Una rotazione epistemica di vita e di lavoro

 

 

Quando approdai alla professione di psicologa e psicoterapeuta, ma diciamo anche alla fase adulta della vita, avevo ancora dei solidi stereotipi culturali che credo fioriscano facilmente nei cultori della psicologia, specie della psicologia dinamica – in cui al tempo riponevo una fiducia di stampo messianico. Questi stereotipi culturali si fondavano soprattutto su una determinismo pervasivo per cui tutte le caratteristiche esistenziali dell’umano erano conseguenza delle vicissitudini sociali e familiari che aveva attraversato l’individuo, in un’agevole matematica in cui, la proprietà commutativa faceva da padrone. Se infatti quella persona sofferente che si rivolgeva alla cura era l’esito di una certa somma di fattori, la scomposizione di quei fattori e la loro eventuale sottrazione avrebbe portato a una catartica guarigione, una mutazione di personalità. Questa proprietà taumaturgica di una reinvenzione della soggettività è d’altra parte ancora condivisa da molti che guardano con sospetto angosciato tutte le variabili possibili dello strizzacervelli, tenendosene lontano nella paura che possa procurare sovvertimenti di senso, ribaltamenti di personalità, suggestioni pericolose. Mister Hide!

Questo ordine di convinzioni oltre che figlio dell’incanto di un’inesperienza di vita e di lavoro, era anche funzionale ai lunghi strascichi di una prospettiva adolescenziale, e a una sorta di cultura dell’adolescenza protratta di cui ero imbevuta ancora dieci anni fa o quindici anni fa, e di cui mi pare ancor oggi soffrano i giovani adulti. Nella prospettiva di un apprendistato all’autonomia dilazionato nel tempo, per cui si va via di casa tardi, si fanno figli tardi, si è cioè materialmente antagonisti dei propri genitori non prima dei 30 anni, se va bene, il determinismo globale era associato a una recriminazione protratta verso i genitori, una minuziosa rivendicazione di autonomia nel dire dove hanno sbagliato, cosa non hanno fatto di giusto, dove bisognava riformulare autonomamente quello che era stato colpevolmente quanto passivamente assorbito e certo imposto. Una generazione dall’ego debole e arrabbiato che scegliendo la mia professione combatteva la sua battaglia edipica – sebbene con un’epistemologia difettosa. Gente che un po’ come fanno le giovani che non riuscendo a disidentificarsi dalla madre ne rifiutano il cibo, non riuscendo a disentificarsi dal padre ne vogliono rifiutare la formazione psicologica.

Poi sono entrata nella vita e nel lavoro ad un altro livello. Ho cominciato a vedere tante tante persone, tante storie di vita e di trasformazioni e di mancate trasformazioni. Anche tante ricorrenze. E poi ho cominciato a vedere molti bambini e bambini che crescevano. I miei amici che facevano figli, quelli che germogliavano nella mia famiglia. E ricordo esattamente la prima volta in cui ebbi quello che per me fu un insight determinante, l’inizio di un modo nuovo di pensare. Andai a conoscere la bimba di una cara amica di mia sorella e poi nel tempo anche mia , e questa bimba avrà avuto 8 o 9 mesi – forse un anno.

Ne conoscevo benissimo la mamma e il padre e pure i nonni. Persone gentili, di modi contenuti, tendenti al riservato, persone di metodo e di passi ragionati. E inoltre: genitori attenti, responsivi, molto calmi, persone poco inclini ai colpi di testa: un lungo fidanzamento e poi il matrimonio. E questa bimbetta invece con gli occhi di carbone gattonava come un razzo, rideva seduttiva, prendeva il mondo in mano e lo lanciava, questa bimba ci aveva un tratto caratteriale libero e testardo tutto suo, un’allegra opposività. E io rimasi affascinata da quell’Io separato ed esplosivo che si imponeva tra gli ospiti. Da quel qualcosa che emergeva di irriducibile alle matematiche delle emulazioni e dei condizionamenti, qualcosa che forse era della tenacia della madre non facilmente percepibile. Negli anni mi ha divertito osservare da lontano che fusto è diventato quel tratto caratteriale.
E ancora ricordo un’altra mia amica figlia di una famiglia numerosa, ricordare il modo in cui sua madre riconosceva i diversi tratti caratteriali di ogni figlio a partire dal suo modo di stare nella pancia. La sorella più piccola di questa mia amica per esempio, nella pancia scalciava come un’indemoniata, dormiva pochissimo ed era tutta una capriola, e una volta uscita è diventata prima una bimba con le ginocchia perennemente sbucciate poi una ragazza con la valigia sempre pronta e il passaporto in mano.

Questa scoperta della corda del carattere, la traduzione poetica del genoma, l’apriori identitario su cui reagiranno le chimiche dell’ambiente e delle circostanze familiari, che certo non smettono di fare la loro potente parte, mi ha fatto poi cominciare a pensare le terapie in un’altra luce e in un altro modo di procedere. La tentazione infatti di seguire i pazienti pensando costantemente agli atti che sono stati loro fatti e come loro hanno reagito di volta in volta era utile fino a un certo punto, ma era pericoloso in un altro senso perché dopo, una volta acclarato che, capito cosa, dove si va? E’ giusto pensare che non rimane niente? Che siamo solo quella matematica? E’ per altro epistemologicamente corretto? Come facevano le forze ambientali a produrre un effetto se dovevano moltiplicarsi con uno zero? la matematica insegna infatti che qualsiasi cosa tu moltiplichi per zero deve dare zero, allora noi dobbiamo pensare a uno spessore diverso, e quello spessore è l’io e la personalità che prende gli oggetti ambientali. E quella cosa va vista e riconosciuta. Farlo vuol dire acquistare tutto uno spessore in più dell’azione e del ciclo di cura. Significa ritrovare il bambino che uno è sempre stato, prima di quello che per esempio qualcuno ha reso triste o molto arrabbiato. Significa anche far cadere nel controllo della propria responsabilità le azioni e le scelte per se, e dunque la realtà che diventa così più modificabile. E’ stata forse fino ad ora, la rotazione più importante che è capitata al mio sguardo esistenziale e professionale.

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Buona notte al mio gatto

 

Il mio gatto si fa stanco negli occhi sempre belli e il corpo di seta, il tempo l’ha reso sentimentale e romantico, va diventando un vecchio di sguardi liquidi e inteneriti il mio gatto, più pigro di fronte alla forza delle cose, più paziente. Il mio gatto non graffia né bambini né fascisti, e pure quando la gente fastidiosa esita all’infinito sull’orlo della sera e della porta, e pure quando questi hanno gettato le giacche sulla poltrona, il mio gatto gira lo sguardo e porta pazienza.

Dove rido lui sta, dove soffro lui corre, dove dormo lui dorme, il mio gatto esige lo sguardo e anche la parola al mattino presto, parlami dice, alzati e stai con me, non è che io voglia mangiare che ti credi, e manco l’acqua fresca, io voglio stare con la coda vicino al caffè che sale, voglio farti tremare mentre annuso la tazzina piena, voglio che mi allisci la schiena e mi dici le cose che farai nella giornata.

E quando dorme il mio gatto, si prende il muso con una zampa, come a coprirsi gli occhi della luce che non c’è, come a essere materno con se stesso rotondo infinito e compatto, uroborico il mio gatto. E solo dopo, nella notte e sul mio letto, si estende infinito e incredibile in inusitate e imponderabili ampiezze, copre un letto intero il mio gatto, non c’è stinco e non c’è ginocchio che possa vantare cittadinanza, non c’è braccio e non c’è esistenza. Dorme di felina beatitudine e fiducia, sogna il mio gatto di noi, i nostri ricordi di amata convivenza, la nostra celeste vita di gatti che piano piano finisce.

Morire, caro gatto, non si fa.

(Buonanotte qui).

Un buon romanzo inglese e il concetto di collusione. Su Chesil Beach

Imattino è salubre dice il saggio – se comincia con una confessione.
Confessate – quant’è che non vi somministro un agghiacciante psichico postarello di lunghezza spropositata e divertente come una giostra rotta? Una settimana? Due settimane? Tre settimane? Hm molto tempo. Ciò sia per le vacanze pasqualine che per assenza generica di ispirazione mia. Eh beh, ma possiamo correre ai ripari!
All’uopo ci vengono incontro una serie di cose: ovvero un very british earl grey tea, con dei biscottini, ma anche delle piccole tartine e dei salatini. Una mandria di uova alla coque e un plotone di bicchieri di succo d’arancia. pure un po’ di pancetta – filologicamente corretta.
E infine, l’ultimo romanzo di Ian McEwan, Chesil Beach.

Un romanzo bellissimo questo qui, di cui vi caldeggerei volentieri la lettura, se non fosse che ho intenzione di parlarne diffusamente in questa sede, e magari alla fine potrebbe passarvi la voglia. Ma ecco, vedete, ci sono un mucchio di tipo di romanzi, romanzi fantastici per esempio, soavi di trame metafisiche, romanzi politici potenti come le dighe che tengono l’acqua e poi la liberano, e romanzi poetici come foglie nella sera, e romanzi ridanciani come cuscini spiumacciati. E poi ci sono i romanzi che potremmo chiamare psicodinamici. Ai migliori di codesti romanzi io mi avvicino come un orologiaio a un orologio svizzero d’annata: esso cammina e sempre camminerà con precisione surreale, e l’orologiaio lo apre piano, guarda gli ingranaggi interni, le rotelline dentate in rapporto di reciproca causalità: la prima la più grande comporta il movimento della seconda, più piccola. E li li in un angolo ci sono delle piccole pietre che scintillano. E questo gioco della meccanica, così prosaico, così materiale, così terreno e industriale e quotidiano – ruote che muovono altre ruote, crea la magia della trama del tempo.

La trama di Chesil Beach, volendo, si può sintetizzare velocemente: abbiamo due giovani sposi, che nell’Inghilterra dei primi anni sessanta si trovano a dover affrontare la loro prima notte di nozze. Chesil Beach è il nome del luogo dove si trova l’albergo per la loro luna di miele: li tenteranno di consumare la loro relazione amorosa, e li falliranno, le troppe emozioni e i troppi timori li terranno lontano l’uno dall’altra, anziché avvicinarli.
Il libro e fitto di rimandi indietro e di flaschback, che conferiscono, mano mano che si procede nella lettura, dimensionalità ai due personaggi: Edward è un giovane intellettuale studioso di cose storiche, pieno di ambizione ma anche buone intenzioni. È un ragazzo molto giovane, figlio della piccola borghesia inglese, confuso ma desideroso di fare strada. ha qualcosa di molto dolce, molto naif – un bravo ragazzo – con una sua esperienza problematica: a seguito di un incidente, quando era piccolo – la madre ha ricevuto un colpo alla testa ed è impazzita.
Florence è una rampolla della buona borghesia: il padre è un grosso industriale, la madre è un’accademica e lei stessa è una violinista di talento. Una solida famiglia ricca e reazionaria, che aveva accolto con garbato entusiasmo il nuovo amore della figlia e che – curiosamente – non aveva opposto alcuna resistenza quando, dopo una dolce estate nella loro lussuosa residenza estiva lui aveva chiesto in sposa la mano della figlia.

In verità codesta solerzia nell’accasare la bambina – anche con un partito ben poco profumato per il rigido classismo della vecchia Inghilterra, sembrerebbe potersi imputare a un ombreggiato, ma non esplicitamente raccontato dall’autore, episodio di incesto – tra Florence e suo padre. Su questa cosa non tutti i lettori sono d’accordo: Alvarez per esempio, sulla sua recensione nella New York Review of Books non ne fa menzione e anzi, conclude la sua recensione lamentando una certa nostalgia per i bei tempi degli esordi di McEwan, quando scriveva racconti luccicanti e torbidi, con fratelli incestuosi e bambini che si masturbano, mentre oggi questo scrittore gli sembra troppo smielato. Questa cosa la dico prima di tutto per rendervi edotti del fatto che ogni tanto leggo la New York Review of Books, il che mi sembra incredibilmente fico e dona parecchio, in secondo luogo perché sospetto che codesto signor Alvarez, che è un critico parecchio saggio (in effetti il suo articolo è molto bello – in ogni caso) abbia perso qualche cosa nella lettura del romanzo.

Un peccato – per il signor Alvarez.
Il qualcosa che si perde è il concetto di cui vorrei parlare oggi e che dalle mie parti si chiama collusione psichica. E’ un concetto fascinoso e sfuggente, la chiave segreta di molta letteratura e molta vita, il noumeno delle nostre amicizie e delle nostre relazioni. La collusione psichica è quel momento segreto in cui la chiave della nostra personalità, della nostra struttura inconscia e della nostra esperienza storica entra nella serratura della personalità dell’altro, della sua struttura inconscia, della sua storia. La chiave gira nella serratura e salda un’unione, una relazione, un rapporto. Il funzionamento della porta tra due stanze. La stanza mia e. La stanza del mio compagno. Del mio marito. Del mio amante.
Prima di procedere, che ora la questione si fa densa, magnateve du’ salatini.

Gli analisti sospettano sempre, come gli scrittori dimostrano immancabilmente, che l’inconscio sa e sceglie ciò che la coscienza spesso non sospetta. L’inconscio conosce i suoi equilibri e i suoi possibili squilibri, e non sempre ha la forza dell’evoluzione – qualche volta ha la violenza dello stallo: i cambiamenti infatti gli sono spaventosi, e una delle maggiori iatture della nevrosi e quella sensazione tremenda della profezia che si avvera: sono infelice perché tutti pensano che sia antipatica e brutta, dice la coscienza, ma l’inconscio le ha fatto scegliere tutte persone che avrebbero detto proprio così, che l’avrebbero indotta a comportarsi in quel modo antipatico e brutto: la nevrosi fiuta la nevrosi di segno opposto che può colludere con le sue profezie – come nella storia di Edward e Florence, certamente più un grande romanzo che un bellissimo caso clinico – ma certamente, un bellissimo caso clinico.

Ogni romanzo ha la sua stratificazione. Come ogni vita che è pur essa sempre un romanzo, ha la sua stratificazione. Il primo strato è sempre estetico e sociologico: per quale motivo Florence e Edward si sono scelti? Si sono scelti perché sono giovani bellini con tanti interessi in comune, tanti ideali in comune, e con il posto in un’epoca in comune: oh l’Inghilterra prima del sessantotto non è mica tanto diversa da quella del 1800, con quel modo vittorianissimo di avvicinare le cose sessuali, torbide e segrete e spaventose, e lei ama di lui tutto ciò che una fanciulla dell’epoca cerca nell’uomo della sua epoca: lui è dolce, protettivo, la fa ridere. E lui coglierebbe di lei l’eterno femminino delle femmine dell’epoca: la guarda sognante mentre suona, lo intenerisce terribilmente quella fascetta sui capelli, e i ciuffi che svolazzano. Iconografia di un momento storico. Lei è determinata e intelligente, ma così bellina e bambina e fragile, e certo un po’ ritrosa. Eh le donne hanno da essere ritrose.
Ma McEwan ci racconta un secondo strato. Racconta per esempio l’anno del fidanzamento e la storia dei corpi in quell’anno di fidanzamento. Lui che la cercava ossessivamente e insistentemente e lei che virulentemente lo rifiutava. Pure, pensano a una famiglia e a dei bambini e di questo mancato incastro del corpo non si danno cruccio. Si scelgono nonostante questo, si scelgono proprio per questo – collusione inconscia.

Edward è infatti figlio di una donna non più sana di mente: una donna fragile, che vive in un mondo suo fatto di oggetti fatti a mano con la carta, e di follia incredibile e impenetrabile e incomprensibile e spaventosa. In qualsiasi modo fiorisca e si interiorizzi questa immagine materna, essa nella sua impenetrabilità sarà più familiare e amabile e meno psicologicamente allarmante di un femminile sano e accogliente. L’accoglienza femminile è ignota all’esperienza psichica di Edward, il rifiuto incontra perciò i suoi desideri inconsci. Ecco perché Edward sceglie Florence. Perchè ella gli si nega.
Florence ha probabilmente subito un abuso sessuale da suo padre – lo evinciamo da un ricordo di lei, un ricordo che lei prova con schifo e brivido, e lo evinciamo dalla freddezza con cui la tratta la madre e dalla fretta con cui i suoi – reazionari e ricchi – hanno felicemente acconsentito al matrimonio. Florence vuole un padre seduttivo ma non minaccioso, perché l’incesto l’ha messa di fronte a un’ingestibilità del rapporto sessuale, dal quale è attratta e simultaneamente profondamente respinta. E’ una donna la cui nevrosi ha imparato a dominare il maschile a metterlo a una distanza di sicurezza, ma anche a sceglierlo con cautela. Ecco perchè lei ha scelto lui. Collusione.
Questa regge, fino al momento della notte di nozze. Se prima era sostenuta dalle convenzioni sociali, che prescrivevano la sessuofobia prima del sacro vincolo coniugale, ora sono le stesse convenzioni sociali a forzare la mano prima che i percorsi psichici abbiano raggiunto la maturità necessaria: il matrimonio è stato celebrato e la sposa deve essere deflorata. Ma Edward non ce la farà.
(Ancora un po’ di succo di arancia, e ho fatto anche del caffè perché temo che a questo punto la parte psicodinamica del post può riuscire un po’ indigesta)

Ho parlato così tanto di questo romanzo perché davvero, mi sembra che illustri bene questo concetto della collusione e ancora meglio dimostri il ruolo centrale che ha nell’esperienza umana, nell’erlebnis. Di conseguenza, per molti romanzi ha il ruolo focale del noumeno, del tesoro nascosto, del fulcro non detto di un plot. Tecnicamente quando parliamo di collusione pensiamo alla proposta inconscia della relazione, ovvero a ciò che tutta la nostra globalità psichica propone all’altro nel momento in cui decide di sceglierlo e gli si offre. In questo momento della proposta inconscia (il momento magico in cui ci fiutiamo l’un l’altro in cui ci innamoriamo e flirtiamo ed è tutto uno spiare di notte e di giorno, le alchimie, i pensieri i desideri e significati. Ha questi occhi, ha quel modo di muovere le mani, e quella sera mi ha risposto in quel modo) noi proponiamo e chiediamo delle cose, di belle e di meno belle. Noi queste cose belle e meno belle le diamo all’altro in forma di proiezione, le depositiamo nell’altro. L’altro diviene il recipiente dei nostri non detti, dei nostri terrori dei nostri ricordi, l’altro è la nostra paura di evolversi per esempio, l’altro è il ritorno del nostro genitore interiorizzato e rimosso. Ma è un rimosso addomesticato, travestito, fuori da noi e perciò gestibile. E noi noi assumiamo per il nostro compagno lo stessa funzione, lo stesso ruolo, noi siamo il suo recipiente, i suoi genitori ricordati, i suoi figli immaginati, le sue paure i suoi difetti. Questo gioco di proiezioni, per cui in una coppia l’inconscio dell’uno è la serratura per la chiave dell’altro è il processo di collusione. Non sempre cattiva: qualche volta porta all’evoluzione e spessissimo garantisce stabilità: di quanti avete detto: pizzica se odiano, se cornificano, se detestano: ahò perché nun ze lasciano?
La chiave nella toppa della psiche. La chiave nel centro del romanzo. il mistero non detto di tutta una trama.

Non solo Orlando

 

Premessa.
Orlando è l’ultima strage commessa in America, avvenuta come prima conseguenza della libera vendita di armi a chiunque, anche prescindendo dal suo stato mentale. Questa volta l’assassino di molte persone aveva come obbiettivo il mondo omosessuale, mondo interno dell’assassino prima che esterno, altre volte erano per esempio dei bambini, anche li forse un bambino interno da colpire. Le varie stragi degli Stati Uniti hanno in comune quindi oltre alla scandalosa facilità di esecuzione, anche una diagnosi psichiatrica importante dove, credo invariabilmente, compare un disturbo di personalità piuttosto grave, vicino cioè al versante psicotico.

A proposito di questo ultimo attentato, Isis ha rivendicato una paternità, una relazione. L’uomo era un immigrato di seconda generazione, nel cui computer sono state trovate immagini di esecuzioni Isis e si vanno cercando tracce di un contatto più consistente – non è detto che se ne trovino. La psicopatologia grave, in questa come nelle circostanze europee fa il gioco di Isis, e se l’intercettazione di persone vulnerabili allo charme demoniaco della sua campagna mediatica riesce bene grazie a situazioni psichiatricamente rilevanti, le miscele esplosive di quelle stesse situazioni psichiatrice con le problematiche del territorio, permette anche al terrorismo di marca medioorientale di lasciar fare quello che altri fanno per se, per poi metterci la bandierina dopo.

Ora, per quanto da Utoya, a Parigi a Orlando, passando per stragi agganciate o sganciate dal terrorismo ci sia sempre una diagnosi psichiatrica rilevante –  per altro in una rosa ristretta e di possibilità ricorrenti – la reazione dell’opinione pubblica e del pubblico dibattito è : ok era matto ma ce l’aveva con. Oppure: Ok era matto ma ci sono le armi, ok era matto ma la cultura ha molto contribuito…. Ok era matto cioè, è un modo di leggere la notizia del patologia psichiatrica grave come un dato quasi deludente, da mettere tra parentesi per diversi motivi. Matto è una categoria generica, labile ma al contempo percepita come assolutoria e quindi frustrante, sacralizzata dall’alone della vittima perciò intoccabile. A dire matto vuol dire che non si può punire, ma siccome di cosa fa la psicologia applicata o la psichiatria non si sa niente e manco ci si vuol pensare, a matto si collega anche una impossibilità di azione. Meglio invece concentrarsi su tutte le cose, che poi di solito esistono per davvero e hanno una corresponsabilità nella causalità dell’azione. Nel caso di Orlando il problema è l’omofobia, per altro molto di più l’omofobia occidentale che quella di marca islamica, perché l’assassino in occidente è cresciuto e il suo controverso rapporto con la sua identità in occidente è maturato. Occuparsi dell’omofobia è una cosa giusta, con o senza Orlando, come del resto occuparsi di un regime così scelleratamente irresponsabile da dare le armi a chicchessia è cosa buona e giusta, con o senza Orlando.
Ma io, che di mestiere sono psicologa, non posso fare a meno di far notare: guardate come per ogni strage emerga una diagnosi importante, guardatelo questo fatto! E’ un’informazione utile, utile per la prevenzione e per un intervento tempestivo, molto più di quanto si possa sospettare.

Cosa dobbiamo guardare?

La diagnosi psichiatrica, con le sue etichette di massima, è un sistema geometrico particolarmente ostico perché si pensa che non riesca a contenere la variabilità umana. In effetti quando si avvia una psicoterapia, della eventuale diagnosi di partenza ci si fa ben poco, dovendosi invece addentrare nel romanzo esistenziale di ognuno. E questa insufficienza a coprire la realtà da parte della psichiatria è anche una bella cosa, è la garanzia della nostra varietà e forse della nostra libertà. Tuttavia, la verità antipatica a cui non ci piace pensare, è che, proprio al contrario di quel che sosteneva Tolstoij, non è affatto l’infelicità a renderci originali, ma la felicità: più la psiche soffre, meno risorse ha, meno è originale, e quindi al momento della diagnosi le infelicità sono facilmente raggruppabili in etichette, perché le risorse sono poche  e sono sempre le stesse.  Quindi in fase di screening e interventi di pubblica utilità si le diagnosi hanno una gran ragione d’essere, essendo gli aspetti individualizzati e più sani a rendere le persone diverse, a colorire in maniera soggettificata le diverse sofferenze. Ma più si scende nella gravità e più le diagnosi sono fattibili, o riguardano dibattiti su questioni molto sottili.

Non ho incontrato nessuno di questi assassini di persona. Mi pare di capire però che sono tutti collocati in un disturbo di personalità a basso funzionamento, a cui si possono unire altre cose, come un delirio psicotico, una struttura paranoide, fino a un’organizzazione antisociale. Vuol dire che si tratta di persone che funzionano bene sotto il profilo della programmazione materiale delle azioni, che non si comportano nel quotidiano in maniera davvero incongrua, ma che hanno un problema consistente nella gestione delle emozioni, di sentimenti persecutori e ossessivi. In queste diagnosi prevalgono meccanismi di difesa arcaici, e spesso si accompagnano a deliri persecutori, paranoie di vario ordine e grado. Nel caso di Breivik non a caso, il dibattito fu tra clinici che sostenevano una diagnosi borderline con tratti psicotici, e psicosi vera e propria. La cosa fondamentale è che queste persone hanno una struttura che funziona in un certo modo e che cerca un oggetto, il che vuol dire che non è l’oggetto a formare la struttura: l’omofobia è cioè l’oggetto scelto, a Orlando, ma non è l’omofobia ad aver costruito il pensiero di chi ha compiuto la strage di Orlando. Il che implica sostanzialmente che quel dna, e quella storia familiare, in assenza di contesto omofobico avrebbero facilmente prodotto l’assassino di qualcuno che non è omosessuale.
Ma comunque un assassino.

Quindi forse, dovremmo spostarci sulla semplice constatazione a posteriori di è matto ok ma, e intervenire preventivamente a tutti livelli, sia per evitare che si strutturino diagnosi così pericolose, sia per intercettarle quando ancora si può intervenire con relativo maggior successo, sia per prevenire il rischio di episodi pericolosi. Diagnosi così per esempio in preadolescenza mostrano più di una spia.  Per fare un esempio.  Questo va detto, non solo in relazione a stragi di così vasta portata, ma anche di morti singole – che hanno la loro drammaticità: i nostri femminicidi per esempio spesso se non sempre hanno una storia di disturbo di personalità, ma anche i nostri infanticidi. Il che naturalmente non ci esime dal dovere di fare delle sacrosante battaglie per ottenere ciò che è giusto o necessario, per esempio combattere l’omofobia o qualsiasi altra cosa. Ma credo che bisognerebbe utilizzare i saperi psi – psichiatria, psicologia, psicologia dinamica – in un modo politico e collettivo, più di quanto si faccia.
(E perché non si fa? È un altro post)

Dancing. Sul calcio

Il battesimo della levità alcuni ce l’hanno da piccolissimi, nel tempo magico impresso nel corpo ma non nella memoria, quando ancora tondi e goffi, dolci e fuori dal genere, vicino a degli alberi, delle onde, dei palazzi, dei padri, dei fratelli, toccano una palla che è grande come loro. Il loro primo incontro con questa amica gentile, le prime volte docile e remissiva come il cane di una zia o di una vicina, che rotola piano ai loro piedi, che se ne va distratta verso qualcuno, che giace innocua e immota. Pronta.
Il primo calcio a quella palla gentile, è la loro genesi alla leggerezza.

Da bambini imparano a fare poi di quella leggerezza, una scuola e una teoresi, s’industriano come virtuosi, studiano della leggerezza le regole e i riti, la dilatano fino a farla diventare un mondo, una polis, un’oligarchia, un pantheon, una devozione e una preghiera. Il catechismo delle scuole amatoriali di calcetto, le partite da vedere coi padri, i passaggi da studiare e ripassare, i santini dei caduti, i profeti del passato, fino ai dolorosi retroscena del campionato.
Ricordo ancora l’amarezza con cui in un tema, un mio compagno descrisse la scoperta del calcio mercato.

Diventano maschi, e corpi di maschi con questa infanzia nelle vene mai perduta, sui campi crescono le gambe, le braccia, i polsi e le caviglie, le ragazzine sugli spalti e le angosce da sedare. Nell’affanno di un campetto di parrocchia, di un parco la domenica, di un’associazione sportiva di provincia, cercano di dribblare la carnale responsabilità che li insegue, esami prima, colloqui di lavoro dopo, una moglie si, una moglie no, quella seduta infondo è incinta, il menisco mi fa male, i legamenti che si strappano e non si sa come tornano, domenica allo stadio e anche per noi si dice, torneranno le rughe.

Noi bambine raramente invidiamo questa faticosa e garrula fuga dalla morte, giochiamo con il corpo altre battaglie e altre sfide – la vita ci colonizza e siamo chiamate a altri bastioni e altre sconfitte – molto presto, e senza alternativa. Precocemente divise dalle nostre lotte, ci rilasseremo con le amiche in distanze misurate sapendo dove stava una e dove stava l’altra. Quali bambole, quali vestiti, quali uomini. Quali stipendi.
Per questo se c’è un solo momento in cui guardiamo con bramosia le parole dei nostri compagni, è quando in un bar, in un ufficio, in un prato, in una spiaggia, tra ministri o tra garzoni, tra notai o tra studenti, alti e bassi magri o vecchi, ricchi e poveri, insieme indistinti ritornano intorno al loro totem egualitario e condiviso, il loro sogno infantile universale e democratico, e grossi e ispidi di barba e di mutuo, di responsabilità e di vita, discettano della loro leggerezza preferita, disquiscono di rigori e di parate, di arbitri cornuti e dolori insanabili, di passaggi mancati e mortali decisioni -serissimi e scanzonati insieme.

Beati i nostri maschi che ogni tanto tornano bambini e fratelli intorno alla palla della loro infanzia.

 

(per chiudere qui )

Natura e cultura

 

Quando lo psicologo si interfaccia al dibattito pubblico, su questioni che sono di pubblico interesse, o che anche semplicemente riguardano il quotidiano di tante persone, si confronta con una psicologia popolare che in varie modalità ordine e grado stabilisce una connessione tra cultura dominante, concetti che appaiono più spesso rimandati dalle agenzie di un certo contesto – e comportamenti individuali. Si tratta di un corto circuito che in particolar modo viene stabilito a proposito della psicologia della differenza di genere, ma anche riguardo comportamenti psicopatologici e psichiatrici che qualsiasi clinico considererebbe importanti. Si basa su un’idea dell’umano come estremamente duttile e particolarmente condizionabile, manipolabile per cui: se una giovane donna vede molte fotomodelle magre si disporrà a essere anoressica, se un ragazzo sente parlare in modo maschilista si disporrà alla violenza di genere. E’ un’operazione che spesso mettono in atto persone colte, intellettuali, ma che a ben vedere non di rado, sotto la coltre di un’argomentazione portata avanti con una terminologia sofisticata e condivisibili intenzioni politiche, si fonda su decisioni arbitrarie, accoppiamenti di fattori messi in relazione causale solo in base alla semplice compresenza, rispondendo senza in maniera frettolosamente sociologica a una domanda che è squisitamente clinica, persino di ordine psicologico cognitivo: quando il soggetto x compie il comportamento y, sulla base di quali dati formula la sua scelta? Decidere che x compie il comportamento y semplicemente in quanto suggestionato da z – le ragazze sono anoressiche perché le modelle sono anoressiche, i maschi violenti sono violenti perché c’è una cultura di genere violenta, è in realtà un po’ come stabilire che i vaccini procurano l’autismo sull’osservazione del fatto che tutte le persone con una diagnosi di autismo sono state sottoposte a vaccino.

In realtà lo psicologo sa che l’intervento delle matrici culturali c’è ma non agisce in maniera così grossolana.
Esso parte dall’assunto che gli anni più importanti della strutturazione della personalità e di un’eventuale psicopatologia sono i primi anni, quelli cioè che vanno dalla prima infanzia alla scuola primaria. Le vicende e le esposizioni a cui l’individuo è esposto in quel primo periodo e l’organizzazione del contesto in cui si trova a vivere saranno veramente decisivi. Pertanto quando si trova a considerare i comportamenti adulti sarà sempre a quella prima cornice che metterà lo sguardo, per rintracciare la predisposizione mentale che ha condotto al compimento di certi atti. Nella sua prospettiva dunque è dirimente non tanto stabilire come i sistemi culturali intervengono sui pareri condivisi degli adulti, ma sulle relazioni primarie dei bambini, perché in quella direzione davvero l’impatto del contesto può essere determinante, perché il contesto culturale da forma alle famiglie e stabilisce la qualità delle relazioni, e non di rado gli stili relazionali tra genitori e figli.
C’è un’importante intreccio tra pedagogia dell’infanzia e trasmissione di valori: tra stili pedagogici per esempio e aspettative sociali su quale debba essere per un certo gruppo culturale un adulto meritevole di stima. E’ una cosa di cui si sono occupati molto gli psicoanalisti che si sono mossi anche nei contesti dell’antropologia culturale. O che sono stati in grado di tenere un occhio sulla ricerca sociale. Io mi ricordo con sorpresa per esempio, un bellissimo saggio di un pioniere della psicoanalisi Roger Money Kyrle, che studiò come gli stili nella puericultura di certi indiani nordamericani – improntanti a un fortissimo contenimento, una risposta precocemente severa e poco empatica da parte delle madri, preludesse alla formazione di adulti che sarebbero stati molto aggressivi, con una struttura del carattere molto idonea alla difesa del territorio e meno forse al contatto empatico. Così come possiamo fare l’esempio più recente ma ancora più interessante delle riflessioni di un’analista relazionale come Jessica Benjamin che rintraccia le prime linee della psicologia di genere e delle sue derive maschiliste, nella strutturazione del modello familiare e nella diversa tipologia di comunicazione emotiva e psicologica che i padri per esempio riservano ai loro figli e alle loro figlie. Second Benjamin i figli maschi sono letti immediatamente (già a due, tre anni) come meritevoli di gioco, di essere portati fuori dal cerchio familiare, staccati dal materno, sono figli dunque con padri che prevedono di dover rompere “l’anello simbiotico con la madre”, mentre le figlie femmine, sono lette come destinate a essere viste dentro l’anello dentro il familiare, nell’emotivo, nell’intimo, e quindi destinate a non svincolarsi mai del tutto dal nucleo di appartenenza. Ora Benjamin ci ha dedicato volumi interi a queste questioni, e rimetterli tutti qui è impossibile, ma mi sembrava interessante come una buona introduzione in termini di metodo.

Tutto ciò vale in particolar modo per le diagnosi importanti che sono l’esito di tanti fattori ma in primo luogo di contesti primari largamente disfunzionali. Queste diagnosi poi assumeranno forme forse indicate culturalmente, e anzi addirittura, specie oggi con la rete, arriveranno a socializzare i sintomi e a renderli cultura a loro volta. Ma il primo giro di mattoni rimane quello dell’ambiente dei primi anni di vita. Per questo non mi stanco mai di ripetere che oltre alle politiche nelle scuole per la prevenzione di comportamenti criminosi collegati a psicopatologie – che siano violenze di genere, che siano atti di bullismo – c’è semplicemente da aprire asili nido a tappeto su tutto il territorio nazionale e renderli economicamente accessibili, perché se i primi anni di vita di un bambino sono quelli salienti, sono quelli in cui lui si fa l’idea se ha diritto di chiedere o no, se è amabile o no, se può permettersi di esplorare o no, o se per essere al mondo deve invece angosciosamente perseguitare o surclassare, beh bisogna offrire ai bambini nati in famiglie con scarse risorse emotive, su cui grava a sua volta magari una o più diagnosi, la possibilità di esperire relazioni più protettive e sane tante ore al giorno, in modo che possa tesaurizzare col tempo scambi con il mondo esterno che siano per lui più tranquillizzanti – e in modo che abbia l’arsenale emotivo sufficiente per affrontare sfide future – come quella di avere un figlio, o di vedere la partner incinta.

 

Messi nel campo psichico questi primi elementi di strutturazione della psiche si può riconsiderare il circuito tra cultura e comportamento, constatando come eventualmente il dato culturale possa fornire alla sintomatologia che va cercando una forma per esprimersi, il vestito più adatto, il dato culturale suggerisce e la psiche risponde. Ma vedere le cose in questo modo aiuta a intervenire con più efficacia nel contrastare certi fenomeni collettivi che ci riguardano.

Mein Punkt

 

All’indomani dell’approvazione della legge sul negazionismo in parlamento, Il Giornale trova un’astuta alternativa alle sue modalità consuete, per istigare all’odio razziale, e in nome della tradizione culturale, propone un suo personale grande classico della politica in cui potersi riconoscere, che è il Mein Kampf – una scelta di marketing politico niente male, che fa finta di usare come neutro o addirittura intellettuale un testo ignominioso – quando lo scopo è in parte, quello di definirsi per contrasto rispetto alla linea di governo e della sinistra in genere.
In parte – perché in secondo luogo vien da supporre che lo scopo sia quello di proporre un’estetica della leadership niente male, che possa fornire un’idea di scandalo da una parte, ma anche di continuità nevvero dal momento che, di nuance di odio razziale, e di atteggiamenti discriminatori il Giornale è sempre stato pieno. C’è insomma chi dice il giornale mio è stato fondato da Gramsci, e chi invece dice, mi piacerebbe tanto che il mio fosse stato fondato da Goebbels. Il che per altro, non toglie quel po’ di charme maledetto che hanno le cose cattive. Siamo quelli che hanno il coraggio di portare questi vestiti luccicanti ma scomodi eh!
L’operazione, avrà successo.

Certo di solito al Giornale si rivolgono a Rom e islamici, se ne sentiranno addolorati i credo non pochi lettori della comunità ebraica, i commercianti di destra per esempio di molta Roma che boicottano qualsiasi attività di pace Israele – Palestina e che forse il Giornale lo hanno sempre scioccamente apprezzato.
In compenso, una generosa sponda della sinistra, che scambia la miopia politica per onestà intellettuale – trattandosi di un pamphlet che di arabi si occupa tutto sommato pochino – è li che si straccia le vesti pensando alla questione omnicomprensiva che ah la libertà di parola, ah i libri non si bruciano, mica si diventa nazisti così con un libro pure vecchio, la democrazia è quella bella cosa in cui tutto deve essere lecito.

Un’altra interessante occasione per constatare lo stato di coma della sinistra italiana, persino nella sua frangia che dovrebbe essere un pochino più sorvegliata. Je souis Charlie prima di tutto! Ma a sprecare le meningi tre nanosecondi per l’analisi dell’oggetto politico e della sociologia in cui si cala non mi ci voglio dedicare. Figurarsi ad assumersi la responsabilità politica di dire che certi assunti non dovrebbero essere ammissibili in una democrazia matura.
No – si combatte per la libertà di pensierino.

La questione infatti per me non va affatto messa in termini di liceità della presenza di Mein Kampf sul mercato editoriale italiano. C’è sempre stato, se dovesse sparire è giusto, anzi necessario, che lo si trovi in biblioteca. Ma quando lo si ripropone, essendo un oggetto che non è solo storico ma è anche politico, un oggetto che ha delle attualità e dei rimandi in diversi comportamenti antisemiti attuali, ma che a ben vedere ha ancora più rimandi in molti comportamenti islamofobi attuali e omofobi o genericamente razzisti, bisogna capire bene in che modalità con quali scopi, con quanta adesione da parte di chi lo pubblica, insieme a cosa, e perché lo fa e chi lo leggerà. Ed è per questo che tutto il dibattito su questa vicenda mi pare allucinante, miope e sciocco, di più, vigliacco e irresponsabile: perché si rivolge alla questione pensando in termini di censura si censura no, di libro pericoloso si, libro pericoloso no, senza assumersi – nessuna delle parti in causa, la responsabilità politica di accusare non un libro – Hitler è morto – ma un gesto politico, un’intenzione, delle conseguenze: cosa implica pubblicare quel libro, che cosa dice con voce stentorea. Cosa ipso facto riattualizza, tira fuori dalle ceneri, e rende lecito.
Sotto accusa cioè  si deve mettere un’agenzia culturale, come di fatto è il Giornale, e nel centro cosa si vuole per il paese in cui si vive.
E mi tocca invece vedere fior di intellettuali, che alla banale analisi di come una contestualità cambi il significato dell’oggetto sono stati pasciuti fin dalle scuole superiori, stare li a dire beh ma guardate che Mein Kampf è reperibile da sempre su Feltrinelli (MAGGIURA) e che sarebbe il meno rispetto a quelli che dicono siamo immunizzati eh siamo pronti a leggere Mein Kampf – che viene da dire: ma di chi parli di preciso, di quelli che solo l’anno scorso hanno messo la fotina di Anna Frank sulle serrande dei negozi ebrei di Roma a titolo intimidatorio? o di quelli che al mercato di Firenze hanno ammazzato uno di colore? o di quelli che nelle scuole elementari dei figli bene non invitano a giocare il compagnuccio che si chiama Said? o di altri esempi carini che potrebbero venire in mente?

Insomma, non è difficile capire che mettere mein kampf in una collana di documenti di storia del novecento è diverso dal darlo in pasto a lettori i quali – anche per la acclarata e rivendicata allergia alla cultura e ai valori etichettati come di sinistra – detestano il concetto di documento storico , mentre amano anche se spesso velatamente, quello di razzismo. Mein Kampf in quella linea editoriale è una dichiarazione politica, una rivendicazione storica, una franchezza identitaria, e di conseguenza una legittimazione alla discriminazione e di più all’odio feroce, non solo contro gli ebrei – cosa che a sinistra si sa, fa pure piacere, ma anche verso altre minoranze, tutte persone che finiscono col pagare materialmente, nel quotidiano, sulla pelle dei propri bambini, la difesa d’ufficio della libertà di pensierino.

E’ presto per dare giudizi definitivi, e io principalmente reagisco alle opinioni che ho raccolto in rete. Mi auguro di leggere sulla stampa prese di posizione che siano capaci di essere circostanziate, ma di condanna ferma di un’ideologia emergente e che si vuole affermare, con delle pratiche razziste.  Che la si smetta di continuare a trattare come questione terze, di salotto, cose vitali e prioritarie. In qualche modo confuso o che forse sarebbe semplicemente materia di un altro post, nel collasso della sinistra italiana alle ultime elezioni, nella sua perdita su tutto il territorio, ci entra anche questa intellettualizzazione, questo alleggerimento delle cose vitali, anche fuori da questo tema.
Tutto è narrazione, tutto è modi di pensare bellino e bruttino, il mondo è degli altri.

Violenza di genere: cosa possono fare gli uomini?

 

Ogni volta che l’opinione pubblica si confronta con il femminicidio, il discorso pubblico si allarga alla discussione di tutte le forme di violenza di genere, e inevitabilmente si riflette sugli aspetti dell’argomento che interessano genuinamente il maschile, sia nelle sue reazioni, che nella sua eventuale implicazione alla prevenzione del fenomeno. Forse, la discussione collettiva si è spostata di più su questa prospettiva negli ultimi anni ed è un importante punto conquistato su cui è opportuno non mollare, sia perché la violenza di genere riguarda entrambi gli elementi della coppia relazionale, ma certamente riguarda in primo luogo una patologia del maschile, un suo deragliamento, e quindi bene è che gli uomini ne parlino, sia perché , siccome il potere è politico è ancora prevalentemente maschile, finché il maschile non considererà il problema prioritario, non avrà priorità nel discorso pubblico, nelle amministrazioni regionali e comunali – nei contesti cioè dove si erogano finanziamenti pubblici necessari a contrastare la violenza di genere.

Devo dire, che ho notato, in dieci anni di rete, molto progressi, almeno dal mio vertice di osservazione: rispetto a dieci anni fa, è considerevolmente aumentata la partecipazione degli uomini a questo problema, è cambiato il tipo di coinvolgimento messo in atto, e per quel che mi è dato osservare vanno cambiando anche i modi di pensare queste cose anche in altre aree politiche e socioeconomiche. Le persone stanno imparando a scandalizzarsi, a indignarsi, a uscire dalla retorica di una fuorviante concezione del maschile. La reazione della frangia reazionaria al dibattito pubblico ora tende più che altro a disconoscere il fenomeno, ascrivendolo agli omicidi tout court, a negare una dimensione problematica per le donne, più che altro perché invidiosi della centralità dell’argomento che toglie la scena a questioni con cui si sentono più identificati. Il sessismo naturalmente esiste ancora, ma nonostante tutto persino questo paese impara a ragionare.

In ogni caso, sorge continua la domanda. Cosa possono fare gli uomini per intervenire nel fenomeno? Perché è una questione scivolosa. Devono dire che gli appartiene in quanto uomini, oppure devono chiamarsene fuori proprio in quanto uomini per bene? Devono imputare negli altri, o riconoscere in se stessi? La violenza di genere è una patologia di genere? Cosa deve fare un uomo per bene?

Rimango sempre un po’ perplessa quando si chiede agli uomini di farsi un esame di coscienza, perché penso che questo tipo di richiesta sposti molto l’accento sulla cultura quando per me la cultura offre un sintomo sul vassoio perché sia acciuffato dalla psicopatologia. Ma rimane il fatto che sul vassoio il sintomo ci sta, e quindi forse anche il maschile dovrebbe occuparsi di contrastare il fenomeno. Capisco moltissimo l’irritazione di chi si sente come accusato di qualcosa che non ha fatto, eppure penso che la questione vada posta lo stesso, e anche liberata da alcune fraintendimenti apparenti.
Ora infatti io scriverò cosa è importante che avvenga da parte maschile. Avverto in anticipo che si tratta di un mio parere personale, che spesso è stato guardato con sospetto da alcune critiche femministe e attaccato. Ma io considero la violenza di genere un esito della patologia misogina, non della scelta politica sessista. Un’organizzazione tradizionale della famiglia, può tranquillamente produrre un comportamento di convivenza pacifica e felice tra i generi. Il problema secondario è quando quell’organizzazione maschilista non dovesse fornire supporti sociali e giuridici: quando un medico di ospedale si rifiuta di attivare un codice rosa, o un poliziotto scoraggia amabilmente una denuncia, cose che capitano ancora, e che non sono ascrivibili al maschilismo scivolano una collusione misogina.

Io credo che il primo ruolo importante lo abbiano i padri, i padri di figli maschi. Questi padri potrebbero tenere a mente quanto spiegato nel bellissimo la funzione materna di Nancy Chodorow che però parla anche di strutturazione del paterno e del maschile. Chodorow spiega che quando per esempio un figlio maschio non ha a disposizione un padre concreto con cui confrontarsi e da cui prendere esempio per la sua costruzione identitaria, così come per la sua strutturazione emotiva, si sentirà costretto ad attivare un’immagine di maschile astratto, derivato dal mondo esterno e dalle proiezioni sul maschile potente dei suoi pari, ossia di altri bambini e ragazzi. Il padre assente, spesso e volentieri, certo non sempre ma il rischio c’è, è compensato da un immagine di supereroe molto virile molto forte ma poco emotivo e capace di tratti tradizionalmente intesi come femminili. E’ un catalizzatore di riscatto per il senso di abbandono che procura l’assenza di un genitore. Più un figlio ha a casa il padre, lo vede, ci parla, vede che è in grado di essere maschio mostrandosi sofferente e dispiaciuto, meno avrà bisogno di identificarsi con un maschile non in grado di negoziare con i sentimenti e che si schiaccia solo sull’esercizio del potere e della forza.

Ai bambini e alla loro psicologia, femminismo e maschilismo sono assolutamente indifferenti, e secondo me piuttosto ininfluenti. La psicologia dei bambini e la loro strutturazione identitaria si fa osservando le dinamiche relazionali degli adulti e il loro modo di stare al mondo. Se una bimba viene vestita di rosa da mane a sera e ci ha tutte barbie ma la mamma è medico chirurgo, state sereni che terrà in mente un modello di donna che fa dei lavori impegnativi e socialmente considerati maschili. Famiglia progressista o famiglia reazionaria, un bambino deve vedere il padre che rispetta la madre, che le parla in modo paritario, avendo cura del ruolo che esercita in casa per esempio di accudimento se è casalinga, o di lavoratrice che mantiene la famiglia se lavora. Un bambino impara a essere con le donne guardano il padre con la madre.

Inoltre, un padre che mostra palesemente di disprezzare la madre o che la aggredisce fisicamente, costringe un figlio a disprezzarla a sua volta, mettendolo in un doppio legame di psicopatologia: perché in questo modo o si identifica con un padre cattivo che aggredisce chi lo ha messo al mondo, o in alternativa dovrà identificarsi con la madre rifiutando il passaggio importante di assumere dialetticamente l’identificazione col padre. Come la giri è sempre un brutto tragitto. Inoltre una madre in queste condizioni a sua volta è portata a compiere atti patologici verso il figlio il quale, o è iconizzato a oggetto difensivo dal padre, oppure è dimenticato e inascoltato a causa della profonda depressione della madre. Questo è molto frequente e crea una devastante dipendenza dal materno che cortocircuiterà con la violenza del padre e che produrrà un figlio violento.
In queste situazioni drammatiche, cugini, fratelli, amici, maschi vicini di casa con la testa sulle spalle, sono quelli nella posizione di elezione per far notare qualcosa. Ma persino giornalisti, uomini, e uomini pubblici. Qualsiasi donna vicina non sarà percepita, perché oggetto delle stesse proiezioni che sono spalmate sulla partner. Invece un uomo che dice, guarda attento – specie se percepito come autorevole, potrebbe essere più incisivo. Un gruppo meglio ancora.

In generale comunque la differenza importante da tenere a mente è quella tra misoginia e maschilismo, e tenere a mente le cause psichiche che possono far degenerare in misoginia. Ci sono contesti culturali misogini, ma io temo che sia piuttosto vano parlarne in questa sede anche se ci sono e sono molti, e quelli vanno in ogni modo sabotati, ma ci sono comportamenti che preparano il terreno alla misoginia. Più l’uomo è sicuro nella sua capacità relazionale, meno avrà bisogno di aggredire il suo oggetto del desiderio. Banalmente, più è amato, più amerà. Più è aiutato a tollerare le frustrazioni in un contesto protetto, e più domani non sentirà il bisogno di vendicarsi quando fronteggia le frustrazioni. Quindi la questione non è solo, amare i propri figli, ma per esempio saperli far piangere un poco perché la mamma quella sera non c’è, ma c’è qualcun altro, quando quella cosa non dovesse essere permessa, quando è l’ora di andare a dormire. E anche aiutare la madre a essere severa, perché una madre che sa essere un po’ severa, è una madre che prepara un ragazzo ad avere una fidanzata che si fa rispettare.
E poi un’ultima questione. C’è una canzone di Paolo Conte che si chiama Lo zio. Il ruolo dello zio, del cugino, dell’amico di famiglia secondo me per i ragazzini è fondamentale. Lo zio è quello che apre gli spazi, che apre le prospettive, che dice come va davvero il mondo, lo zio è idealizzato, misconosciuto, segreto. Può esercitare un carisma che un padre non ha e men che mai una madre. Ed è anche un ruolo magico, perché libero da doveri e responsabilità! Lo zio dice parolacce! Regala dolci! Porta alle partite. Lo zio è quello che può dire come va il mondo. Siate gli zii dei vostri nipoti, e delle generazioni che vengono. E questo anche quando siete sul posto di lavoro, e vi capitano tra le mani questioni che sfiorano il tema, agite come se foste il padre del mondo che arriva.  Senza rimpallare la questione pensando che non vi riguardi.