Sul treno

(Sto tornando da Vibo Valentia, sto sul treno e ascolto due persone davanti a me che parlano. Parlano un italiano corretto, con alcune inflessioni dialettali, soprattutto in termini di suoni, e pronunce più che di forme lessicali. Di queste persone credo di poter indovinare i volti, pur non avendoli ancora visti, e penso che siano volti di misurate borghesie lavoratrici e contegnose, con ogni probabilità piene di un certo reazionario buon senso. Lei una giovane donna che potrebbe portare delle unghie laccate ma non troppo lunghe, lui sicuramente anziano, da situare nell’affettuosa collocabilità dei cari amici del padre, o degli zii mai persi di vista. Non so bene di cosa parlino, forse una persona di conoscenza comune che ha fatto delle scelte azzardate, ma quello che penso di loro, del loro parlare, è lo scivolo linguistico su cui poggiano le parole, lo scivolo che va dall’olimpo lingua pulita che probabilmente non hanno mai raggiunto fino alle dionisiache profondità del dialetto stretto segreto ed esoterico, che invece io sono sicura hanno raggiunto in certi momenti di grande passione, in ispecie odio e dolore, alle volte commozione estrema. Quando si soffre, infatti, lo scivolo del dialetto porta sempre in basso. Per esprimere la felicità capita di riuscirsi a dare il tempo di risalire controcorrente.

Amo questa cosa particolarmente italiana dei dialetti. Amo pure il mio di dialetto, per quanto sia ignobile e sgraziato. Il romanesco è un italiano brutto, di facile comprensione perché per lo più costituito da un’odissea di storpiature, greve nel suono, dissacrante nella vocazione, qualche volta idoneo alla malinconia e al tragico, ma è un dialettuccio, per quanto da me molto amato e rigorosamente praticato. Non vanta, per questioni storiche irredimibili, la fantasiosa ricchezza di altri dialetti, frutto di altre dominanze e altre vicinanze, impastati da altre ricette e altri ingredienti, cresciuti ad altre temperature naturali e politiche. Il napoletano, il siculo, il veneto – per fare alcuni esempi -dialetti che hanno parole proprie che vengono da lontano, etimologie che sono storie di famiglie nobili, contaminazioni radicali meticciati garibaldini, oggetti e sentimenti che non possono che esser spiegati che tramite perifrasi.
La napoletana buàtta, è una visione del mondo.

Tuttavia nel parlare dialettale, che sui treni raccolgo avida come adesso, forse mi piace più di tutto un toccare qualcosa che mi intenerisce – (un sentimento di cui quasi mi vergogno). Infatti, per via di quella cosa dello scivolo, e della consapevolezza di chi riesce a salire e fare su e giù e chi no, quando sento il dialetto, mi pare che chi lo parli si metta a nudo, sia più autentico, vulnerabile, se stesso suo malgrado, in un modo a cui sovente non pensa. Come quando vediamo un bambina di spalle, i capelli raccolti in una cipolla, in due ciuffetti, e ne vediamo il collo e le orecchie, e pensiamo a quella parte del corpo che non sa mai quand’è guardata, osservata, non può anticipare l’atto con cui potrebbe essere colpita.
L’innocente esserci di un collo scoperto di bambina. Questo mi ricordano i signori davanti che ora, criticando con severità la persona che li accomuna e che è stata davvero intemperante biasimano con tanta convinzione.)

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Abuso di impotenza

 

Il rumore della vecchiaia, gli era capitato di pensare, aumenta con il sonno della notte. Per esempio sua madre quando dorme, tira fuori questo ritmo del respiro e del corpo, cavernoso e lontano, con riverberi di maleodoranze e malattie.
Se la sentissi per la prima volta senza averla mai vista, si era detto quella volta dopo la fine della sera, capirei i suoi capelli bianchi dalla tosse piena di catarro, le lenti bifocali dalla lentezza con cui sposta il corpo nel letto.

Il giorno dopo quel pensiero era andato in ospedale, come tutti i giorni dopo. Era un medico scrupoloso, attento, appassionato di cose insignificanti e estraneo all’ambizione. Si metteva il camice bianco la mattina, con una lentezza che in molti trovavano irritante, aveva buoni rapporti con tutti, ma nessuna amicizia, e modeste ammirazioni.  Riusciva a incastrarsi con fatica in certe soavità dei maschi, su quelle del calcio e degli stipendi era diventato discretamente competente. Disastroso, invece, quando si parlava di gambe, di occhi, di donne tutte intere.
In ogni caso, le colleghe, tutte, lo gettavano in uno stato di apprendistato permanente.
(Aveva avuto tuttavia una moglie. Per un breve e opaco periodo)

Teneva uno di quei volti che sembrano stare tutti appesi al naso, come una giacca su un chiodo al muro. Aveva mani grandi e molto pallide, e portava una serie di completi marroni, di fattura antiquata – molto diversi dagli esili pantaloni dei suoi colleghi, dalle loro giacche  leggere. Quel continuo profumo di amanti e barca a vela che gli pareva emanassero proprio gli sfuggiva –  e anche quell’altro odore scuro e potente di vino prezioso, quell’odore di potere avvinghiato al loden dei primari d’annata, non l’avrebbe davvero mai indossato.
Stava comodo con pochi. Anzi, forse solo con l’anziana signora Marcella, caposala provava qualcosa di simile al riposo. Condividevano una certa stanchezza, una certa distanza dalle cose, un modo di sfregarsi le mani di inverno, una imprecisa malinconia.

Quel mattino comunque successe un niente di nuovo, che proprio per questo lo amareggiò non poco. Doveva fare un esame a una donna giovane, che gli arrivò nella stanza decisa e in carne, senza fede – come notò subito – senza particolare charme, ma armata di una garibaldina allegria, un piglio, una decisione. Si era spogliata senza indugio, in una franchezza militaresca, e mentre lui era abbagliato da tutto quel corpo – largamente imperfetto e per questo tanto più vitale – aveva obbedito agli ordini.
Si giri su un fianco che controlliamo i cavi ascellari.

I cavi ascellari nel loro candore si rivelarono perfetti, di onestà specchiata, innocenti come i capelli della donna,  che erano di un biondo liscio e ordinario quanto poco luminoso, stretti e composti nell’elastico di spugna (il dottore pensò al mattino a quando lei si sarebbe fatta coda davanti allo specchio).Per quelli forse indugiò nel tranquillizzarla lasciando la mano un minuto di troppo sul fianco –  anzi forse due di minuti. Fornì  alla donna una spiegazione a dire il vero esauriente sul perché potessero dolerle quegli onesti linfonodi, il ciclo, signora mia, ma anche sa accadono cose,  la mano rimaneva sul fianco largo della donna.
(La donna lo ascoltava grata, poi perplessa, poi materna. Questo è un figlio pensava, poveruomo non sa ancora dove si comincia a scavalcare la generazione, il desiderio lo maltratta. Dovrei arrabbiarmi per questa mano inappropriata, eppure in questa permanenza inutile e incapace, io sento qualcosa di tragico)

Dopo un poco si era alzata, mi scusi dottore continui a spiegarmi, mi perdoni se le do le spalle mentre mi vesto.
Quello era allora uscito, ma certo faccia con comodo, ritrovando una professionale compostezza, rincogiungendosi ad essa odiosamente 

(La donna mise con aggraziata malagrazia una giacca di jeans, se ne andò piuttosto serena pur scuotendo la testa)

 

(qui)

Donne tra donne nei luoghi di lavoro

Qualche giorno fa è uscito sul Sole 24 h questo articolo di Francesca Contardi. Un articolo deludente bisogna dire considerando la serietà della testata e la consueta preparazione dei collaboratori di cui si avvale. Magari sarà sicuramente anche questo il caso, ma il pezzo, leggetelo non va oltre lo scambio tra massaie pettorute al bar, e la chiamata in causa dell’esperienza professionale dell’autrice, un tentativo di blasonare qualcosa che non rileva alcuna attinenza con il mondo che dichiara di conoscere e dominare. Il titolo infatti recita: i team di sole donne: perché spesso non funzionano? E poi dice che non funzionano sostanzialmente perché le donne dovrebbero essere solidali fra loro e non lo sono! E anche che entrano in competizione invece i maschi no e anche che non parlano apertamente ma sostanzialmente alle spalle. Poi conclude regalandoci un barlume di ottimismo: io quando lavoro con donne me le scelgo con un carattere forte che mi ci trovo meglio– perché di solito so timidine e non parlan chiaro.

Questa è una mia sintesi ma andate a leggere voi.
Articoli come questo sono in blanda diminuzione, perché per fortuna ci si sta rendendo conto anche nelle roccaforti di una cultura conservatrice e che fa fatica a stare al passo con i cambiamenti del tempo e dei modi di fare divulgazione, che i gender studies sono una cosa complessa, che deve tenere in conto di tante variabili, e certe sciatterie almeno sui giornali considerati punti di riferimento sono davvero molto più rare. Ma come si può constatare ogni tanto, capita.

Intanto. Il mondo del lavoro è pieno di “team di sole donne” che invece funzionano normalmente – specie in certi comparti, anche di team che funzionano benissimo e altri mediocri – il genere non fa una particolare differenza. Io ho avuto spesso a che fare con team di sole donne, e ho avuto superiori donne e non ho mai raccolto particolari problemi – per esempio quando ho lavorato quasi due anni con Istat violenza di genere, solo intervistatrici solo direttrici donne, quando sono stata nei centri antiviolenza, gestiti solo da donne, quando ho lavorato in equipe di psicologhe – presso il servizio pubblico dei consultori o centri di psicoterapia – un contesto professionale dominato dalle donne. Sono anche figlia di un dirigente donna, una direttrice di biblioteca, che aveva quasi solo donne come dipendenti– come spesso capita nel sistema bibliotecario, e ad oggi dall’anno in cui mia mamma andò in pensione ogni anno le sue dipendenti di un tempo vengono a salutarla e le fanno un regalo, passano un pomeriggio insieme e si divertono.

Quindi io non credo che si possa dire che i team di sole donne siano meno produttivi di altri, o funzionino peggio – ho esperienze di ritmi di lavoro sostenuti, obbiettivi da raggiungere, coordinamenti efficaci o nella norma. Riconosco però a una caratteristica omogenea nella composizione di un gruppo, la possibilità che si creino problemi particolari – che con i vantaggi particolari potrebbero compensare vantaggi e problemi di gruppi dominati da altre omogeneità. Preliminarmente però mi preme sottolineare che la questione che stupisce la Contardi, per cui le donne non solidarizzano quando hanno gli stessi problemi condivisi (figli, famiglia) riguarda non tanto il genere di per se, ma il problema della pressione del capitale che è identico per tutti e non può diminuire se un capo è femmina o lo sono le sue dipendenti. Il problema riguarda il conflitto tra logica di sistema e logica del privato, che quasi ovunque viene risolto a discapito del secondo. Se un certo ufficio deve produrre un certo numero di pratiche entro una certa data, io capo femmina non è che posso accordare a tutte un permesso perché sono femmine. Il problema arriverà dal doppio ruolo delle dipendenti femmine che non potranno in quella specifica circostanza allungare l’orario di lavoro specie quando sono madri, questo anche perché c’è una più antica questione collettiva e culturale sulla genitorialità e sulla cura delle relazioni private (che semplicemente dovrebbe riguardare: se tutti lavorano tutti dovrebbero curare le relazioni private, e invece questo non sta andando come dovrebbe). Fatto sta che allo stato attuale dell’arte, la richiesta di permessi, o di contro, di tempi aggiuntivi sul lavoro genererà problemi con le dipendenti o anche rivalità tra dipendenti che non hanno urgenze da rivendicare perché non hanno figli, e dipendenti che hanno figli. (qualora invece ci fossero uomini tra i dipendenti, o una dice addio alla famiglia, oppure il dipendente uomo farà i suoi straordinari e si aggiudicherà le prospettive di carriera). Quando il contesto dove si lavora consente una mobilità di orari molti di questi conflitti si attutiscono, così come quando gli orari sono più ridotti delle 35/ 40 ore minime di prestazione – tutto questo però non ha molto a che vedere con la psicologia intrinseca dei soggetti. Non è una questione delle donne come tali. O tuttalpiù riguarda la curiosa aspettativa verso le donne quando sono in posizione di potere. Devono rimanere cioè, non si sa bene per quale motivo, in una posizione diversa rispetto al potere, e al capitale in quanto donne, e non in quanto per esempio soggetti con le loro storie, psicologie meriti e demeriti.

Con il lavoro che faccio – sono psicoterapeuta – raccolgo storie professionali di tutti i contesti, storie di rapporti di lavoro, di sofferenze, di sensazioni di ingiustizia, di enormi competizioni e rivalità. Di lotte aspre e senza sconti e anche di caratteri difficili e introversi che si schiacciano al margine della lotta. Quando la Contardi scrive “con un uomo è molto difficile entrare in competizione” viene da chiedersi: ma dove li forma questa i team, su Marte? Dove vive? Di quali maschi e femmine parla? A cosa allude? Al fatto che i maschi non entrino in competizione tra loro? (ma LOL speriamo di no) al fatto che non entrano in competizione con le donne? (anche qui ma davvero?) e ancora, è proprio grave essere in competizione sul lavoro? Siamo sicuri che la competizione non sia una cosa buona per un contesto lavorativo?

La competizione è un ottimo ingrediente in un contesto professionale. A giusti dosaggi, temperata da altre caratteristiche del gruppo e delle singole personalità che lo compongono aiuta a velocizzare il lavoro e a migliorarne la qualità, aiuta anche a divertirsi di più, specie quando magari a inizio carriera le mansioni di cui si è incaricati non sono davvero entusiasmanti. Anche se certo non per tutti, e certo non per tutte le fasi di vita. Ci sono caratteri non competitivi, ma ci sono anche caratteri competitivi che in certe fasi possono avere un’altra priorità. Quando mi mantenevo in un call center, e dovevo chiamare camionisti a iosa per sapere come si trovavano nelle officine, non proprio devo dire un argomento che mi appassionasse ecco – la competizione – il numero delle interviste fatte, il numero di persone difficili che riuscivo ad agganciare, mi aiutava a passare il tempo serenamente, a divertirmi di più, ossia a eludere il suicidio per un lavoro mediocre quanto necessario. Tutti i generi sono suscettibili di competizione, perché come si può dedurre senza scomodare Freud, è la versione adulta della lotta fra fratelli per l’attenzione genitoriale, ed è abbastanza facile da intuire quanto frequentemente sul capo di un ufficio sia proiettato un genitore. Come sarà gestita questa occasione di transfert – per usare un termine del gergo analitico – dipenderà molto dalla storia personale del dipendente, da quanto ci ha lavorato sopra e certo, da quanto il detto superiore è in grado di anticipare la questione e risolvere il complicato problema delle proiezioni che gli vengono messe addosso, e delle identificazioni proiettive che possono portare i meno accorti a fare azioni anche coercitive che non vorrebbero fare.

Se si tiene in mente la questione delle proiezioni che la combinazione di generi tra dipendenti e capi possono suscitare, ci si rende conto di quanto possa essere vasto il campo delle variabili. All’origine per tutte le parti in causa, c’è un ‘infanzia in cui c’è un bambino con una madre e un padre, o una bambina con una madre e un padre (più l’infinita varietà delle altre crescenti oggi possibili combinazioni che per comodità non citiamo) . Questo quadro originario si declinerà con le vicissitudini individuali, le singole storie familiari, in moltissimi romanzi possibili, che ritorneranno nel modo di considerare le figure di adulti che ricordano quelle importanti di quando si era bambini e bambine. Bambine con madri protettive ma forti, potrebbero rivivere con le loro cape donne rapporti conflittuali come a giocarsi una seconda adolescenza e una seconda individuazione e separazione dalla madre, mentre con i loro capi uomini rapporti idilliaci di compiacenza anche eccessiva come le brave figlie che ancora si provano a scippare il papà alla mamma. Bimbe che si sono invece giocate l’adolescenza a tempo debito e magari essendo diventate madri, si sono riconciliate con la propria, che magari le ha anche amate, potrebbero andare a gonfie vele con un capo donna sul luogo di lavoro. Ma le combinazioni sono tante si diceva, tante come i romanzi familiari.

Forse quello di cui si può parlare, e che secondo me ha un’importante base psicologica, è la propensione delle donne, spesso dominata e ben amministrata nell’età adulta, con l’esperienza di vita, a instaurare relazioni che sono nella simpatia o nell’antipatia, fortemente emotive ed intime, in ragione delle quali si possono creare potenti sodalizi, ma anche contrasti altrettanto forti, dominati da grande aggressività e risentimento. Questa differenza la vediamo anche nel modo diverso di gestire le amicizie di uomini e donne, tutti capaci di stare tra amici, ma in termini di frequenze statistiche, perché poi tutto si da, è più frequente vedere uomini passare volentieri del tempo assieme condividendo interessi in comune, mentre è più frequente vedere donne passare del tempo a parlare della propria vita privata. Io credo che ci siano echi della storia di accudimento e di identificazione diversi che al momento concernono almeno la nostra cultura e i nostri sistemi familiari. Bambini e bambine nascono da una d donna e sono per i primi anni prevalentemente accuditi da una donna, pur appartenendo a sessi diversi. Il rapporto con la madre per il maschietto, passa da una fase di disidentificazione profonda, ma agile, perché presto lui vede e sa di essere differente, di essere altro da lei. La bimba ha una crescita diversa, perché nell’identificazione forte dei corpi, delle funzioni corporee con il megafono che non aiuta dell’esasperazione culturale che amplifica la differenza di genere, beh la bambina deve affrontare una complicato processo di indentificazione e violenta disidentificazione, che spesso si traduce in adolescenze complicate, e rapporti burrascosi con la madre. Le figlie con le loro madri, partono infatti da un’identità della funzione corporea, da una profonda somiglianza, da un gioco di rispecchiamenti anche inconsci, che nel rapporto con il piccolo maschietto non c’è. Quindi il compito di trovare una giusta distanza della figlia dalla madre ha bisogno di molto gas emotivo, molto lavoro, molte lotte, e insomma spesso, anche se non sempre ha costi alti.

Mi pare che allora frequentemente, i rapporti tra donne in particolare in quella lunga età della post adolescenza che in certi termini combacia anche con la grande produttività professionale, tra i 25 e i 40, rievochino sia le proiezioni di intimità col materno che le lotte per la disidentificazione, e le ragazze tra loro spendono molte faticose energie nel dire sono come te, non sono affatto come te, caricando le interazioni di emozioni importanti. In questo senso nei contesti di lavoro tra donne, possono davvero sorgere emozioni accese, attriti, questioni, convivenze penose. Ma anche nel lavoro, si sottovaluta molto, come si è fatto nella cultura, il potenziale della matrilinearità, il timo di comunanza che tra ragazze può instaurarsi sulla lunga durata. Ogni dirigente donna dovrebbe saper tenere a mente cioè la banale verità per cui se esistono amiche care di lunga durata, reti di rapporti familiari funzionali, esiste un modo da parte dei gruppi di aiutare i soggetti a dominare i loro attriti interni e le proiezioni in campo.  Una buona psicologia del lavoro aiuta a ragionare su questi enpasse, come su quelli che possono crearsi tra colleghi uomini. Non riesce invece da sola a risolvere un grande problema sociale e culturale di conflitto tra capitale e privato che si scarica su chi sostanzialmente a causa di un doppio ruolo e di un doppio reale coinvolgimento, non riesce a prendere partito.

 

Sulla PAS una prospettiva alternativa e molto allargata

In conseguenza del DDL Dillon, nel dibattito pubblico si è tornato a parlare della PAS, la sindrome di alienazione parentale proposta da Gardner. Un argomento che mette spesso i colleghi in una situazione imbarazzante. Capita infatti regolarmente, di cadere in questa successione di osservazioni: la prima è che il fenomeno esiste, e lo si osserva con relativa regolarità, nei contesti della vita e soprattutto del nostro lavoro, la seconda è che, riconosciuta l’esistenza del fenomeno, quando andiamo a vedere la descrizione proposta da Gardner, unita all’insieme dei sintomi che sarebbero considerati rilevanti per effettuare la diagnosi, ci rendiamo conto che quel costrutto così come è, non sta né in cielo né in terra, i sintomi proposti nel clouster non sono in realtà considerabili come indici di una psicopatologia ma tuttalpiù di un comportamento adattivo, e ci appaiono stilati con una presunzione di malafede verso il minore che non è compatibile con la deontologia professionale.  Anzi, viene persino lecito chiedersi se il comportamento in oggetto non sia una stato tipico di un soggetto ricorrente in certe circostanze, ma nient’affatto qualcosa ascrivibile al campo delle diagnosi e delle psicopatologie, le quali si connotano per una assimilabilità a delle malattie, a delle disfunzioni dell’organismo. E possiamo dire questo di un bambino, che in accordo con un genitore, non vuole vederne un altro? Possiamo considerare questo comportamento specifico, paragonabile a stati per cui l’esame di realtà è compromesso (le psicosi) o per cui un grave senso di malessere impedisce le attività quotidiane, inchioda a letto e non fa fare niente (le depressioni?). La sensazione dei clinici, o almeno la mia è che si sia inquadrato qualcosa che danneggia i sistemi familiari e incrementa le singole psicopatologie, ma lo si faccia male, e si insista per iscriverlo in un campo diagnostico non a scopo di cura (d’altra parte anche questo deve far riflettere: il DSM nasce per la psichiatria e la cura farmacologica. E’ pensabile una cura farmacologica per la pas?) ma a scopo politico, e di una politica che è essa stessa il sintomo del malessere di chi la promuove. La Pas -così come è pensata: ossia un’accusa di malafede verso donne e minori – sembrerebbe piuttosto il progetto di una mentalità tarata sull’ostilità e il conflitto.
Qui i sintomi secondo Gardner.

  1. Campagna di denigrazione (nei confronti del genitore)
  2. Razionalizzazioni deboli, superficiali, assurde
  3. Mancanza di ambivalenza
  4. Fenomeno del pensatore indipendente
  5. Mancanza di sostegno al genitore alienato
  6. Mancanza di sensi di colpa
  7. Scenari presi in prestito
  8. Estensione dell’ostilità (famiglia allargata)
  9. Difficoltà di transizione durante le visite
  10. Comportamento durante le visita
  11. Legame con il genitore alienante (precedente)
  12. Legame con il genitore alienato

 

D’altra parte però si ha la sensazione che il fenomeno esista, anche se forse non è corretto inquadrarlo come diagnosi. La ricerca psicologica, le grandi teorie sono piene di costrutti e osservazioni che aiutano a circoscrivere e identificare organizzazioni psicologiche, strategie del comportamento, sistemi complessi di interazione, a carico dei singoli come delle famiglie come dei gruppi sociali, l’individuazione di questi costrutti oscilla tra la neutralità e la sfumatura verso dei giudizi di valore, qualche volta per l’orientamento ideologico di chi formula le osservazioni cliniche, ma spesso anche perché si constata come quel tipo di comportamento identificato spesso vada a preludere a una serie di altri che sono francamente problematici e forieri di sofferenza. Di altri costrutti che in psicologia si individuano si constata invece che la loro presenza rigida e costante è correlabile a una diagnosi psichiatrica, ma possono essere funzionali a stati transitori, essere organizzazioni protettive per la vita dei soggetti avere una funzione omeostatica.

 

Piuttosto, io credo che sia più utile considerare la Pas come un funzionamento dei sistemi familiari irrigiditi.
Se osserviamo le famiglie in maniera laica, al di fuori cioè delle prospettive politiche di un conflitto nelle visioni di genere e di coppia, noi constatiamo che ci sono famiglie in cui a volte – a ben vedere anche prima di una separazione materiale della coppia genitoriale – ci sono alleanze forti tra un genitore e uno dei figli mentre l’altro è completamente estromesso dalla relazione tra loro, oppure ci sono sistemi familiari in cui un membro è molto aggressivo con un altro e la prole che assiste tende a essere solidale con il membro palesemente aggredito, terzi in cui invece un soggetto periferico al contesto costruisce reti fuori dalla relazione con il nucleo familiare per poi essere definitivamente espulso. Di tutte queste cose scrive da più di settant’ la psicologia familiare e sistemico relazionale, considerata colpevolmente troppo poco nel dibattito giuridico su questi temi, e considerata da sempre troppo poco chic negli ambienti colti, o che si presumono tali pur ignorando gli sviluppi dell’ultimo secolo di ricerca clinica. Se fossero interpellati questi colleghi, essi spiegherebbero come la PAS è il nome sbagliato di una evoluzione specifica della frattura dei sistemi familiari, una specifica forma di triangolazione, ossia, termine con cui in psicologia sistemica relazionale si intende l’uso di un terzo per spendere un conflitto e scaricarlo su di lui, includendocelo dentro. E se si tenessero in conto i convegni e i confronti in cui si sono spesi gli psicoterapeuti di formazione analitica, si scorprirebbero i numerosi intrecci profondi, che traggono linfa dalle storie originarie di tutti i membri implicati. Perché quando questo tipo di triangolazioni estreme avvengono, non è solo il bambino a mettere in atto un assetto psicologico particolare, ma tutti e tre, e non certo dal momento del divorzio.
Non molto nel dettaglio, possiamo per esempio dire qui.
Un figlio può sentire un bisogno fortissimo di essere vicino alla madre per molti motivi lontani e profondi, per esempio perché è un modo di uscire vittorioso dalla concorrenza edipica col padre, specie se la separazione è avvenuta quando era piccolo, e non ha avuto tempo di digerire la presenza di un altro uomo nella vita della madre. Oppure può sentire il bisogno, avendo visto sua madre depressa e infelice di proteggerla, questo anche perché è un suo modo personale di tenere a bada sentimenti di abbandono depressione e infelicità che quella madre depressa e infelice nella sua purtroppo incontrollabile infelicità non ha potuto intercettare e lenire. Non è raro che figli di donne con diagnosi importanti siano estremamente protettivi verso di loro. Può avere anche una sorta di ritorno identitario, per esempio nella fase preadolescenziale e adolescenziale, sentirsi riconosciuto come maschio, come uomo, come adulto, perché degno rivale del padre. Ugualmente, una bambina ha altrettanti motivi per proteggere la madre che vive come attaccata, per esempio per via di una identificazione profonda il cui scioglimento non è affatto aiutato dalla lontananza del padre, per cui meno lo vedrà più sentirà che le sofferenze della madre sono le sue: l’adolescenza delle femmine dopo tutto è questo, scoprire di essere donne diverse dalla mamma. Sia figli che figlie poi possono arrivare all’ostilità con una figura genitoriale come capolinea di una mancanza di relazione che è cominciata molto prima della rottura del sistema familiare.

Allo stesso tempo, quello che i sistemico relazionali chiamano triangolazione, potrebbe essere interpretato dagli psicoterapeuti di scuola analitica come il meccanismo psicologico per cui alcuni sentimenti emozioni contenuti mentali vengono subappaltati nei figli, spostati su di loro. La cosiddetta madre alienante cioè potrebbe attuare un’identificazione proiettiva sul figlio – facendogli vivere cose che non sempre lei ammette alla coscienza – potrebbe includerlo in un meccanismo di scissione – figlio mio noi siamo i buoni le vittime, le persone gentili, mentre il padre che ci ha lasciato il male il cattivo la mala fede.   Azioni psichiche queste che possono anche essere più inconsce che consce, e che rappresentano una partita della psicopatologia familiare che comincia molto molto prima. A essere anzi più precisi e disincantati, si potrebbe anche dire che quel modo di condurre le partite relazionali era scritto nelle storie dei soggetti che compongono ora la coppia genitoriale disfunzionale, ben prima che quella coppia si formasse. Ognuno di quei membri ha infatti un padre e una madre, un romanzo familiare, problemi e soluzioni ereditati da quella prima vicenda che ora ritorneranno nel proseguire la loro vita. Ognuno di loro ha scelto il partner adatto a rafforzare la propria patologia più che a scioglierla. E si è andato costruendo un sistema malato e sofferente.

Un’area problematica pregressa naturalmente potrebbe riguardare anche i padri, e io trovo che – nonostante molte situazioni giustifichino certamente un senso di dolore e rabbia – quando arrivano quei toni fortemente svalutanti, carichi di odio verso la ex partner che si abbinano alla disinvoltura con cui si è disposti a utilizzare una diagnosi psichiatrica ( che ancora oggi ha un potere sociale screditante) nella lotta per il potere sui figli – beh sia piuttosto evidente. Anche il padre “alienato” si potrebbe rivelare cioè una persona che da sempre vive con grandi difficoltà, antiche sofferenze mai risolte e difese rigide e disfunzionali: sono le stesse della partner, io sono buono vittima e frainteso, lei è quella cattiva persecutoria controllante, io sono quello sempre in buona fede, lei quella sempre in cattiva fede. Anche se magari indubbiamente possa esserci il contributo esasperante di una situazione che peggiora nel tempo. Ma quanto più sono rigidi questi meccanismi difensivi, tanto più si ha la sensazione che siano entrati in scena molto prima della separazione, e ora proprio quel modo di vedere la situazione impedisce di considerare dove si ha contribuito a creare lo stallo attuale e le cause che portano i figli a svolgere quel ruolo e a scegliere la comunicazione ostile verso il genitore con cui non vivono.

E si può magari non a torto considerare come ci siano dei rinforzi sociologici e culturali – a dare cemento alla posizione aggressiva del padre, un certo maschilismo per un verso, ma anche il patire gli effetti di quello stesso maschilismo per cui oggi non si sentono giuridicamente incoraggiati a esercitare un ruolo affettivo, e forse in qualche singola vicenda si potrà vedere un certo femminismo come ostacolo al miglioramento della vita della famiglia e della coppia – ma io non trovo davvero utile e insistere sull’aspetto politico della vicenda, perché vederla in questo modo, maschilismo cioè contro femminismo, è un altro viatico per incrementare quella conflittualità che fa male a tutti.

Vorrei fare piuttosto una riflessione sulla responsabilità che hanno i periti di parte e soprattutto gli avvocati di parte quando si trovino a imbattersi in separazioni giudiziarie in cui sembra esserci in mezzo questo fenomeno, che chiameremo PAS – sindrome di alienazione parentale, anche se come è evidente qui è intesa in tutt’altro modo – ossia come un irrigidimento patogeno del sistema familiare anziché come una presunta diagnosi psichiatrica a carico del minore e della madre.

Gli avvocati di parte vivono un’occasione professionale terribilmente delicata per il ruolo emotivo a cui sono chiamati. In questo genere di occasioni sono chiamati a lavorare in una situazione di conflitto, e viene richiesto loro esplicitamente ed emotivamente di assumere una posizione parziale – anche la dicitura lo sottolinea: sono avvocati di parte. Sentono di lavorare bene, spesso in buona fede, con una profonda sintonizzazione emotiva con i loro assistiti, a volte quella sintonizzazione emotiva risuona forte anche di quelle cornici ideologiche di cui ho parlato nel capoverso precedente. La donna che vuole allontanare il bambino si riterrà sostenuta da un avvocato femminista, l’uomo da uno maschilista, entrambi da qualcuno che si accorderà con loro nell’usare una diagnosi solo per il partner da cui ci si separa e per la prole. In questo modo si cade in una cattiva infinità: perché in realtà ci sarebbero tanti vie, tante parti psichiche dell’assistito con cui sintonizzarsi ma tante volte l’avvocato ( e in qualche sciagurato caso, il giudice) sceglie quella più evidente, più raggiungibile nell’immediato, più facile per lui emotivamente e professionalmente, a discapito alla fine di quello sistema familiare per il quale è chiamato a trovare una soluzione. E non bisogna essere troppo severi con questi periti di parte per tantissimi motivi. Il primo è perché davvero da vicino si vedono vicende estremamente gravi e dolorose con cui è estremamente difficile non identificarsi – anche gli avvocati sono mogli, mariti, padri, madri, traditori, traditi- per non parlare della richiesta esplicita dell’assistito che paga per essere sostenuto in una sorta di tifoseria. Il secondo è anche dovuto al terribile disincanto che i familiaristi devono condividere con altri professionisti che lavorano con le famiglie sul fatto che davvero, certi sistemi familiari sono così patologici da così lungo tempo, raccogliendo patologie a loro volta così antiche, che un linea attenta e sorvegliata spesso si scontra contro il muro di gomma della parte opposta, per cui alla fine capisco che ci senta sollecitati a una estrema durezza. Davvero, sono buoni tutti a essere comprensivi senza confrontarsi con certe controparti che fan venire il sangue alle mani.

Tuttavia dobbiamo cominciarci a chiedere quanta responsabilità abbiano le modalità dei contesti che si relazionano a una famiglia rotta, nell’aumentare in modo ineludibile la rottura di quella famiglia, e di impedirne la sua trasformazione in una coppia di nuclei separati e uniti da un terzo che deve essere una genitorialità rimasta ancora viva ed efficace come coppia. Utilizzare la Pas per come è stata formulata da Gardner in sede processuale, con tutte le conseguenze che può avere – come abbiamo visto in alcuni tristi fatti di cronaca – o come il DDl Pillon vuol dire improntare un modo di intervenire che è il proseguo della storica conflittualità della coppia, esasperandola e cronicizzandola. E’ una sorta di conferma dei meccanismi patologici che hanno portato a quella separazione e anche a quegli effetti ossia, l’allontanamento di un figlio dal proprio padre. Il padre potrà pur ottenere una vittoria materiale sulla carta, ma il prezzo potrebbe essere altissimo, inemendabile, perché sarà proprio il figlio a far pagare il fatto di essere utilizzato come capro espiatorio e non essere preso per niente sul serio, e se questa protesta dovesse essere ignorata, e il minore costretto a una frequentazione che non ha scelto emotivamente, fino a portarlo a una compiacenza e un’accettazione che non rispondono a un’elaborazione reale, beh, altri problemi psichiatrici alle porte potrebbero arrivare, e i rimproveri verso la madre cattiva e cattivissima un alibi di scarso successo.
Forse allora sarebbe opportuno cominciare a considerare questo fenomeno, nella sua doppia peculiarità: come ultimo irrigidimento di disfunzioni problematiche di lunga data, che si organizzano con le emozioni e i modi di percepire la realtà, per cui non possono essere cancellate con un provvedimento veloce, che imponga cambiamenti subitanei, e come un fenomeno che riguarda un intero nucleo familiare in tutte le sue parti. Questa prospettiva permetterebbe a tutti i professionisti coinvolti (e io penso che in molti in realtà già lo facciano) di lavorare in questi difficili frangenti in un modo più sarealmente utile per tutti.

Sul ddl Pillon

Comincia ora la discussione del ddl Pillon, un disegno di legge teso a riformulare le norme della separazione tra coniugi in particolare in presenza di figli. Il disegno di legge prevede alcuni cambiamenti salienti che qui vorrei sintetizzare

– obbligo della mediazione familiare, in presenza degli avvocati di parte per avviare la separazione
– abolizione dell’assegno di mantenimento, con divisione delle spese fatte in base al riscontro delle prove di pagamento
– divisione rigorosa a metà del tempo passato con i figli.
– Un indennizzo per il genitore che lascia all’altro la casa di proprietà

 

E nel dettaglio si riscontra:
– cambiamento dell’accordo solo previo accordo della coppia
– nessuna osservazione aggiuntiva o casistica particolare quando i figli in questione dovessero essere molto piccoli, per esempio sotto i tre anni
– nessuna rilevanza rispetto i desideri espressi dai minori
– nessuna possibilità di ricorrere al tribunale di fronte all’inadempienza di un genitore.

Sulla carta, può giustamente sembrare a molti, un notevole passo avanti giuridico. L’attuale diritto di famiglia protegge molto le mogli e le madri, e spesso questa protezione in sede di tribunale diventa l’arma con cui ex partner vengono messi in grave difficoltà economica, in primo luogo, ma anche spesso resi protagonisti di vicende familiari in cui sono loro malgrado, allontanati dai figli. Oggi davvero molti padri, hanno un sincero desiderio di passare più tempo con i propri figli, e un sincero desiderio di sorvegliarne la crescita e sono davvero tante le vicende amare per cui ci sono uomini allontanati dalla famiglia perché le ex compagne fanno in modo che i figli non vogliano incontrarli.   Inoltre, quando le associazioni di padri separati sottolineano l’enorme onere economico a cui vanno incontro, denunciano il vero specie se si pensa alla questione dell’assegnazione della casa, che viene stabilita in base a quale genitore vivrà con il figlio, per cui può accadere che un padre, titolare di una casa di proprietà ne perda completamente la titolarità e si trovi a dover pagare un affitto e anche un assegno con degli alimenti. Per molte persone è davvero oneroso e complicato. Non è tema di questo post, ma una correzione della legge attualmente in vigore che allevi la situazione del genitore a cui non è assegnata la casa – stabilendo un indennizzo, risarcendolo con delle esenzioni fiscali? Sono ipotesi – potrebbe essere una cosa intelligente, così come aiutare questi nuovi padri ad essere tutelati nel loro voler essere più presenti nella vita dei figli – per esempio alzando l’asticella del minimo di cura necessario. Da psicologa, per me per esempio: l’attuale giorno a settimana più i due fine settimana al mese sono davvero troppo pochi. Almeno un altro giorno infrasettimanale, sarebbe una cosa auspicabile per il benessere dei bambini. La famiglia cambia, i padri cambiano, ed è giusto che cambi la legge che ne regolamenta la vita quotidiana. MA sono blande ipotesi – ci sarebbe molto da fermarsi e pensare.

Tuttavia, questo ddl rappresenta la risposta mal strutturata e peggiorativa di una domanda anche lecita, e lascia basiti, al di la del banale conflitto di interessi, considerare il fatto che a proporlo è un professionista – il presidente di un’associazione di mediazione familiare – che dovrebbe avere (si presuppone, evidentemente a torto) qualche rudimento di esperienza materiale in fatto di separazioni. Lascia basiti perché per gli addetti ai lavori, che siano mediatori, che siano avvocati, che siano psicologi, constatano che per come è scritto questo ddl 1. Incrementa la conflittualità genitoriale, dilatandola e procurando alla coppia una moltiplicazione di occasioni di lite 2.   Lede gravemente, davvero gravemente, gli interessi dei bambini. 3. E’ particolarmente delirante nei casi in cui ci sia violenza di genere, per la diffidenza che mostra verso le denunce in questo ambito, e i poveri bambini siano vittime di violenza reale o assistita.
Vediamo i singoli punti.

La conflittualità genitoriale è molto aumentata dalla perdita dell’assegno di mantenimento. L’assegno di mantenimento, è magari un accordo difficile da digerire, ma almeno impone alle parti in causa di risolvere la questione una volta per tutte, e poi di riuscire in qualche modo a organizzarsi nelle proprie vite separate. L’idea che le spese debbano essere continuamente riconteggiate e divise al millimetro, mi pare che ridia ai membri della coppia continue occasioni di dissenso, piattaforme simboliche su cui di volta in volta rimettere in campo disagi emotivi. Perché, come capita di constatare nelle liti in tema di eredità, le persone per i soldi si dilaniano, ma non per il luogo comune dell’avidità e che tutti sono brutti e cattivi, ma perché sui soldi simbolicamente si mette in campo una proiezione affettiva, sono i sostituti di primo grado da un punto di vista simbolico dell’amore, della relazione, che piaccia o meno. Sono la moneta vicaria dell’essere con. Ed è semplicemente delirante mettere dei genitori nella posizione di stare a rinegoziare la fine del loro affetto e il loro voler bene ai figli a ogni scontrino fiscale.
Ugualmente, anche partire dalla teoria del figlio diviso a metà per tempi e spazi, ripropone continue situazioni di conflitto, specie considerando l’attuale organizzazione economica e sociale delle coppie. Davvero all’atto pratico i padri italiani riusciranno a reggere tutti, questi ritmi? E quando non riuscissero e delegassero a oltranza o chiedessero al partner di riprendersi la prole è sicuro che questo non creerebbe disagio? E ancora liti?
Questo ddl riguarda gli uomini e le donne, in un momento di vita tra i peggiori e i più dolorosi, un momento di vita che li rende ammalati: ossia in difficoltà, conflittuali, intolleranti, spesso magari non sempre, ma spesso, al peggio di se. La separazione è non di rado una sorta di adolescenza cattiva, dove tutti protestano tutti piangono tutti si trovano in un cambiamento che non avrebbero voluto. Pensato in questo modo, le parti sono incoraggiate a rimanere in questo stato di aggressione permanente, con mille quotidiane occasioni di risentimento. E’ una separazione cioè, che non sembra pensata da un mediatore familiare. Da uno che deve aiutare le persone a separarsi e a negoziare. Nella realtà materiale della vita quotidiana.

  1. La disattenzione verso i minori è scandalosa e per me criminale. E mi pare che si esprima su più livelli.
    Il primo è il mancato assegno per la parte, di solito la madre, che ha i figli a carico e che non dovesse lavorare. Io capisco che i temi delle donne non sono prioritari per gli estensori di questo decreto, ma se siamo in un paese con una bassa occupazione femminile, e che ostacola in vari modi il lavoro delle madri, come si può sperare che la madre separata lavori? La verità è che siccome Pillon è un neocatecumenale reazionario, la posizione mentale è quella di dire: donna hai voluto la bicicletta? (del’emancipazione? Della separazione) Ora pedala, anche se magari la bicicletta, nell’eventuale contingenza, ossia la separazione l’ha voluta il partner, oppure è l’esito dell’aggressione alla coppia da parte del partner per esempio – per un tradimento. In ogni caso, una madre che non ha mai lavorato e che ora dovesse trovare il modo di lavorare – a cinquant’anni? Sessanta? Si troverebbe in una grave difficoltà materiale e quindi psicologica, e questa difficoltà psicologica, potrebbe ricadere piuttosto o gravemente sui bambini. E naturalmente sull’ex partner medesimo.  Un’evenienza questa, in un paese con un bassissimo tasso di occupazione femminile, tutt’altro che scontata.
    Il secondo per me riguarda l’assoluta indifferenza alla qualità della vita dei figli. L’importanza che vivano in un contesto di riferimento, continuativo e rassicurante. Io ho serie perplessità che cambiar casa ogni dieci giorni specie quando per questioni di forza maggiore la casa del partner è molto lontana da quella dove il figlio è cresciuto e ha costruito la sua quotidianità sia una cosa buona per i bambini. Può forse andar bene se le case degli ex coniugi sono molto vicine, ma soprattutto nelle grandi città mi pare raro che succeda.
    Il terzo motivo, è il mancato riferimento all’età del bambino. Se l’idea che un minore sia affidato fifty fifty in generale mi suscita qualche perplessità ma non faccio fatica a escludere coppie armoniose che riescano a risolvere la cosa per il meglio, se penso al minore di tre anni, un bambino di pochi mesi, un bambino di un anno magari ancora in allattamento, tolto alla madre, mi sale proprio una preoccupazione indigeribile, mi pare che si faccia un torto al minore gravissimo. Un bambino di meno di un anno separato dalla madre ogni due settimane????
    Non credo che ci sia molto da dire.

 

Il quarto motivo, riguarda sia la sottesa idea dell’alienazione parentale e la fantasiosa pretesa di risolverla con un atto giuridico sbrigativo, sia il caso terribilmente grave e terribilmente frequente delle separazioni che seguono a violenza sui minori, e violenza verso la madre a cui si trova ad assistere il minore. Infatti l’idea è quella di dividere il tempo dei genitori a prescindere dai desiderata dei figli contesi, perché si parte dall’assunto che se un figlio non vuole vedere uno dei due partner è sempre comunque manipolato. Questa cosa è già di per se un’aggressione, un dire al futuro cittadino che è un cretino, uno che si fa maneggiare, in caso di figli adolescenti si tratta di un parere secondo me gravemente collusivo con certe patologie che emergono in quell’età. Un ragazzino di sedici anni dice risolutamente di voler stare con la madre, e lo Stato gli dice che lui non conta niente, che non ha un parere da prendere in considerazione, che crede di avere un’identità ma si sbaglia. Scusate, sono i semi per un comportamento criminale serviti sul piatto d’argento. Se il minore ha una qualche psicopatologia pregressa, una difficoltà scolastica, una bocciatura alle spalle, un problema di immissione nel mondo degli adulti, obbligato contro la sua volontà ad andare dal padre per gruppi di quindici giorni, è proprio pronto per la deriva sociale.
Questo perché se consideriamo davvero, per esempio tutte le ricerche che sono state fatte da psicologi rigorosi, e attenti, dovremmo sapere che la PAS come costrutto esiste pure, ma non è una manipolazione che si fonda su una mera suggestione r giochi di potere, ma che si basa sull’orchestra di meccanismi difensivi che si intrecciano a emozioni reali, necessità psichiche profonde, riflessioni e osservazioni che il minore fa sul piano di realtà, e non possono essere criminalmente cancellate con un colpo di spugna. Se un figlio desidera proteggere la madre dal dolore che è convinto le abbia inferto il padre, avendola per esempio vista piangere numerose volte, sapendo nel frattempo che il padre ha un’altra relazione, non sarà di certo la la dichiarazione astratta di un tribunale che la madre ha una depressione cronica ( magari pure causa reale del suo malessere)   a fargli cambiare idea e a farlo star bene con suo padre. Il bisogno di farsi difensore di sua madre, ha radici profonde, nell’organizzazione edipica che una separazione conflittuale ha impedito di superare, per quel figlio proteggere la madre è di vitale importanza. E’ solo uno degli esempi, naturalmente, ma non è che se il tribunale dice, dal nulla dopo una vita di esperienze ed eventi guarda sei manipolato, che il minore dice ok avete ragione ora sto volentieri con papà. Il minore, per i mille romanzi familiari che qui non possiamo sintetizzare, ha molteplici motivi possibili per ritenere vitale per se, gravemente vitale proteggere la madre, o comunque il genitore alienante. E se si crede di farla facile, beh noi psicologi, noi che lavoriamo coi servizi sociali, le case famiglia, insomma, noi ci ingrassiamo, il lavoro aumenta, l’infelicità si moltiplica.

Naturalmente ancora più criminale è la casistica, malamente contemplata dal ddl, delle famiglie abusanti. Il ddl prevede la casistica delle famiglie abusanti, ma in una distorsione ideologica parte dall’assunto che le denunce di abuso siano spesso false, e quindi prima che l’eventuale parte lesa sia riconosciuta come tale dovrà affrontare un complesso iter procedurale in termini di ANNI, nel frattempo però l’affido seguirebbe le linee indicate dal disegno.
Per quanto io sia tra i colleghi che più insistono nella necessità di far avere contatti tra figli abusati, vittime di violenza assistita e genitori abusanti, perché purtroppo quello è il genitore, bisogna che ci si fa i conti e in qualche modo lo si iscriva nella propria storia, il massimo che si possa sperare in certe vicende terribili e che il padre sia curato serratamente, la coppia familiare pure, che ci sia volontà da tutte le parti in causa, e che i minori siano guidati in una serie di incontri protetti, circoscritti nello spazio e nel tempo e sorvegliati (il tutto però bisogna dire: nella consapevolezza della cronicità grave, e della difficoltà di intervento risolutivo con questo campione di pazienti e assistiti) E IL TUTTO PERO’ SUBITO, NON DOPO GLI ANNI VITALI DELLA CRESCITA ESPONENDO IL MINORE A ULTERIORI ABUSI. Ritenere con questa allucinante e irresponsabile disinvoltura che un bambino a cui un soggetto psichiatrico ha spento le sigarette addosso, che ha frustato con la cinghia, che abbia rotto il braccio di sua madre davanti a lui, che le abbia ficcato un coltello nelle narici (perché cari di queste cose si parla, è bene che si sappia) e via discorrendo ed eludendo i casi ben più gravi e frequenti , debba andare a casa sua per due settimane al mese, perché le cicatrici se le deve essere inventate causa pas, veramente fa rabbrividire, fa cascare le braccia. Il pensiero che poi questo disgraziato, non volendoci andare, debba andare in una casa famiglia – siamo proprio nel campo della follia. Ma è più corretto dire dell’incompetenza per quel che concerne la psichiatria delle coppie violente.

In conclusione io credo che questa proposta di legge, scritta in maniera abborracciata, e frettolosa, al di la della matrice ideologica che la connota, sia tarata su un umano ideale: forse sui film degli anni cinquanta? Forse sui cartoni animati? Forse sulle favole della buona notte? Perché presuppone un idilliaco e vissero tutti felici e contenti in un momento della vita in cui l’umano cade e spesso rischia di rimanere nel suo funzionamento peggiore e più difficoltoso, quando cioè non è per niente conciliante e idilliaco.  Suppone che certi cambiamenti storici e culturali che ci sono stati siano l’esito di un’ondata ideologica e non lo specchio di un cambiamento nell’esistenza materiale di tutti uomini e donne. Non tiene per niente conto delle condizioni in cui vivono le persone, delle aggressioni del quotidiano, della psicologia delle persone e delle persone durante la separazione, dei diritti dei bambini. Occulta con atarassica serenità i problemi spesso insormontabili che si creano in caso di patologie psichiatriche conclamate e marginalità sociale. E’ una proposta di legge scellerata che dovrebbe essere rifiutata da tutti, uomini, donne, destra, sinistra, cinque stelle o meno. Di cui  forse cinicamente, beneficeremmo solo  noi professionisti grazie alla moltiplicazione di perizie, percorsi obbligati mediazioni familiari fatte (secondo il decreto di fronte alla presenza di familiari, questo particolare è un ultima prova dell’incompetenza degli estensori: me li vedo i genitori a parlare del conflitto davanti agli avvocati di parte avversa. Tanta sincerità proprio) .

Tanto dolore, problemi che non si risolvono, disperazione,  e dunque tanti professionisti chiamati in causa e remunerati. Una moltiplicazione di perizie di parte, di mediazioni familiari, di interventi riparatori, per una legge che non è fatta per gli uomini, ma per gli angeli.  Non mi pare che sia giusto verso le famiglie e gli elettori tradire così tanto i bisogni che hanno manifestato.

Diario

 

(Quando vengo a Venezia amo tornare negli stessi posti, e anzi, cerco sempre dei nuovi stessi posti, da aggiungere ai vecchi. Gli stessi posti, mi danno l’illusione di un’intimità solitamente sfuggente, fanno il lavoro che fanno con le amanti quando i mariti delle altre ce le portano a cena. Gli stessi posti creano una confidenza quasi apollinea, una fede al dito pure se solo per gioco. Gli stessi posti dicono, come il mio bar del mattino qui a Venezia (san Luca), per la signora un caffè molto schiumato! Oppure, come il libraio in terà degli assassini, niente Remo Bodei signora mi spiace. (ma l’hanno ristampato)

Stavo a caccia allora di un nuovo stesso posto, e avevo adocchiato uno spacciatore di gonne di lusso dalle parti di campo Manin, ero entrata piena di buoni propositi, ma anche a Venezia ci sono queste sciure che combattono la morte con la diffidenza, la finitezza con la supponenza, io scodinzolavo piena di buona volontà (e incoscienza) intorno a una sottana di crema, turchese e amaranto, la sciura mi guardava però con secchezza, mi accoglieva con troppo ritardo – forse avevo troppo rossetto, forse troppa Capitale, forse troppi chili chi sa – e me ne andavo allora mesta.
Ci son pure gli stessi posti dove non andare.

Mi aveva molto scoraggiato, questo stesso posto che avevo più volte puntato. Ho uno stesso posto di anelli (teatro la Fenice) uno stesso posto di vino alla mescita (santi apostoli) ho fatto persino pace con il mio stesso posto preferito di alcolici e cicchetti il Bottegon, che mi pareva non si volesse mai comportare da stesso posto, invece ora se incontro qualcuno che lavora al bottegon per Venezia quello persino mi saluta (con un gesto del mento, la faccia inamovibile, non si può chiedere troppo) e questo per me è una gran cosa,  per esempio quando vado in un mio stesso campo molto amato, pieno di bambini sempre allegri, e ragazzini che stanno per innamorarsi (campo santa Margherita.  E vecchi pure, vecchi che si innamorano di nuovo e stanno a bersi aperitivi seduti sulla piazza, la fettina d’arancia e la signora di lino accanto  – da spiare con pudore).
Avevo deciso quindi di abdicare. Non sono dell’umore opportuno per nuove delusioni.

Ma sapete che è successo oggi?
Ero tornata a Murano, per una ricerca di allegria che in questi giorni seguo per contrasto, la questione di tutte quelle botteghe di vetro, gli alberi nel sole, ed ero tornata prima a mangiare nello stesso posto dell’anno scorso – ma senza precisa intenzione, voglio dire né per colonialismo né per seduzione – un ritorno quasi casuale dovuto alla contingenza. Un ristorante che ha una vista bellissima sulla laguna, e gestito da ragazzini, e questi ragazzini mi hanno riconosciuta a me e ai miei, e ci hanno coccolato (un primo nuovo stesso posto!)  e poi siamo andati li accanto, dove ci sono gli ultimi signori della laguna che fanno bicchieri sontuosi, stanno nascosti dai turisti, quindi noi ci siamo messi li, io che ho una famiglia eh, dei bambini, proprio come l’anno scorso, a spiarli a lungo lavorare, a sentire le storie del vetro, del laboratorio, di Marta Marzotto che ordinò dei bicchieri sottili e altissimi e poi morì.
Come state? Ha detto il magico artigiano, quando siamo arrivati.
Due stessi posti in una sola giornata, quasi come quando l’amante riesce a passare la vigilia con l’amato)

 

(qui )

(morire, volevo dirti, morire in generale non si fa)

Il mio gatto stava attaccato alla vita con solo ormai due corde lise, che gli passavano dalle zampe, quelle davanti, mentre il resto della sua bellezza di gatto era diventata inerte e pure dolorosa.
Il tempo s’è mangiato il mio gatto, io credo almeno la sua parte materiale, il tempo fatto di cose che si toccano e cambiano strusciando l’una con l’altra, trasformandosi, distruggendosi.
Per esempio il pelo del mio gatto, ora che era attaccato a queste due esili corde, era diventato diradato e opaco, perché dei tanti tipi di tempo che se lo potevano mangiare, il più vorace è stato quello in cui abbiamo visto insieme dei film alla televisione, io e il mio gatto.

Pure le guance gli erano diventate asciutte e smunte, gli zigomi pronunciati di un povero del dopoguerra, il muso di un gatto di sabbia e di rovine, quando a dire il vero, aveva avuto sempre guance piene e gradasse di gatto sovrano, guance di gatto omaggiato e viziato, guance quasi boriose aveva il mio gatto, e queste guance gliele deve aver mangiato quel tipo di tempo, che passa per i baci sulla testa.

(Era stato un gatto metodico, pigro, ieratico e paziente, portato per giochi da tavolo più che per l’atletica, empatico e gentile nei momenti di tristezza, quando avevo lo studio in casa aveva sostenuto dei pazienti, qualcuno lo ricorderà con affetto. Questo per dire, che non è stato il tempo dell’agone e della virile caccia, a fare del mio gatto un gatto magro, sottile e ed evanescente. Disprezzava queste sciocche occupazioni. Lo ha consumato invece il tempo delle discussioni di clinica e filosofia. E forse pure quel guardarsi negli occhi sfidante e agonistico – facciamo a chi ride prima.)

E certo è stato un tempo cattivo e iniquo, vorrei dire non quello passato sulle mie spalle o tra i miei piedi, quello che faceva piangere il mio gatto di dolori al ventre, per quanto fosse un gatto vecchio e stanco. Quello è stato il tempo cattivo della malattia incurabile, per la quale mio gatto amato, abbiamo fatto quel che si poteva, punture e pasticche, e gite dal dottore e cibi selezionati. Siamo stati felici, e per un po’ abbiamo pure pareggiato.
Ma due corde sole sono troppe per tirare una vita, non si può fare e dunque gatto mio amato, le abbiamo dovute tagliare
.

Dedicato a un uomo che conosco e alla sua amante.

C’è un certo tipo di amore di un certo tipo di uomini per un certo tipo di donne che capita raramente di osservare, ma ancor più raramente di poter leggere. Addirittura mai può capitare di vederne diagnosticata la natura. Quando si incontrano insieme questi uomini e queste donne lo sguardo li fa sempre sposare per una traiettoria ovvia – che è quella della opportunismo, oppure quella dell’infantilismo. Lo sguardo collettivo cede all’apparenza del gioco delle parti. L’artista che è amato per via del genio, per il narcisismo creativo, il bisogno di dirsi dicendo cose meravigliose – e lei la donna che lo ama che lo cura lo protegge gli ammorbidisce una vita per cui non è pronto.
Lui è la trascendenza è lei è l’immanenza, lui è lo sguardo sulle stelle, i cicli della luna, i pianeti che disegnano ellissi, e le comete e le eclissi. Lei è la voce che risponde al telefono, la mano che controlla i documenti, lei è la capacità di comandare, di organizzare, di imporsi, di non intimidirsi. In effetti – lei è quasi sempre odiosa.
Quando questo certo tipo di amore, di un certo tipo di uomini per un certo tipo di donne, capita in letteratura quasi sempre si decide che lui è il talento e lei la sua assenza, che lui è il debole e lei la forte, che lui è il figlio e lei la madre, che lui potrebbe cercare molte amanti e lei nessuno.

Invece – accade che l’uomo con il talento dell’interpretazione, quando incontra una donna del genere, ne legga l’animo e indovini il contrario dell’apparenza. Egli vede nelle polarità di lei una struggente composizione dei suoi stessi opposti, indovina che quella sbalorditiva capacità di domare la realtà, quel disinvolto cinismo con cui schiva gli imbarazzi e i ripensamenti, quell’aggressività in eccesso che la fa rispettare e spesso detestare, sono le scorie di una infelicità mai assopita, la scia di una debolezza. Quello che per gli altri è disdicevole o insopportabile, a lui riesce in un certo modo tenero – in un altro afrodisiaco. Siccome quel certo tipo di uomo, vede dietro il pensiero e dentro la voce, ama proprio quel dentro, quel contrario, quell’oscura ansia che freme. Giacché lui ha una femminile calma interna che gli dona la calma esterna, lo eccita sapere il segreto della sua megera, lo trasforma in un padre affettuoso di una bambina difficile. E quando lei riesce a fare tutte quelle cose che a lui sono impossibile da concepire – quel dirigere la realtà come un orchestrale, quella freddezza con cui rimanda indietro tentativi di lusinga, di conquista – lui prova l’orgoglio che ha il genitore per il figlio che si sa difendere e perdona con indulgenza le unghie e il sudore, perché sa che la sua compagna è sempre all’inizio della lotta.

La maggior parte delle grandi alleanze, hanno sempre nei fondali da drenare il segreto di un incastro ben riuscito, un bacio di parti segrete. La bisbetica non ama sempre un domatore – ma più frequentemente cerca un recinto, da proteggere e da cui essere protetta, dove poter nitrire, scalciare, sbuffare, ruggire, graffiare, urlare – senza farsi del male. E se sulla staccionata ci sono stelle, e astri, e comete, e cieli di mondi sconosciuti e fantastici, è anche meglio, è anzi di più: quella staccionata è il ritratto di una fantasia che aveva desiderato ma che non si è mai potuta permettere. La ama e la venera perché ci sono tutte le parole che avrebbe voluto imparare, che non sperava di avere un giorno così vicine al suo corpo e al suo cuore, e che ora può credere che forse siano sue.

Note sull’interruzione estiva della psicoterapia

 

 

Sono una di quegli psicoterapeuti che impone ai pazienti una lunga pausa estiva – solitamente, due mesi. Non mi nascondo dietro a un dito, e so che questi due mesi sono scelti prima di tutto in risposta a mie esigenze personali, so anche che in generale per molti casi i due mesi di interruzione sono una prova difficile che può creare ansia e preoccupazione. Tuttavia penso anche che l’interruzione estiva sia un momento importante del lavoro per moltissimi motivi.

Il primo di questi motivi riguarda la connotazione specifica del percorso psicodinamico, che è lungo, dura anni, preferibilmente si svolge a una frequenza alta (io lavoro più volentieri con due sedute a settimana) perciò per sua natura incoraggia una dipendenza.   La pausa estiva offre una sorta di sperimentazione in vitro riguardo l’elasticità rispetto a quella relazione, e incoraggia, a modo suo, processi di individuazione del paziente che altrimenti vivrebbe una condizione di dipendenza costante. Penso sempre, nonostante mi affezioni ai pazienti e un pochino inesorabilmente mi dispiaccia, che vengono da me per imparare a stare lontano da me, non per essere bravissimi a stare nella mia stanza bravissimi a dire le cose per tutta la vita. Devono allontanarsi prima o poi.

Siccome dalla pausa estiva vi è comunque un ritorno in stanza, è anche un buon dispositivo di indagine per vedere come si vivono i processi di separazione nelle situazioni di attaccamento, e ragionarci insieme. Quando infatti la pausa estiva arriva su una relazione clinica ben avviata, spesso si ha avuto modo di constatare insieme come il modo del paziente di viversi l’analista ricordi i suoi modi di viversi relazioni importanti anche con i genitori, per quelle che in gergo vengono chiamate le dinamiche di transfert, e quelle stesse dinamiche di transfert potrebbero rivelarsi anche nel come è stato pensato il terapeuta che ha deciso di andare in vacanza. Allora può succedere che pazienti che hanno avuto un atteggiamento ostile e bellicoso verso la terapia per tutto l’anno vadano in ferie e percepiscano affetto o dipendenza, altri che con la relazione hanno una vicenda problematica possono accorgersi di sentirsi più rilassati e liberi, ma allo stesso tempo ripensare alla lunga relazione analitica come qualcosa di più tollerabile del previsto. La separazione estiva è comunque un importante momento per capire il proprio modo di essere con.

Il che bisogna dire vale anche per l’analista che verso i pazienti ha una specie di doppio controtransfert: uno più generico, che investe tutto il lavoro, una sorta di idea generale di paziente e di essere con i pazienti, e uno più specifico e che cambia da relazione a relazione. Questo secondo tipo di controtransfert è una fonte di informazione preziosa per le terapie in atto: l’analista si accorgerà di tendere a preoccuparsi, almeno inizialmente, più di un paziente che di un altro, non tanto per lo stato clinico in cui versa l’assistito, ma per come l’inconscio dell’assistito vuole che l’altro lo pensi. Per cui – per fare un esempio – ci saranno pazienti che inducono l’analista a essere molto tranquillo che tanto da solo se la caverà benissimo (e magari questo è un problema costante di questi pazienti che non riescono facilmente a mostrarsi vulnerabili – nel terrore di ingaggiare delle relazioni che potrebbero farli soffrire) e altri che invece faranno in modo di far sentire il terapeuta in stato di apprensione (uno stilema relazionale pericoloso quanto frequente nella relazione terapeutica, perché porta il clinico a sentirsi importante e indispensabile, e il paziente a sottovalutare le proprie risorse evolutive). Quindi il come si sentirà il terapeuta rispetto ai pazienti nella pausa estiva, darà contezza del modo di ingaggiare le reazioni di quel paziente di come fa sentire gli altri delle sue relazioni importanti.

Di tutte queste cose si parla molto al rientro. Ma nella separazione ci si troverà a combattere anche con altre questioni. La psicoterapia infatti, svolge due funzioni: la prima è quella di contenere emotivamente il paziente, la seconda è quella di dare una strumentazione di bordo al paziente. Le due operazioni sono spesso intrecciate, perciò si può dire che molto spesso il paziente formula una domanda emotivamente e ha una risposta altrettanto emotivamente carica, per cui nella via dei toni di voce e dei gesti passa la funzione accogliente e contenitiva, e nelle cose che ci si dice la risposta procedurale ai problemi psichici che la persona porta. All’interruzione però il paziente scopre che il contenitore è assente e potrebbe usare delle strategie personali per garantirsi il fatto di essere pensato e quindi contenuto anche se da lontano, ma constato che questa perdita di contenitore è spesso più angosciante per le separazioni dei primi due anni di terapia mentre per le successive in genere va scemando. Il contenitore esterno è finalmente sufficientemente introiettato e ci si può concentrare sulla seconda questione, ossia la strumentazione acquisita.

Questa penso è la parte più interessante dell’interruzione.
I pazienti che vengono in analisi, di solito portano un problema definito inerente la loro domanda di cura, che poi viene nel corso delle sedute riformulato e iscritto in un nuova rappresentazione di se. Il nuovo quadro, sempre in divenire, mette in luce altri problemi – magari anche più vasti – e una serie di risorse che non erano state mai considerate. Quindi accade che dopo la prima e piuttosto lunga riformulazione del modo di funzionare di una persona – emergano delle coazioni a ripetere, delle modalità di interazione con le persone che portano costantemente il paziente in una situazione diversa da quella che vorrebbe. Ma capitano anche sogni e fantasie, che rivelano al paziente informazioni del suo mondo interno e di come lui o lei reagiscono alla vita che prima non sospettava di avere. Quindi il paziente che avviasse una terapia psicodinamicamente orientata si ritroverebbe a considerare due novità della visione dei suoi problemi e risorse: una riguarderebbe una sorta di itinerario maligno dei suoi comportamenti che producono regolarmente effetti che non desidera, l’altra la sua vita inconscia cosa gli dicono i sogni delle necessità di questi itinerari.

Allora accade, specie nelle separazioni che cadono nel centro della terapia, o nella fase più vicina alla conclusione, che durante l’estate capitino situazioni che mettano alla prova le interpretazioni messe in cantiere durante l’anno e possano rappresentare per il paziente delle vere e proprie sfide. La psicoterapia anche analitica non è mai solo un lavoro dell’inconscio o della relazione diadica, ma spesso e volentieri, al di la delle retoriche che spesso entrano in scena, vuole uno sforzo dell’io per evitare di cadere in vecchi copioni. Allora può succedere che d’estate un paziente riesca a trattenersi per esempio dal chiamare una persona cara un numero troppo frequente di volte per sentirsi tranquillizzato e riesca a tranquillizzarsi da se, perché ha capito che cosa mette reiteratamente addosso a quella persona che angoscia ossessivamente, oppure che riesca al contrario a cercare qualcuno perché riesce finalmente a sintonizzarsi con un suo desiderio e a capire che sono le sue proiezioni di sventura a impedirgli di contattarlo. Siccome non c’è il terapeuta in carne ed ossa in questi frangenti, non ci sarà possibilità di parlarne il giorno dopo, quando queste sfide del reale vengono affontate anche con parziale successo, il soggetto ha una percezione di efficacia di forza, di crescita personale che nell’itinere della relazione analitica potrebbe essere meno evidente. Tutto quello che accade è sul suo e sull’uso che fa di quello che è accaduto in stanza nell’anno.

Questo vale anche per la produzione onirica. Io sono una terapeuta di orientamento psicodinamico e tendo a incoraggiare un uso empirico dei sogni, a mischiarli nella gestione del quotidiana perché nella mia esperienza professionale sono una risorsa e nella mia esperienza di paziente l’uso dei sogni per capire come sto al di la dell’apparenza è stato il più grande regalo che ho ricevuto da chi si è preso cura di me, ed è rimasto a terapia conclusa. In questo senso mi trovo particolarmente bene con la decodifica junghiana del sogno, e cerco di fare in modo che i pazienti se ne approprino in modo da saper utilizzare i sogni nel loro stare quotidiano anche senza analisi. Certi pazienti d’estate sognano di più, e hanno una grande occasione di usare la vita onirica da soli, cercando di capire cosa sta succedendo e se ci sono delle reazioni emotive in atto a una qualche esperienza del reale che stanno sottovalutando o ostinatamente escludendo dal loro campo visivo. Il sogno non dice cosa accadrà nel fuori da noi, ma siccome dice cosa accade ora dentro di noi, è un buon punto di partenza per fare delle considerazioni importanti.

Tutte queste cose poi verranno discusse al rientro. Di solito le psicoterapie – anche se purtroppo non sempre, molto spesso anzi non accade – dopo l’interruzione estiva, fanno come un balzo in avanti. Si ha la sensazione che d’estate il dialogo terapeutico, sia continuato e si siano aggiunti tasselli importanti. Non di rado, quando la terapia riprende, assume un registro un pochino diverso da quello che era l’anno precedente.

Su Lonesome Dove

 

Quando ero bambina, tra i cinque e i dieci anni, ho visto molti western insieme a mio nonno. Di solito stavamo in salotto, lui era un uomo di statura importante, io ero in braccio a lui e i nostri pomeriggi tipici erano: poltrona pistole cappelli e polvere e poi “la domenica sportiva”.
Non ricordo di essermi annoiata in quei pomeriggi. Era anche il modo di guardarli ad alleviarmi da un eventuale fastidio: a posteriori mi rendo conto che c’erano nei commenti di mio nonno, ironia e autoironia. Credo che ci fossero due uomini infatti a guardare quei film: in primo luogo certamente il vecchio europeo, che aveva sposato una traduttrice e una professoressa di lettere, che veniva dalla militanza del PCI e che considerava il genere l’apoteosi di una genuina americanitudo, naif nella sua dicotomica visione del mondo, puerile nel suo ricorso continuo alla sfida delle armi. Con una donna come mia nonna dietro le spalle, tutta la ritualistica del saloon, il pulirsi la bocca col dorso della mano, il tirarsi il cappello indietro sedendosi per poi scannare il primo distrattone con il calcio della pistola, non poteva che essere considerata con sarcasmo.
L’altro uomo che guardava i western era il ragazzino con la quinta elementare che lui era stato, che era andato a combattere imberbe in Africa, che poi era stato con le armi in mano dalla parte dei fascisti e infine, raggiunta la ragione, dalla parte opposta. Questo secondo spettatore riconosceva in certi entusiasmati trasporti contro gli indiani – la risposta di un se stesso diverso: non animale, e manco bambino e manco stupido – ma il maschile il combattente, quello che sa che cazzo si deve fare con i cattivi, e mio nonno ecco prendeva in giro anche questo spettatore – pur non abdicandovi mai, sapeva di essere stato prima di tutto quello. Un ragazzino che voleva diventare uno sceriffo, e per un certo periodo della vita lo era pure stato. Nel dopoguerra gli fu riconosciuto un certo prestigio sociale.

Forse perché femmina, forse perché più figlia di mia madre e di mia nonna, e dei libri dentro casa mi sono rimaste addosso a lungo le tracce del primo spettatore, e abbandonata la poltrona di mio nonno, ho considerato il western qualcosa di grossolano, banale, infantile, poco interessante saturo di stereotipie. Questi paesaggi ocra e mattone dove dominavano colori di polvere, gente che si scannava per ogni sciocchezza, pochissime donne certo un po’ più sboccate e sfidanti delle nostre ma alla fine sempre con la parannanza, tutto mi pareva una ridondante fenomenologia di balletti da gallo cedrone. Li ho trovati a lungo film dannatamente semplici, prevedibili, goffi. A tutt’oggi, avendo lasciato la spocchia eurocentrica battendo i sentieri intellettuali di altre Americhe, non posso dire di amare il cinema western, come in generale ho sempre un’attrazione modesta per la produzione di genere – la quale sui grandi numeri cade sempre nel problema di avere delle norme che ingessano la trama, la scrittura, la sintassi espressiva e ideologica.

Su questo retroterra e con queste aspettative ho letto Lonesome Dove di Larry McMurtry ( einaudi, trad. it Margherita Emo ) un libro che mi ha avvinto per una trama incalzante, e incantata per la grande quantità di passaggi  bellissimi – ma che mi ha insegnato delle cose importanti, su cui non avevo a sufficienza riflettuto. Queste cose importanti vanno su due binari diversi al punto tale che quando ho deciso di scrivere un post su questo lavoro non sapevo se occuparmi di una pista o dell’altra. Cercherò di rappresentare entrambe le piste – le strade battute con cui riflettere sull’anatomia del romanzo.

La prima pista interpreta il romanzo come l’epos di una fondazione ideologica culturale dell’America come noi comunemente la conosciamo. In questo senso Lonsome Dove è il romanzo di una fondazione, qualcosa che somiglia più all’Eneide che a un duello di pistoleri. C’è un gruppo di uomini che vivono in una terra ostile e complicata, il Texas – molti serpenti e poca vegetazione, che vengono a sapere che al nord, nel Montana, ci sono pascoli, un clima più ospitale, e si può pensare di avviare un rench. Sono brave persone ma piuttosto scalcagnate, ex ranger, ex combattenti, con tentativi maldestri di famiglia sempre abortiti. Soggetti che non sono comunque riusciti a iscriversi nel nascente tessuto borghese. Le loro partner sono tuttalpiù prostitute e tutti dai più giovani ai più vecchi sono nella posizione di chi non ha molto da perdere. Decidono perciò di fare un lunghissimo viaggio, pieno di sfide e di pericoli – che leggeremo tutti con il fiato alla gola: i cattivissimi indiani, le tempeste di sabbia, gli attacchi dei serpenti – per arrivare al nord e cercare di costruire qualcosa di meglio. Ci saranno delle morti, molto dolorose, ma i protagonisti arriveranno a destinazione e l’America, inizierà.

Questo viaggio per me quindi è stata prima di tutto la storia di un’edilizia sociale. I protagonisti eroici ma disgraziati, senza nobili origini né soldi in banca, senza mogli ma solo puttane, sono una buona allegoria dell’origine degli Stati Uniti, i cui pionieri erano in primo luogo galeotti, la feccia d’Europa mandata lontano. Viaggiando verso nord si confrontano con una serie di sfide politiche e sfide morali e si dipana la strutturazione del pensiero condiviso dell’America odierna. Per fare un esempio, in un passaggio un uomo dice ad un altro, alludendo alla possibilità di ucciderlo – questo è un paese libero, dopo tutto. E’ una battuta, ma è anche la rappresentazione di quell’intersezione morale che produce la tigna con cui gli Stati Uniti ancora mantengono la libera circolazione di armi. L’arma cioè è una libertà del maschile, della difesa, del portare a termine un giudizio. Ugualmente, la risalita al nord fa ruotare l’esperienza con gli Indiani, come se fosse l’acquisizione di una prospettiva complessa: all’inizio sono temibili, cattivi, malvagi, e lo sono davvero e fanno davvero delle cose tremende, ma alla fine sono poveri, ne compaiono le famiglie, arriva la disperazione, e il più saggio della compagnia, ammonirà gli altri dicendo, ricordiamoci che non ci hanno invitato. Simili acquisizioni di senso arrivano anche rispetto ai nigger, con una riduzione del razzismo che procede nel viaggio, e che risulta apparentemente casuale, ma in realtà rientra in un progetto narrativo che è la costruzione di un pensiero politico condiviso. All’arrivo nel Montana, questa prima America stanca ma piena di energia, avrà una sua prima mitica vecchiaia, che potrà fondare un modo di pensare che ha delle tenerezze come delle maschie cicatrici, e tutte conducono a un’idea in primo luogo pragmatica, muscolare di certe necessità, dove i valori dominanti saranno, la capacità di lavorare, di saper risolvere problemi seduta stante, ma anche di accettare il dispiacere e il dolore e il senso delle cose. Si costruirà un mondo leale, onesto, con una sua nobiltà tragica – bellissimo l’episodio della necessaria impiccagione dell’amico, lo stesso che ha dato ispirazione al viaggio, ma che è colpevole di una grave ignavia, di una grave incoerenza, di una grave mancanza di protezione verso i deboli.   Il vero nemico dell’ America futura non sarà il cattivo con una sua rintracciabile deontologia ed etica degli affetti, ma il vacuo, il futile, la banalità del male di chi non si occupa dell’altro, di chi non pensa sia importante schierarsi e scegliere, e tenere la barra dritta.

Non si edificherà una cultura davvero sana però, questo sembra dire il libro, perché c’è una parte del processo di individuazione che questo gruppo fondativo attraversa, e che sostanzialmente fallisce e riguarda l’integrazione del femminile psichico come reale. Qui veniamo alla seconda lettura del romanzo, la seconda pista, che riguarda le poche e magnifiche donne di Lonesome Dove. Diversamente dai western tradizionali anche dagli epigoni sofisticati della tradizione – pensiamo a Meridiano di sangue – i personaggi femminili e la relazione che con esse intrattengono i protagonisti, sono la chiave di volta della struttura narrativa il senso profondo di tutto il lavoro. Tutti questi caw boy sono alla fine brave persone bravi ragazzi – capaci di innamorarsi di una donna, di solito una puttana – il corrispettivo femminile del galeotto della fondazione – ma nessuno è capace di entrarci in relazione, mantenere la relazione, edificarci un progetto. Lorena, la meravigliosa ragazza testarda e sognatrice che segue la banda in un accampamento distaccato, è scopata, amata adorata e anche violentata e protetta, ma nessuno riesce a stare con lei davvero, e alla fine rimarrà a vivere con un’altra donna, senza che nessuno dei suoi innamorati riesca a prenderla per se (anche qui in storia delle idee, sembra una buona metafora della necessità del femminismo radicale) . I protagonisti della banda – e di molte delle storie parallele,   dipanano i diversi modi del maschile di approcciare e amare il femminile anche molto meno battuti dai media e dalle rappresentazione culturale – perché molte delle donne di Londsome Dove, sono delle gerarche del sentimento, dell’emozione, dell’eros e della scommessa emotiva, sono titolari di una pienezza sentimentale e di una consapevolezza della vita e della morte, che ha qualcosa di radicale violento e misterico  così forte e dominante da non riuscire a essere integrabile. Sono donne meravigliose anche volendo spietate e cattive e con l’autarchia tipica della estrema vitalità che non riesce a essere amabile. Le due grandi donne di questo romanzo alla fine Lorena e l’altra, Clara, notevolissima pioniera, finiranno a rimanere da sole e a costituire il parallelo dei due grandi maschi che non sono riusciti ad avere il femminile, Call e Augustus. Su questa scissione si costruirà l’America imperfetta, che in certi prodotti culturali più sciatti e disattenti, specie quando si trattava di caw boy avrebbe allontanato la me stessa ragazzina ( per poi avvicinarla invece con affetto, quando come in questo caso, avrebbe dimostrato di essersene resa conto).