anche i vestiti) ma molto mi pare i giovani e le donne, il fatto di divertirsi, di stare bene in autonomia, di uscire la sera in un eventuale ozio improduttivo (ohibò) di assemblarsi senza scopo preciso ecco, vestendosi in modo poco acconcio all’estetica del villino con la ghiaia, della bifamiliare col garage. Niente ricchi, niente poveri, niente intellettuali, niente puttane, niente giovani niente barboni, niente gente che se la spassa, niente gente che si annoia. Niente.
Soltanto, nell’acclarata incapacità di fare una proposta politica che risolva problemi economici concreti, quel che rimane della cultura liberale, è soltanto il loden verde oliva, l’ombrello scuro, la moglie con la spilla buona. Tutto il resto non è molto lontano dal vecchio cielo stalinista (Attendiamo l’immagine di rubizze ragazzotte padane con fasci di grano in mano. Proprio come in certi manifesti dell’URSS).

 

Sugli Intrappoletti

 

La signora Adele non era un animale facile. I capelli bianchi, gli occhi molto chiari, un vestito a fiori di nylon, troppo operosa per essere paragonata a una gatta, troppo severa per essere un castoro, un procione o uno di quegli animali casalinghi e solerti che costruiscono dighe facendo tenerezza. Men che mai era prossima agli orsi, così propensi all’aggressività materna, o al contrario a una intima rilassatezza – l’orso d’inverno lo si immagina al caldo di un sonno ristoratore, un bizantinismo lei non avrebbe mai condiviso. Non contemplava l’uso del divano, come tutta la sua generazione e il suo mondo, contadino e lavoratore, guardava con perplesso scetticismo le femminee debolezze degli hobby, una parola foresta e nemica, faticosamente riusciva a raggiungere forme di pietà umana di fronte alla malattia mentale e a quella del corpo –  peraltro solamente nei casi in cui arrivassero a eccezionali sofferenze e possibilità di morte e di disabilità, e comunque solo se seriamente acclarate. Di contro, le sofferenze di medio e piccolo taglio, non ottenevano la sua stima, e anzi qualora fossero manifestate, vi riservava un velato disprezzo il cui grado dipendeva dall’umore.
Come altre grandi vecchie della mia famiglia, amava con ardore solo alcuni individui selezionati.

Con la figlia aveva un rapporto poco lineare, anche dopo che quella era diventata madre, di un bravo e onesto ragazzo. La figlia le era nata in città, e s’era rivelata geneticamente, sociologicamente e ideologicamente tutta diversa – lontana e incomprensibile. Una donna bella, piena di sentimenti e di passioni, e che per quanto lavorasse tanto, e sodo, e o tenesse la casa nello stesso ordine specchiato di sua madre, e per quanto fosse da adulta diventata una donna attenta, che non faceva mai il passo più lungo della gamba – niente, era vanesia, attratta da cose piccine e stupide, i rossetti, le sciarpe colorate, le bomboniere. Una gazza ladra. L’armadio della figlia, Lucia, era pieno di queste cose che le davano gioia, la facevano felice, anche se spesso venivano archiviate da una seconda generazione di sciarpe, di ninnoli, di pezzi di vita più recenti. Ora nel tal negozio e anche in quell’altro, diceva lei che era commessa e sempre aggiornata, vendono questo tipo di candela! Questo tipo di tazza! Questo tipo di ciondolo! E certamente se ne sarebbe voluta procurare una copia, di ognuno di quegli oggetti, la candela, la tazza il ciondolo, che avrebbe usato poco, anzi per niente, ma erano l’ultimo modello di correlato oggettivo di felicità, l’arredo di quel momento storico della sua vita, lo sfondo di una certa cena, di una certa telefonata, di una certa amicizia. Di un certo dolore anche, senz’altro.

A questi oggetti soavi e sciocchi, la signora Adele riservava il meraviglioso epiteto di intrappoletti. Il termine, nasceva dal disappunto che le procurava l’accorgersi che, anche in un cuore puritano come il suo, aprire l’armadio degli intrappoletti la conduceva inevitabilmente a riaprire i ricordi ad essi correlati. Il termine, che per me conserva una rara precisione, denunciava la natura inamovibile di alcune costellazioni del proprio passato, che sono capaci di starsene nella testa dolorose e testarde, proprio come nell’armadio, e hanno questo potere feroce, che non è soltanto la banale nostalgia di un tempo passato, ma una certa lealtà per quello che si è stati e non si è più e per giunta – immorali intrappoletti – una parte leggera di godimento, di piacere di alcuna utilità. In questo senso non ottenevano mai il titolo di intrappoletto, nè la documentazione delle tasse pagate nè le analisi del sangue. Né scendeva al deprecabile rango di intrappoletto la coperta della madre o le foto del marito. Titolari di un’identità dell’affetto più che rispettabile.
Concupiscenti intrapppoletti, dionisiaci intrappoletti, pavidi e tentatori intrappoletti.

Nella scala di valori della signora Adele vi era una ulteriore entità saturnina e mefistofelica, gli impicci, ai quali l’agio economico del trasloco in città aveva persino fornito una stanza, per l’appunto la stanza degli impicci. Qui i ruoli si invertivano tra madre e figlia si invertivano. Gli impicci infatti erano per lo più oggetti di uso quotidiano la cui utilità era stata surclassata dall’ingresso trionfante di altri oggetto, facente medesima funzione ma più nuovi e meglio congegnati. La signora Adele, una gerarca feroce che non tollerava alcun intrappoletto nella sua dimora, era invece insolitamente tenera con gli impicci, nei confronti dei quali conservava una oscura e inspiegabile dipendenza. La figlia brandiva un ferro da stiro dal filo coperto di lana ma tutto sfilacciato e ammoniva la mamma, che ci fai con questo! E osservava la madre farsi prendere da un senso di imbarazzo tra ragione e desiderio, nevrosi e progresso, tempo futuro e tempo passato, per via del fatto che tendeva a fidarsi del secondo e non del primo. La stanza degli impicci, era un luogo dove entrava di rado, ma che l’anziana considerava confortevole mentre la giovane più asfittico, e si sapeva che si potevano trovare oggetti utili, non belli, ancora funzionanti, o parti di essi.   Ho sempre trovato curioso il fatto, che la signora Adele avesse bisogno di questa veste estetica (la tanica da benzina di plastica diventata oramai grigio sporco, le latte da cinque litri per l’olio mai più uilizzate, i vetri pieni di calcare) per permettersi un commercio con la memoria.

(qui )

 

Sul treno

(Sto tornando da Vibo Valentia, sto sul treno e ascolto due persone davanti a me che parlano. Parlano un italiano corretto, con alcune inflessioni dialettali, soprattutto in termini di suoni, e pronunce più che di forme lessicali. Di queste persone credo di poter indovinare i volti, pur non avendoli ancora visti, e penso che siano volti di misurate borghesie lavoratrici e contegnose, con ogni probabilità piene di un certo reazionario buon senso. Lei una giovane donna che potrebbe portare delle unghie laccate ma non troppo lunghe, lui sicuramente anziano, da situare nell’affettuosa collocabilità dei cari amici del padre, o degli zii mai persi di vista. Non so bene di cosa parlino, forse una persona di conoscenza comune che ha fatto delle scelte azzardate, ma quello che penso di loro, del loro parlare, è lo scivolo linguistico su cui poggiano le parole, lo scivolo che va dall’olimpo lingua pulita che probabilmente non hanno mai raggiunto fino alle dionisiache profondità del dialetto stretto segreto ed esoterico, che invece io sono sicura hanno raggiunto in certi momenti di grande passione, in ispecie odio e dolore, alle volte commozione estrema. Quando si soffre, infatti, lo scivolo del dialetto porta sempre in basso. Per esprimere la felicità capita di riuscirsi a dare il tempo di risalire controcorrente.

Amo questa cosa particolarmente italiana dei dialetti. Amo pure il mio di dialetto, per quanto sia ignobile e sgraziato. Il romanesco è un italiano brutto, di facile comprensione perché per lo più costituito da un’odissea di storpiature, greve nel suono, dissacrante nella vocazione, qualche volta idoneo alla malinconia e al tragico, ma è un dialettuccio, per quanto da me molto amato e rigorosamente praticato. Non vanta, per questioni storiche irredimibili, la fantasiosa ricchezza di altri dialetti, frutto di altre dominanze e altre vicinanze, impastati da altre ricette e altri ingredienti, cresciuti ad altre temperature naturali e politiche. Il napoletano, il siculo, il veneto – per fare alcuni esempi -dialetti che hanno parole proprie che vengono da lontano, etimologie che sono storie di famiglie nobili, contaminazioni radicali meticciati garibaldini, oggetti e sentimenti che non possono che esser spiegati che tramite perifrasi.
La napoletana buàtta, è una visione del mondo.

Tuttavia nel parlare dialettale, che sui treni raccolgo avida come adesso, forse mi piace più di tutto un toccare qualcosa che mi intenerisce – (un sentimento di cui quasi mi vergogno). Infatti, per via di quella cosa dello scivolo, e della consapevolezza di chi riesce a salire e fare su e giù e chi no, quando sento il dialetto, mi pare che chi lo parli si metta a nudo, sia più autentico, vulnerabile, se stesso suo malgrado, in un modo a cui sovente non pensa. Come quando vediamo un bambina di spalle, i capelli raccolti in una cipolla, in due ciuffetti, e ne vediamo il collo e le orecchie, e pensiamo a quella parte del corpo che non sa mai quand’è guardata, osservata, non può anticipare l’atto con cui potrebbe essere colpita.
L’innocente esserci di un collo scoperto di bambina. Questo mi ricordano i signori davanti che ora, criticando con severità la persona che li accomuna e che è stata davvero intemperante biasimano con tanta convinzione.)