Obesità come assenza di fantasia

 

Vorrei cominciare questo post con una lista, che probabilmente è anche incompleta e che cerca di raccogliere un insieme di oggetti culturali, comportamenti, pratiche, ma anche oggetti materiali, che ruotano insieme alla nutrizione, alle prassi sanitarie, ma anche alla sua estetica.

  • allattamento
    – discorsi sull’allattamento: teorie, suggerimenti medici, teorie psicologiche, laiche legue, pagine facebook, dibattiti tra madri, libri in tema.
  • dieta
  • discorsi sulle diete: pagine sulla dieta, esperti della dieta, dieta e oms, teoresi di colesterolo, glicemia, strumenti per le diete. Libri
  • intolleranze alimentari importanti, fondate, emergenti o presunte: la celiachia, l’intolleranza al lattosio, e via di seguito.
  • marketing: cibi per la celiachia
  • teoresi dell’ideologia del cibo: vegetariani e vegani. Anche qui dibatitto, libri, libri di ricette, dibattiti, marketing
  • Moltiplicazione dei ristoranti nei centri urbani.
  • Siti dedicati alle recensioni dei ristoranti
  • Siti dedicati alla prenotazione dei ristoranti, e alla consegna a domicilio di cibo di ristoranti o di supermercati
  • Apertura di supermercati h/24
  • Scuole di cucina
  • Il cibo come rito culturale fotograto: foto dei piatti sui social.
  • La preparazione del cibo, come prodotto culturale appetibile: trasmissioni sulla cucina, trasmissioni che sono gare di cuochi, trasmissioni con ristrutturazioni di ristoranti, trasmissioni con valutazioni dei ristoranti
  • Emergere di un nuovo mitologema, lo chef, suo uso nelle pubblicità.

Questo elenco parziale mette insieme le occasioni in cui l’argomento cibo diventa centrale nelle nostre prassi quotidiane. A ben vedere sono veramente moltissime: diventa centrale per la cura della prima infanzia (allattamento), centrale per la cura della persona (le diete) , centrale per la sua vita sociale nel mondo reale e in quello virtuale (ristoranti e loro foto sui social), centrale per le scelte politiche (veganesimo si o no) centrale per la gestione dell’ansia (supermercato aperto h/24) centrale come rappresentazione del potere e dell’estetica (il mitologema dello chef) . E’ un elenco che desta almeno a me, una certa preoccupazione perché mi ricorda la mia personale definizione di psicopatologia, secondo cui uno dei primi elementi che considero diagnosticamente rilevanti quando valuto la necessità di un trattamento per un paziente: quello di chi in occasioni diverse, problemi diversi, necessità adattive diverse, risponde sempre con la stessa strategia difensiva, senza cambiarla mai. Disponiamo infatti di tanti meccanismi di difesa e di strategie e comportamenti, e di temi e pensieri, e tutti sono utili, tutti possono essere funzionali. Ma se siamo sempre ansiosi: sia durante una sfida che durante un’occasione di gioia, sia per nostri problemi che per quelli altrui, beh non stiamo funzionando al meglio, non stiamo al meglio di noi stessi – perché possediamo altre strategie e comportamenti che sono più adatti che non usiamo mai. E col cibo io vedo questo stesso comportamento, al livello di psicologia sociale: usiamo il cibo per dimostrare di essere buoni genitori, usiamo il cibo per prenderci cura di noi stessi, usiamo il cibo per procurarci piacere, usiamo il cibo per sedare l’angoscia ma anche per definirci in termini narcisistici e identitari – e per assecondare degli status di classe. Il mercato del cibo è uno dei pochi settori che in questo momento di crisi economica non recede ma anzi dilaga fino al collasso: si può dire anche che infatti il cibo viene usato come anestetico per sedare qualsiasi iniziativa politica.

Mc donald’s e circense.

Questa particolare risposta adattiva, rigida e pervasiva, è socialmente e politicamente incoraggiata. L’occidente è infatti in mezzo a un paradossale incrocio. Da una parte abbiamo l’industrializzazione delle risorse alimentari che permette la diffusione di cibo per tutti a costi competitivi, con ricadute pericolose però sulla qualità e la nocività, e dall’altra abbiamo la crisi non solo dell’industria che sostiene altri beni di consumo, ma anche del wellfare, e delle ideologie politiche che lo sostengono. Le economie occidentali stanno facendo fatica non solo a mantenere lo stato sociale, ma anche una media degli stipendi pro capite che aiuti a un discreto tenore di vita in autonomia. La risultante, nei centri urbani in particolare, è che la gente fa una cosa sola: mangia, o al limite – pensa a mangiare. I ventenni e trentenni cominciano carriere professionali che non riescono a portare a una casa in proprio, perché viaggiano su stipendi intorno ai 1000 al mese, quando sono fortunati, e quindi, alla fine non hanno abbastanza soldi per staccarsi dalle famiglie, ma ne hanno in abbondanza rimanendoci per cui alla fine, spendono nella vita sociale: spendono negli innumerevoli ristoranti delle loro città. Alla proposta rutilante di cibo, e alla sua estetica culturale, corrisponde una pervasiva anestesia della progettualità politica, dell’edonismo, e del progetto per se. Le persone abdicano ai propri bisogni di autonomia e mangiano, abdicano al pensiero collettivo e alla constatazione delle mancanze di servizi e mangiano, e infine, duole dirlo, ma non di rado nell’atto di mangiare, in realtà non concettualizzano spesso quello che consumano, non provano un vero godimento estetico, non si informano su cosa consumano. Perché il cibo è una nuova sostanza psicotropa, uno psicofarmaco come un altro. In tanti casi, il sapore non conta – e questo purtroppo è tanto più vero, cattivo e pericoloso quanto più si scende nelle fasce di reddito: perché questa è la nuova stratificazione di classe in fatto di cibo, prima il ricco mangiava e il povero no. Oggi in occidente mangiano tutti, ma il ricco mangia cose più sane e controllate che sono molto più care, e il povero è assalito da cibo industriale, accessibile quanto tossico. Come aveva tristemente già mostrato l’esempio americano, che ci fa sempre vedere come potremmo diventare nel bene e nel male, la nuova prova della caporetto in fatto di lotta di classe è l’obesità.

Questo post però l’ho scritto pensando ai problemi di sovrappeso dei bambini italiani, che recentemente sono risultati in aumento. Ci sono delle questioni mediche e sanitarie che incidono molto nel problema (per esempio la questione del latte artificiale che è correlato con l’insorgenza di obesità, ma ci sono anche altre questioni biologiche, e che investono la genetica che sono importanti) ma io qui vorrei riflettere su cosa può suggerire di utile una prospettiva psicologica. Sono perciò partita dall’osservazione della psicologia sociale del cibo, perché noto che nel piccolo della gestione dei bambini, quell’uso dell’alimentazione come risposta a qualsiasi problema è un dato ricorrente. E questo per me è un problema non solo per una questione sanitaria, ma anche per una questione di una più generica salute psicologica.

Quello che si vede infatti sugli adulti, si osserva anche su molti bambini, soprattutto perché il dare cibo goloso, appagante, è un comportamento su cui si appoggia frequentemente il problema della genitorialità di oggi, che è la difficoltà a somministrare la frustrazione. Molti genitori oggi, non sanno affrontare il dispiacere del bambino sotto tanti aspetti, sia quello legato alla semplice negazione di qualcosa che il bambino desidera (per esempio una seconda merenda di cui è goloso) sia il dispiacere provato dal bambino quando ha un problema che non sa risolvere, in particolare la gestione del suo tempo vuoto.   I genitori oggi sembrano dividersi tra: quelli che somministrano attività a spron battuto ai bambini, e quelli che passano molto tempo con i loro bambini, oppure pagano qualcuno perché li intrattenga attivamente. L’opzione per cui un bambino se la deve cavare da solo a inventarsi cose nel suo tempo libero è sempre più raramente presa in considerazione. E questo secondo me è un grave danno, perché quella cosa del tempo vuoto, dove tu devi inventarti qualcosa che ti piace, che tu possa trovare avvincente, quella cosa di un tempo vuoto con qualcuno che sta vicino a te rendendoti sicuro, senza essere sempre con te rendendosi intrusivo, è una cosa preziosa, che fa crescere il cervello, la progettualità, il desiderio. Così come, trovo sano e utile far capire a un bambino che il cibo può essere una cosa bella, piacevole, interessante, da godere anche con la testa, per esempio riflettendo insieme a lui sulla storia e sulla natura degli ingredienti che consuma con le sue merende, sia però ragionando insieme sul fatto che ci sono altre fonti di appagamento di piacere di benessere.

Si possono suggerire allora degli esempi pratici. Può essere bello riflettere insieme su cosa è un gelato, informarsi su quali sono le sostanze che lo compongono, la differenza tra gusti fatti con la crema o il fior di latte, e gusti alla frutta con base di acqua. Invitare a mangiarlo piano, mettendo insieme le informazioni. Così come, una volta appurato che a scuola viene già somministrata una merenda, è opportuno rinunciare alla seconda, e in caso regalare al bambino il costo della merenda con la promessa che lo metta da parte, ogni giorno per arrivare a comprarsi un gioco bello, qualcosa che gli interessi e lo coinvolga. Il primo di questi comportamenti genitoriali, mira a considerare il cibo come qualcosa di consumato e goduto con cognizione di causa, e costruendo un uso individualizzato dell’oggetto. Mira a dire, quando mangi, mangia con la consapevolezza di una scelta di persona libera, non come risposta a un bisogno indifferenziato di intrattenimento e di anestesia. Attraverso quel sapere, e una riflessione sui propri gusti, passa la possibilità di un modo meno nevrotico e che neanche demonizzi il cibo e il piacere che può produrre, di mangiare. Infine, prepara anche il terreno a difendersi dall’offensiva di mercato del cibo spazzatura.

Il secondo comportamento aiuta ad evitare l’uso del cibo come sostanza psicotropa indifferenziata, che diventi nel tempo assimilabile alle droghe, portando il bambino a un disturbo alimentare. Fa spostare l’attenzione, fa capire che ci sono altre cose, non solo il cibo, come soluzione al bisogno. Ma ci possono essere altre cose, degli interessi, dei giochi, delle attività.

Tutto questo è molto difficile per diversi genitori perché a loro volta devono fronteggiare una domanda che viene dal contesto culturale (i bambini oggi sono SOMMERSI DI CIBO sono LEGITTIMATI A PRETENDERLO) e essendo figli e nipoti di una società che con la somministrazione ossessiva della frustrazione aveva provocato tanta infelicità e tanti errori, ora non sanno emotivamente vederne il buono, ne sono terrorizzati. Se il loro bambino piange per noia, piange per frustrazione, quel pianto risulta intollerabile e li fa sentire genitori non empatici. D’altra parte fanno anche pochi figli, li fanno tardi, e non hanno neanche quella grande legittimazione a un comportamento apparentemente deludente, che era fornita dalla famiglia numerosa e la scarsezza di tempo e di risorse. Ci si sente, in assenza di questo contrappeso egoisti, cattivi. Ma si deve tenere a mente che questo tipo di divieto, o di spostamento specie se portato avanti con fermezza e gentilezza – io trovo pertinente anche l’uso di un solidale umorismo – è un regalo che si fa alla prove, perché è il regalo di una sua maggiore libertà dal bisogno, non solo di cibo.

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Ciao Luigi (una lettera al cielo sui nostri gatti)

Ciao, come stai
E’ molto che non ci sentiamo, voglio dire molto anche nel freddo e nel silenzio. Sai che abbiamo un nuovo gatto? E’ una femmina. E’ piccinissima, ma salta di qua e di la. Ti piacerebbe molto. Il gatto Ulisse, infatti se ne è andato –  era molto vecchio e malato.
Mi sono ora ricordata di quella volta, che sei venuto a vedere casa mia, nuova nuova, e ci ero andata ad abitare da sola, senza fidanzati mi ricordo, senza mariti in vista, ero molto emozionata e c’era Ulisse che era giovane e iconoclasta – come sempre i gatti giovani – e a un certo punto, io ti avevo dato un bicchiere di succo di ananas, tu pontificavi al tuo meglio di anima e animus, e quello ti beveva dal bicchiere di succo di ananas. Io mi arrabbiai moltissimo, e tu rimanesti proprio impassibile. Ma no cara, ha ragione, hai detto una cosa del genere, è molto buono il succo di ananas.

(Un bravo analista è pure questa cosa qui. Questo mettere comodi davanti all’incontrollato, l’incongruo, uno che offre da bere a un gatto, che ti dice. Sta a te decidere se un gatto può bere del succo di ananas dal bicchiere di un’ospite. La stanza dell’analista, una wunderkammer piena di gatti e leoni e scarafaggi e farfalle e cammelli che fanno cose in quello spazio sempre lecite).

La gatta si chiama Teodora. Anche lei obbedisce alla missione esistenziale dei gatti giovani, che è sovvertire l’ordine delle cose, e costringerti a un ribaltamento di prospettive. Anche lei ti costringe a giocare per terra, sotto una sedia mentre ci sta sopra, a inseguirla nel mondo degli animali piccoli che vedono le cose nostre piccole farsi grandi. Io mi ricordo bene della tua gatta nera, di cui conservavi i baffi e con cui conversavi lungamente. Mi ricordo che anche tu sei stato uno che si sarebbe appiattito sul pavimento se un cane, un gatto un topo o un pappagallo lo avesse richiesto. (Anche questo penso faccia parte dell’arsenale di un buon analista Avere una parte del proprio mondo interno che si metta nella posizione adatta a giocare la partita con chi ha di fronte – che sia giaguaro che sia serpente, che sia la mia terribile gatta Teodora.)

Certo, dorme molto. E’ molto piccola. Vive in un’alternanza tra sogno e distruzione. Certo, ce la spupazziamo un po’ tutti. Un bambino se ne fa un colbacco, l’altra la mette in una borsetta, io per mio la addestro a farmi da collo di pelliccia, per entrare regale nelle cene. Non è ancora diventata, come quasi sempre i gatti diventano, quei pazienti e immobili ascoltatori, quei colleghi husserliani, che pare mettano in discussione qualsiasi deduzione. Ma in fondo va anche bene così. C’era quella cosa di Kohut, l’analista è uno che deve farsi usare.

Mi manchi, ciao. Scusa, mi sono scardata di dirti, che a studio ho messo una lampada particolare ecco. E’ una campana di vetro, dentro a questa campana, c’è una casetta, dentro la casetta una lucina che si può accendere.
Ciao Stai bene)

 

qui

 

Simulazione, Dissimulazione, Narrazione, Falso Se, Persona. Alcune note.

Mi trovo spesso a ragionare sui concetti di simulazione, dissimulazione, verità di se. Mi ci trovo perché da una parte sono concetti che orientano e contengono l’esperienza emotiva quotidiana e di tutti, ma che da un altro punto di vista investono in modo particolare due contesti che abito molto frequentemente, e che sono due contesti della narrazione di se, eventualmente autentica. Uno è la rete, e la comunicazione dei social, l’altro è il mio contesto professionale, il mio lavoro, che è appunto, un lavoro sul raccontarsi.

Come mi è capitato già di constatare, è ricorrente imbattersi una psicologia della diffidenza riguardo l’autenticità dell’altro. Molte persone sono inclini cioè a mettere in discussione gli atti spontanei degli altri, specie quando questi altri ottengono dal loro modo di fare una certa visibilità, un qualche tipo di ritorno sociale, anche se piuttosto modesto. Di certuni per esempio si può sentir dire quello fa l’intellettuale, quello fa quello di sinistra, ma di altri, si arriva addirittura sentir dire fa quello eccentrico, quello che soffre: si è costruito questo personaggio. Non di rado, una cosa che ho trovato interessante, la teoria del personaggio arriva ad investire psicopatologie anche gravi, persone che fanno abuso di sostanze, e che fanno scelte autodistruttive.

 

Questo tipo di argomentazioni è interessante per due aspetti. Il primo riguarda la tipologia psichica di chi le porta avanti. I veri simulatori e dissimulatori, animali rarissimi con una problematica psicopatologica molto complicata, sanno quale consistente controllo sulle proprie attività sul proprio modo di essere implichi la costruzione di un altro da se, sanno di essere invece pochi, e quindi non si aspettano mai la simulazione da parte di altri, se mai al limite la riservatezza, ma non la menzogna. In generale anzi, tendono a proiettare sugli altri una sorta di pacifica ingenuità – che d’altra parte è balsamica, una conferma della loro scaltrezza. Coloro i quali invece parlano frequentemente di costruzione artificiale del comportamento e del modo di fare di qualcun altro, da un lato proiettano sull’altro un dominio del proprio mondo interno che trascende nell’onnipotenza (saper fare quel che non si è, che cosa magnifica – e ci cadono tutti!) dall’altra usano la teoria culturale della sanzione della menzogna per vendicarsi del carisma altrui – il personaggio è forse il grande conforto a fronte il talento e il carisma di qualcuno, la sua capacità attrattiva, la considerazione che è capace di attirare.

D’altra parte, fa anche buon gioco una sorta di retorica diffusa della totale onestà per cui pare che tutti siamo gli sposi di tutti, e tutti dobbiamo agli altri una completa narrazione della propria intimità. In questo anche la dissimulazione diviene sovente perseguita socialmente, e in questi tempi di raccontarsi continuo, di ovvietà per cui il privato è reiteratamente dispiegato – con le notizie della posta elettronica che ci avverte dei divorzi altrui, o degli inimmaginati orientamenti omosessuali, uno che si faccia più che altro i fatti suoi – passa per traditore della patria.

 

In ogni caso, questo tipo di temi, non riesce mai a impressionarmi più di tanto. Né per quel che concerne la mia vita privata, né per quel che concerne la mia vita professionale. Ma questo non perché io mi ritenga così scaltra o fortunata da non poter essere la destinataria di una menzogna riuscita, ma perché in un certo senso, provocatoriamente, considero il conetto di menzogna fuorviante: quando si parla di simulazione, e dissimulazione, si da per scontato che una certa narrazione, o un certo occultamento che produce una narrazione, sia una sorta di falso alieno, una toppa malamente calzante con la relazione e il contesto, ma assolutamente svincolata dal soggetto e per quanto riguarda la relazione cucita sopra in malo modo. Nella terribile ipotesi di un tradimento, da parte di una persona a me cara, io dovrei confrontarmi con la narrativa reale che la menzogna testimonierebbe e entro cui si iscriverebbe, e mi addolorerei per una rete di eventi emotivi che si sarebbero costruiti sotto i miei occhi, e io non volevo vederlo, la menzogna sarebbe la coerenza di quella trama, e dunque non problematica di per se. Problematico sarebbe il mondo che l’ha generata. Probabilmente dovrei arrivare a capire anche la funzione psicologica che ha assunto il mio cogliere soltanto una narrazione parziale. E’ in effetti un’esperienza dolorosa.

 

Ma il fatto è che quando parliamo di simulazione, dissimulazione, verità e menzogna: noi usiamo questi concetti come categorie che qualificano i comportamenti espliciti, e la natura sempre esplicita dei soggetti. Quando diciamo che una persona simula, noi cioè tendenzialmente pensiamo che egli nasconde un modo esplicito di essere, e ne mostra un altro falso. Un’operazione di cui si dirà che viene fatta con maggiore o minore successo, a seconda delle contraddizioni che i diversi comportamenti espliciti mostreranno. (Fa quello di sinistra ma ha la barca, fa l’intellettuale ma segue il calcio, fa quello problematico ma ogni sera frequenta un locale diverso, dice di amare la moglie ma è stato visto baciarsi un’altra).

Se però si inserisce nel campo un nucleo in più che è l’identità profonda del soggetto, il suo inconscio, e si considera tutto, ma proprio tutto quello che fa e che dice un sogno o una produzione di quell’inconscio e di quella identità psichica, la nozione di simulazione si sfalda, si liquefà tra le mani. Tutto ciò che è detto è l’emanazione di un fuoco identitario che sta al di sotto dei comportamenti espliciti, e che ne restituisce il senso, oppure, se non la restituisce richiede una sospensione del giudizio, e una domanda per cui: se vuoi capire l’altro, devi risolvere quelle che per te sono contraddizioni, arrivare a vedererle come i due tasselli dei comportamenti insieme incongrui ma che non lo sono più se se ne aggiungono altri, riesumando nel discorso complessivo discorsi, frasi assunti, che prima erano assenti.

 

 

Questa cosa, in terapia torna particolarmente utile. Non sono moltissime le persone che mentono al proprio terapeuta, specie quello che hanno deciso di consultare liberamente pagando in un regime di libera professione. Alcuni a volte però mettono dei panni che ruotano il proprio modo di stare in stanza: si comportano come un cattivissimo paziente o come un ottimo paziente, in ossequio di alcune questioni psicologiche del loro passato relazionale che ora rimettono in gioco con l’analista – per quella vecchia cosa che si chiama appunto dinamica di transfert. Alcuni allora faranno “i bravi pazienti” da una parte come strategia rodata per eludere l’esplorazioni di vicende scabrose, dall’altra quella stessa strategia rodata, lo zelante che arriva sempre puntualissimo, si ricorda tutto, parla sempre per benino di mamma e papà, è essa stessa un testo, un testo che dice una verità sulla struttura psichica del paziente, sulle sue strategie di quando era bambino: la compiacenza, o anche di contro una capacità di rendersi tremendamente irritante – prima che simulazioni sono allora, strategie difensive di un bambino che ha dovuto inventare delle strade comportamentali per raggiungere o eludere dei genitori deludenti.

 

A volte cioè mi viene da pensare, il linguaggio è come il movimento: non può costitutivamente, epistemologicamente mentire mai. In questo senso, il concetto winnicottiano di falso se – che tanto ha avuto successo anche al di fuori delle stanze di analisi – mi ha lasciato sempre interdetta, con un sapore di ingiusto dentro, e di inesausto. E’ proprio l’opposizione tra vero e falso, che trovo fuorviante. Sia perché appunto – ogni atto psichico è come l’azione del corpo, sempre vero – sia perché a insistere tanto sul concetto di falso se di maschera personologica cioè compiacente fatta per essere data in pasto a un mondo relazionale difficile da gestire, che proteggerebbe in vero se, nascosto e presumibilmente tutto diverso, non fa vedere aspetti reali e identirari importanti della personalità di chi si ha davanti, di come funziona, delle difese con cui si trova lui. Né mi piace moltissimo, trovo anzi ingenua, la polarità epistemica del mondo veteropsicoanalitico per cui, l‘inconscio, il sepolto il non visibile, è più vero più nobile, del prosaico, visibile e accessibile comportamento manifesto.

A questa coppia di concetti winnicottiani – comunque grandi per la loro capacità di descrivere un certo tipo di nevrosi – preferisco quello junghiano di persona, che è meno saturo di un giudizio di valore vagamente moraleggiante, e restuisce una titolarità al soggetto di veridicità di tutte le azioni che fa, e nella sua neutralità permette di far riconoscere al soggetto il perché delle sue scelte, e dei suoi bisogni, non solo il concetto di Persona (il vestito sociale che la nostra psiche mette a disposizione della nostra vita quotidiana, il nostro modo di essere con gli altri e di apparire) permette di capire altre verità dell’altro, e di approdare a coerenze più sofisticate.

 

Un’ultima cosa. Tutto questo complicato discorso –quando ipotizziamo, vuoi una simulazione vuoi una dissimulazione – riesce meglio se non ci limitiamo a considerare solo le informazioni che abbiamo ricevuto (o non ricevuto) e lo stile del linguaggio con cui sono espressi. I contenuti che non consideriamo elusi, coperti o traditi, possono infatti essere elusi coperti e traditi nell’ambito delle informazioni date ( odio quella persona, detesto questo lavoro, non sono eterosessuale) ma sono difficile da eludere coprire e tradire, nel loro pulviscolare investire comportamenti, forme lessicali, frasi. La coerenza di certi personaggi che sembrano poco credibili, quando magari lo meriterebbero arriva da come essa ritorni anche nei modi di dire di parlare e di fare. Molto meno controllabili da parte di chi, di mestiere, non fa l’attore, o lo scrittore (oppure abbia un franco disturbo antisociale)

Novara, Cuccia, CCCP

Ha fatto giustamente scalpore, l’approvazione al consiglio comunale, del nuovo ordinamento della polizia della città di Novara. Il nuovo ordinamento prevede infatti un insieme di sanzioni, che regolamentano in modo preciso la vita dei cittadini negli spazi pubblici.
L’ordinamento infatti vieta moltissime cose – di non legare le bici ai pali, di non sostare negli spazi pubblici, di non usare in modo inappropriato le panchine, di non vestirsi in un modo che ferisca il pubblico decoro. E’ un insieme di piccole norme, che si riferiscono a piccole cose – sdraiarsi su una panchina se si è affaticati , mettersi una gonna corta se si esce la sera, fermarsi a fumare una sigaretta se si sta all’università è c’è il sabato da attraversare. Ad arrabbiarcisi, ci si fa una brutta figura, la solita brutta figura a cui sembrano destinati quelli di sinistra negli ultimi tempi: si verrà accusati di non badare al sodo, cioè la pagnotta – di perdere tempo su cose lievi e inutili come i rossetti e le panchine, oppure di prendere le difese di quei nemici del patrio popolo che ora sono gli immigrati, quelli che per l’appunto secondo la nuova retorica leghista, fanno abuso di panchine ma anche di altalene – ritenendo invece, che queste siano destinate primariamente alla popolazione autoctona e perché si dedichi  con agio alla contabilità.

Per questo probabilmente le voci dell’opposizione novarese, hanno cercato di contrattaccare l’ordinanza – così almeno dicono alcuni giornali – sullo stesso terreno ideologico della sua maggioranza, prendendo le difese degli esercizi commerciali che si vedono aggrediti da questa decisione – in effetti, se non c’è posto per la bici la gente non si ferma a comprare, se non si può sostare non si mette a bere, e via discorrendo. Tuttavia la questione è interessante invece, ma bisognerebbe dire allarmante, per un’idea di politica amministrativa che la sottende, per quel che promette: al momento abbiamo un governo gialloVERDE,  dove il giallo vacilla e il verde si impone. Il primo ministro è un personaggio di secondo ordine privo di identità, la leadership cinquestelle sembra una compagine di giovani pieni di buona volontà ma senza nerbo né esperienza politica, e accanto a questi, spicca vigoroso volitivo e savonarolesco,  Salvini, di cui Novara oggi, Lodi ieri, e alla spicciolata i comuni amministrati dalla lega sono zelanti epigoni. Questi comuni mostrano la strada che potremmo percorrere, se dovesse esserci un nuovo governo, e non avvenga un miracolo a sinistra con un leader capace che cada dal cielo. Salvini al momento è il più forte di tutti, perché è anche l’unico a vendere una visione del mondo, dell’atto politico che serve per rispettarla, e della comunità a cui è destinata.

La visione è quella di arrivare a ideali piccole cittadine di provincia, omogenee per composizione e dedizione alla produzione, dove tutti tutti siano, onesti lavoratori, sposati a composte sciure di mezza età, che vadano a blocchi compatti a messa la domenica, e al lavoro all’inizio della settimana, con valori modesti e semplici, e che abitino una città anche essa omogenea modesta e semplice, dove non ci sia traccia di malessere e povertà ma anche, di eccessivo svago o eccentricità. Devono esserci pulizia, ordine, al massimo una trattoria con rutto la domenica – ma non si deve andare oltre, Tutto, tutto tutto, deve essere sempre e comunque provincia.

Questa cosa, il provincialismo come visione del mondo, è infatti la regola base della teoresi del decoro, soprattutto quando a fronte di tanti guai e di una crisi economica ingravescente, diventa l’unico argomento di una politica pubblica. Se ci sono delle persone che dormono nelle panchine, la weltanshauung provonciale prevede che non bisogna che si vedano, non che si prenda un provvedimento perché possano avere un ricovero sicuro. Se c’è un problema di violenza di genere, alla provincia disturba la volgarità del commento e ipotizza la colpa della minigonna, non pensa a lavorare sulle cause della violenza di genere che seguirà quel commento volgare. Nella teoresi del decoro in materia di pubblica sicurezza l’amministrazione politica si permette di indossare un’idea del male che un’amministrazione pubblica non dovrebbe indossare mai, che è una rogna che riguarda altri, che è una colpa che inzacchera il panorama dell’operoso cittadino degli anni cinquanta, non qualcosa che riguarda la cittadinanza tutta per cui eventualmente prendere provvedimenti.

Ma anche in questa idea di decoro, secondo le cartoline postali del dopoguerra, anche elementi banali e vitali della vita collettiva sono visti di cattivo occhio. L’ordinanza riguarda infatti, in parte certamente i barboni e gli extracomunitari (le panchine gli spazi pubblici, forse anche i vestiti) ma molto mi pare i giovani e le donne, il fatto di divertirsi, di stare bene in autonomia, di uscire la sera in un eventuale ozio improduttivo (ohibò) di assemblarsi senza scopo preciso ecco, vestendosi in modo poco acconcio all’estetica del villino con la ghiaia, della bifamiliare col garage. Niente ricchi, niente poveri, niente intellettuali, niente puttane, niente giovani niente barboni, niente gente che se la spassa, niente gente che si annoia. Niente.
Soltanto, nell’acclarata incapacità di fare una proposta politica che risolva problemi economici concreti, quel che rimane della cultura liberale, è soltanto il loden verde oliva, l’ombrello scuro, la moglie con la spilla buona. Tutto il resto non è molto lontano dal vecchio cielo stalinista (Attendiamo l’immagine di rubizze ragazzotte padane con fasci di grano in mano. Proprio come in certi manifesti dell’URSS).