Chi è il terapeuta? (Un apologo)

Sulla metropolitana, una signora alta di quelle che tengono sempre lo sguardo arrabbiato anche se stanno facendo di conto o pensando a un cappello o ai propri bambini, sta in piedi vicino alle sedie, arrampicandosi su chi sa quale ipotesi, le mani grandi con un grande anello, i capelli raccolti in una cipolla stretta, la borsa incollata al fianco – una borsa di taglio sicuro e che interpreta correttamente le esigenze del momento.
E’ talmente arrampicata in un’altrove la signora, che ci mette un po’ ad accorgersi di un vecchio con la pelle scura della strada e il grigiore degli abiti della strada, e quel vecchiume garibaldino di chi non ha niente da perdere e dice, anarchico e sfrontato.
– Ci hai una monetina?

– CI HAI UNA MONETINAAAA??? Chiede di nuovo l’uomo cercando di tirarla giù dall’astrazione e spostandola nell’immanenza della fame, della sete, del domani che succede, e anche del mi fa piacere avere delle monetine non è mica un delitto. E mi fa piacere pure strapparti da quel mondo di gonnelline bollette e condomini, signora mia arrampicata in qualche idiozia.

– Mi dispiace   – sorride la signora   – ho finito gli spicci. Gli sorride, con una disinvoltura che lo coglie a tradimento, ha quasi dell’ironia la signora a dir la verità, e questo a essere precisi lo fa arrabbiare, e lo fa stupire, e la vuole colpire – che se non ha gli spicci avrà tanti soldi, maledetta signora.
– Con tutte quelle tette, dice allora l’uomo, avrai almeno del latte da darmi. E le fa un sorriso che vuol essere cattivo.

  – Mi dispiace, non lo faccio più da un po’. Risponde la signora con un sorriso furbo. Negli occhi del vecchio vede qualcosa di fiabesco e di remoto, l’emissario di un apologo perduto. Qualcosa a cui sarebbe stato bene avere qualcosa da dare.
L’uomo ne deve sentire lo sguardo e i pensieri, e il suo volto fa come una capriola, una rotazione di decisione.
 – vieni con me in Ucraina?

 – Mi dispiace oggi non posso. Gli fa lei, mentre le persone intorno ora diventano come le ante di un teatro, le cornici di una storia. Lui le tende la mano, lei gliela da. Lui la tiene a lungo, lei gliela lascia tenere.
– Che bello averti incontrato oggi, grazie Dio che mi hai messo questa signora sulla strada! Esclama contento. Poi le porge il pugno. 

La signora, non è molto destra in fatto di camerate, di esercito, di maschi alla sera che bevono e si stancano, di patti tra commilitoni, o fratelli – essendo per l’appunto una comune signora. Tuttavia intuisce il da farsi, la richiesta remota di una condivisione di battuta, l’evocazione di qualcosa di molto amichevole. E nonostante l’anello grosso, giacchè coll’altra mano si sta appoggiando al sostegno, da un piccolo pugno sul pugno in modo che le nocchie si tocchino.
– Devo scendere, gli dice, la saluto.
– Sei forte davvero, gli fa lui contento. La saluta.

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Psichico 19/ Le amiche e la gravidanza

In una sera qualsiasi, dopo una giornata gradevole di lavoro, di cane da portare alle sette, di vediamo che gli faccio per cena all’uomo mio, di oddio che mal di schiena ci metto un po’ di crema, una ragazza va a dormire neanche tanto tardi e si addormenta di colpo perché così è sempre stato e ha avuto sempre il sonno immediato.
Sogna. Sogna di essere nella sua casa, con sua nonna – o con sua madre, o con sua zia, o con il suo caro amico – e di vedere entrare dei ladri, dei malviventi, degli zingari, dei bambini, dei pirati – che gli rivoltano la casa, che buttano tutto per terra, che rubano delle cose che rompono degli oggetti.
Ecco, questa nostra ragazza potrebbe essere incinta e questo potrebbe essere uno dei sogni tipici che capitano durante la gravidanza – in particolar modo la prima gravidanza.

La prima gravidanza infatti, chiede grandi cambiamenti interni, mette in subbuglio le cose, allestisce un disordine per fare un nuovo ordine: alcune priorità dovranno cambiare, altre dovranno tornare a troneggiare con degli accorgimenti psichici imponderati. Il figlio che arriva e si fa posto è uno che rapina il passato, che minaccia l’edonismo, che mette in scacco il senso di sicurezza, che propone nuove estetiche e nuove mitologie. E quindi impone un passaggio anche inconsciamente piuttosto oneroso. Il figlio in pancia poi, in misura variabile da donna a donna, implica una serie di spostamenti di attenzione che prima non ci si aspettava: perché si avverte una sorta di raddoppio della responsabilità: un figlio in pancia vuol dire portarsi un altro cuore appresso, un’altra mente, un altro corpo di cui aver cura: cambia il modo di attraversare la strada, di stare vicino ai fumatori, di mangiare. Raddoppiano le precauzioni, e le paranoie assumono una funzione apotropaica: se non mangio il salame e l’insalata non lavata forse sono una buona madre eh! Per davvero!

Questo passaggio, dal non materno al materno, è un passaggio curioso e culturalmente sempre largamente frainteso perché il materno è considerato non un’evoluzione specifica di un soggetto – ma una sorta di mutazione qualitativa e culturale. Se non sei casalinga ci diventi, se eri mondana smetti di essere mondana, se eri intellettuali figurete mai, e sportiva manco te lo voglio dire. Anzi, più di tutto ti piacerà essere madre, con il che culturalmente si intende essere madre fisica che fa cose fisiche, che abbraccia bacia e coccola e allatta, non che da anche una spiegazione una su cosa fa esattamente quell’ape con quel fiore, perché quel ponte in mezzo al fiume è rotto: la mucchizzazione come nuovo progetto politico dell’individuo.

Invece il salto nella genitorialità è una salto nella pienezza delle proprie priorità: se una era portata alla casalinghitudo si casalingherà a mille, e se invece era una che portava i soldi a casa facendo la dottora farà la dottora con più zelo: il materno slatentizza la propria vocazione esistenziale e la reifica: io credo perché la natura chiede ai genitori di essere veri con i propri figli, di non mentire quando è possibile. Di essere onesti. E se certe tue cose prima del tuo bambino erano importanti sarà importante per te darle al tuo bambino.
Tuttavia è vero che entra nel campo una classe di cose nuove, di cure obbligate, di rinunce provvisorie, e di ritmi esistenziali che cambiano e vanno riadattati. Ci sono quelle che attraversano questi cambiamenti come veleggiando in un clima calmo, e ci sono quelle che invece poverettine attraversano terribili mareggiate – in ogni caso, se non tutte quasi – vedono le proprie amicizie messe alla prova. E se non a tutte proprio a quasi tutte, capita la triste vicenda della perdita di una amica storica. Capita sempre, oppure quasi sempre ed è molto spiacevole.

Credo che dietro ci siano diversi motivi. Non sempre la questione riguarda l’invidia per la gravidanza ottenuta. O raramente in termini così limpidi. Anzi, direi che l’invidia per la gravidanza ottenuta può provocare litigi ricomponibili perché dimostra che le due amiche –l’incinta e la non – sono nel medesimo momento psichico, sono vicine come organizzazione mentale, e una volta accettato e dato per legittimo il desiderio di una gravidanza, se l’invidia per l’amica non ha a che fare con un’organizzazione patologica sempre tarata sull’invidia beh – il nascituro ha una zia pronta che l’aspetta, e anzi le amiche che litigano per questo motivo se riescono a parlarsi e a dirselo, possono riconvergere e fare le stesse cose che facevano prima e trovare una buona modulazione insieme. Ma io ho invece la sensazione che spesso, quando questa cosa succede il desiderio di materno sia una questione quasi secondaria, o quanto meno molto più implicita e remota, inconscia. Le amicizie tra donne sono spesso organizzate in un’associazione di mutuo soccorso, e anche in una rievocazione oscillante dei rapporti con la propria madre: le amiche fanno l’una la figlia dell’altra, e magari una delle due sarà più propensa a fare la figlia e l’altra la madre, cosicchè quando arriva il bambino è come se nascesse un fratellino piccolo, un concorrente sleale, uno che avrà tutte le attenzioni dovute alla sua piccolineria e inermità. Uno che l’amica ascolterà più volentieri anziché sentire me che mi sono lasciata con l’ennesimo fidanzato. Qualche amica incinta invece, chiederà addirittura di essere accudita il doppio per il fatto di essere incinta, e si scatenerà una sorta di orchestra delle gelosie, ma non nel senso comunemente inteso e che si servirà in parte di fatti reali e in parte di certe convinzioni culturali anche se sono ritratti falsi. La mia amica non è più la stessa, la mia amica pensa solo al bambino e alle scemenze, con la mia amica non ci posso più parlare di niente.
E dall’altra parte.
Non gli importa niente – mi succede questa cosa bellissima e non gli importa niente!

Per superare questa tempesta occorrerebbero moltissimi sforzi, che non sempre per altro hanno successo. L’allergia reciproca in questi momenti diventa incredibilmente forte, perché penso che siano chiamate in causa tante vicende della propria storia personale, e tante cose che riguardano l’organizzazione di quel rapporto – e un tentativo basato sulla buona volontà è lodevole, ma raramente arriva a buon fine considerando quante cose incandescenti private entrano in gioco, specie quando una delle due amiche è figlia di un materno e di un genitoriale che a sua volta è stato magari carente e fallimentare. Perché in quel caso le reazioni sono ancora più potenziate all’intolleranza, la gelosia verso il nuovo arrivato che magari è oggetto di premure che non si hanno mai avute diventa intollerabile, oppure dall’altra parte il senso di eroismo che la madre ha nel tentativo di correggere le colpe della sua, cercando di comportarsi meglio ed essere più attenta alla creatura la rende di un egocentrismo esagerato.

In certi casi dunque, è forse meglio sopportare un allontanamento senza arrabbiarsi tantissimo, piuttosto che richiedere imperiosamente qualcosa che l’altro non è in grado di dare, perché davvero non è in grado e davvero si stanno muovendo dentro di lui, ma molto più probabilmente lei – questo è un problema tipico dell’amicizia tra donne – forze che non riesce a controllare e che trascendono la contingenza. Dopo un po’ di anni si potrebbe tornare amici come prima. Conviene invece coltivare quelle amicizie che reggono il cambiamento e che invece si fanno depositarie e tutelari del codice identitario che va cambiando. In questo senso io penso che alcune amiche al momento – o per sempre – senza figli, ma che siano come dire forti abbastanza da poter sopportare di avere un fratellino siano una mano santa. Sono quelle con cui parlare di vestiti e di lbri e di concerti e di tutto quello che si era prima e bisogna tornare ad essere, sono quelle che sopportano stoicamente le pallose necessità del nuovo venuto senza battere ciglio. Sono quelle che fanno da ponte tra passato e futuro. Nei confronti delle quali la madre, in un secondo momento potrebbe svolgere la stessa funzione.

(E dunque in bocca al lupo alle amiche che stanno leggendo questo post – non necessariamente mie)

Fontamara reloaded

Forse non manca davvero tanto tempo, a che si chiarisca del tutto la storia della morte di di Domenico Maurantonio, il ragazzo caduto dal quinto piano di un albergo di Milano, dove si trovava in gita con i suoi compagni di liceo.
L’ipotesi iniziale pare vada disconfermandosi – no il ragazzo non aveva assunto lassativi e no non era ubriaco. Ed è stato trovato senza indumenti intimi ma con vistose ecchimosi a un braccio. E poco prima di scrivere queste righe, ho letto che gli inquirenti sospettano di una goliardata e ipotizzano che il ragazzo possa essere stato tenuto per un braccio, e poi sia caduto giù. Ma bisogna aspettare altro tempo, altre prove, altre testimonianze che arrivino. Per adesso – l’opinione pubblica si confronta con l’angosciante esperienza di un gruppo di adolescenti che non ha prestato soccorsi, non ha detto niente fino al giorno dopo, e non si è fatto vedere ai funerali. Ma anche con l’intervista della preside, la quale a peggiorare ulteriormente la reputazione dei suoi studenti gli regala l’abbraccio mortale di una protezione viscida e di una pedagogia da mandare al macero.
Sono figli di famiglie bene – avrebbe detto grosso modo – non le fanno queste cose. E avrebbe aggiunto c’era uno straniero nei corridoi.

Di poi il ci si confronta con l’impossibilità di confrontarsi: nessuno rilascia dichiarazioni, le testimonianze rese non trapelano, e la vicenda si ammanta definitivamente di un coltre opaca, di cui si colgono alcune blande sfumature. Buona borghesia, liceo bene, gita. Alibi razzista.
In mancanza di dati fioriscono le riflessioni generalizzate, e i commenti generazionali sui nuovi adolescenti, ora tutti inquadrati nel comportamento di questi.

L’incidente, la bravata, la capiscono tutti. Tutti si ricordano delle proprie gite, e tutti hanno chiaro quasi quel topos dell’adolescenza che è lo sfidare un pericolo o il farlo sfidare, come sorta di rito iniziatico da cui passano certi e che disgraziatamente è garantito da un margine di incoscienza. Non che mettersi fuori dal quinto piano sia una cosa che faccia ognuno prima dei vent’anni. Ma diciamo è una sorta di vicenda ricorrente, che una volta era nella tua classe una in quella di un’altra, una volta è tuo figlio uno quello della collega di lavoro, una volta è in un liceo un’altra in una caserma, quasi sempre finisce bene, qualche volta male qualche altra malissimo. Ma che succeda ci si arriva.
L’esercizio retorico si scatena invece in merito alle reazioni successive. Il ragazzo cade, rimane sul selciato e nessuno accorre. Nessuno avvisa nessuno. Ci dovrà pensare qualcun altro ad avvisare le forze dell’ordine. E dovranno essere le forze dell’ordine ad appurare la responsabilità. E qui – mi chiedo sulla scorta di quale italianità di quali eroismi e di quali adolescenze – è tutto un frinir di reprimende, tutto uno starnazzar di debosciati. Comincia Gramellini sulla Stampa a definire le gite un rito inutile per ragazzi disimpegnati che ora non avrebbero bisogno di andare da nessuna parte a veder niente perché tanto, par di capire o sono ricchi e colti e ci vanno per conto loro e sono poveracci e sfigati e allora si facessero na ricerchina su internet – e finisce Paolo Giordano sul Corriere della sera che farnetica di lucida determinazione all’omertà e di deficit emozionale.

Mi sono chiesta come si è immaginata la scena Paolo Giordano. Il ragazzo che cade dalla finestra, gli altri che fanno delle esclamazioni con voce maschia e cinematografica, poi si siedono tutti compostamente e fanno un’assemblea insolitamente ordinata – e mentre le fanciulle spendono parche lacrime, i giovanotti cinici e spietati decidono il da farsi e optano per un cauteloso silenzio onde evitare incresciosi inconvenienti.Articolo questo di Giordano che è molto piaciuto ed è molto rimpallato in rete. Un fenomeno che mi ha interessato – perché ragazzi siamo stati tutti, in tanti siamo genitori di ragazzi, e dovremmo ricordarci com’era essere ragazzi, e anche sapere com’è essere umani.

E funziona così. Funziona che non tutti sono uguali ma che le moltitudini prendono le strade che prendono i capi carismatici, specie in gruppi di adolescenti, dove il gruppo dei pari conta più dei richiami dei padri. Funziona che una ragazzina piange convulsamente, un’altra ride, un terzo sbraita, un altro vomita qualcuno prova a dire di andare qualcuno ripete cose senza senso, si agitano i fantasmi informi della colpa, della morte, della legge e di tutte cose di cui a quell’età e in questo mondo si hanno idee molto vaghe e confuse, e il tempo passa così in una somma di energie implose la cui detonazione dipende da quello che penserà di fare un capo carismatico o, se ce ne è uno a disposizione, un soggetto particolarmente eccentrico. Se il capo carismatico decide di andare a denunciare il fatto denunceranno tutti, se lui e l’elite del gruppo si cagano sotto – si cagheranno tutti sotto. E con ogni probabilità ci sarà stato un soggetto eccentrico, c’è sempre in ogni classe, ma per opporsi al ricatto morale di quella stessa maggioranza con cui ha un rapporto tanto sofferto, può non aver avuto la forza di rompere una regola. Paura per stesso, paura per una sanzione, paura di un mondo di cui si hanno contorni molto vaghi. E di una stessa vicenda che tutti avranno vissuto con i contorni allucinati.
E si opta per il non fare niente. E il non dire niente.

Dopo di che,  Giordano non lo sa, dobbiamo ricordarci che in Italia più che  in Europa a 18 anni l’adolescenza è ancora nel suo fiore, e illazione per illazione io credo che sia opportuno farsi delle domande sul ruolo degli adulti in questa circostanza. Perché mi pare plausibile che questa questione sia passata in mano ai genitori, che dietro questo silenzio ci sia la scaltra preoccupazione di chi affida la spontaneità a un buon avvocato, forse c’è una rete di relazioni da proteggere, in cui si sovrappongono affetti e interessi e quindi la verità emerge piano, e i ragazzi si vedono poco in giro.

Non mi sento di leggere questa vicenda disgraziata nei termini di un peccato generazionale dunque – perché ho idea che nelle generazioni passate, prima del sessantotto, prima di una cultura che mettesse all’ordine del mito un film sentimentale come l’attimo fuggente, prima di quella cosa che alcuni chiamano femminilizzazione della cultura – di sfide iniziatiche e insensate anche a danno di terzi, anche con forme di bullismo agghiacciante ce ne erano di più e avevano altrettanti esiti tragici. Né mi sento di considerare il peccato generazionale come un problema dei padri: cedendo alla retorica dell’individualismo estremo, dell’assenza di colpa come invenzione recente, come esito di una malformazione di questo tempo.

Mi vengono solo due ordini di considerazioni.
La prima riguarda il rapporto di questo paese con la legge. Non ora, non dei riccacci, non dei poverelli. Non dei giovani, né dei vecchi. Ma degli Italiani tutti che sotto le giacchine in doppiopetto e le gonnelle vuoi da sciura vuoi da zdaura hanno mantenuto un assetto etico rurale, arcaico, avendo sempre organizzato la vita morale in una doppia rubrica dove c’è una morale privata, prepolitica, socialmente condivisa e una pubblica, che ha a che fare con la legge e con lo Stato e che è avvertita come lontana, incomprensibile, altra, non propria non condivisa, afferente a regole sue che sono imposte e che non si condividono a cui adattarsi, da aggirare, da domare, ma mica da condividere. E così una che dovrebbe essere la figura educativa per eccellenze di un istituto, pratica la trasmissione di valori balorda di un mondo premoderno, che protegge le vecchie gerarchie di classe e tira subito fuori un alibi da dare in pasto alle indagini. I genitori che suggeriscono riservatezza e cautela sono la versione chic e nordica della malavita del sud, e di una sfiducia nelle istituzioni che ha una radice storica anche comprensibile ma che è totalmente trasversale. Agli Italiani sembra sempre che le cose capitino – mai che se le procurino da soli, che sia roba loro. Regole loro che proteggono loro. Pure una cosa è certa: in Italia i figli vengono azzittati di fronte alla legge: a Padova come a Palermo, nel 2015 come nel 1955.  Si comincia con lo spinello, si continua con lo stupro di branco figurati per una morte colposa. L’eroismo della retorica narrativa che celebra l’onestà delle proprie azioni è il contraltare vanesio della sempre più diffusa codardia e sostanziale diffidenza istituzionale. Senso di lontananza.

Se dunque dobbiamo proprio farci delle domande, e rimettere in questione delle cose, non è nel mettere in discussione le gite, le quali no non servono a scoprire la vita, a stare insieme in modo diverso e tutte quelle amenità che è toccato leggere. Servono a portare chi non può guardare le cose a poterle guardare. Servono a dare un metodo nel pensare ciò che si è studiato. E continuano a servire, e forse nelle scuole si potrà ripensare la questione della disciplina o di come controllare queste circostanze, e magari si potrebbe pensare a dare una mano a questi poveracci dei professori che ogni volta si trovano a sostenere questo ordine di responsabilità di cui ora ci si accorge perchè ci scappa il morto. Ma soprattutto dobbiamo farci delle domande piuttosto onerose, da qualunque parte del tavolo stiamo, su questo storico scollamento tra cittadinanza e stato, che non ha mai avuto un incollamento. E spaventarci per il fatto che il nostro problema non è quale pedagogia usare per un’efficace trasmissione di valori. Ma quali valori trasmettiamo a prescindere dalla pedagogia.

Cuneo

Non c’è redenzione per le stanze delle banche, per le kenzie e per i ficus trasfigurati nella plastica quando sarebbero di carne, per i pavimenti di plastica che vorrebbero esser di marmo, per i pupazzi nascosti ai confini del monitor, plastica che vorrebbe essere tenerezza e leggerezza, e invece niente. 

La coppia si siede dinnanzi a un’impiegata immensa e luccicante. Ha gli occhi di carbone e molti sfavillanti ciondolini su una scollatura generosa, la quale – sta appoggiata sul tavolo come un vaso da fiori, come un elenco del telefono. Sorride al marito che conosce di vista e intavola una confidente conversazione. Si impegna a farlo ridere. (un uomo asciutto, sottile e alto, ma non esattamente nervoso. La moglie una donna garbata e imprecisa. Non bellissima.)

 Il marito ride allora, e si inanellano scherzini bonarii e rustici sui soldi e sui bisogni, sui lavori e sulle tasse, l’impiegata è molto simpatica loro vorrebbero un prestito, sa i lavori della nuova casa, e anche la moglie si insinua nella catena dell’umorismo, osservando come tra una battuta e l’altra quella si corregga la cascata di ricci, osservando il marito agitarsi sulla sedia. Cosa condividono? pensa in cuor suo la signora, non un letto io lo so, manco un passato. Condividono un mondo ecco cosa. I loro padri forse hanno fatto un mestiere simile, lo si indovina dal tipo di dialetto, e forse hanno abitato lo stesso tipo di case da bambini, la mamma di entrambi sarà andata al mercato con lo stesso tipo di carrello.
Sia mai che faccia più un patto di classe che un culo ben fatto, pensa tra se e se la moglie, e serpeggia tra l’umorismo degli altri due con freddure e giochi di parole.
Come a pisciar sul territorio.

 La coppia è molto affiatata per la verità, e si capisce dal loro modo di non toccarsi, di alludere l’un l’altro. Giocano nel rimpallo delle battute mentre l’impiegata lavora, come due tennisti di talento, come due atleti lessicali. Forse il marito ha colto la gelosia della moglie e forse per questo la iscrive nel cerchio con più determinazione facendo ruotare le parole come i leoni di un circo con lei in mezzo. Infilando qualche complimento. La signora l’accarezza.
L’impiegata è divertita ma anche dispiaciuta. È una donna la cui estroversione viene sempre fraintesa, pensa di se stessa – a volte a ragione a volte meno. Da qualche parte ha visto tra i due un serrare di fila, un posto che si chiude. Che non le sembra di aver mostrato di desiderare. S’arrampica allora lievemente in una più composta e gradevole professionalità.

Il prestito potrebbe essere concesso, la banca vi farà sapere.
Buona giornata.

Giulia, i bambini, le madri, i padri la legge e la coerenza.

Da molto tempo a questa parte la PAS, la sindrome di alienazione parentale, proposta di Gardner e rifiutata da qualsiasi contesto psicologico e psichiatrico è oggetto di grandi e calorosi dibattiti.   Nelle intenzioni di Gardner la sindrome doveva servire a individuare minorenni manipolati dal genitore affidatario e indotti a credere di provare sentimenti ostili verso il genitore non affidatario, effetto che sarebbe garantito tramite una sorta di campagna di allontanamento e di denigrazione.
Questo tipo di circostanze è moderatamente frequente, e gli psicologi che lavorano con i minori ne fanno una costante esperienza – tuttavia la formulazione di Gardner aveva molte lacune, tali da rendere il costrutto auspicabilmente, inutilizzabile. Ora non mi va di ripetere cose di cui ho già parlato a lungo – qui per esempio. Per brevità ricordo solo che il clouster diagnostico di Gardner non propone una lista di sintomi ma un insieme di comportamenti a volte semplicemente adattivi, non rileva elementi di sofferenza del minore che invece sono tipici di questo ordine di circostanze, pensa il sistema familiare in termini di mezzo sistema sano e mezzo sistema funzionante, e lo pensa in termini fondamentalmente sessisti. Il mezzo sistema malfunzionante secondo Gardner è sempre materno – come si evince più che altro da alcune sue dichiarazioni. Infine manca del tutto una corretta diagnosi differenziale con le diagnosi con cui può confinare: l’abuso reale e l’abuso assistito. Ossia: in quali comportamenti il bambino che ha una PAS è diverso dal bambino che è vittima di un abuso? Quando un bambino che dice che la madre è stata picchiata sta mentendo? O che lui è stato picchiato? Esistono sintomatologie diverse? Questo quesito è importante.
La cultura psicologica italiana –ai minimi termini- unita a un sostanziale sessismo di fondo, non di rado ravvisabile nei tribunali, ha portato a un uso avventato della PAS soprattutto in molto processi in cui al centro della questione c’era l’accusa di violenza di genere del padre sulla madre e di violenza assistita verso il minore. Il concetto di alienazione parentale è stato chiamato in causa dagli avvocati di parte come grimaldello per screditare la violenza sulla donna, e a far passare come invenzioni le denunce di aggressioni e percosse. E dunque, è abbastanza comprensibile e plausibile che oggi solo a sentirne parlare, soprattutto considerando che al di la delle etichette generiche sono le madri ad essere accusate di istillare delle menzogne nei figli, la maggior parte delle donne si arrabbi terribilmente. E nella complicata situazione di un paese con l’economia di un primo mondo e l’ideologia di un quarto la maggior parte delle femministe – che vanno lottando per abitare per lo meno il secondo – rimanga sconcertata di fronte a chi combatte per un ingresso a pieno titolo della pas nelle cause di diritto di famiglia. I mariti picchiano, non pagano gli alimenti, si rifanno con gesti violenti sui figli in percentuale preponderante nelle cause di separazione, ci possiamo davvero stare a occupare di PAS? Non ci sarebbe una lista di cose prioritarie prima?

In mezzo a questi interrogativi Hunziker e Bongiorno, insieme già in una fondazione per la lotta allo stalking e alla violenza di genere, hanno deciso di patrocinare una nuova proposta di legge che sanzioni la PAS financo con la galera. Si era appreso qualche giorno fa con un’intervista da Fazio, in cui la showgirl aveva alluso al fenomeno e parlato della diagnosi, e ne era sorto un risentito dibattito, con tutte le associazioni femministe pronte a negare l’esistenza stessa del costrutto e delle circostanze che lo producono, mentre psicologi e psichiatri cadevano in un silenzio imbarazzato dinnanzi a una protesta di legge che a proposito di un sistema familiare nella sua interezza abusante e compromesso sancisce IL BUONO e IL CATTIVO proponendo IL GABBIO per il cattivo utilizzando una diagnosi che, pur individuando qualcosa di riconosciuto clinicamente, è al momento inutilizzabile per come è operazionalizzata. A correggere il tiro poi, arriva l’intervista di Susanna Turco a Giulia Bongiorno, che paraculescamente cerca di mettere una pezza sull’evocazione della pas dicendo cose come no, ma mica parliamo di quello eh – quando ci sono gli psicologi non ci si capisce mai niente! E allora noi parliamo delle circostanze oggettive, capito come.

Dice l’intervistatrice – scusa ma ci hai fatto caso al fatto che allo stato attuale dell’arte, di pas si parla sempre nei processi di abuso?
Si ma a me, che me frega. Se va così va così.
Un’intervista istruttiva, leggetela.

Ora. Bongiorno si occupa da sempre anche con una certa serietà e buona fede di violenza di genere, e probabilmente si sente protetta dal suo stesso curriculum. E ha certamente ragione a occuparsi di un fenomeno che esiste, e a indicare la necessità di offrire giuridicamente degli strumenti di intervento perché è vero che esiste il fenomeno, è vero che non di rado molti padri, sono allontanati ingiustamente dai figli, e soprattutto è vero questo io credo- che la vita un padre ci da, quel padre, non un altro, con quello dobbiamo fare i nostri conti belli e brutti di figli, e per quanto è possibile quel padre li che è nostro, non ci deve essere tolto. I bambini hanno davvero questo diritto ed è giusto che sia rispettato. E penso come ho scritto nel post linkato che in un figlio questa questione crei dei conflitti inconsci e quindi mi dissocio da tutte quelle correnti femministe che vogliono cassare la PAS tout court.

Ma certa supponenza e goffaggine sono imperdonabili. Si percepisce l’occhio fisso su un femminismo che è anche corretto, e che come vuole più accesso per le donne nel mondo del lavoro chiede il riconoscimento degli uomini nel mondo del privato e quindi si propone di sanzionare quei casi in cui il femminile usa il privato come forma di potere. Tuttavia lascia sbigottiti da una parte la malagrazia con cui ci si avventura in un dibattito ampiamente avviato, fino a raggiungere vertici inusitati di becera ignoranza: ah le femministe non hanno letto la legge mia, (ma dovevano? Ma a che serve avere una showgirl a comunicare se alla prima critica su quella comunicazione si rinfaccia la legge? Ma correggi la comunicazione prima) ah si la pas non esiste vabbeh io non ne parlo mica, ma però mi serve parlarne, ah tanto gli psicologi confondono le acque sebbene sia del benessere psicologico dei bambini nevvero che si dovrebbe parlare – e per quanto alla fine la questione sia un giochino di potere tra le parti e una patologia del potere quello dovrebbe essere il vertice di osservazione.

Dall’altra anche la stessa proposta di legge rende perplessi perché è ispirata sul principio della sanzione come efficacia detrattiva su un certo comportamento – la minaccia del gabbio! – e pone l’accento sull’idea di un comportamento colpevole contro uno invece non colpevole quando se fossero chiamati in causa le persone competenti le cose sarebbero impostate in ben altro modo. E il sistema familiare ad essere rotto. Posso capire il sanzionare una ex coniuge che non faccia rispettare il ritmo di visite all’ex marito, o l’esercizio della funzione paterna. Ma la sanzione di un’opinione sull’ex marito mi pare una forma di delirio istituzionalizzato oltre che ridicolmente controproducente.
Al di la delle mie perplessità sul testo della legge, non credo che si possa risolvere il problema della comunicazione su questi temi mettendo in mezzo una signorona di successo nello spettacolo che odora di superficialità e privilegio ogni volta che sorride e ciancia di un mondo materiale che non sarà mai costretta a sfiorare, e forse sarebbe un atto di coerenza oltre che la risposta a una necessità tanto sentita, proporre degli strumenti anche giuridici e richiederne di psicologici per aiutare quelle stesse avvocate femministe e periti di parte a discriminare la PAS dai casi di abuso – sia nel caso in cui l’abuso sia violenza subita direttamente dal minore che sia invece violenza assistita sulla madre. Per quanto alla Bongiorno l’intervento degli psicologi appaia come confusivo, forse non se ne può prescindere tanto, considerando il fatto che in questo genere di processi la testimonianza del minore è dirimente. Non solo come diretto interessato nei casi di affido ma anche come teste per appurare l’eventuale violenza sulla madre la quale come si diceva spesso è screditata invocando la pas. Va ricordato infatti che spesso quando gli uomini compiono violenza si mettono nelle circostanze opportune a che la vittima abbia come unica testimonianza proprio i figli, e attuano processi intimidatori allo scopo di non far produrre alla vittima prove che possano poi essere usate contro di loro. Per esempio prima le accoltellano poi le portano al pronto soccorso e in loro presenza le donne aggredite non parleranno di aggressione ma di incidenti e l’ospedale non potrà scrivere niente di utile in un processo futuro. Allora capire da altri e più adeguati sintomi se un bambino racconta di un abuso per non perdere la vicinanza con la madre, o invece lo fa perché ne ha memoria diventa un compito ineliminabile e una nuova riformulazione della PAS quanto mai auspicabile. Io ho la sensazione che certe sintomatologie molto franche e invalidanti – bambini che hanno appetito disturbato, che non dormono la notte. Oppure che sono precocemente portati a fare giochi in cui al centro c’è la violenza e un contenuto pesantemente sessuale, in maniera reiterata e ossessiva siano più probabilmente vicini all’esperienza di abuso reale che presi da una narrazione dell’abuso. L’abuso rompe, disorganizza crea un disagio esperienziale. Il suo racconto allo scopo di tenere vicino un materno avvertito come importante forse non comporta le grandi fratture psichiche della grave violenza assistita o subita e se ci dovesse essere una sintomatologia comparirebbe più tardi, con connotazioni più sottili. Ma su questo mi piacerebbe che intervenissero colleghi che lavorano con bambini.

Quello che posso dire con certezza è che coerenza vuole che – se ti occupi di violenza domestica il lunedì, non te ne puoi fottere il martedì perché il nuovo argomento ti attizza di più.

Luz se ne va. Lunga vita a Luz

Rimasi molto perplessa, e anzi anche altre cose come arrabbiata, per strano che possa sembrare, ma di più addolorata e dispiaciuta quando, all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo, i sopravvissuti alla strage avevano deciso di far continuare a uscire il giornale. Comprendevo una serie di ragioni che oscillavano dalla psicologia sociale, a quella individuale, dalla pressione economica a quella politica.
Il giornale doveva uscire, per dimostrare al cosmo tutto che l’attentato non era riuscito. L’umorismo iconoclasta di Charlie non doveva proprio ora, smettere di incarnare la tradizione di certa Francia, che brucia i nobili, che mangia i preti, che sputa la correttezza politica insieme ai chador fuori dalle scuole. Charlie era l’incarnazione novecentesca del settecento francese e la comune, di Voltaire e l’anticristo… e che si andava a rassegnare proprio quando c’era più bisogno? E che l’esile anarchia dell’umorismo cede alla dittatura del ricatto mortale? Noi Charlie abbiamo paura! E se tu cedi dobbiamo avere ragione di averla! Imploravano a gran voce Francesi ed Europei.
Non farci avere paura Charlie dunque e ingoia i tuoi morti con il solito sorriso.
Senza contare la valanga di quattrini che comporta il business tutto postmoderno del battutista martire.

Postmoderno. Il regno cioè dove ciò che per un’epoca e un mondo e una storia ha la lettera maiuscola – prende la lettera minuscola e cade tra le virgolette. Il luogo culturale mentale e psicologico dove gli oggetti vengono messi alla distanza di sicurezza della detrazione di sacro, in modo da poter godere leziosamente di essi senza sbattere le corna sul dolore. E’ un luogo, il postmoderno di gentilezza, di clima temperato, di kitch e umorismo infantile. Un luogo di democrazia e di pace. Dove il sacro è la rappresentazione di un mondo lontano, dove la morte è qualcosa di cui si può parlare, che si può evocare e ricordare. Nella dolce patria del postmoderno, il sangue è pomodoro, i cadaveri sono gli scheletri dei cartoni animati, le guerre di religione sono vignette e la povertà è la sua rappresentazione. L’amore postmoderno, come la sua amarezza, ha sempre qualcosa di diluito. Di sbiadito.

Ora ero perplessa, di fronte al tentativo di una sorta di postmodernizzazione lampo della morte – e dunque dell’ennnesima prova dell’irriducibile del sacro. Vedi il tuo amico di una vita insieme ai tuoi colleghi di sempre stramazzare davanti ai tuoi occhi di lunedi, e martedì pretendi da te stesso di poter subito narrare l’accaduto. Hai la prova emotiva della totalmente premoderna sacralità dell’ironia, ora devastata dalla violenza, e cerchi immediatamente di tornare a utilizzarla e a rinarrarla come se la ferita fosse soltanto un disegno brutto che rimane sulla pelle.
Ma la ferita mortale dell’ironia non è un segno in una rete di segni. E’ una contraddizione in termini destinata ad esplodere. E secondo me Charlie Hebdo non poteva continuare. E se da una parte capisco il disperato tentativo di combattere la sconfitta della propria ragion d’essere, per quanto riesca a indovinare e sentirmi anche vicina emotivamente a chi ha tentato il tentabile, non posso non considerare con perplessità la richiesta grave e patogena di un contesto culturale che ha imposto di non abdicare e che su quella fallace sopravvivenza estrema ha strutturato persino una fonte di lucro. Vai in edicola! Compra il numero della speranza!

A settembre Renè Luzier -lascerà Charlie Hebdo. Vignettista di punta, sopravvissuto alla strage per miracolo, aveva preso la direzione del giornale dopo Charb, ma non regge il tentativo e dopo qualche mese dalla strage si allontana dal periodico. Parlando disperatamente, dell’ossessione a ricostruirsi una vita. Non si può fare a meno di fargli tutti gli auguri di questo mondo, a lui e ai suoi colleghi, e non si può fare a meno di capirlo ora come forse allora, quando ha tentato con tutto se stesso di tenere in piedi ciò che ha amato, l’eredità di colleghi ora sentiti come sacri, e l’importanza tutta premoderna e terribilmente ineludibile di tutto quello che c’era di etico e di politico nella scelta linguistica di un settimanale satirico. Non ce l’ha fatta, come dubito ce la possano fare i sopravvissuti alla strage di gennaio, perché mantenere l’ironia dopo una strage è una contraddizione in termini psicologicamente poco sostenibile.

L’ironia è una difesa nobile, matura, adatta a prove in cui però, forze ben più determinate, potenti della psiche sono già entrate in campo hanno fatto il loro lavoro, e hanno vinto. Entra in scena quando la negoziazione è possibile, quando varie manovre di raffreddamento dell’aggressione sono state rese possibili, oppure semplicemente non sono state necessarie. Il problema epistemico di Charlie era questo, il credere che le manovre precedenti potessero essere sempre sostituibili quando erano in realtà ineludibili. Per vivere quella satira aveva bisogno di quegli altri che non la facevano, aveva bisogno dei giornalisti che facevano i reportage, e dei ricercatori che facevano le inchieste, e del sindacato che faceva le proteste, e dei politici che facevano la politica, e di tutte quelle agenzie psichiche del collettivo che svolgevano le funzioni psichiche del collettivo allo scopo di dominare il nemico di turno. Dall’aggressione della rivolta all’intellettualizzazione degli scrittori, c’era un mondo psichico e operativo necessario prima di difendersi nel sapido lusso della distanza ironica. Il piatto era già addomesticato.
O meglio, si è creduto che il nemico fosse addomesticato. Che il mortale era riconfigurabile in una narrazione possibile.

Invece la morte è entrata saltando tutti i passaggi in un contesto strutturalmente impreparato a negoziarci, almeno con questa sintassi. Se Charlie Hebdo fosse stato un giornale di inchiesta o politico, per dire, le persone che ci lavoravano trovavano nella scrittura una possibilità di negoziazione, un linguaggio psichico, una classe di azioni che le avrebbe un pochino aiutate, piuttosto che imporre loro cortocircuiti mentali a dir poco intollerabili. Con ogni battuta che chiede di compiere immediatamente un passo lontano da un passato che sta addosso, con un compito comunicativo che impone qualcosa che è contraddetta dallo stesso stato d’animo.
Io penso che la scelta di Luz sia più che comprensibile. E spero che lui e i suoi cari colleghi ancora forti e vivi e con tante cose da dire, comincino a farlo. Trattenenendo tutto il politico e sacro che non ritenevano opportuno manifestare in quanto tale, e lavorandoci con altri linguaggi altre difese, altre strutture mentali e stilistiche. Più adatte al loro momento di vita. E di cui possiamo ancora avere grande bisogno.

Psichico 18/ Psicopatologia del buon cuore

Quando si pensa alla bontà, non si pensa mai ai suoi possibili tranelli, e alle gabbie – alle volte mefitiche a cui porta l’abuso di generosità. Così poco ci si pensa, così tanto anzi si ha paura del lato pericoloso dell’oblazione, che c’è tutta una retorica condivisa sul dovere della generosità, sulla superiorità morale del mecenatismo psicologico, sull’importanza del disinteresse nell’uso del proprio tempo, del proprio spazio, dei propri soldi, e soprattutto della propria emotività. Questa retorica viene portata avanti frequentemente da chi di nobiltà d’animo ha spesso e volentieri una modesta esperienza. E’ una retorica che sottovaluta i costi, che porta avanti chi non ha ben chiaro che cosa implica smazzarsi in quattro per un altro, e che ricorda tanto quell’altro stereotipo etico: la gloria dell’umiltà. Ma come vanno pazzi per gli umili quelli che hanno un ego talmente spropositato da non ammettere confronti, mi viene da sospettare che in tanti glorifichino la bontà quando all’atto pratico non smuovono mezza paglia per aiutare un altro essere umano loro vicino.
Per favore affrettatevi al regno dei cieli! In modo che noantri si stia qui nel purgatorio con agio e senza troppa concorrenza.

Cercherò allora di fare un post sulle prassi di aiuto che abbia un andamento circolare: cominciando cioè a parlare di tutti gli aspetti scabrosi dell’atto generoso per poi tornare a una sua riformulazione diciamo più protettiva per tutti.
Perché ecco. Di aspetti scabrosi fortemente scotomizzati ce ne sono moltissimi.
L’atto generoso parte infatti da una constatazione di asimmetria, dove c’è una persona che può fare delle cose che un altro non può fare. Quando questa asimmetria è transitoria, velocemente ribaltabile – non ha grandi strascichi problematici. Ma quando si cristallizza si verificano situazioni poco belle e poco benefiche per tutti. L’aiuto diventa una forma di dominio, l’essere aiutati una forma costante di sudditanza e minorità. L’aiutare permette un controllo, l’essere aiutati una deresponsabilizzazione. L’aiutante più aiuta meno si occupa di se e l’aiutato paradossalmente fa lo stesso. L’aiutante può sentirsi sempre buono e generoso e bello socialmente – l’aiutato sta confinato nel triste perimetro dei bisognosi molto arraffoni e poco glamorous. Se questo tipo di relazione dilaga e occupa tante aree della vita, cominciano a emergere dei rancori in entrambi, variamente percepiti alla coscienza. L’aiutante comincia a provare stanchezza, un grande senso di invasione, e un senso di delusione, perché la relazione di aiuto è diventata un vincolo – che spesso e volentieri se da una parte magari argina un collasso, dall’altro impedisce sistematicamente un’evoluzione o un’emancipazione. 
Bisogna sapere, per quanto non ci piaccia, che sentimenti puri, come i colori primari, non ci sono in natura, e quindi immaginare che quando uno auspica un certo tipo di scelta per un altro, che continua a lamentarsi ma non la fa quella scelta, può arrivare una sorta di astio che metà è generosità e l’altra metà è fastidio per il limite del proprio potere, per l’anarchica resistenza dell’autolesionismo altrui. Da parte sua l’altro, tante volte più soffre dell’asimmetria immobile, meno mette in discussione il ruolo che sta esercitando, più si ritrova ad invidiare suo malgrado la persona a cui deve tanto. E se un domani la relazione di aiuto si dovesse rompere, e la persona aiutante potesse rivelare la sua estenuazione, facile che l’aiutato esploda in tutto il suo ingoiato risentimento per quella tremenda asimmetria delle risorse: psichiche o anche materiali, oltre che per la fine di una sorta di perverso gioco dei domini reciproci.
Ti chiamo e non mi obbedisci più!

La verità è infatti che in queste situazioni cristallizzate ognuno delega all’altro aspetti di se a cui normalmente non da piena cittadinanza. Diciamo li subappalta. Li osserva, li controlla e li manipola come se fossero un teatrino allegorico. L’infelice è la parte infelice di se rimossa, negata, taciuta e ritenuta insoopportabile, che si annaffia e si cura nel corpo di un altro. Il buono è il contenitore di tutte le cose buone di se tutto quello che si vorrebbe avere e non si ha e che terrorizza mettere in gioco, o che si vuole punire per varie questioni remote. Non è raro il caso di amicizie che nascono con questa asimmetria per esempio, poi l’infelice sta meglio e quindi si scopre improvvisamente che meno femice non piace affatto! Che libero disturba. Ma agli aiutanti capita ancora più spesso la circostanza per cui non hanno alcun diritto a stare male, non hanno alcun diritto a chiedere anziché dare, e subito intorno a loro, si crea un’imprevista desertificazione.

Scrivendo di queste cose ho in mente situazioni estreme, in cui io stessa sono incappata in passato per lunghissimo tempo, o in cui sono incappate persone a me care. Le donne per esempio che hanno un compagno violento che non lasciano anche perché lo vedono, a ragione, psicologicamente in difficoltà. Gli amici che sostengono l’amico del cuore, o il fratello tossicodipendente – che promette di smettere al mattino e ruba loro i soldi il pomeriggio. Le persone che si dedicano con grande zelo al volontariato facendone la sostituzione di una professione. Tutte queste persone si ritrovano con un privato confiscato da una relazione che ha una sorta di connotazione famelica e inesauribile, che chiede sempre di più, che non da mai soluzioni, che erode gli spazi intimi e le energie necessarie all’aiutante a progettare la sua vita. Non di rado hanno una funzione omeostatica, perché tengono l’aiutante lontano dalla risoluzione di suoi problemi personali. Ma il prezzo è quello di diventare letteralmente confiscati dall’altro.
In certe situazioni questa cosa è molto molto evidente. In certe altre molto sottile. L’amico con una situazione drammatica che occupa la vita massicciamente – ce l’abbiamo tutti presente e salta all’occhio. Il volontariato ossessivo anche – ma certe situazioni sottili passano più inosservate e diventano palesi quando è troppo tardi: per esempio, la madre che soffre molto per una separazione e fa in modo che la figlia o il figlio non si possano mai conquistare un’autonomia perché lei è triste e sola e fragile. Il figlio non la cerca perché ha paura di confrontrsi con la sfida di una convivenza.
Poi magari va in terapia capisce cosa è successo, la madre è diventata molto anziana, ed è troppo tardi.

Questo non vuol dire che bisogna diffidare da qualsiasi forma di altruismo, o che non sia possibile aiutare gli altri. E naturalmente esistono le patologie di segno opposto, che sono altrettanto sconfortanti e impoverenti. Oltre che moralmente sanzionabili: tra due matti di cui uno si spacca per gli altri, e uno che se ne fotte, continueremo a preferire i primi. Ma forse quando si incappa in queste situazioni molto drammatiche, che ci mobilitano molto emotivamente, è bene mettersi in guardia e mettersi nella disposizione d’animo di non farsi male, e in un certo senso di non fare male all’altro. Se si è capito quello che ho scritto fino ad ora, si possono desumere delle indicazioni di massima: per esempio quella di non sostituirsi a un personale esperto – né nell’ambito del volontariato né con amici che sono in grave difficoltà. Una confessione va bene, una chiacchiera pure, ma ti devi far curare e io te lo devo dire a chiare lettere. Non potrò farlo io. E non potrò portartici a forza, ci devi andare con le tue zampette. E se non ci vai – ciao. Ci siamo visti.
Si possono dare dei soldi, ma attenzione a non togliere all’altro la possibilità di reperirli. Più questo altro è nella situazione di poter lavorare meno bisogna dare per scontata una disponibilità economica. Si può ospitare l’altro, ma per brevissimi periodi. Poi si deve stare attenti ad altre cose. Si devono evitare anche relazioni eccessivamente unilaterali.
E soprattutto bisogna sgombare il campo dalle motivazioni spurie che portano alla coazione da comportamento nobile. Con ogni probabilità quando si indugia tanto in questo tipo di scelte c’è un malessere a monte che si sta cercando di ignorare con accanimento, una serie di problemi che non si vogliono risolvere e tutta una serie di magagne che il narcisismo del buon cuore occulta. Occhio e – in caso – terapia.

(Il volontariato è per me un discorso a parte. Sono tendenzialmente contraria al volontariato. Ma ne parleremo in un altro post)

thanatos e logos: Eziologia di uno stupro

Dunque, è la cronaca recente.

Una mattina un ragazzo sale su un taxi e trova una tassista donna. Al momento del pagamento, scende dal taxi, sale dalla parte anteriore, protesta perché la tariffa secondo lui è troppo alta, e comincia ad aggredire fisicamente la donna. Prima con forti percosse, poi con una violenza sessuale. Un altro tassista denuncerà l’accaduto e le forze dell’ordine riusciranno a prendere il colpevole. Si era molto arrabbiato ed è stato colto da un raptus, ha detto con una certa freddezza durante la confessione. Ma al di la della confessione è emersa una lunga storia di psicopatologia individuale e sociale: l’uomo viene da un matrimonio finito per le sue violenze contro la compagna, ed è figlio di una coppia genitoriale a lungo tormentata da una grave violenza di genere. Vuol dire che questo stupratore è stato un bambino che ha visto il padre picchiare la madre, forse violentarla a sua volta, ha visto la madre come qualcosa di intollerabilmente ferito e malato. Forse non si ha sempre chiarissimo che scacco in termini di sopravvivenza materiale e psichica implichi per un bambino vedere la propria madre che sanguina perché il padre gli fracassa la testa al muro. Che scelte psichiche impone in un tempo in cui molte risorse strutturali non stanno li pronte a sorreggere l’esperienza di abuso. Perché i clinici quando i bambini assistono a violenza fisica e sessuale parlano di abuso.

Un bambino che assiste all’abuso della madre, quella da cui e nato e che, secondo un sistema sesso genere organizzato in maniera conservatrice, è percepita come colei che nutre e da vita e con cui si avvia una negoziazione graduale di identità – è un bambino il cui futuro esistenziale è facilmente confiscato e menomato da quello che ha visto. Il bambino ha come chance di identificazione o l’oggetto moribondo e vittima – il materno, o quello mortale e persecutorio che è il paterno. Le terze vie se ci sono sono quelle che potrebbero essere offerte dalla rete esterna alla famiglia: parenti istituzioni di vario ordine e grado. E la fruizione di quelle terze vie – qualora siano a disposizione – può dipendere anche dal colore psichico dell’io del bambino, per usare una metafora che usava il mio maestro, o i fattori di resilienza per alludere alla terminologia corrente della psicologia contemporanea. Ma forse dovremmo parlare crudemente del corredo genetico di cui dispone. Fatto sta, che spesso il figlio di una coppia violenta diventerà un uomo violento. Perché è stato un bambino che è scappato dalla morte di se stesso vestendo i panni del padre.

Operazione che però avviene in tempi precoci, bruciando le tappe, saltando processi dialettici in un ambiente fortemente compromesso che dimezzerà le sue capacità adattive. Una madre che le prende in continuazione e un padre che le da in continuazione sono implicati in una situazione per cui se il figlio piange ed è terrorizzato non avranno braccia per lui, non saranno mai contenitivi. In queste circostanze il bambino è esposto a un doppio fuoco: dall’esterno per l’abuso della violenza assistita, dall’interno per la mancanza di contenimento affettivo ed emotivo di quegli stessi vissuti che la violenza assistita ha comportato. Se madre e padre sono presi in una colluttazione – chi fa la reverie dell’esperienza terrorizzante? Per citare <bion, che si fa degli elementi beta che devono diventare alfa? Emozioni ingestibili e incandescenti rimarranno tali per sempre.
Molti disturbi di personalità nascono in questa doppia aggressione: dall’esterno cose brutte, dall’interno niente risorse e quindi una costitutiva incapacità di gestire le emozioni quando irrompono.

Questa cosa può aiutare a capire un pochino il concetto di raptus. Il quale non deve essere inteso come l’irruzione di qualcosa di anormale nel tessuto di una personalità che riesce a essere efficace nella gestione della sua vita e delle sue emozioni, ma l’irruzione dovuta a una difficoltà consistente anche se non sempre identificabile come dire – a occhio nudo. E forse tutto questo ci può anche aiutare a capire le reazioni della madre, e la blanda sanzione che ha espresso nei confronti del figlio una volta interpellata dalla stampa. Infatti io ho trovato questa madre penosa e comprensibile, persino brava. Ha detto “cercate di ascoltarmi” e capiva che la sanzione era meritata e il crimine andava sanzionato. Ma quella è una donna che sa di aver generato un figlio e una sofferenza e un crimine. E’ una donna che ha scelto un padre sbagliato e deve rovinarsi la vita per quello che ha fatto. Prima del crimine, come capiterebbe a ognuno di voi se fosse nei suoi panni, leggerebbe ora sui giornali la sua colpa e la sua responsabilità. La sua colpa originaria. E’ una cosa terribile e bruttissima e non bisogna proprio fare del facile moralismo. E’ una condanna.

Ora tutti quanti dicono cose orrende su di lei e sullo stupratore, il quale è – giustamente – in imputato. Per questo ragazzo la prigione potrebbe essere la cosa meno grave che gli sia capitata mai, e forse la cosa che gli può portare qualcosa di buono. Una funzione paterna vicaria. Un tardivo contenitore psichico. Dipenderà chi trova e cosa farà.
Ma tutti sono qui a gridare allo scandalo! Ah i raptus! Ha parlato di raptus il cretino! Ah la madre, ma scusa, ma come lo giustifica! E certamente tra chi minimizza e chi si scandalizza bisogna indubbiamente proteggere chi si scandalizza, il perdono è di Dio, la morale è degli uomini e lo scandalo è una delle poche risorse di cui disponiamo per mantenere una bussola etica che ci difenda come soggetti, che ci faccia discriminare. Noi abbiamo bisogno dunque di un’iniziale indignazione che ricordi cosa e male e cosa non lo è. Un uomo ha abusato di una donna, e ha portato il male. Lo ha messo nella sua vita, e ora quella donna dovrà lavorare a lungo per fare di quel male un oggetto manipolabile, per farne qualcosa. Dall’ingresso di quel male in poi, da quell’intrusione in poi – la sua vita non sarà più la stessa.
A voja a ciancià di raptus – vien da dire.

Tuttavia.
Una volta assodato cosa è male e cosa non lo è. Una volta stabilita la priorità della sanzione tocca assumersi la responsabilità politica e civile di capire cosa produce quella cascata di male che sta dietro la storia di una vicenda di abuso. Bisogna interrogarsi su come intervenire anche in termini preventivi, ascoltando chi ha da dire qualcosa sulle circostanze emotive e socioeconomiche che presiedono all’abuso. E questo è dunque un buon esempio del post di ieri. Un’ottima occasione per capire – da una parte la capacità di thanatos di irrompere dove la rete relazionale lascia spazio, nella perfettibilità umana che sta dietro qualsiasi contratto sociale, anche quello bellissimo e meraviglioso che desidereremmo per noi. Dall’altra in quali modalità il nostro contratto sociale incoraggia thanatos, gli da forma e struttura. Come il contesto sociale agisce sulle matrici relazionali, come offre o meno strutture protettive. Ivi comprese banalità tipo – ma sto ragazzino ce l’aveva un asilo nido a disposizione? Un nido in questi casi fa miracoli, perché porta all’inizio della vita fattori di resilienza aggiuntivi, relazioni protette dalla morte e dalla violenza, un’area di riserva. I servizi sociali sono mai arrivati a questa famiglia? E in che modalità perché due volte su quattro c’è da rimpiangere l’assenza di stato sociale quando intervengono i servizi sociali – allo stato attuale dell’arte. C’è stato un centro di igene mentale, un porto , un servizio pubblico un qualcosa a cui questa coppia di cittadini alla deriva, genitori del futuro stupratore, potevano fare riferimento? Lavoravano si no? Quanto la matrice sociale ha congelato nella peggiore forma possibile la matrice relazionale? Quanto questo stupratore è figlio di thanatos e di chi invece a thanatos ha tolto la museruola?

Heroes – ma anche no.

Bisognerebbe sempre essere indulgenti quando dal mondo intellettuale arriva qualcuno che animato dalle migliori intenzioni prende delle categorie della clinica, delle questioni che riguardano la clinica, e ne fa una metafisica personale allo scopo di mettere in piedi una teoria della società. E’ una tentazione plausibile, forse persino un compito necessario – perché qualcuno insomma – si dovrà pur occupare di pensare a quello che succede, dovremmo pure tentare una ricerca di senso, e anche una strada per raddrizzare le cose. E quando si critica un simile tentativo – bisognerebbe sempre usare una certa gentilezza se ci si dovesse accorgere di una certa bontà di fondo nell’autore, una sua reale preoccupazione per l’umano, per il vicino, un dolore per il tragico. E tutte queste cose le scrivo perché ho finito di leggere gli Heroes di Bifo, Franco Berardi, che ho avvicinato con un consistente risentimento per vedere reiterato il vizio di un’intera classe intellettuale, e che lascio invece con una sorta di dispiacere perché quel che temevo, il parlare astrattamente della carne che soffre schiacciandola in categorie che la includono solo blandamente, è abbinato a un sostanziale buon cuore. Alato, apolide, ma pur sempre realmente interessato agli altri. Io avevo già intuito, anche perché ne avevo anche avuto qualche boccone anticipato, il nocciolo del libro – ma non conoscendo Berardi, non mi aspettavo quel senso di gentilezza e di buona fede. Per cui, con mia sorpresa, mi sono ritrovata dire:
ma Bifo, macheccazzo.
Mi stai simpatico e mi procuri per questo, un imprevisto senso di delusione.

La teoria di fondo è questa: si sta sempre peggio, in specie in occidente, ma considerando l’occidente una categoria estesa quanto pervasiva, che esclude tipo l’africa e alcuni paesi dell’Asia. Questo occidente gigantesco si è infilato in un nuovo passo del capitalismo che distrugge le persone letteralmente, che le induce a un malessere senza scampo. Le famiglie vengono distrutte infatti, la rete sociale viene frantumata, le persone vengono messe all’angolo di una continua ricattabilità sociale, la costante precarietà economica mina il senso di sicurezza, e contro questa erosione dei soggetti spingono forze che chiedono invece di colonizzare, di dominare, di conquistare, di controllare di farsi vedere in una posizione di falso dominio. La capacità intellettuale è colonizzata da questo contrasto, e il soggetto è – in misura relativamente variabile – dalle Alpi alle Piramidi dal Manzanarre al Reno – scalzato da se stesso. Di fronte a questa prospettiva terribile allora l’atto suicidario diventa un atto di protesta, un atto di sottrazione, persino una sorta di spiaggia nobilitante. Comunque, sempre l’esito delle forze di questo presunto sistema unico dell’esistente.

All’analisi di questo tremendo fenomeno, in parte oggettivo e reale, Bifo dedica trecento e rotti pagine, puntellate di suicidi e di suicidi omicidi, che come stelle irradiano la rete sociale ed esistenziale di provenienza, si specchiano e si confermano l’un l’altro in un’unica lettura possibile dell’esistente. Le ultime cinque invece suggeriscono come rimedio l’autonomia ironica – devo dire lasciandomi discretamente di stucco. Perché insomma dopo trecento pagine di morte coatta dell’individuo, di logiche pervasive che erodono la libertà materiale e spirituale, di vicende mortali e tragiche, scritte anche con una serietà e affettività ammirevole, l’evocazione della autonomia ironica è un’istigazione all’insulto.
E quando ho cominciato a occuparmi di questo libro avevo tacciato Bifo di essere un radical chic. Ma no! Non conosci la sua biografia mi venne accoratamente detto. Eh, però cazzo a fronte di uno che si ammazza dopo aver sparato a una classe di bambini, l’autonomia ironica ecco. Me dovete legà.

Certo il libro merita di essere letto e stimola anche tante utili riflessioni. Esiste davvero un capitalismo stritolante, espropriante, desoggettificante, patologizzante. Esiste una frantumazione della rete sociale che lascia le persone più sole e in difficoltà, esiste certamente un mutamento di prospettive generazionale per cui, il futuro che in occidente si disegna all’orizzonte può avere qualcosa di incerto e mortifero, e sinistro. Esistono certamente circostanze drammatiche che ingoiano la vita di alcuni e anzi di molti. E’ difficile non avere gli occhi per vederlo. Sia nel proprio privato, sia nella vita delle persone a noi vicine, che accendendo un telegiornale. Ma Berardi prende questo turbo capitalismo e per esigenze di sistema teoriche ci ficca tutta la realtà possibile, ci ficca tutto il mondo, ci ficca i giovani i vecchi e i bambini, ci ficca le lotte politiche e gli attentati, i suicidi e gli omicidi. In una premoderna visione della realtà in cui Dio è dato per morto, Woody Allen è spacciato– rimaniamo fermi alla teoria del Capitale. Il totem vetero marxista sbriluccica come non mai e si mangia tutte le chiavi di lettura e di lavoro che abbiamo messo sul tavolo nell’ultimo secolo.

Cosicché il monito che faceva tanto ben sperare all’inizio del libro – gli unici che hanno qualcosa da dire sono gli psicologi! Peccato non li ascolti nessuno – viene tradito con somma convinzione per tutto il resto del tomo. Perché tra gli arnesi e gli occhiali che oggi non possono essere lasciati da parte quando si parla di individui e collettività – quelli della ricerca psicologica sono diventati ineludibili specie quando a sostegno delle proprie tesi si fanno inferenze che riguardano un ambito psicologico prima che sociologico e culturale. Stabilire se una persona si suicida per il turbo capitalismo o per altre cause, e un quesito tecnicamente e prioritariamente psicologico – la domanda per cui oggi siamo di fronte a un numero maggiore di omicidi suicidi rimane una domanda strettamente psicologica – posto che il dato sia corretto. Posto che l’impianto sotteso del libro non esplicitato ma continuamente reiterato – il male arriva con il capitalismo, il capitalismo peggiora l’esistente non sia una favola ottimista – ma di questo parleremo dopo. E forse sarebbe saggio per non dire umile, prendere in considerazione le logiche che di solito connotano la riflessione psicologica, la quale in primo luogo non può permettersi totem di nessun genere.
La psicologia o la psicoanalisi hanno infatti qualcosa da dire, perché non parlano dell’umano, soltanto. Non ne leggono esclusivamente, ma ci si confrontano con lunghi scambi i quali devono prescindere – specie per chi eserciti anche nel servizio pubblico – dall’illusione che altri funzionino come noi, siano permeabili alle nostre stesse categorie. Tradotto. Vedere un paziente – sentire una persona che parla implica riconoscergli una cultura di provenienza, un mondo e una storia. A quella microcultura farà riferimento, a quella sua storia individuale e sociale. Parlerà dei suoi affetti, delle sue origini e persino, volontariamente o meno di quell’alterità irriducibile a nient’altro che è il suo corpo. Si dovrà riconoscergli la strutturazione di qualcosa che è avvenuto in tempi passati e che ora è anche più o meno dolorosamente stabile. In quell’intreccio dolorosamente stabile sta la spinta eventuale a un atto omicida o suicidario. Qualche volta, potrà capitare che nel parlare di se e trovare un bandolo, le persone lamenti le strettoie esistenziali della logica moderna, altre capiterà che il clinico addirittura le veda per lui. Ma tanto tanto tanto spesso, Bifo mio, non gliene frega niente. O meglio, accade che riconoscano gli oggetti di cui parla Bifo – anche se non sempre – come complementi oggetti delle loro azioni, ciò che la psiche usa. E più le persone stanno male, e sentono la sirena della morte, inflitta e autoinflitta più la questione è secondaria o tuttalpiù strumentale, non per inconsapevolezza – ma per epistemologia individuale.

Al mondo intellettuale piace sempre mettere in discussione l’agency degli altri per portare avanti l’idea che siano sempre completamente agiti da quelle stesse forze culturali che il filosofo o lo scrittore vanno invece disvelando con narcisistico vantaggio – io si che ti ho capito! Tu di te non ci hai capito un cazzo. In questo il lavoro di Bifo è nel solco e in questo ha i suoi meriti e grandi limiti. Stabilisce infatti un’idea di condizionamento che è fallace sia perché non vede le diverse priorità che hanno le diverse contestualità culturali e psichiche, sia perché da molta importanza al commercio costante tra soggetto e mondo esterno pensandolo sempre uguale nelle diverse età della vita, sempre ugualmente strutturante, e senza la minima partecipazione dell’identità corporea. Il suicida o il pluriomicida interagiscono nel loro presente con una contestualità culturale, le rispondono riconoscendo una disperazione indotta e protestano a modo loro tutti invariabilmente agiti e in preda allo stesso tipo di protesta. Tuttavia la ricerca psicologica di tutti i fronti va convergendo, anche dalle opposte fazioni della psicoanalisi freudiana e del cognitivismo, sull’idea che siano le relazioni della prima infanzia insieme alla strutturazione biologica della persona a formare le sue strutture difensive e adattive, e a costituire successivamente la sua dimensione problematica. E quello che accadrà dopo riguarderà molto l’efficacia delle strutture difensive e adattive, e la risultante di quella orchestrazione esistenziale che è l’intreccio tra biologico e psichico che si reifica nel concetto di plasticità neurale. La biologia ha tanto da dire in queste cose, che ci piaccia o meno. E in sede di colloquio clinico le persone spontaneamente mettono su questa strada. L’organizzazione patologica – una formula che forse a quel mondo intellettuale suona politicamente scorretta ma che testimonia di una necessaria assunzione di responsabilità – è spesso allora il risultato di un intreccio tra vulnerabilità biologica e un primo ingresso nella vita accaduto in circostanze deprivanti o variamente traumatizzanti che mettono in mano alla persona un armamentario esistenziale insufficiente, la cui insufficienza salta particolarmente all’occhio quando si constata la difficoltà a scambiare con il mondo esterno, a comunicare a percepire, a essere appunto influenzati, sommersi o salvati. E quando si parla con chi è più sommerso, si è dolorosamente colpiti dalla prigione comunicativa in cui sono caduti, dall’inamovibilità scarsamente adattiva delle loro categorie relazionali. Dal fatto che un antico mondo interno è rimasto come era nei primi anni di vita, perché nessuno ha messo in mano gli strumenti per modificarlo. Ora io non ho incontrato né Breivik né nessuno dei personaggi di cui parla Berardi – ma anche quando si incontrano persone che fanno atti relativamente più modesti per esempio tentare di uccidersi con i proprio figli piccoli come fece una mia paziente, o dare fuoco a un appartamento con delle persone dentro come fece un altro che seguii per un breve periodo – ci si scontra con una più o meno lunga difficoltà a trovare i canali di scambio e di permeabilità con l’esterno. In quella difficoltà e in quella scarsa permeabilità stanno molti dei problemi di quei pazienti e molti dei problemi della costruzione teorica di Bifo. Quel tipo di trame esistenziali non solo è scarsamente permeabile al peggio della vita, ma anche al meglio, anche a un presunto mondo magnifico e meraviglioso che non stritola non chiede e non toglie. Quel tipo di trama esistenziale riesce a nutrirsi molto poco – lo dimostra la maggiore percentuale di insuccessi rispetto a tante altre dimensioni problematiche che hanno le psicoterapie con questo tipo di assistiti (nel fortunatissimo caso riescano ad essere assistiti).
E’ un gran guaio. Per usare un eufemismo.

La questione che la psicologia pone riguarda il successo dell’essere umano rispetto alle altre specie – ed è la sua incredibile adattabilità alla peggio merda. La quale, se diamo uno sguardo al passato e alle circostanze in cui si dibattono gli uomini fuori dal capitalismo, è sempre stata a un livello costantemente alto. Qui entriamo nell’arbitrario, e io mi rendo conto che questa è una mia visione personale antagonista a quella di Berardi, ma fondamentalmente non penso che prima dell’avvento capitalistico era tutto bello e carino e la gente non si ammazzava perché che bella la rete sociale. Ah e c’era la famiglia, patriarcale ma vabbè! Si stava tutti sotto lo stesso tetto che letizia! Io penso in tutta onestà che il Mondo abbia fatto sempre piuttosto schifo per la maggioranza delle persone, e che il vecchio impulso di morte – thanatos – la radice maligna e autodistruttiva si esprimesse con altri linguaggi. Che bisogno c’è di compiere il rito suicidario se dispongo di altri riti suicidari implicitamente istituzionalizzati? Che bisogno ho di proiezioni psichiche collettive – al di la dell’efficacia invogliante di una riproduzione mediatica – se ho queste occasioni quotidiane di ammazzare qualcuno? Non schiantavano aerei, ma uccidevano bambini, fedifraghe, condannati a morte, nemici, ladri dentro casa, pirati in mezzo al mare E prendevamo a sassate infedeli e omosessuali – cosa che per altro nel turbo capitalismo ancora si continua a fare e provoca un dolore che con il capitalismo non ci entra niente In ogni caso morivano di merda e di malattia, stupravano come prassi giuridica, vendevano figli. Il femminile era la palestra di esorcizzazione quotidiana per qualsiasi maschio medio, e quando c’era da esercitare il dominio di parti di se indesiderate e proiettate altrove ti stupravi la novella sposa del bracciante e apposto così. Non c’era proprio bisogno di andarsi a cercare thanatos con tanto sofisticato accanimento – thanatos era all’ordine del giorno. E la malattia ti portava via prima che ti stancassi di te stesso.

Il capitalismo col turbo o meno, cavalcando ambizioni smodate insieme a una vasta coltre di sentimenti ignobili – la competizione, la paura, la rivalità, la vanagloria – cerca reiteratamente di espungere thanatos, per poi ritrovarsela invitta e gloriosa riemergere tra le maglie delle sue relazioni interne. Thanatos non si serve solo del capitalismo, come sostiene Bifo, ma di una vasta intelaiatura di significanti e narrazioni che sono iscritte all’interno di esso e possono esserne bandamente condizionate, o non esserlo affatto, o anche esserlo molto. L’organizzazione politica ed economica di un gruppo sociale viene sempre dopo gli esseri umani che lo costituiscono –l’organizzazione politica è l’esito di un contratto sociale. Thanatos arriva prima, thanatos è prima del bellum omnium contra omnes, è ciò che lo fa è l’umano. Dire perciò che è il capitalismo a generare thanatos è illusorio – almeno per me.

Possiamo però dire che in diverse circostanze ci si allea, e – magari lasciando da parte l’autonomia ironica ma invece facendo ognuno la sua parte – possiamo rimboccarci le maniche e compiere la nostra lotta, che spesso ci fa strappare dei bei punti. Bambini che vanno a scuola. Una coppia che si forma. Una specie la cui estinzione è rinviata. Un parco pubblico. Una scarcerazione. Un progetto di reinserimento nel mondo del lavoro per ex tossicodipendenti. Una casa. Una psicoterapia. Un libro. Ognuno ha il suo braccio, il suo carattere e la sua vocazione per acciuffare il prossimo, e pure un libro su come il capitalismo accelerato taglia la strada può andar bene.

Ma se si vuole dimostrare come ciò arrivi a performare la vita dei singoli e a strutturare funzionamenti patologici sulla lunga durata, se si vuole fare una relazione tra il pluriomicida e la matrice sociopolitica, ci si deve concentrare sui modi in cui la matrice sociopolitica agisce sulla matrice relazionale. Con l’onestà intellettuale di valutarne i doppi effetti però – nel bene cioè come nel male. Questa possibilità è solo sfiorata in alcune ottime occasioni mancate del volume. Si parla di una generica crisi del padre, di un’eclissi del paterno in termini di lessico e di valori, si allude con qualche biografia smozzicata e qualche commento consapevole alla distruzione della cornice familiare in un modo che finisce coll’essere solo retorico, ma che non spiega bene invece cosa succede psicodinamicamente a un bambino che nasce in carcere e che viene separato dalla madre a forza quando ha tre anni – come funziona attualmente almeno in Italia. Non prende in carico la disamina degli effetti sulla strutturazione dell’io e del superio del dilagare dell’alcolismo o della tossicodipendenza in certe regioni del turbo capitalismo e il mancato investimento nel recupero dovuto al fatto che è considerato probabilmente poco redditizio. Cosa succede alla strutturazione della personalità di un ragazzo il cui genitore parisesso è alla deriva? Cosa succede alla personalità di un bambino a cui il padre, o la madre, dimenticati dal capitale in quanto scarsamente remunerativi, spengono le sigarette addosso? Che farà la ragazzina a sette anni messa in strada da sua madre e picchiata perché non partecipa alle logiche del capitale con il dovuto zelo? Che succede ai ragazzini che vedono il padre accoltellare la madre? Che succede se invece un ragazzino viene lasciato da solo a un anno, due anni, tre anni, per lungo tempo? A quello a cui nessuno da niente per lungo lunghissimo tempo? Queste sono le cose che quando vanno male, danno all’individuo un equipaggio inadeguato anche al migliore dei mondi possibili.
Sarebbe bello – un prossimo libro su questo.

In ricordo.

Il gatto della vecchia aveva passato la serata a correre sotto i mobili, come agitato e impazzito, lei aveva provato ad accarezzargli le orecchie che stavano insolitamente piegate verso il basso, gli occhi ne avevano eluso lo sguardo, e poi miagolando era corso via e allora leiaveva intuito che c’era qualcosa di indomabile nell’aria della sera, qualcosa che sta nel cielo e nella terra.
Tuttavia, sapere cosa, le sembrava difficile e in fondo vano, le rimanevano poche cose da campare, vai a sapere se giorni o ore o anni, e allora sarebbe andata a dormire come se niente fosse, che la bestia se ne facesse una ragione. 

La notte scese con un pesante afrore, con un rumore di zanzare impunite, con le luci che non tremavano meno del solito. La vecchia si addormentò sopra il lampione acceso vicino alla persiana, col bicchiere pieno d’acqua sul comodino, le chiavi nella toppa e le foto dei figli nelle cornici. Tanta vita alle spalle, da potersi non curare degli avanzi.

Nella notte esplosero delle cose dentro casa. L’armadio camminò un po’ sul pavimento, la libreria rovesciò per terra le foto del matrimonio, i lampadari ballarano il gatto schizzò terrorizzato nel bagno molti terribili rumori e la vecchia fu molto impressionata. Il terremoto! Escamò da sola – e prese una pasticca per la pressione dal cassetto mezzo aperto della credenza.
La pasticca per la pressione non è certo un marito, non è un figlio non è neanche il gatto rimpiattato. Tuttavia forse, qualcosa fa.

Altrove ci saranno stati anche più danni, più pericoli, e tutte altre cose impietose e disoneste. Una madia a vetri, ha rovesciato tutto sul pavimento le bomboniere dei figli, delle nipoti. Il servizio ricevuto per il matrimonio, l’oliera e l’acetiera. Vessilli di affetto, di stizza, di ambizione sociale. E tutto questa materia del proprio stare nel mondo ora sta frantumato e disordinato sul pavimento, nella luce del mattino.
La vecchia lo pensa come un segno del destino, tuttavia si mette in ginocchio a cercare qualcosa di intatto.