Cultura, Insight, creazione, trasmissione.

 

Era il 1992 – non avevo manco vent’anni – ed ebbi l’occasione di andare a vedere una mostra al Grand Palais  su Toulouse Lautrec. C’erano moltissimi pezzi, io ero a Parigi per qualche giorno, non mi feci sfuggire l’occasione. Ero giovane all’epoca e per Tolouse Lautrec nutrivo un interesse molto modesto. Ne capivo la parte mimetica dell’epoca storica, e il messaggio meramente testuale delle tele, o dei primissimi lavori pubblicitari. Andai perciò con poco entusiasmo.
La mostra era fatta molto bene, e c’era anche una grande stanza con due tavoli, dei cataloghi in diverse lingue e delle sedie. Tu ti potevi mettere li e studiare il catalogo, a sua volta molto ben fatto con molte spiegazioni critiche, e una ricca nota biografica.
Ci persi molto tempo, e vissi una sorta di rivoluzione copernicana dell’estetica. La mostra mi piacque moltissimo, e rilessi i lavori in una maniera completamente diversa. Ancora oggi, uno di quei quadri esposti per me, è un’insuperata rappresentazione di un tragico psichico, di un lutto inevaso del maschile nel suo rapporto col sesso, per me insuperabile.

A quell’esperienza penso molto, perché mi ha molto impressionato il potere che ha avuto il sapere nel mio godimento. Cioè prima un autore non mi era piaciuto, poi invece mi era piaciuto. Nel senso proprio di piacere, di dire oh che bello, nel senso del piacere sensibile. Avevo letto delle cose, e ora, una donna nuda riversa, mi arrivava in un altro modo.
Sicuramente ero giovane e il commento critico del catalogo mi aiutava a mettere nello sguardo cose che erano fuori, o sull’orlo, della mia esperienza. Oggi, più di vent’anni dopo, probabilmente anche grazie al mestiere che faccio, ma anche alle cose della vita privata che mi sono messa alle spalle, come ognuno di noi – forse ne avrei meno bisogno. Ma è stata un’esperienza molto importante per me, un monito perenne.
A un livello diverso ho provato qualcosa di non dissimile quando all’università ho dovuto affrontare la Critica della Ragion Pura – che dovetti studiare molto e per molti giorni – mesi – e che cominciai ad afferrare intorno alla quarta lettura, con molti testi critici affianco. E mantengo sempre sveglia l’attenzione – perché sono anche affascinata dal fenomeno dal punto di vista strettamente cognitivo, che in effetti ha qualcosa di magico – per accorgermi di quel momento in cui, un insieme di nozioni immagazzinate in cronologica successione si costellano intorno al loro oggetto di riferimento e lo riconfiguravano in qualcosa di completamente altro cambiandogli forma e aspetto. Per altro verso – la stessa esperienza che mi capita di rivivere quando lavoro con i pazienti con certi loro sogni, e poi ci si mettono intorno le loro associazioni, e le suggestioni dell’inconscio culturale e archetipico. In sostanza quello di cui parlo– è la microfisica dell’insight.

Tengo a mente queste successioni di cambiamenti interni, le storie dei miei insight vissuti come più clamorosi, e li ricordo con particolare veemenza quando penso alle richieste che si fanno all’industria culturale. Sia in termini di prodotti estetici che di prodotti critici. Anche solo stamattina, a proposito di un film ho letto una persona colta e istruita scrivere qualcosa come: un film perfettamente riuscito è un film che capiscono tutti. E lo diceva con la pacata consapevolezza di un etica condivisa dalle persone più giuste. Oppure sulla mia pagina Facebook un accademico molto serio scriveva grosso modo: tutto può essere spiegato in maniera comprensibile. Questa teoresi condivisa dell’immediata accessibilità per tutti, per oggetti estetici e per contenuti di saperi specialistici,  ha una base nobile e autenticamente consapevole delle proprie responsabilità cos’ come è legittimamente critica verso certe civetterie di classe tipiche delle elite intellettuali. Ma per me rimane una posizione è demagogica sotto il profilo politico, financo persino classista, e elude alcune importanti questioni.

In primo luogo, bisogna tenere sempre a mente che noi non viviamo su un nastro lineare su cui si succedono esperienze, sempre nuove e dimentiche di ciò che è vissuto nel frattempo e prima. Noi invece produciamo oggetti che sorgono su una successione di strati che sono le biografie, la storia e la geografia presente intorno a quegli atti creativi, ma anche i linguaggi,  le letture e i pensieri e gli oggetti culturali che un determinato autore, pittore, filosofo, soggetto culturale individuo e gruppo produce. Quando questi oggetti presupposti sono tanti, sia l’estetica che il pensiero intellettuale possono sintetizzare quelle costruzioni di presupposti in termini sincretici – quelli che sono per esempio le soluzioni gergali. Alcuni testi di psicoanalisi per esempio possono essere davvero difficili da capire perché fitti di termini che servono a sintetizzare una lunga serie di acquisizioni e che potrebbe essere noioso, troppo lungo riproporre per filo e per segno ad ogni frase. Vale per la psicoanalisi, vale per l’economia politica, vale per la critica d’arte. Io a leggere il catalogo di Tolouse Lautrec ci impiegai un pomeriggio. Ore. Così come, per spiegare il concetto di identificazione proiettiva a un profano ci posso mettere una ventina di minuti, o un lungo paragrafo.

La questione del tempo a disposizione è allora altrettanto dirimente della questione della semplicità lessicale. Tante cose sono difficili e non accessibili non tanto per la costruzione del discorso che portano avanti, che invece è semplice, paratattica, non particolarmente arzigogolata, ma perché di fronte alla problematica del tempo e dello spazio – interlocutore sei disposto a perdere delle ore per capire questo oggetto che è solo il mattone di quell’altro di cui sto parlando? –  si abdica. Ci sono due possibilità: o dire una parola semplice che evochi alla bell’emeglio quello che la complessità voleva esprimere, ma in realtà è sempre un’altra cosa, proprio materialmente diversa, oppure devo usare una parola complessa, in gergo per esempio (es. Controtransfert, identificazione proiettiva,) oppure con una metafora che cita qualos’altro (non so, si pensi a certi scene di Antonioni) per cui o hai già un arsenale di conoscenze che ti permettono di cogliere quella cosa, oppure te le devi procurare, senza andare ad accusare la produzione intellettuale di una mancanza di qualità che invece riguarda di più l’ampiezza del tuo arsenale di conoscenze.

Io non trovo ideologicamente giusto sostenere che tutti devono trovare tutto accessibile. Trovo politicamente necessario proprio perché perduto, dire che tutti devono trovare gli strumenti che gli procurino gli insight e le chiavi di accesso alla comprensione di un oggetto complesso. Rivendico un modo diverso di concepire la divulgazione o la mera produzione di oggetti estetici. E rivendico volendo essere espliciti, un concetto diverso di sinistra. Non voglio più cazzate per tutti, non voglio manualetti per l’interpretazione fai da te, voglio libri per tutti, che siano scalini, mattoni che portino ad altri, che siano messi a disposizione, e che se ne spieghi la necessità.

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Lettera che scrissi a Giulietta. Sui miei viaggi in Germania

Arrivai una sera d’inverno nella casa della luce di Magritte, suonai il campanello sotto al lampione, e mi aprì un odore forte di marijuana e cannella,  e dietro all’odore occhi grigi e pochi denti. Un uomo curvo, con una gran barba.  Ci demmo la mano, ci presentammo, un cane sbatteva la coda contro il muro e c’era moquette consumata. Mi portò in salotto. Sprofondò nel divano, sorrise. Dappertutto tabacco, briciole, disegni a china. Un asciugamano, la televisione accesa –  qui avrei vissuto. 

Non lo sappiamo, quando apriamo una porta, che dietro ci sarà un amico. Si comincia a parlare, si dicono delle cose formali, com’era il viaggio, che cosa devi studiare, quanto pensi di rimanere. E te non lo sai, che dietro al suo nome ci saranno serate impilate come tovaglie nei cassetti, a ridere fino al centro della notte, a ridere in un tedesco smozzicato come un torrone, a smozzicare dolci come fossero libri, a parlare di mondi fino a ieri nemici, a fare pace noi, al posto dei padri.

Germania. Gli ebrei e i filosofi hanno bisogno di guardarla almeno una volta. Io all’epoca mi sentivo molto entrambe le cose ed ero partita col cuore diviso: metà ammirato metà accoltellato. E nelle strade con le mani dei tronchi nudi e con l’asfalto disegnato, sentivo le macerie sotto i piedi, il sangue sulla pelle e l’alito dei libri che non smettevo di amare. Guardavo questi begli ariani con gli occhi d’acqua e le ciglia folte, guardavo le madri che chiudevano i cappotti dei bambini, guardavo gli uomini che toccavano le gambe delle ragazze. E pensavo: ma guarda questi tedeschi, gente che scrive lettere d’amore.

Mi piacevano certe sere lavate come tazze di latte, bianche di neve possibile, e mentre camminavo, dalle finestre entrava il giallo delle cucine e magari il rumore delle pentole, e alla fine, parrà strano, ma c’era profumo di metafisica, di parole lunghe come corridoi, parole come boccoli di parrucche. Eigentlichkeit, Herrschaftsansprüch, Bewusstsein… Guardando gli stivali sui miei passi  me le arrotolavo nella bocca e le interrogavo, perché la metafisica è qualcosa che dal cielo guarda alla terra  – non il contrario.

(Dimmi allora metafisica perché ad alcuni di noi hai dato un coltello e ad altri di noi non hai dato uno scudo.)

(Dopo Auschwitz anche scrivere una poesia è cosa barbarica)

(Ma forse ci si può guardare negli occhi l’un l’altro – noi che siamo venuti dopo, trovarci le scorie nelle righe dell’iride – e negli spacchi delle labbra la chimica del dolore-)

Nella casa della luce, il mio amico una sera mi stirò la sua vita, e tutti i giorni della Germania si appiattirono sul tavolo assieme ai suoi, il pane senza olio e senza burro, il muro fino al cielo e senza il sole, silenzio e colpa, silenzio e colpa, silenzio e colpa. E raccontò di quell’anno che magico fu per tutti, l’anno del sesso, e delle grida, l’anno della libertà e dei giardini nei cannoni, ma che per lui e i suoi compagni, fu l’anno in cui togliere le svastiche dal fondo della sabbia,  guardarle e rigirarle nelle mani. Tenerle e ferirsi, e mostrare ai padri le mani sporche di sangue.
E così Giulietta curiosa, io voglio bene a questa Germania  col mantello stracciato. Mi ha chiesto perdono, e io gliel’ho dato.

Alma, Anima. Il film junghiano di Anderson

 

 

Ieri sera ho visto il Filo Nascosto, l’ultimo – notevolissimo – film di Anderson. Mi è piaciuto molto, mi è sembrato che utilizzasse al meglio l’artigianato cinematografico: tutte le manifatture che solitamente concorrono alla riuscita di un buon film qui sono utilizzate per confezionare la forma intermedia e sottile che un po’ sembra sogno che un po’ realtà, un po’ verosimile un po’ incredibile fino alle soglie del realismo magico, fino all’archetipo della fabula. Il film pretestualmente parla di un romanzo specifico: quello di un grande aristocratico quanto nevrotico sarto, che finisce per innamorarsi di una donna carismatica e decisa con una sua venatura sadica. Parla però anche delle dinamiche psichiche del maschile e del femminile, del maschile interno alla donna che sceglie un certo uomo e dell’uomo che sceglie una certa donna. E’ un film che si presta a una lettura specificatamente junghiana dove i costrutti del genere si chiamano Animus per il maschile e Anima per il femminile: la protagonista del film – si dice in omaggio a Hitchcock (continuamente citato) si chiama per l’appunto Alma. Anima.
Ora io vorrei parlare di questa lettura psicodinamica del testo filmico, che vorrei qui trattare come se fosse un sogno. Ma preliminarmente voglio sottolineare come tutte quelle vie dell’artigianato cinematografico abbiano concorso a questa resa estetica: per esempio le musiche sospese che ricordano Arvo Part, la fotografia – veramente bellissima – piena di scene volutamente simmetriche, coreografiche neoclassiche, una retorica degli spazi che mette al centro il simbolo, l’uso dei colori che -come mi ha insegnato Cromorama di Falcinelli – usa una pellicola satura di colori freddi – blu grigio bianco – per raccontare la storia di una coppia interna congelata dalla distanza e dalla diffidenza verso il sentimento – contro i colori caldi, il baluginare della fiamma del contrappunto nel raccontare di lei alla fine, e di come sia riuscita a far approdare l’eroe del film all’amore e alla relazione, al torrido rischioso dello scambio reale.

Mr Woodcock è un sarto di grandissima fama nella Londra degli anni 50. Ha un atelier dove vive con la sorella, e dove disegna e prepara vestiti per l’aristocrazia sociale londinese: nobildonne, attrici, ereditiere. Un’ossessione edipica cosciente, è il pretesto psichico a cui lo stilista appende una serie di solide ed estetiche psicopatologie: l’amore mai spento per la madre, è il vessillo che sostiene il terrore per qualsiasi relazione reale, novità emotiva, scacco dell’inconscio. E’ un edipo talmente cosciente da essere pretestuale e questo ricorda davvero un po’ la critica che Jung fece a Freud e la causa della sua separazione da Jung nel lontano 1911. L’organizzazione edipica e la persistenza della sessualità edipica come origine del mondo psichico gli sembrarono all’epoca insufficienti – così come in questo film la vicenda psichica del materno ha un sapore pretestuale. Il terrore rispetto alla possibilità della dipendenza, e alla preconscia consapevolezza di quanto potrebbe cadere nella subalternità emotiva, fanno stare Mister Woodcock arroccato in una torre di cattiveria, di cinismo e di distanza controllata da qualsiasi cosa sia vitale: non solo non riesce a tollerare qualsiasi rumore di un’esistenza materiale: nessuno deve non solo parlare durante la colazione, ma neanche adddentare una fetta biscottata, ma lui alla fine le donne le veste, non le sveste, cuce loro scintillanti armature, che stilizzano il corpo in una forma che disincarna la carne. Abiti bellissimi quanto scomodi – stimmate di potere ma non di erotismo. Abiti pensati per persone che dovranno fare fatica a sfilarseli. Un vestito a sirena – che all’epoca imperversava nelle serate di gala – non sarebbe mai uscito dall’atelier di mr Woodcock.
Troppo allusivo.

Quando incontra Alma, è uno scintillante scapolo d’oro che si tiene in vita con le sue risposte narcisistiche, e si compiace delle sue necessità spacciandosele per scelte di lussuoso potere. Alma è la cameriera di un ristorante di campagna, con una sua eleganza e una forza di carattere che ha sfumature inusitate per i clichet dell’epoca –reali e cinematografici – e per gli standard relazionali di Mir Woodcock. Per tutte le altre la teoresi della tirannia del sarto, le sue bizze e le sue manipolazioni cattive, erano coerenti ai complessi di inferiorità che le affliggevano e venivano lette come forme di comportamento coerenti con la logica di status. E’ un artista, è una persona ricca che ha fatto molti soldi, che frequenta persone ricche è logico che mi maltratti a me ragazzina senza doti forse solo un po’ carina ma comunque piuttosto povera. Alma fin da subito stana l’organizzazione patologica dell’uomo di cui si innamora, è forse attratta dalle modalità sadiche di lui che il film rivelerà come ben si gemellano con le proprie, lo sceglie, lo vuole per se, lo conquisterà.

E lo conquista, non tanto cercando di contrapporsi sul piano di realtà ai capricciosi esercizi di potere di lui, ma innamorandosi e cercando di stanare il mondo interno bisognoso e attratto dalla subalternità. Lo stana in un modo eterodosso, ossia somministrandogli mischiati vuoi nel tè vuoi nel cibo, dei funghi velenosi che lo fanno stare malissimo fisicamente per giorni e quindi lo costringono all’esplorazione del bisogno e della dipendenza, al pensare all’altro. Il film è dunque il bildungsroman di un maschile malato, che non può non avere una femminilità malata come miglior opzione per stare un po’ meglio: una donna sana non avrebbe mai accettato di stare accanto più di un quarto d’ora a un simile pallone gonfiato al primo mangia piano avrebbe infilato la porta e arrivederci e grazie – ma Alma è sadica perché ama il sadismo, è attratta come una madre da questo maschile sempre sulla difensiva, e per questo solo lei è in grado di portarlo a un gradino di funzionamento psichico superiore di quello su cui si è accomodato. La scelta di regia dei funghi velenosi è molto onirica e favolistica – un sogno che un certo tipo di persone sarebbe cioè auspicabile facesse, perchè l’amore ha a che fare con la morte,  con il rischio e il fungo velenoso ma non mortale, è una metafora davvero auspicabile. Alma, poi riesce a farsi sposare ma anche a esporlo all’esplorazione del bisogno di lei, anche senza avvelenamenti. A Capodanno va a ballare, contro il volere di lui e lui rimane solo a fare i conti con la necessità a cui iscrive maledettamente la caduta del narcisismo nella condanna dell’essere con. E’ costretto ad andarsela a prendere. E il film finirà con loro che riescono ad avere un bambino e a ballare insieme, – al centro della scena di una festa finita. Scelta retorica della fotografia che aiuta a capire la portata simbolica.

E’ un film bellissimo davvero, molto sofisticato. Credo che abbia qualcosa di così psicologicamente veritiero e forte nella comunicazione per cui alcuni l’hanno trovato reazionario – un giudizio frettoloso e poco meditato considerato i personaggi e il regista – e molte se ne sono sentite irritate. Io credo che non vada letto come il film che narra semplicemente una storia reale, io credo che sia un film che si muova sulla fabula, sul sintomo sul complicato rapporto tra maschile e femminle, oppure tra autarchia e dipendenza, forza e debolezza quando si irrigidiscono negli opposti. Forse anche fra arte e vita. Ma vale la pena vederlo per scegliere il piano simbolico che più si trova interessante per se, l’importante però è che si sappia di dover accettare un gioco rappresentativo e farsi prendere per mano.

Neve a Roma

Siamo gente di persiane larghe come prati, animali da piazza e da carne come le lucertole e i gatti, bruniti, concreti, terragni. Facciamo all’amore sui pavimenti, ci puliamo la bocca col dorso della mano, abbiamo bisogno di poche nostalgie. Siamo animali da sole, da terrazze larghe, sappiamo della morte e non ci facciamo domande.

Siamo grassi, furbi, innamorati alla nostra maniera di bestie pigre. Ci orientiamo agili, nell’asfalto caldo, nella luce che spacca, ci riconosciamo l’un l’altro – la linea delle rughe, il tragitto della risata, il tono dei passi. Siamo gente da osteria, apatica alla metafisica.
Surreale è il colore che si scioglie sui sassi troppo caldi.

Ma.
La città è stata bianca per il momento di un respiro, e noi ci siamo appiattiti dietro alle finestre.
Ci siamo avvoltolati nelle tende – a spiare l’incanto nevicare sul disincanto, le fate scacciare i sorci, la vita rovesciarsi come nello specchio di un lago. Abbiamo risognato i nostri ricordi, San Pietro fatto di nuvole, le ville coperte di vetro, i nostri bambini come angeli nel silenzio. 

Neanche il tempo per trovare un cappello.

Recalcati, la clinica, la politica, la svalutazione dell’altro.

Ha destato molta perplessità, oltre entusiasmo presso gli accoliti più affezionati, un recente post su Facebook di Massimo Recalcati, riguardante l’esito delle prossime elezioni. Lo copio qui:

Il PD, nonostante un buon governo, fatica nel raccogliere consensi. Questo sembra entusiasmare molti. Il nostro paese sarà consegnato nelle mani di una Srl guidata da un comico bipolare a sua volta rappresentato da uno ex-steward del San Paolo di Napoli con evidenti difficoltà di ragionamento e lessicali, oppure ad un pregiudicato ultra ottantenne incandidabile, residuato del discorso della pubblicità attorniato a sua volta da gruppi razzisti e xenofobi. Difficile per la sinistra rinunciare alla maledizione dell’utopia per fare politica.

  Come potete leggere Recalcati riflette sul dissenso da cui è circondato Renzi e traccia un ritratto del movimento 5 stelle in una direzione svalutante che si serve delle categorie della clinica.

Il post mi ha sollecitato molte riflessioni. Ho pensato che politicamente, questo sostegno di Recalcati è quel che si dice un abbraccio mortale: infatti incoraggia a votare PD chi lo voterebbe anche senza il suo incoraggiamento, ma scoraggia con forza tutti quelli che lo hanno abbandonato da poco, o lo stanno per abbandonare – sicuramente non invoglia chi non l’ha mai votato. C’è nell’esercizio della retorica di Recalcati, nella convinta autopromozione che di solito è la salsa del successo elettorale, qualcosa di profondamente autolesionista. Io non sono una grande esperta di marketing elettorale o meno, ma credo che una regola aurea sia quella di non esplicitare una presunta asimmetria tra la propria autorevolezza e quella dell’interlocutore che si vuole acquisire. Questa asimmetria, che cinicamente è un dato implicito all’offerta di una proposta – io partito ti offro qualcosa che tu non hai – va tenuta sotto traccia. Un conto è cioè dire: io so fare benissimo questa cosa! Approfittane, un altro è dire, io so fare benissimo questa cosa approfittane perché sei una mezza sega. La comunicazione politica – non tanto diversamente dalla deprecata impresa, ma volendo anche dall’attività della critica letteraria e cinematografica – deve sempre giocare un delicato equilibrio tra il narcisismo proprio, e quello dell’interlocutore, o anche meno ironicamente – tra la consapevolezza del proprio sguardo sulle cose, e quella altrettanto sacra di chi sta accogliendo il messaggio. Un elettore ha una sua visione del mondo con cui si può litigare, ma che non si può svalutare.

Svalutazione, una ricorrente difesa delle strutture narcisistiche.
Diversamente da molti detrattori di Recalcati – in queste ore, io in questo messaggio non critico tanto tout court la chiamata in causa di una categoria diagnostica in ambito politico. Sono un clinico anche io, e posso dire che forse con Recalcati politico lo sto ripagando con la stessa moneta. Se la clinica, la diagnositica sono letture della realtà sempre valide, non vedo precisamente perché non debbano esserlo nell’ambito del benessere comune. Molte diagnosi sono funzionali all’ascesa al potere, e alcune diagnosi gravi sono state funzionali alla distruzione del contenitore democratico. Trovo legittimo chiedersi allora, a ridosso delle elezioni se qualcuno dei leader in campo non attui comportamenti tali per cui il contenitore democratico sia messo a rischio, o non avvii una catena di azioni e reazioni che da quella diagnosi prendono corpo quando entri in partita con aspetti della patologia sociale, provocando effetti pericolosi. Queste domande per una persona che di mestiere fa lo psicologo o lo psicoanalista possono passare per la sua sintassi professionale. Io trovo ipocrita negarlo. Anzi, per me soprattutto in tema di leadership, siccome ne va del benessere comune quello sguardo è necessario. Patologie gravi, ci sono in passato costate molte morti.

Tuttavia credo che sia cruciale riflettere sul modo con cui queste considerazioni vengano maneggiate nella comunicazione pubblica, perché quella comunicazione avrà un doppio riferimento. Da una parte coinvolgerà il pubblico degli elettori, dall’altra quello dei pazienti. E forse il problema rilevante, per un collega non è tanto l’usare l’alfabeto che gli è proprio nella propria vita politica ma il farlo in una maniera svalutante, approssimativa, e patologicamente carica di disprezzo. Una volta per cui si decide di aver individuato in un certo comportamento il segno di un funzionamento psico (pato)logico – ci si può ricordare che è lo stesso che si è presumibilmente individuato per esempio in qualcuno che frequenta la propria stanza di cura e che è stato messo in relazione a una scelta difensiva che ha avuto una ragion d’essere per la sopravvivenza del paziente, così come è evidente che ha portato a delle conseguenze negative per il paziente stesso.

L’obbiettivo ultimo di questa individuazione però, dovrebbe essere la comprensione del paziente, l’individuazione degli effetti negativi che procura quel set di comportamenti, non il vantaggio narcisistico per averli individuati e la denigrazione dell’assistito perché ne è portatore. In questo senso la narrazione che si fa in stanza di cura può avere un buon parallelismo con quella che emerge qualora ci si presti al campo politico. Infatti, a usare il discorso clinico in quel modo, ci si mette nella posizione di: o cacciare un paziente, oppure se quello rimane li con zelo a prender randellate, rinforzarne una struttura gravemente compromessa. Rimanda anche a un modo di stare in terapia per cui talmente è dilatata l’asimmetria tra le parti in causa, l’ipersvalutante e l’ipersvalutato, che difficilmente l’ipersvalutato riuscirà a essere veritiero rispetto al clinico, e tutto farà tranne guardare quello spettro di scelte disfunzionali che magari sono davvero tali ma che ora sono un oggetto intangibile.  La terapia ne sarà sporcata.  Ora io non se questo capiti nella stanza di Recalcati, certo è che provo un senso di dispiacere se vado a pensare a un suo assistito a cui uno psichiatra abbia prescritto del litio. Ma politicamente penso anche se un clinico sceglie di adoperarsi per la cosa pubblica, deve farlo con tutte le conseguenze che questa presa in carico comporta. E questa presa in carico implica: attenzione riconoscimento, preoccupazione, essere disposti a entrare in una dialettica politica, certo anche una assunzione del rischio nell’esprimere un parere delicato.

Ora, siccome parliam di lacaniani e vanno pazzi per queste coserelle qui, e siccome chi scrive è un’analista femminista e junghiana, io mi chiedo, ma almeno in campagna elettorale, se non per etica almeno per sagacia non sarebbe il caso di temperare il baldanzoso esercizio del padre con un po’ di funzione materna? Ritirare fuori quella teoria reazionaria di Jung, e giustamente criticata per cui compito del maschile, e in particolare del maschile che esercita professioni che riguardano la cura dell’altro, è quello di far crescere la propria componente femminile interna? La propria capacità di madre? E’ una retorica reazionaria, ma ai reazionari potrebbe essere utile.

Palacavicchi

 

 

Scavallata la soglia dei vent’anni ebbe un periodo di esplorazione estrema, oltre la cortina di ferro della presunta coscienza di classe, al di la delle colonne d’ercole dell’infanzia protratta. Era l’epoca dei jeans strappati dopo le calze tramate, dei cappelli flosci sopra le mollette a scatto, dei libri di cui si voleva carpire il concetto, ma a stento se ne acciuffava la poesia. Aveva un fidanzato devoto, amici pieni di indicativo e di ambizioni. Sul fare della sera si attardavano in bar con le sedie di plastica, e parlavano di politica grosso modo come l’imperatore avrebbe fatto dei suoi vestiti.
(Maturò già allora un desiderio di rivolta. Concepì sogni erotici a base di discoteche e futilità. Sputava su Hegel, secondo alcune in favore di patriarcati più divertenti.
Punti di vista)

Fu in quel periodo che tutti si trascinarono al palacavicchi, e ne fu elettrizzata. Per qualche sabato presero a inoltrarsi nella notte, con una curiosità metà spocchiosa metà misterica. Il nome li faceva giustamente ridere e conteneva un’infallibile promessa di audacia insieme a familiarità, grandezza e provincia. La grandeur del palazzo evocato si infrangeva sull’italianità del suono, un cognome da macellai di paese, il citofono di un cugino dimenticato, garrulo e scapolo. Il palacavicchi come una fantasmagorica distesa di tovaglie incerate a quadri, come la pista regia per plotoni di zitelle all’arrembaggio del secolo finito. Soltanto anni dopo, si sarebbe anche inchinata alla dignitosa resistenza di quel nome, l’orgoglio di un’identità contro imperialismi fonetici d’oltreoceano. Allora – Palacavicchi come il più grande dei generali della Grecia antica, l’ultimo a cadere, quando Ciro il Grande imperversava.
Palacavicchi come un eroe di Senofonte.

E comunque entrarono una priva volta e tornarono altre volte, per via di un’atmosfera che non avevano preso in considerazione, e altri benevoli pregi di prosecco al bicchiere, bellini rossini, impreviste ubriacature da fienile e agonistiche indigestioni di cetriolini e patatine gusto ketchup, salatini a forma di cuore e di stella. Si entrava in uno spazio sterminato, si sentivano musiche sudamericane, la pista un luccichio ampio e disinvolto, e intorno gente che ballava, il più delle volte con domestica rozzezza, ma qualche volta con sensuale perizia. Chachacha precisi nel ritmo e nel passo pilotati da gendarmi prussiani, samba che incalzavano in diagonali evidentemente impossibili da tradire.
Lei prendeva il suo fidanzato devoto che se ne stava come un palo in mezzo alla pista con un clemente braccio teso, e tentava l’impossibile di un alfabeto sconosciuto, arrotolandosi e srotolandosi dal suo telegrafo d’elezione, spiando gli sfrenati sederi altrui e chiedendosi dove cominciare cercando di acciuffare nel suo apprendistato esistenziale il filo che le veniva indicato dalla larga risata altrui.

(Al Palacavicchi cioè, pur con le numerose variazioni Goldberg di ceto e di nevrosi la gente studiava per spassarsela, cercava di mettersi nelle scarpe il godimento del sesso per portarselo poi altrove, si ubriacava scientemente di un sudamericano saper stare al mondo, che sarebbe rimasto addosso negli uffici come brillantina il mercoledì delle ceneri. Palacavicchi come una specie di Macondo dello spirito, a cui lei sarebbe a ondate tornata nel ricordo, a prendersi qualcosa).

 

 

E dunque: qui.

Montalbano Bonfiglio la narrazione e la fatica dell’ambivalenza

Ieri sera ho visto l’ultimo episodio del commissario Montalbano. Me ne sono goduta come sempre la fotografia, la sceneggiatura, e in generale il coraggio di un’opzione estetica ponderata in prima serata. Sono persino riuscita a capire la trama e il presunto itinerario logico degli omicidi – cosa che normalmente mi sfugge, procurandomi sempre sentimenti di affranta inadeguatezza. L’episodio era come al solito ben confezionato – anche se c’è stato qualcosa che ai miei occhi ha funzionato poco, benchè vada premiata la nobiltà dell’intento, di cui vorrei parlare qui.

La puntata narra insieme, di una successione di rapimenti e di un doppio omicidio per il quale c’è un imputato designato, cioè un personaggio che sembra essere a tutti gli effetti l’assassino quando si scoprirà alla fine che no, l’omicida non è lui, e la persona da incriminare è un’altra. La cosa che mi ha interessato di questa parte dell’episodio è il lavoro fatto su questo personaggio incriminabile, perché mi ha fatto molto riflettere, su certe difficoltà della narrazione quando vuole essere – tentativo giusto e nobile – psicologicamente realistica, ma proprio questo realismo rende il personaggio paradossalmente inverosimile.
Raccontare tutto l’episodio ci porterebbe troppo lontano e sarebbe anche fuorviante. Mi limiterò quindi al segmento di sceneggiatura di cui mi interessa parlare.

Il signor Bonfiglio, compare a un certo punto della puntata. Quando Montalbano si trova a dover indagare su una successione di rapimenti, e l’incendio doloso a casa di una persona scomparsa da tre giorni. Di questa persona il signor Bonfiglio è un caro amico, che si candida da subito come sgradevolissimo testimone chiave e poi adattissimo imputato. E’ un uomo in la con gli anni, affetto da un dandismo sfrenato, un ex bel ragazzo adesso vecchio molto seducente, cinico disincantato, esplicitamente cattivo – si deve pagare il pizzo senza fiatare, bisogna eludere qualsiasi responsabilità affettiva e morale, niente storie serie, men che mai matrimoni. Successivamente donne che hanno avuto a che fare con lui lo raccontano come un perverso, un manipolatore: il complice di vigliaccherie altrui. Quando lo scomparso voleva infatti lasciare una di queste donne, il signor Bonfiglio si era prestato a tentare di avere un rapporto sessuale con lei, per farsi cogliere in flagrante ed essere quello che lascia la compagna da tradito (allo scopo di non restituire un ingente prestito). Il signor Bonfiglio dunque è un satiro. E per inciso vorrei fare i miei sentiti complimenti all’attore Fabrizio Bentivoglio, che così bene l’ha interpretato.

Nel corso dell’episodio però la sceneggiatura dell’episodio propone una trasformazione psichica del personaggio, una rotazione. Si scopre che il signor Bonfiglio aveva una compagna di cui era molto innamorato, e che si rivela tradito da lei, che aveva una relazione con l’amico di cui era stata incendiata la casa. Poi sarebbero stati uccisi entrambi. L’amico è un pavido, un giovane senza scrupoli, un narcisista della stessa pasta del signor Bonfiglio, ma con meno carisma, meno charme – il signor Bonfiglio da giovane (scelta brillante della regia) lo avrebbe vinto senza tema in qualsiasi gara. La vicenda del tradimento fa mettere in luce però le debolezze e le ferite del personaggio, che si rivela più dipendente dalle relazioni di quanto sembrasse all’inizio, più vulnerabile, più fragile. Vinto da una dolorosa acquisizione del tempo della vecchiaia, del bisogno dell’altro.

Ho raccontato tutte queste cose per riflettere sulla curiosa constatazione. Questo tipo di rotazione è estremamente frequente in terapia, il ribaltamento del grande narcisismo in uno stato di vergognosa dipendenza, è un risultato di itinerario che con quel tipo di pazienti è auspicabile raggiungere, spesso con molta fatica. Qualche volta scappano prima. Gli stessi sentimenti di inettitudine, sconfitta, ferita dell’io che schiacciano il signor Bonfiglio alla fine, sono il motore del suo cinismo all’inizio dell’episodio. Il ribaltamento che accade in terapia non sta ad indicare l’emergere di una personalità assente, non è che una persona diventa cioè un’altra col passare delle sedute. Quella parte del soggetto debole fragile attaccata e ferita è sempre stata presente, è stata un apriori dell’esistenza della persona, la quale però non gli dava però liceità narrativa, diritto alla presenza nello stato di coscienza. Per questo l’acquisizione di debolezza di se miserabile e sconfitto e tradito e che merita tradimento è un grande traguardo degli itinerari con pazienti narcisistici. E per questo sul piano della logica psichica la sceneggiatura del commissario Montalbano era decisamente congrua.

Il problema che mi sono posta, la curiosa riflessione, ha riguardato il grado di verosimiglianza, e di credibilità. Perché ho sentito la metamorfosi del personaggio paradossalmente poco credibile, che quasi strideva nel suo svolgersi con la qualità del resto del lavoro. Mi sono detta che qualche telespettatore potrebbe aver pensato che l’improvvisa fragilità del signor Bonfiglio era stata messa in scena in modo forzato per esigenza di plot, allo scopo di istituire un altrimenti irrecuperabile colpo di scena. E d’altra parte non è la prima volta, succede reiteratamente al cinema o in televisione che la realtà risulti una farsa, narrativamente poco credibile.
Mi sono chiesta da cosa potesse dipendere questa difficoltà che si propone ciclicamente a chi fa narrativa – con qualsiasi linguaggio – la verosimiglianza di certe invece presenti e realistiche contraddizioni psichiche.

Mi sono data due risposte: la prima riguarda la tempistica costretta delle produzioni televisive e cinematografiche. Il poco tempo che può vantare un personaggio oltretutto non protagonista, non riesce a restituire la gradualità dell’emergere nella coscienza che di solito implica questo tipo di contraddizione interna. Per esempio in una psicoterapia questo tipo di immissione narrativa può persino aver bisogno di anni. Sul piano di realtà e delle relazioni – beh altrettanto. Il fatto che le personalità narcisistiche possano vivere di queste doppiezze è  sentita più come una leggenda più che come una realtà possibile.

In conseguenza di questo c’è stata la seconda classe di osservazioni: l’abitudine a certe maschere sociali, che sono le stesse che poi andranno in terapia perché ingabbiate in un gioco di ruolo anche collettivamente determinato, ci fa sembrare un tradimento il ribaltamento di ruolo e l’ingresso della personalità vero se, che sta sotto il falso se socialmente rinforzato. Questo credo che rappresenti un problema anche per altri ribaltamenti: per esempio sul polo opposto ma sovrapponibile, socialmente ho constatato quanto sia difficile sopportare la dimensione potentemente egoistica, nevrotica, manipolatoria che sottostà a diverse costruzioni di personalità di aiuto. Il dedito al volontariato, il medico con abnegazione e naturalmente lo psicoterapeuta.
Ed è quindi molto interessante questo constatare come rappresentare la realtà possa essere ben più difficile del rappresentare il fantastico. Il reale ci costringe a delle ambivalenze che l’idealizzazione onirica del sogno, del romantico, dell’incubo del demoniaco ci permette molto spesso di non esplorare.

La questione del Liceo Visconti

 

 

In questi giorni il liceo dove ho studiato – l’Ennio Quirino Visconti di Roma – è al centro di una polemica nata sulle pagine del quotidiano La Repubblica. Il giornale ha infatti evidenziato la scheda tecnica con cui il liceo viene descritto e pubblicizzato nel sito del MIUR. La medesima scheda per altro, è agilmente scaricabile dalla pagina del Liceo (qui). Il contenuto incriminato è questo:

“L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l’antica tradizione con l’innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES.”

Il testo è costruito in base alle domande poste dallo stesso ministero, probabilmente con altri scopi. Il ministero ha infatti chiesto agli istituti di rendere conto della composizione sociale delle classi, della percentuale di disabilità e di dsa, e di fornire anche in base a queste domande una scheda di autovalutazione –le domande, anche quelle visibili al pubblico sono domande guida, implicano un suggerimento, non un obbligo – e proprio per questo, molti licei anche prestigiosi non hanno obbedito tassativamente ai temi in questione per autopromuoversi. Ora il Visconti è sempre stato un liceo destinato alle elites borghesi, e quindi le risposte alle domande guida difficilmente potevano essere diverse da quelle che la dirigenza scolastica ha fornito: è una scuola del centro storico romano, gli ex allievi hanno la possibilità di iscrivere i propri figli, ha un certo prestigio sociale e la territorialità garantisce l’utenza di cui la scheda tecnica parla. E’ un dato di fatto. Meno scontato considerare un vantaggio usare questo dato di fatto come oggetto di promozione dell’istituto, aspetti per cui valutarlo positivamente. Le scelte sintattiche della scheda di autovalutazione tradiscono infatti un orientamento etico, un utilizzazione politica di questo dato sociale, che lascia interdetti –per usare un eufemismo. Il dato di realtà è presentato come un vantaggio per la formazione, come uno degli aspetti che rendono l’istituto attraente e prestigioso, e si legge che l’assenza di stranierei e disabili “favorisce il processo di apprendimento” e poco dopo si legge anche che questo processo di apprendimento è garantito “limitando gli interventi di inclusione ai casi di DSA (disturbi dell’apprendimento) o all’insorgere di BES.
Questo in altri termini vuol dire che per andare al Visconti, è meglio se sei ricco, è meglio se sei ricco e medio borghese, ma non te provare a essere ricco borghese e autistico perché in quel caso non c’è trippa per gatti.
in altri termini ancora poi c’è anche una possibile, forse non molto calcolata allusione, una specie di gomitata tranquillizzante ai compari di patto sociale. Tranquillo fratello, qui i negri non li facciamo entrare, manco se sono figli di dirigenti FAO. Oh, poi se viene il diplomatico Senegalese ce la vediamo li per li, che comunque fa fine, e affrontare il razzismo fortifica.

Qualcuno ha già detto che la colpa è un po’ del ministero, e qualcun altro potrebbe dire che la colpa è anche nella resistenza tipica di certi ambienti a sorvegliare la propria comunicazione. Il ministero ha infatti colpevolmente mischiato uno strumento di ricerca sociale eventualmente correttivo di certi squilibri (sogno una pubblica istruzione che costringa il mio liceo a prendersi una percentuale di studenti extracomunitari e residenti in aree svantaggiate) con una scheda di autovalutazione destinata alle famiglie, che andandosi a strutturare su quelle domande facilmente poteva deflagrare in simili forme di idiozia. D’altra parte forse viene da pensare che nell’era dell’informazione digitalizzata e dell’istituto pubblico concepito come impresa, con gli open day, il sito colle foto etc, una dirigenza scolastica faccia maggiore attenzione alle cose che scrive, e si industri ad anticipare i fraintendimenti possibili. La cosa veramente triste però è che invece grossolanità del progetto ministeriale, e arcaica grettezza della presidenza del Visconti rivelano qualcosa di autentico e onesto, una vocazione e un pensiero che la patina della correttezza politica potrebbe occultare. Ci vantiamo della nostra posizione sociale, per noi è un valore fondante, siamo contentissimi di non procurare rogne ai nostri virgulti, questa è l’etica di fondo che trasmettiamo nei nostri insegnamenti.

Perché – questo lo scrivo tutto sommato con dispiacere e delusione – è vero che un tempo in quella scuola hanno studiato personalità prestigiose, quando ci si proponeva anche allora di proporre un’elite intellettuale, una classe dirigente colta e preparata – il Visconti era un collegio dei gesuiti – ma rimaneva il dovere ideologico di mantenere l’accento sulla qualità dell’istruzione, e se ci fosse stata una scheda di autovalutazione sarebbe stato tutto un pavoneggiarsi di quanto son bravi gli studenti nostri, non quanto sono ricchi e da quanto. Oggi forse la dirigenza pensa ad altro, nella scheda tecnica non deve parlare di merito, di qualità didattica, non decide di prendere studenti per merito per capacità e talenti, ma per prestigio. Non gli piacciono oggi gli allievi di famiglia modesta che sfondano alla Normale di Pisa per dire una cosa qualsiasi. No,  Al Visconti di oggi interessa la lotta di classe della nuova destra, il vecchio capitalismo in salsa marxista non il mantenimento di un ascensore sociale che cavi questo paese dal pantano.

Quando ci ho studiato io – oramai vent’anni fa – non era una scuola esattamente progressista ed esageratamente composita. Le tracce di questo orientamento erano già profonde, ma va detto, più accennate e più virate sulla ambizione meritocratica. Ho ricordi ambivalenti per questa vocazione borghese del mio istituto, ma devo riconoscere che mi ha dato una buona formazione, e buona parte dei miei compagni di strada all’epoca anche di ceto modesto in una minoranza però significativa, ha poi avuto una riuscita professionale corrispondente agli sforzi fatti all’epoca. Tuttavia c’era almeno allora, tempi di dominio DC e di prima repubblica, un pudore e un’attenzione che in qualche caso era ipocrisia, in qualche altro orientamento sinceramente morale per cui questa roba schifosa che ho copiato qui sopra, non sarebbe mai stata concepita come ammissibile. Veramente.  Ce ne saremmo tutti molto vergognati. Anzi sono sicura che nella pur sbandierata omogeneità degli studenti e par di capire dei docenti, in molti siano stati messi a disagio, profondo disagio da questa comunicazione. Come se si preconizzasse per questi adolescenti un futuro che magari non vogliono avere, come se si disegnasse addosso a loro, un modo di essere soggetto politico, cittadino che magari non tutti hanno. Non avere neanche un disabile in classe, favorisce davvero l’apprendimento in maniera dirimente? Non avere neanche un po’ di soggetti svantaggiati socialmente non permette a tutti, svantaggiati e non, di avere altri skills per la vita professionale e civile? Io non chiedo a una scuola pubblica di diventare all’improvviso quello che non è, ma ammesso e non concesso (devo dire molto non concesso) che una scuola pubblica non debba mettere al mondo una cittadinanza equipaggiata, se proprio vogliamo produrre la classe dirigente di domani.
La dobbiamo proprio fare di stronzi?

Toccata e fuga per un altro Shostakovitch. A proposito del 27

 

Non finì nei campi di concentramento, sfuggì miracolosamente alle rastrellate, e a dir il vero non patì neanche delazioni. Fu protetto dal sole lontano che prende in cura alcuni bambini, e non altri, scappò solo da un collegio a un altro, da un ammasso di macerie a un altro, la rapina dall’infanzia mai avuta come un incubo confuso e potenziale, come condanna possibile e necessaria, come cattivo romanzo aperto ancora da scrivere.Il campo di concentramento come estetica di una disgrazia profetizzata.

Per questo ci sarebbe tornato a guerra finita in numerose occasioni. Nel sonno le SS venivano a prenderlo, in una sorta di ripresa permanente, un’ossessione della condanna mancata, del peccato non espiato. In questi sogni stava sulla porta dei lager urlando terrorizzato come fosse un personaggio di Barnes, con un’eterna valigia davanti alle scale del piano, pronto per la meritata condanna a morte.

(La moglie lo svegliava stancamente, con apprensione ma anche con imbarazzato senso di noia, come se le urla della notte fossero una specie di connotazione del marito, una cosa come i capelli ricci, un particolare della sua fisiologia. Aiuto gridava aiuto! E lei voleva dormire.
Anche lei bambina era scampata alla medesima condanna. Ma fu protetta con più coerenza e determinazione – i tedeschi vennero che stava dentro a un confessionale con sua madre e un prete arrabbiato si mise tra loro.
Un giusto.
Ma anche: essa fu più amata quando era necessario)

Addirittura, in certe sere di inverno sonnacchioso, la luce gialla della cucina le figlie al telefono grigio, la moglie in salotto, se tutti insomma non si curavano di lui, se lo lasciavano alle sue trame incompiute, si legava alla televisione in una sorta di orrida ipnosi e frugava dentro ai documentari sui campi di sterminio. A cercare di capire che posto avrebbe avuto, a tentare di sentire quanto avrebbe sofferto – ma soprattutto credo, a spaventarsi. Come se la condizione permanente del terrore dell’imminente tortura e chiamata, fosse l’unico tassello possibile per la sua infanzia disgraziata, l’unica coperta, l’unico modo di stare.

Il segno della croce. Istanze delle donne e cultura cristiana.

 

Recentemente, ripensando al dibattito sulle questioni di genere– mi sono trovata a constatare come spesso la risposta alle istanze femministe, faccia capo a una loro eventuale convergenza con i dettami della cultura cattolica o più genericamente cristiana. Per esempio, in questi giorni a proposito del Metoo, e dei vari scandali sessuali da Weinstein in poi, si è parlato di puritanesimo, di moralismo di stampo cattolico. Spesso anche in una sostanziale buona fede, alcuni ritengono che a muovere l’ondata di risentimento, sia una sorta di generalizzata paura del sesso, che lo fa schiacciare sulla violenza, e un desiderio di conformismo a una morale dominante, anche questa credo sentita come motivata da una paura interna del potere sessuale. Da un certo punto di vista, è un fatto che mi stupisce. Conoscendo da vicino l’antropologia che connota l’attivismo femminista, con cui spesso mi trovo in una posizione di distanza e di scomodità, so però che se c’è un popolo davvero ostile alla religione e poco compatibile con la Chiesa cattolica, quello è il popolo femminista.
Da un altro punto di vista – forse quello che riguarda le donne che parlano di se e non le femministe attive quella argomentazione indica qualcosa di vero, anche se per quanto mi riguarda quel qualcosa di vero, viene giudicato in maniera diametralmente opposta.

Noi – noi italiani, magari anche italiani di una certa Italia e di un certo contesto – siamo figli di un mondo la cui morale dominante sacralizzava il sesso, e lo faceva tramite le vie antitetiche e parallele della istituzionalizzazione e della demonizzazione. In primo luogo l’atto sessuale era infatti concepito come sofferto traguardo da poter raggiungere dopo una selva di riti iniziatici – corteggiamento, fidanzamento matrimonio fino alla prova ultima della deflorazione testimoniata alla famiglia e al clan. In secondo luogo l’atto sessuale era oggetto di una demonizzazione, ossia di una sacralità alla rovescia: per cui il sesso era rappresentato come regno del male, come luogo della caduta, con eguale produzione di riti recinti e narrazioni collettive: la narrativa della tentazione, la prostituzione fino all’orgia diabolica, lo scambismo e il vasto e pruriginoso arcipelago delle perversioni.
In questa cornice narrativa la libertà di compiere un atto sessuale era particolarmente osteggiata, e lo era ancora di più per le donne. Perché il sesso era identificato con loro con il loro corpo, e la vita di molte dipendeva dal posto che veniva loro assegnato, con la carriera conseguente – se quella della sposa, o della mignotta (oppure in diversi casi, la sposa di Dio). Il sesso era vincolato alla procreazione, il piacere connesso alla trasmissione generazionale.
Il sessantotto – ma soprattutto una coorte di importanti cambiamenti sociali ed economici che lo hanno preparato e gli sono succeduti – primo fra tutti la larga accessibilità alla contraccezione, gli elettrodomestici, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro – hanno scollato parzialmente il ruolo della donna dall’essere prima di tutto mezzo di quella riproduzione, il centro della sacralità del sesso, e quello è stato a sua volta privato del suo potere magico o in altri termini, del suo dazio. Il peccato si è polverizzato in una sessualità quotidiana e accessibile, con gli adolescenti che hanno rapporti sessuali e ne parlano ai genitori, giovanotti devotissimi che cambian idea e concepiscono comunque rapporti prematrimoniali – il sesso è diventato un oggetto vitale ma da prima serata, equiparato ai beni di prima necessità, come una minestra, come un piatto di pasta.

Ma questa è la cosa che noto per le donne soprattutto: prima c’era un forte impedimento ad agire sessualmente il desiderio, mentre era protetta la libertà di ritrarsi. Oggi è molto più garantita la libertà di offrirsi ma è assolutamente coartata la libertà di ritrarsi: se prima una donna doveva giustificarsi per aver desiderio di cedere prima del sacro vincolo del matrimonio, se era un soggetto eversivo perché godeva impunemente in maniera soggettiva, ora c’è una sorta di segreto obbligo culturale alla consumazione sessuale: la donna che dovesse esitare prima di avere un rapporto sessuale viene biasimata socialmente come all’antica, come residuo del mondo cattolico che si è combattuto, ma anche come complessata come soggetto che non ha la necessaria disinvoltura con la sacralità del piatto di pasta.
Perché non vuole mangiare questa donna con me?
O meglio – dovremmo dire spezzando una lancia in onore del transfert – perché non dovrebbe farmi da mangiare, come la mia mamma?

La coartazione dell’atto sessuale, in tempi in cui   questo combaciava ipso facto con una bocca da sfamare, si univa a un modo sessista di guardare alle donne per cui alla fine – sono sempre quelle che obbediscono a una legge dominante, mai quelle che la promuovono insieme agli uomini per loro autentiche motivazioni – per inciso, questa è una relativamente frequente deriva sessista delle prassi femministe, talmente frequente che è uno dei buoni motivi per cui io regolarmente sento di dovermene allontanare. Questo insieme di questioni, ha fatto scotomizzare il fatto che si, quella vecchia prospettiva premoderna e normativa, garantiva la libertà di quei sentimenti che rispetto al sesso e all’atto sessuale chiedevano tempi psichici di negoziazione lunghi, accordi con la propria intima organizzazione emotiva, tempi della relazione a lunga cottura. E mi colpì molto in questo senso, la lungimirante e al tempo dal sapore ferocemente reazionario, dichiarazione che Horkheimer rilasciò nel 1972 in una ultima intervista molto bella prima di morire.
Oggi – cito a memoria perdonatemi – non possiamo più avere Romeo e Giulietta. Oggi Giulietta direbbe: aspettami prendo la pillola e sono subito da te.

Ad oggi la pressione culturale e lo sguardo sessista producono la stessa deformazione speculare e contraria. Se le donne protestano con il metoo, se parlano di contatti sessuali prevaricanti in quanto indesiderati, non stanno rivendicando la libertà dell’atto di sottrazione stanno – al solito – aggregandosi a una presunta morale dominante quanto invisa, oppure al solito . proprio come le loro sorelle puttane di cinquant’anni fa, rsi rendono colpevoli di non accordarsi sempre e comunque alla normativa preferita dall’orizzonte culturale.

Di questo riflesso pavloviano in merito alle motivazioni del femminile a respingere le richieste sessuali indesiderate si possono dire tante cose, la prima è quella che ha mosso questo post – ossia che si è vero che il femminismo e la chiesa cattolica sono due contesti profondamenti antitetici e quasi nemici, per un vasto profluvio di motivazioni che ci porterebbero troppo lontano affrontare qui, ma forse una certa prospettiva normativa aiutava un certo tipo di psicologie femminile, e la maggior parte delle donne in una vasta classe di occasioni – le proteggeva, forse disconoscendole, ma le proteggeva. Il reato d’onore era pur sempre un reato. Un uomo che importuna una donna era qualcuno che violava qualcosa di importante per il collettivo di importante per la donna, con nomi diversi – ma era, la stessa cosa. Scendendo di più nella prospettiva psicologica, che è la mia, ho la sensazione che i processi di crescita di adultizzazione, l’ingresso nel sesso potessero avere sotto quella norma, per altri versi perniciosa e patologica, un più vasto spettro di passaggi graduali. Allargando lo sguardo, anche quel mitologema della natività per me, l’idea di spiegare la prosecuzione della specie fondamentalmente con il miracolo, la sacralizzazione della vita sessuale metteva molte donne in un’organizzazione narrativa che le sosteneva rispetto alla gestione del titanico potere di generare, e al dolore che questo comporta per esempio, quando non ci si riesce, o quando lo si fa ma si vivono conflitti interni.
Quindi capisco perché poi vengono a dire che chi lamenta gli abusi sembra una puritana nemica del sesso. Perché questo è il culmine e il paradosso, il sesso è nel corpo della donna, però la sua identità ha a che fare sempre con gli uomini e se ti sottrai sei nemica del maschio.
Ma non è così che funziona. La libertà è non volerne uno senza che questo precluda di volerne un altro.