Su Roma

Premessa: Parlare male di Roma

Negli ultimi anni la rete mi ha regalato un nuovo stato d’animo, che in passato vivevo in toni molto più moderati, mi si acceso cioè un oscuro campanilismo, per quanto controllato dal rendersi conto della realtà delle cose. Reagisco cioè a come Roma è raccontata, reagisco alle mitologie degli altri luoghi e a quelle che circolano sulla mia città, sento qua e la germogliare clichet che sono spesso e volentieri più funzionali a narcisismi individuali e a bisogni identirari, che a corretti esami di realtà, o anche funzionali alla recita di un’azione politica, che alla attuazione di un’azione politica. La pagina Facebook Roma fa schifo, è un po’ il simbolo di questo recitativo da dissidenza in poltrona. Va la che brutte strade coi cinghiali abbiamo, facciamo una bella foto, stringiamoci tutti insieme nell’orrore dei cinghiali e poi tante care cose. 

Va molto di moda parlare male di Roma, in primo luogo dalle mie parti intellettuali e culturali. E’ chic parlare male di Roma, elegante e non impegna: prima con lo scandalo Marino, poi con l’amministrazione Raggi, è stato facile come lamentarsi del tempo. Ora la città è amministrata dal PD e questo rende alla sinistra intellettuale ancora più agile la possibilità di parlare male della città. Perché in fondo parlare male di Roma, capitale del paese, e parlare male del PD erede di una delle maggiori tradizioni ideologiche del paese, assume la stessa funzione psicologica e identitaria: è una palestra per evidenziare i propri pregi, la puntualità delle proprie prospettive, E’ bellissimo a sinistra parlare male di Roma, perché è tutto un se ci fossi io a comandare, se facessi io le cose, ah il degrado. 

Il parlare male di Roma ha diverse voci. Le voci più addolorate e di solito private, sono di dipendenti pubblici, lavoratori dell’amministrazione, che lamentano l’enorme quantità di vincoli, gli ostacoli e i problemi sistematici, le  cattive eredità che arginano i progetti. Questi però hanno di solito pudore, parlano con sofferenza, valutano mille cose. Raramente sono unilaterali e non sono mai interpellati come dovrebbero. Quelli che si sentono davvero non sono quelli che lavorano nella città e di solito sono quelli che hanno possibilità di scegliere. Spesso intellettuali di sinistra la cui parata di difficoltà materiale ha una funzione identitaria più che una consistenza reale. Alcuni raccontano in romanzi una Roma supertossica e immorale, dove ci sono poche vittime e molti carnefici, mentre loro si tengono identità dorate di chi in fondo non si sporca le mani.  La lettura di Pecoraro e di Lagioia, mi ha fatto salire una imponderabile voglia di Briatore. Non è una cosa che si perdoni facilmente.

 Poi c’è la variabile del parlar male di Roma determinata dal soffuso charme leghista: a Roma non si lavora. Mentre la questione precedente per quanto faccia arrabbiare ha consistenti dati oggettivi a suo riguardo – si a Roma sono successe cose gravissime, si l’amministrazione Raggi è stata un disastro sul disastro, si il PD per me promette poco bene per cose reali visibili, irrisolte: spazzatura, strade, reti fognarie – la cosa dei romani che non lavorano la trovo, banalmente, semplicemente, falsa. Io mi faccio un mazzo, aiuto gente che si fa un mazzo, ho amici che si fanno un mazzo, ci ho parenti che si fanno un mazzo. La città è piena di gente che si fa il mazzo – e tutto sommato  – si vede facilmente. Ma ci torniamo dopo.

Infine, c’è un parlar male di Roma che però dice, eh ma è molto bella. Però questo molto bella si concentra su alcune questioni postmoderne e monumentali, gli scorci pittoreschi, i tramonti sul tevere, san pietro, e qualche altro quadruccio da ristorante.  Anche agli occhi di questi Roma sfugge completamente.
Io ora vorrei dire come è secondo me la città, cosa ha davvero e cosa non ha. Cosa ha in più che spesso non si vede, e che spesso non vedono manco i romani, per nevrosi personale, per nevrosi collettiva, per una oscura nevrosi della città da cui dovremmo liberarci e che come tutte le nevrosi non ci fa usare le doti che abbiamo. Naturalmente questa mia, è una visione a sua volta parziale determinata da privilegi, primo fra tutti la casa di proprietà, ma non pochi di natura caratteriale – un mio0 amico da poco mi ha detto, dove stai devi trovare il bene,  ma anche da una missione esistenziale, in generale per aiutare la gente a stare meglio li aiuto a vedere dove c’è da prendere. I miei pazienti, stanno, per buona parte, a Roma.

Alcuni dei tanti problemi

Il primo problema che dobbiamo riscontrare a Roma, e che è analogo alla politica nazionale, che sicuramente c’è in altre amministrazioni locali ma non nella misura così paralizzante che si osserva nell’Urbe, riguarda l’equilibrio di potentati locali, che sono numerosi, e che riguardano molto illecito, ma moltissimo il lecito, molto il presente e molto il passato. Esattamente come in Italia non si riesce a imprimere un cambiamento di sorta ma tutto quello che si riesce a ottenere è un mantenimento della baracca così com’è – a Roma non c’è sindaco, di nessun colore, che riesca a scardinare l’equilibrio dei sottopoteri, che strozza la città e che la rende di fatto, difficile da vivere, piuttosto cara, con servizi carenti.  C’è anche una corruzione diffusa che con piccole macchie continue investe molti funzionamenti parziali e paralizza ulteriormente settori e distretti, provocando un’emorragia di fondi.  

 L’immaginario collettivo è colpito per esempio dalla difficoltà a gestire la questione della spazzatura, che è effettivamente impressionante, e  spesso deprimente, prioritaria se non altro per la siua visibilità, ma ci sono anche altre questioni, come per esempio il caro degli affitti, il fiorire di b & b e strutture per il turismo che sfrattano dalla città i suoi legittimi abitanti depotenziando il suo capitale creativo, il titanico problema della gestione delle cose pubbliche nei distretti periferici, e l’altrettanto titanico problema dei mezzi pubblici – anche se in realtà – per come è la città, e per gli investimenti che si fanno – riescono anche a funzionare abbastanza. Dal mio vertice di osservazione posso anche aggiungere che il tanto amato Zingaretti ha aggiunto devastazione alla devastazione nel campo della salute mentale, specie per quel che riguarda la gestione dei fondi per le case famiglia e per i pazienti psichiatrici. C’è una gravissima emergenza nel campo della psichiatria, pochi concorsi nel lazio, un disastro totale. E’ stato indetto un concorso l’anno scorso, dopo vent’anni di assenza di concorsi, per una trentina di posti come psicologo, il che stante la domanda è semplicemente ridicolo. In generale, il comparto sanità nel Lazio mi pare soffra una carenza di investimenti, e più volte ho sentito con le mie orecchie di medici che fanno straordinari gratuiti per far fare certe analisi a pazienti gravi, o coprire un servizio. Anche nella sanità comunque, l’utente romano mediamente, ha questa esperienza curiosa del funzionamento maculare. Ci sono realtà ospedaliere dove appare di più una salute intrinseca dell’istituzione, e strutture dove è altrettanto evidente una grave sofferenza, tutto questo al netto delle competenze del personale medico. 

Ci sono poi altri problemi, che riguardano i contratti di lavoro, a volte non fatti quando si dovrebbe a volte fatti per metà, e con diverse soluzioni fiscalmente bislacche, ma devo dire, recentemente trovandomi per lavoro e non, a seguire storie di persone che hanno lasciato la capitale per andare in altre città italiane a lavorare, ho notato con un certo raccapriccio, che certe abitudini che credevo più squisitamente romane, sono molto gettonate anche a Milano, Torino e città del nord. 

La città nel complesso porta sulle spalle un macigno che si infiltra nelle cose, e che spesso – non sempre, e non spessissimo, si infiltra in funzionamenti di uffici e distretti. Queste infiltrazioni sono per un verso non uniformi, ma dove ci sono, sono sclerotizzate e difficili da combattere, perché sono oggetti tridimensionali: sono accordi contrattuali, iter burocratici, tradizioni che si passano da generazioni, accordi tra parti.Allo stesso tempo non sono omogenee. La città per chi ha molti contatti con il settore pubblico, è una specie di leopardo dove ci sono luoghi che continuano a funzionare bene e a tramandare buone prassi, dove le persone al loro interno sono mediamente contente di lavorare, e luoghi che sono una dannazione eterna, dove le persone provano enormi frustrazioni, dove si ha la sensazione di un lavorare inutile e sporco. Possono esserci differenze veramente plateali tra un ufficio del comune e un altro, tra un ospedale e un altro, tra una scuola e un’altra e via di seguito. 

Una città complicata 
Con queste premesse, vivere a Roma bene, senza soffrirne troppo, implica alcune fortune. Una sono i soldi. Roma da ricco la vivi chiaramente molto meglio, meglio se non devi spostarti molto per procurarti da mangiare, meglio se ci hai una casa di proprietà. Ma spesso anche i quattrini non ti salvano dall’arrabbiarti: perché solo attraversare la città per arrivare al lavoro ti sfianca, così come ti può provocare la cirrosi epatica facilmente il dirigere una cosa, dall’ufficetto all’istituto e non poter raggiungere degli obbiettivi per una serie di ostacoli. Se non sei ricco, devi avere una tua capacità adattiva, una capacità di godimento, un saper stare e stanare, stanare, stanare.  Devi dedicare il tuo tempo a saperti pensare la vita. Se hai queste competenze qui, se te la sai inventare, Roma da ancora moltissime cose. E te la tieni anche da poraccio. 
Roma in sostanza è una città per forti.

E questo chiaramente è un grave difetto.

Però Roma dicevo, ha delle cose, ed è per questo che ci si vive, alcuni rimangono, certi ci vengono, molti ci tornano. Queste cose sono moltissime, sono intrecciate, e ora cerco di restituirle.

Roma è per la sua storia, innanzitutto, una sorta di confederazione di paesotti. Molti paesotti! Sopra la ventina! Sopra la trentina! Questa cosa personalmente la adoro, mi sembra davvero la cosa che la rende pazzescamente unica, e qualche volta le domeniche di inverno, vado all’esplorazione di paesotti che non sono il mio. Ossia c’è questa cosa di una città con comparti architettonici diversi, e quartieri che hanno le loro piazze e i loro luoghi di riferimento, i loro caffè e le loro chiese, le loro atmosfere e le loro estetiche e anche le loro diverse variabili dialettali – romaneschi diversi, paesaggi diversi, scorci fascinosi diversi. Ci sono pezzi di Roma molto bella molto al di fuori dal consueto e bisunto circuito del centro storico. Ci sono cose interessanti in posti insensati. Anche cose non pazzescamente belle, ma si molto belle, o semplicemente pazze, o comunque dotate della capacità di essere mondo, e che si fanno a estetiche e periodi storici tra più svariati -che so la piazza davanti ponte Milvio, o la cascata di case di Torpignattara, ma volendo pure certe arrampicate alla sinistra di Corso Trieste, o anche al di la della magnifica Garbatella i paesaggi introno a San Paolo Fuori le Mura, il villaggio olimpico, o un certo gruppo di vie al Quarticciolo.Potrei continuare all’infinito. Sostanzialmente a Roma sono passate tutte le architetture possibili.  La stratificazione di domini politici e di momenti storici in cui si è continuato a costruire, ha reso Roma un inventario di codici urbani.

Questa cosa della confederazione di paesotti ha secondo me due conseguenze, una umana e una intellettuale. 

La conseguenza umana è che vivere in un quartiere romano, è semplicemente bello e caldo. Ndo stai stai, hai la tua rete. Mia madre di ottantasei anni oggi mi diceva, a me in questi anni terribili del covid mi ha salvato una cosa sola: il quartiere. Il quartiere ha sostenuto mia madre anziana, e sostiene anche me con i miei figli nel mio. Esiste una modalità interclassista di appartenenza al quartiere a Roma, per cui se io cerco i miei figli, una prostituta a casa mia mi aiuterà, se la prostituta avrà un problema io aiuterò lei, se mia mamma non può uscire il quartiere le porterà la spesa. Il ruolo del bar del quartiere a Roma funge da capitale culturale e politica, e ci sono molti bei bar, molto peculiari, molto definiti. Io ho un bar stupendo dove si vende vinile, il bar Brunori, ma so di bar che vendono libri fasci di contrabbando, o bar che ci hanno la fissa della pittura etc, o anche molti bar semplicemente adorabili, amati e bruttissimi che però creano un’appartenenza. In ogni caso, la vita relazionale del romano, mediamente è molto sostenuta dalla vita del quartiere, specie se il romano, o quello che è appena arrivato, abbassa le difese ed entra in relazione. E questa cosa a Roma succede con agio: all’università ho avuto amici studenti fuori sede, amici che venivano nelle nostre case di romani, mentre i miei amici che sono andati in altre città, hanno frequentato solo altri studenti fuori sede – spero che questo esempio illumini un po’ quello che voglio dire.

Questa pluralità di villaggi, che è appunto pluralità di atmosfere, di regie cinematografiche radicalmente diverse e tutte spendibili, si riversa in una cosa che si dice poco, ma Roma è ancora esteticamente molto creativa. Si parla moltissimo della moda a Milano, ed è giusto che si faccia, un posto tutto sommato piccolo che fa tutte quelle cose fantastiche dai vestiti al design, ma la quantità di negozi dove si pensando vendono e fanno cose interessanti a Roma è grandemente sottovalutata come di piccole imprese. A Roma, secondo me, si fa ancora molto ottimo artigianato, e c’è davvero molta molta creatività, molto plurale e che si discosta con molta fantasia dalle mode dominanti,  che secondo me sostiene la città in una misura che è sottovalutata e poco sostenuta ma che mette in campo delle cose interessanti. A Roma sono nati marchi e realtà economiche che sono il frutto di questa miscela creativa. Il grandissimo Castroni, o per quel che mi compete il marchio Ballerette, che ora vende scarpe in mezzo mondo, con i nomi delle vie della città. Ma al di la di grandi esempi,  è’ pieno di buchetti che fanno cose belle col pellame, cose belle con la plastica, cose belle coi tessuti, cose belle riciclate etc . C’è molto buon gusto e molta sperimentazione di livello, più eccentrica e meno mainstream di altri grandi distretti.  Questa roba sta nel centro storico ma è in realtà pulviscolarmente diffusa in tante zone di media centralità. E’ molto bello scoprirla, e quando si può bisognerebbe incoraggiarla. 

In secondo luogo Roma faticosamente, pragmaticamente, affannosamente lavora. Lavora spesso con grandi bestemmie e perdite di tempo, ma lavora, questo mediamente allevia lo stato d’animo di chi si cala nella città. Cioè ti accorgi sempre, che tra mille bestemmie quello a cui ti rivolgi fa quello che può. Quindi nel casino capitano delle belle cose. Un’esperienza frequente è interfacciarsi con quello che ti risolve il problema. La capacità di risolvere problemi è uno specifico talento dell’intelligenza meridionale, che mi affascina persino professionalmente, perché diciamo gestalticamente è un modo diverso di guardare le cose. Il romano lavoratore, di solito, quello in gamba e di successo, coniuga due caratteristiche, uno stacanovismo molto poco celebrato quanto diffuso (e criminale, perché compartecipe della teoresi degli straordinari non pagati) unito a un modo di osservare i dati standone fuori come dall’esterno. Questo tipo di romani sono molti, e mandano faticosamente avanti il comparto pubblico della città, ti dicono cosa fare, trovano strade con te producono beni e servizi. Le mostre che la gente vede, per esempio, i servizi che utilizzano di prenotazione negli ospedali, i progetti nelle perferie, e scusate i premi nei dipartimenti universitari e via di seguito, in generale la reale vita culturale della città, è uno degli effetti di questo lavorare. 

La seconda esperienza che capita sono romani che si mettono insieme e fanno cose, fanno cose pazzesche e grandi che hanno un notevole impatto sul territorio, nonostante gli ostacoli di una burocrazia disperante. Nel mio ambito ho colleghi che hanno costruito realtà molto significative sul territorio, persone che hanno preso degli spazi, ci hanno fatto dei centri con tariffe calmierate per l’utenza, progetti per persone che hanno problematiche specifiche. Ma c’è un fiorire di progetti dal basso che sono pazzi, che fanno cose, rete, cultura dal basso. Di questi non sa niente mai nessuno fino a che magari non succede qualcosa di brutto, tipo la triste vicenda della pecora elettrica, la bella libreria in borgata, a cui è stato dato fuoco. Ma in città ci sono molte pecore elettriche, fanno cultura, fanno dibattito, fanno mondo e offerta culturale, fanno le nozze coi fichi secchi. Fanno cose belle. (potevo fare come esempi i miei amici che hanno messo lo sportello per i pazienti LGBT, la mia amica che ha fatto un centro psichiatrico fantastico per i disturbi alimentari. Invece faccio il nome di Stefano Persico, il portiere di borgata che fa le presentazioni di libri ai condomini, con la pizza compresa. A cento metri da Stefano Persico, per capirsi, hanno dato fuoco a dei palazzi per via degli abitanti extracomunitari)

Infine, forse in virtù dei punti precedenti, la città ha diversi presidi, tra pubblico e privato che sono agenzie di lavoro, e di economia, e di produzione culturale in senso vasto. Mi soffermo sul settore che conosco meglio, ma di fatto Roma è un polo culturale, molto forte, molto attivo, che produce una enorme quantità di servizi. Molti nomi stimati del nostro dibattito culturale, insegnano o hanno insegnato nelle università romane. CI sono tre università pubbliche, ci sono molte belle e funzionanti biblioteche, ci sono musei e teatri, e ci sono moltissime attività culturali transitorie. Per cui esiste una reale offerta culturale.  Anche in questo ambito molte persone, dal basso si inventano cose. Di fatto, è un po’ azzardato e riduttivo dire che Roma non abbia proprio occasioni, le ha in certi ambiti più che in altri e questo al di la della cannibalesco comparto della ristorazione – che invece personalmente ritengo un pericoloso cancro della città, che fa finta di promuoverne lo sviluppo ma in realtà è uno dei principali colpevoli della paralisi. Ossia c’è una Roma che produce soldi, e c’è una Roma che produce cultura. Dove nelle accademia si è fatta e si fa molta “scuola”. Entrambe faticano molto, entrambe fanno meno di quel che altri forse riuscirebbero a fare? non lo so, di fatto io ho una città che da cose di cui non capisco bene perché non fa molto fico parlarne. 

In ultima analisi non deve stupire, senza stanare chi sa che masochismo o rassegnazione, che arrivi quello che a Roma stia bene e la ami, ci faccia l’amore, ci faccia amicizie, ci lavori tra bestemmie ed entusiasmi, prendendosi le cene all’aperto in cambio delle file negli uffici, godendosi quel che può se ci riesce, dal momento che di godibile c’è ancora molto. Non è solo un fatto di bellezza è un fatto di cose che ci sono di benesseri materiali possibili con poco, diciamo è un fatto ecco di vivacità dello spazio, e di qualità degli scambi. A Roma, come mi disse una editor di einaudi dopo aver lasciato la capitale per andare a lavorare a Torino, succedono le cose, si fanno le cose, il mondo accade. E questa cosa me la diceva, con una comprensibile nostalgia, nonostante entrambe riconoscessimo insieme gli adorabili pregi della sua nuova città.

Modesta conclusione

Io non so bene cosa proporre per migliorare le cose che rendono la città così faticosa. In primissimo luogo non ne ho le competenze, in secondo luogo non ho una storia di attivismo politico tale da consentirmi di fare delle proposte davvero sensate. Vincere la battaglia dal lato dell’amministrazione mi pare un compito titanico e mi chiedo cosa serva. Non lo so davvero. Mi pare che il tema della spazzatura sia prioritario,  perché questo sporco è davvero un modo di intendere la città, e ci fa credere che noi la pensiamo così dì sporca, che noi stiamo comodi nello sporco, e questo è veramente malsano e nevrotico, nessuno sta bene nello sporco, non dobbiamo starci manco noi romani. Anche qui ci sono complicati equilibri di potere, sia tra lecito e illecito, ma anche nelle stesse aree del lecito, a forse questi equilibri sono tali, perché gli investimenti narcisistici nel modo di parlare della spazzatura, rimangono più importanti del disagio che procura la spazzatura, e che ho la sensazione, la nevrosi cittadina non faccia prendere sul serio.

Così come mi sembra prioritario un ripensamento della ristorazione e dell’offerta turistica perché queste due cose, mi pare stiano sostenendo  la città in modo falso, cannibalizzando spazi pubblici e creativi, togliendo spazi ad altre modalità di beni e servizi, e distorcendo in modo molto grave il costo delle abitazioni per i romani e per le persone che lavorano nella città – è un problema che Roma condivide con altre città d’arte, è fortissimo anche a Firenze e Venezia. Il turismo è un’imprenditoria facile, ma oltre a una certa soglia ha qualcosa di tumorale, di falsificante, perché alla fine, fa cambiare il modo di vivere la città proprio ai cittadini stessi. Molti alberghi e b&b alzano gli affitti, e infine ci si ritrova con una città in cui in ventottennne ha un lavoro, ma non può pagarcisi una casa, e userà lo stipendio per andare solo ed esclusivamente nei posti per turisti,a mangiare,  mentre molta progettualità è sabotata, di vita privata ma anche diciamo, di vita imprenditoriale. Di concerto, le maglie dei piccoli poteri e delle burocrazie fanno il loro per sabotare la creazione di nuovi progetti. Si faranno lo stesso, ma con enorme fatica. E allora succede che, i fortissimi, per censo o anche per tigna e carattere, ce la faranno, altri soccomberanno.

Io posso solo parlare però di un aspetto non so quanto secondario, che è il modo di noi romani di pensarci e di pensare quello che facciamo, e di guardarci parlarne, e di guardarci fare le cose. 

Apprezzo moltissimo nei romani, o almeno nei miei, la consapevolezza del limite, l’autoironia. Perché in realtà, mediamente, al di la di uno stereotipo collettivo, no il romano non è affatto borioso, presuntuoso, la teoresi di roma caput mundi è tramontata da un pezzo. Ed è uno dei motivi per cui, mi perdonino i miei amici milanesi, per quanto io consideri l’orgoglio milanese comprensibile, io quel senso di facile giudizio su se stessi e sul reale, lo trovo poco interessante, poco attraente, poco gradevole, e appoggiato su cose che non sono le linee rette delle loro vie urbane poco utile. Mi rendo conto che questa consapevolezza di grandezza tramontata, di lotta quotidiana per portare a casa il risultato normalmente non vista, di tutti quelli che lavorano a roma, rende spesso i romani piacevoli. Ma è una simpatia autolesionista. Abbiamo smesso di vantarci da cinquant’anni a questa parte e tutti i mediocri del mondo sono molto contenti. Ma è una simpatia tafazziana.

Questo autolesionismo poi scivola in molte persone, è un fatto e va detto, in una pigrizia rassegnata piena di malagrazia. Un problema di attitudine mentale che parte di Roma condivide con molte persone di altre città meridionali: Napoli, Palermo – anche quelle ricche di risorse e di gente che fa il suo. Non si pulisce perché tanto, non si fanno cose perché tanto, si lavora proprio se, non ci si spreca perché. Ci si racconta anche una città più povera di quello che è, con meno risorse di quelle che ha, allo scopo di imbellettare un alibi mentale rinunciatario e vittimista. Questa cosa ci impaluda e ci deresposanbilizza, soprattutto questa cosa mi sembra il terzo polo su cui si poggia l’equilibrio di poteri sclerotizzati, l’inerzia che non fa spostare la bilancia: per i tassisti o contro i tassisti, per l’inceneritore o per l’impianto di riciclaggio, per lo sveltimento dei cavilli burocratici che ingabbiano i municipi o per la riorganizzazione radicale degli uffici. La battaglia politica a Roma è lasciata solo a chi sente l’odore del potere, con pregi e difetti. I poteri si agganciano tra di loro si immobilizzano e molte cose che possono andare bene a Roma si fermano.

Non ovunque. Dal basso della mia esperienza di cittadina che usufruisce: di ospedali, scuole pubbliche, mostre, università, offerta culturale, in rete con altri soggetti che vivono la città dal basso, mi pare che ci siano delle aree dove la miscela tra inerzie e poteri sclerotizzati non sia entrata. Tra lo sciovinismo di marca milanese, o per fare un altro esempio di stereotipo popolare  – parigino e francese – e il disfattismo di ispirazione meridionale, penso che dovremmo cominciare a considerare noi romani come un oggetto di un nostro saper fare, quelle buone prassi, quelle buone scuole, quei buoni ospedali, quelle buone aziende, quei posti creativi ben gestiti dove si fanno cose belle, cose che funzionano, cose utili, cose che fanno la qualità della vita in città. Io penso che questo filo sottile (dall’Angelo Mai allo Spallanzani, dalla libreria Tuba alla facoltà di Fisica, dalla scuola di musica popolare di Testaccio a Facile Ristrutturare, e sinceramente potrei continuare per ore) andrebbe riconosciuto come proprio, per un orgoglio di medio raggio, e una assunzione di responsabilità, dal basso di quello che non funziona. In effetti, la responsabilità senza orgoglio va spesso poco lontano.

Real life

L’uomo e la donna si incontrano con la vita alle spalle. Hanno figli che gli sgocciolano dalla schiena, delle porte socchiuse sugli stracci della pelle non più tesa. La donna appartiene alla razza fortunata dei tenaci, pirati dei bicchieri mezzi pieni, pionieri delle imprese sfangate, possibilisti con la vanagloria, il raggio del tramonto come occasione da non perdere, la morte un chiaro scuro necessario. (Lei: cantante in disarmo. Oppure:titolare di florida attività commerciale nel ramo della biancheria intima. Oppure: secondo cuoco di ristorante di lusso) 

L’uomo è di quelli meno smargiassi, un sopravvissuto del disincanto, del gioco a scacchi con le cose da perdere, più dolorosamente domestico colla morte, con le mediazioni, con la faccia della mancanza. Uno con la tentazione della rinuncia, che solo una intelligenza metodica e sottile ha salvato dal fallimento. Un uomo teoretico, moderatamente sentimentale, uno a cui non si deve spiegare cos’è una malattia. (Lui. Orologiaio. Tecnico specializzato in ditta produttrice di fresatrici. Tecnico di radiologia in grande ospedale cittadino. entomologo.)

L’uomo è,  e lo sa, innamorato della donna. Il corpo della donna lo chiama nella sua ottimistica accoglienza, ma questo pure l’uomo sa, non spiega il sentimento. La donna è una di quelle in cui ci si può tuffare, pensa l’uomo, che in cuor suo ha diviso il mondo delle donne in donne da nuotata e donne da giocoleria, ma appunto dice l’uomo, non è il punto.
E’ rumorosa, solare e decisa, una rompicoglioni – in diverse circostanze. 
In realtà la donna lo aggancia in una oscura contraddizione. Per un verso sente il lei qualcosa di tragico, una lotta disperata e permanente, l’angoscia di un assedio, un baratro che incalza, un ventre nero da cui le si scansa, in una lotta eterna di pragmatismo, alcolismo, buon umore, erotismo. Ciò lo intenerisce,  gli mette sul banco una dolcezza. Nello stesso tempo però è ammirato del risultato. Ammira la donna che ora guarda, ammira l’intelligenza imprenditoriale, l’assertività di cui non è lui per primo sempre capace, ammira l’egocentrismo rivierasco. 
Le piace portarla nei ristoranti, lei nei ristoranti porta il rossetto e diviene  subito teatrale già nelle ordinazioni, i camerieri si accorgono subito di lei, ridono con lei, lei diventa nel giro di un tovagliolo bianco, una cliente speciale, abituale. Ama questa capacità di lei di essere sempre prima attrice. Ama e allo stesso tempo si strugge sapendo che senza palco si sente morire. E vorrebbe proteggerla, e metterla al sicuro.  Dunque sul corpo di lei oscilla, tra esaltazione e tenerezza. Il sentimento gli si muove dentro tra la rivitalizzazione delle sue parti morte, e l’animazione dell’essere il padre che fa sempre fatica ad essere.

La donna lo ricambia per parte sua, grata e insospettabilmente guardinga. Il corpo lungo dell’uomo, le procura un senso di precisione, l’immagine di una virilità cinematografica e novecentesca, che non perde tempo, che non si schianta in inutili ruote di pavone, che sta in un’ombra maschile di coscienziosa introversione, un’erotismo di spie, di strateghi, di medici che studiano, di politici che immaginano. La lentezza con cui lui indugia nei giudizi, il fraseggio sottovoce e realistico, la sua pacata tendenza alla riconfigurazione delusa di quel che si vede.
E anche. Il modo con cui si sbottona la giacca. E anche, pensa la donna, il modo di sorridere senza mostrare i denti. 
Ugualmente, anche il cuore della donna si sposta su un’ellisse di contrari. Da una parte, il misurato tono esistenziale di lui le incute rispetto, come se il maschio che la tiene si sentisse sempre forte di un sapersi, e questo lo rendesse così capace nel mondo, mai goffo, ma inappropriato, mai fuori luogo, sempre opportuno. Dall’altra proprio la capacità di lui di non essere mai deludente, di essere sempre così britannicamente appropriato, le suggerisce una mancanza di libertà, una schiavitù segreta, e quel che è madre dentro di lei, ne soffre, e trova  di che dover consolare. Ammira e compatisce la sua borghesia.


Ora sono seduti, lei sta chiamando il cameriere con un gran frinire di bracciali finti, lui socchiude gli occhi, allunga il braccio abbronzato – aspetta un momento, le dice.

(qui)

America Aborto e noi.

Quanto successo negli Stati Uniti in materia di aborto, per quanto sintomo di un funzionamento peculiare di quel contesto, e delle forze politiche in gioco, ci deve mettere in una posizione di allarme e di logica anticipatoria. Perché al di la degli eventi materiali, si tratta di un cambiamento che ha più a che fare, mi sembra, con alcune criticità del mondo occidentale, che con le specificità del contesto statunitense. Per quanto l’abolizione della sentenza Roe v. Vade che negli Stati Uniti sancisce che l’aborto non sarà più un diritto, sia una conseguenza della maggioranza numerica di una falange cristiana reazionaria all’interno della corte suprema, è interessante come il diritto all’aborto sia già attaccato in altri luoghi con altre legislazioni, per motivi moderatamente diversi. Per esempio in Italia, il numero di medici obbiettori sta salendo a tal punto che, nonostante la legge tuteli il diritto all’interruzione di gravidanza, in certe regioni del paese è davvero materialmente difficile poterlo portare a termine. Devi trovare un medico che te lo faccia.

La mia sensazione è che l’ostilità culturale all’aborto potrebbe aumentare ovunque, per motivi assolutamente indipendenti dalle tradizioni religiose e reazionarie di questo o quel contesto, le quali magari potranno tornare diciamo come vestito di appoggio, come pezza di tranquillizzante decodifica identitaria, a giustificare una posizione che lede così tanto e in modo che sappiamo così pericoloso, il diritto delle persone a scegliere della propria vita. Questi motivi per me vanno rintracciati nella crisi della natalità nel mondo occidentale, nel grave abbassamento delle nascite per ogni donna in occidente, il che mi sembra produrre – in termini di psicologia sociale, due conseguenze. La prima riguarda una percezione di estinzione di se, come soggetto culturale, come entità, come identità collettiva. Se c’è una cosa su cui le sinistre di ogni ordine e grado tengono ragioni razionali, ma falliscono interpretazioni psicologiche, è nel sottovalutare regolarmente l’importanza psicologica che ha per la propria percezione di se, per la propria sicurezza, la logica dell’appartenenza a un gruppo culturale. Per questo, l’argomentazione che altre popolazioni nel mondo continuano a fare fin troppi figli, per quanto attraente sul piano logico, non sarà mai molto interessante per molte persone occidentali, perché la maggioranza degli appartenenti a un gruppo culturale, mette sull’atto di procreare, la funzione simbolica, di riprodurre se stesso, il proprio mondo valoriale. Ne consegue, che il calo delle nascite produce uno stato di disagio, a cui il divieto dell’aborto fornisce la sensazione di un provvedimento riparativo, per nevrotico che sia.

In secondo luogo, più si abbassa il numero di bambini per famiglia, più quelli che si fanno ottengono una enorme valorizzazione, sono investiti di connotazione emotive fortissime, pochi bambini, sono pochi eredi, sono i pochi testimoni della nostra esistenza. Dunque non solo il bambino, ma il suo progetto, diviene qualcosa di sacro, e io credo che davvero  emotivamente davvero in buona fede ci siano molti medici che obbiettano perché davvero si sentono male all’idea di portare a termine un aborto. Ancora una volta: è razionale dire che quello è un feto e non un bambino, e potrebbe essere molto razionale dire che quella è una donna che chiede un diritto, ma l’obbiettore penso sia qualcuno che ha la possibilità di eludere qualcosa che ritiene autenticamente sgradevole.

Quindi quello che vedo è: un mondo che vede sciogliere se stesso, e che reagisce in modo nevrotico e convulso con provvedimenti iniqui quanto vani. Infatti, impedire l’aborto non risolverà di un grammo la crisi occidentale. Le donne che ne fanno richiesta non sono le responsabili del problema. Se proprio vogliamo cercare dei responsabili, siamo proprio noi maschi e femmine giudiziosamente iscritti nel reticolo della nostra contemporaneità, che facciamo figli in un giudizioso programma logico, quando i tempi sono maturi e il minimo sindacale dei soldi è disponibile e non corriamo rischi. Niente aborti, uno o due figli pro capite, fine della questione.

Io credo che si imponga dunque un ragionamento a più livelli.

Il primo riguarda lo statuto della gravidanza e della procreazione quanto meno nei modi in cui possano essere proposti nel dibattito pubblico.  La riflessione sull’aborto ci mette infatti davanti al complicato piano inclinato della generazione: quella cosa che si fa in due ma che porta avanti la donna, a suo beneficio e a suo pericolo. Dunque quella cosa che riguarda PER LA MAGGIOR PARTE la donna, ma per una PARTE PIUTTOSTO IMPORTANTE l’uomo. Lei il figlio lo fa materialmente, ma a farlo ci sono entrambi, padre e madre, ed entrambi investono psicologicamente sulla prole. Questa asimmetrica distribuzione del coinvolgimento materiale e della lettura simbolica della gravidanza, rende il dibattito complicatissimo, perché non si sa bene come gestire la quota di valore simbolico della partecipazione maschile, e perché l’asimmetria del potere dei corpi non aiuta gli uomini a rendersene conto per tempo. Per cui alla fine ci troviamo, con donne che dicono che la decisione è esclusivamente loro, e uomini – per altro spesso iscritti in posizione di potere – che vedono la propria prosecuzione totalmente in balia di qualcun altro. E magari uomini che fanno sesso in modo superficiale, che quindi sono in balia del proprio inconscio desiderio di procreare e poi quando quel desiderio inconscio si materializza, si scontrano con una parte di se con cui non avevano fatto i conti.  Alla fine, in ogni caso,  questo succede: se io constato che in quanto uomo non ci ho diritto alla prosecuzione della specie, sono estromesso da questa cosa e vedo che questa cosa è in pericolo io questo faccio, io controreagisco con i mezzi di cui dispongo, con il potere fallico delle istituzioni positive: attualmente la corte suprema, è composta da 6 uomini e 3 donne. 

Quindi quello su cui dovremmo riflettere in primo luogo è: per quanto l’attacco all’aborto venga da una aggressione di tratto maschilista, perché quell’asimmetria di coinvolgimento rimane un dato di realtà, io penso che la polarizzazione del tema in termini di conflitto tra i generi non giochi a favore delle donne, e di nessuno, generazione e sua interruzione riguarda la coppia, e il problema dell’aborto deve essere posto come problema della collettività prima che delle donne. Il fatto che la questione riguardi il corpo delle donne in prima istanza, non deve cioè far mettere fuori campo come illecito il parere maschile che si esprime in merito, e leggerlo solo come indebita reazione di potere è un autogol, perché quella reazione ha una radice profonda e quella radice abita la dove comincia il concepimento. 


Forse bisognerebbe anche pensare al benessere politico delle donne e delle madri, come una necessità collettiva e di politica collettiva, e non come una questione legata al partito di un genere. Per cui io osservo: un fronte reazionario, e poi un fronte composto da donne che difendono il loro diritto e uomini variamente rispettosi. Un passo indietro. Questa posizione collettiva e culturale, da una parte riconosce l’asimmetria reale del coinvolgimento del corpo nella gestazione, dall’altra crea un problema, perché ci si perde il fatto che le madri o non madri in questione sono anche – figlie, mogli, compagne, ma anche lavoratrici, ma anche contribuenti, ma anche fruitrici del pubblico servizio cioè parti del corpo sociale con cui gli uomini sono in relazione. Psicologicamente sottovalutare il loro benessere e i gravi problemi psichici e fisici che implicherebbe per loro l’impossibilità di ricorrere a un aborto legale rappresenta un movimento simbolico che tranquillizza il cittadino uomo sulla superficie, ma lo getta in una catena di conseguenze psicopatologiche di ampio spettro. Materialmente: hai una figlia, quella rimane incinta a 19 anni, vuole abortire, glielo impedisci, va ad abortire clandestinamente, si becca un’infezione. Tu padre tu fidanzato tu stato sei psicologicamente apparentato con quell’infezione. Ma stanno anche altre infinite circostanze che ti mettono a te uomo che stai facendo questa cosa alla donna del tuo gruppo sociale in una posizione psicologicamente comoda sul piano della coscienza immediata, e nella merda sul piano di una coscienza di secondo livello.

Giocare di anticipo su quello che è un fenomeno storico sociale di larga portata, vuol dire riformulare in tempo il dibattito pubblico sulla famiglia, sui ruoli nella coppia, sul gradiente di responsabilità delle parti, sul fatto che forse questa cosa della bassa natalità andrebbe presa un po’ sul serio, e che forse è arrivato il momento di smetterla di considerare certe questioni come di secondo ordine, perché di secondo ordine è culturalmente pensato tutto ciò che riguarda il campo degli affetti e delle relazioni. E quello che voglio dire ai più cattolici maschilisti e reazionari: se continuiamo a: smantellare servizi di salute pubblica, smantellare soldi alla scuola pubblica, a non mettere in campo asili nido, a non fornire aiuti pubblici alla famiglia che si forma, se continuiamo a raccontarci che la relazione è delle donne, e quindi sono fatti loro se l’anziano non può essere curato, se la madre ammazza il bambino in culla, e via di seguito, a voja a negare aborti. 
Il declino dell’occidente e della cristianità è comunque assicurato.

Fenomenologia dei mulini a vento

Secondo gli articoli ella giurisprudenza erotica e di quella estetica, ai sensi dell’immaginario cinematografico e pubblicitario, ma anche a quelli delle donne e forse degli uomini profani e quotidiani, è quel che si dice un bell’uomo. Elegante, atletico, molto serio. Un uomo da giardino dei Finzi Contini, oppure da film americano con qualche  – comunque – tennista sofferto ma di cuore candido. O anche, uno a cui i registi potevano pensare di far fare l’avvocato integerrimo. O anche uno a cui Agatha Christie avrebbe assegnato il ruolo del marito traditore, ma di movenze impeccabili, il che lo avrebbe reso il primo sospettato, di poi scagionato verso la fine del giallo. 
Un maschio alfa del novecento borghese.

E’ in effetti rigoroso sul lavoro, puntiglioso nell’individuare itinerari procedurali, molto tenace nei duelli con il materiale burocratico entro cui si destreggia, con capacità. E’ anche parimenti un padre sollecito con i bambini, tre: 9, 7, 2 anni, molto amorevole con la moglie – una bionda morbida e luminosamente autoreferenziale. E’ altresì un uomo capace di discrete gentilezze, e se il collega della stanza ha un malanno farà una telefonata per sapere come va, ed è uno di quelli anche che da consigli utili in modo non fastidioso, o fornisce indirizzi che possono essere preziosi.
Ha per esempio un bravissimo oculista. Di cui ho beneficiato.

Nonostante le apparenze, ha una vita faticosa, dove nella brillante routine da gerarca borghese si aprono voragini piene di nemici.  Ha molti nemici sul lavoro, molti nemici nella scuola dei figli, tantissimi nemici nel palazzo dove abita, un paio alle poste, un altro paio in palestra, non pochi tra i parenti. I nemici sono l’ossatura di una solitaria e crepuscolare visione del mondo, che è pervaso ai suoi occhi in primo luogo da biasimevoli egotici interessati alle loro piccinerie, che tramano ai suoi danni, che tramano per fare meno del necessario, che tramano – sic et simpliciter. Furbastri. A seguito della falange dei furbastri sono gli innumerevoli sleali e traditori, che un giorno ti sorridono un giorno ti voltano le spalle, banderuole, infami, cattive persone. Gli inaffidabili opportunisti.  Intorno a costoro ci sono infine i pavidi, i vigliacchi, i più piccini tra i piccini a cui niente puoi chiedere che si ritraggono, e che lo deludono molto.
E’ in effetti sempre deluso.
(Per un certo periodo io sono stata sospettata di bieco opportunismo, poi sono stata promossa al rango degli egotici e furbastri, mai ho soggiornato in quella dei pavidi.  Vorrei ben vedere)

Quando partecipa a una discussione spesso diviene colonizzato da un indomabile  risentimento per cui si apre, attoriale e bellissimo, in una arringa, che in prima battuta appare come un dispiegamento di fallico potere, e che ha un che di seduttivo  –  ma sulla lunga durata, in regime di democrazia parlamentare ottiene l’effetto contrario, quanto meno in buona parte dei casi. Accade nelle riunioni dei colleghi della sua area di competenza, è successo nella chat delle mamme, si raccontano gesta eroiche alle riunioni di condominio, la moglie ancora ripensa con terrore a quella volta in cui il bagnino del loro stabilimento, aveva erroneamente assegnato il loro ombrellone a un’altra famiglia. Sciatteria secondo i suoceri, inesperienza secondo la moglie, incompetenza slealtà e sottile accanimento dovuto a invidia di classe secondo lui, un sentimento che riscontra sovente nella categoria che più disprezza, i pavidi.
(Ama le allusioni alle classi sociali. Lo fanno sentire un uomo di mondo, un uomo che sa le cose che ha letto Marx, anche se se ne discosta. Si sente molto elegante quando allude a queste cose della classe con i colleghi. Un po’ lo capisco, forse dovrei alludervi anche io per farlo contento, per rassicurarlo del fatto che non faccio parte della terribile falange dei traditori opportunisti. )

Si sente temuto, e spesso si sente tradito. Si sente a ragione da qualcuno ammirato. L’ingegnere dell’ufficio sopralluoghi, lo tratta sempre con deferenza, perché quel roboante suo rumoreggiare unito al dopobarba, unito al naso dritto, unito alla moglie bionda, unito alla casa ai parioli, unito alla macchina, e tutte quelle cose unite al bar dell’angolo profumano di una agognata promozione esistenziale. I colleghi invece che possono vantare una moglie altrettanto bionda, una macchina altrettanto potente, magari in sovrappeso ma comunque con un buon analista oscillano tra esasperazione e fastidio (i giovani) paterna pazienza ( i vecchi) sussiego (gli opportunisti) pettegolezzi (buona parte) vaffanculi (massima parte). Ritiene che nel suo posto di lavoro gli opportunisti siano una maggioranza. Non lo sfiora il sospetto di essere insopportabile. Non ha mai intuito di essere deriso, forse per via dello specchio che è sempre gentile con lui, e di sua moglie che annuisce vigorosamente mentre muove le mani per l’aria di fronte al bagno, e lei si toglie il trucco con la spugnetta bianca.
(Mi viene voglia di avvertirlo, di spiegargli gli effetti che suscita. Un giorno o l’altro lo farò.  Potrei inaugurare la coraggiosa categoria degli sventurati cagacazzi).

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Due

La signora cammina con il passeggino doppio in un orgia di rumore e di sole e di fumo, ha i capelli a caschetto scuri, io vedo, è vestita di blu con delle scarpe molto basse, troppo poi la schiena ne risentirà, è probabilmente molto stanca, nel passeggino, di struttura avanguardistica ma comunque molto sobria nessuno sta piangendo, ma evidentemente è una questione di contingenza, un lusso transitorio: la signora ha quel che mia madre direbbe, un’aria tirata.
L’aria tirata è la strategia che mia madre utilizza per dirmi, se mi hai risposto male è perché hai un’aria tirata, non puoi essere cioè così stronza di tuo, sei stronza per una serie di circostanze che ti hanno precluso il necessario riposo. 
L’aria tirata è infatti, l’atmosfera che ha il volto quando non si dorme e si fanno molte cose, ma anche quando ci sono delle preoccupazioni e dei dubbi da cui uno non si riesce a distrarre – ed è  per questo e solo per questo che non si è festosi e garbati come bisogna essere con il prossimo, perché il prossimo non ci ha responsabilità dei cazzi tuoi, pensa mia madre che è una donna con una sua eticità. 
Ma la signora ha un’aria tirata
.

Cammina dunque spedita e concentrata sulle cause dell’aria tirata, nel piglio e nei pantaloni vedo in lei la lavoratrice, qualcosa mi fa congetturare non in libera professione, ma manco un lavoraccio, è laureata, ha delle responsabilità a cui non sta dedicandosi, ma va in qualche posto con il suo passeggino, e una parte di lei, credo assolutamente inconsapevole, vorrebbe dire qualcosa di sgradevole, delle bestemmie, delle parolacce, ma tutto un mondo dietro le spalle le ha tolto la possibilità, e mi viene da pensare che non è di Roma, e neanche di Napoli e manco di Palermo, che a sud del Rubicone noi femmine si è imparato a riconoscerci il diritto alla violazione del sacramento materno, siamo laiche noi femmine meridionali, anche quelle di noi molto borghesi come questa signora. Verrà da una città piccina di quattrini e spioni – mi viene da pensare, povera figlia.

Una donna la incrocia e si illumina, per via del passeggino doppio e la ferma con entusiasmo, auguriii che bello! Sono due bambine dice lei stanca, io butto l’occhio dentro e le vedo paffute regali meravigliose e tiranne, mentre la seconda donna, ci informa che lei ha due maschi. 
Non è italiana e ho sentito nella voce entusiasta delle figlie dell’altra che questi suoi maschi non sono qui con lei, sono tra le braccia sapienti di una sorella o della nonna, devono mancarle molto, anche se in questo momento la seconda donna, non ha l’aria tirata, la su vita qui è scarna semplice e non esattamente bastarda, è quel che si deve fare. A volte i bambini devono mancarle come possono mancare i piedi e le mani a chi non ce l’ha, e poi la seconda donna, una camicia bianca e dei pantaloni chiari, molte rughe, molto sole, deve lavorare spesso all’aperto, deve aver deciso, quando sono nati quei due maschi, che questa nascita le aveva dato un’identità, che dal poco che si sentiva ora poteva dire sono una Madre! E anche se non sono qui con me, anche se non mi vede con loro nel passeggino doppio come io vedo lei, io sono una madre.
Complimenti! Dice allora felice e orgogliosa alla donna con l’aria tirata, che però avendo l’aria tirata, o forse essendo anche proprio stronza di suo le risponde sciattamente, con una involontaria, certamente involontaria supponenza di classe
.

E ora scrivo questa cosa, che va in direzione ostinata e contraria a questo modesto aneddoto sui limiti nostri e di quel che sappiamo fare, ma se c’è una cosa che regala l’esperienza del materno, è l’ingresso in un mondo di comprensione reciproca che abbatte le differenze, il mondo delle donne che sanno le cose delle vite dei corpi, delle bianche che lasciano il posto al ventre delle nere sulla metropolitana, dei bambini che piangono e ci si guarda negli occhi che cazzo ci avrà mangiare ha mangiato, pisciare ha pisciato, cosa ci ha mo, l’esoterico mistero di questi sovrani che due cose fanno: piangere o non piangere, l’alfabeto morse dei nuovi imperatori, uguale in Cina uguale in Africa, sempre questa cosa dei punti e delle linee, e noi madri ci si guarda, e quella coll’aria tirata la riconosciamo subito, pure tra cagne e tra gatte, e invece, non sempre ci riesce. Non sapevo a chi sorridere delle due, ma quella coll’aria tirata non è interessata a questi commerci carnali, l’altra invece ci si tuffa, sentendosi vista.

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Oggetti della democrazia psichica. Una riflessione su Putin come simbolo.

In un articolo che dovrebbe uscire quest’anno sull’umorismo in terapia, ho utilizzato la metafora della democrazia parlamentare per comprendere alcuni funzionamenti della vita psichica. E’ una metafora che uso spesso in terapia, soprattutto con persone maggiormente interessate al campo politico, e che ben restituisce l’idea di una compresenza di parti psichiche, ognuna delle quali persegue degli interessi suoi, ognuna delle quali ha una sua genealogia, un po’ come i nostri partiti. E’ una buona metafora perché aiuta a integrare tutte le parti interne anche quelle che per vari motivi sono responsabili di comportamenti patologici, e aiuta a capire perché sperare di affidare tutta la baracca a un solo partito genera una sorta di dittatura psichica, un fenomeno che in concretezza si traduce con il riproporsi di comportamenti identici in situazioni diverse, e che in quanto tali noi leggiamo come sintomi. 

Questi nostri partiti politici prendono forma nella nostra prima infanzia, e nelle relazioni con i genitori, con il mondo interno della madre o del padre, con le strategie che si adottano qualora questi genitori mettano in campo comportamenti che rendono il benessere complicato, e si foggiano in una fase della vita in cui il funzionamento del soggetto è ontologicamente diverso da quello del soggetto adulto. Nel bambino ancora non c’è la democrazia parlamentare delle parti psichiche per prendere le decisioni complesse, nel bambino specie prima dei sette/otto anni, il governo si basa sul benessere accanto a una figura di riferimento, e sul rassicurarsi che quella figura di riferimento stia bene, e sul ricevere dei beni primari nella propria sussistenza materiale e simbolica da questa o queste figure di riferimento. In quei primi anni di vita si formano i partiti storici della sua democrazia parlamentare. La vita porterà altre relazioni che avranno un ruolo prezioso portando punti di vista alternativi – è uno dei motivi per cui io, psicoanaliticamente – penso che poche cose sono protettive per i futuri adulti come il tempo prolungato alle scuole materne ed elementari. Perché mi accorgo se c’è qualcosa su cui posso lavorare nelle terapie con adulti per fronteggiare la dittatura di un partito storico che tiranneggia il presente mentale di una persona, sono le relazioni con delle figure alternative, una maestra elementare particolarmente capace, un docente che ha indovinato qualcosa. Perché quello che è un problema ricorrente è quando i grandi partiti storici della democrazia parlamentare sono domininati da meccanismi patologi, e istigano le persone a comportamenti disfuzionali, comportamenti cioè non tanto incongrui rispetto a una cornice culturale, ma soprattutto incongrui ai fini della democrazia parlamentare. E’ insomma questa una metafora molto produttiva, e probabilmente sarebbe molto divertente esplicitare in filigrana i tasselli della metafora con le teorie della psicologia evolutiva. Si potrebbe ragionare di come l’AAI  – l’adult Attacment interview per esempio riveli, sia la costruzione valoriale dei partiti politici legati alle grandi figure di attaccamento, sia la costruzione sintattica, il modo di parlare connesso a questo o a quel partito politico della psiche. Ci si potrebbe divertire con l’IRMAG di Ammanniti, a studiare la trasmissione intergenerazionale delle sintassi politiche da madre a figlia. Sarebbe molto divertente. Non particolarmente utile per la ricerca clinica, ma molto utile per il lavoro in stanza. 

n ogni caso, stante queste premesse sono molto affascinata dal fenomeno per cui certi politici, riescono a intestarsi un ruolo simbolico, e finiscono nei sogni e quando osservo il dibattito pubblico su queste figure pubbliche, ho in mente la questione delle democrazie parlamentari dei miei pazienti, il fatto che certi politici sono più sognati di altri, e penso a come vengono discussi ed emotivamente approcciati nel dibattito pubblico.  In questo momento storico poi noto che la mitopoiesi del personaggio pubblico ha molto più materiale per edificarsi nella testa dei singoli, perché quello stesso mutamento storico che ha travolto l’editoria e il modo di procurarsi le informazioni ha naturalmente influenzato anche la costruzione degli oggetti culturali. Noi prima avevamo alcune grandi agenzie culturali, che cone delle potenti pennellate costruivano il nostro immaginario, di cui poi noi discutevamo tra noi in contesti estranei a queste agenzie, ora queste agenzie – stampa, televisione – sono fortemente depotenziate – e noi siamo su internet, in un enorme contenitore dove ci sono pochi gradini e molto accessibili, dove circolano immagini e pareri, dove ci informiamo e scambiamo pareri – in circuiti dove l’emotivo si mischia con il competente.

Questa mescolanza di emotivo e competente che è confusivo nei social – ma va detto anche così caldo e fascinoso – incoraggia ancora di più l’innesto tra figure politiche e partiti della psiche, e mi fa leggere i modi di raccontare i personaggi pubblici, da un’angolazione particolare. Da questa angolazione io osservo la narrazione di Putin. Un leader politico che domina in Russia da molti anni, ma che solo con questo conflitto ucraino è entrato nel mirino del nostro sguardo psichico. Solo ora può accadere che gli italiani sognino Putin, al netto di più intense esperienze private, solo ora le persone parlano ovunque, quotidianamente di Putin. Uomo dei servizi segreti, fino adesso Putin è arrivato come un gerarca opaco, affondato in un paese percepito da sempre come altro, freddo, piuttosto lontano. Nell’immaginario culturale italiano, l’effetto serra non tocca la Russia che ha fermato l’esercito nazista, con il grande freddo, continua una percezione di piazze sterminate coperte di bianco, da cui arriva a torto ma quest’è una scarsa affettività, uno scomodo e noioso comunismo, una moderata affezione per le opinioni personali. Serpeggia l’interrogativo di cosa pensino i Russi di questa campagna militare, ma la grande e sterminata Russia, di cui pochi hanno letto gli struggenti romanzi, è percepita come una distesa silenziosa e mediamente raggirabile. Su questa distesa opaca di cui poco si sa, e poco spesso si vuole sapere regna questo Zar che pareva sbiadito, solo una volta vivacizzato dalle suggestioni pornografiche del nostro Trickster nazionale, Berlusconi, a volte sinistramente vivacizzato dalla notizia di qualche omicidio sospetto, che avrebbe dovuto far riflettere. A nessuno comunque è rimasto impresso il ritratto fedele che in Limonov Carrere ne ha fatto, e che in poche righe ne aveva restituito un patologico cinismo.

Ci esplode invece ora, questo Putin fascinoso nella sua opacità. Quando fa delle interviste è misurato, logico consapevole delle strategie militari e comunicative. Non è insomma un cretino, e non manifesta durante le interviste comportamenti gratuitamente aggressivi e sguaiati. Putin non fa Sgarbi, e manifesta un’aureo controllo su se stesso e su quello che fa. Per gli addetti ai lavori, qualora si dibattesse sulla sua salute mentale questo non dimostra affatto che non abbia delle diagnosi importanti, come in tanti invece ipotizziamo, ma esclude soltanto che non abbia un ritardo mentale oppure una psicosi conclamata. Però questo fatto che è cattivo ma tanto controllato e logico, che è freddo, che persegue i suoi interessi e organizza in un modo tutto sommato borderline la sua visione del mondo tra con lui e contro di lui, e quelli contro di lui dovranno schiattare in nome della strategia militare – questo mettere insieme elegante freddezza e promessa di morte, regala un’icona simbolica agli assetti mentali. Il partito delle tirannie paterne ha un nuovo leader.

A quel punto accade che, una volta che questo leader  1. Si fa  fotografare a un tavolo lunghissimo dove tutti gli altri stanno al polo opposto 2. Attacca militarmente e uccide scatenando un conflitto reale, con morti e feriti, abbiamo una nuova icona la cui caratteristica interessantissima è che non bisogna chiedergli niente. Sul piano di realtà questo, per altro, mi pare congruo. Perché Putin in effetti fa finta di ascoltare e non ascolta nessuno, sembra inabile al negoziato, io spero che ci sia qualcuno con lui che ragioni diversamente e probabilmente c’è – quella psicologia poteva e potrebbe seminare molta più morte di quanto fa e questo vuol dire che qualcosa lo trattiene – ma indubbiamente è uno che firma una tregua e due ore dopo bombarda i corridoi umanitari, è uno che sta chiacchierando da due settimane con primi ministri, servizi segreti di mezzo mondo, Zalnsky che di fatto promette cose, ma non si ferma, quindi insomma cosa chiedere a Putin sul piano di realtà? Non sa negoziare. 

Ma nel piano del dibattito pubblico e del dibattito psichico si gira intorno a questa cosa. Si chiede a Zalensky di arrendersi e si da per scontato che a Putin non è lecito dire che deve fermarsi, alcuni che si sentono molto saputi, non nascondo una fascinazione per questo male che amana freddezza, un po’ si vergognano della scarpa empatia che suscitano i morti. L’altro giorno, un ingegnere mi raccontava pieno di celeste ammirazione, della vignetta che aveva messo sul suo social, con putin piccino interrogato a geografia che rispondeva alla maestra: i confini della russia, sono dove li vuole lei. 
All’ingegnere la battuta piaceva, sentivo che celebrava una virilità vincente, un sapere quel che si vuole, una fallicità di antica memoria. Non provava, come me invece una reazione di disprezzo etico, la reazione di chi cioè ipotizza che lo scettro fallico della decisione lo devono avere anche quelli intorno, e se ti imponi sei una merda. Ho sentito nell’ammirata storiella dell’ingegnere, la funzione compensatoria che ha il ritratto di un narcisismo maligno. E questa funzione la riscontro qua e la a destra come sinistra quando tutti stanno a dire cosa deve fare Zalensy, cosa deve fare la nato, ma il cazzo di Putin mi raccomando, non lo deve discutere nessuno.
E’ cattivo? Pazienza.

Non so a cosa mi possa servire questa lunga dissertazione. Certamente me la tengo da parte per il mio lavoro in stanza. IA noi analisti ci aspettano molti Putin nei sogni dei nostri pazienti. Ma c’è qualcosa che dobbiamo fare per proteggere il nostro concetto di leadership di potere. Qualcosa nella celebrazione anche involontaria della sinistra cattiveria di Putin, mi parla anche di una svalutazione culturale di certi oggetti interni buoni che abbiamo, di cui forse è il momento di cominciare a essere orgogliosi. In fondo, questa nostra è una democrazia moderatamente giovane, con un esercizio al potere decisionale piuttosto recente. Siamo meno addestrati a essere soggetti politici di una Francia, o di un’Inghilterra. Eppure stiamo qui, e in fondo politicamente ce la stiamo cavando meglio di tanti altri, abbiamo delle risorse culturali, e un’idea di leadership che forse dovremmo cominciare a rivendicare. Questo abbaglio deve essere insomma un pochino regolato.

Sulla Schwa

Ogni tanto, quando per esempio scrivo una mail agli psicoanalisti della mia associazione, che so per discutere di un articolo, mi diverto a usare la schwa. Vorrei farlo sempre, ma non ce l’ho sulla tastiera e quindi alla fine per la corsa desisto. Mi piace usarla perché nel mio contesto professionale c’è una discreta maggioranza di donne, e trovo la schwa sintentica e più simpatica del maschile plurale, ma devo dire mi piace usarla perché è una provocazione innocente, e gli analisti junghiani di tutto difettano tranne che di senso dell’umorismo o di apertura a codici bizzarri. Mi sembra una cosa buffa in mezzo a un contesto molto blasonato e codificato. Una cosa fresca. Mio marito, accademico, mi riferisce di ritrovarsela ogni tanto nelle mail dei colleghi. E’ una cosa che mi fa simpatia – il che denota il mio personale atteggiamento sul tema; simpatizzo, zero avversione, ma coinvolgimento ammetto moderato. Se l’uso della schwa non dovesse diventare pervasivo, come ritengo probabile, la cosa per me non è un problema. Se lo dovesse diventare la cosa cambierebbe di poco la mia vita. 

La schwa, è un segno fonetico, che la linguista Vera Gheno ha proposto per il plurale e per cercare di introdurre una modifica ai nostri codici linguistici tale che rispettasse le identità di genere di tutti, e mettesse all’interno tutti. Personalmente mi fa simpatia non tanto per la mia disponibilità a empatizzare con chi non si riconosce nel sistema binario, anche se non nutro alcuna avversità, ma perché in effetti la trovo più calzante per quei contesti misti o a larga maggioranza femminile, per cui dovendo scrivere una mail a un gruppo dove ci sono, facciamo conto, tre uomini e sette donne, cari colleghi mi suona male. In effetti sul fatto che certi contesti pubblici decidano di utilizzarla in riferimento a comunità molto ampie, non mi crea un problema particolare, nè in direzione opposta affido alla schwa il compito di correggere il maschilismo di questo paese. 
La mia affezione alla causa è modesta. E ora che è stata fatta una petizione mi chiedo se non mi sarei dovuta incatenare davanti al parlamento per la quotidiana sodomizzazione del congiuntivo, a cui tutti assistiamo impotenti.

Non ho mai approfondito molto la linguistica, e i miei rudimenti non vanno molto oltre quello che mi è stato ripetuto in tutti i miei cicli scolastici fino all’università: che la lingua è un corpo vivo, che la lingua la fanno i parlanti, che esistono certamente delle codifiche di questi corpi vivi, ma che vanno incontro alle metamorfosi che la comunità impone.  Le parole che vengono dall’estero, gli slittamenti di significato, le graduali semplificazioni delle forme verbali, le metamorfosi che impongono i mutamenti storici, dalle guerre di conquista all’arrivo della televisione e perfino certi provvedimenti governativi che arrivano dall’alto – come la scelta francese di arginare le parole che vengono dall’estero. In questa mia sicuramente ignorante e grossolana visione, sicuramente contestabile, la schwa è una proposta culturale che attecchisce per un verso, ma che non penso possa andare molto oltre per un altro. Da un lato aggancia un cambiamento sociale macroscopico, di cui credo che vediamo solo gli albori, riguardo la flessibilità nell’interpretazione dei ruoli di genere, e dunque una maggior disponibilità mentale ad accogliere e tenere a mente interpretazioni del corpo sessuato fino a ieri considerate impensabili. Per fare un esempio: i giovani che hanno vinto Sanremo, la vetrina del nostro inconscio culturale, hanno cantato una bella canzone di amore omosessuale tra due maschi, dove uno dei due è dichiaratamente eterosessuale. L’eterosessuale che interpreta liberamente  una canzone con un omosessuale e che attraversa l’ipotesi di essere anche lui considerato omosessuale, è una novità di questa generazione, e solo dieci anni fa sarebbe stata incredibile. Ci poteva essere l’artista provocatoriamente bisessuale, ma era una cosa diversa. Rispetto all’appartenenza di genere, gli adolescenti sono molto più flessibili e instabili. – e la schwa parla la loro lingua di questo momento. Di contro, anche considerando che questo è un paese molto vecchio, e questi giovani sono molto pochi, al di la di un ristretto gruppo da sempre piuttosto sensibile al tema, che magari fino adesso usava gli asterischi al posto delle desinenze, può avere un discreto successo nella comunicazione scritta, ma nella comunicazione orale, arriva veramente troppo artificiale, il coinvolgimento dei parlanti è troppo modesto per, e insomma io onestamente dubito che sfondi. Richiede un’operazione mentale una forzatura della spontaneità del discorso che nel linguaggio parlato diventa difficile per la stragrande maggioranza della popolazione, e penso anche per gli stessi adolescenti. Per quel che mi è dato da capire, solitamente è la parola spontanea a diventare talmente abusata da conquistarsi una codifica nel linguaggio scritto, il contrario è piuttosto improbabile. E  anzi sarei stata ancora più pessimista, e forse sarebbe proprio sparita dal mio sguardo, se i detrattori della schwa non si fossero tanto tanto adoperati, con articoli di giornale, invettive, e ora addirittura una petizione, che hanno mosso in me più che un allarmato interesse per una prospettiva linguistica, un rinnovato interesse per la mia prospettiva professionale.

In questi signori, la schwa tocca una corda psichica, qualcosa di emotivo e di irrazionale. Si comportano in modo ridicolo e indecoroso.

La reazione ostile alla schwa è in larga parte maschile. E devo dire abbastanza curiosa. Per esempio nella mia bolla facebook, su 3000 e rotti contatti che ho, si e no la useranno in 5? 10? 10 lo dico per ottimismo – ne ho intercettati cinque fino adesso, e una è Vera Gheno. Ed è una bolla abitata da intellettuali di sinistra, diverse persone femministe, molte simpatizzanti eppure non la usa quasi nessuno. Piuttosto si parla della schwa per lo più per l’angoscia espressa da una serie di uomini negli articoli di giornale. Qualcuno dice, ed è una posizione interessante, non la uso, ma da quando c’è questo dibattito ho una maggiore attenzione alla identità delle persone a cui parlo, moltissimi non ne sentono la necessità. In ogni caso è una proposta che nessun potere obbliga a sposare, ed è dunque affidata alla psicologia dei parlanti. Una modifica delle prassi linguistiche può essere forse accademicamente discussa, ma di fatto è difficile governarla con i pareri, perché come spiegava quella faccenda della lingua viva, va per conto suo va con la vita dei parlanti, e con i dispositivi linguistici che mettono in campo, se diventerà decodificata nelle nostre grammatiche lo dirà il futuro, noi possiamo solo discettare su quanto è probabile e quanto non lo è, forse possiamo augurarci o non augurarci che abbia successo, ma da studiosi in particolare, tutto si può fare tranne una petizione: perché una petizione va nella direzione ostinata e contraria alla sociologia del linguaggio è come una manifestazione contro la pioggia.

Io dubito che Serianni, con mia delusione firmatario della petizione, o Barbero (minore delusione direi) o Cacciari (zero delusione oramai) ignorino la sociologia del linguaggio e anche l’attuale uso pratico della schwa. E penso che a tutti loro sia chiaro il fatto che l’uso di una desinenza inclusiva e neutra non inficia in nessun modo la loro identità di maschile singolare, o la mia identità di femminile singolare, o quella per dire di femminile plurale quando sono con delle mie colleghe. Se le identità sessuali dei soggetti singoli è quindi non attaccata da una desinenza generica, per quale motivo fare una petizione con anche un giudizio di valore sulla superficialità delle posizioni collegate all’uso della schwa? Se il movimento intorno alla schwa diviene una pandemia spontanea perché la schwa è la soluzione piccina di una tema sentito, come si fa a tacciarla di un giudizio di valore? Può l’intellettuale competente di processi culturali, condannare un movimento culturale nel complesso innocente, con lo strumento dell’indignazione che si riserva ai giulio regeni incarcerati, alla perdita di democrazia dei regimi totalitari, alla lotta agli armamenti? può l’intellettuale usare la sua posizione di storico delle idee per condannare politicamente un’idea innocua? Tuttalpiù inutile? Che non ha pericolosi precedenti? E non ha chi sa che tremende conseguenze?
Se non l’intelligenza, in questo mondo difficile – almeno il senso del pudore.
Invece firmano. 

Sono uscita dal femminismo attivo e rimango profondamente scomoda, per il modo di molte femministe di parlare degli uomini. Non ho mai creduto a certe polarizzazioni diffuse, e continuo a commerciarci con fatica. Ora mi confronto però con un manipolo di signori affermati, che se tanto si industriano per posizionarsi rispetto a un fenomeno marginale, evidentemente reagiscono emotivamente a qualcosa, che evidentemente era letto in un modo diverso da quello che credevamo noi. Il nostro buon giorno a tutti, era davvero inclusivo e privo di significanze, il nostro buon giorno a tutti era davvero un tutti quelli che ci volevano stare dentro, mentre il loro buongiorno a tutti, era invece quello che diceva un certo tipo di femministe, buon giorno a tutti maschi bianchi eterosessuali e tutti quegli altri indossassero l’etichetta in segno di subordinazione, di non rilevanza. Il loro buon giorno a tutti era il riverbero identitario non già dell’essere maschio tout court, ma della sua rilevanza sociale, e la schwa, la rivendicazione scioccherella e marginale diventa una cosa terribile – cos’ pericolosa per i poverini che hanno un disturbo neurologico (da sempre molto a cuore per buona parte di questi intellettuali, la cura dei disturbi neurologici come è noto ma anche le difficoltà nell’uso del linguaggio da parte loro si sa, sempre al centro del dibattito culturale)  ma soprattutto bisogna combatterla perché se dovesse avere successo potrebbe essere il sintomo del ridimensionamento del maschio come soggetto politico. Quella parola ridicola, patriarcato, che io per prima non uso mai manco sotto tortura, che a volte mi infastidisce per tanti motivi, mi va tirando per la giacchetta, mi dice, vedi che qualche volta torno a proposito, e dopo questa petizione, mi sa che per molte donne la schwa, che prima non era molto oltre che un paio di orecchini, forse potrebbe passare allo statuto di puntiglio politico. 

Nuove dal 27 gennaio

Due giorni fa c’è stato il giorno della memoria, il 27 gennaio. Sui social si tratta di una data che ha una sua rilevanza. I social sono il luogo dove le persone edificano il loro modo di pensare e vivere le cose, dove cristallizzano in pensieri scritti le loro percezioni, e le date simboliche ricorsive, dove riportano le esperienze e gli eventi che ci sono intorno a loro, e le date ricorsive sono un punto di coagulazione, un pettine, una cartina tornasole.

Il 27 gennaio di quest’anno ha subito una mutazione interessante da diversi fronti. 

Qualche amico intellettuale per esempio quest’anno ha manifestato stanchezza di fronte al marketing editoriale dell’Olocausto. Non sono antisemiti, sono persone che guardano piuttosto al mercato dell’editoria, e che lamentano un abuso in termini di marketing della Shoah, fino a colpire gli interessi di chi vorrebbe salvarne la memoria.  Ha davvero senso, si chiedono, continuare a produrre tanti libri e lanciarli sul mercato in questo momento? Magari libri mal fatti e a basso costo? In questa posizione, che ha una sua rispettabile buona fede, che come vertice di sguardo ha la qualità dei libri, io ho sentito comunque la perdita di contatto con il mito culturale dell’Olocausto, con la sua significanza per noi. La divulgazione dei fatti per loro sta diventando trita e secondaria. Ammetto anche che io, vivendo i l’Olocausto da ebrea, quindi come il simbolo di una deriva permanente, come una cosa che riguarda il mio possibile qui e ora, capivo dalle loro parole che per loro l’Olocausto è passato definitivamente al capitolo storia, narrativa, passato remoto, film in bianco e nero di largo impatto. Per esempio, questi miei amici concepiscono il tema della persecuzione razziale, come metafora di altre persecuzioni possibili, il che è senza dubbio corretto, ma il capitolo antisemitismo non li sfiora, non cortocircuitano, e il giorno della memoria non è una cosa che si debba mettere in relazione con eventuali battute antisemite. In effetti di antisemitismo non parlano mai.

Su ben più vasta scala, molti no vax hanno invece portato avanti un uso che definirei  post moderno del giorno della memoria.  L’uso della metafora fa pernio su alcune questioni: i no green pass sono meno dei favorevoli, molti di meno ma comunque una minoranza visibile, a causa del ricatto pandemico sono molto mal visti e molto mal giudicati, e l’istituzione del green pass non solo impedisce loro la fruizione di beni e servizi nelle consuete modalità lecite a tutti, ma spesso li rende oggetto di comportamenti aggressivi, svalutanti, che dovremmo chiamare discriminatori. Allora i no green pass dicono, è proprio come quando vennero le leggi razziali, siamo come gli ebrei che non potevano fare molte cose ed erano maltrattati da tutti, e sulle bacheche facebook mettono le parole di Primo Levi, decontestualizzate, e secondo cui il grande guaio della persecuzione raziale non è cominciato con grandi gesti, ma con l’indifferenza. Questa cosa all’ebreo medio crea di per se grande disturbo, perché è una verità molto parziale, che riguarda solo l’ultimo segmento di storia. E’ nato prima l’uovo o la gallina? L’uovo avrebbe detto il povero strumentalizzato Levi, che raccontava la sezione del suo momento storico di un lungo inferno, che è cominciato molto molto prima del nazismo e dei suoi indifferenti.

Nel leggere queste citazioni di Levi, io mi rendevo conto di provare sentimenti e attraversare pensieri disordinati, che ora cerco di mettere in fila qui. La cosa che salta all’occhio è che dell’Olocausto, della persecuzione razziale si vedono i limiti alle libertà, e le reazioni discriminanti, ma non si vedono, le possibilità facili di aggirare questi limiti, e la determinazione all’annientamento delle camere a gas. Un paragone del green pass con la tessera fascista per esempio poteva essere più credibile, perché in fondo abbiamo due tessere che non permettono accessi a servizi e addirittura posti di lavoro in base a scelte politiche, su cui se si abiurasse si potrebbe tranquillamente risolvere il problema, come durante il fascismo fecero tanti italiani incerti. Io non la troverei davvero congrua, questa similitudine, ma sarebbe un pochino più motivata. Invece piace l’identificazione con gli Ebrei, i quali a un certo punto manco se si convertivano la scampavano. La madre di una persona che conosco, è stata uccisa nonostante la conversione in extremis. Quella ineluttabile ostilità, quella determinazione all’annientamento che si correla a ciò che è ricordato il 27 è la cosa che rende la citazione di Levi e qualsiasi stella gialla vantata decisamente inappropriata e allo sguardo dell’etica con qualcosa di sporco. 

Ma non è antisemitismo. Anzi, i no green pass che fanno questa citazione si sentono molto vicini agli ebrei, ma della cultura identità storia ebraica si scelgono proprio ciò che per noi Ebrei è ferita, è angoscia, è terrore e in qualche modo anche vergogna. Lo statuto di vittima, lo statuto di perdente, lo statuto di povero ratto rincorso per le fogne. L’imbelle, lo sporco, il gassato. Questa cosa mi sembra il segno di un malfunzionamento psichico collettivo. Io sono per i vaccini e sarei stata per un semplice obbligo vaccinale, a cui sarebbero dovuti essere esonerati i titolari di patologie mediche, riconosco alla teoresi del green pass, una sua vulnerabilità giuridica, ma da psicoanalista mi chiedo – potendo scegliere tra identificarsi con quelli che non aderiscono a una maggioranza politica e la sfidano da pari – e quelli che sono stati perseguitati e uccisi in modo spesso lento e crudele, per un dato somatico, quale gancio psichico porta i no green pass e no vax a scegliersi questi altri? E l’analista che è in me si chiede, vedendo quanti di loro poi passano guai terribili perché perdono il lavoro, perché si ammalano e non possono essere curati, perché muoiono nelle terapie intensive più degli altri, quanto c’è di doloroso in questo vantarsi di abitare il tragico? Quanto narcisismo della autodistruzione? C’è qualcosa di inutile autodistruttivo e illogico nel prendersi la stella gialla come dato identitario, che si deve agganciare a una qualche ricorrenza nelle storie private, e anche a una qualche simbolizzzazione forte sul corpo e sul farmaco, perché per quanto offra una gran visibilità è di fatto autodistruttivo e respingente. Nessuno in politica ti concede qualcosa perché lo fai sentire cattivo, perché ti prendi la poltrona della vittima. Non ti danno le cose quando sei vittima vera, quando sei vittima finta – ti disprezzano.  Il richiamo alla Shoah dei no vax ricompatta il gruppo in una identità collettiva fondata su un elemento patologico e autodistruttivo, non c’è niente di buono in quel paragone, non ci sono risorse, non c’è associazionismo – come rimproverò spietata Hannah Arendt, non vi servono proprio a un cazzo questi ebrei – solo a essere più antipatici.

Di contro per quanto rimanga vivo il timore, che qualche battuta qua e la, qualche sito qua e la, qualche pestaggio qua e la, rinvigorisce negli ebrei che la bestia antisemita non sia morta, di fatto nella percezione collettiva di tutti gli altri anche dei migliori sta cambiando statuto, sta scolorendo, sta passando dal film di attualità, dal documentario sui padri, al terreno della storia, di elisabetta prima e filippo secondo, dei fim sui pellerossa. E’ una cosa inesorabile ed emotiva, è una cosa che deve succedere, e non c’è giorno della memoria che possa arginare questo passaggio storico, generazionale ed emotivo. La persecuzione razziale, in questo momento in cui la bestia sonnecchia – almeno a queste latitudini – svegliandosi di rado è un giocattolo narrativo che tutti usano secondo le proprie necessità, sganciandolo comunque sempre prudentemente dal suo tratto virulento che è l’annientamento mortale di cui gli ebrei sono stati oggetto, per cui mi è capitato persino di dover leggere in questo 27 gennaio, giornalisti che fantasiosamente ribaltavano la metafora e dicevano ai no vax che erano loro, quelli che potevano essere assimilati ai nazisti, avendo sposato idee complottiste. 
Cose che si dicono gli uni agli altri i soggetti di un periodo storico che tutto sommato ancora permette di giocare con certe grandezze, di farne un uso retorico e su tutti i fronti psicoanalitico, mentre la storia fa il suo corso e alla fine, gli eredi dei soggetti implicati, non possono farci niente se non guardare tutto con lieve sgomento. Di fatto però il richiamo a questa metafora, al di la della mediocrità etica, rimanda a qualcosa di sinistro, di non detto, di pervasivo, di ricattatorio dalle retrovie, rispetto all’aggressività e alla morte. 

Caro Luigi (lettera da Venezia)

Caro Lugi

Sono a Venezia sai, e come tutte le volte che sono qui, quando passo a San Trovaso, al cancello della pensione dove dovevi alloggiare, penso a te, che non sei potuto venire all’ultimo al mio matrimonio, ma soprattutto, alla telefonata di un paio di mesi prima, la telefonata che non volli capire.
Figlietta, mi dicevi, sai che qualsiasi cosa succeda io ti voglio bene lo stesso? Qualsiasi qualsiasi? Certo dissi filiale e giudiziosa mentre dentro qualcosa come un cucciolo di cane puntava le zampe, sai quando tiri il guinzaglio per portarli da una parte e loro non vogliono, e stanno colle zampe stese e il culo dritto.
Quando passo davanti alla pensione  dove dovevi dormire, per fare il mio testimone,  io sento sempre il cucciolo di cane che non vuole andare dove dici tu. 

Avevo organizzato tutto perché tu non dovessi muovere un passo. L’albergo era signorile anzi regale, con un profluvio estremo di velluti e una saputa parsimonia in fatto di broccati – che qui a Venezia ci hanno una psicopatologia dei broccati in plastica e anche dei baldacchini in truciolato con terrificanti intarsietti – tutti sintomi che tu non avendo il tempo di guarire avresti guardato con diagnostica fatica. Non avresti incontrato neanche uno scalino – che dico, neanche un dislivello. Avevo battuto tutti gli alberghi della città a cercare, una stanza dunque non solo epurata dalla perversione casanovesca, ma anche dai gradini, ecco e l’avevo trovata. Avevo pure trovato un signore, mi ricordo, uno che ti doveva prendere in barca e portarti al comune, dove in effetti avresti dovuto fare alcuni scalini ne convengo, ma gli unici eh! E poi questo signore ti avrebbe prelevato di nuovo e ti avrebbe portato a mangiare in un altro posto assolutamente epurato da scalini ma dotato invece di granchi, di cui eri molto goloso.
nvece dicevo, qualche mese prima mi avevi telefonato, eri caduto, eri finito sdraiato per una terribile labirintite, e nessuno ti aveva raccolto per molte ore, ti eri spaventato, lo credo bene, e però non ce l’avevi fatta a dirmi, non posso venire – hai parlato con mio marito, diglielo tu. Dentro la vecchiaia ti aveva dato degli ordini, la morte si avvicinava, e tu qualche mese prima avevi cominciato a prepararmi. Ricordati figlietta, qualsiasi cosa succeda.

Volevo dirti che è servito, ma dopo sai, perché li per li mi arrabbiai moltissimo e mi sentii abbandonata. Mio padre era una presenza evanescente, come dimostrano queste lettere –  ora dico una cosa feroce – mi manchi più te che lui, non te lo dissi perché tu hai avuto paura, e mica l’hai detto a me che non saresti venuto, pochi giorni prima! – ma anche quando poi ci siamo sentiti, io non protestai, avevi una voce flebile e flemmatica, ti difendevi con una sorta di severità, io però mi arrabbiai moltissimo.

Poi mi ritrovai a dover scegliere un testimone in extremis, che è pure una cosa poco carina il concetto di testimone di ripiego diciamo, avevo delle care amiche li, le amiche care di quel momento della vita, la maggior parte delle quali ora è in una vita che non vedo, e io già lo sapevo, che me le sarei perse, si cambia, per questo ci dovevi stare te, e non una di loro, benchè a tutte volessi molto bene e ancora ne voglio. Comunque andò bene sai, fu bello. Venezia era piena di sole, il ristorante mise del ribes in mezzo ai granchi, sui tavoli stavano ciliegie di vetro, io avevo un vestito verde e facevo una scelta felice. Ci furono molti baci.

(Ti ricordi quando ti ho presentato quello che sarebbe stato mio marito? Tu lo esaminasti dettagliatamente, lo interrogasti a lungo – quanto mi piacque!  – ricordo che gli facesti anche delle domande intimidatorie antiche e severissime: la farai felice? Avrai cura di queste mani? Gli dissi in un modo che faceva spavento. Ti sono molto grata di quella domanda.  Fu uno dei più bei regali che mi hai fatto. Oltre alla lettera che mi hai scritto per dirmi che potevo diventare analista, e oltre la borsa che ha aperto la nostra amicizia, il regalo che mi è piaciuto di più).

Ci sono sempre qui a Venezia delle cose che vorrei vedessimo insieme, e specie ora che mi sento professionalmente forte, molto forte, forte delle spinte tue e di altri maestri che ho avuto, maestri che però sono stati solo maestri, adesso sai che mi manca? Mi manca di vedere con te queste cose, i gatti Sandro e Palmira che dormono in calle del Fabbro, la luce a Santa Marta sul far della sera, i granchi con il ribes certamente. Mi manca essere grande con te, che te ne sei andato appena ho cominciato.

Su Shameless

Una delle lamentele più ricorrenti, a proposito delle serie tv, riguarda la massiva mozione degli affetti. In molti hanno la sensazione che per tenere inchiodato lo spettatore alla lunga successione di puntate, occorra agganciarlo nella commozione, nel tragico, nel melò. Certamente si vedono sovrapposizioni di linguaggi, contestualità politiche sovrapposte a vicende personali, ma si chiede spesso allo spettatore, di identificarsi, di calarsi nella storia – fino a perdere quella distanza di sicurezza, che permette di leggere le vicende narrate in tante prospettive diverse, per cui la lettura psicologica e intimista prevale, e prende la scena e tutto quello che rimane, lo storico, il sociale, l’economico, anche se c’è, va sullo sfondo.
Un’altra questione che viene da constatare appare sempre più frequente, è la scomparsa del male e anche dell’ambivalente, con un fiorire di personaggi tutti se non buoni tutti emotivamente comprensibili e giustificabili, tutti, in un certo senso redimibili. Ho trovato in alcuni prodotti degli ultimi anni – La regina degli Scacchi per es, o anche il per diversi aspetti ben riuscito This is Us – questa nuova tendenza, un non saper bene eticamente, e narrativamente cosa fare del male. Ne’ la regina di Scacchi il male è magicamente assente, sono tutti buoni, sono tutti gentili, sono tutti improbabilmente probi, in This is us il male si configura come sottrazione di bene, come bene fallito ma desiderato, e tutti gli errori e le malignità che si vedono – sono, invariabilmente tentativi mal riusciti di stare al mondo, alla fine inavvicinabili dalla sanzione morale. E’ un problema etico, che si intreccia con le domande poste dalle prospettive politiche del nuovo millennio, e da cui qualsiasi umorismo sul politicamente corretto non ci salverà: se dobbiamo capire la storia di tutti, di tutti gli sconfitti, di tutti i secondi posti, di tutte le marginalità e di tutte le cattiverie, come facciamo a difenderci dal male? Come ci raccontiamo le cose senza una sanzione morale? Come ce ne difendiamo? 

Questo tipo di narrazioni   sono una soluzione, che mi lascia un senso di insoddisfazione e di frustrazione, in fondo sono anche un abdicare, sotto la fabula sentimentale alle domande politiche su ciò che deve essere fatto, ciò che deve essere combattuto, e sul fatto che la battaglia essendo ancora aperta, porta molto dolore sulle spalle.Il male ossia: esiste, e la scorciatoia della mozione degli affetti non può essere usata per eludere la questione – empatizza con tutti, empatizza con il figlio abbandonato, empatizza con la mamma che non gli dice chi è il padre, empatizza con il padre tossico e abbandonante, non ci sono vergini siamo tutti vergini. 

Per questo ho amato moltissimo Shameless, serie in undici stagioni – versione americana di originale inglese, molto ben girata, molto ben recitata, brillantemente scritta, e con poche e ben dosate concessioni alla mozione degli affetti. Shameless è una commedia, sarcastica, amara, volgare, se non tragica  – molto dolorosa: ma i momenti di identificazione senza filtro sono pochi, e per lo più si ride, o si pensa.

Frank Gallager è un alcolizzato, nullafacente, che vive di espedienti con i suoi sei figli – di cui non si cura, granché, in una situazione di sgangherata indigenza. All’inizio della serie, è l’adolescente Fiona a occuparsi dei fratelli: del geniale Lip, del sentimentale Ian, del violentissimo Carl della difficile Debby e del piccolo Liam, che nella prima stagione ha 1 anno circa. Li vediamo crescere per tutte le stagioni, sempre gli stessi (ottimi) attori, nella periferia di Chicago, e a ognuno di loro è affidato un segmento della lotta per il sogno americano, Lip è quello con un notevole talento intellettuale, Ian è omosessuale e bipolare, Carl è il più repubblicano di tutti, un piccolo uomo di destra, Debby è una giovane donna che cerca di sfangarla, e Liam è nato da un rapporto con una donna nera, dunque è la lotta dell’America nera. Sono però i diseredati, sono quelli che il Sogno Americano attrae e rimanda indietro. Shameless è una storia dove i protagonisti combattono con le unghie e coi denti con il vento contrario delle coordinate sociali ed economiche che a loro volta si servono delle relazioni affettive, e delle leggi che la psicologia tristemente insegna, quando vuole spiegare quando e come certe patologie sociali si conservano per generazioni. E mentre il padre di famiglia, anche lui come Lip un tempo un genio destinato al college ma bruciato dalle dipendenze, pontifica nei bar con un linguaggio forbito fino a cadere esanime a dormire in qualche parco o a ridosso di un secchio della spazzatura, i figli disperatamente e dolorosamente lottano per uscire dalla merda, con espedienti, sfrontatezza, mezzi sbagliati ma necessari quando non ci sono orizzonti alternativi, nel tentativo, doloroso e qualche volta vano di spostarsi dal disastro dove sono nati. In Shameless ci sono passaggi politici realistici e molto poco consolatori su quanto può essere difficile il mitologema del self made man e della meritocrazia, perché il passato ti riagguanta, il passato ti mette in mano le nevrosi degli strumenti sbagliati, come insegna la vicenda di Lip, quello che poteva andare al college gratis con le borse di studio, ma che sarà costretto ad abbandonarlo, a causa dell’alcol, o come Fiona che a un certo punto sembra davvero poter diventare un imprenditrice, e invece cade, perde tutto, non riesce a cavalcare, il mondo in cui cerca di approdare e riaffonda nei debiti e nell’alcol del sottoproletariato urbano. 

Trovo in questa serie, al di la della brillantezza generale dei dialoghi, e alcuni momenti di spasso genuino, due questioni.

La prima è appunto la rappresentazione dei fallimenti, dei tradimenti. Le diciamo cadute lungo la strada dell’emancipazione dalla spazzatura bianca. Queste cadute passano da diverse cause: una è l’assenza di quella strumentazione di classe che solitamente aiuta la borghesia a fiutare i tranelli, il sapere fiutare i comportamenti fuori luogo all’università, il sapere fiutare le trappole affaristiche che saranno tranelli, il saper giocare delle regole del gioco che sono feroci e precise, e che conta in questa serie molto di più dell’avere i soldi per poter stare al gioco, l’altra causa è squisitamente psicologica, i Gallager non sono stati amati, sono i figli di una negligenza aggressiva ed estrema, fanno moltissima fatica ad amarsi, a proteggersi, a proteggere progetti di lungo corso, e i passaggi della serie in cui saltano all’occhio limpidamente, i tradimenti di se stessi a causa del tradimento dei genitori sono strazianti quanto chirurgici, in particolare sono terribili quei momenti in cui il protagonista capisce che non si è amato, non si è amato perché non gliel’hanno insegnato, e l’unica cosa che ha fatto è stato – ferirsi gravemente. Come quando Fiona, fa sniffare per sbaglio la cocaina al più piccolo dei fratelli, Liam, ricettacolo di dolcezza e purezza per tutto il clan, e lo mette in pericolo di vita. 

La seconda questione, che secondo me è la caratteristica davvero magica e portentosa di questa serie, è la rappresentazione di un’area pura, incontaminata, che quando arriva riluce di una specie di luce sacra, che è la landa dell’amore e dell’affetto. Perché  a spiegare l’eziologia del tragico sono bravi in tanti, è il talento dei principianti,  ma  rappresentare la purezza è una cosa più difficile senza diventare ovvi. Invece in  Shamelss c’è invece una specie di isola  – intorno all’affetto che i fratelli provano gli uni per gli altri, e in alcune relazioni amorose tra questi lottatori per la vita– che fanno rimanere indietro e sospendere il pensiero, e commuoversi non per il tragico, ma per il bello, per l’incorruttibile per qualcosa che rimane e da energia, e protegge come può dal male, che nella serie, ha il suo nome, e in primo luogo si chiama povertà – di mezzi, ma anche d di orizzonti – di alternative di modelli di strategie. E l’isola sacra dell’affetto è quello che fa da propulsore ai tentativi, che copre le spalle per riprovarci un’altra volta. Perché diversamente da un prodotto come This is Us, il discrimine dell’etica c’è, ed è nel provarci e riprovarci, nel mettersi in gioco e discutersi, e nel saper ritrarre con severità e un disprezzo etico che facciamo fatica a recuperare, chi non lo fa.

In fondo, il vero protagonista della serie è Lip, quello che doveva riscattare un quartiere e una generazione con l’intelligenza e la carriera, ma che nella tragica somiglianza con il padre, cade nello stesso distruttivo alcolismo, perde tutto, perde il college e perde il futuro, sbaglia donne, una dietro l’altra, ma alla fine ce la fa, e ce la fa occupandosi cocciutamente di altri, di altri che stanno come lui, ce la fa con dolore e disperazione salvando chi può, tra morti terribili e catarsi riuscite, e quando alla fine trova una con cui riesce a rimanere, più sofferente che cattiva, ammette di non poter andare lontano, lontano da Chicago e dai suoi, perché senza quel caldo dietro le spalle, tornerebbe a bere.

Da vedere.