La forza delle cose

Per esempio c’è questo bambino di cinque anni, i capelli lucidi di estremo oriente, tagliati come andavano ai bei ragazzi degli anni settanta, la pelle di ambra indonesiana, una prima promessa di torace largo e gambette forti, e nello sguardo uno sbrilluccichio di sfrontatezza, di gomiti e di artigli. Questo bambino ride di risata aperta, fa sfide oneste, ha tanti amici. E’ leggero e smaliziato.
Lo porta a scuola una madre lavoratrice. Una donna delle pulizie probabilmente, o cuoca o badante di chi sa quale signora gentilmente dispotica.

Il figlio le corre sempre davanti, s’arrotola con altri bambini, si arrampica per le scale di ingresso con questo passo pieno di riscatto naturale. Gli si vede addosso amore di padri e di nonni, madri che hanno sopportato che piangesse e l’hanno consolato il giusto, gli si vedono decine e decine di abbracci, e di adesso no al momento opportuno. Tutta quell’energia, tutta quella sicurezza, viene da desiderare col cuore, speriamo trovi il giusto sentiero.

Un bambino ora lo saluta, uno di quegli scugnizzi sottili come giunchi, pieni di ginocchi e di spigoli – uno di quei cuccioli agili come scimmie o come gatti per i tetti, vanno via insieme. Ha anche lui una madre, una donna bianca come il latte e piena di grazia tutta occidentale che ora si avvicina all’altra, dunque filippina e le chiede, certo piena di narcisistiche intenzioni interclassiste, se non può venire a giocare un pomeriggio a casa loro.
Come sono carini insieme! Le dice.
La gonna di lino turchese, contro i jeans moderatamente scoloriti.

Il pomeriggio è un po’ difficile –
Lo riportiamo noi!

Le scarpe diverse, le borse diverse, le mani diverse.
E’ veramente difficile.
E il fine settimana?
Il fine settimana, dice quella con una cortesia di porcellana, siamo fuori in campagna dal nonno.
La gonna di lino turchese, contro i jeans scoloriti, ma anche le scarpe col tacco contro quelle basse di gomma, i pranzi della domenica di un tipo contro quelli di un altro, e i portafogli, e i cellulari, e chi sa cos’altro ancora.

L’altra donna allora ritira il suo arrembaggio progressista, saluta piegando gli angoli della bocca, non sapendo discernere tra buon cuore, invadenza, e la ubris di chi non sa rispettare la materia dell’esitazione altrui, il desiderio di protezione, la fuga dalla sfida.
Riproverà testarda e cocciuta, pensando di essere insostituibile e necessaria.

A torto.

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Nuovi mitologemi: Astrosamantha

Samantha Cristoforetti torna dallo spazio, e scopre in una misura variamente prevedibile – se qualcuno ci avesse pensato – di essere diventata l’icona di un cambiamento culturale in tema di rappresentazione di genere di possibilità del femminile tutto in salsa italiana, da consumare tutto alle nostre mense psichiche e mediatiche. Ha un nome italianissimo, una faccetta italianissima, aspetti e movenze gradevoli ma assolutamente non eccentriche. Tutto in lei avrebbe la rassicurante foggia della fidanzata ammodo alla peggio un po’ secchiona, e invece eccola la fluttuare nell’assenza di gravità, mandare foto gentili dallo spazio, assurgere al regno di chi può vedere le cose da una prospettiva preclusa ai mortali – eccola nei panni dell’astronauta, quanto di più mistico ci sia rimasto sulla piazza simbolica, quanto di più sconvolgente e metafisico. Noantri non si capisce molto di cosa si può arrivare a capire sospesi nella notte, ma la fascinazione estetica dello stare nel vuoto senza forza di gravità, di sopravvivere a un esistenza senza ossigeno, di guardare la materia quotidiana da quelle distanze siderali – le foto di Samantha del golfo di Napoli quando morì Pino Daniele! –… quella roba non si batte! Quella roba ha della magia!
O della stregoneria.

Avevamo fatto il nostro apprendistato culturale per quanto sempre troppo rurale, in fatto di cosmo, e avevamo appreso da Armstrong in poi che la grandezza dell’umano poteva passare da queste esoteriche imprese, e se una nazione vuole mostrarsi veramente gagliarda non doveva più mandare i carri armati sulla Kamchatka, piuttosto sognare la trascendenza su Apollo 13, e imbastire con gli scienziati un fruttifero dialogo a cui noantri sempre un pochino con le pezze al culo abbiamo partecipato raramente. Figuriamoci poi con l’astrofemmina! I tassi di disoccupazione incalzanti, buona parte delle cittadine casalinghe, i soldi per la ricerca inesistenti, l’economia in ginocchio e persino la compagnia aerea di bandiera alla canna del gas! Ma ti pare cosa de fa le astrocose?
E invece è stata cosa e in tempi di mediatizzazione della qualsiasi, è stata subito una cosa gigante. Internet ha gonfiato il nascente mito culturale portandolo a dimensioni che prima ci erano sconosciute. Samantha Cristoforetti è diventata qualcosa di molto più quotidiano di quanto sia mai successo ai suoi predecessori. Non ci si capiva molto di cosa facesse esattamente nella navicella – è totalmente altra l’astronomia rispetto ai nostri saperi e competenze della quotidianità è quasi incomunicabile diciamo – ma intuivamo che ci doveva essere altro oltre che consumare manicaretti liofilizzati col culo sospeso nell’aere e le foto della nostra vita riprese da distanze inconcepibili.

Tuttavia la cosa importante – e squisitamente provinciale – è che se non fosse stata una donna, non ce ne saremmo accorti. Avessero mandato un Gianfranco Amerighetti in orbita, tanti bei bacini e un numero speciale su Focus, poi arrangiati. Noi che siamo dei trogloditi a cui un fuggevole boom economico ha regalato un travestimento che già sta dissipandosi velocemente insieme ai quattrini, siamo stupefatti dall’astrofemmina! Ci ritroviamo un nuovo personaggio mitico tra capo e collo che non pensavamo abitasse nel nostro inconscio culturale, ossia nel regno dei nostri desideri e timori, nell’arsenale delle nostre possibilità sociali. La donna astronauta! Una che va nello spazio cioè e che sfancula con un simpatico sorriso derrate intere di filosofia della differenza – con cui noi, anche se per lo più inconsapevolmente, facciamo la scarpetta da secoli e secoli – per cui essa non fa per niente un mestiere che concilia con la famiglia, nevvero, se ne sbatte proprio la Samantha della famiglia, dice eh beh bisogna fare dei compromessi e quindi io mo’ i figli regà non ci penso caso mai più in la. Perché Samantha in cuor suo prima dei bambini ci avrebbe da togliersi questo uzzolo di andare su Marte, per dire.

Le reazioni sono allora plurime. Ci sono quelli che con angosciata preoccupazia tipo Langone, dicono: ussignur ma se vanno tutte nello spazio chi le stira e’ camice? Signore non andate nello spazio! Ne và del vostro eterno femminino! Noantre, che per lo più siamo prima che stiratrici piuttosto pigrone in fatto di cosmo, e prima che scienziate più modestamente impiegate che devono pagare un mutuo e se magari ci fossero più asili nido ecco saremmo più contente, per non parlare del suocero coll’Alzheimer, lo guardiamo con tenero risentimento. Ci sono altri che altrettanta angosciata preoccupazia tipo Ceronetti si occupano della psiche della Cristoforetti, interpretando nell’impropria ubris di chi si mette a fare a gara con le comete, una turba veteroedipica che pure Freud – che di astre femmine della ricerca scientifica ne ha partorite un contingente – l’avrebbe guardato con perplessità. La naivité secondo cui esista una lettura patologica della sfida all’immanenza solo per le bambine mentre i bambini nisba. Samantha che dovrebbe far pena, mentre l’astroganzo no, in quanto uomo….
Ah la mefitica passione per la psicoanalisi selvaggia.

A seguire le reazioni selvagge delle varie Selavagge, che sembrerebbero rivelarsi invidiose di una celebrità non ottenuta con un bel culo, e altresì poco incline al gallinaggio mediatico. Ma che davero dobbiamo occuparci di questa cosa noiosa dell’astrofemmina, sembrano dire, anziché occuparci dei camionisti o dei minatori? Come facciamo a sparlarne tra pari,? come si fa con le dive del cinema, che per altro son cornute proprio come noi? E diciamocelo a occhio nudo anche meno gnocche. Con l’Astrosamantha è una gara impari! Quel dommage.
Le selvagge allora scatenano in nome del mito reazioni selvagge, da parte del popolo fondamentalmente bue, che bue era prima bue disgraziatamente rimane adesso, e tocca assistere a siparietti di maschi rintronati quanto volenterosi che scrivono sul web: brutta zoccola, si vede che non scopi! Ecco perché ce l’hai con Samantha! Brutta mignotta maschilista.
Sembrerebbe non esserci speranza.

Ma invece un pochino ce n’è. Di fatto un nuovo mito culturale, gonfiato, insensato, agiografico, irrazionale e che si cala su un tessuto culturale fermo alla triade mazziniana di Dio Patria e Famiglia, comunque è qualcosa che arriva perché era possibile, e qualcosa che può concimare ciò che rimane. Magari scopriremo che Samantha Cristoforetti è spocchiosona e antipaticissima, che si crede pinco su’ polli, o che fa delle cose meschinedde proprio tipo parlare in modo acrimonioso dell’astronave della concorrenza, oppure Dio ce ne scampi, cede alle lusinghe va da Fazio e comincia a parlare bene di Renzi – Astrosamantha, questo non farcelo – però di fatto, la sua immagine estetizza per noi qualcosa di nuovo, rende desiderabile quello che pensavamo non fosse proprio desiderare, rimette in campo delle ambizioni che non ci riguardavano, lo fa per i bambini e soprattutto davvero soprattutto le bambine. Samantha è il nostro telescopio giocattolo da mettere accanto alle barbie, e ai sacrosanti quanto invitti, quadernini rosa con tanti cuori sopra.

Pane e sessuofobia

Allora il Family Day ha avuto successo – più di quanto tutti si fossero aspettati. Io per prima.
Che siano quattrocentomila, che siano un milione- ci sembrano tantissimi. A questo punto penso anche che potrebbero – moderatamente – aumentare.

Col senno di poi penso che forse poteva essere prevedibile. Perché retrospettivamente mi sono ricordata di una manifestazione simile in Francia di qualche tempo fa con esiti altrettanto sorprendenti. Questo è un paese cattolico, in prima istanza ma anche piuttosto arretrato culturalmente sotto la crosta sottile della modernità, e insomma per quale motivo la reazione al progresso sociale non doveva assumere questi numeri, queste forme? Quello che un po’ mi preoccupa è stata l’adesione al fenomeno di certi politici. E quello che spero è che questa grande manifestazione non sia interpretata come la voce maggioritaria del paese: non lo sono stati i grillini, non vedo perché lo debbano essere questi altri.

In ogni caso abbiamo un problema – perché questo movimento sta permettendo a una serie di concezioni, idee punti di vista, che stavano assopiti sul fondo ed erano protetti dall’ipocrisia, di emergere in superfice e trovare una legittimazione, pensieri tenaci di cui prima ci si vergognava perché ci si sentiva sanzionati socialmente ora acquistano una nuova dignità. Ci troviamo a scoprire il poter seduttivo della moda, dei criteri maggioritari – perché sembrava che alcuni contenuti ideologici o ancora di più psicologici fossero spariti, che certi complessi individuali e culturali fossero stati elaborati – che si passasse ad altro – a un modo di stare nel mondo più comodo e flessibile per tutti. E in parte io continuo a credere che abbiamo avuto ragione: ma come si diceva nel post precedente, la crisi economica e una certa crisi più pervasiva del paese, una sorta di depressione collettiva, ha messo sul piatto d’argento questo specchietto per le allodole, con cui scaricare in modo innocuo e assolutamente inefficace, la frustrazione che produce l’incalzare della crisi. Alla nevrosi politica di chi non riesce a produrre un’alternativa ideologica credibile, e una vera rabbia sociale per lo sfascio dello stato assistenziale, prima causa di una famiglia che non cresce più, si offre il farmaco di un’altra nevrosi, il fantasma di un nuovo nemico da abbattere che ha molto a che fare mi pare, con le varie manifestazioni del sesso, con il potere del sesso di generare un significato irriducibile. I nuovi fautori del family day sono sostanzialmente i portatori di una ideologia fondamentalmente sessuofobica – termine che ricorda tanto certe discussioni dei primi anni 80, ma che ci vogliamo fare se stiamo così?

Tutte le comunicazioni che arrivano dai fautori del family day convergono intorno a un problema individuale e culturale con la sfera sessuale. Sia quando parlano di sessualità, sia quando parlano di omosessualità, che quando discutono dei ruoli di genere.

es. 1
Sui volantini della manifestazione si parla delle linee guida dell’OMS che parrebbero suggerire ai maestri delle scuole materne di insegnare ai bambini i criteri fondamentali per una sana masturbazione. Ma se si leggono le suddette linee guida, e se si osserva il mondo della scuola, dovrebbe essere chiaro che l’intento dell’oms e dei maestri non è quello di istigare all’onanismo, cosa di cui non vi è alcun prurito o necessità, ma di suggerire al personale specializzato come comportarsi nel caso in cui possa capitare di osservarlo o di parlarne, giacchè questa cosa, capita con una relativa frequenza. I bambini infatti scoprono il corpo, il corpo è una cosa importantissima, il corpo fa delle cose pazzesche, il corpo è quello che siamo e da cui dipendiamo, se un bambino fa delle domande, o fa delle cose nel suo apprendistato con il corpo, non è che il maestro può permettersi il lusso di girare la testa dall’altra parte, perché ha paura dell’emergere della sessualità. E se il maestro dice una cosa come ti metto in punizione stai facendo una cosa brutta, fa qualcosa di grave di mal fatto, di patogeno, di pericoloso per il bambino e per la collettività stessa – giacchè impone una censura dove non ci deve essere. E quindi, il maestro deve fare questa cosa imbarazzante che questa nuova compagine non vuole fare: vedere il sesso dove fiorisce.
es.2

Gli omosessuali non devono sposarsi e men che meno avere una famiglia. Siccome non riesco a capire qual è lo svantaggio sotto il profilo giuridico ed economico del riconoscimento legale di una coppia di omosessuali che vive da tanto tempo insieme, oppure mi sembra comunque troppo blando rispetto al potere pervasivo che hanno altri provvedimenti (che ne so, l’aumento dell’iva) io ho la sensazione che più di tutto sconvolga il porsi in superficie della scelta sessuale dell’atto sessuale. Di come il modo di interpretare il proprio sesso da parte delle persone omosessuali venga alla luce del sole, e metta evidentemente in scacco aree di confusione sessuale che si sentono messe in subbuglio in chi li osserva. Perché c’è pure da dire, che gli omosessuali adulti, fanno tante cosette che con il loro orientamento non ci entrano molto: mangiano, vanno al bagno, fanno gli impiegati del catasto, chiedono rimborsi alla posta, comprano biglietti di treni, afferiscono a un umano universale per cui dovresti pure scordarti ogni tanto di cosa fanno a letto. Ma siccome si vogliono sposare, queste persone invece si sentono schiacciate, soverchiate, invase dal loro modo di vivere il sesso.
sesso, sesso, sesso. Ancora.
Es. 3
Da Costanza Miriano in poi le persone del Family day sono molto ostili a interpretazioni poco tradizionali dei ruoli di genere. La teoria gender a cui alludono dovrebbe infatti essere colpevole di uniformare le due identità di genere in uniche persone, senza recepire le differenze. I fautori di questa teoria gender – che non ha testi, non ha capi scuola, non ha rivendicazioni – sono grosso modo indicati in persone come me e voi sostanzialmente, che semplicemente vogliono che i loro figli maschi tengano in braccio un bambino e le loro figlie femmine facciano se vogliono un mestiere da maschi. Il problema di queste persone però non è il fatto che il nostro obbiettivo riesca, è il fatto che se riesce l’obbiettivo non può arrivare biologicamente a compimento ossia, ossia chela differenza sessuale si vede sempre: e i nostri figli maschi con i bambini in braccio sarebbero maschi con la barba e bicipiti e i bambini in braccio, e le nostre figlie camioniste, con tutta probabilità camioniste con le tette. Il problema della presunta teoria gender, per costoro, se guardi bene non è nell’uniformità del sesso, ma nel fatto che questa uniformità è impossibile e il sesso maledetto salta all’occhio.

Ed è per questo la donna deve essere sottomessa e vedersi di meno, perché essa può generare, ha un corpo nato per generare, e bisogna che non turbi con il potere anarchico della vitalità sessuale l’ordine quotidiano. Ha il seno, i fianchi, il ventre. Non c’è travestimento, non c’è scuola di trieste, non c’è maestra progressista, che annichili questa cosa pazzesca della semantica sessuale del corpo della donna.
Quindi teniamolo a casa questo corpo. Non confrontiamoci col potere del sesso.
Sesso sesso sesso, ancora sesso.

Non è certo corretto e serio e rispettoso dire, che si sta discutendo se a Piazza san Giovanni questo sabato ci siano stati 400’000 o un 1’0000000 di pazienti, o eventualmente di genitori di pazienti. E sono in imbarazzo io stessa per il mio pensiero. Sento incalzare diciamo una sorta di piattaforma simbolica pericolosa, psicologicamente pericolosa, che se prendesse spazio porterebbe al ritorno di vecchie patologie correlaea alle vecchie visioni vittoriane dell’esistenza, di cui ci eravamo per buona parte liberati. Mi sembra che si culturalizzi una semantica nevrotica, la vecchia sfida delle pulsioni aggressive la cui censura aveva fatto la fortuna di Freud, perché la psicoanalisi si edificò proprio su questo, e che se ne faccia uno strumento efficacissimo di distrazione di massa. Meglio del circo, meglio dei gladiatori, meglio dei leoni, manco devi affollare gli stadi, i poveracci si distraggono ognuno a casa propria.
E siccome esiste un gemellaggio segreto tra il potere di eros e l’aggressività, la voglia di vivere, la forza di reagire, censurando la forza dell’eros, le sue manifestazioni irriducibili, il piacere, le soluzioni originali, il corpo che irrompe, costruisci una nuova generazioni di schiavi.
Auguri a noi.

sulla manifestazione di oggi. Ossia: vi stanno prendendo in giro.

Mi sono trovata più volte, in questo blog e nel mio vecchio, a difendere i giochi di genere con un certo disappunto dei miei lettori più affezionati.   Ho sempre pensato e continuo a farlo, che il gioco di genere, sia una sorta di piattaforma intermedia per la strutturazione dell’identità che poi possa essere destrutturata o ricomposta in un’altra fase della vita che non sia la prima infanzia. Diversamente da molti non ho niente in contrario al fatto che le bambine vestano di rosa o si divertano a truccarsi o a vestirsi, che i maschi si incantino nella successione di fasi quasi standard : ruspe/dinosauri/costruzioni/macchinine/calcio e persino che in termini di frequenze statistiche si constati nei maschietti una maggiore motricità e nelle femminucce una maggiore sedentarietà. Ritengo la differenza corporea produttiva di significato, e non ho mai cortocircuitato la produzione di significato con la possibilità e anzi la necessità, per le donne di lavorare. Vengo da una stirpe di donne professionalmente efficaci sul lavoro, ambiziose, intellettualmente vivaci, e insieme estremamente vanitose, e insieme, madri. Così sono io, così era mia madre, e mia nonna, e persino la mia bisnonna.  Non riesco a capire se non nei termini di una patologia culturale pervasiva su tutti i fronti, e sedimentata nell’organizzazione materiale delle cose, un reale e ontologico attrito tra le due funzioni psichiche ed estistenziali, della genitorialità e della professionalità. Non lo trovo per le madri e non lo trovo per i padri. Ritengo che l’attrito si crei perché la gente, o è costretta o si costringe, a lavorare troppo, in una misura che pervade e anestetizza pericolosamente altri aspetti importanti della vita: figli e non solo.

Le persone devono pagare un affitto, e simultaneamente pagare la sussistenza nella quale dobbiamo includere i servizi di uno stato sociale pieno di squarci: vuol dire che non ci sono solo le bollette e la spesa per il mangiare, ma per esempio la mensa dei figli a scuola, e insieme le spese mediche che diventano sempre più costose e le tasse etc. etc. : non basta uno stipendio e qualche volta manco due, e quando bastano ci si ritrova a fronteggiare la pressione sociale di una serie di bisogni indotti. Le persone non sembrano più in grado di avere un telefono che telefoni soltanto, e non sanno più fare una festa ai loro bambini che abbia solo dei dolcetti, e avvertono spesso una rete imposta di necessità che sentono parzialmente. Nascono nuovi riti obbligatori, nuovi balzelli autoinflitti. Il regalo alla segretaria del medico della mutua, il pensiero a quella persona che non sopporti per niente.
La recessione da una parte, e la lotta all’illusione della sua assenza, producono forme di schiavitù che esasperano il bisogno di lavorare, e che mettono sul patibolo l’importante concimazione dei rapporti privati, ancorché la possibilità di aumentarli: in queste condizioni, non fa più figli nessuna.

In questa congiuntura piuttosto cristallina – se non fosse per l’allure discriminatoria – fa quasi tenerezza la manifestazione di oggi, con questo imbarazzante specchietto per le allodole che è l’ideologia gender. E che però con sbigottimento constato è sempre più efficace. Scendono in piazza, per difendere la famiglia tradizionale. Pensando che sia aggredita par di capire – o dalle donne che porterebbero i calzoni o dalle coppie omosessuali che vogliono sposarsi. Noi li guardiamo con supponenza, loro si sentono dei martiri, si sentono soli e poco compresi – eppure, è piuttosto curioso constatare come questo nuovo giochino culturale attragga energie intellettuali che sarebbe tanto meglio spendere altrove. Ed è particolarmente curioso constatare come il lessico adottato sia quello della minoranza perseguitata che difende un valore minoritario, quando abitiamo in un contesto culturale dove i ruoli tradizionali sono ancora sclerotizzati, e dove ancora si sostiene che il al femminile tocchi per sempre la cura del privato, e il maschili per sempre debba occuparsi di quella del pubblico, con le bambine a cui si propinano corsi di portamento e a cui le maestre dicono come devono mettere lo smalto, e nel frattempo gli omosessuali non possono sposarsi e manco avere o adottare figli e quindi è tutto davvero molto curioso.

Io non penso che difendersi a oltranza da una visione pluralista dell’identità di genere risolva il problema dell’omicidio del privato a cui molti di noi sono costretti, per cui alla fine i padri spariscono le madri pure e le famiglie in terzo luogo: si fanno troppi pochi bambini e se li si fanno non si vedono. Mi sembra che ci sia una distorsione cognitiva che o è patologica o è in cattiva fede, nel fare crociate contro le persone che sponsorizzano il lavoro per le donne per esempio, e un’educazione che incoraggi le donne a lavorare – o che rivendichino la necessità del matrimonio per le coppie omosessuali. Mi pare che si agisca un sintomo, una nevrosi culturale, oppure che ci si faccia strumento di qualcuno che voglia fare un movimento politico veramente indolore, che vada a discapito di quelli che contano di meno, e che non mette davvero in discussione le cose che vanno davvero corrette.

Il mio libro, altri libri, e come cambia il modo di porsi degli analisti negli anni

(Dunque. E’ uscito pochi giorni fa il mio libro – guida tascabile alla psicopatologia della vita quotidiana – per i tipi di minimum fax, i quali sicuramente tutto spereranno tranne che io scriva in corrispondenza di un libro che fa anche ridere, un post serissimo sulla questione degli psicoanalisti che scrivono libri che fanno ridere, o in alternativa che fanno sospirare, temendo a buon diritto che io in questo modo boicotti le già sicuramente esigue vendite. Ma i Tipi di Minimum Fax, non sanno il cospicuo intorcinamento di budella che mi provoca la materializzazione di un aspetto della mia personalità, non sanno quanto io sia per esempio preoccupata dal giudizio di gente competente e serissima – la mia parte per esempio che vorrebbe essere competente e serissima ad oggi avrebbe voluto scrivere un saggio molto acclaratamente ponderato, su cose molto gravi e con tutti altri toni lessicali, orge bibiografiche e rave party di casi clinici – indicativi di altre e ben profonde preoccupazioni. E’ pieno di persone tristi la fuori, che te ridi? Profonda preoccupazione! Io giuro che la profonda preoccupazione – ce l’ho.)

Nella fraseologia junghiana, si intende con il termine Persona, l’insieme di caratteristiche caratteriologiche ma anche sociologiche diciamo, che strutturano quella parte dell’identità individuale che fa da interfaccia con il mondo esterno. E’ un costrutto di cui si è appurata la funzionalità negli ambiti della psicologia sociale, ma che viene chiamato in causa più raramente parlando di psicodinamica individuale. Eppure è un concetto utile, che ha delle declinazioni sottili che lo rendono più flessibile del fratello winnicottiano  “il falso se” che con quell’evocazione di falsità nonostante tutti i salamelecchi adottati in via empatica quanto precauziosa odora sempre di sanzione morale. Il falso se è una maschera falsa, che copre la presunta verità, un’identità fittizia e profana da dare in pasto alle relazioni transferali e che dissimula la fragilissima ancorché sacra identità nascosta che nella vulgata analitica è ipso facto, molto fragile e sai mai migliore. Usare il termine persona invece, permette di neutralizzare un po’ il costrutto preservandolo da giudizi di valore anche storicamente o idiosincraticamente determinati e permette anche di riconoscere con maggiore lucidità quali parti complessuali del soggetto, quali nuclei identitarii vengano ingaggiati nel suo dialogo con il collettivo. Su cosa qualcuno investa molto e non di rado troppo, e su cosa troppo e non di rado troppo poco. Cosa c’è di proprio nella persona, quali funzioni simboliche assolve nell’economia psichica del soggetto quel particolare modo di fare e di vestire?

Per moltissimo tempo gli psicoanalisti si sono interfacciati al mondo sotto l’ombrello di una Persona riservata, elegante, molto pensierosa, certamente ricca, indubbiamente colta, ma al contempo in empatico contatto con le sofferenze del mondo. Alcuni libri si – ma meglio se difficili, pochissime sortite mediatiche, nessun tentativo sulla stampa. Una lunga carriera di esoterica aristocrazia del dolore e del pensiero, uno sguardo di mesta insofferenza verso discipline limitrofe come per esempio la psichiatria, o verso certi colleghi vieppiù nazionalpopolari come i cognitivisti appassionati di quelle terribili volgarità i test, i numeri la psicometrica. Era una posizione rassicurante, funzionale a un contesto storico e a un’utenza – ancorché a delle domande che ancora nessuno poneva. Questo stereotipo sociale dello psicoanalista è rimasto vivo in tutti questi anni di cambiamento, rinforzato dal cinema e dai luoghi comuni e nonostante i cambiamenti che avvenivano inesorabilmente proprio nel modo collettivo di affrontare questi temi: nel frattempo erano infatti nati i centri di igiene mentale, era stata istituita una facoltà in cui entrare a insegnare, emergeva una graduale acquisizione da parte di tante persone di un possibile bisogno di cura della psiche, e in tempi più recenti, ha cominciato a fare capolino una sempre più incalzante domanda di comprensione del movente psichico di fronte ai tanti disastri che si leggono nella cronaca. I clienti si impoverivano, i vecchi oligarchi morivano, cominciava a vedere la luce una nuova psicoanalisi che non poteva costare troppo, che non poteva contare su tessuti damascati e nevrotiche con il cappello di piume, e sono cominciati a girare, vivaddio, giovani analisti in maniche di camicia, che si spendono sul territorio, che se occorre danno spiegazioni, che chiacchierano oh se chiacchierano. La necessità di una divulgazione si è fatta più trasversale, e alcuni – ancora troppo pochi – hanno tentato delle sortite mediatiche per venire incontro a questo cambiamento culturale. Ce ne sono di famosissimi – Crepet prima Recalcati adesso, e di assolutamente sconosciuti tipo me con il mio libro o tanti in rete su blog specializzati, per esempio. Ora al di la delle eventuali differenze di spessore e di prestigio – che riconosco a Recalcati anche se mi trovo spesso ad avere un pensiero molto divergente dal suo – ci si trova dinnanzi al problema dell’aggiornamento della Persona, e dell’aggiornamento della Persona scritta. E non è per niente facile.

Perché la divulgazione analitica mette in campo ulteriori difficoltà rispetto a quelle che sono implicate nelle divulgazioni di altre materie. Anche per chi scrive di psicologia esistono la scilla della eccessiva semplificazione e la cariddi dell’insopportabile complessità – o in altri termini il rischio della banalità e quello dello snobismo intellettuale. Ma siccome dall’analista si va per risolvere questioni importantissime per la propria vita, vitali, che fanno soffrire – banalità e snobismo fanno arrabbiare molto di più rispetto alle occasioni in cui vengono riscontrate su altri argomenti. Inoltre non viene mai a nessuno il sospetto che la Persona non coincida con un soggetto nella sua completezza, il quale ha anche altre modalità di funzionamento che non arrivano nella comunicazione mediatica. E arrivando a vette che rasentano il ridicolo, gli analisti tenderebbero a essere sempre immaginati come seri cogitabondi e silenziosi financo preoccupati: seri cogitabondi e silenziosi a pranzo coi figli, seri cogitabondi e silenziosi dinnanzi alla partita di calcio, seri cogitabondi e silenziosi alla posta e col vigile urbano. E soprattutto seri cogitabondi e silenziosi anche in seduta. Che è l’ideale tradizionale che si immagina per la psicoterapia, e che il cinema è stata largamente sponsorizzato e che se ha retto per tanto tempo è stato anche per una sua particolare funzionalità al modo di concepire psicologicamente l’analista, di cui si sente l’asimmetria in seduta, di cui si teme in modo fantasmatico il potere psichico, e che si immagina di voler attaccare: ma quello, serio silenzioso e cogitabondo, superiore cioè – non farà mai pagare il fio, magnanimamente incasserà e insomma i nostri complessi di inferiorità non presenteranno il conto.

Ora assistiamo alla proposta di nuovi tentativi di comunicazione per quel che riguarda la divulgazione psicodinamica, e quindi a nuove Persone che si interfacciano al pubblico. Per esempio i vari blog che parlano di psicologia offrono Persone modeste, pragmatiche, che parlano un linguaggio semplice, che alludano alle categorie delle misure scientifiche, e che si pongono come interlocutori paritari – sono tranquillizzanti per tanti aspetti, perché restituiscono un’idea del disagio, della diagnosi o di un certo problema come quotidiano, approcciabile, tollerabile. Qualche volta deludono perché non sembrano toccare il dispiacere o tante complicazioni individuali. Portano testi troppo poco sfumati. E vengono avvertite come semplificanti e superficiali. Altri mettono in scena una saggezza seduttiva ed estetizzata, uno charme estetico per tradurre i concetti e chiamare i lettori a se: è una strategia efficace perché fa arrivare tante sfumature emotive e concettuali e aiuta a tradurre emotivamente grandezze che sarebbero difficili altrimenti da spiegare: oggi Recalcati trionfa in quest’arte, ma prima di lui ha spadroneggiato per esempio l’onnipresente Carotenuto. Non a caso però entrambi sono stati tacciati di un narcisismo dei più deteriori – perché il passo è veloce e il tranello è vicino, e la compulsione alla metafora stellata viene letta come desiderio costante di ammirazione più che di trasmissione di contenuti. E forse abbiamo anche ragione nel temere quello scivolone, se riprendiamo il concetto di Persona, avremo ragione di sospettare che quella scelta comunicativa sia stata selezionata perché rappresentativa di una delle parti interne di quell’analista che meglio si trova a suo agio con certe dinamiche, quali per esempio la seduzione estetica – senza però che questo ci possa veramente permettere molte inferenze sul suo modo di lavorare – e su quanto controlli queste dinamiche. Infine io ho tentato la via dell’umorismo, come tentativo di fornire una piattaforma di sicurezza, per contenuti che fossero idonei, da cui osservare dinamiche non riconosciute come nevrotiche ma che nevrotiche sostanzialmente sono. Anche l’umorismo ha i suoi tranelli – è una difesa così efficace che rischia di non far vedere ciò che si vorrebbe così vedere meglio – e di questo ho parlato nell’ultimo capitolo del mio libro. Ma rimane comunque una nuova versione della Persona analitica che estende alla comunicazione teorica, quegli stratagemmi comunicativi che adotto quando devo portare qualcuno – incluso me stessa, ad andare dove si teme di andare.   Che vi devo dire, speriamo si capisca!

Jovanotti – è l’ultimo dei nostri problemi.

Dunque brevemente, l’occasione di questo post: nei giorni scorsi Jovanotti è stato invitato a parlare agli studenti dell’università di Firenze, e arrivato alle riflessioni sul mondo del lavoro avrebbe detto qualcosa come – non è male lavorare gratis- è qualcosa che fa portare a casa un’esperienza. Qui il suo intervento. A seguire, plotoni di indignati che sui social network si sono arrabbiatissimi. Ha detto delle cose incredibiliii! Ha detto delle cose bruttissime! Ah maledetto privilegiato! E questa orda di reazioni ha provocato il mio più vivo disappunto.

Per usare un delicato eufemismo.

In Italia al momento la situazione è la seguente: la crisi economica che ha investito Europa e non solo, ha avuto nel nostro contesto effetti ancora più devastanti sul mondo dell’occupazione per una serie di motivi aggiuntivi.
Il primo di questi motivi riguarda sperperi, forme di corruzione, forme di delinquenza di vario ordine e grado che hanno provocato un deficit pubblico maggiore di quello a cui avremmo potuto assistere con gestioni economiche più oneste e oculate, per cui oggi una serie di opportunità professionali in termini di posto pubblico non sono disponibili come un tempo. In seconda battuta la crisi riguarda particolarmente certi settori – vedi il giornalismo ma anche editoria etc. etc – che patiscono violentemente la digitalizzazione e vedono un consistente calo di introiti – per cui anche qui i soldi non ci sono come prima. Infine c’è la tendenza tutta italica a speculare sulle narrazioni di tutte queste questioni, e di usarle come alibi per cui alla fine esiste una larga frangia di lavori non retribuiti, di volontariato svolto in varie forme di ordine e grado, o di lavoro teoricamente retribuito ma magnace te con 500 euro al mese – che è la paga che oggi prende un’operatrice nei centri antiviolenza – dopo oh yeah sei mesi di volontariato e oh yeah un anno di corso a pagamento. 30 ore settimanali a cui è chiesta anche una notte. Ma chiedete sereni dei soldi che prendono gli operatori di altri settori nell’ambito del sociale. Certi sono un pochino più fortunati: 800 euri per esempio al mese.

Questo è dunque il mondo del lavoro che i singoli si trovano davanti quando cominciano a lavorare. E’ un mondo che paga poco, dopo non aver pagato affatto, e che usa la crisi come retorica per ricattarti – dove tu non andrai, andrà un altro, dove per te è troppo poco sarà abbastanza per un altro. A questo mondo del lavoro è legato il progetto di alcuni e certi lavori desiderati. Io naturalmente parlo con maggiore cognizione di causa dei contesti professionali che conosco: ma per esempio, se vuoi fare lo psicoterapeuta non puoi farlo a termini di legge senza un’orgia di ore gratuite di lavoro – che va sotto il nome di tirocinio – e che ad oggi mi pare si assestino intorno alle 500, che sono un’enormità e che non vengono passate solo ad acquisire, ma soprattutto ad erogare servizi per i quali lo stato percepisce un ticket dall’utenza, e che va a sostituire le prestazioni professionali dei dipendenti che stanno andando in pensione e che non vengono sostituiti. Attualmente i centri di salute mentale, campano di tirocini e volontari – la qual cosa ha come effetto: 1. Che molte persone non possono essere prese in carico per assenza di personale 2. Che quanto lo puoi cazziare un tirocinante? 3. Che alla fine del tirocinio o del volontariato chi c’è c’è chi non c’è non c’è te voi suicidà è un problema tuo io qui vado ciao e le terapie spesso sono bruscamente interrotte assolutamente a prescindere dal bisogno del richiedente, oppure devi cambiare terapeuta per forza di cose. 4. La domanda è blandamente esaudita, non c’è necessità di concorsi.

Non credo che altri contesti professionali quando assumono collaboratori volontari vadano molto lontano dalle dinamiche che riguardano psicologi nel servizio pubblico, o operatori nel sociale. Il lavoro non pagato produce certo esperienza – è un dato di fatto perché lavorare fa imparare a lavorare – ma produce un lavoro meno controllabile, meno sanzionabile, più vulnerabile alla frustrazione, e che potrebbe interrompersi da un momento a un altro e che comunque anestetizza la domanda e quindi evita che vengano prese delle persone con un contratto regolare e degli obblighi professionali. Il che non è esattamente la cosa migliore per l’utenza – men che mai per il lavoratore il quale dovrebbe procurarsi da mangiare.

Tuttavia, spesso entrare in un contesto professionale anche senza essere pagati, procura l’ingresso nel lavoro. Procura un sapere che prima non c’era, procura un’esperienza, procura un canale, procura dei contatti, procura l’accesso cioè a un secondo ordine di occasioni, e quindi una concreta possibilità di trovare, in un secondo momento un lavoro retribuito. Quindi quando ci accingiamo a riflettere su questa cosa del lavoro oggi in Italia – dobbiamo scontrarci con due cose: la prima è che per accedere al mondo del lavoro non di rado ti si chiede di lavorare gratis, e questa cosa purtroppo per il singolo HA SENSO FARLA perché quel lavoro gratis è l’attuale canale di accesso che può essere se non necessario, preferenziale. La seconda è che il lavoro gratuito, o il volontariato (che per me salvo terremoti, alluvioni, improvvise emergenze collettive è lavoro gratuito uguale identico) fa male ai lavoratori, fa male a chi è assistito dai lavoratori, fa malissimo all’economia che anche in quei settori manca di essere rilanciata.

Allora, non ha proprio senso arrabbiarsi con Jovanotti il quale ha semplicemente cercato di indorare una pillola che dal suo punto di vista non può non essere ingoiata. Jovanotti non ha detto niente che non dicano molte persone piuttosto di buon senso – e devo dire, cose che anche io fra dieci anni potrei dire a mio figlio, e a ragione: se prescindiamo dalla politica è vero il lavoro gratuito è l’occasione che capita a un neolaureato di entrare in contatto con del lavoro retribuito. Si può dire a una persona di non imperversare dopo una prima o una seconda esperienza gratuita. Ma una prima esperienza a gratis non mi pare una cosa grave e anzi mi sembra una possibilità utile in questo sistema.
La cosa grave è invece un sistema economico in cui anche a fronte di consistenti capitali – expo per dire – si prendano tante persone senza retribuzione. L’idea che la non retribuzione sia una nuova vacca da mungere – particolarmente adatta a questo momento storico, forse con i nostri nipoti non sarà possibile perché ci saranno meno famiglie disponibili alle spalle. Ma questa cosa va combattuta in un altro modo, con altri interventi, altre scelte, e altre retoriche altre disponibilità e altre consapevolezze, perché forse non è tanto chiaro quanto ognuno qui colluda senza proferir verbo con questo tipo di meccanismo e non si senta quando si tratta di dare un consiglio a un ragazzino di dire, guarda tirati indietro, lascia stare questa cosa, non si senta di evitare il servizio pubblico dove diverse persone a vario titolo lavorano gratis (tipo mia madre, in amministrazione per anni al centro prevenzione tumori) non si senta di boicottare expo, non si senta di farsi due domande sul ruolo che assolvono i centri di volontariato vincendo bandi pubblici che non prevedono adeguata retribuzione per i dipendenti. – e ora sarò molto sgradevole e provocatoria: non si senta di non leggere questo blog che è un altro lavoro gratuito. Perché a cazziare Jovanotti perché è ricco e ha detto ingoiate sta pillola – beh so buoni tutti. Occorre un diverso progetto politico che ruoti proprio di 180 gradi la prospettiva delle cose e un pensiero un tantino più solido  e strutturato anche nelle scelte per arginare una tendenza pericolosa– ma anche una volontà di attuarlo che non mi pare affatto garantita dalla sporadica cazziata al vip di turno, ieri Ferilli oggi Cherubini, il cui fine principale mi pare sempre quello di rimproverare lui per avere i soldi che non abbiamo noi, che far caso davvero ai soldi che non abbiamo noi.