Sinistra bene

Più volte da ragazzina, sono stata costellata nella rubrica dei radical chic o della cosiddetta sinistra bene. Questo naturalmente in primo luogo, per le mie coordinate di classe, piuttosto riconoscibili. Da adulta mi è invece capitato molto di rado, nonostante un certo virus, una certa malattia a cui faccio fatica a trovare un nome e di cui voglio parlare, sia diventata preoccupante ed endemica. Spero di non averla contratta fino adesso – ma mai dire mai – più si invecchia e più si è vulnerabili a questo tipo di morbo –certo temo di averne avuto qualche linea in qualche occasione – diciamo che spero che una serie di scelte mi abbiano protetta – oltre qualche nevrosi. Scelte professionali per un verso, ma soprattutto scelte relazionali. Senza scendere nel dettaglio, il mio matrimonio, gli amici che circondano il mio matrimonio, sono un potente antidoto: molti di loro non vengono dalla mia landa di provenienza, ma da regioni direi antitetiche, oltre che dicevo una certa vocazione al conflitto con le appartenenze e una all’innamoramento delle lontananze. Sono comunque – vulnerabile. Ho visto i migliori della mia generazione – ma anche di quella precedente, cedere per debolezza alle sirene del conforto di classe e vengo come dicevo, proprio da quelle coordinate : un dirigente statale per madre, un libero professionista per padre. Io stessa oramai, svolgo un lavoro molto sinistra bene.
Parlo diciamo dall’interno di una zona di pericolo, il pericolo della sinistra bene non come posizione materiale, ma come posizione mentale.

Esiste un insieme di competenze e agnizioni che sono state lunghe da acquisire e che hanno oggettivamente un loro pregio, sono l’esito di un’eredità culturale ed ideologica e che ricorrono frequentemente nell’area di sinistra. Erano nate perché ne beneficiassero tutti soprattutto perché erano ( e sono) modi per far , guadagnare potere a chi non l’aveva (e non l’ha: ma la parola è sempre potere) ma sono diventate ora, una sorta di gergo che in certi ambienti assume una connotazione particolare. La consapevolezza per esempio che la cultura è un valore, che studiare porta a un vantaggio sulle cose e sugli altri, la consapevolezza per cui una certa posizione di classe è un vantaggio, mentre un’altra è uno svantaggio, ma anche una certa consapevolezza di essere situati in una posizione, osservatori condizionati diciamo, è oramai un appannaggio tipico. Poi però, quando la persona di sinistra abita le lande di una solida borghesia – ha una casa di proprietà senza mutuo, un buono stipendio – da questi assunti derivano dei corollari che diventano insieme di difficile gestione: per esempio derivata dall’importanza della cultura e dello studio c’è tutta un’estetica raffinata e nobile del bello: sinistra bene come posizione di classe è spesso, bei libri, buona musica, persino un approccio intellettuale al buon vino, il che però va spesso a cozzare con i corollari della consapevolezza di classe, per cui se studio e censo sono in una posizione di privilegio, studio e censo sono una colpa da occultare se non uno strale da lanciare. Quindi bere buon vino è insieme vanto e colpa, leggere buoni libri virtù e vergogna. Il conflitto di interessi tra corollari ideologici, è un ricorrente strumento di insulto, per la persona di sinistra specie in questo periodo di grave crisi, per cui sopravvivere a essa, è ipso facto un peccato imperdonabile.
Uno è già dalla parte del torto perché non è il cassintegrato di una ditta fallita, figuriamoci se ci si ha un abbonamento a teatro.

All’interno della sinistra il richiamo al peccato originale di classe, è un insulto ricorrente. E’ interessantissimo constatare come, le sinistre del pd diano del radical chic a quelli per esempio di potere al popolo, o liberi e uguali e quell’altri facciano viceversa il simmetrico e opposto con quelli del pd, tutti presi rincorrere una verginità che magari hanno tradito in altri contesti macchiandosi nella vita materiale degli stessi peccati, ma credendo che il loro voto sia la prova di un’immunità mentre quello dell’altro la prova di una zozzeria, quando vorrei dire a beneficio di tutti che no, la vicinanza reale a quel collettivo interclassista che dovrebbe essere l’atteggiamento emotivo necessario, la premessa di fondo, non lo garantisce il voto. Il virus di cui parlo è in fondo, nient’altro che il classismo di sinistra, qualcosa che è proprio di una certa fetta sociale, ma che non si identifica completamente con essa, piuttosto con una sua deriva, con una patologia del pensiero e dell’affetto e in qualche caso dell’azione.

Il vocabolario treccani spiega il termine classismo, con un doppio significato. Il primo afferisce al classismo come lettura della società come divisa in classi in conflitto tra loro, un conflitto che Marx avrebbe considerato risolvibile con la dittatura del proletariato. Il secondo, come una tendenza di singoli o gruppi a difendere gli interessi della propria classe di appartenenza, nel linguaggio comune di solito ci si riferisce alla classe dominante, ai vertici cioè, della piramide sociale o almeno delle mezze altezze. Io però penso a un altro tipo di classismo, che in effetti a sinistra è molto diffuso ed è la patologia endemica della sinistra bene, questo classismo parte dal presupposto di una potente asimmetria potere – in termini di censo, posizione, soldi, cultura, e non ha alcun bisogno di difendere i propri interessi di classe, perché li sente piuttosto al sicuro, anzi dichiara in assoluta buona fede di promuovere l’interesse dell’altro, della classe che non gli appartiene, perché quella asimmetria non è mai del tutto azzerabile, e lui o lei, sarebbe davvero contento di vedere un povero diavolo essere un po’ meno povero diavolo. Volendo anche diavolo del suo stesso livello, perché questo tipo di classismo davvero non teme niente, dal punto di vista economico, per questo alligna a sinistra anche tra persone per tanti aspetti anche rispettabili. Diciamo, che a volte ecco non è proprio veramente interessato e questo declina in una sottospecie ibrida di conflitto di classe.
Il fatto è che la redenzione del povero, anche totale, non gli toglierà mai i suo lusso irrinunciabile, che è il diamante della magnanimità.

Questo è il tremendo virus della sinistra bene: la magnanimità asimmetrica, che a volte, in momenti do distrazione sfuma in altre modalità egualmente perniciose: come il paternalismo, e certe livorose supponenze, e scandalizzate irrisioni. Tutte operazioni che si fanno garantite da un atto pregresso che dovrebbe fare da passaporto. E’ molto sinistra bene compiacersi come tacchini dell’ascesa sociale di un brillante accademico, così come raccontare con sussiegosa competenza antropologica e stizzito fastidio come sono i poveri che si ha avuto la ventura di osservare da vicino in una vacanza estiva un po’ troppo a buon mercato, perché siccome essere di sinistra vuol dire essere studiati sulle variabili del reale, e dei subalterni che è etico aiutare, sporadiche incursioni nelle lande del nazional popolare sono spacciate per dottorati in antropologia culturale. Io so come sono i poveri veri! E nel raccontarlo rinnovo la mia posizione asimmetrica di superiorità morale. Io mica come te, io so come sono i poveri veri. La gente autentica, e segue un ritratto che può oscillare tra l’oleografico e lo spregevole.
La rete è per questo virus, del complesso di superiorità con derivazione di classe, anche se sotto mentite spoglie, meglio di una colonia di zanzare, meglio di un acquedotto infetto. Ci sono pagine che sono abbeveratoi di complessi di superiorità. Il signor distruggere per esempio, è un’ paradigma dell’istigazione a delinquere per la sinistra bene e anche benino. Riporta stralci di conversazione dove qualcuno, in genere una donna dice qualcosa di soavemente ignorante, soavemente volgare, soavemente ingenuo, che legittima i bassi istinti asimmetrici di qualsiasi lettore che può sentirsi migliore, in quanto colto, ricco, bene educato, informato, di questo personaggio sognato che è il bersaglio del signor Distruggere. Il suo essere sinistra bene e conoscitore del reale, ancorché essere sinistra bene e preparato sulle cose della scienza, i vaccini, l’allattamento, quello che preferite lo redime nello spacciare per indignazione quello che invece è molto più immorale volgare e gretto, l’irrisone del povero, del basso, dell’assenza di strumenti, fino alla manipolazione del dato di realtà. Ma cara, mi ha detto un mio contatto Facebook – sono stata or ora in una spiaggia popolare! E sono proprio così! Come la signora Elisabetta del signor distruggere.

Ma d’altra parte tutto lo stesso Facebook una cloaca dei peggiori sintomi della sinistra bene. I post fatti con le foto degli errori altrui al mercato della frutta, della chat copiata a tradimento, di quello che fa l’errore di matematica, dei ministri con la scuola superiore, fino alle prose delle eroine wasp della sinistra bene, che scrivono con disprezzo in modo molto brillante di due terzi dell’umanità tutta, salvo poi dichiarare eterna ammirazione per una signora con una borsa ben fatta, poco importa di cosa abbia combinato in quanto personaggio pubblico. La devozione al lusso estetico, d’altra parte per la sinistra bene è il correlativo femminile del vino per i maschi.   Mi è capitato persino di leggere, che il cattivo gusto di una donna in politica era la prova del suo cattivo gusto nell’etica.
Molte di queste cose sono dette, in teoria per il piacere narrativo della boutade, dello scandalizzare, l’épater la bourgeoisie  che piace sempre ai bourgeois, ma che serve prima di tutto a rinfrancarli, a darsi pacche sulle spalle starnazzando come galline, anche quando la teoria sono degli sguardi gentili. Ho letto il ritratto di una persona anziana di un paese italiano qualsiasi, che doveva essere tutto un pensiero gentile per la gente povera e semplice, che era descritta come ignorante, rozza, che non si fa domande sulla sua vita privata e mai se ne è fatte, che non ha cura di se ed è presa dalle solite antiche invidie.
(Bisogna dire, che tutte queste operazioni con le femmine come complemento di argomento sono sempre più frequenti – discorso a parte)

La questione diventa drammatica quando al pensiero gentilmente magnanimo corrisponde una linea d’azione. Un grande classico sinistra bene è infatti: considerare la cultura un bene preziosissimo, e l’aiuto dei più deboli un altro bene preziosissimo per cui, succede che per la medesima sinistra bene, lavorare nella cultura, o lavorare nel sociale, siano delle cose nobilitanti per te, e il lavoratore di questi contesti deve mangiarsi il prestigio e non il pane, per cui moltissime agenzie della cultura fanno lavorare gratis o con contratti che fanno accapponare la pelle, moltissime agenzie del sociale fanno lavorare gratis o con contratti che fanno accapponare la pelle, e si cade in una sinistra cattiva infinità, qui viene il bello, perché le persone che lavorano in questi contesti, per poterlo fare devono a loro volta, nove volte su dieci provenire da una borghesia che in qualche modo deve essere ancora in grado di sostenerli benché adulti, se no devono fare un doppio lavoro, ugualmente per ricoprire quei ruoli devono essere molto ben preparati e avere un alto titolo di studio, e quindi, come ultimo baluardo per un ego alla canna del gas non rimane che un nuovo elitarismo, solo molto più incazzato: non c’è sinistra bene più sinistra bene, della vittima della sinistra bene: il nostro arrabbiatissimo precariato intellettuale, che non riuscendo a procurarsi una casa, e a mettere su famiglia, si riscatta con la supponenza, mi diverte molto sentire quanto si da dei radical chic a giovani intellettuali di spicco, la cui boria espressa con lessico forbito è considerata prova di nobili lombi, e invece io magari li conosco di persona, e so che so’ figli di operai, maestre elementari, cose così.

Sono naturalmente queste, le battute di chi ci è passato. Di chi ha lavorato in une delle librerie più sinistra bene del centro storico di Roma –all’attivo se non erro anche una vertenza sindacale – che mi propose di pagarmi con due libri dopo un mese di lavoro per Natale, o di chi ha ricevuto come offerta di collaborare per una rivista coltissima e molto chic, che le disse, dacci cento euro al mese, costa meno di una palestra. O anche di chi ha pensato di lavorare nei centri antiviolenza (all’epoca: 450 euro al mese per 36 ore settimanali oggi mi pare che si raggiunga il cifrone esagerato di 900) o anche di chi ha svolto un qualche migliaio di ore di lavoro gratuito come psicoterapeuta tirocinante, mentre lo stato intascava ticket e via di seguito, nella carriera estenuante tipica delle persone di sinistra che vorrebbero fare un lavoro coerente con il loro essere di sinistra – sempre che ti paghino quelli di sinistra, i quali in generale pensano che la cosa bella sia più importante di pagare chi lavora nella sua realizzazione. Ricordo ancora con raccapriccio ma preoccupazione per il dilagare, questa volta politico del sintomo, il leader maximo della Sinistra Bene Dario Franceschini, proporre ai lavoratori dei beni culturali di spendersi gratis. Così come ricordo lo scoramento che provai, già vent’anni fa quando la cosa si andava edificando, il mio amico di sinistra scrivere gratis per la nota testata di sinistra, mentre il mio amico di sinistra che scriveva sulla nota testata di destra, veniva regolarmente pagato.

Così come ho ricordato, in tempi più recenti la sintomatica e per me sconvolgente polemica sulla proposta cinque stelle, che non sono stati poi in grado di mettere concretamente in pratica, delle chiusure domenicali dei negozi. Con la sinistra bene che diceva, eh ma in una metropoli ammodino i negozi sono sempre aperti, senza minimamente farsi due domande sulle attuali condizioni contrattuali dei lavoratori del commercio, sugli straordinari non pagati che sono all’ordine del giorno, sull’enorme sommerso nel settore, con persone proprio non contrattualizzate, di contro anche senza farsi domande sui vincoli fiscali che inducono i datori del lavoro nella piccola impresa a stringere la cinghia. Il reale, per la sinistra bene che cade nella patologia della sinistra bene, è una questione di gita al mare, e pensierini.

La questione dei lavoratori del commercio, è analoga a molte altre questioni che la sinistra bene ignora o sfiora in superficie. Quando si parla di criminalità la sinistra bene dice, eh mica è vero che è aumentata, questo perché il tema caldo della sinistra bene è l’immigrazione, per diversi aspetti. Siccome a destra il tema è utilizzato per sdoganare il razzismo, la reazione da questa parte è sminuire il problema per togliere argomenti al razzismo. Il che, alle persone che vivono contesti abbandonati dallo Stato, dove si è continuamente esposti ad angherie e ad assenza di tutela, deve un po’ suonare come quando alle donne femministe dicono, di che ti lamenti, pensa a tua nonna che non poteva uscire di casa. Così come tutti i temi importanti di altre componenti della società civile di cui si dovrebbero in teoria tutelare gli interessi, rimangono come sfiorati, aerei sentiti in maniera parziale. In questo, le risposte emotive secondo me sono indicative: più la persona di sinistra è afflitta dalla patologia della sinistra bene, più si avvertirà una specie di disagio quando parla di disoccupazione.

Di contro, la persona di sinistra bene, è molto coinvolta nella questione degli immigrati. E’ un tema davvero complicato, almeno per me perché le storie a cui stiamo assistendo sono terribili e io me ne sento molto chiamata, necessariamente chiamata. Perché sono terribili, perché non si può non sentirsi coinvolti, nel mio caso anche perché l’esperienza dell’ebreo si accende quando vede altre storie di discriminazione. Ed è così per tante persone ed è giusto. Ma le coordinate di classe e gli stili di vita della borghesia di sinistra mettono un carico in più. La persona di sinistra bene affida una persona di casa, cara, con altissima probabilità a un immigrato,spesso anche le pulizie di casa, o la cura di un infante e siccome può avere delle miopie ma non è cattiva, capace che ci intesse una relazione reale, di affetto, di amicizia, di gratitudine, anche di protezione in un mondo difficile – si stabiliscono quelle relazioni complicate che – non la ringrazieremo mai abbastanza – per esempio Toni Morrison aveva descritto di già nel bellissimo Paradise. Si creano strane amicizie su dei complicati piani inclinati, che possono durare decenni e in qualche caso rivelare qualche doloroso ribaltamento, perché le dinamiche di classe rimangono in agguato. Oppure comunque, la vicenda dell’immigrato lontano che cerca di arrivare, del bimbetto che può affogare, è un estremo emotivo, narrativo, potentissimo che catalizza, ma la cui lontananza garantisce una certa astrazione. Non si va tutti a Lampedusa, Sinistra bene o meno bene o malino. Questo è un fatto.

Questo post per me è molto faticoso perché diciamo junghianamente è un post sulla mia personale Ombra politica. Su ciò che so rischio sempre di diventare, da un momento all’altro. Ma anche di riflessione, perché questo virus al momento, nella percezione esterna sembra essersi impossessato dell’identità della sinistra. Esistono ancora moltissime persone che NON sono sinistra bene o borghese, e quando capita di descriverle, siccome sono piuttosto assenti da qualsivoglia dibattito pubblico o di rete, tutti dicono che no non è vero: a sinistra sono tutti borghesi, e gli altri votano tutti cinque stelle o Salvini. D’altra parte però, è vero che c’è stata una sorta di mutazione prima che della sinistra, di tutta la società civile, e secondariamente anche della sinistra. Ora non posso parlare anche di questa cosa, perché il post è molto lungo, ma questo è un dato di fatto, che si riscontra anche vedendo le distribuzioni di voto alle elezioni – per esempio con il pd che sfonda al centro storico di roma e la periferia no mentre i partiti che si candidavano a essere meno sinistra bene non hanno proprio sfondato da nessuna parte – né io sono così masochista e antistorica da considerare un dato di partenza – una colpa. Però penso che abbiamo un discorso da fare su una sorveglianza di lessico mentale, non verbale, emotivo prima che retorico, riguardo alle cose per cui è vero che sulla carta non vengono avvertite come oggetto di conflitto, ma neanche come reale oggetto di interesse. Perché ora la situazione è che la destra fa degli interessi di classe, una specie di piccola borghesia gigantesca che abbia vantaggi per cui i più poveri si sentono nobilitati, e i più ricchi fanno finta di doverne essere inclusi per trarne profitto (vedi flat tax) mentre noi alla fine ci abbiamo una sorta di disinteresse di classe, non sembra che ci sia insomma un interesse reale, per il tessuto del paese reale. L’unico momento di autenticità riguarda l’immigrato. Qualcosa qui non funziona.

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Prospettiva d’insieme

Tenne un diario per moltissimi anni, questo diario aveva un nome. Da ragazzina era femmina questo diario, e pieno di entusiasmi e impavidi narcisismi, poi era diventato maschio, forse di orientamento sessuale incerto, ma sempre a quadretti, sempre acquistato in un negozio del centro che poteva fornire una serie di specifiche credenziali in fatto di cartoleria – e in questo diario, gli impavidi narcisismi s’erano indubbiamente incrinati. Il diario maschio era grande, con trecento pagine, e siccome lei aveva un disturbo, durava a stento un anno. (Ci scriveva più volte al giorno, registrando l’elettrocardiogramma di tutte le sue storie d’amore – ma anche un gran numero di immodeste velleità speculative – fino a che le sue nevrosi non riuscirono a vincere contro uno che gli venne addirittura ad abitare a casa – il massimo della loro disfatta sarebbe stata la fede al dito- e lei aveva sempre trovato il lucchetto puerile.
I volumi erano archiviati per numero, e ne sarebbe mancato solo uno.

Era infatti successo, intorno al nono volume, che fosse andata a Parigi, si fosse recata in un bistrot, avesse poggiato la borsa sullo schienale di una sedia, si fosse messa a parlare con un amico, un ladro le avrebbe preso la borsa con il diario dentro, le prime cento pagine scritte sul tema centrale di una vicenda amorosa alla sua definitiva conclusione, probabilmente la medesima di cui parlava al tavolo con quell’amico, il quale c’era da dire l’aveva guardata con serietà e abbassato il mento con gravità. Era la prima volta che uscivano insieme, non potevano per nessun conto definirsi amici, assolutamente imponderabile l’ipotesi di colleghi, l’archetipo chiamato in causa sarebbe stato quello dello zio, forse persino del nonno: lei era intorno ai vent’anni, lui intorno ai settanta. Ora pensa, che se il ladro francofono capiva quello che leggeva, magari in un momento di curiosità sapeva di cosa stessero parlando, lei e il suo futuro amico, collega, e magari testimone di nozze).

Dunque la sua collezione di Diari, l’opera omnia delle sciocchezze commesse, ordinate per anno, con una estetica rotazione di colori nei dorsi delle copertine, pensa ora, ha un buco. Un buco di cento pagine, il cui destino le è ignoto, e che segna una specie di fuoriuscita selvaggia di parole private, di viscere e digestioni, di quando era ragazzina e si supponeva avesse uno stomaco forte, e invece tutt’altro. E pure delle cronache ci devono essere – e per quelle prova una stizza ancora maggiore.
Ci si ricorda facilmente quanto si è stati stupidi, è più difficile tenere a mente la regia delle occasioni in cui lo abbiamo dimostrato.

Tuttavia, siccome la grafomania come tutti i sintomi porta pur sempre a dei vantaggi, riconfigurando significati talora latenti talaltra francamente inesistenti. ma che importa, si è affezionata a quel buco della testimonianza, che le sembra una porta tra mondi. Per un verso pensa che il suo diario, con tutte le domande fisiche e metafisiche dell’epoca, possa essere diventato, un comodo supporto per un tavolo, o anche nelle pagine ancora non scritte, l’ideale per la lista della spesa, o anche, una discreta palestra per l’apprendimento dell’italiano con i fascicoli del giornalaio, oppure, aereoplanini per i figli di un ladro francofono, o anche, pane per i topi della Senna. Dall’altra pensa, che mentre consegnava la sua vita privata al ladro francese e i tormenti di un amore perduto, cominciava a parlare con questo suo amico vecchio, che le avrebbe comprato una borsa nuova, che avrebbe sorvegliato la sua vita tutta per molti anni a venire, e ora che ci pensa, cioè fino all’esistenza stessa del diario medesimo, tutte i suoi studi avrebbe seguito, i primi passi nel lavoro, e il complicato lavoro di usuramento della sua falange nevrotica, e quindi le terribili battaglie sentimentali degli anni a seguire, fino a quando il diario era stato definitivamente interrotto, e lui – sarebbe morto.

Tutte  queste cose in effetti lei  le aveva trascritte, , quindi diciamo quel buco nella successione dei suoi diari, aveva anche a fare con un ingresso nella sua vita, di parole di un tipo che escono, e di un altro tipo che entrano. E ora vorrebbe onorarlo, mettendo i diari insieme l’uno dopo l’altro in uno scaffale, ora che con coraggio li ha riletti tutti, li ha diciamo sopportati, aiutata però con le parole che le ha insegnato l’amico ecco, quelle parole che ora sono il suo lavoro, e vorrebbe lasciare lo spazio vuoto, per quel buco vitale che ha migliorato la sua vita.

(Ciao Luigi mi manchi, anche se – senti

qui )

 

Una metafora per la clinica

 

 

Comincerei questo post con un esperimento di scrittura clinica.
Una persona fa questo sogno. Sogna di trovarsi in mare, con la sua barca, a un certo punto sente le voci di alcune persone in difficoltà, piangono e urlano. Stanno affogando. Nel sogno, la persona si sente infastidita da quelle urla, gli mettono una grande angoscia. Pensa che se portasse sulla sua barca quei naufraghi, poi dovrebbe dare loro da mangiare e da bere, dovrebbe portarli a riva. Allora decide che non è il caso, e nel sogno li lascia affogare. Quando torna a casa, riceve i complimenti di suo padre, che gli dice – ho saputo cosa hai fatto, è stata una cosa buona. Per la verità il protagonista del sogno dice, c’erano dei bambini, a il padre insiste. E’ una cosa buona. Sai che poi non mi piacciono i bambini.

E’ un sogno che potrebbero fare molte persone, forse con maggiore frequenza quelle che hanno il problema di un femminile interno, un materno di scarsissimo aiuto, per esempio una madre che è stata gravemente depressa, e che ha lasciato il sognatore esposto a dei bisogni terribili e difficilmente gestibili. Potrebbe essere per esempio il sogno di un paziente che da bambino ha pianto molto a lungo, per mangiare, per dormire, ed è stato a lungo inascoltato. In questo deserto degli affetti, un maschile forte potrebbe essere rassicurante. Lascerebbe sparire i bisogni disturbanti, li farebbe affogare, e in cambio offrirebbe alla persone una identificazione rassicurante. Se questo sogno non è però raccontato a nessun analista, che potrebbe chiedere al sognatore o alla sognatrice, cosa proietta su quei bambini, i bambini naufraghi risorgerebbero per affogare nel sogno successivo, ma il padre interno direbbe che si sopravvive lasciandoli affogare, e quindi, il sognatore sarebbe condannato a una eterna cattiveria, che forse potrebbe tracimare in un passaggio all’atto, dal momento che nel suo inconscio il padre che li fa affogare è l’unica via di sopravvivenza alla tortura del loro pianto.

Se invece pensiamo a questo sogno, non come al sogno della specifica psicologia che lo produce, ma alla proposta simbolica e onirica proposta a un altro potenziale sognatore, con un curriculum familiare ed emotivo meno grave di quello ipotizzato qui sopra, ne dobbiamo sottolineare il potere seduttivo, perché ci sono molte persone che invece hanno diverse risorse interne da opporre a un padre infanticida, ma sono poco sviluppate, sono a bordo campo, sono in termini di processo di individuazione molto acerbe. Allo stesso tempo per queste altre strutture psichiche i naufraghi simbolici potrebbero essere degli adolescenti, o delle madri, o qualcuno che sa pure nuotare, o persino adulti che una volta salvati saprebbero fare delle cose. Ma siccome girano molte nevrosi, ossia patologie modeste, situazioni di modesta nevrosi, la soluzione proposta da questo sogno, è estremamente seduttiva. Perché dice, non stare ad ascoltare la seconda voce che ti dice di salvare i naufraghi, perché se non ci riesci? E se chiedono tanto? E se ti dicono cose che non vuoi sapere? Falli affogare.

Salvini vince, perché fa questa cosa, per altro non proprio nuova. Promette una catarsi simbolica di oggetti patologici e dolorosi, sia sul piano intrapsichico che extrapsichico, tramite l’identificazione con un’idea estrema, virile, animalesca di maschio adulto e ferino. Sii cattivo e scopa, dice in sostanza mettendo insieme la lingua di fuori davanti al ventre di una donna – scelta oculatamente piuttosto semplice e comune – torna un po’ bestiolina stanca, fatti un po’ capobranco come me, comanda e scopa, sii cattivo (naturalmente, in questo tempo di donne a cui la maternità è ostacolata, sanzionata, poco incoraggiata – vale anche per loro. Mica vorrai attivare una funzione materna, mica vorrai essere madre dentro di te e fuori da te, fai una bella cosa, torna bestiolina, scopa col capobranco quando fischia, le parti infelici della tua storia potrebbero smettere di chiedere di essere salvate).
Dammi i pieni poteri. Così i bambini moriranno e non avrai più morsi.

E se c’è un motivo per cui le dittature eventualmente durano poco, è perché i bambini continuano a piangere. Endopsichicamente non basta una guerra intera a trovare una catarsi se non li salvi, extrapsichicamente, azzerare le domande delle parti deboli, non è mai risolutivo. La domanda aumenta, i soldi finiscono, e i naufraghi aumentano a dismisura. Specie quando al talento per il carisma politico, e per il conseguimento del potere non si accompagna un talento per l’amministrazione. Come pare sia il caso, se non altro perché di solito chi questo talento ce l’ha ama esercitarlo, mentre Salvini è un politico di razza per la strategia, e la comunicazione, molto meno per il pensiero sull’amministrazione. Disprezza l’atto politico amministrativo, disprezza l’esercizio della carica che va ricoprendo. Mi sembra difficile che possa far bene, chiunque disprezzi la materia di quel fare. Qualcuno lo equipara a Mussolini, ma mi sa che Mussolini era un po’ meglio.

Vedere quello che sta succedendo in questa prospettiva, potrebbe dare delle indicazioni alle forze che si decidessero ad opporsi a Salvini. Perché la questione umanitaria è umanamente importante, ma bisogna anche capire, brutalmente, che investe soggetti non aventi diritto al voto, e quindi io non so se occuparsi esclusivamente del tema immigrati, sia la strategia migliore anche per tutelare gli immigrati stessi. In una prospettiva psicologica, attenendosi insomma a un piano simbolico metaforico, noi abbiamo un elettorato che ha questo problema di parti deboli che piangono, e che sono in grande difficoltà. Possiamo interpretare questa immagine suggerita dalla storia, e da quello che succede, qualcosa che è insieme, mondo interno e mondo esterno. I mondi interni possono essere diversi, e derivare dalle storie personali degli elettori, che non possiamo qui né conoscere né riproporre. Però possiamo anche considerare, la discesa economica e politica di questo paese, come una spirale di bisogni gravi espressi e mai raccolti, e se vogliamo mantenere la metafora analitica, dove lo stato e la legge sono una coppia genitoriale, vediamo che le cose che loro propongono non riescono a essere efficaci. Le leggi ci sono, ma non riescono a essere applicate, i soldi ci sono, ma non riescono a girare, e in questo paese pieno di leggi e di risorse, non riuscendo a rendere fattuali le une e le altre, con un abbassamento della qualità di vita per tutti, la risposta è quella di, fare altre leggi peggiori di quelle che ci sono. Il decreto sicurezza bis, è la legge che rinuncia a risolvere il dovere delle altre. La criminalità aumenta? Ammazza i naufraghi. Il lavoro non c’è? Ammazza i naufraghi. Ha anche una serie di corollari, che sono piuttosto sinistri, qualora tu volessi opporti allo strapotere della legge. Non ti azzardare, dice il decreto sicurezza bis, a opporti alle forze dell’ordine in una manifestazione.
Sarà interessante vedere come si presenteranno bardate le forze dell’ordine nell’era Salvini, considerando che adesso già fanno togliere gli striscioni.

Comprensibilmente questa strategia, che è efficacissima genera angoscia e spavento, e io ammetto di provarli. Avverto una sensazione di perdita di controllo, guardando la fatica esistenziale delle persone e il loro anche comprensibile desiderio di capitolare. A volte mi arrivano, come a tutti noi, aneddoti che mi lasciano senza parole e piena di preoccupazione. A volte certamente mi arrabbio e litigo, per degli atti di razzismo, o per quell’altro grande problema che si profila sempre più incalzante all’orizzonte e che riguarda la situazione delle donne, in questo paese, che andrà sempre peggiorando. Ma credo anche che ci sia un oggettivo problema di lavoro, case, welfare, e sicurezza pubblica,  ma non perché manchino progetti o dispositivi, ma perché non riescono a essere applicati. Io non so se la criminalità sia aumentata, per esempio. In certi contesti penso purtroppo di si. Ma indubbiamente, non è diminuita.

Per quanto la sinistra sia in un momento di grande difficoltà, di acuta nevrosi interna, con una serie di conflitti che sembrano lontani dalla soluzione, è un momento in cui esiste una base disponibile per essere riunificata, e che per questa preoccupazione è disposta a votarla. Quindi,  personalmente almeno, ritengo che la prima cosa che debba fare una campagna elettorale di una forza politica antagonista a Salvini, è liberarci da questa angoscia, che è in realtà un pezzo coerente di quel sogno iniziale, il sogno del padre che dice, sii come me ammazza i naufraghi. Il timore, è la testimonianza della nostra possibile costrizione a quella identificazione, o possibile costrizione all’esercizio di quel potere, pure lesivo delle nostre personali istanze. Ma non siamo costretti, la democrazia esiste ed è quel dispositivo così simile alle organizzazioni psichiche mature, dove devono stare insieme diverse istanze e dare tutte il loro meglio. La comunicazione che dovrebbe venire perciò da questo antagonista, dovrebbe – senza parlare dei naufraghi soggetti non aventi diritto, ma spostandosi su altri campi simbolici – proporre una comunicazione dove si spiega quella che secondo me è una verità clinica e politica: c’è benessere dove si salvano le parti deboli, dove le si fanno salire in barca, dove le si fanno stare bene. La differenza tra sinistra e destra, a essere precisi, è sul come, non sul fatto che questo vada fatto. E a essere ancora più precisi, molti dispositivi sono pronti, è la loro applicazione che è inceppata. Ma se riuscissimo a trovare un leader, capace di comunicare anche emotivamente, la potenza tranquillizzante di questi concetti, ci libereremmo di questo problema. Ci vorrebbe cioè un modello di leadership, che sia capace di proporre su un piano simbolico, ancora più che materiale, un principio femminile, materno, che completi quello maschile e fattuale. La voce di madre, che nel decreto sicurezza bis manca e conduce alla psicosi del paese.

Questo oltretutto,  non perché non si voglia la Lega tout court nel consesso parlamentare, ma perché le si potrebbe chiedere di tornare, lei e il suo leader, a fare quello che sono chiamati a fare, ossia rappresentare delle domande, delle istanze, e proporre dei modi con cui quei bisogni possono essere risolti. Il che però vuol dire, esercitare amministrazione, non comizio pubblico. Una cosa che per altro, sul piano dei comuni e della regione, nel nord est spesso hanno portato avanti in una maniera migliore di quanto altrove siamo stati disposti a credere.

Toni Morrison, fai qualcosa tu per questa cena (2014)

 

Il ristorante vanta dell’ottima carne, dei prezzi contenuti, e quel che di moderatamente domestico che tranquillizza, che nasconde le pretese, ma che ugualmente non tracima nell’eccessiva intimità di certe osterie della città, piene di rumore e sature di olio- troppo carnali. Qui ci sono le tovaglie a quadretti bianche e rosse ma i tavoli sono distanziati, e la gente parla piano, e tutto è pulito.

Lei non è esattamente una Venere nera: rispetto alle ambizioni del suo erotismo è più tarchiata, il naso è più schiacciato, ha qualcosa di troppo popolare, materno, sessualmente definito.
 Tuttavia il colore della pelle rimane magnetico, i lunghi capelli stirati addolciscono le ruvidità di classe e anche quel modo di gesticolare con le mani affusolate e le unghie lunghe, un’esagerata ricercatezza a metà tra la donna raffinata e la mignotta, gliela rendono appetibile.
Lui per parte sua, è uno stronzo qualunque.

Le è più giovane, di carattere docile, e di amor proprio contenuto. Gli sta seduta davanti pervasa da quella che sembra – una serena vacuità. Non lo guarda con eccessiva amorevolezza o dedizione, non sembra avanzare delle pretese o avere dei desideri, neanche dei disagi o degli imbarazzi. Non parla mai.
Lui è il topos di un poliziesco italiano. Con quella spocchia di provincia, quell’amara vanteria che conosce i propri limiti e non sa come nasconderli, quella tracotanza tipica dei deboli. I lineamenti decisi, i gesti del maschio seriale – gettare le sigarette sul tavolo, toccarsi il mento per godere della ruvidità di una barba incipiente, sedersi prendendosi con vigore il pacco dai calzoni.
 Non le parla mai.

Mangia piuttosto con il viso nel piatto, e spesso telefonando a qualcun altro. Quando non parla, gioca col cellulare, guarda facebook, fa delle partite a qualcosa, ogni tanto le regala uno sguardo di sufficienza. Di solito parla davanti a lei, solo una volta è uscito. Si capisce che non si conoscono da tanto, si capisce che lui si sente anche speciale perché fa questa cosa molto originale e buona di portare fuori a cena una ragazza nera, si capisce che la cafonaggine indubitabile è corroborata da una qualche forma di timidezza.
La serena e sopita sensualità di lei gli mette paura – dunque si rifugia nelle cattive maniere.

Lei non ci fa caso. Sta acciambellata in una disponibile passività, che forse è l’insegnamento di una collana di generazioni. Vorrebbe che lui se la portasse a letto, e forse dal letto nella vita, dal letto all’ombra di un’ala, in una cuccia piena di rossetti e paillettes, a telefonare alle amiche e aspettarlo con lucide vestaglie di nylon. Qualche volta fa dei tentativi di timidezza calcolata. Delle carezze inavvertite per esempio, dei sorrisi controllati.
Ma lui ha fatto un atto di dovere, non di piacere, anche se a lei non pensa in altro modo che all’oggetto di piacere. Lui sente di dover assecondare un’idea di rispetto che non condivide certo per pensiero e civiltà, ma per ritrosia, per pigrizia, per stanchezza.
 E perché davvero, cara mia non so come dirtelo, fai meglio le tue puntate
E’ proprio uno stronzo qualunque.

 

 

Postilla.

Per molto tempo ho avuto l’abitudine – quando ho incontrato scrittori di cui mi mi sono innamorata, di fare dei personali corsi monografici, e dunque, di leggere tutto quello che mi capitava a tiro della loro produzione, fino al raggiungimento di un certo punto di flessione – di solito intorno al settimo romanzo, che combaciava con l’acquisizione dell’ossessione, della ricerca di senso ma soprattutto, dei dispositivi sintattici e narrativi che ne connotavano la prosa– benché, abbia sempre letto in traduzione. Tesaurizzavo il gioco stilistico e poi li lasciavo, da parte. a sedimentare.
Quando ho scritto questo pezzo, 5 anni fa, avevo finito il mio corso monografico personale su Toni Morrison da molto tempo. Lo ritiro fuori, non perché sia un pezzo particolarmente bello, ma per salutarla e ricordarmi tutte le cose che mi ha insegnato, perché per me Toni Morrison è stata una rivoluzione copernicana, un ritrovamento dello sguardo. L’incontro con una maestra.  In questo piccolo pezzo naturalmente, non ci può essere la testimonianza di quella prosa incredibile e carnale, o di quel talento per la narrazione storica del mondo e del privato, quel talento per il simbolico –  perché quella ha vinto il nobel, non a caso. Ma Toni Morrison, anche con libri meno noti di Amatissima come Lula, o l’imperfetto Paradise, mi ha insegnato delle cose sull’essere donna e intellettuale, donna che scrive, donna che pensa politicamente alle donne e agli uomini.   Toni Morrison forse è stata la mia autrice della differenza, la mia personale Irigaray. Quella che mi ha spiegato che bisogna da donne saper parlare della voce del corpo, della carne, del desiderio, saperne riconoscere il diritto e l’estetica, quella che mi ha detto cose importanti su come scrivono le donne quando scrivono bene dello stare male al mondo, e quell’anelito alla revanche, al godimento, al trionfo di se, e di ciò che si vuole per se, come femmine, come madri, come soggetti politici. C’era nei suoi libri, uno scopo tignoso e caparbio, di restituire la miscela della vita di tutti questi riscatti, e di tutti questi desideri, un uso  politico ed estetico dell’essere situati, della storia sua di donna e di dinna nera. Qualcosa che io, forse sbagliando, ho riconosciuto come il vertice possibile a cui una certa consapevolezza di genere può portare. Le ragazzine di Lula che desiderano scopare con dei giovani maschi, no romanticisimo, e neanche lotta generazionale, mero desiderio.  La madre – spero di non sbagliarmi –  del Canto di Salomone che aiuta il figlietto con le proprie mani ad andare di corpo, a fare la cacca, perché se no sarebbe morto.  La regale immigrata che rimprovera la giovane modella nera, con i capelli stirati.   Tutte queste cose, che sono corpo e politica me le ha insegnate con una prosa bellissima. E io cercai di rimetterle in questo pezzo, come ideologia almeno.

Tutto in lei era di un femminile regale e bellissimo, e un modello per essere donne adulte, in la con gli anni. I tanti capelli e le collane importanti, e le migliaia di scarpe. Toni Morrison era meravigliosa. Tutte dovremmo leggere, almeno una volta, un libro di Toni Morrison. O più d’uno. Tutte tutte. Grazie davvero.

 

Salvini, Papeete, internet, pentastellizzazione della sinistra

La reazioni sui social all’immagine di Salvini che balla al Papeete con delle cubiste l’inno di Mameli, mi ha suscitato una serie di riflessioni, su quello che per me è un problema di agency e di gestione della politica, con il tramite della rete.
E’ accaduto infatti questo. L’attuale ministro dell’interno, Matteo Salvini, ha fatto una serie di mosse, in linea con la sua occupazione principale degli ultimi due anni, ossia prepararsi a diventare primo ministro. Questo obbiettivo, in politica sarebbe tutt’altro che anomalo e disonorevole, almeno quando sia portato avanti con la qualità dell’operato: in generale i politici lavorano bene come politici per poter diventare politici ancora più potenti, laddove però il potere è una strana mistura di amore per se, amore per il dominio ma anche per l’oggetto che si vuole dominare. Il più narcisista dei politici – almeno di quelli capaci – è uno che ha anche un senso di responsabilità, e che vuole fare delle cose, vuole avere potere per dare una forma migliore all’oggetto che amministra. Un buon politico, è insomma, uno che possa vantarsi e essere riconosciuto per degli atti importanti e trasformativi per la comunità. Provvedimenti. Proposte di legge.
I ministeri poi, sono cariche politiche particolarmente tecniche, amministrative: si occupano di cose materiali: di stipendi, di funzionamenti, di agevolazioni, carenze da colmare, di cose di vita banali e materiali.

Invece da quando è in carica, il ministro dell’interno ama l’esercizio del potere, come potenzialità, e come arbitrio, ma non ama l’oggetto su cui deve esercitarlo, ossia la cittadinanza che deve rappresentare e difendere, e per la quale deve lavorare. E in effetti, stricto sensu, Salvini al lavoro non ci va mai. Il suo lavoro di ministro dell’interno, il suo occuparsi delle rogne interne dei ministeri, non è cosa che lo riguardi. Al ministero non si vede mai, in parlamento non è quasi mai pervenuto. Il lavoro di Salvini al momento, è dire come lavorerà quando sarà potentissimo e li eventualmente da potentissimo potrebbe forse fare delle cose. Quindi racconta come si approccerà con i cittadini (vedete? Mi faccio la foto col ristoratore) con le donne (vedete? ci ho una fidanzata con cui sono tenero) le idee che avrà ma di cui si occuperanno altri (perché appunto a lui dell’oggetto del lavoro politico non gli importa). E in questo lavoro di eterna propaganda con i soldi dei contribuenti a suon di comizi e festicciole, lui va al Papeete e fa una rappresentazione del potere che un domani vorrebbe avere e come lo intende lui. Io devo dire, ho trovato l’inno di Mameli col dj e lui grassone e unto che balla con le gnocche, una grandissima trovata comunicativa, un upgrade simbolico rispetto a certi precedenti illustri – i quali proponevano di certo una semantica del potere come svacco bizantino e reazionario, ma spacciandolo come atto privato, che diventava simbolico come dire – solo per sbaglio. Non c’è stata una conferenza stampa al tempo delle farfalline. Non c’era una regia a priori destinata al grande pubblico, e dichiaratasi come tale. Ed è interessante che ora ci sia questo cambiamento, e credo anche che la prima cosa da fare, politicamente è non allarmarsi troppo. O più specificatamente – non per questo.

L’operazione infatti è un lavoro di distrazione della sinistra, molto distraibile, e simultaneamente un lavoro di cementificazione della destra, molto plagiabile. Tutti si concentrano su questa chimera dell’esercizio del potere, non particolarmente innovativa, quasi archetipica – se ne fanno incantare, senza occuparsi della faticosa disamina di quello che fanno i politici quando non stanno in costume da bagno. Tutti guardano lo spettacolo pensando a una simbolica delle immagini del presente, e certi vi vedono sinistri presagi, anche persecutori (ammetto di essere tra questi, appunto i distraibili della sinistra) mentre altri vi trovano una conferma di potere e levità, di un’arroganza democratica e populista che li solleva e li allieta (i plagiati di destra, a cui stanno togliendo la sedia dal culo, e mi pare stentano ad accorgersi della qualsiasi)-
Poi però mi è successo di fare delle riflessioni

In quanto distraibile della sinistra, ho avuto la tentazione di scriverne sui social e ho anche compreso, empaticamente quelli che condividendo con me un’affinità ideologica o che ne so, estetica, hanno pensato di contrapporre sulle loro bacheche l’immagine di Moro con la figliola sulla spiaggia, in un completo da ufficio.  E’ stata una scelta cioè che ho capito, e ho pensato che era l’equivalente di quello che capitava al bar prima dei social, dove uno sarebbe andato, e avrebbe detto a un altro, hai visto che tempi? C’è da rimpiangere la democrazia cristiana. Poi ho pensato che c’era anche qualcosa di più, che ha a che fare con la natura dei social, perché sui social si scrive, si viene letti e questo circuito fa si che le proprie bacheche siano percepite come piccole traduzioni materiali della propria identità, del proprio modo di vedere le cose, spesso a trecentosessanta gradi, e la critica a Salvini sta insieme alla nostalgia di Aldo Moro, insieme alle foto dei bambini, insieme alla pastasciutta del lungo mare. Ed   anche piacevole, da un che di costruttivo, l’idea di scrivere il proprio dissenso, da un ritorno di se che prima, prima dei social non avevamo. Tutte i nostri messaggi, pro o contro questo governo, messi insieme ci danno un’idea di ordine di pensiero, e di linea politica privata. Abbiamo un’immagine coerente dei nostri giudizi che è controllabile, mostrabile con delle coerenze e degli scambi. Ci sentiamo visibili e presenti a noi stessi. Per pensare alle nostre scelte politiche, questa cosa ci è utile.
A me è utile.
Tuttavia mi rendo anche conto che si sta creando un problema, che questo problema è al momento il massimo svantaggio della sinistra, ma simultaneamente il provvisorio falso vantaggio della destra, e che se riuscissimo a superarlo potremmo arrivare a ribaltare le cose.

Perché succede che tutte queste opinioni spicciole, stanno reificando le due tendenze dei due fronti culturali in cui è spezzato il paese ma in una maniera solo apparentemente democratica. Una parte del paese, usa i social per rafforzare una vocazione gerarchica e gregaria, e dunque la manovra propagandistica di Salvini funziona perché cemente ulteriormente un elettorato per sua natura portato a cementificarsi di fronte a un uomo forte (certo se era capace, non era meglio? Ma chest’è) dall’altra a Sinistra si alimentano le forze centrifughe, le prese per i fondelli reciproche, le impossibilità di coalizzarsi in una domanda politica, tutti pronti a dare sapute risposte nel proprio piccolo. Salvini pubblica la foto di lui al Papeete, poi arriva quello che pubblica la foto di Moro in grisaglia, e alla fine tocca persino sorbirsi il terzo, che pubblica quella della figlia di Goebbels, che equipara il povero Moro a Goebbels, che il Signore gli metta una mano sui neuroni.
Questo problema è la pentastellizzazione del dibattito pubblico. Ci siamo pentastellando tutti.

Ossia, tutti partecipiamo a un dibattito politico tra noi, fraintendendo le nostre posizioni come se fossero il segno ultimo di una rappresentanza politica, alle volte anche ricattandoci biecamente l’un l’altro dandoci perciò molta importanza (pentiti, hai visto che Goebbels pure aveva i completini) come se fossimo tutti segretari di partito, livellandoci tutti, e parlando tra noi (quanto è bella la democrazia eh) disconoscendo le singole nostre funzioni, giornalisti con elettori, elettori con consiglieri, bibliotecari con amministratori, etc, e perché questo sia fatto, tutti, destra sinistra e centro, tutti, ci intratteniamo con temi come, mamma mia com’è scostumato Salvini con la panza de fori (o anche come è spiritoso e bello eh, non fa proprio nessuna differenza) livellando il dibattito politico su scemenze che per le nostre scarse competenze tecniche almeno siamo in grado di dominare, e occultando infine, in maniera gravissima per me, il problema invece serio, questo si a sinistra di una domanda di una rappresentanza responsabile, attiva, che si espone. Il massimo che riusciamo a fare, è blandamente, frignare dicendo che non ci sono idee, ma questo spesso anche in una notevole disinformazione di quello che invece si sta facendo all’interno di un partito.

Internet ci sta facendo disconoscere il senso del meccanismo della rappresentanza, e degli obblighi politici a cui è vincolata. Sta diventando più importante per noi cosa pensa il nostro contatto delle braghe del ministro dell’interno, che la posizione che ha preso il soggetto politico che abbiamo votato rispetto alla nuova tassazione e le conseguenze sul wellfare, o anche rispetto alle politiche per esempio riguardo gli immigrati regolari e via discorrendo. Quel processo di tridimensionalizzazione del nostro pensiero politico, sta cioè sottraendo pensiero politico, e la triste parabola incarnata dai cinque stelle potrebbe capitare ora anche a noi. Perché che vi piaccia o meno, quello era un partito nato con delle istanze politiche vere, con delle domande interessanti, con alcune richieste meritevoli di attenzione, ma il mitologema della democrazia diretta in rete l’ha distrutto. Ha messo in campo rappresentanti impreparati e incompetenti che nessuno è in grado di correggere e di rispettare, e che a loro volta non riescono a essere all’altezza del proprio mandato, ha disprezzato quella democrazia che voleva onorare. Se continuiamo di questo passo, rovinando i dispositivi che ci tengono in vita come paese organizzato democraticamente, davvero siamo alla mercè del primo tiranno che passa – e che in effetti è uscito or ora dal Papeete. Per evitare questa cosa, dobbiamo passare per una riorganizzazione della domanda politica e dello scambio politico, proprio sui nostri social.

 

Letteratura di evasione

Lo scrittore sulla spiaggia sta nella sua isola incerta e frastagliata, di teli scoloriti e giornali, ma anche bottiglie di acqua minerale, e pasticche per il mal di schiena. Non fuma più lo scrittore sulla spiaggia perché il dottore gli ha detto che non se lo può permettere, e non telefona neanche alla sua amante perché pensa, con modesto struggimento, che sarà piena della vita dell’estate, dell’età che lui non ha, non ci sarà campo pensa lo scrittore, dovrà dire dieci volte COME STAI e gli verrà la voce sempre più forte, scambiando le poche tacche sul display con la lontananza. Ci sarà vento – e si sentirà sempre più vecchio.

Ogni tanto scambierà delle parole, con qualche commilitone, un vicino di ombrellone, un padre volenteroso, che chiederà allo scrittore sulla spiaggia: cosa stai scrivendo adesso, cosa stai facendo? Mi regali una copia del tuo libro? E gli sentirà tante cose nella voce, l’eco del mondo che ha cercato di abbandonare, quello che vorrebbe ancora spiare, dunque l’estraneità del suo passato e la prossimità del suo futuro. Il libro come il giocattolo bizzarro che nasce vicino a poltrone di velluto e non si sporca mai di grasso delle macchine, di bollette, di sudore, il libro come una rosa che fiorisce sui tappeti.

(Lo scrittore allora vorrebbe dirgli che no, non può regalarlo, che ci hanno lavorato tante persone, mica solo lui, che ci sono i correttori, gli impaginatori, i signori che fanno le copertine, i signori che danno consigli, che sul suo libro al negozio dei libri ci sta non solo il suo pranzo e la sua cena, oddio forse no, diciamo il suo ombrellone, ma certo anche l’ombrellone di altri. Ci stanno le macchie di grasso sul libro! Vorrebbe cioè protestare lo scrittore sulla spiaggia –  e invece dice.
Purtroppo qui non ne ho neanche una copia.)

La moglie dello scrittore intanto, veglia su di lui con benevolenza, aggiustandosi il pareo sui fianchi larghi, e gli occhiali severi sul naso che il tempo ha affilato. Era stata una donna bella, scelta però per altre cose – quali un cipiglio solido e orientativo, un’orticaria per le smancerie, una presunta amicizia con la verità da cui poi, sarebbe voluto fuggire, prendersi una vacanza, nelle braccia della sua nevrotica amante.
Che lo attrae invece, per quel poco che si vuole bene, e quel troppo che lo prende sul serio.
(E anche questo, alla lunga, pensa distratto adesso).

Ricorda cioè lo scrittore, ora che la moglie larga e regale incede verso il bar, la severità con cui accolse una delle sue prime dichiarazioni, il suo broncio contratto mentre lui si perdeva nelle metafore spacciandole per amore, il modo con cui lei con un guizzo sovietico nello sguardo gli aveva fatto notare quanto l’ordine della sintassi, e la sfumatura dei significati con cui diceva di soffrire per lei, contassero più in quel momento, dei sentimenti stessi.
Mi sposeresti e lasceresti, gli disse terribile, solo per scrivermi lettere d’amore, per poterle rileggere correggere, limare e migliorare. Mi sposeresti, continuò ridendo in quella prima estate senza mezzi termini, solo per farmi diventare il simbolo di qualcosa che non credo davvero mi riguardi, per parlare di come secondo te va il mondo, di cosa la vita ha voluto dare a te, mi sposeresti per scarnificarmi. 

Poi lo aveva  portato al mare.

(Lui  allora si isola
qui )

Uomini a cui piacciono donne buffe

 

Pochi giorni fa era il compleanno della santa patrona di tutte le donne argute, Franca Valeri. Le facciamo gli auguri, e la ringraziamo per aver messo in scena al meglio – in maniera sottile ed elegante un’arguzia femminile, un saper essere intelligente e affilata che è stato anche critica sociale e analisi di costume e lo ha fatto in anni in cui, questo storico saper guardare delle donne – che in realtà c’è sempre stato ma per molto non è stato ben scritto – non aveva grandi spazi nell’immaginario collettivo. Tutti magari avevano una sora Cecioni in casa, molti avevano anche, a dire la verità, una zia in grado di incarnarla, nessun autore si era premunito di valorizzarla. Oggi le donne buffe, scorrazzano giustamente in tanti contesti. Fanno ridere con articoli pungenti sui giornali, a volte cominciano in rete raccontando le proprie gaffes e poi giustamente trionfano con dei libri, alcune risalgono dalla bruma del cabaret per andare oltre, e in televisione abbiamo adesso persino – cosa cinquant’anni fa inconcepibile – la donna comica sessualmente attraente, la donna comica che è anche bella con una fisicità comunicativa per conto suo.

La donna buffa – ossia che sa ridere di se e degli altri- è entrata nel panorama relazionale, e nell’immaginario simbolico e questo mi sembra di per se un cambiamento affascinante. Ancora dodici anni fa, quando tenevo il vecchio blog ricordo un articolo – bisogna dire già allora piuttosto imbarazzante, ma significativo – sul corriere della sera, dove si argomentava che le donne non sapevano essere umoristiche perché essendo attraenti non ne avevano bisogno. L’umorismo anzi era vissuto come un antagonista dell’erotismo ma anche un antagonista del materno, che nella versione idealizzata dell’autore di allora quando ha il suo fagottino tra le braccia (cit.) non conosce noia!

Questa idea dell’umorismo delle donne, come qualcosa di antitetico alla relazionalità femminile, ha qualcosa di vero e qualcosa di falso, qualcosa di culturale e qualcosa di psichico e transculturale. Molti uomini la sentono molto ancora oggi, e quando sulla mia pagina facebook ho espresso l’intenzione di parlare di quelli che invece dalle donne buffe sono attratti, non sono mancati i commentatori che hanno bofonchiato – ma scusa ma quando mai?

L’argomento è interessante perché offre spunti di riflessione sia sociale che psicologica e relazionale – ma facciamo un passo indietro, con due classi di osservazioni. Le prime sull’ironia, le seconde sul maschile e il femminile, e lo stare in relazione.
L’umorismo da un certo punto di vista è un linguaggio, un tono di voce con cui si guarda il reale. In termini psicologici è una struttura adattiva, e contemporaneamente una struttura difensiva. Permette infatti di avvicinarsi a degli oggetti mantenendo una distanza di sicurezza, utilizzando le risorse logiche e intellettuali per raffreddare contenuti che possono essere incandescenti. Per questo possiamo dire per un verso, che l’umorismo ha una sua applicazione adattiva, quando satura un bisogno di avvicinamento graduale agli oggetti emotivamente carichi, ma diventa nevrotico e disadattivo quando sembra essere l’unica risposta che un soggetto riesce a mettere in campo di fronte a delle sfide personali. In secondo luogo, dal momento che l’umorismo è meccanismo e dunque mezzo, ma non fine lo possiamo classificare a seconda di ciò a cui è asservito e per questo distinguiamo tra umorismo di destra e di sinistra, o battute corrette e battute scorrette. Le battute sono comunicazioni di un ordine logico non sono mai infatti un totem a se.

Inoltre l’umorismo è anche mezzo di strutture caratteriali diverse, e di quelle si fa canale, il che denota altre classificazioni possibili. Frequentemente, proprio per la sua capacità di raffreddare oggetti emotivamente minacciosi, è il mezzo prediletto di personalità angosciate e con un fondo particolarmente aggressivo, che usa l’umorismo e a volte lo sfonda in sarcasmo. Ma sono anche molto piacevoli, anche se effettivamente più rare, le forme di umorismo gentile, affettuoso, i casi in cui l’umorismo è usato per esprimere forme di tenerezza o commozione altrimente incontenibili. (Personalmente associo questo tipo di umorismo a certe spiccati talenti letterari, a un certo tipo di equazione personale che si riscontra spesso, anche in chi lavora nelle professioni della salute) – così come di grande successo, anche se carica di implicazioni controverse, è l’autoironia, l’umorismo a servizio dell’attacco di se.

In ogni caso tutti questi diversi stilemi, ci rimandano a un’altra sua caratteristica che è quella di creare una comunanza a fronte del complemento oggetto di cui la battuta tratta. Perché l’umorismo ha sempre due complementi: l’oggetto di cui si ride, e la persona con cui si vuol ridere di quell’oggetto. Ogni comunicazione umoristica ha quindi non solo un argomento ma qualcuno con cui vuole stabilire un con, e quindi una costa difensiva e una costa seduttiva. Questo ci spiega bene perché è così funzionale al dibattito pubblico e perché ci siamo trovati di fronte alla perversione democratica di un comico che è diventato leader politico. Soprattutto però, tutte queste cose, ci servono come base per riflettere sul funzionamento delle donne molto umoristiche e sul tipo di uomini che le possono trovare attraenti.

A questa riflessione si diceva, ne dobbiamo fare altre che riguardano quelle che sono chiamate, le regole dell’attrazione. Gli psicoanalisti che si occupano di coppie, spesso rintracciano nella loro fisiologia interna un meccanismo di deposito, un incarnare di ognuno aspetti interni dell’altro. Nel lessico junghiano per esempio si dice: che le donne hanno un maschile interno l’animus, che andrà a incarnarsi nella figura maschile che si scelgono per se, e che gli uomini hanno un’anima, un femminile interno che andrà a incarnarsi nelle donne che vogliono come partner. Non è dunque così impossibile l’ipotesi che una donna con un forte senso dell’umorismo risulti attraente, in tutte le declinazioni possibili.

In molte donne, indubbiamente, l’uso massiccio dell’umorismo è un meccanismo difensivo nevrotico, che probabilmente utilizzano per inibire la relazione, per scantonarla. Sono estremamente complicate e frustranti per esempio le donne con un forte senso dell’autoironia, la quale mette l’interlocutore uomo in una posizione perversa, in una posizione di doppio legame: ridi di me con me, dice la donna troppo autoironica – ossia dimostrami che mi sei vicino sbagliando perché dichiari di disprezzarmi oppure non ridere della mia autoironia sbagliando perché non accetti la comunione con me che ti propongo. Uomini che sono attratti da questo tipo spesso e volentieri sono a loro volta in un impasse relazionale che difficilmente riuscirà a essere scavalcato proprio da quella partner che è diventata attraente incarnando la loro minoranza parziale timorosa di mettersi in gioco. Non molto diverso sarà il caso di donne che scherzano troppo sul partner che si sono scelte come elettivo perché anche li, il doppio legame è in agguato e crea uno stato di paralisi e anche di frustrazione emotiva – mi vorrà solo se accetto il disprezzo di me. Questo tipo di impasse relazionali con l’umorismo capitano in tutte le combinazioni – anche per esempio tra omosessuali, ma ho la sensazione che quando c’è un partner maschile a essere l’umorista nevrotico lo stallo scorra via più velocemente. Serve infatti un partner, uomo o donna che sia con un femminile molto forte, una spiccata funzione materna o genitoriale, per uscire dallo scacco, per capire che quell’umorismo è un linguaggio non dell’assenza di desiderio ma della paura del desiderio, e questo alle donne riesce oggettivamente più facile, non hanno cioè bisogno di essere molto sofisticate per capire cosa c’è dietro a un uomo che fa battute in continuazione. Per gli uomini, fare invece questa operazione è più difficile, e spesso riescono quando sono confortati da un’altra asimmetria che conferisce una posizione di sicurezza e fa vedere le cose in prospettiva – per esempio, una certa differenza di età.

Succede però anche che o ci siano donne con un senso dell’umorismo non necessariamente nevrotico, o che quelle che avevano una violenta nevrosi, a modo loro crescano o guariscano, attutiscano l’uso dell’umorismo e imparino a tirarlo fuori senza necessariamente mettere in difficoltà il prossimo, e a questo punto si creino relazioni con uomini a cui banalmente piace ridere con, o a cui piaccia anche quella porzione di aggressività che è connaturata a una certa ironia femminile. Di solito sono uomini a loro volta molto buffi e spesso anche di animo piuttosto gentile, pacifico, che devolvono quindi le proprie dimensioni aggressive a donne garibaldine irrequiete e irriverenti. Da una parte allora si creano relazioni in cui l’umorismo diventa una specie di oggetto transizionale condiviso, una specie di orsacchiotto degli adulti da spartire in due, con cui si fanno delle partite, dei giochi di ruolo, e in effetti quando capita sono relazioni molto fortunate, che non di rado con meccanismi magici per ora mediaticamente molto poco rappresentati, scivolano anche in un erotismo tutto particolare, e in effetti credo piuttosto difficile da riprodurre. Questo tipo di partnership si avvantaggiano anche di un comune fondo depressivo, di una comune percezione del tragico, del dolore, per cui possono creare delle fortissime unioni, durature nel tempo. Ma è anche interessante constatare come siano anche coppie dove c’è una combinazione dei caratteri che è sempre esistita ma che solo ora diviene un oggetto comunemente visibile, dove lui ha una virilità stabile, posata, centrata su di se – junghianamente viene da chiamare in causa la figura del senex, mentre lei con la sua irrequietezza, la facilità alla sagacia come mezzo per evadere un surplus di eneregia, di aggressività e di libido, diventa il braccio armato delle parti vitali maschili, qualcosa di forte di erotico, di vivente. Chi sa se non in qualche caso, un incarnare delle parti che culturalmente sarebbero chiamate come maschili, mentre lei, che è così operativa e puntuta, finisce col trovare nel funzionamento stabile, imperturbabile di lui, un funzionamento accogliente, e quindi il deposito di parti femminili, materne sue inconsce. Anche questo tipo di partnership è piuttosto solido. Anche questo c’è sempre stato ma era poco rappresentato considerandolo svantaggioso etologicamente, rispetto alla combinazione caratteriale dominante: la donna silenziosa, gentile materna e accogliente, e il maschile agitato e complicato e quindi operativo verso l’esterno.

Quel tipo tradizionale, d’altra parte, esiste sempre, non è necessariamente un uomo conservatore, è proprio un uomo organizzato psicologicamente in un certo modo, e che cerca nelle donne qualcosa di diverso, che magari mostrerà di criticare con una retorica diciamo pure maschilista, ma di cui in realtà ha un fisiologico bisogno. Quella passione per esempio di certe donne per il sentimentale, per il romantico, per il film rosa, per l’emotivo, è l’incarnazione per loro di parti negate e messe in minoranza che cercano una strada per evolversi. A me pare anche quello un itinerario relazionale di tutto rispetto, e che può dare ottimi frutti, capisco pure però che a quel tipo d’uomo la piratessa da cabaret, la donna sagace e complicata, risulti respingente e di difficile accostamento – forse quel tipo di donna è qualcuno che sta cercando le sue stesse cose, più un competitor che un oggetto del desiderio.

Schubert

Spesso va da certi robivecchiai senza alcun blasone, uomini grassi e sgraziati, mai stati belli come lui è stato – è a tutt’oggi un uomo attraente modestamente! pensa nevvero con un certa autoironia, va nei loro antri, piene di cose che hanno perso un posto, bicchieri grigio piombo degli anni settanta, borse di donne vecchie che sono andate a messa, molti tavolini laccati, qualche bellissima credenza tradita dalla famiglia – lui queste credenze le guarda con cupidigia – e cerca, da questi robivecchiai, la sua fantasiosa idea di borghesia, il suo cinematrografico salotto buono, per la persona che con la perseveranza degli appassionati e degli ossessivi, è diventato.

S’aggira dunque, un po’ si impolvera – cosa che di consueto potrebbe pure dargli un certo fastidio – ma in questo frangente lo rende felice. E’ una polvere di speleologo, di studioso, di collezionista, di avventuriero degli scarti altrui, sta scrivendo un articolo su un intellettuale amante di porcellane cinesi, bizzarro e distinto, e questa polvere da rigattiere è una cosa da gran signore.
Ora trova delle seggiole. Le studia piegando un po’ il naso da una parte, mentre lo sgraziato gestore studia lui, so’ due anni che tiene ste sedie, occupano un sacco di spazio magari è la volta buona. Lui ora ha cambiato faccia perché, avendo le sedie superato il suo esame interiore bisogna guardarle con gli occhi della moglie, che è umorale, ma con una solida estetica di provenienza, e tutta una dialettica hegeliana interna in fatto di seggiole e divani, che ha imparato a intuire e per la quale, a volte pensa di averla sposata.

(Anche sua moglie infatti, pur da tutt’altre spiagge, è una turista della borghesia, anche se certo manifesta una notevole dimestichezza. Ma quando la conobbe, aveva qualcosa di fuori posto, non riconoscibile ad occhio nudo. Una ottima cuoca che metteva un ingrediente rischioso, che ricostruiva tradizioni a lei estranee, che mostrava una sofferta ambivalenza, per certe forme istituzionali della vita e contemporaneamente le avrebbe rincorse anche lei, sentendosene sempre parzialmente estromessa.
Mentre lui archiviava i merletti di sua madre, merletti testardamente contadini, che chiedevano di stare sotto al telefono, e in posti secondo i suoi studi, inappropriati, lei li avrebbe ripresi, e messi in posti di cui nessuno avrebbe detto ancora male. Con sua moglie avrebbero fatto un bellissimo salotto. Per un verso fatto di lotta di classe, per un altro dell’oscura revanche di certi estromessi.)
Le vuole telefonare? – suggerisce il robivecchiaio, che del suo cliente conosce l’iter argomentativo interiore quando si impiglia in un oggetto – oppure – continua seduttivo – se le vuole portare a casa? Così vede come ci stanno? Senza impegno?

Questa è in effetti una strategia molto acuta da parte del venditore, che conosce i suoi polli,. Quelle seggiole hanno una seduta in velluto grigio piombo, colore e tessuto per cui, quel preciso tipo di coppia di squinternati hanno una insana attrazione, anche la signora del cliente, pure se fa tanto quella indagatrice che capisce le cose, cederà certamente. Le due sedie hanno infatti un valore modesto, ma sono intrise di una specifica atmosfera, la gentilezza immaginaria dell’antiquariato, il suo essere l’araldo di un mondo parallelo ed eternamente appena passato, di salotti che non sono mai il salotto presente, come deve essere, ma di cui si può congetturare una loro obbedienza passata a un canone immaginario. Questo tipo di cliente lui li conosce, hanno case che sembrano navi dei pirati.

-Le prenda, vedrà che poi mi ringrazierà.

 

(qui )

Bibbiano, Della Loggia, Psicologia, Giornalismo.

 

Ieri Ernesto Galli Della Loggia è tornato sul corriere della sera sui fatti di Bibbiano, mettendoli in relazione a una presunta psicologizzazione dei comportamenti. Lo trovo un articolo piuttosto interessante non tanto sui contenuti, ma al contrario per la loro modesta consistenza, capace però di ammantarsi di autorevolezza. E’ un articolo che fa capo a un modo di ragionare, un modo di fare cultura e opinione che molto hanno danneggiato questo paese, molto hanno danneggiato il giornalismo italiano, e molto hanno danneggiato un certo tipo di analisi della realtà, di sguardo intellettuale che avrebbe meritato alfieri più rigorosi e preparati. Della Loggia viene spesso accusato di essere reazionario, ma questo non è il mio punto, questo è anzi l’unico aspetto che me lo rende ancora un pochino attraente. Quello di cui lo accuserei io volentieri, è di essere tanto capace nell’esercizio retorico e nella costruzione sintattica, quanto ignorante e impreparato sugli ambiti che delibera di affrontare. Al di la di una costruzione del discorso pregevole, tra Galli della Loggia e il mio pizzicarolo non sussiste mai alcuno scarto di competenza. Dicono le stesse cose, solo che il mio pizzicarolo le dice in romanesco. Entrambi guardano il mondo dalla loro postazione. Non escono, non raccolgono dati, non si interfacciano con soggetti competenti, non colgono funzionamenti, non conoscono, non sanno – banalmente, non leggono neanche libri. Il mio pizzicarolo, non scrive però sulla prima pagina del Corriere della Sera. Ma la sua idoneità è un problema per il giornalismo.

Della Loggia, sostiene infatti nel suo articolo, che Bibbiano è correlabile diciamo a una eccessiva psicologizzazione dei comportamenti, e mette in relazione quei fatti, ancora poco acclarati, con nuovi fenomeni di cui non conosce la storia e la ratio. Si lamenta di un uso continuo di termini secondo lui psicologici sulla stampa, per esempio il concetto di “disagio” e mette in relazione questo eventuale avvicinamento della stampa alla prospettiva psicologica con altri fenomeni che lo stupiscono, per esempio il ricorso agli insegnanti di sostegno nelle scuole. Appare convinto che ci sia una certa relazione in termini di ideologica culturale tra: giornalisti che parlano di disagio, chiamata degli assistenti sociali nelle scuole, e intervento dei servizi sociali. Che tutto è sovrastimato da un punto di vista psicologico mentre forse bisognerebbe intervenire in altre direzioni, per esempio in termini di contrasto alla povertà e deprivazione economica, nelle aree per l’appunto disagiate. Bibbiano è per lui un pretesto, sa bene che non può parlarne con contezza ma mi pare di capire che secondo lui, potrebbe essere successo questo, che c’è stata una serie di segnalazioni sciocchine ai servizi sociali, diciamo, e che per questa cosa della psicologizzazione una serie di miei colleghi – quelli attualmente indagati – avrebbero inventato dei precedenti psicologici iatrogeni, perché di questo si parla, per via di questa ideologia dominante. Poi dice che dovremmo occuparci invece di altri chiavi di lettura, per esempio il disagio economico.

Devo dire che la parte sull’attenzione al disagio economico, meriterebbe un po’ di rispetto. Anche se io, ho un’allergia di tecnico per la parola disagio, di cui in realtà i veri grandi appassionati sono i giornalisti. Perché è vero che la dove c’è una grave criticità economica l’abuso può allignare con maggior frequenza, e soprattutto trovare meno argini tempestivi. Ma è poca cosa, rispetto al tenore di fondo di un brano scritto da qualcuno che è proprio fuori dalla realtà dalle cose. Che si deve essere fatto un’idea leggendo gli altri giornali che non compra più nessuno e forse riflettendo sulle storie che racconta la nuora, con questo dicompagno del figlio che gli tira le cose a scuola, gran maleducato e ha pure l’insegnante di sostegno. Altro che insegnante di sostegno!
Tutti a parlare di disagio psicologico! Ai miei tempi erano tutte sciocchezze! Ai miei tempi. Dice in soldoni Galli Della Loggia.

Per un verso Galli Della Loggia ha ragione. L’infanzia è una invenzione del secondo ottocento, che ci ha messo anche un bel po’ ad affermarsi, e l’adolescenza un’invenzione del secondo novecento. Quando era piccino il nostro, erano concetti piuttosto recenti, forse un pochino più diffusi – modestamente – nei contesti borghesi. Ma poca roba. I bambini erano appannaggio delle madri, quindi una cosa che non meritava la più blanda attenzione sociale. Una cosa da cucina. Appena uscivano dalla cucina o andavano a lavorare, o andavano a fare figli. I bambini li hanno inventati Dickens, e Darwin. Prima non erano un oggetto meritevole di attenzione. Se ne facevano molti, di questi ne schiattavano, almeno un terzo. Spesso la sopravvivenza era un lusso tale che certo il disturbo psichico era proprio, per tutti, l’ultimo dei problemi. Non è che non esistesse, perché la psicopatologia è una funzione matematica dell’esistenza, non della modernità, per una questione strettamente logica, e anche intuibile, diciamo per la stretta necessità epistemica dell’esistenza del male perché il bene esista, ma insomma quel male li per secoli e secoli non ha avuto margine di redenzione. Ci è voluta la rivoluzione industriale e il successo del capitalismo, perché ci fosse spazio per una domanda sulla salute psichiatrica.

Quindi possiamo dire, che tra la fine dell’ottocento e il novecento, abbiamo inventato bambini adolescenti e psichiatria e psicologia, e solo in termini relativamente recenti, la psicologia infantile e la neuropsichiatria infantile. Faccio presente a Della Loggia che soltanto questa edizione del DSM, il quinto , ha un binario separato per la psicopatologia infantile, ma faccio anche presente – contro tutte le solite proteste sugli indubbi interessi economici che circondano il DSM – che quel binario era atrocemente necessario. Che se noi oggi guardiamo i sintomi di un bambino di quattro anni ritenendoli uguali a quelli di un adulto, potremmo chiamare depressione una patologia organica. Perché la depressione dei bambini, per fare un esempio NON HA I SINTOMI DELL’ADULTO e quando un bambino è assente, poco reattivo, triste e fermo bisogna fare per prima cosa una tac. Non chiamare un assistente sociale.

 

L’emergere dell’importanza della psicologia poi, in Italia ha portato a una costruzione dei servizi per la cittadinanza, che ha anche conosciuto una stagione di gloria, e delle zone del paese in cui si è potuto offrire un servizio alla cittadinanza degno di questo nome. Dopo di che però questa stagione di gloria, è passata purtroppo da tempo, e l’offerta psicologica per un verso, e la questione del sostegno per un altro, sono passate in disgrazia e abbiamo: tagli alla sanità che le regioni spesso risolvono non garantendo personale sul territorio, e una generale assenza di rispetto per le competenze, a fronte di una domanda che è legittimamente sempre crescente. Nel lazio si è fatto un concorso quest’anno, dopo 20 anni di assenza di concorsi, per 30 posti da dirigente psicologo. 30 posti, rispetto all’enormità della domanda, alla gravità dei casi che si presentano, e che vengono attualmente appaltati a tirocinanti che lavorano gratis per un tempo contenuto, sono una cifra irrisoria e ridicola.

Di contro, in parallelo, nell’area degli affidi, la situazione è magmatica e complicata, perché l’investimento pubblico si è ritirato da questi contesti, soldi non ce ne sono, le prassi sono variamente codificate, ma di fatto si lavora sullo zelo di qualcuno, in contesti che al contrario delle panzane di Della Loggia non sono politicamente davvero presi sul serio, o quantomeno non in modo uniforme. Se bisogna fare delle congetture sul rischio Bibbiano su quello che questa inchiesta minaccia, bisogna andare nella direzione contraria a quella indicata dal nostro Meitre a Penser cioè in un abbandono dello sguardo collettivo del servizio pubblico, e di una serie di saperi e di responsablità che il pubblico ha verso i suoi cittadini che non dovrebbe poter scantonare. Perché nel momento in cui nella grande rete del sapere, entra in scena una disciplina, che porta con se una serie di prove importanti, della sua legittimità ad esistere, nel momento in cui cioè si scopre che esistono comportamenti traumatici e iatrogeni che producono conseguenze incancellabili nei comportamenti dei minori, e ne struttureranno il modo di stare al mondo futuro, e un malessere permanente, non è che siccome Della Loggia questi libri non li legge, possiamo permetterci di ignorare la questione.

C’è un segreto classismo, in questo tipo di retoriche, che rinfranca narcisisticamente chi le appoggia. In altre sedi, ho scritto io per prima, dell’importanza delle variabili di classe nell’emergere dei comportamenti psicologici e in questo io e Della Loggia potremmo trovare delle improvvise convergenze. Quando non hai un lavoro è più facile che diventi un padre alcolizzato di quando ce l’hai. Quando hai un asilo nido convenzionato, starai 10 ore al giorno con una persona sana di mente, mentre se non c’è e hai una madre psicotica – te la tieni full time. Tuttavia, è importante non sedersi in maniera rozza in queste prospettive, perché non è tout court una condizione di classe, a implicare un comportamento abusante. Ma è la psicopatologia grave che il contesto non contiene e slatentizza a provocare l’abuso. C’è un sacco di gente scannata che è capace di essere ottimi genitori, genitori amorevoli, e capaci di fare il gesto di Ettore, cioè di mettere i propri figli simbolicamente sopra se stessi, al di la di se stessi mentre le stanze degli analisti che potrebbe permettersi Della Loggia sono piene di figli che avrebbero beneficiato dell’intervento dei servizi sociali. E’ sacrosanto certamente prendere in considerazione le variabili di classe, ma nella misura in cui amplificano fenomeni che hanno altri noumeni, altre cause. Un efficace intervento sociale può aiutare notevolmente, ma non è tutto.

Infine io credo che Galli della Loggia, faccia queste considerazioni perché di fatto, lui a stento fa una cosa, legge i giornali. Nei giornali scrivono altri Galli Della Loggia che parlano di disagio, oppure altri colleghi, come è successo a me in passato, a cui viene chiesto con insistenza di usare termini e concetti adatti alla divulgazione, e quindi facili, elusivi distorcenti. Gli psicologismi da bar che Della Loggia considera zeitgeist in realtà non sono la materia vera su cui gli addetti ai lavori si fondano per argomentare e dirimere situazioni gravi, come quelle che riguardano i fatti di bambini, segnalati ai servizi, riguardano i Galli della loggia che ne parlano e che alla fine hanno un”idea nebulosa di quello che argomentano. Certamente quel tipo di lessico, non giova a niente, e io per prima sottoscrivo, ma allora o si mettono sulle prime pagine altre firme, o si chiede alle firme storiche il rigore divulgativo che merita la prima pagina.

(composizione francese)

A un certo punto pensò di fare un archivio di ricordi che potessero essere classificati rigorosamente per tonalità emotiva (ascisse) e priorità esistenziale (ordinate) in modo da poter pure fare dei grafici, di certe grandi felicità, di certe imperdonabili disfatte, individuare una linea dell’errore ricorrente, e una spirale del perdono di se (alcune nebulose di poesia, i buchi neri della disgrazia irrimediabile.)
Trovò molte canzoni.

L’operazione non fu semplice. I ricordi avevano una terza dimensione loro, in cui giocava il suo peso, la vendetta della qualità del paesaggio. Quella volta che per esempio le fu messo dell’amore davanti ai piedi, e lei non lo raccolse non sapendo riconoscerlo, o quell’altra in cui fu lei a tentare di spedirlo, come se l’amore fosse un pacco, una cosa che si mette nelle righe e nelle cose.
Arrivò pure una collana di sorrisi, e un’altra di piccole rassegnazioni. Molti caffè a notte fonda per rimettersi a lavorare, molti ricominciamenti da capo.
Molti altri giorni, in forma di domani.

Alcuni fiori, diversi gelati (quando era bambina, poi sono andati scemando, con l’operazione alla cistifellea caduta totale dei gelati. Un gelato giusto con un ricordo, quadrante della felicità ottenuta per scommessa)
Ritrovò anche sigarette spente, pose, e se stessa seduta a guardare fuori vedendosi per un terzo. A un certo punto degli assi cartesiani c’è una sera di allegria, e scintillio la cui ratio la nebbia del tempo ha offuscato. Fare questo grafico aveva anche un problema di polvere che si sa – ottunde e mistifica, un romanzo si confonde con un viaggio che effettivamente c’è stato, un desiderio si ammanta di una materia che non lo ha mai riguardato.

Per esempio, a un certo lato del grafico, una famiglia di baci di notte sull’uscio di casa. Che probabilmente non c’erano stati – (gli studiosi di queste cose, avrebbero segnalato una criticità nella variabile di costrutto. Il costrutto del ricordo si sa, viene sempre sporcato da quello surrettizio del rimpianto. Bisogna prendere delle precauzioni )
Poi arrivava la sequenza di un amore ordinato, e solerte. Moltissime telefonate al giorno, da un ufficio che aiutava il romanticismo con l’inefficienza.

Ogni tanto nel grafico, in basso in basso, i puntini segnati in lettere greche, del dubbio. Alfa, beta, gamma. Bisogna dire che però la cura dell’ufficio deve aver avuto effetto, perché a un certo punto cominciano a sparire le lettere greche e cominciano delle rose. L’ ultima delle delle quali in bocca a un uomo con una camicia hawaiana.
Sarà cattivo gusto pensa, oppure medicina antiquata, ma che gran potere hanno le rose,

(Il passato come il cielo di un almanacco, come la sfera di una strega, come le rughe delle mani che si spera non indovinino il futuro)

 

(qui )