La natura vince sempre. Su medicina, omeopatia, vaccini, bambini

 

Una volta il mio amico Giampiero, ci raccontò del lungo periodo in cui si trovò ad assistere sua madre malata e che vide andarsene. Era tardi, avevamo bevuto, e Giampiero si sentì libero di parlarci del momento in cui la vide morire – o meglio, delle ore, perché a volte la morte è un fatto di ore – o di giorni.
La sua descrizione mi colpì e gliene sono ancora grata. Giampiero spiegò di come vedesse nel corpo di sua madre incosciente, un fatto in cui trionfava la natura, e quindi in un certo senso la vita, con quello che noi chiamiamo morte come un fatto di vita, e la trasformazione del corpo l’accadimento di qualcosa che appartiene a un vitale enorme, e comunque sempre vincente. Cioè diceva Giampiero, quando vivi o quando muori, la natura vince sempre. Se vivi vince, se muori vince, se vivi sei con lei in un modo, se muori diventi con lei in un altro, lei ti lascia fare cose e lei ti si riprende e ti trasforma in qualcosa. La natura è sempre, la morte in un certo senso, nel senso di non essere, non c’è mai.
Concludemmo anche, come nell’essere teatro della lotta interna tra un modo di essere natura, e un altro modo, il momento della morte, è oggettivamente un momento di merda: stai solo, e sei deciso da queste forze su cui non puoi più niente.

Come spesso mi succede quando si parla di medicina, vaccini, idea di scienza dominante, idee minoritarie che si fanno strada, anche nella storia del bambino morto per otite perchè curato con l’omeopatia, il mio pensiero è andato all’insegnamento di Giampiero: la natura vince sempre – e al corollario provocatorio dell’insegnamento di Giampiero: la natura è in un certo senso, nostra nemica. Quando poi in ballo c’è il corpo di un bambino, di un nostro figlio la natura è nemica acerrima, è il potere a cui siamo sottoposti, è qualcuno che va avanti nostro malgrado secondo sue logiche personali. Un farmaco che funziona fa vincere la natura, un farmaco che non funziona fa vincere la natura, un farmaco assolutamente inutile fa vincere la natura, un farmaco che procura gravi effetti collaterali, fa vincere la natura. O forse dovremmo dire la natura non è né buona né cattiva né madre né matrigna, è prima di tutto smodatamente potente e noi possiamo vincere o perdere piccole battaglie che per lei sono irrisorie – molta buona poesia, molto Lucrezio e molto Leopardi stanno in questa tragica comprensione della disparità di potere e di intenti, nella comprensione di una asincronia dei fini.
Ti credi che tu e la natura avete lo stesso scopo, ma invece non è vero, a lei va benissimo pure se sei sterile, pure se abortisci, pure se ammazzi tuo figlio. La natura è sempre.

Dunque ciò che per la natura è uno stare continuo, per noi è una serie di battaglie capitali. In questa prospettiva in maniera laica diciamo, io iscrivo tutte le più recenti divergenze sulla medicina che attraversano il dibattito pubblico. Il mio affetto per il mio corpo, e per il corpo dei bambini della mia specie, per il loro stare con noi mi fa considerare l’arsenale di strumenti della medicina come un campo in cui devo scegliere quello che mi da un maggiore margine di speranza di vittoria: e da profana, l’unica via che mi possa tranquillizzare in qualsia campo della lotta nello strapotere della natura, è la via numerica: se tante case con le norme antisismiche reggono il terremoto, io mi faccio la casa con le norme antisismiche, se tante persone non muoiono di una certa malattia con il vaccino io mi faccio il vaccino, se l’antibiotico manda via un’infezione che può essere mortale, io mi prendo l’antibiotico. La scienza non è sempre facilmente accessibile, ma la statistica si, e la statistica è mia amica nella lotta per la vita: quando c’è io la ascolto.

La natura vince sempre, se così non fosse, non ci sarebbe statistica, ma un esoterico sistema di tutto o nulla un magico e medioevale mondo di armi definitive, di pozioni magiche, di maghi e di qualche sparuto immortale che si narra abbia vinto contro Dio. Ma siccome la natura vince sempre, la scelta è tra perdere e pareggiare, tra morire o morire dopo, e sempre con un imprescindibile scarto di possibilità, il potere della natura: nessun vaccino è esente da rischio, nessuna medicina non combina mai guai, la natura sta acquattata nel corpo di qualche predestinato, e noi facciamo la nostra modesta e romantica battaglia rosicchiando numeri, tassi di prevalenza, confiscando più vite possibili –ed è incredibile come si sottovaluti il successo di un dato di bassa incidenza negli effetti collaterali di un vaccino, per esempio, come non si capisca quanto un farmaco che fa bene a tante persone e fa guai a pochissime sia un risultato letterario e leggendario contro il potere di Dio.

Ho scritto questo post probabilmente inutile e lacunoso, per dire, che insomma dobbiamo assumerci la nostra responsabilità nel nostro rapporto con la vita e con il corpo, e con lo strapotere del naturale, che non è vero che i rispetto del naturale è la nostra salvezza sempre e comunque e che ci sono momenti in cui dobbiamo prendere atto che bisogna giocare la battaglia con le cose migliori di cui disponiamo, e questo in particolare quando siamo responsabili di chi ancora non ha la possibilità di operare delle scelte, e diviene quindi vittima della nostra cattiva gestione del potere. Se una cosa funziona per la vita molto più spesso di un’altra, noi dobbiamo sceglierla, se questa cosa dovesse essere l’omeopatia – bene, se è la medicina tradizionale bene, la questione rimane saper scegliere, ciò che salva più spesso.

 

Laddove sempre può solo Dio.

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Modi diversi di pensare al Capitano. (Per Totti)

La bambina era una bambina bionda e cattiva, per quanto nell’età dell’innocenza questo non si dovrebbe dire. Forse, in quella che noi chiamiamo cattiveria, ossia una fame angosciosa di dominio, un’ansia di asimmetria, una precoce pulsione al sarcasmo e alla sudditanza di altre bambine più perplesse e mansuete, c’erano soluzioni incolpevoli, per esempio la parossistica emulazione di una madre altrimenti non proprio avvicinabile, e anche il tentativo di sparigliare una sorella bionda e cerulea come lei, solo maledettamente più piccola. Ma anche un personale modo di digrignare i denti, verso una sorte ostile. La bambina bionda e cattiva, aveva nove anni, era all’ospedale già da un mese per la quarta volta, ed era piena di rancore: si annoiava terribilmente, non si sentiva mai sazia di cose e di spazi, si sentiva malamente maneggiata più volte al giorno, e anche contornata da altri bambini che volevano avere qualcosa in comune con lei – e che lei rifiutava con determinazione.

L’appiccicoso stemma della sfiga, il velo di apprensione nei sorrisi delle nonne. Le torri di medicine sui comodini delle case. La bambina bionda e cattiva non sorrideva alle infermiere come la sua vicina che tendeva il braccio a ogni prelievo, e non ringraziava per ogni pacco di biscotti dovesse arrivare di straforo dalle zie. La bambina bionda, a cui mancavano solo un paio di scalini per essere splendente, si ostinava a non brillare mai.

Non era cioè una bambina poco amata, e in fondo non davvero sfortunata. Sarebbe diventata una donna alta e scattante, perché aveva una cosa rognosa, ma per fortuna, non mortale. Era una bambina a cui tutto dal destino alla famiglia, voleva bene in maniera imperfetta, grossolana, sbagliata. Tutto era una forma di comunicazione difettosa. Il cuore che funzionava ma non benissimo, e questi genitori efficienti, capaci nel lavoro, presenti con il corpo e con l’agenda, che le volevano bene, ma forse senza sapere esattamente come si fa. La chiamavano con vezzeggiativi pronunciati come ordini di caserma, le compravano bambole che dovevano poi essere asserragliate in militare ordine di grandezza. Quando la bambina era con sua madre, si sentiva sempre gelosa di qualcosa, della sorella oppure, delle cose che doveva fare subito e con estrema precisione.

Di queste cose, nella stanza di ospedale, su un foglio di quaderno, aveva cercato di scrivere a modo suo, all’eroe della sua infanzia, l’uomo ai suoi occhi più bello del mondo, e certamente più forte, e certamente più potente, capace di fare grandi cose, di cui le parlava con composta ammirazione la mamma, e di più il papà, il capitano della squadra di calcio, il pupone, a Roma, il calciatore Totti. Del calciatore Totti, e in verità del calcio tutto, la bambina sapeva ben poco, e in realtà l’argomento l’interessava blandamente. Il mito l’aveva carpita quasi suo malgrado mentre era distratta, e un pomeriggio si era ritrovata, forse come deve essere successo a buona parte dei bambini romani, con dentro una favola suo malgrado. Il ragazzo di borgata che ha i piedi fatati e porta la squadra in cima alla classifica, il ragazzo stupido che diventa ricco ma rimane buono, quello che fa le pubblicità simpatiche e però alla lazio, ci fa un culo così, quello che regala i soldi all’ospizio cittadino, ma si sposa pure la più fica di tutta la tv. Quello che quando ha fatto gol la settimana prima, aveva fatto sorridere suo papà in maniera infantile mentre spiegava il perché e il percome di una traiettoria rotonda e gentile dentro alla porta. E comunque, la bambina bionda e cattiva aveva nove anni, la donna che sarebbe diventata era sull’orlo della pelle, e Totti prima di tutto, era bello da far paura.

Aveva scritto la lettera appena arrivata, una lettera di bambina smorfiosa, che occulta tutte le sue cattiverie, che parla di operazione al cuore, e di genitori noiosi, anche piena di fiori eh e di disegni e l’aveva affidata perentoria ma già sconsolata a sua madre, per poi continuare a pensarci in un’intermittenza parallela alle cose quotidiane, che s’addormentava sul fondo e poi saltava fuori in momenti inaspettati, che ne so al bagno, oppure quel giorno che le avevano detto dell’operazione, la terza, o quell’altro che aveva litigato con sua sorella e sua madre mica aveva detto che era colpa sua e insomma si era davvero arrabbiata. Ma come, io sono in ospedale checcavolo, aveva pensato. Lo so che non devo dare gli schiaffi però ma scusa. E aveva cominciato a piangere. Sono stufa.
Uffa Totti Uffa

Così quando quella domenica pomeriggio se l’era visto sulla porta enorme, e se possibile, ancora più bello di quanto lo immaginasse, la donna sull’orlo della pelle aveva visto gli occhi azzurri, le spalle e tutto il corredo dello sportivo, ma siccome non è che fosse in calzoncini e maglietta, era rimasta interdetta tra l’ipotesi di un divo della televisione di passaggio e il padre di qualche fortunato compagno di stanza. Poi questo tipo molto bello aveva detto “con permesso checc’ècchiàra?” tutto attaccato, in un romanesco gentile ma irredento, con anche – che lei colse – un barlume di svagata consapevolezza dell’origine, e anche di scanzonata acquisizione di successo, e allora aveva capito! E per una successione strepitosa di stati d’animo, aveva sgranato gli occhi al secondo 1 (maccavolo!) al secondo 10 si era incazzata (mia mamma doveva dirmelo scusa sto in pigiama) al 18 si era messa a ridere (ma cavolo! Ma cavolo) e poi si era messa a piangere un attimo (ma! Proprio a me!) e poi subito ricomposta.

Era settembre, e il capitano si era seduto sulla seggiola di formica con le ginocchia un po’ larghe, i piedi uniti, e le mani incrociate. Aveva anche portato un pupazzo di pelouche, e vedendo la bambina con i piedi già dentro la donna aveva detto, mo’ mi sa che con questo non ci fai gnente, però te lo metto qui, come stai? E lei allora abitando neanche troppo maldestra quell’incrocio complicato della vita, l’aveva guardato entusiasta, e si era avventata sul cagnolino finto, per stringerselo addosso, in un davvero involontario atto di conquista. Come fosse abitata da un femminile radicale, un ospite nascosto, un inquilino fino a quel momento riservato, e che ora si mostrava in salotto senza nessun pudore. Il capitano per parte sua, che sarebbe diventato padre di li a poco, e che per la paternità aveva avuto di par suo ben presto una solida vocazione, aveva colto il gesto, l’allusione, lo scintillare dello sguardo imprevisto, e ne era stato intenerito. Come crescono ste regazzine aveva pensato. Come so’ precoci, guarda questa bionderella na femmina fatta e finita – una signorinella! Avrebbe detto sua madre. Quella si tormentava i bottoni del pigiama, tutto un’allaccia e slaccia, tutto un abbottona e uno sbottona, così ìè troppo eh ma così scusa, non va bene, e intanto Totti la guardava ridendo, e le chiedeva se si annoiava, e la scuola, e spicciate a guarì che ci hai da combatte, te devi impegnà, devi segnare!

A maschi e femmine diceva che bisogna segnare, tutte le volte che andava a trovarne uno in ospedale, perché per quanto recitasse la parte del cretino mansueto che sa dare i calci al pallone ma vende cellulari perché scambia lucciole per lanterne, in verità non era cretino affatto e anzi, aveva una sottile intelligenza emotiva, una cosa del cuore che non controllava manco troppo ma gli era tornata utile in diverse circostanze, in squadra per esempio tante volte, e indubbiamente per portare all’altare quella riottosa tigre della giungla che era la sua celebre moglie. E allora Totti aveva capito che aldilà del fatto che se un calciatore ti viene a trovare la cosa che deve dire è che devi segnare, o che ne so’ parare i rigori della vita, o anche saper giocare di squadra, e tutte le puttanate della retorica calcistica sul campionato della vita, dire a un bimbo o una bimba, maschio o femmina che sia, devi segnare era dirgli, uè tu sei come me, io sono stato un bambino inguaiato come te, e tu ti puoi prendere un po’ del mio essere campione, non c’è differenza tra me e te, non c’è asimmetria. Eallora continuava il capitano all’estatica bambina. Mo’ ti spiego io come segnare, per altro, ti spiego che non è sempre questione de forza e de cannoni, è pure questione de pazienza, de saper aspettare il momento giusto, di intuire velocemente dove si creerà uno spazio, che non è dov’è adesso subbito subbito, de sapè come ragiona l’altro, cosa pensa, di che ci ha paura, dov’è è debole, e dove te fotte. E te Chiara mia me devi vince sto campionato, e me devi uscì da sto ospedale, disci la quarta volta, maccavolo mannomme fa di parolacce quattro volte basta, cazzo, si non si dice cazzo vabbè tua madre mi perdonerà ma mo’ me lo devi promette che te metti a capire bene sta cosa, di come segnà. Per esempio prendere le medicine uno po’ segnare meglio che se non le prende.
E’ ne esempio
E’ come gli allenamenti.

E Chiara lo aveva guardato incantata, cioè un po’ le veniva da piangere, un po’ da baciarlo, un po’ da dire lo so che hai ragione ma io mi sono così stufata, così stufata, e voleva dirgli della sorella, e voleva dirgli ma lo vedi che posto brutto, e in verità glielo disse a Totti Chiara. Per la verità Chiara sentiva pure qualcos’altro di fisico e lontano, che avrebbe decodificato anni dopo, e che a nove anni (nove anni e mezzo avrebbe detto lei, quasi dieci) indicava un sentiero impraticabile al momento, il sentiero dei bottoni aperti, sentiero che Totti ignorava platealmente, ma il momento era comunque magico, il capitano seduto vicino a lei, che le diceva tutte cose straordinarie e importantissime che non avrebbe mai ricordato tanto – salvo – me devi giurà che te metti a fa l’allenamenti e segni – e che effettivamente l’avrebbe baciato volentieri.

Poi a un certo punto il cellulare di Totti era squillato, e lui si era alzato. Le aveva detto che si era fatto tardi senza rispondere, si era alzato, e si erano pure scambiati un bacetto sulle guance (damme un bascetto, avrebbe detto lui con la scie, a cui lei aveva fatto caso e aveva subito perdonato abbracciandolo con ardore). Totti si era lasciato stropicciare, maronna ste regazzine quanto so precoci famme annà via famme, si era gentilmente districato, a lei era venuto un po’ da piangere, a voja a campionati io a sta roba sarò sempre impreparato, aveva pensato e si era dileguato.
(Abbronzatissimo, pensò Chiara).

Riflessioni intorno all’infanticidio

 

Premessa.

Nei giorni scorsi, una ragazza minorenne di Trieste ha partorito una bimba, e l’ha abbandonata al freddo, dopo di che la neonata è morta subito. Secondo la prima e piuttosto approssimativa ricostruzione dei fatti, la giovane non aveva capito di essere incinta né l’aveva capito sua madre. Ha dichiarato di aver portato la bambina fuori, credendo che fosse morta. Mettendola in una busta.
Per il momento, e io spero il più a lungo possibile. La stampa mi pare non stia indugiando in informazioni, nomi, circostanze vita delle persone implicate in questa vicenda. La quale, tocca corde talmente profonde, e particolarmente profonde per il nostro contesto culturale, che elicitano commenti viscerali e inutilmente aggressivi. Di contro però proprio per l’accecante aspetto emotivo dell’uccisione di un bambino, dell’infanticidio in una maniera un po’ approfondita non si riesce a parlare mai, l’opinione pubblica non ha la più vaga idea della vita e dei pensieri e degli stati d’animo delle donne che sopravvivono ai figli che uccidono. Fuori dalla ristretta cerchia non solo degli addetti ai lavori, ma addirittura degli addetti ai lavori che si occupano di questo argomento – non si pone né il quesito delle eventuali variabili socioeconomiche che favoriscano il fenomeno, né dell’eventuali psicopatologie che possano essere correlate all’atto. Si rimane in una protettiva posizione emotiva, che in realtà però su questo come su molti altri argomenti, rende tutti subalterni. Se l’atto cattivo è l’esito del maligno, non ci sta un cazzo da fare. Siamo alla mercé del male, e possiamo solo consolarci con la gogna e la sanzione.
Allora in questo post, più che parlare di un caso specifico di cui non sappiamo niente, e che non sarebbe etico trattare superficialmente vorrei porre, in modo molto schematico alcune riflessioni e direzioni di approfondimento, non necessariamente tutte con delle risposte pronte, il che non esclude che qualcuna di queste riflessioni possa dire qualcosa del caso di cronaca da cui siamo partiti.

1
La prima questione di fondo su cui non mi stancherò mai di insistere, fino a essere noiosa, perché è un’acquisizione che ha conseguenze sulla domanda politica, riguarda la circolarità tra condizioni socioeconomiche e patologie gravi legate a questo ordine di agiti e (come altri: tipo le stragi di massa, il femminicidio lo stalking ed altri esempi si potrebbero fare). In una misura incisiva – anche se non sempre – l’infanticidio è legato a un disturbo di personalità di asse due, nelle sue diverse diramazioni, in qualche altro caso a una depressione post partum che porta alla luce vicende private sommerse, ma in entrambi i casi rappresenta l’ultima tappa di un processo di costruzione del comportamento che potrebbe essere arginato da un intervento tempestivo e da importanti variabili contestuali. Per fare un esempio molto materiale: esistono famiglie disfunzionali dove madri inadeguate sono sposate a padri inadeguati, che mettono al mondo bambini, o come in questi casi bambine delle cui emozioni e bisogni non sono in grado di occuparsi. In particolare in bambine e bambini che hanno una predisposizione biologica a un certo tipo di sofferenza, questa incapacità di cura da parte dei genitori è anche una incapacità di insegnare ai bambini ad amministrare le proprie emozioni e a tollerarle. Se una madre non prende mai in braccio un bambino che piange, non insegnerà mai a quel bambino a smettere di piangere, e ci sono consistenti probabilità che quello sarà un adulto che non potrà tollerare un motivo di pianto o di angoscia. Se a una famiglia così caratterizzata però dai un asilo nido, la bambina di quella famiglia, per almeno 8 ore della sua giornata, potrà fare esperienza di relazione con qualcuno che gli insegna come fare quando ti viene da piangere a dirotto. Che gli regalerà come dire, un modo di abbracciarsi di prendersi cura di se. Il nido prima l’asilo poi non negheranno tout court le criticità di un sistema familiare disfunzionale, ma certamente introdurranno un campo relazionale alternativo, a cui crescendo questi bambini e bambine potrebbero far ritorno con la mente. Per esempio diventando in grado di essere adulte e adulti che chiedono aiuto prima di commettere un reato.

Ugualmente, uno stato sociale efficiente, e che non chiama in causa i saperi della psicologia solo a posteriori, ogni volta che c’è un infanticidio, ogni volta che s’ammazza un adolescente giù per un balcone, istituisce dei presidi psicologici di defoult nelle scuole, e magari fa anche fare degli screening per vedere se c’è qualche giovane che è più a rischio di quanto si possa indovinare con la semplice osservazione. Per fare un esempio. Se un’adolescente è in stato interessante e non lo dice a nessuno, quest’adolescente a prescindere dalla gravidanza ha un problema, vuoi al livello personale vuoi a livello relazionale: è qualcuno che ha un gran problema e che non è in grado di attivare nessuna relazione di sostegno, è qualcuno che in questa circostanza come in altre non è in grado di attivare delle risorse. (Ma anche se un giovane che va molto bene a scuola ma desidera essere una ragazza, oppure, rifiuta una coppia di genitori adottivi, è molto isolato, non parla con nessuno non attiva un minimo di rete con i pari quello non è un ragazzo introverso quello porca miseria, è qualcuno che non sa attivare delle risorse – qualcuno deve andare decisamente verso di lui).

2.
In realtà anche tra colleghi e anche sulle diagnosi, può esserci una concordanza relativa. Per esempio secondo alcuni la depressione post partum è una condizione di stravolgimento notevole che ha una solida base organica nelle variazioni dei tassi ormonali che possono vivere un reale terremoto con la gravidanza e modificare in maniera consistente gli stati d’animo della donna. Altri pur riconoscendo questo sommovimento di ordine biologico, lo correlano alle vicissitudini private di chi vi passa attraverso e ritiene molto importante sia la storia recente e remota della neo madre, che la situazione ambientale, il sostegno della rete familiare e del partner nel periodo immediatamente successivo alla nascita. Questa divisione di orientamenti oggi è molto più sfumata di un tempo le discussioni sono più pacate e si arriva a una condivisione di area in cui si decide su cosa mettere l’accento, sul biologico o sullo psichico, ma ritorna in molte altre questioni ivi compresi gli agiti psicotici e le varie sintomatologie di patologie gravi. Il vecchio concetto di raptus, sempre più in dismissione per fortuna, era in realtà un vessillo della posizione iperbiologicista, secondo cui un normale funzionamento organico celebrale a un certo punto andava incontro a una improvvisa disfunzione che poi esitava in un gesto aggressivo. In astratto non è una cosa da rifiutare del tutto (pensiamo per esempio alle alterazioni che è capace di generare nel pensiero una normale ischemia, improvviso versamento ematico in una ics area cerebrale) tuttavia col tempo si è rivelata più agile e costruttiva l’idea di un agito che risponde a una lunga storia pregressa e che risulta coerente con difficoltà di vario ordine e grado nel gestire, nominare, sopportare, e trasformare emozioni e relazioni.
Questa osservazione può essere particolarmente congrua nei casi di infanticidio e di femminicidio. A tal punto congrua che entrambi i casi sono correlati a un alto tasso suicidario.

3.
Va però osservato, che nell’infanticidio accade qualcosa di complicato e fuorviante, e ora vi devo chiedere di leggere con serietà delle cose che risultano molto respingenti.
Noi abbiamo infatti due ordini di vicissitudini psichiche – che fanno entrambe capo agli aspetti d’ombra del materno. Da una parte abbiamo una madre che uccide il proprio bambino. La categoria della morte, dell’uccisione, della soppressione, di una creatura che è in primo luogo piccola, e in secondo luogo erede del proprio codice genetico, propria continuazione nel mondo, introduce un salto qualitativo che fa capire come con ogni probabilità ci deve essere qualcosa di grave dietro, un’impossibilità  forte, patologica di sostenere emotivamente quello che il figlio incarna. Per esempio il ricordo di se stessa bambina e terribilmente sofferente. Il bisogno. Questa impossibilità è una impossibilità che non ha retto un solo parlare, l’atto di dire e basta di essere agghiacciata dalla domanda. Le vie del malessere sono narrativamente tante, ci sono storie esistenziali e diagnostiche diverse l’una dall’altra, eppure a me pare che ci sia questa cosa forte, il trasversale delle patologie gravi: il non reggere un piano narrativo, il doverlo materializzare. Il non poter solo dire: questo bambino che piange e chiede di me che mi rinfaccia la tragedia della vulnerabilità e della dipendenza io non lo sopporto, ma il materializzare la non sopportazione, il trasformarla in atto.
Quando si lavora con patologie gravi, per esempio con le schizofrenie, o con i disturbi borderline che sono più vicini alla psicosi che alla nevrosi, si osserva questa cosa, l’incapacità di tollerare il piano metaforico, di tenerlo a mente come oggetto parallelo separato dal reale, che lo spiega. Per cui si ha la sensazione di avere a che fare con persone che o vivono esclusivamente in un mondo di metafore, o in un mondo che ne è totalmente privo.

D’altra parte però l’ombra della maternità esiste per tutte. Nel nostro paese si fanno troppi pochi figli, è un paese vecchio e nevrotico che non sa curarsi per cui, onde evitare di confrontarsi con la necessità di una terapia, le ombre del materno sono debitamente negate oppure esaltate, il tutto per giustificare il fatto che non si fanno figli. Per cui eh, ci ho l’ombra non li fo li odio i bambini io, oppure eh quella ci ha l’ombra è cattiva e orribile, la maternità sono tutte rose e fiori. Eppure la maternità non è assolutamente solo rose e fiori, soprattutto considerando che richiede una prestazione esistenziale in direzione ostinata e contraria agli obblighi culturali e ideologici del capitalismo occidentale. Devi fare soldi e invece non produci, deve essere figa e bella e invece ingrassi, devi saperti divertire, consumare, e invece stai a casa a da la sisa al regazzino, devi occuparti di te, perché tu sei al centro, la tua individualità è importante e tu invece mo ci hai sto coso che detta legge. Le donne di oggi passano i primi trent’anni a condividere un’idea di vita coerente con il loro sistema culturale, poi arriva qualcosa che le costringe a fare i salti mortali per poter mantenere il patto psichico coi valori di un tempo.
Questo in aggiunta alle sfide emotive che un figlio pone. Tutto sommato si ha la possibilità di scegliere una totale indipendenza dai genitori, ma l’indipendenza dai figli è una cosa che non esiste. Mettere al mondo un figlio equivale a confrontarsi con il proprio rapporto con la dipendenza, il bisogno, la subalternità.
Però attenzione – la differenza sostanziale è tra il tollerare un dire, un piano metaforico, il poter accedere a un discorso che rappresenti il possibile (se non mi fa dormire l’ammazzo, se non posso lavorare l’ammazzo) e il lavorare su quella rappresentazione nella mera parola, e il non poterlo fare materialmente e psicologicamente fare. Lo dico perché il guaio grosso del pensare l’infanticidio è che si riconosce a tratti la continuità ma non si vede la discontinuità, il qualitativo dell’agito.

Mi fermo qui. Se ci sono riflessioni continuiamo volentieri nei commenti.

Caravan

a.

Quando la vide la prima volta, lei aveva un bambino appeso alla mano, il bambino saltava avanti e indietro rispetto ai suoi passi, irregolare vicino al passo regolare e molle di lei. Era distratto, e anche stanco per quanto fosse mattina. S’era arrampicato sul furgone già alle sette, coll’alibi del lavoro, ma in realtà era scappato per l’insofferenza alla casa, alla cucina. Anzi si può dire che proprio l’appartamento l’avesse buttato in strada, perché nell’appartamento, non c’è niente da fare alle sette di mattina: la televisione è inutile, le canzoni della radio dopo un po’ stufano, tutto è stanco. E quella mattina che l’aveva vista era all’inizio della primavera, aveva questo bambino per mano – una madre – e la cosa che l’aveva colpito, era che quando questa madre aveva incontrato un paio di puttane s’era messa a salutarle e a ridere con loro, pure che c’era il bambino. E allora, lui ne aveva dedotto, che pure se dai vestiti non sembrava affatto, pure se ci aveva la sottana lunga tipica della madre, e scarpe da madre – insomma forse in altri momenti della giornata faceva il mestiere. E mentre si diceva questa cosa quella mattina, che come le altre era andato a guardare le mignotte ma non se lo diceva proprio così, il bambino si era tuffato nella gonna dietro, le si era incollato al culo – mamma ti ho fatto uno scherzo! E l’insieme di questi pensieri, le mignotte, la donna alta ed enorme, una grassa madre, e il figlio che le salta addosso, questa cosa l’aveva colpito. Terribilmente. L’aveva eccitato.
Che bambino fortunato.
Non che ci avesse molto pensato, poi nei giorni successivi. Aveva un sacco di donne per la verità su cui si soffermava in lunghe relazioni immaginarie, tutte grandine e sotto un certo profilo neanche molto belle. Le osservava da lontano, ogni tanto si avvicinava cercando di essere gentile, ma non tantissimo a dire il vero, più spesso le guardava da dentro al furgone. Per esempio si intratteneva con le due puttane che stavano sempre alla stessa panchina, bevendo succo d’arancia e ridendo, di cose loro di puttane.
Veniva subito.

La seconda volta l’aveva vista da sola, la madre, tornava dalla scuola del figlio, e salutava le mignotte tra gli alberi. Allora s’era accostato poco più avanti al marciapiede, ma lei non l’aveva guardato. Camminava spedita pure, aveva sfiorato il fianco del camioncino con lo sguardo, ma senza fermarsi, verso la casa non molto lontana, come aveva scoperto parcheggiando in un angolo, dopo, con lei che di lui si doveva essere già dimenticata. A quante cose pensano le donne, si diceva vedendo la testa frugare nella borsa per le chiavi, salutare la vicina, cercare il telefono che squillava. Cose di donne ci hanno la testa piena, il dare da mangiare, il pensare ai bambini. Le amiche.

L’essere donna della donna che tornava a casa, era ciò su cui si era soffermato. Quindi non per esempio, il taglio della gonna, che una compare avrebbe valutato un po’ snob, un virtuoso stemma di classe, non il trucco appena accennato della borghesia di prima mattina, neanche il modo di salutare la signora del negozio di giocattoli o il vicino di casa. Né aveva colto nel suo salutare le puttane, una sorta di cortese magnanimità, un provvisorio scendere per di corsa risalire. Invece la grave presenza dell’essere donna, era quello che aveva registrato di lei, il corpo che si mangiava tutto il resto, ossia tutto quello che poteva capire e non aveva capito e che avrebbe potuto metterlo in pericolo. Anzi, l’immaginazione gliel’aveva trasformata in una creatura immensa e in una sorta di entusiastica allucinazione vedeva la donna torreggiare nella strada, le anche che toccavano i bordi delle case, e il seno ridondante fino al cielo, il ventre come un lago e i capelli che magari scendevano fino all’asfalto e tra i tubi di scappamento.

 

b
La donna si accorse di lui al terzo dei loro incontri, il meno casuale. Stava andando verso la giornata con muscolare decisione, il rossetto da combattimento, la borsa da professionista rampante, il figlio lanciato a scuola, e il marito fuori città. Aveva messo pure un dietologo in agenda a dimostrare che la sua lotta armata contro il destino di una stirpe di donne mediterranee, donne a forma di pera o di pentola, le spalle strette e il culo a insalatiera potesse essere limato e sfuggito. Nel suo corpo di cuoca napoletana, lei rincorreva una e pragmatica nordica, un’elvetica decisionista, una donna che sa prender decisioni e correre compatta nel corridoio di un ufficio. Per questo, quando l’autista del furgone bianco era sceso dal mezzo e si era tirato giù i calzoni davanti a lei, aveva reagito con prussiano sussiego, l’orgogliosa non chalance della donna in età che, rispetto alle ninfe e le bimbette, non si fa impressionare da un cazzo all’improvviso. Era anzi rimasta colpita dal volto liquido dell’uomo, dall’aroma di incongruenza e inettitudine. Aveva tirato dritto forse persino accennato a un gentile sorriso, contando il quarto esibizionista della sua carriera.
Subito dopo però, lui le aveva tagliato la strada e con inedito coraggio le aveva offerto un caffè gridando dal furgone. Poi, si era dileguato. Per ricomparire, alcuni giorni dopo alla stessa ora, in paziente attesa davanti al bar del quartiere, a elargire sorrisi e a piantonare la sua utilitaria.
Lei era rimasta stupita, e aveva deciso di preoccuparsi.
Ossia. Una parte selvatica e animale della sua persona, una parte di lepre, di capra, di gallina, sentiva nell’altro, la bestia impacciata e innocua, il cane con le zampe di fango sul pavimento pulito, o anche l’esiliato e straniero nella colonia lontana di cui non conosce bene le usanze, i costumi, i rituali, uno che dice ciò di cui ha bisogno in una lingua elementare e sconosciuta, che fa tutto sbagliato. Uno di cui ridere. Perché se una ha il corpo di cuoca e di madre, un figlio che ha fame, è capace di vederlo ovunque.

Un’altra parte di lei però, quella dell’ufficio pubbliche relazioni dell’azienda, quello dei tavoli col sindacato, e anche quella che sa gestire le delicate nevrosi del vicedirettore, capiva che, quando un uomo non si cura di essere ridicolo, può diventare un’oggettiva rottura di coglioni.

L’avrebbe seguita al lavoro, le avrebbe voluto parlare mentre conduceva complicate trattative con il capoufficio al parcheggio rovinando una diplomazia che durava da mesi, si sarebbe seduto sulla soglia dell’uscio di casa dopo averla inseguita, magari tirandosi giù i calzoni un’altra volta. Le venne anche il timore, che avrebbe potuto intercettare suo figlio in qualche modo.
Si era allora rifugiata nel bar a chiedere il conforto della sua colazione, del barista giovane e il barista vecchio, il cacao sulla schiuma bianca, due battute sulla vita che scorre.

c.
La vicenda aveva fatto ridere il barista vecchio, che l’aveva iscritta in prima istanza, nel capitolo del suo folclore professionale. Nella carriera di un barista l’ubriaco e il maniaco sono due punti saldi, due capitoli ineludibili, insieme allo scroccone e alla piagnona un po’ zoccola, e qui la cosa lo faceva ancora più sorridere pensando al fatto che la signora a cui era successo, era una brava donna anche di una famiglia per bene, di cui conosceva il marito e un tempo i genitori, ma che non trovava esattamente avvenente. Non solo per quella grave maternità meridionale che lei emanava, al barista piacevano le gatte pezzate che scappavano da tutte le parti, indipendenti e cattive, e non solo per la vicinanza ai cinquant’anni sulla forma del volto, ma anche per quell’autonomia efficace e arruffata che la connotava. Era colpito dalla rapidità con cui si conquistava la sua fetta di bancone, e dalla disinvoltura con cui chiedeva le cose, sempre addolcendo una sorta di pillola autoritaria con mille formule di cortesia, per favore potrei avere, non è che per caso.
Ciò non toglieva e anzi aiutava il fatto che avessero un rapporto amichevole e a tratti cameratesco. Più ridendo che prendendola sul serio la rassicurò e la signora rimase incollata al bancone fintantoché il suo nuovo innamorato non avesse tolto le tende.

Quando nei giorni successivi era tornata da scuola al bar, si era trovata a controllare il tragitto nella speranza che non capitasse il furgone bianco – e quel paio di volte che in effetti l’aveva scorto in lontananza si era ritrovata addosso il fastidioso pensiero di dover cambiare tragitto, orario e via di seguito. Ma una volta nel bar aveva scoperto con sociologica stupefazione, di essere diventata un caso narrativo per un verso, e per un altro, che le sue quotazione erotiche erano risalite. Se alcuni maschi la guardavano con la franca risata che riserva alle vecchie, diversi altri ora la salutavano con rispettosa e galante deferenza, come se l’ipotesi di una pacca sul suo vasto culo, ne avesse illuminato una nuova appetibilità, l’avesse reiscritta nel regno delle femmine desiderabili. Tutto dipendeva non tanto da lei ma da come, il nuovo maschio della comunità che ora stava solerte sorridente e incongruo proprio vicino ai cassoni della spazzatura, venisse qualificato: se l’erede industriale dello scemo del villaggio, o invece un maschio fratello solo un po’ introverso, con cui si potrebbe parlare di calcio.
Buon giorno signora.

L’unico a prendere la situazione sul serio, e a considerare la questione nei suoi realistici confini, era stato il barista giovane. Una betulla di nuova generazione, che aveva avuto la mamma in ufficio, e pure la mamma del suo migliore amico, in ufficio, uno con la sorella iscritta a economia e che magari era innamorato di una vigorosa barricadera. Un maschio di nuovo conio quindi, abituato ad altre sintassi e altri universi, non solo altri modi di chiedere il sale a tavola ma anche altre comunanze. Il barista giovane era uno che aveva lavorato con delle ragazzine bariste giovani, e insieme avevano diviso una paga oraria in nero, un capo cafone. Il barista giovane, era l’alfiere di un altro mondo, e non gli faceva fatica capire che se che se ci hai un tizio che ti viene sotto casa a tutte l’ore e al bar tuo e a scuola dei figli tuoi non sei contento. Ossia, non è che il barista giovane capisse qualcosa che gli altri non capivano, ma femmine e maschi nel suo mondo, fuori dal bar erano seduti sulle stesse seggiole, e gli aggettivi che si usavano per le cose della vita erano gli stessi per tutti. Non si stava in piedi con le signore e seduti con i signori.
Nella sua flemmatica dichiarazione di solidarietà in ogni caso, c’era anche una omunicazione al mondo degli altri maschi, barista e avventori, una roba di padri e figli, di centro e periferia.

d.
La signora tuttavia gli fu grata. Era in uno strano, e antichissimo imbarazzo. Nel monopoli della sua esistenza consueta, dove si susseguivano in miniatura le cose grandi che altri e altre avevano attraversato, riviveva la replica innocua di altri più dilanianti imbarazzi. Se al nero fanno una battuta sui neri, con affettuosa gentilezza il nero deve ridere perché quell’altro lo vuole tra i suoi e lo sbianca del gentile candore dell’appropriazione, oppure incupirsi e chiudere la relazione perché anche in quell’amicizia ci vuole una battaglia? E quella battaglia non farà alla fine che renderlo ancora più nero e il bianco sempre più bianco? Niente sancisce nei rapporti di forza la misura definitiva di chi vince, quanto la parola di chi è disposto a ironizzare su di se. Ma allo stesso tempo, niente celebra una separazione, e spesso e volentieri la qualità di una gerarchia, meglio di una separazione. Per questo la signora fu grata al giovane e alla sua generazione tutta. Il giovane le aveva permesso di sostare in un posto in cui era affezionata, senza sentirsi sbiancata dai doveri di una signora ammodo.
Intanto l’uomo che l’aspettava poco lontano dal bar la vide uscire, si sentì quasi illuminato dal suo benevolo ottimismo, che in cuor suo lesse però con parole proprie: evidentemente lo stava invitando, gli stava dicendo che poteva venire con lui, oggi poi ha messo dei pantaloni con una maglietta deve averlo fatto per me, le stanno stretti apposta per me.
Decise di seguirla.