Capopopolo di ritorno.

E’ da diverso tempo che studio con curiosità l’emergere in rete – su Facebook soprattutto ma non solo –di alcuni personaggi femminili carismatici, che tradiscono i vecchi clichet del potere femminile, per proporre un nuova costellazioni della seduzione culturale. Non si tratta di donne particolarmente belle – anche se forse qualcuna lo è come dire – incidentalmente – spesso non sono donne giovani. Allo stesso tempo non sono neanche degli uomini mancati diciamo così, delle lady di ferro, né hanno vite esageratamente esotiche. Hanno spesso figli, ma anche no. Mariti e più spesso ex mariti. Relazioni faticosamente in piedi o desiderate con placido disincanto. Genitori anziani da accudire, e amministratori di condominio da sedare. Non hanno parenti potenti o in vista e si barcamenano nel quotidiano come quell’antri, quando più quando meno.
Possono essere sociologicamente lontane tra di loro, per storia sociale del loro genoma, estrazione politica, vocazione di classe. Ma hanno tutte in comune alcune competenze e connotazioni: sono intelligenti, autoironiche, moderatamente ciniche, ferocemente argute, a tratti materne, ad altri tratti addirittura romantiche, scrivono tutte molto bene, e con quella scrittura attraggono masse di lettori, o anzi, masse di relazioni di vicinanza.

La maggior parte viene dall’artigianato della parola, e magari ne è stata anche malamente espulsa o ne viene continuamente maltrattata: traduttrici mal pagate, romanziere di periferia, e molte giornaliste magari blasonate, eppure scomode. Un sinistro miscuglio di fattori dell’industria culturale non le ha messe al centro della scena quando lo spazio era libero oppure, quando loro sono riuscite a conquistarselo, non si è volutovoluto trattenerle dove meritavano – e ora esse si riguadagnano il centro partendo dalla piattaforma informatica.
In quella marginalizzazione hanno contato molti fattori, alcuni dei quali io probabilmente ora sottovaluto per acclarata non conoscenza del settore: c’è sicuramente di mezzo la crisi dell’editoria, il destino difficile a cui sta andando incontro tutto il giornalismo italiano e tutta la produzione editoriale, e certo le microstorie delle lottizzazioni politiche e dei cambi di vertice in questa o quella testata, le cordatine e le cordatone, le reti di vicinanza e di sopravvivenza, le varie correnti del vento e tutte cose che riguardano la fenomenologia del potere – i topi le barche e le puttane. Ma tra tutti questi fattori un ruolo l’ha avuto anche il genere, nelle sottili modalità in cui la discriminazione di genere agisce nel mondo dell’artigianato della parola specie nei confronti di donne che non si sono volute conquistare la poltrona o la pubblicazione con le solite dinamiche relazionali. La moglie, la figlia, l’amante, l’amica. Questo tipo di donne, per quanto non di rado del tutto disincantate e magari non del tutto sdegnose nei confronti delle dinamiche di barche e barchette, fanno sempre più fatica a rimanere incluse nei giochi di protezione e di tutela della leadership, sono sempre il numero due rispetto a un numero uno maschile considerato più premiabile. Vuoi per il carattere, vuoi per il fatto che anche le più brillanti si fanno venire l’antipatica idea di avere dei bambini, vuoi per le segrete vie dei patti di genere, e di certe miopie che la rete rivelerà per contrasto.

La rete, che fino a circa un decennio fa per diversi commentatori era considerata roba da uomini, dal momento che ci si aspettava di default che qualcosa di idealizzato in quanto utile, veloce, capace di fornire informazioni in tempi brevissimi, dovesse essere necessariamente fruito più dai maschi, e meno dalle femmine, inadeguate per costituzione a tutto ciò che è meccanico. Per molto tempo, l’idea era stata quella dell’utilizzo del computer come qualcosa di lontano dalla mente femminile – un po’ come l’automobile – e la rete un posto per nerd oppure, in alternativa per brutte persone – maschi malati che si industriavano a imparare internet per simulare comportamenti atti a compiere gesti pericolosi(qualcuno ricorderà alcune antichissime puntate di Porta a Porta per esempio sul caso Meredith, in cui si dissero cose agghiaccianti sul “popolo della rete”).
Poi però sono successe delle cose, che andavano in direzione ostinata e contraria. Per esempio il fenomeno del mummy blogging, e tutta l’esplosione di forum di madri, in cui convergevano signore che addirittura non lavoravano, parlavano essenzialmente della loro vita di madri, raccontavano mondi e costruivano una nuova ampia fetta di mercato, con un nuovo interessante giro di affari. Alcune mamme giornaliste fino ad allora dalle posizioni professionali onorevoli ma non incredibili, pubblicarono volumi da decine di migliaia di copie, che ne sovvertirono il destino professionale.
Forse quella cosa li della rete, come una cosa da maschi non era tanto azzeccata.

Di poi c’è stato l’avvento dei social network, che a questo femminile che usa la rete ha fornito una seconda occasione di conquista del centro ancora più potente.
I social sono piattaforme che mischiano i vari livelli di comunicazione, togliendo le rigide barriere spartiacque che la realtà impone. Degerarchizzano, orizzontalizzano, offrono spazi dilatabili dalla soggettività, e quindi anche parcellizzabili nei tempi frammentari di chi ha per esempio molti doveri relazionali. Ma soprattutto i social netwark sono gratuiti per cui hanno una utilizzazione liberata dal costante intreccio di topi potere barche e puttane che pervade le aree dell’editoria. Nessuno avrà da dire niente se una vuole scrivere dei pensierini che siano sulla lavatrice che sulla questione palestinese, che sul cane, che sulla delicata situazione in Siria. Nessuno imporrà tempi, lunghezze, orari, cartellini, e se ci sarà da andare dal padre anziano si andrà dal padre anziano, e se ci sono i bimbi da prendere a scuola si prendono i bimbi a scuola lo schermo è bianco e la mano è libera. L’eventuale talento personale, ha davvero una nuova occasione.

E la coglie – spesso – ma non sempre suo magrado. Ci sono giornaliste che per esempio affiancano la solidità della propria carriera con un uso sagace della rete, che le rinforza nella seggiola pur sempre precaria. Ma ci sono donne, le protagoniste di questo post,
che quasi ci cascano dentro, non per immodestia o mancanza di ambizione, ma perché nella gratuità del social network le loro strutturate compentenze si intrecciano al carisma della loro personalità il quale, traluce con estrema naturalezza dal loro modo di scrivere, dalla leggiadria dei loro indicativi, dall’amicizia che provano verso il proprio intuito, dal patto di sorellanza che hanno con il loro umorismo anche quando scrivono per comunicare e non con una coscientemente chiara a se stesse e onnipresente intenzione seduttiva, politica in senso lato. Sono magari incerte su tante cose, lo dicono e ripetono non di rado, ma sono sicurissime sul loro diritto e capacità di dirle, l’assenza di regole e margini della rete da loro la possibilità di essere molto creative, e siccome parliamo di persone di talento diventano un nuovo oggetto sul mercato, e un nuovo oggetto che può tornare nella galassia dei piccoli centri del mercato editoriale ma anche diciamo esistenziale.

Per questo sono anche regolarmente attaccate. Invidiate, tacciate di malafede e opportunismo, di una seduttività che si stenta a credere non calcolata – il desiderio di piacere è in effetti una piccola consolazione che può tentare di incrinare la dolorosa percezione del talento altrui – in qualche caso aggredite per aver tradito così smaccatamente la periferia a cui si vorrebbe le costringesse l’identità di genere – in altri ricattate per l’autonomia politica dimostrata in un contesto in cui non dovrebbe essere l’eccezione. Diventano allora l’icona di qualcos’altro incarnano cioè la libertà di spirito di cui si può godere di questi tempi.
E la libertà si sa, non fa lo stesso effetto a tutti.

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tragico, comprensione, invalicabilità

Una volta, sul mio vecchio blog, scrissi un post che parlava di diverse cose e in particolare di antisemitismo, e dei sentimenti con cui gli ebrei solitamente affrontano la questione. Quel blog era, molto più di questo, intriso di riflessioni personali, e il post riportava i miei sentimenti sulla questione: il mio modo di viverla più che di pensarla, i gradi di rabbia e di allarme. Era un tema quello, su cui mi è capitato di tornare spesso, e non è affatto escluso che mi ricapiti di farlo: l’argomento suona in effetti come un conto in sospeso che non si riesce a saldare mai. Tuttavia è un tema che ingenera una serie di reazioni e di scambi che, trattandosi di un nervo scoperto, mi chiedono più energia di altri – e per questo motivo, per il momento se ne sta accantonato.
Oggi lo tiro fuori infatti, per parlare d’altro. A quel post risposero molti commenti, tutti molto affettuosi empatici e gentili. Mi fecero nel complesso molto piacere, e pensai quante care persone comprensive girassero per la rete. Intervenne però anche un mio collega con cui ci infilammo in una discussione sgradevole: il collega ridimensionava l’impatto della discriminazione ma rivendicava di sapere come ci si sentisse qualora capitasse. Rivendicava di condividere il vissuto di chi magari aveva dei parenti morti nei forni o dei genitori che non guarivano dal passato. Fu una situazione moderatamente sgradevole – perché molto mediata dal mezzo – che esemplificava però una questione molto frequente.
Cosa vuol dire capire l’altro? Vuol dire immaginare? Vuol dire immedesimarsi? Vuol dire rivivere? Vuol dire saper inventare? E ancora, cosa possiamo trasmettere all’altro? Comunicare? E quando ci si imbatte nell’esperienza del tragico, che cosa succede? Dove dobbiamo andare?
Il tragico unisce – ma il tragico può dividere inesorabilmente nostro malgrado, e questo ordine di domande sono molto importanti per tutti, ma per gli psicologi e gli psicoterapeuti sono qualcosa di imprescindibile – il modo con cui la loro equazione personale li porterà a reagire e ad approcciarsi alla questione sarà dirimente.

Indubbiamente la questione dell’ebraismo è un ottimo trampolino di lancio per spiegare questa area delicata della comunicazione, perché soprattutto con l’Olocausto, satura tanti aspetti importanti della questione che si ripropongono regolarmente anche con spettri di narrazione del tragico molto lontani, e in più è un tema collettivamente affrontato talora persino inflazionato, ma dalle variabili divulgate con film, libri e lezioni a scuola.

In primo luogo c’è il dispiegamento dell’evento tragico, il trauma della violenza dell’uomo sull’uomo, la cosa che procura orrore morale. In secondo luogo c’è il modo in cui quell’evento continua a vivere nel modo di pensare e di categorizzare la realtà di chi vi è sopravvissuto o ha raccolto il trauma dei suoi genitori e l’ha portato addosso – per gli ebrei, come per gli eredi di altre popolazioni perseguitate i clinici parlano di trasmissione intergenerazionale del trauma. In terzo luogo c’è il fantasma del ritorno dell’esperienza traumatica, a volte per gli ebrei sostenuta non tanto da una patologia interna ma dalle prove esterne che l’antisemitismo è una patologia culturale che non passa mai. In quarto luogo c’è l’unico amaro vantaggio della potente storia traumatica, vantaggio spesso invidiato da chi è in una posizione di debolezza psicologica, o di narcisismo clinicamente inteso, per cui il trauma performa identità, dice qualcosa dell’io, diventa oggetto di una sorta di orgoglio.

Se trasferite tutti questi gradi dell’effetto traumatico in questo caso dell’olocausto e della discriminazione ad altre esperienze del tragico – vedere i propri genitori sparire sotto i colpi di militari in Siria, scoprirsi titolare di una diagnosi infausta e cattiva, sopravviversi a una dipendenza da droghe diventata pericolosa per se e per gli altri – farete caso alla persistenza di tutte queste variabili, che potrebbero essere pensate in una specie di ordine graduale: 1.La narrazione, 2.la struttura in personalità, 3.la persistenza di paure, 4. la rivendicazione identitaria. Sarà interessante vedere a quale grado di comprensione dell’altro tendete a portarvi spontaneamente, o tendevate – prima della lettura di questo post – perché più ci si ferma in basso, più la comunicazione sul tema del tragico diventa minata. Moltissime persone infatti a dire il vero non di rado quelle che per tanti aspetti sono migliori di altre, per intenzione, buona fede, qualità morale dei pensieri, credono di coprire tutti e quattro i punti ma sono fermi al punto uno, o si allungano solo celebralmente al punto due, sottovalutando il punto tre, e ignorando il quattro, facendo invariabilmente arrabbiare l’interlocutore. Soprattutto cadendo nel tranello per cui capire intellettualmente e provare sentimenti analoghi sia la stessa cosa. Ma capire intellettualmente, e immaginare cosa prova l’altro, non può equivalere a vivere e provare le stesse cose, e non equivalendo rimane una zona d’ombra emotiva, la zona d’ombra che cercano di coprire le arti, e che riguarda l’esperienza del dolore.
Possiamo noi davvero dire all’altro cosa si prova quando fa male un dente?
Figuriamoci quando fa male la vita.

La capacità di immaginare l’esperienza dolorosa dell’altro è una sorta di paio di occhiali che riesce a correggere la miopia strutturale dell’umano. Porta addosso una sorta di errore di sistema di misurazione però, ossia la capacità di capire e immaginare è un paio di occhiali che produce una visione dell’altro più nitida, ma non combacerà mai con l’altro, se non altro perché gli occhiali te li puoi togliere, mentre quello è costretto allo sguardo perfetto su di se. Si sottovaluta molto quando si ascolta il tragico la differenza strutturale che c’è tra il poter scegliere di stare dentro una storia e il non poter scegliere. E nelle situazioni in cui si crea una – sempre pregevole – indignazione collettiva, si scambia quel calore politico per il trauma, con l’esperienza traumatica stessa: siccome non si parla d’altro che di Schoah e io ho scoperto che cose bruttissime hanno fatto io guarda sto come te, uguale uguale! Ma non è vero, perché tu puoi smettere, mentre una persona che per esempio abbia i figli alla scuola ebraica, non può. Nella stessa misura non starai come quel tuo amico che fra sei mesi deve controllare se gli torna il carcinoma.

Portarsi avanti nella comprensione dell’esperienza traumatica, implica dunque l’arrivo a una soglia di equilibrio che stia un passo dentro a tutta la storia, e un passo fuori, un’appropriazione che sia come dire quasi totale ma che sappia di non essere mai completa, almeno come statuto teorico, come bussola orientativa. E’ utile lasciarsi sempre uno spazio che possa essere coperto da quell’in più che l’altro cercherà di trasmettere, senza mai riuscirci del tutto. Questa cosa, è particolarmente utile a noi che facciamo il nostro mestiere, o a quelle figure professionali che vanno in contro a situazioni di più probabile contatto col trauma, gli insegnanti, i medici e gli assistenti sociali, ma spiega anche molto bene perché gli psicoterapeuti che hanno qualcosa di rotto nella storia personale sono facilitati nel loro lavoro più di quanto siano le persone che non abbiano avuto nessun problema.

Riflessioni sulla vicenda di Marie Claire

Avevo deciso di ripubblicare il post qui sotto, quello sulle considerazioni psicodinamiche dell’anoressia, in seguito all’ennesima querelle su una copertina, un’immagine di donna magra su un giornale femminile che aveva indotto molti commentatori e commentatrici a protestare indignati con la direttrice del giornale in questione, Marie Claire, la quale aveva con quella foto estetizzato un modello malato di femminilità. Troppo magra, troppo triste. Alcuni e ad alcune ci avevano visto l’eterna sanzione verso una corporeità più florida, altre invece un invito all’estetizzazione dell’anoressia come pericolo per le giovani menti, altri ancora – soprattutto dopo che molti addetti ai lavori hanno di nuovo insistito sul fatto che non ci si suicida per le foto sui giornali, hanno spiegato che no è perché vendono un modello di femminilità triste, che estetizza la tristezza.

La discussione mi ha fatto risalire nella mente, come cibi che non riesco a digerire mai del tutto, tutte le obiezioni e i fastidi che mi provocano i due terzi degli interventi in proposito, pur rendendomi conto del fatto che, la questione del corpo femminile brucia chiunque la tocchi, per l’incredibile potenza esistenziale di cui dispone, per il fatto forse di esse il vero centro dello stare al mondo nostro e altrui. Il corpo è sesso, piacere, unione, procreazione, morte. Dalla capacità della donna di attrarre dipendono nell’ordine: la sua felicità, il suo godimento, il godimento del maschio, la trasformazione in madre, la trasformazione in padre, l’esistenza di figli e figlie. E quindi se parli del corpo parli sempre male: perché o pensi che conti solo lui, e no è troppo sei sessista, oppure se dici che non è tutto sei sessuofobica, se ti concentri sullo charme erotico sei futile (se donna) arrapato (se maschio) se invece dici che non è solo charme erotico sei cozzarona invidiosa (se donna) impotente bacchettone (se maschio). Parlare del corpo sui giornali è pericoloso quasi quanto parlare di soldi tra eredi.

Eppure, benchè possa dispiacere alle Alessandre Serre, alle varie direttore di giornale il discorso sui modelli femminili ha sempre senso, per via della tirannia che ha quel potere del corpo femminile, e per la sua adattabilità alle dittature dei contesti culturali, i quali usano sempre le iconografie del corpo per dire cosa c’è di meglio da offrire al mondo come prestazione esistenziale. Fintanto che scarseggiava da mangiare trionfavano le veneri del paleolitico, le Sofie Loren, che – a dispetto del sanguigno desiderio di bistecche, ci avevano i fianchi prorompenti. Qui che le bistecche te le tirano dietro, una elitaria ascesi è ancora il segno distintivo di un traguardo sociale, di un’alta borghesia guadagnata sul campo: da Sabrina a Marie Claire niente è più upper class di una pora stellina che ti viene da darle un bignè al cioccolato.

A ciò aggiungiamo il pepe della lotta generazionale, invenzione culturale del dopoguerra. Prima infatti le figlie incarnavano l’estetica delle madri e dei padri, e lottavano per dimostrare di possedere quella salubrità funzionale all’indipendenza e prodromica di un sano e famigliocristiano erotismo da fienile. Belle ragazze in salute eccochè! Ora – nel senso di almeno da 50 anni se Twiggy non è stata un ologramma – il desiderio di vedere le proprie bimbe mangiare va contro alla controcultura adolescienziale che rifiuta il cibo dei padri, che rivendica una perenne incerta magrezza, una perenne insoddisfazione, una depressione che è uno stato ideologico ed epistemologico, e alla fine certo anche estetico. Quante quante copertine di Marie Claire ci sono state prima di adesso e anche quando noi eravamo ragazzine! Ah le occhiaie! E quelle belle scollature che facevano vedere uno sterno scheletrico! Ah l’immortale seduzione di questo languore adolescenziale e culturalizzato. Si voleva andare a letto con certi morti di fame senza speranza – alcuni dei quali morti suicidi per davvero come Cobain, e si rivendicava l’iconografia mortifera di un corpo fatto di sensualità profonda.
A questo tipo di estetica le anoressie sono sempre state piuttosto funzionali – dalla Hepburn in poi.

Che però non vuol dire che l’anoressia si trasmetta per emulazione. Ed è per questo che avevo pubblicato il post, piuttosto risentita dalla strumentalizzazione e la conseguente grave relativizzazione di un disturbo molto molto grave attraversato da dolorosi vettori suicidari. Così come trovo che un altro problema che riguarda la discussione dei modelli femminili è l’immancabile tratto genitoriale riduttivo delle donne e del loro immaginario e dei loro desideri che pervade chi ne scrive. La questione è tosta perché quando ci si preoccupa per qualcosa di cui qualcun altro non si sta preoccupando viene subito da vestire i panni di una diversa età mentale, di una diversa maturità. Viene subito da dire, ehi io vedo quello che tu non vedi, e sono boni tutti a cazziare Michela Murgia quando poi non si sono posti mai in quel ruolo e assunti il rischio della asimmetria della preoccupazione.

Eppure un modo dovremmo trovarlo. Delle querelle che sono uscite dopo la copertina di Marie Claire, copertina per me banale e tuttalpiù iscritta in questo problema dell’appropriazione della cultura dei corpi delle donne, per cui alla fine fuori dal sesso non riescono a stare mai (sesso magretto, o sesso opimo che sia) sono usciti solo imbarazzanti attacchi reciproci sulla qualità del corpo con le tondette che dicevano alle magrette, ah sei troppo magretta, e le magrette che dicevano alle tondette sei troppo tondetta e tu sei invidiosa di me, no tu di me, e neanche un discorso complessivo sul corpo schiacciato sulla cultura dominante e sul sesso – come le accuse reciproche tristemente dimostravano.

Che è il vero nostro problema – Quelle borzettate sul corpo sono il nostro problema. Ma, ultima domanda, è politico e utile discuterne a proposito di moda? A proposito di riviste che campano sulla iscrizione ai codici di comunicazione sessuale? Le uniche riviste che se dicono che le donne sono prima di tutto corpo non vanno fuori tema? Forse si, ma con altri temi riuscirebbe meglio, e se proprio di vuol fare è una critica che esige strumenti molto sofisticati, oltre che un modo di parlare delle donne e alle donne che sia più interlocutorio e paritario di quanto le opinioniste del miglior femminismo siano abituate a fare. Quei giornali non sono solo i produttori di un immaginario, ma sono anche il prodotto di un immaginario. E allora, bisognerebbe ragionare insieme tra pari, su cosa si immagina e cosa davvero si desidera per se, e su quali parti di se si tendono a trascurare per i diversi altari – della classe sociale (mi pare assolutamente misconosciuta nel dibattito) dell’eros (invece sopravvalutato) della nevrosi (assente del tutto).

Vecchie note sulle anoressie

(Tiro fuori questo vecchio post perché la copertina di un giornale femminile, dove c’era una ragazza molto magra, ha tirato fuori l’annosa questione della presunta responsabilità del sistema della moda sull’aumento delle anoressie in occidente. Questa semplificazione, e questo modo di occuparsi del problema solo quando c’è da attaccare un sistema di potere, in modo saltuario e poco proficuo – talmente saltuario da garantirlo, è piuttosto unutile. Qui alcune considerazioni quindi sulla patologia in questione – scritte anni addietro)

Per iniziare, alcune precisazioni. Ci sono diverse patologie della sfera alimentare, e l’anoressia è solo una di queste, ma bisogna anche considerare un’altra questione – che l’anoressia, come altri disturbi è sia costellazione a se stante, che vestito adatto per altre situazioni psichiche problematiche. Ci sono molte diagnosi voglio dire, che si associano bene a questa e che quindi rinviano a comportamenti diversi di quelli di cui parlo qui. Ci sono donne per esempio con un importante disturbo di personalità che sono anche anoressiche, o con un invalidante disturbo depressivo. E quindi generalizzare è piuttosto arduo – se non pericoloso, ma pure c’è un certo tipo di anoressia nervosa, che porta spesso lo stesso tipo di situazioni insieme. Una non casuale confederazione di eventi. Di questo tipo io voglio parlare.

In primo luogo – molte adolescenti anoressiche sono, spesso e volentieri molto intelligenti e ambiziose, un tipo di giovane donna molto intellettualizzato. Nella maggioranza dei casi, vanno molto bene a scuola, e andranno molto bene all’università, scegliendo facoltà impegnative e altamente selettive. Ho conosciuto pazienti laureande in fisica, pazienti iscritte a ingegneria o giurisprudenza. Danno esami in tempo e ottengono sempre il massimo dei voti. Credono di amare il corpo, ma la parte di se identitaria forte e insostituibile, è il cervello: dinnanzi a una patologia che quando entra nella fase severa si mangia tutto quello che c’è a tiro, è la compromissione delle facoltà intellettuali quello che fa sentire loro il pericolo e fa decidere di curarsi.
La seconda caratteristica saliente di queste pazienti, è che in linea di massima sono per lo più deerotizzate. Non hanno relazioni, e se hanno relazioni amorose, non sono eroticamente molto attive e intense. Il desiderio è come anestetizzato non si consumano rapporti sessuali e se proprio ci sono fidanzati (raro) sono degli amici a cui si richiedere una fraterna tenerezza. Il linguaggio della seduzione completamente ignorato. Non si parla di desideri. Al punto che, buona parte del lavoro clinico consiste nel disseppellire queste energie disattivate e quando esse emergono – il desiderio sessuale, la voglia di piacere, la percezione del corpo come se sessuato e che deve attrarre – è una buona notizia.
Queste due caratteristiche, molto ricorrenti nelle giovani anoressiche, ci devono far riflettere. Perché nel discorso culturale il femminile è percepito come un monolite, e le ragazze che cadono nella patologia sono lette come la popolazione di quelle che portano a estreme conseguenze la dipendenza acritica di modelli culturali, e secondo certo femminismo un’adesione assecondata al bisogno sessuale e culturalmente rappresentato, dei maschi. Ma in realtà le ragazze anoressiche sono molto più vicine a queste posizioni critiche di quanto appaia, il loro problema è proprio nel decidere di collocarsi fuori della sessualità, e del corpo e di arroccarsi tutte nella testa.

In secondo luogo, le famiglie di queste ragazze hanno una costellazione che spesso si ripete. Con la madre c’è un rapporto simbiotico, in cui la piccola non si è ancora differenziata dalla grande e viceversa, mentre il padre è una figura satellitare che spesso ha mancato di rimandare alla figlia un riconoscimento emotivo e corporeo – un sano edipo insomma – e si è sintonizzato con lei solo in termini intellettuali e celebrali: risultati scolastici, qualità delle prestazioni, vittorie in termini di competizione. Non sono figlie non amate, sono figlie spesso adorate – solamente chi le ama, porta un problema addosso e nel linguaggio che sceglie di usare o nella possibilità di comunicare. In genere, sono genitori a loro volta problematici, che hanno avuto nell’infanzia un problema di riconoscimento soggettivo – lo scintillio nello sguardo di un genitore che guarda un figlio e dice – Sei Tu – e ora stentano a offrirlo a un altro. La madre non è riuscita a separarsi in tempo dalla figlia e il padre non è riuscito a intervenire per separarle: la simbiosi che avvolge i piccoli nel primo anno di vita è diventata allora una gabbia (vi ricordo – in proposito, la mia osservazione che suscitò tanta perplessità qui sulla correlazione tra allattamento prolungato e anoressia)..
Il sintomo si spiega allora simbolicamente così: non ingoio quello che mangio, perché quello che mangio rinvia a mia madre, al nutrimento della madre, all’essere madre possibile a mia volta. Io voglio liberarmi di questa cosa per un verso, ma non voglio per un altro. Non mi emancipo perciò concretamente perché questo vorrebbe dire diventare madre potenziale a mia volta, e fuggo nell’astrazione del rifiuto simbolico. Intanto esercito il tratto identitario che mi è stato riconosciuto come autentico che è la capacità di controllo.
In effetti – terzo punto – l’anoressica di cui parliamo è solo falsamente focalizzata sul corpo, e questa focalizzazione è solo un tramite, per altro troppo troppo qualitativo per una patologia che tra i suoi tratti salienti ha l’alessitimia, spesso così pervasiva da rendere la persona incapace di usare qualsiasi aggettivo. Il corpo – come noi lo pensiamo e ne parliamo e rappresentiamo – è un oggetto saturo di sentimenti e qualità e percezioni, il corpo che è nella mente della ragazza che vomita, è invece un oggetto svuotato e mezzo di una ossessione tutta rituale e tutta numerica. E’ una funzione matematica. (Un altro lavoro della terapia, che sembra tanto cognitivista ma ha forti risonanze psicodinamiche è nel rintracciare l’uso delgi aggettivi nell’esperienza, sepolti a causa del loro potere emotivo. Non ci rendiamo conto quanta soggettività si porta appresso un uso duttile della lingua, quanto salubre esercizio del se)

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, sulla fuga nelle posture infantili, sulle difese razionalizzanti e svalutanti, sul fatto che questo tipo di elementi ricorrenti compaiono anche nelle ragazze che con questo problema svolgono professioni rispondenti apparentemente al clichet della femminilità tradizionale – le ballerine, le fotomodelle. Ma quello che qui mi interessa è ora rispondere di nuovo alla domanda sempre correlata a questa questione: perché tante anoressiche solo ora, qual è il modo della cultura di oggi di incidere sull’esplosione di una patologia.
Io credo che le questioni da mettere in campo, sono più di quelle che siamo indotti a credere e che ci entri ancora una organizzazione sessista della cultura, ma che il problema dei modelli culturali sia decisamente secondario, perché quei modelli sono strumento ma non causa, non inventano psicopatologie sono solo canali quasi casualmente più congrui di altri. Invece, il problema è nel modo in cui la cultura determina l’organizzazione familiare, il sistema sesso- genere , e il numero dei figli. Un tempo, le bambine andavano in contro ad altri problemi di ordine psicologico che non avevano un nome ufficiale ma che non stentiamo a credere potessero essere largamente diffusi. Le bambine erano tante ed erano sottoinvestite, si ammalavano di narcisismo perché allo scarso investimento sulla loro personalità non era disponibile altra compensazione che l’enfasi ossessiva sulla loro bellezza, e corporeità sulla loro funzione estetica e riproduttiva. Non potevano conoscere facilmente l’asfittico inferno di una identificazione mai sciolta perché avevano troppe sorelle e troppi fratelli, e non potevano incontrare padri che non riconoscessero il loro corpo perché i padri vedevano solo il corpo. Oggi l’anoressia – che è patologia con una prevalenza maggiore nei ceti medi e medio alti– è lo scacco esistenziale della bambina che nasce in una famiglia nucleare, dove ci sono pochi figli, dove le madri vedono la maternità svalutata culturalmente e la vecchiaia demonizzata, che il mondo ricaccia nell’infanzia perché possano essere ancora riconosciute. Lavorano poco ma fanno pochi bambini, il loro fiato è tutto sulle teste delle figlie, con dei padri, che hanno perso la funzione paterna e non riescono a trovarne una nuova per rompere l’anello simbiotico. Se di maschilismo dobbiamo parlare – e certo dobbiamo farlo – il problema non è solo e semplicemente nei modelli della carta stampata – quando nei modelli di organizzazione dei ruoli e di convivenza – oggi impossibile per molte – tra identità intellettuale e identità sessuale. Diritto al lavoro e diritto all’esistenza concreta e corporea. Il femminile proposto per ogni dove, è depauperato di una forza identitaria e sospinto in un’infanzia efebica e priva di sesso, priva di godimento, priva di storia, e illusoriamente lontana dallo scacco della corruzione mortale.
Cioè non so se riesco a passarvi quello che ho in mente. Ma questa cultura perde il gusto del sesso. E per strane vie che neanche io riesco bene a concettualizzare, perde anche il gusto del cervello.

Dalla parte dei maschi

Spesso mi capita di riflettere sullo statuto ambivalente di tante nostre caratteristiche di personalità, in particolare di quelle che magari si sono sviluppate reattivamente a delle condizioni ambientali sfavorevoli. La psiche è storicamente determinata, è un corpo su cui rimangono i timbri e i tagli e le forme delle vicende emotive che incontra, e quella forma corporea a volte è addolorata e ferita, altre è invece difficile da collocare – non trova sedie, poltrone, persino stanze adatte.
Ma spessissimo capita che le caratteristiche di questo corpo storicizzato metà siano problema, metà risorsa. Metà difesa metà adattamento, metà bene e metà male – e può capitare di avere la sensazione per cui, soltanto le retoriche discorsive in cui sono calate e le circostanze culturali che le parlano – diciamo così – stabiliranno la loro qualifica prevalente, se ossia sono disfunzionali o funzionali.
Le declinazioni di questo discorso, possono essere infinite. Facciamo un esempio: ci sono genitori non esattamente anaffettivi ma comunque piuttosto inadeguati nel rispondere ai loro bambini quando sono piccoli. Ci sono anche genitori che attraversano un momento di vita difficile che coincide con la prima infanzia dei figli che li rende come colonizzati da altro e quindi incapaci di stare sulla lunghezza d’onda dei figli. Ci sono genitori che magari sono figli a loro volta di genitori stitici, poco calorosi, ritratti e che sono diventati così a loro volta. Questo tipo di ambiente per certi versi carente – potrebbe mettere al mondo bambini che devono imparare a industriarsi molto per ottenere uno sguardo, che implementano precocemente delle capacità parossistiche di seduzione. Alcuni bambini diventano molto brillanti e adultomorfi precocemente, perché una prestazione adultomorfa – discorsi intelligenti su cose noiose – è un buon canale per avere uno sguardo genitoriale. Spesso, anche se non sempre, sono bambini dalla vita difficile, dalle relazioni con i pari complicate e diluite, e la cui adolescenza avrà ancora più ostacoli, ma non di rado diventeranno adulti efficaci, capaci di successo e di brillante carriera, magari riusciranno anche a mettere su famiglia e soltanto un occhio particolarmente sensibile potrà rintracciare nel loro modo di stare in relazione qualcosa di sofferto o addirittura disfunzionale. Di fatto l’angosciosa seduttività intellettuale di un tempo è diventata il mestiere con cui oggi quei bambini si guadagnano da vivere.

Quindi succede che la connotazione adattiva di una marca che altrimenti verrebbe qualificata come patologica è ampiamente incoraggiata, culturalmente sottolineata, e certi aspetti che un clinico considererebbe sintomatici e penosi vengono letti piuttosto come l’equazione personale di qualcuno che, siccome offre comportamenti particolarmente fruibili dal contesto,  si dirà che sta benissimo e non ha nessun problema. Questa cosa, ho notato, accade soprattutto con gli uomini più che con le donne, perché spesso dei franchi quadri psicopatologici procurano una incapacità a gestire in modo adeguato delle relazioni private, a fuggirle o a occuparsene poco o a farlo male, e un sovrainvestimento della sfera professionale per cui alla fine non si penserà mai che una persona non stia bene. In effetti: moltissimi sintomi belli e buoni sono efficacissimi nel mondo del lavoro: i tratti ossessivi garantiscono precisione, quelli narcisistici creatività e innovazione, per non parlare di certe organizzazioni psichiche che sconfinano nei disturbi di personalità e che sono efficacissime per ricoprire dei ruoli di leadership e dominio: la manipolazione psichica è uno strumento indomabile per ottenere degli scopi.
Se poi queste persone non ricordano il nome dei propri figli la cosa potrebbe non fare specie. E dunque, la psicopatologia maschile è molto più dissimulata di quella femminile.

Almeno in Italia, e almeno diciamo allo stato attuale delle cose, per le donne i figli costituiscono ancora un importante catalizzatore di energia sul privato per cui, anche se la donna volesse scappare dal ruolo di genere prescritto culturalmente, manco potrebbe – considerando il numero attuale di posti in asilo nido, e il numero alto di donne disoccupate o definite casalinghe. Ne consegue –  che l’eventuale funzionamento patologico del femminile ha meno occasione di mischiarsi con simboli esterni ed è più frequentemente obbligato dalle circostanze a cimentarsi con quelle relazioni primarie il cui non funzionamento procura a tutti infelicità e dolore. Ne consegue un’impressione collettiva di una falsa maggiore vulnerabilità delle donne alla psicopatologia propria e una maggiore responsabilità in quella degli altri.
Questa percezione ingannevole è certamente dannosa per il femminile, per le donne tutte, ma allo stesso tempo offre loro una chance che agli uomini rimane più difficile agguantare e di fatto è invece molto più pericolosa per questi ultimi.
Alla fine infatti eventuali disagi e falsi assestamenti non vengono diagnosticati, non vengono presi in carico, e possono evolvere in disturbi più gravi oppure semplicemente rimanere inosservati con individui che passano una vita intera a soddisfare le richieste della polis, del mondo pubblico, dell’esterno, del collettivo, mentre la dimensione privata ne esce completamente depauperata, desemantizzata, svilita – a volte vissuta nella consapevolezza di una pochezza emotiva necessaria per natura e per ordine sociale, a volte nella paradossale convinzione di vivere in una pienezza edonistica che è solo di facciata, è che invece è un altro sintomo patologico bello e buono per soddisfare la fame della domanda sociale di status.
Scopa a più non posso come prescritto da contratto o per impressionare i capobranco.

Non di rado, la spirale sintomatica è davvero richiesta da contratto o da una sequela di regole sociali non scritte. Se la donna che non fa straordinari per prendere i figli a scuola è sanzionata e confinata in una landa di segretariati e fotocopie, all’uomo toccherà quella del licenziamento possibile, della sostituzione e della retrocessione. In secondo luogo, giacché questo è il paese e non un altro, la collusione tra sociale e individuale in queste cose farà si che a vedere la propria identità schiacciata primariamente sul privato spesso, anche se sempre di meno, soffrirà soprattutto l’uomo che vede l’essere semplicemente padre come una diminutio, cosa che invece a molte donne quando diventano madri e vengono rappresentate principalmente come tali, di fatto non succede.
Spesso però, bisognerà cominciare a dirlo, il contesto può essere più elastico di come venga rappresentato dagli uomini che lo abitano, e le esigenze di carriera sono una scelta patologica ben più di una necessità. Ed è una cosa che mi è capitato di constatare persino in un ambiente come il mio – che della priorità delle relazioni private ha fatto una missione, ma dove talora capita di sentire di colleghi che sai io lavoro tutti i giorni fino alle nove di sera, sai partecipo a questo convegno quest’altro e quest’altro ancora, e questa e quest’altra commissione. E ci si chiede: ma dov’è quella cura del privato la cui assenza partecipa alla diagnosi di molti suoi assistiti? A quale altare psichico è immolata? Quale ruota che non gira si evita di guardare?
Le libere professioni spessissimo offrono queste strade magari lastricate di buone intenzioni e pungolate dalla precarietà della concorrenza e dell’assenza di contratto stabile. Ma anche i contesti aziendali dominati da forti rivalità interne fanno la loro parte.

Eppure la patologia della relazione declinata al maschile conosce un ampio spettro di variabili. Si comincia con l’incuria, la distanza, l’essere satellitari e distratti nella vita dei propri cari, che si continua con situazioni in cui in un rapporto con le donne che le reifica e le trasforma in cose, e le usa come mezzo per distanziarsi dalle emozioni e dalle prove esistenziali, si arriva a forme di angoscioso sadismo per cui, dietro una smargiassa misoginia, condotte tarate sul dominio e sull’umiliazione, , si ciela un negativo psichico, una tirannia interna del materno e del femminile, che è ossessione e angoscia e che porta a sinistre rivalse e vendette. Le variabili sono tante, rinviano sempre a una dimensione infelice e problematica, si accompagnano ad altrettante scelte patologiche, ma agli uomini non si chiede di badare a se stessi.

Il che produce a volte un intero arco di vita vissuto per metà, a volte alla ricerca di meccanismi sussidiari che sostengano l’io in questa lotta zoppa e appariscente per la sopravvivenza. Donde l’abuso di sostanze, le patologie della dipendenza, una neccessità cronica di farmaci, fino a situazioni in cui situazioni di disagio latente si slatentizzano e portano questi uomini lasciati soli da quello stesso contesto che proteggono a vistosi crack, depressioni dilaganti, cadute psichiche rovinose.

Appunti sul Narcisismo

Spesso nel lessico comune concetti che provengono dalla ricerca psicodinamica si intrecciano con le parole di uso quotidiano e la loro storia creando così una sorta di terza zona lessicale che sta a metà tra la seria riflessione e la genericità, nelle sponde lessicali delle persone mediamente colte, nelle acquisizioni di quelli che vogliono parlare degli altri con una certa cognizione di causa ma non lo fanno e dove quindi circolano formazioni semantiche a metà tra l’intelligenza psichica e la franca strafalcioneria. Si tratta di parole come depressione, complesso, oggetto transizionale – che vengono messe nel discorso con molta disinvoltura quando si parla di persone. Qui oggi vorrei parlare del narcisismo.

Di narcisismo si parla già moltissimo. Il termine ha una lunga storia che ne chiarisce velocemente il significato: Narciso, tutti sanno, era colui che passava il tempo rimirando la propria immagine nell’acqua – fino a cascarci dentro. Narciso era quello cioè innamorato della propria immagine al punto tale da cadere in modo disonorevole. Il mito è molto preciso: evoca con una parabola efficace l’effetto di un assetto negativo sul soggetto: amare un’immagine vuota di se è qualcosa di ben triste e poco proficuo, e la caduta è prevedibile come effetto intrinseco di una relazione senza risorse, più che come una punizione per cotanta insopportabile presunzione, che è il modo con cui si parla comunemente di narcisisti. Nel nostro modo di usare la parola correntemente invece si mischia l’aggettivo con cui si designa un difetto con gli strali di una etichetta psicodiagnostica di cui si hanno contorni molto poco definiti. Si evoca la psicopatologia per il potere diciamo ricattatorio che ha, punitivo, piuttosto che per la comprensione che offre in più di un comportamento.
Quello è un terribile narcisista! – diciamo, e con questo strale combinato speriamo di vendicarci della fastidiosa disattenzione che ci riserva.

Per questa capacità ricattatoria delle parole condivise dal mondo delle diagnosi, il narcisismo è diventato anche la coperta di linus di alcuni Savonarola di vario ordine e grado che per colpevolizzare costumi e cambiamenti sociali con una retorica memorizzabile ma tutto sommato politicamente piuttosto gentile, la citano onde stigmatizzare cambiamenti che magari sarebbero da ascrivere ad altre cause. La società consumista è quindi narcisista, si fanno pochi figli perché si è narcisisti, si è materialisti perché narcisisti, la scuola non funziona eh il narcisismo, la funzione genitoriale non è esercitata per via del narcisismo. Il narcisismo è il ricatto morale all’acqua di rose buono per tutte le stagioni: di gente che non sospetti di volersi bene in circostanze inadeguate ce ne è veramente pochissima, e tutti sono disposti ad annuire pensando o a se o meglio ancora al vicino di casa, con grave e partecipata cognizione di causa.

Dunque, nell’uso della parola narcisismo c’è quasi sempre una sorta di randellata o individuale o collettiva, un atto di accusa che scotomizza pressochè regolarmente l’aspetto di disfunzionalità e di sofferenza che implica, per concentrarsi invece sul fastidio che provoca. In effetti con le persone narcisiste ci vuole spesso molta pazienza, ma non di rado hanno anche tante risorse di cui in molti beneficiano. Ma siamo sicuri di sapere di cosa si parla? Almeno quando si pensa alla clinica?

In psicologia dinamica il termine venne introdotto da Freud – per esempio il presunto necessario narcisismo femminile – ma assurge a dignitoso concetto clinico capace di descrivere mondi interi con Kohut. Kohut ha usato il termine narcisismo per descrivere personalità che percependosi come profondamente inadeguate, tristi, abbandonate, non attraenti, compensano spasmodicamente coltivando e celebrando una bella immagine di se, la quale non di rado si deve nutrire degli occhi degli altri e degli orpelli di status del contesto sociale di appartenenza. Il falso se del narcisista spesso ha bisogno di macchine grandi e vestiti molto di moda – ma a cambiare contesto culturale anche di libri pubblicati e cariche pubbliche, e piccole o grandi onoreficenze. Ne consegue che spesso per nutrire la personalità che piace e garantisce le attenzioni che il vero se non sente in realtà di potersi permettere, narcisisti possono essere molto simpatici, grandi affabulatori, o soggetti che utilizzano il proprio talento facciamo conto artistico, per una compulsione alla seduttività che fa fare loro non di rado – grandi cose. Molte grandi personalità utili a tante persone hanno avuto questo tipo di motore psichico. E spesso i narcisisti sono oggetto di grande invidia da parte di chi questo motore non se lo permette, o magari ha un narcisismo di marca diversa che lo mette in cortocircuito – il suo se grandioso invidia l’altro, e il suo se triste e inefficace si rispecchia in quello dell’altro.

Il recente PDM, Manuale Diagnostico Psicodinamico che cerca di fornire una tassonomia dei disturbi con uno sfondo psicoanalitico anziché meramente psichiatrico, parla di una sorta di gradiente del Narcisismo, descrivendolo come una modalità a intensità variabile, che da forme nevrotiche piuttosto adattate – persone che hanno un lavoro e una vita relazionale adattata anche se magari non molto empatiche e con affetti non vissuti davvero profondamente, arriva ai livelli di disturbi di personalità più franchi per cui le relazioni sono precluse o occasionali e non sentite, i rapporti sociali compromessi da un’organizzazione interna che inquina il pensiero morale, l’uso delle istituzioni superegoiche per cui il narcisismo nelle sue forme estreme, convergerebbe nel disturbo antisociale. Questo sarebbe il caso del grande antagonista di Kohut Kernberg che ha appunto circoscritto una lettura del narcisismo focalizzandosi sull’impossibilità della personalità narcisista di pensare alla cura dell’altro, talmente è incistata la sua ossessione al suo senso di deprivazione e talmente è impegnata a evadere le frustrazioni e le sofferenze nella vita degli altri.

A diversi livelli infatti, le strutture narcisistiche hanno problemi relazionali significativi. L’organizzazione psicologica li impegna costantemente a dimostrarsi di essere belli e attraenti e a mettere addosso agli altri inconfessabili sentimenti di disprezzo e disistima che infondo provano per se stessi. Dunque accade che le persone che entrano in relazione con loro si sentano poco importanti e svalutate – anche senza che necessariamente entrino in scena delle azioni palesemente ostili da parte del narcisista, il quale per esempio dirà cose come: scusa mi sono scordato dell’appuntamento, ah che c’eri te dietro di me non mi ero accorto, ah davvero mentre ridevo di questa cosa pensavi a te stesso uh cavolo mannaggia e tutto un distratto andare avanti più o meno in buona fede calpestando l’amor proprio di qualcun altro. Ne consegue che le persone si allontanano, oppure, se rimangono, sono in un assetto di personalità tale per cui quella noncurante svalutazione sarà funzionale a qualcosa.

Nelle variabili più compromesse e più vicine al narcisismo maligno di Kernberg, l’altro diventa un oggetto più palesemente funzionale al sentimento di povertà e di fallimento che vive la persona dentro di se, e questo porta a comportamenti che sfociano nella mancanza di cura, di morale di pensiero per l’altro, fino alla violazione di codici a volte anche scritti. Fino cioè ad azioni che procurano un’effrazione della legge. Il narcisista sente di essere da una parte risarcito, dall’altro si procura il risarcimento che il suo falso se grandioso pensa di potersi meritare. Ha relazioni strumentali con i partner, o fa delle azioni variamente illecite per risarcirsi pensando di averne pieno diritto. E’ una sorta di formazione di compromesso che funziona grosso modo come le droghe, per cui procura stati di appagamento provvisori ma che non sono mai risolutivi – non ci sarà seduzione, non ci sarà svalutazione dell’altro, fino alla truffa e all’operazione finanziaria dubbia per quanto perseguite con successo a correggere l’immagine interna e l’acuta percezione di sofferenza che il vero se continua a produrre, non ci sarà gesto che renderà invece quello falso titolare di una forma definitiva e davvero soddisfacente.
Sicchè quando si pensa ai narcisisti e a quanto possa essere complicato essere in relazione con loro, bisognerebbe sempre pensare al fatto che mentre noi possiamo scegliere se abbandonare quella cattiva compagnia – e chiederci eventualmente perché non lo facciamo – loro non possono e sono perseguitati dal loro affamato bambino interno, in una fuga senza fine.

La mia su Inside Out

Volete la mia su Inside Out?
A me è piaciuto. Mi è sembrato un bellissimo film molto utile molto commestibile. Ero arrivata pompata da molte aspettative, caricata dalla mia vis polemica che si era già attivata nei giorni scorsi discutendo con alcuni colleghi, perché avevo capito dove esattamente funzionava nelle loro perplessità e dove mi sarebbe potuto piacere nel loro dispiacere, avevo annusato le critiche ideologiche su Doppiozero, e addirittura approdavo al film temendo di esserne delusa sapendo quanto ne pretendevo- e all’inizio, davvero ero già li che mi deludevo, ma poi durante la visione del film mi accorgevo che no tranquilli – è davvero un lavoro notevole.

Inside Out è la radiografia di un Bildungsroman, e anzi di quel punto nevralgico di tanti romanzi di formazione che è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza: descrive dall’interno una metamorfosi psichica di equilibri e di valori, di gestioni e di priorità che avviene veramente. La gioia è al timone della coscienza di questa bambina Riley, è il sentimento più importante e che regola tutte le azioni da fare e le coordina, e diciamo il suo principio – il principio di piacere – ha la dominanza anche sulle altre emozioni importanti ma secondarie e tutte finalizzate al benessere di lei. O meglio a un concetto omeostatico di benessere che è quello a cui l’organismo tende. Molte delle critiche che ho intercettato hanno attaccato questa priorità della gioia nella prima metà del film e del valore che continua a mantenere anche alla fine quando, grazie alla crescita si dovrà per forza affiancare alla tristezza e al suo ruolo necessario e protettivo, interpretando questa decisione narrativa come ideologica – che ci starà pure – ma disconoscendo il concreto funzionamento dell’infanzia. I bambini in effetti sono così: sono dominati dalla rincorsa alla felicità – la serenità ha per loro una funzionalità importante – fino a essere esagerati e fastidiosi, come è gioia all’inizio che pare pervasa da un disturbo maniacale e come sono a volte i bambini che dopo tre ore che cantano li scaraventeresti al muro. Naturalmente non sempre funzionano così perché se sono bambini maltrattati, o che hanno avuto un’infanzia esposta a traumi e a incurie non funzioneranno allo stesso modo. Ma questo è il film di una bambina comune che ha due comuni genitori incasinati e mediamente attenti, che quando era piccola l’hanno molto guardata e ben voluta e dunque è una bambina che è ragionevolmente dominata dal principio del piacere.
Principio messo sotto scacco quando un trasloco per il lavoro del padre, che allontana provvisoriamente la famiglia dalla sorveglianza affettiva e costringe Riley a una serie perdite e di confronti si rivelerà inadeguato precipitandola in un ben simbolizzato stato di crisi.

Lo stato di crisi di Riley fa sparire dalla scena Gioia e Tristezza – fino a quel momento inefficace e addormentata incapace cioè di far valere la sua utilità – e le porta alla scoperta delle strutture psichiche, certamente semplificate, ma indubbiamente affascinanti. In questa esplorazione con personaggi allegorici e luoghi simbolici – le isole di personalità che ricordano i se di William James fino a quelli di Bromberg – l’area ancora deputata al mero intrattenimento del sogno, fino alle lande segrete dell’inconscio e della rimozione – i bambini davvero possono tesaurizzare qualcosa di prezioso, qualcosa di bello che è un regalo importante, possono sapere delle cose di se e guardarle in una prima rudimentale e accattivante rappresentazione. La parte dei diversi livelli del pensiero astratto è geniale, la parte dell’inconscio dove vanno “quelli che portano rogna” è una traduzione meravigliosa delle cinque conferenze sulla psicoanalisi di Freud, e lo stesso stratagemma per cui alle emozioni si associano dei personaggi permette ai più piccini di interloquire con le proprie emozioni, di avvicinarle, di capire che cosa sono. E’ davvero una grande trovata pedagogica.
Qualcuno ha detto che nel viaggio di Gioia e Tristezza alla scoperta delle strutture dell’Io che stanno sotto alla coscienza manca la ragione. Non è esatto. La ragione c’è è operativa e marginale, diventerà più importante con l’età adulta. Ma se dovessero fare un secondo Inside Out magari sulla piena adolescenza (me lo auguro) questa ragione dovrebbe essere immaginata ancora come mezzo, come oggetto, come sistema operativo, non come uno dei personaggi moventi. Questa storia dell’opposizione tra ragione ed emozioni è una fissazione che ci portiamo dietro da Cartesio in poi noi europei e intellettuali, ma è sostanzialmente una fregnaccia che in psicologia non sostiene nessuno. La ragione è il sistema di operazioni con cui cerchiamo di soddisfare gli scopi che altre istanze psichiche ben più importanti – che ne so i sistemi operativi di Lichtemberg – portano avanti. La ragione stabilisce mezzi, non fini. Non potrebbe mai stare in una centrale operativa di coscienza.

In ogni caso, contrariamente mi pare a quanto abbiano notato i detrattori, mi è piaciuta moltissimo l’onestà clinica con cui lo stato di crisi che sta al centro di questo romanzo di formazione è descritto. Mi è arrivata distinta e chiara la sliding door del pericolo, quel momento tremendo di quando si sta male e si è fissati con un’idea distruttiva, e le emozioni non comandano più non si sentono, e le risorse non si attingono – quel momento di quando Riley decide di andare via da casa e tornare nel Minnesota. Ci sono bambini a cui la tristezza per esempio non riesce a conquistare il timone, e neanche altro, e andranno alla deriva, e rimarranno bloccati così colla tastiera dei comandi emotivi ibernati. Ci sono, spesso hanno alle spalle famiglie meno amorevoli dei genitori di Riley ma ci sono. Quella soluzione narrativa mi è sembrata importante, così come veramente sofisticata tutta la trasposizione in animazione dei ricordi di base, la sparizione dei quali – come avviene regolarmente negli stati dissociativi – mette la persona in posizione di scacco. Anche la soluzione conseguente per cui quando torna, in verità Riley va verso l’adolescenza, c’è un mondo nuovo, un nuovo equilibrio psichico interno, dove gioia non ha più il dominio maniacale dello spazio e tristezza ha un ruolo importante e rilevante, ma la centrale operativa a una nuova consolle, nuovi linguaggi, nuovi bisogni, nuove semantiche di cui le emozioni non sanno niente, mi è sembrata rilevante.

Insomma, quando ero andata a vedere il film ero stata colpita dalle critiche di chi imputava agli autori distorsioni che invece vedevo loro addosso. Certamente il film è un oggetto commestibile per l’infanzia e la pubertà prima che per gli adulti, e certamente è semplificato, ancorchè pervaso da quell’ottimismo di scopi e di risultati che però dolente, in un certo senso la scienza e la psicologia lo condividono perché funzionale alla prospettiva evoluzionista – la quale si fonda sempre sulla vittoria e quindi la necessità delle misure adattive il dominio della gioia nella prima infanzia anche se tante volte è aspramente contrastato è una funzione adattiva sacrosanta dei bambini. Ma soprattutto ho pensato a quella curiosa richiesta di allestire un ritratto psichico dell’infanzia che non avesse del fantastico, dell’entusiasta, della gioia e della necessità adattiva. Su Doppiozero qualcuno ha cioè scritto che ideologicamente questo film sarebbe funzionale a un’età adulta che vuole i suoi bambini divertiti e intrattenuti e dunque docili. E mi ha ricordato quelli che vogliono i bambini incapaci di giocare alle favole, quando dovrebbero, e di credere a babbo natale quando gli sarebbe necessario. Ma forse quei bambini saggi come quelli desiderati da Doppiozero, precocemente arresi all’infelicità, anticipatamente eversivi in nostra vece e tanto consapevoli della dolorosa esperienza del soggetto, di fare la rivoluzione, che è roba da grandi, di rompere le regole, che è compito di chi le ha digerite….. ci renderebbero certamente meno responsabili del nostro dovere di adulti di fare per loro un mondo migliore, e di renderli in grado di usarlo.
Dei piccoli nati falliti non farebbero risultare nessun fallimento e se i bambini fossero già da bambini dei malinconici parti della sinistra bene, non dovremmo avere nessuna colpa di quello che da anni e anni abbiamo combinato al potere.

La mia su Inside Out

Volete la mia su Inside Out?
A me è piaciuto. Mi è sembrato un bellissimo film molto utile molto commestibile. Ero arrivata pompata da molte aspettative, caricata dalla mia vis polemica che si era già attivata nei giorni scorsi discutendo con alcuni colleghi, perché avevo capito dove esattamente funzionava nelle loro perplessità e dove mi sarebbe potuto piacere nel loro dispiacere, avevo annusato le critiche ideologiche su Doppiozero, e addirittura approdavo al film temendo di esserne delusa sapendo quanto ne pretendevo- e all’inizio, davvero ero già li che mi deludevo, ma poi durante la visione del film mi accorgevo che no tranquilli – è davvero un lavoro notevole.

Inside Out è la radiografia di un Bildungsroman, e anzi di quel punto nevralgico di tanti romanzi di formazione che è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza: descrive dall’interno una metamorfosi psichica di equilibri e di valori, di gestioni e di priorità che avviene veramente. La gioia, che è al timone della coscienza di questa bambina Riley, è il sentimento più importante e che regola tutte le azioni da fare e le coordina, e diciamo il suo principio – il principio di piacere – ha la dominanza anche sulle altre emozioni importanti ma secondarie e tutte finalizzate al benessere di lei. O meglio a un concetto omeostatico di benessere che è quello a cui l’organismo tende. Molte delle critiche che ho intercettato hanno attaccato questa priorità della gioia nella prima metà del film e del valore che continua a mantenere anche alla fine quando, grazie alla crescita, si dovrà per forza affiancare alla tristezza e al suo ruolo necessario e protettivo, interpretando questa decisione narrativa come ideologica – che ci starà pure – ma disconoscendo il concreto funzionamento dell’infanzia. I bambini in effetti sono così: sono dominati dalla rincorsa alla felicità – la serenità ha per loro una funzionalità importante – fino a essere esagerati e fastidiosi, come è Gioia all’inizio che pare pervasa da un disturbo maniacale e come sono a volte i bambini che dopo tre ore che cantano li scaraventeresti al muro. Naturalmente non sempre funzionano così perché se sono bambini maltrattati, o che hanno avuto un’infanzia esposta a traumi e a incurie non funzioneranno allo stesso modo. Ma questo è il film di una bambina comune che ha due comuni genitori incasinati e mediamente attenti, che quando era piccola l’hanno molto guardata e ben voluta e dunque è una bambina che è ragionevolmente dominata dal principio del piacere.
Principio messo sotto scacco quando un trasloco per il lavoro del padre, che allontana provvisoriamente la famiglia dalla sorveglianza affettiva e costringe Riley a una serie perdite e di confronti si rivelerà inadeguato precipitandola in un ben simbolizzato stato di crisi.

Lo stato di crisi di Riley fa sparire dalla scena Gioia e Tristezza – fino a quel momento inefficace e addormentata incapace cioè di far valere la sua utilità – e le porta alla scoperta delle strutture psichiche, certamente semplificate, ma indubbiamente affascinanti. In questa esplorazione con personaggi allegorici e luoghi simbolici – le isole di personalità che ricordano i se di William James fino a quelli di Bromberg – l’area ancora deputata al mero intrattenimento del sogno, fino alle lande segrete dell’inconscio e della rimozione – i bambini davvero possono tesaurizzare qualcosa di prezioso, qualcosa di bello che è un regalo importante, possono sapere delle cose di se e guardarle in una prima rudimentale e accattivante rappresentazione. La parte dei diversi livelli del pensiero astratto è geniale, la parte dell’inconscio dove vanno “quelli che portano rogna” è una traduzione meravigliosa delle cinque conferenze sulla psicoanalisi di Freud, e lo stesso stratagemma per cui alle emozioni si associano dei personaggi permette ai più piccini di interloquire con le proprie emozioni, di avvicinarle, di capire che cosa sono. E’ davvero una grande trovata pedagogica.
Qualcuno ha detto che nel viaggio di Gioia e Tristezza alla scoperta delle strutture dell’Io che stanno sotto alla coscienza manca la ragione. Non è esatto. La ragione c’è è operativa e marginale, diventerà più importante con l’età adulta. Ma se dovessero fare un secondo Inside Out magari sulla piena adolescenza (me lo auguro) questa ragione dovrebbe essere immaginata ancora come mezzo, come oggetto, come sistema operativo, non come uno dei personaggi moventi. Questa storia dell’opposizione tra ragione ed emozioni è una fissazione che ci portiamo dietro da Cartesio in poi noi europei e intellettuali, ma è sostanzialmente una fregnaccia che in psicologia non sostiene nessuno. La ragione è il sistema di operazioni con cui cerchiamo di soddisfare gli scopi che altre istanze psichiche ben più importanti – che ne so i sistemi operativi di Lichtemberg – portano avanti. La ragione stabilisce mezzi, non fini. Non potrebbe mai stare in una centrale operativa di coscienza.

In ogni caso, contrariamente mi pare a quanto abbiano notato i detrattori, mi è piaciuta moltissimo l’onestà clinica con cui lo stato di crisi che sta al centro di questo romanzo di formazione è descritto. Mi è arrivata distinta e chiara la sliding door del pericolo, quel momento tremendo di quando si sta male e si è fissati con un’idea distruttiva, e le emozioni non comandano più non si sentono, e le risorse non si attingono – quel momento di quando Riley decide di andare via da casa e tornare nel Minnesota. Ci sono bambini a cui la tristezza per esempio non riesce a conquistare il timone, e neanche altro, e andranno alla deriva, e rimarranno bloccati così colla tastiera dei comandi emotivi ibernati. Ci sono, spesso hanno alle spalle famiglie meno amorevoli dei genitori di Riley ma ci sono. Quella soluzione narrativa mi è sembrata importante, così come veramente sofisticata tutta la trasposizione in animazione dei ricordi di base, la sparizione dei quali – come avviene regolarmente negli stati dissociativi – mette la persona in posizione di scacco. Anche la soluzione conseguente per cui quando torna, in verità Riley va verso l’adolescenza, c’è un mondo nuovo, un nuovo equilibrio psichico interno, dove gioia non ha più il dominio maniacale dello spazio e tristezza ha un ruolo importante e rilevante, ma la centrale operativa ha una nuova consolle, nuovi linguaggi, nuovi bisogni, nuove semantiche di cui le emozioni non sanno niente, mi è sembrata rilevante.

Insomma, quando ero andata a vedere il film ero stata colpita dalle critiche di chi imputava agli autori distorsioni che invece vedevo loro addosso. Certamente il film è un oggetto commestibile per l’infanzia e la pubertà prima che per gli adulti, e certamente è semplificato, ancorchè pervaso da quell’ottimismo di scopi e di risultati che però dolente, in un certo senso la scienza e la psicologia lo condividono perché funzionale alla prospettiva evoluzionista – la quale si fonda sempre sulla vittoria e quindi la necessità delle misure adattive il dominio della gioia nella prima infanzia anche se tante volte è aspramente contrastato è una funzione adattiva sacrosanta dei bambini. Ma soprattutto ho pensato a quella curiosa richiesta di allestire un ritratto psichico dell’infanzia che non avesse del fantastico, dell’entusiasta, della gioia e della necessità adattiva. Su Doppiozero qualcuno ha cioè scritto che ideologicamente questo film sarebbe funzionale a un’età adulta che vuole i suoi bambini divertiti e intrattenuti e dunque docili. E mi ha ricordato quelli che vogliono i bambini incapaci di giocare alle favole, quando dovrebbero, e di credere a babbo natale quando gli sarebbe necessario. Ma forse quei bambini saggi come quelli desiderati da Doppiozero, precocemente arresi all’infelicità, anticipatamente eversivi in nostra vece e tanto consapevoli della dolorosa esperienza del soggetto, di fare la rivoluzione, che è roba da grandi, di rompere le regole, che è compito di chi le ha digerite. Ci renderebbero certamente meno responsabili del nostro dovere di adulti di fare per loro un mondo migliore, e di renderli in grado di usarlo.
Dei piccoli nati falliti non farebbero risultare nessun fallimento e se i bambini fossero già da bambini dei malinconici parti della sinistra bene, non dovremmo avere nessuna colpa di quello che da anni e anni abbiamo combinato al potere.