Due note junghiane su “Lo chiamavano Jeeg Robot

 

Nella lettura delle favole che offre la psicologia analitica, l’armamentario ermeneutico utilizzato è quello proprio dell’interpretazione dei sogni, pur tenendo conto dell’aspetto collettivo che le connota. La fiaba spesso e volentieri, con il suo esito didascalico, con la sua morale finale è rappresentabile dunque come uno spicchio del processo di individuazione del soggetto – e va detto, sia esso uomo sia esso donna. I suoi personaggi, sono allegorie di parti psichiche di costrutti interni che si sfidano e si integrano, che si eliminano o si armonizzano. In conseguenze di questo, il mondo delle favole è stato molto analizzato dagli analisti junghiani, e Marie Louise Von Frantz per fare un bell’esempio – mai abbastanza ricordato – ha offerto trattazioni fascinose, e utili nella pratica clinica.

Questo tipo di decodifica del testo della favola si può applicare a molte produzioni artistiche, ma credo che nel caso dei film sia particolarmente congrua, per la natura collettiva del prodotto filmico, a cui partecipano tante menti, tanti desideri, tanti inconsci e tanti sogni. La fabula filmica, anche quando è autoriale è una favola collettiva, ha sempre una sorta di fondo epico condiviso, diversamente da quanto possa essere per un buon romanzo per esempio, così saturo di grandezze personali, di vissuti individuali. I romanzi sono sempre storie di una persona, teatri onirici prima di tutto di un inconscio personale. Il cinema è molto più corale. Anche nella sua fruizione. Un piacere collettivo.
Mi ha molto colpito lo chiamavano Jeeg Robot, per l’impianto credo consapevolmente favolistico della trama, e la delicata capacità di riproporre la tradizionale favola della costruzione dell’eroe in una chiave contemporanea, con un innesto di realismo magico veramente ben riuscito. Mi ha ricordato un libro che ho amato molto La Fortezza della Solitudine di Lethem, con cui ha diversi punti di contatto: l’acquisizione di una maturità etica nella marginalità sociale la negoziazione con parti interne non contattate tramite l’uso di super poteri, il mondo narrativo sullo sfondo dei fumetti – e si vi è piaciuto questo film andatevi a cercare quel libro altrettanto struggente e magico.

La favola della costruzione dell’eroe è infatti un canovaccio trasversale nella storia della produzione popolare. Il giovane nasce senza poteri, permeato di innocenza e banalità, poi un rito iniziatico che lo mette in pericolo lo fa diventare potentissimo ma questa potenza è inesplorata, vana, goffa. Perché l’eroe diventi tale deve incontrare il femminile, e deve fronteggiare il male. Passando attraverso le forche caudine dell’amore e dell’incontro col negativo assurge al rango di eroe. Questa se ci si fa caso, è la trama di molti film di cassetta anche piuttosto mediocri, di molti miti classici, di tante fiabe italiane e di diversi ottimi romanzi – Il Buildungsroman del maschile che si costruisce: esplode, non si conosce, si innamora, sfida, e trionfa.

Questo eroe qui, nasce nell’indifferenziato destino della criminalità di borgata, che non è ritratta come demoniaca, ma come banale, disgraziata, incapace di pensarsi, cattiva di una cattiveria automatica, e tragica nell’ovvietà. Una barbarie fuori del contratto sociale, dove ci si scanna con noia, dove l’identità fa quanto meno fatica. Da questa genesi dolorosa nascono i tre personaggi, allegorie di strutture psichiche della personalità, l’addolorato e solitario protagonista a cui è stato tolta la possibilità di amare e crescere, il disturbato antagonista che si è ingarellato in un narcisismo improduttivo – e un femminile puro, gentile, ma involuto stagnante che è la bellissima Alessia, e che è titolare di una diagnosi – Alessia non distingue il piano di realtà dal piano della fantasia, il suo mondo di Jeeg Robot, e sospinta in un’infanzia eterna da una vita di abusi – noi diremmo è scizofrenica. Ma le diagnosi psichiatriche qui fanno parte del testo metaforico, sono un altro pezzo di canovaccio. La schizofrenia di lei è funzionale alla sua ingenuità, ma anche alla sua pulizia etica – alla resistenza titanica contro laviolazione, mentre il narcisismo dell’avversario è scheletro di un modo di intendere il male – voglio tante visualizzazioni su youtube dice lavorando alla sua bomba sullo stadio – interpretato come l’ossessione improduttiva dell’autoreferenzialità, apoteosi dell’onanismo come impoverimento, del sadismo come ultima spiaggia. Alessia e Fabio sono due a- priori, due principi logici, con cui per crescere insomma bisogna per forza entrare in relazione.

Dunque il film è la storia di queste due relazioni necessarie, la prima con la polarità benefica della relazione, che è incarnata da Alessia – una figura di anima, direbbero gli junghiani, ossia una figura che incarna il femminile interno del protagonista gentile e adorabile quanto grezzo, malato, involuto, e la  seconda  con la polarità negativa di Fabio, che invece è una figura d’ombra, e quindi  incarna gli aspetti interni pericolosi, disprezzabili, spaventosi, repellenti dell’eroe che comunque in ogni caso, sempre criminale era nato e sempre gli possono appartenere – l’eroe per fare bene deve conoscere il bene, ma saper fare e riconoscere il male.
Naturalmente la qualità di un film non la fa soltanto l’intenzione narrativa, che magari non era così scientemente junghiana – probabilmente no chi lo sa – ma la fa il fatto che anzi la resa estetica la renda secondaria, non immediatamente pensata e percepibile. Perché in prima linea, come è necessario che sia in un film c’è la qualità della scenografia e della sceneggiatura, la recitazione e le cose dette. Un bel film lo fanno le belle scene, Quando Enzo e Alessia guardano insieme Jeeg Robot, quando Enzo porta Alessia sulla ruota panoramica che sarebbe ferma, quando salva il derby dalla bomba… e via di scena in scena.

(Infine. Siccome si tratta di un canovaccio narrativo pressoché standardizzato, un canovaccio che è quasi un canone, non ho molto da ridire sulla canonicità dei ruoli di genere. In una prospettiva analitica questo film è la ripresa dell’evoluzione di un mondo interno, riguarda una costruzione del maschile dei maschi, come del maschile delle donne, riguarda l’edificazione di una struttura psichica che combacia con la forza interiore, il discernimento morale, la strutturazione del coraggio e dell’azione. E’ un film sui ragazzi, ma anche – sull’animus delle ragazze).

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Appunti sulla gravidanza

 

 

Da un punto di vista psicologico, si è detto, l’errore madornale della campagna sul fertility day, è stato quello di non prendere in considerazione con la dovuta consapevolezza psicologica il significato della procreazione e della gravidanza nel nostro momento storico, l’aver sottovalutato i discorsi e le preoccupazioni con cui questo evento è vissuto, programmato, o immaginato – soprattutto immaginato – da chi non vi passa attraverso o da chi esita a farlo. Eppure la gravidanza, quei nove mesi in cui una coppia e una donna cioè generano un figlio, rimane uno degli oggetti simbolici, filosofici e psichici più esplosivi che capitino nella vita, un’esplosione che in passato era digerita forse più inconsciamente che consciamente, più emotivamente che razionalmente, mentre oggi affidiamo questa digestione a una serie di saperi, a una parte intellettuale dell’esistenza, che non è detto sia la più agile, ma che è anche vero è una importante conquista di sesso e di classe, di cui nessuno vorrebbe più privarsi. Il nostro modo saputo e culturale di affrontare le cose: i libri, i medici a disposizione, la ricerca delle cause – ricordiamoci – non è proprio una cosa appannaggio degli ultimi due secoli: negli ultimi due secoli era diventata appannaggio per tutti, ma prima era roba di maschi, e soprattutto di maschi ricchi. Quindi riflettiamo, e godiamoci i faticosi effetti di una democrazia esistenziale.

Ora, nella nostra democrazia esistenziale, abbiamo una nuova coppia in cui sono arrivate nuove cose che fanno fatica a convivere con le vecchie, ma che sono ugualmente preziose – sebbene comunque banalmente umane. Nella nuova coppia abbiamo un maschile che accede con più agio ai terreni del femminile tradizionale: la cura, l’affetto, la comprensione empatica, il sentimentale e l’emotivo, e un femminile che accede con più agio ai campi del maschile, l’intellettuale, il trascendente, il razionale, ma anche il potere e l’ambizione. Per entrambi sono sempre state importanti entrambe le componenti, e non si creda che nel patriarcato non fiorissero situazioni in cui tutti accedevano a questo doppio ordine, ma oggi questo è certo molto più frequente anche se non sempre semplice.
In questo nuovo modo di concepire la differenza, dobbiamo far calare la gravidanza – l’esperienza maggiormente differenziante, e per questo in questo momento forse molto complicata da gestire.

 

Lei ha nella pancia, un oggetto metafisico, che lui non ha, ma che in parte gli appartiene.
Lei ha nella pancia, una duplicazione del dna suo, insieme a quella di lui. Questa cosa se tutto va bene diventerebbe un oggetto terzo che non ha niente a che vedere con loro, ma che in parte è loro stessi e che viene dopo di loro e se tutto dovesse andar bene continuare dopo di loro. E io capisco che nello scrivere queste cose accedo a un piano mistico che a qualcuno fa pure impressione, ma pazienza, la gravidanza è il momento filosofico per eccellenza in cui con il corpo si tocca la metafisica, si sfiorano la nascita e la morte, ci si passa attraverso. Durante la gravidanza si attraversano pensieri di angoscia, perché si è come rimpallate dall’emergere della vita alla sua fine. I sogni in gravidanza possono essere – anche se non solo per questo, impressionanti. L’asimmetria di potere tra maschi e femmine è in questa esperienza, per me – lo dico per inciso – un punto cardine importante di molta violenza di genere: la donna vive e fa qualcosa di essenziale per la specie che l’uomo può tuttalpiù controllare, e per cui può provare una cocente invidia, un senso virulento di impotenza. Quando questo senso di asimmetria si innesta su una psicopatologia pregressa abbiamo l’aggressione fisica: nei centri antiviolenza e nella letteratura del settore è noto come la prima gravidanza sia spesso il momento di esordio dell’aggressione di genere.

 

Alla questione metafisica si unisce la percezione inconscia ancor più che consapevole di un grande cambiamento nell’organizzazione degli affetti. Arriva questo oggetto terzo il quale per statuto, per dna, per genesi, è letto come qualcosa che dovrà essere amato, qualcosa che avrà una priorità emotiva, che quindi – specie se è il primo – toglie il vecchio ordine e impone un nuovo ordine, nuove gerarchie delle emozioni. Ci sono cose che alla prima gravidanza non si pensano ma credo che emotivamente si intuiscano, pure nella grandissima variabile che c’è tra soggetti – e di solito, la qualità dei sogni aiuta a capire di quali risorse si dispone. A fronte di questo grande cambiamento esistenziale infatti si sognano spesso grandi scombussolamenti, ladri in casa, furti, disastri, terremoti, dopo di che la regia del sogno farà capire a quali appigli la donna incinta attinge. In ogni caso, sogni di questo tipo a ricordarseli sono sempre una cosa buona, perché danno l’occasione di capire che una digestione inconscia sta avvenendo e una volta che sono ricordati , i contenuti possono passare sul piano della coscienza.

In una prospettiva analitica allora, le narrazioni culturali che circolano intorno alla gravidanza stanno con un piede nell’organizzazione sociale e nelle difficoltà e miti che le donne incontrano quando pensano a fare un figlio, ma con l’altro stanno in quel mondo endopsichico in subbuglio e trasformazione, che da una parte fa i conti con la vita e la morte, dall’altra con la gerarchia degli affetti, e da una terza – aggiungiamo un ulteriore tassello, con la matematica dell’identificazione e dell’accoglienza dell’altro. Farò questo figlio che sarà come vuole esser lui, o sarà così gentile per favore da essere come voglio io? Perché io non posso fare a meno di volerlo un po’ in un certo modo. Anche qui c’è un ampio spettro di possibilità e bisogna diffidare dalle retoriche e dalle mode: l’oscillazione è una cosa complicata – ma per esempio è la più salubre: i bambini non visti nella loro soggettività sono infatti dei nevrotici garantiti perché sovrastati da un narcisismo patologico, e manipolati da esso, ma al giorno d’oggi – proprio perché questa è la tendenza culturale in occidente più eclatante – si sottovaluta quanto può essere disperante e tragica la condizione esistenziale di un figlio a cui una madre manda come contenuto, sii come ti pare, a me non mi interessa niente.
Di fatto comunque le scommesse da giocare sono moltissime.

Queste scommesse però, riorganizzano dei dati identitarii della madre e della coppia genitoriale ma non li cancellano, non li fanno sparire. E mi colpisce come, sia la patologia della idealizzazione della genitorialità, che quella della sua demonizzazione mirino a sostenere il contrario.
La retorica della bella gravidanza e della rosea genitorialità dicono infatti: “Madre” sarai contenta perché non ti importerà più di niente! Non farai più le stesse cose di prima perché ora penserai solo al tuo cucciolo! Gioia e guadio. La retorica – fortissima negli ambienti intellettuali e sempre crescente purtroppo – della sua demonizzazione invece dice: donna! Ora diventerai “Madre” starai malissimo, perché sarai arrabbiatissima per dover fare queste nuove cose, e non avrai tempo per niente altro! E questo certo, anche a fronte di un contesto culturale che incoraggia la formazione di un presunto oggetto sociale, psicologico e politico che è la “Madre”, e che non sono Maria Rossi sindacalista madre di tre bimbe, Giovanna Verdi impiegata madre di un figlietto, Marta Bianchi sfacciata e allegra ereditiera che di figli ne farebbe sei. La genitorialità e la maternità invece, comportano una sorta di moltiplicazione nella relazione dei propri oggetti identitari pregressi, per cui le donne con una vocazione per esempio a un certo tipo di attività intellettuale la manterranno con i loro bambini e possibilmente la trasmetteranno, le sportive faranno altro e via discorrendo.

Psicologicamente perciò quello che mi sembra rilevante rispetto alla gravidanza e al suo timore riguarda la paura della gestione di un cambiamento che è manipolato socialmente in modo nevrotizzante e controproducente, sia da un punto di vista pratico, che ideologico e logico discorsivo.   Quello che bisognerebbe fare su diversi piani per aiutare le donne e le coppie nell’ipotesi di genitorialità– dalle prassi contrattuali, ai numeri di posti nel nido, ma fino alle strategie di comunicazione, e alle cose che si scrivono e si divulgano, è aiutare le donne a cambiare rimanendo quello che sono state, far capire loro che questa cosa è possibile, che si rimane le stesse pur come dire, salendo a cavallo sullo stesso pezzo di mondo,  piuttosto che ripetere ossessivamente cose false e patologizzanti, non diventeranno Madri, ma madri dei loro figli, e anche cinghie di trasmissione genrazionale dei loro valori individuali.
Non esiste “la Madre”, esistono tante madri quante sono le donne.

L’analista in rete. Quarto capitolo: le psicoterapie

Ho pazienti che mi arrivano dalla rete da diversi anni – e sono loro molto grata, perché mi hanno insegnato delle cose. Ho cesellato uno stile, delle regole sulla base della mia esperienza con loro,  applicando alla contestualità della rete osservazioni che vengono dalla disamina di altri contesti.
Intanto, tiriamo le fila in base a quanto scritto negli articoli precedenti.
I pazienti arrivano a chiedere una consultazione a una persona di cui hanno letto le cose che scrive sui social e su un eventuale blog, affidandosi in parte ad alcune osservazioni legittime e corrette, e in parte a considerazioni che sono legittime ma meno esiziali di quanto credano. In primo luogo ciò che di scientifico hanno letto gli è sembrato affidabile e testimone di una seria preparazione, ma in secondo luogo ritengono di essersi fatti un’idea attendibile della personalità del professionista e ritengono che proprio per quella faccia al caso loro. Valutano molto – giustamente – il grado di passione e buona fede e coinvolgimento di un professionista, qualcosa che ascrivono generalmente alla categoria di bontà, per poi aggiungere altre cose come per esempio la coppia di opposti fermezza/accoglienza oppure formalità e silenziosità/umorismo informalità. La valutazione è certamente corretta sul piano di realtà, ma tiene poco conto delle capacità di un clinico di trasformarsi in stanza, o di modularsi secondo la necessità.   Nella mia esperienza tutto questo ha delle prime conseguenze importanti.

  1. Questo tipo di selezione del professionista, incoraggia e accelera in maniera fortissima, la costruzione di un’alleanza terapeutica. Il paziente è meno diffidente, ragionevolmente ha scelto te e pensa di sapere delle cose importanti di te. E’ più portato a fidarsi o a credere di fidarsi, ha meno la sensazione di un salto nel buio. Il decollo della terapia diciamo ha un sapore più agile.
    Non di rado, questo sapore più agile può essere un’apparenza che collude con un processo forte di idealizzazione – lo stesso che immagino induca le persone a scegliersi un analista famoso o letto sui giornali – la quale potrebbe a sua volta essere una strategia per non affrontare questioni reali. L’analista che scrive cose belle, che è tanto brillante, che mamma mia, e che serve a coprire il perché della richiesta di consultazione. E’ un oggetto su cui si può tranquillamente lavorare e che è anche utile – per esempio partendo dalle connotazioni di transfert che hanno indotto a scegliere in rete quell’analista e non un altro, per prendere tempo e creare le basi per un buon lavoro. Può diventare una categoria complicata invece, quando per esempio un genitore di adolescente sceglie lo psicoterapeuta in rete perché vuole inviargli suo figlio, pensando che aver scelto un terapeuta in questa modalità ne implichi di default il controllo nel modo di operare.
    Infatti, la conoscenza in rete che magari è avvenuta sotto l’egida di una convergenza ideologica su questo o quell’argomento, viene percepita come tranquillizzante, e il terapeuta scelto come una parte del genitore che lo legge, un suo alleato. Ma il terapeuta per l’adolescente è prima di tutto il terapeuta dell’adolescente e questa cosa è considerata razionalmente, meno emotivamente.Per cui, se come è prassi – per esempio la mia prassi – dopo una serie di sedute iniziali che coinvolgono tutta la famiglia, l’analista  dovesse dire delle cose importanti sul funzionamento familiare o sulle necessità del potenziale assistito, queste potrebbero suonare più sgradevoli e sorprendenti, di quanto apparirebbero se il terapeuta fosse un nome consigliato da altri – ma sconosciuto.
  2. Invece gli eventuali aspetti personali che la comunicazione da social abbia certo vigilatamente lasciato trasparire – tifare una certa squadra soffrire di un certo mal di schiena, sono contenuti simbolici che emergono prima o poi, e che incidono piuttosto poco. O meglio incidono in modo particolare per alcuni funzionamenti psichici e molto meno per altri. All’inizio della mia vita in rete, quando mi leggevano pochissime persone ero meno attenta sull’esposizione di contenuti personali, e non immaginavo che sarebbe potuto arrivare qualche paziente perché leggeva cosa scrivevo. Eppure le terapie con questi pazienti sono decollate e sono andate in modo ordinario – cioè non in maniera particolarmente diversa da altre avviate perché qualcuno aveva fatto il mio nome.
    Ciò non vuol dire però che non sia auspicabile una grande cautela – per questioni di metodologia e di risorse, che non vanno eccessivamente amplificate o sacralizzate, ma neanche trascurate. Un paziente che sa per esempio che il terapeuta ha dei figli adolescenti, e magari ne ha viste le foto, è un paziente che non potrà più associare a dei bambini piccoli di un sogno i figli dell’analista, che non potrà fantasticare liberamente sull’analista – il che  non è un gran danno, ma toglie dal campo uno strumento. Oppure ci sono pazienti che avvertono un generico bisogno di curarsi, ma all’atto pratico vogliono sapere più cose possibili dell’analista per controllarlo, per saturare il campo. Ora, poche informazioni personali possono anche essere utili a svelare questo meccanismo. E io in effetti le uso anche in questo modo,ma una espressione libera di se, ingombrerebbe il campo terapeutico di troppi oggetti spurii. 3. Il controllo su queste variabili, comunque elimina alla radice il problema di come gestire eventuali contatti in comune magari non rilevati con il paziente. E’ un aspetto importante questo perchè  se da una parte la relazione con il paziente è sotto il controllo o lo sguardo del clinico, esistono dei soggetti intermedi  – eventuali contatti in comune – che hanno una psicodinamica loro, che hanno una relazione con l’analista letto sui social  dettata da loro proiezioni e sentimenti, e una relazione con il paziente dettata da altre connotazioni specifiche. Non è raro il caso che questo secondo elemento entri satellitarmente nel campo, cercando di inquinarlo, o di attaccare esplicitamente la terapia per i più svariati motivi, che possono andare nelle più svariate direzioni analitiche: l’analista sul social che ha seguito è percepito come un soggetto famoso, pieno di cose buone che si invidia e che si vuole attaccare, oppure è il paziente che è invidiato per qualche motivo, o rappresenta qualcosa di psicologicamente importante e rilevante per indurre una persona terza ad attaccarne la terapia, usando le informazioni che desume dal social. Sono cose che possono accadere, e bisogna comportarsi sempre in modo da poterle rendere il più innocue possibili per un verso, ed eventualmente digeribili nella relazione clinica per un altro.

Una riflessione importante poi la merita il passaggio di registro linguistico che si imprime quasi spontaneamente dalla rete. Nel caso in cui arrivi dalla rete una richiesta di colloquio con una persona con cui non si ha interagito mai, i primi incontri non hanno variazioni particolari rispetto a situazioni con un invio diverso. Ma quando c’è stata un’interazione in rete, almeno io – anche come atto simbolico – nella maggior parte dei casi, anche se non è un atto obbligato e tassativo, propongo di usare il lei – il che può risultare all’inizio straniante curioso, forzato perché il linguaggio nella rete, anche quando non è magari esplicitamente utilizzato, implica il tu. Il tu della rete è un tu mobile, paritario, dilazionabile che può facilmente includere una dimensione privata senza danno. Passare al lei, può essere utile per aiutare se stessi e il paziente a trovare un posto sulla sedia che protegga entrambi, che qualifichi la relazione in un certo modo, il lei diventa più che mai l’indicatore di una relazionalità che per quanto affabile e accogliente, deve rimanere finalizzata e strutturata.
Dopo di che le terapie, se devono partire, partono comunque e si sovrappongono in tutto e per tutto alle terapie che hanno una genesi dovuta a un itinerario tradizionale. L’attenzione su una dimensione dell’analista estranea alla stanza sarà funzionale alle caratteristiche del paziente in una maniera non dissimile di quanto lo possa essere per qualsiasi altro paziente e quindi funzionale alla sua struttura difensiva. Ai fini della terapia può essere interessante capire perché si è stati scelti, quali parti di se sono filtrate, e quali per esempio possono essere state oggetto di una proiezione o una idealizzazione. Alcuni aspetti – possono essere, si diceva, assimilabili alla scelta di un analista famoso e di successo, perché lo psicologo scelto in rete spesso replica anche se in piccolo, su piccoli numeri, nelle relazioni sui suoi contatti sui social network dinamiche che ricordano quelle della celebrità e quindi si tratta di aspetti da sorvegliare. Ma mi pare che in linea di massima alla fine le variazioni in termini di metodo, di qualità del lavoro, di prassi clinica siano molte di meno di quelle che la clinica tradizionale è portata a supporre.
Io devo dire che alla fine, superati i colloqui di prova che fanno decidere a entrambe le parti in causa se è il caso di avviare una psicoterapia, poi il modo di procedere è del tutto analogo ai percorsi avviati normalmente.

Cosa intendete per Satana? La polemica sui vaccini.

(Premessa. In questi giorni leggo molte riflessioni amareggiate per la morte di due giovani donne, pazienti oncologiche, che sono morte avendo rifiutato la chemioterapia. Mi è stata chiesta una riflessione su questo fenomeno. L’avevo fatta con questo post quattro anni fa, è piuttosto articolata e fa riferimento al dibattito sui vaccini, che con queste tristi vicende ha in comune lo scollamento di parte della popolazione dalle agenzie della cura medica. Mi sembra quindi che questo lungo post sia appropriato. Perdonate l’esordio gigionesco – era lo stile di quel periodo).

 

 

Cari miei,
non vi sembra che il primo lunedì bloggheristico non debba cominciare con un bello psichico posterello di dimensioni titaniche e di noia mortale, ma forsanche foriero di dibattito? Probabilmente no, non vi sembra, probabilmente avreste preferito qualcosa di soave come la tassonomia delle cocacole tarocche per dire, e invece.Dovete ringraziare facebook. Tramite facebook si possono scoprire cose che non si conoscevano, che si sottovalutavano, e se ne possono individuare dei contorni. Ci si imbatte in dibattiti che portano nomi di persone e si capisce che dietro a quel coagulo e a quella discussione c’è un pensiero condiviso, e qualcosa di più qualche professione, qualche libro citato, delle azioni organizzate, e anche dei dolori privati.

Per esempio mi sono imbattuta in questo post sulla pagina di Piero Angela. Leggetelo e date un occhio alla discussione. Il post è del padre di due gemelli morti in conseguenza di un vaccino e che mette come foto l’immagine del nome del parco dedicato ai suoi figli. Nel post del signor Tremante si leggono alcune cose: per esempio che c’è una correlazione tra vaccini e malattie neurodegenerative, o tra vaccini e autismo. Si dice che i vaccini sono cioè responsabili dell’aumento di alcune patologie gravi.
Il post verrà molto citato e linkato su altre pagine, la discussione che ferve sotto riporta altri pareri che si costellano all’argomento: le lobby farmaceutiche, i medici spietati e cattivi, e soprattutto una generica incapacità di adottare gli strumenti logici e conoscitivi che aiutano le persone profane a muoversi nei confronti dei saperi strutturati. Non è la prima volta che constato questo fenomeno – mi è già successo quando ho partecipato a delle discussioni sull’alto contatto con i bambini piccoli, i cui sostenitori più convinti hanno molto in comune con i paladini della lotta alla vaccinazione. Sono approdata a una mia interpretazione personale, metà psicologica metà politica che, devo ammettere mi risulta molto poco confortante. Leggetela questa discussione – è emblematica. Io qui metto insieme alcuni punti, e poi vi dico le mie conclusioni.

Il primo punto e il più grave davvero è lo stato di inadeguatezza di queste persone davanti ai saperi strutturati, stato di inadeguatezza che spaventa se confrontato con il lessico di cui dispongono e il grado di istruzione a cui hanno avuto accesso. Arriva uno e dice loro una serie di assunti senza fondamento – tipo, e loro lo ritengono vero. Allo scetticismo di chiunque oppongono il nome di un testo medico che difende la tesi da loro proposta. Di solito al nome di quel dottore si accompagna l’ammirazione dovuta a qualcuno che si azzarda a sfidare un regime, e a proporre la verità che sovverte il sistema. Lo fanno gli ostili ai vaccini, lo fanno i seguaci dell’allattamento fino a 3 anni, e probabilmente ci sono altri fenomeni diversi come contenuti e uguali come meccaniche. In tutti i casi, i criteri che aiutano le persone moderatamente istruite a utilizzare i saperi che non possiedono, non sono utilizzati: questi criteri riguardano il processo di conferma a cui vanno incontro le teorie, e i circuiti della loro divulgazione, oggetti per i quali noi profani non particolarmente eruditi su questo o quell’argomento solitamente utilizziamo delle agenzie: per esempio se un libro di qualsiasi argomento è pubblicato a spese proprie ha meno credito per noi se è pubblicato da una casa editrice specializzata nel settore. Di due teorie scegliamo quella che ha subito la critica e la disamina di un maggior numero di persone afferenti a quella disciplina, perché quel maggior numero è una prova di validità. Quando nella comunità scientifica una certa tesi prende la maggioranza degli scienziati, i quali per quanto partecipino a un orizzonte culturale omologizzante vengono pur sempre da storie diverse, quella tesi è da prendersi sul serio. Il problema dell’affidabilità delle teorie solitarie non è come si vuol credere, in una semplice diffidenza verso ciò che è minoritario, ma nella consapevolezza che hanno semplicemente tutte le persone che dominano un’esperienza sia di cucina delle torte salate, che di reparti burocratici della corte dei conti: chi sovverte un sistema di regole, è quello che le conosce benissimo, e le supera dall’interno, essendosi dimostrato in grado di rispettarle, non quello che agisce da solo a cazzo ignorandole. O’ sapete che c’è c’è una relaizone tra vaccino e scarpe a fiori?

Anche il secondo punto è una specie di scandalo logico. Nei dibattiti sull’opportunità dei vaccini si assiste a una riscrittura del passato sociale nonostante quel passato sia stato ampiamente studiato e appreso negli istituti superiori, foss’anche di ragioneria ma certamente in tutti i licei. Perché questo è il bello, la maggior parte dei detrattori die vaccini sono persone che hanno studiato almeno almeno fino a diciotto anni e magari sono anche laureate. Eppure, credono davvero che importanti scoperte come il vaccino contro il vaiolo o la polio, non abbiano inciso sull’argine alla diffusione di quelle patologie. E in genere riportano i bei tempi andati come un eldorado in cui si era tutti più coraggiosi e si affrontavano i guai della vita con levità e forza d’animo. (E’ una cosa da raccontare a quelli che hanno perso una persona cara per via dell’aids questa. Ahò quelli il coraggio ce l’hanno, schiattano uguale però).

Il tutto – terzo punto – è condito dalla disagevole sensazione che sempre porta il parlare con qualcuno il cui vertice di partenza è determinato da un complesso di inferiorità. Ci avete mai fatto caso a come è l’atmosfera in questi casi? Ve lo dico io – plumbea. Il sentimento di inferiorità, di estraneità alle logiche del potere, una percezione di se come inefficace inerme inutile, porta a scambi dove dominano i ricatti morali, il livore, i rancori e i sarcasmi inutili, non si parla mai tra pari scambiandosi informazioni, si frigna in coro. E’ devastante, e la persona che prova a introdurre un regime di comunicazione diverso oscilla tra la frustrazione e la sensazione che non vuole provare di occupare il posto vuoto della superiorità: Io so, voi non sapete. Se poi lo occupa – Io so, voi non sapete leggete questi dati, e questi rapporti etc, la sua percezione peggiora, perché gli pare di sparare sulla croce rossa. Mentre il coro continua a frignare con voce più alta. È penoso, esi finisce con l’abbandonare il campo. Anche quando, come nel mio caso, l’opposizione non si gioca tra ostilità fideistica alla medicina contro fideistica fiducia nella medicina, ma tra fideismo in qualsiasi cosa contro allergia al fideismo in qualsiasi direzione.

Muoversi agevolmente nei saperi strutturati vuol dire questo: capire che certi oggetti (cure, terapie, pasticche, vaccini, itinerari riabilitativi, progetti architettonici, sonde aereospaziali) possono essere ben fatti o mal fatti, possono subire pressioni sociali ed economici o non subirle, possono subirle e funzionare e subirle e non funzionare, possono essere deleteri se applicati a quel singolo contesto, quella singola persona, quella circostanza o no, possono essere, possono essere soggetti a usi e abusi, ma la ricerca sperimentale e le agenzie di riferimento mi aiutano a muovermi e a fare dei passi conseguenziali in accordo con un personale concetto di ragionevolezza. Se ci dovesse essere un vaccino per l’aids testato e ritestato, io aspetterei un po’ ma soprattutto a mio figlio lo farei. Viceversa, non ho ritenuto urgente fargli il vaccino per la varicella. Ma non perché penso ai loschi interessi economici che portano alla diffusione del vaccino – il mio rapporto con il mio alimentari di fiducia mi ricorda di non avere questa cattiva idea degli interessi di lucro, lui come i miei parenti scappati dall’URSS, semplicemente se si becca la varicella non more. Altri vaccini potevo forse non farli, contando sulla paraculistica constatazione che altri li hanno fatti e mio figlio è moderatamente protetto. Moderatamente: l’immigrazione di cui siamo oggetto ha portato per esempio nei nidi una diffusione un po’ inquietante di TBC.

La domanda è: se il dato statistico dimostra che, in termini di probabilità una certa scelta è decisamente più vantaggiosa di un’altra, perché esiste un gruppo di persone che propone per se e per altri la scelta meno vantaggiosa e si accanisce contro quella migliore? Cosa significa sociologicamente e psicologicamente il rifiuto di un salubre buon senso? Perché coagularsi intorno al padre coinvolto in un incidente tragico e come dire appoggiarsi psicologicamente al suo lutto insormontabile abbeverandosi el al suo dolore? Facendo propria, in termini di comunicazione l’etichetta con il nome dei bambini morti? Perché che lo faccia lui, io lo capisco. Mi addolora ma capisco. Ma che se ne approprino altri e come si dice su FB “facciano girare” mi inquieta. Perché abitare quel regno del complesso di inferiorità e dell’estraneità al sapere? Che cosa significa in termini individuali e in termini collettivi?

Il vaccino ha di per se qualcosa di magico ed evocativo. In qualche modo richiama le simbologie sciamaniche di cui parla Ellemberger nel primo volume de alla scoperta dell’inconscio. Il meccanismo del vaccino si fonda sull’introduzione di un agente patogeno – eventuali lettori medici mi correggano se sbaglio – in un dosaggio minimo di modo da dare all’organismo la possibilità di imparare a combatterlo e a espellerlo per sempre, con una strategia che si riproporrà ogni volta che l’agente patogeno si dovesse presentare. È uno di tutti i piccoli microcosmi che costellano la medicina e che simbolizzano l’eventualità della morte – come gli sciamani di ellemberger che si facevano mettere un insetto sotto pelle e passavano un periodo di trance. Nelle modalità che adottano i nemici del vaccino per scongiurarne l’utilizzo l’odore che si sente è più quello del rito apotropaico che della lotta per la civiltà. Tutti i comportamenti di queste collettività che si pongono alla marginalità del sapere condiviso – senza sapere cosa sia esattamente questo sapere condiviso che contestano molto a grandi linee – hanno nei loro comportamenti e atteggiamento tanto del comportamento religioso e arcaico. Essi fondano delle asfittiche sette post moderne, che come in tutti i periodi di decadenza, più che ringraziare i frutti donati da un dio positivo, scongiurano con cori e macumbe le demoniache tentazioni di un Demonio tutto negativo. Il terribile vaccino viene costellato nelle segrete e per lo più imperscrutabili aree di un capitalismo lussurioso, che seduce con la sua conquista mortale, con la falsa promessa della salute ma con i segreti intenti di un cannibalismo esistenziale ed economico, le cui icone votive più note sono le industrie farmaceutiche. Le parole sacrileghe e quindi da usare con ossessione morbosa diventano quelle dell’interesse economico, del potere segreto, della lobby, del mondo kleinianamente desiderato come proprio e da cui ci si sente psicologicamente crudelmente estromessi.

In un certo senso – temo che abbiano ragione. La diffusione di questi fenomeni da una parte alligna in strutture psicologiche e problematiche individuali – sostenere il sapere scientifico comporta la sopportazione della delusione e dell’incertezza che da sempre sono implicite in tutto ciò che ha a che fare con l’umano. Il vaccino può ammazzare, può far male, può far bene. E’ intollerabile il numero di variabili così incisive sul piano emotivo per persone che hanno delle debolezze a monte, meglio cadere in un salubre manicheismo che almeno nella sfiga costante – dell’estromissione eterna dal potere desiderato – non deluderà mai. Ma in parte è l’esito di un materno cattivo proprio come la Klein lo aveva disegnato. Queste voci, sono le voci di una piccola e media borghesia che ha potuto contare sui risultati raggiunti dalla generazione precedente, ma che diversamente dai padri non riesce a entrare e a partecipare alla strutturazione del corpo sociale. Il primo sentimento che c’è dietro alla demonizzazione della medicina, e al rito apotropaico contro la casa farmaceutica non è nient’altro che una torva invidia sociale che ha cominciato a prendere forma quella volta in cui si è provato un concorso pubblico ed era truccato, quell’altra in cui si è rimasti fermi fermi fermi per vent’anni di fila nello stesso posto di lavoro senza mai vedere un avanzamento di grado, l’assenza di quel cambiamento che seduce e sitmola, quella volta in cui una ci sarebbe anche tornata a lavorare ma con i figli piccoli ma chi te lo da il lavoro. E’ la voce di un’area intermedia di soggetti, che non è stata molto fortunata, non è stata molto determinata, non è stata molto curiosa ed è stata abbandonata dalla cultura della lotta al potere per il tramite del sapere, che un tempo era il grande merito della sinistra italiana, o persino di una certa democrazia cristiana e il cui risentimento è stato strumentalizzato e rifocillato da vent’anni di cultura berlusconiana.

Non è manco la metà di tutto quello che avrei voluto dire. Ma vi prego di intervenire, dire la vostra anche sollevare obiezioni, potrebbe venire un bel dibattito.

L’occasione mancata di un intervento sociale. A proposito della crescita a zero

 

Che la campagna della Ministra Lorenzin fosse destinata al fallimento è questione lampante per le menti più semplici, senza la necessità di incorrere in chi sa quale competenza. Ognuno di noi ha il ricordo del vigoroso vaffanculo che ha spedito alla zia impicciona che diceva, eh ma quando me lo date un nipotino, e quel ricordo gli è sgorgato spontaneo alla vista della signorina gnocca con la clessidra in mano. Forse l’idea della campagna era quella di ricordare ai giovanetti e meno giovanetti qualcosa che non ricordano, che trascurano e sottovalutano dicendo sisi c’è tempo, mentre il corpo non perdona, e sono stati trattati con supponente e gerarchica asimmetria. La campagna sembra un po’ quelle diapositive di educazione sessuale, che circolavano nelle scuole, come se tutti quelli che leggono gli slogan siano dei ragazzini dediti allo spasso, vacui e superficiali, non pronti alle cose della vita. Un po’ come certe pubblicità delle università la pubblicità dice: investi sul tuo futuro, dai fai dei bambini.

Se non che i destinatari non erano solo gli adolescenti del paese, erano anche uomini e donne giovani, che votano, lavorano, sono nella vita pubblica, si percepiscono come adulti e intorno a questi argomenti, hanno un atteggiamento tutt’altro che distratto e svagato. Se la società a cui è stata commissionata questa campagna, avesse per esempio avuto l’intelligenza di buttare l’occhio su internet e fare caso agli incredibili dibattiti che sorgono intorno alla scelta di non avere figli, o di posticipare la gravidanza, si sarebbero accorti che il tasto è tutt’altro che svagato e dolente, che la consapevolezza dell’invecchiamento degli ovuli e viva e scottante nella psiche femminile e non, avrebbero capito insomma che intorno a questa crescita a zero c’è un vero e proprio nucleo complessuale che a tutto rinvia tranne che a una serena e distratta scelta edonistica. Io per esempio so, che ogni volta che ho toccato – nella presentazione di un libro o sul mio blog, o sulla mia pagina Facebook il tema dell’assenza di figli, più di una donna si è sentita in dovere di informarmi – qualche volta in maniera molto aggressiva qualche altra molto addolorata – del perché della sua scelta. Ho ascoltato argomentazioni molto lunghe, e letto mail di molte pagine. Regolarmente mi è arrivato forte e chiaro l’afrore di una zona psicologicamente incandescente. Che nelle donne è sotto pelle, che forse negli uomini invece è cacciata più in profondità. Non si creda Lorenzin che mentre noi lavoriamo gli uomini stiano a pietire i dieci figli mancati.

 

Come tutti i fenomeni sociali di larga scala, la bassa natalità è un sintomo dovuto a questioni di ordine collettivo – sociali ed economiche – che nella loro pervasività arrivano a essere determinanti per le vite individuali e per le costruzioni psicologiche. E questa pervasività riguarda entrambi i generi, non solo le donne come nella campagna in questione si è stati portati a ritenere. A osservare la questione nel complesso, si vedono molte strade interpretative possibili. Io qui ne vorrei mettere insieme alcune.
In generale osserviamo nel nostro paese, un rallentamento consistente dei processi di autonomizzazione dei giovani, rallentamento che sembra rinforzato dalla stessa bassa natalità. Si fanno pochi figli, ma si fa in modo che vengano interpretati come molto richiedenti, bisognosi di essere seguiti impegnativi, e questa moltiplicazione di attenzione combacia con una infantilizzazione della prole per ogni età evolutiva fino all’ingresso nel mondo del lavoro. Da piccoli hanno bisogno di pannolini costosi e di passeggini giganteschi ben oltre l’età della necessità, da adolescenti devono andare dal parrucchiere una volta al mese e avere telefoni da centinaia di euro, una volta che entrano nell’età adulta vedranno la possibilità di andarsene di casa come un’impresa impossibile, e l’idea di avere i figli più costosa di un attico. Il primo motivo per cui si rimanda la decisione dei figli, è da ascrivere al rimandare il proprio percepirsi adulto, a una sicurezza economica che è una chimera, con degli standard economici che una sostanziale retrocessione garantisce sempre di meno. I famosi bamboccioni sono l’incrocio pestilenziale di queste forze terribili: dietro le spalle c’è stata un’educazione che li ha visti costantemente tutelati con alcuni bisogni indotti portati al rango di prima necessità, davanti allo sguardo ci sono possibilità contrattuali che quei bisogni indotti non possono soddisfarli e quelli primari con un certo sforzo. Altro che figli dunque, giovani uomini e giovani donne non se ne vanno proprio di casa , prendono mille euro al mese, e li usano per andare a cena fuori: non a caso il ramo della ristorazione sembra essere l’unico canale redditizio, e nelle grandi città tutte le forme di piccolo artigianato sono state soppiantate da fiumi infiniti di tavolini birrette e pizzette.

 

Questa fenomenologia sociale è resa ancora più grave dal fatto che l’Italia è in una sorta di crocevia dei mondi possibili per cui, magicamente, ha tutto il peggio del terzo, e tutto il peggio del primo. Nelle economie floride del primo mondo infatti a un certo tipo di individualismo, a una parcellizzazione dei legami familiari e della rete sociale corrisponde un efficace stato sociale, asili nido a costi ragionevoli, adeguati sussidi di maternità e paternità, un trattamento contrattuale nei confronti delle madri più attento alle loro necessità, e non penalizzante la scelta di fare dei figli. Nelle economie in via di sviluppo, di nidi non se ne parla, vige un sostanziale maschilismo per cui alle donne è reso molto difficile lavorare, ma in compenso vi è una florida rete familiare, per cui le famiglie non sono più i nuclei polverizzati del nostro contesto, ma istituzione composte da molti soggetti che condividono le cure dei piccoli e dei più deboli. Ecco, l’Italia è quella società che, a fronte di un boom economico avvenuto velocemente, quanto illusoriamente, ha fatto proprie tutte le istanze deteriori del capitalismo avanzato, abdicando alle migliori della società rurale. Ci teniamo dunque il maschilismo dei padri, unitamente alla spocchia dei fratelli e al loro desiderio di status. In questo crocevia malefico davvero fare i figli diventa improbo.

 

Infine poi, nella narrazione collettiva, proprio a fronte di questo crocevia micidiale, non c’è un discorso psicologico e sociale – quello che avrebbe dovuto fare la Lorenzin sulla genitorialità come possibile e auspicabile passaggio evolutivo sano dell’individuo, del contesto emotivo e affettivo salubre. Non è che la genitorialità cioè sia una cosa di per se obbligatoria per dire, ma non si può negare che ha pochi concorrenti etici, filosofici, psichici come grande occasione di vita, di salto di prospettiva, per uomini, donne, coppie eterosessuali, coppie omosessuali. E non solo dallo scontato punto di vista della crescita affettiva ed emotiva, ma anche di quella razionale e intellettuale. Ma in Italia non si parla di genitorialità si parla di maternità, e questo parlare di maternità per giunta pertiene solo caratteristiche emozionali, con tutta un’estetica romantica e datata. Il discorso pubblico sulla genitorialità produce cioè solo un’unica dicotomia: tra la mamma gioiosa e contenta di contattare la sua istintività e la sua emotività, per la quale il lavoro o può non esserci o va in secondo piano, o la donna che rifiuta il materno e pensa al mondo intellettuale, al lavoro alla produttività e a un certo tipo di edonismo concepito come maschile che quindi dalla maternità è respinta. Si celebrano i bimbi quindi o come fonte di amore e di gioia, o come iattura del piacere dell’edonismo e della carriera. I maschi sono tenuti sostanzialmente al di fuori della partita e la partita è resa quanto più incandescente dal vero e proprio sessismo in sede contrattuale che le donne spesso subiscono nei posti di lavoro.

 

Ultime considerazioni più psicologiche. La risultante di tutto ciò è una moltiplicazione della nevrosi, una natalità bassa, e una genitorialità patogena. In molti infatti il desiderio dei figli magari ci starebbe pure, magari da qualche parte ha un piccolo campo simbolico, ma è sovrastato dagli oggetti culturali che si appoggiano di volta in volta a residui nevrotici dovuti alle famiglie di provenienza, e alle loro carenze. Un tempo la celebrazione della genitorialità portava a ridimensionare le esperienze di un’infanzia difficile, imponeva di forza, l’occasione dei figli e di riscrivere il proprio passato tramite il nuovo presente. Con meno figli in giro, in un certo senso il passato non dico che vinca, ma insomma ha partita molto più facile.
Su questa coppia di maschile e femminile in difficoltà, piena di lividi, mette la mano pesante la campagna del ministero – che amplia la sintomatologia – come si vede dalla violenta reazione che ha suscitato – ma non mette mano all’eziologia. Davvero complimenti.