Caro Luigi (lettera da Venezia)

Caro Lugi

Sono a Venezia sai, e come tutte le volte che sono qui, quando passo a San Trovaso, al cancello della pensione dove dovevi alloggiare, penso a te, che non sei potuto venire all’ultimo al mio matrimonio, ma soprattutto, alla telefonata di un paio di mesi prima, la telefonata che non volli capire.
Figlietta, mi dicevi, sai che qualsiasi cosa succeda io ti voglio bene lo stesso? Qualsiasi qualsiasi? Certo dissi filiale e giudiziosa mentre dentro qualcosa come un cucciolo di cane puntava le zampe, sai quando tiri il guinzaglio per portarli da una parte e loro non vogliono, e stanno colle zampe stese e il culo dritto.
Quando passo davanti alla pensione  dove dovevi dormire, per fare il mio testimone,  io sento sempre il cucciolo di cane che non vuole andare dove dici tu. 

Avevo organizzato tutto perché tu non dovessi muovere un passo. L’albergo era signorile anzi regale, con un profluvio estremo di velluti e una saputa parsimonia in fatto di broccati – che qui a Venezia ci hanno una psicopatologia dei broccati in plastica e anche dei baldacchini in truciolato con terrificanti intarsietti – tutti sintomi che tu non avendo il tempo di guarire avresti guardato con diagnostica fatica. Non avresti incontrato neanche uno scalino – che dico, neanche un dislivello. Avevo battuto tutti gli alberghi della città a cercare, una stanza dunque non solo epurata dalla perversione casanovesca, ma anche dai gradini, ecco e l’avevo trovata. Avevo pure trovato un signore, mi ricordo, uno che ti doveva prendere in barca e portarti al comune, dove in effetti avresti dovuto fare alcuni scalini ne convengo, ma gli unici eh! E poi questo signore ti avrebbe prelevato di nuovo e ti avrebbe portato a mangiare in un altro posto assolutamente epurato da scalini ma dotato invece di granchi, di cui eri molto goloso.
nvece dicevo, qualche mese prima mi avevi telefonato, eri caduto, eri finito sdraiato per una terribile labirintite, e nessuno ti aveva raccolto per molte ore, ti eri spaventato, lo credo bene, e però non ce l’avevi fatta a dirmi, non posso venire – hai parlato con mio marito, diglielo tu. Dentro la vecchiaia ti aveva dato degli ordini, la morte si avvicinava, e tu qualche mese prima avevi cominciato a prepararmi. Ricordati figlietta, qualsiasi cosa succeda.

Volevo dirti che è servito, ma dopo sai, perché li per li mi arrabbiai moltissimo e mi sentii abbandonata. Mio padre era una presenza evanescente, come dimostrano queste lettere –  ora dico una cosa feroce – mi manchi più te che lui, non te lo dissi perché tu hai avuto paura, e mica l’hai detto a me che non saresti venuto, pochi giorni prima! – ma anche quando poi ci siamo sentiti, io non protestai, avevi una voce flebile e flemmatica, ti difendevi con una sorta di severità, io però mi arrabbiai moltissimo.

Poi mi ritrovai a dover scegliere un testimone in extremis, che è pure una cosa poco carina il concetto di testimone di ripiego diciamo, avevo delle care amiche li, le amiche care di quel momento della vita, la maggior parte delle quali ora è in una vita che non vedo, e io già lo sapevo, che me le sarei perse, si cambia, per questo ci dovevi stare te, e non una di loro, benchè a tutte volessi molto bene e ancora ne voglio. Comunque andò bene sai, fu bello. Venezia era piena di sole, il ristorante mise del ribes in mezzo ai granchi, sui tavoli stavano ciliegie di vetro, io avevo un vestito verde e facevo una scelta felice. Ci furono molti baci.

(Ti ricordi quando ti ho presentato quello che sarebbe stato mio marito? Tu lo esaminasti dettagliatamente, lo interrogasti a lungo – quanto mi piacque!  – ricordo che gli facesti anche delle domande intimidatorie antiche e severissime: la farai felice? Avrai cura di queste mani? Gli dissi in un modo che faceva spavento. Ti sono molto grata di quella domanda.  Fu uno dei più bei regali che mi hai fatto. Oltre alla lettera che mi hai scritto per dirmi che potevo diventare analista, e oltre la borsa che ha aperto la nostra amicizia, il regalo che mi è piaciuto di più).

Ci sono sempre qui a Venezia delle cose che vorrei vedessimo insieme, e specie ora che mi sento professionalmente forte, molto forte, forte delle spinte tue e di altri maestri che ho avuto, maestri che però sono stati solo maestri, adesso sai che mi manca? Mi manca di vedere con te queste cose, i gatti Sandro e Palmira che dormono in calle del Fabbro, la luce a Santa Marta sul far della sera, i granchi con il ribes certamente. Mi manca essere grande con te, che te ne sei andato appena ho cominciato.

Su Shameless

Una delle lamentele più ricorrenti, a proposito delle serie tv, riguarda la massiva mozione degli affetti. In molti hanno la sensazione che per tenere inchiodato lo spettatore alla lunga successione di puntate, occorra agganciarlo nella commozione, nel tragico, nel melò. Certamente si vedono sovrapposizioni di linguaggi, contestualità politiche sovrapposte a vicende personali, ma si chiede spesso allo spettatore, di identificarsi, di calarsi nella storia – fino a perdere quella distanza di sicurezza, che permette di leggere le vicende narrate in tante prospettive diverse, per cui la lettura psicologica e intimista prevale, e prende la scena e tutto quello che rimane, lo storico, il sociale, l’economico, anche se c’è, va sullo sfondo.
Un’altra questione che viene da constatare appare sempre più frequente, è la scomparsa del male e anche dell’ambivalente, con un fiorire di personaggi tutti se non buoni tutti emotivamente comprensibili e giustificabili, tutti, in un certo senso redimibili. Ho trovato in alcuni prodotti degli ultimi anni – La regina degli Scacchi per es, o anche il per diversi aspetti ben riuscito This is Us – questa nuova tendenza, un non saper bene eticamente, e narrativamente cosa fare del male. Ne’ la regina di Scacchi il male è magicamente assente, sono tutti buoni, sono tutti gentili, sono tutti improbabilmente probi, in This is us il male si configura come sottrazione di bene, come bene fallito ma desiderato, e tutti gli errori e le malignità che si vedono – sono, invariabilmente tentativi mal riusciti di stare al mondo, alla fine inavvicinabili dalla sanzione morale. E’ un problema etico, che si intreccia con le domande poste dalle prospettive politiche del nuovo millennio, e da cui qualsiasi umorismo sul politicamente corretto non ci salverà: se dobbiamo capire la storia di tutti, di tutti gli sconfitti, di tutti i secondi posti, di tutte le marginalità e di tutte le cattiverie, come facciamo a difenderci dal male? Come ci raccontiamo le cose senza una sanzione morale? Come ce ne difendiamo? 

Questo tipo di narrazioni   sono una soluzione, che mi lascia un senso di insoddisfazione e di frustrazione, in fondo sono anche un abdicare, sotto la fabula sentimentale alle domande politiche su ciò che deve essere fatto, ciò che deve essere combattuto, e sul fatto che la battaglia essendo ancora aperta, porta molto dolore sulle spalle.Il male ossia: esiste, e la scorciatoia della mozione degli affetti non può essere usata per eludere la questione – empatizza con tutti, empatizza con il figlio abbandonato, empatizza con la mamma che non gli dice chi è il padre, empatizza con il padre tossico e abbandonante, non ci sono vergini siamo tutti vergini. 

Per questo ho amato moltissimo Shameless, serie in undici stagioni – versione americana di originale inglese, molto ben girata, molto ben recitata, brillantemente scritta, e con poche e ben dosate concessioni alla mozione degli affetti. Shameless è una commedia, sarcastica, amara, volgare, se non tragica  – molto dolorosa: ma i momenti di identificazione senza filtro sono pochi, e per lo più si ride, o si pensa.

Frank Gallager è un alcolizzato, nullafacente, che vive di espedienti con i suoi sei figli – di cui non si cura, granché, in una situazione di sgangherata indigenza. All’inizio della serie, è l’adolescente Fiona a occuparsi dei fratelli: del geniale Lip, del sentimentale Ian, del violentissimo Carl della difficile Debby e del piccolo Liam, che nella prima stagione ha 1 anno circa. Li vediamo crescere per tutte le stagioni, sempre gli stessi (ottimi) attori, nella periferia di Chicago, e a ognuno di loro è affidato un segmento della lotta per il sogno americano, Lip è quello con un notevole talento intellettuale, Ian è omosessuale e bipolare, Carl è il più repubblicano di tutti, un piccolo uomo di destra, Debby è una giovane donna che cerca di sfangarla, e Liam è nato da un rapporto con una donna nera, dunque è la lotta dell’America nera. Sono però i diseredati, sono quelli che il Sogno Americano attrae e rimanda indietro. Shameless è una storia dove i protagonisti combattono con le unghie e coi denti con il vento contrario delle coordinate sociali ed economiche che a loro volta si servono delle relazioni affettive, e delle leggi che la psicologia tristemente insegna, quando vuole spiegare quando e come certe patologie sociali si conservano per generazioni. E mentre il padre di famiglia, anche lui come Lip un tempo un genio destinato al college ma bruciato dalle dipendenze, pontifica nei bar con un linguaggio forbito fino a cadere esanime a dormire in qualche parco o a ridosso di un secchio della spazzatura, i figli disperatamente e dolorosamente lottano per uscire dalla merda, con espedienti, sfrontatezza, mezzi sbagliati ma necessari quando non ci sono orizzonti alternativi, nel tentativo, doloroso e qualche volta vano di spostarsi dal disastro dove sono nati. In Shameless ci sono passaggi politici realistici e molto poco consolatori su quanto può essere difficile il mitologema del self made man e della meritocrazia, perché il passato ti riagguanta, il passato ti mette in mano le nevrosi degli strumenti sbagliati, come insegna la vicenda di Lip, quello che poteva andare al college gratis con le borse di studio, ma che sarà costretto ad abbandonarlo, a causa dell’alcol, o come Fiona che a un certo punto sembra davvero poter diventare un imprenditrice, e invece cade, perde tutto, non riesce a cavalcare, il mondo in cui cerca di approdare e riaffonda nei debiti e nell’alcol del sottoproletariato urbano. 

Trovo in questa serie, al di la della brillantezza generale dei dialoghi, e alcuni momenti di spasso genuino, due questioni.

La prima è appunto la rappresentazione dei fallimenti, dei tradimenti. Le diciamo cadute lungo la strada dell’emancipazione dalla spazzatura bianca. Queste cadute passano da diverse cause: una è l’assenza di quella strumentazione di classe che solitamente aiuta la borghesia a fiutare i tranelli, il sapere fiutare i comportamenti fuori luogo all’università, il sapere fiutare le trappole affaristiche che saranno tranelli, il saper giocare delle regole del gioco che sono feroci e precise, e che conta in questa serie molto di più dell’avere i soldi per poter stare al gioco, l’altra causa è squisitamente psicologica, i Gallager non sono stati amati, sono i figli di una negligenza aggressiva ed estrema, fanno moltissima fatica ad amarsi, a proteggersi, a proteggere progetti di lungo corso, e i passaggi della serie in cui saltano all’occhio limpidamente, i tradimenti di se stessi a causa del tradimento dei genitori sono strazianti quanto chirurgici, in particolare sono terribili quei momenti in cui il protagonista capisce che non si è amato, non si è amato perché non gliel’hanno insegnato, e l’unica cosa che ha fatto è stato – ferirsi gravemente. Come quando Fiona, fa sniffare per sbaglio la cocaina al più piccolo dei fratelli, Liam, ricettacolo di dolcezza e purezza per tutto il clan, e lo mette in pericolo di vita. 

La seconda questione, che secondo me è la caratteristica davvero magica e portentosa di questa serie, è la rappresentazione di un’area pura, incontaminata, che quando arriva riluce di una specie di luce sacra, che è la landa dell’amore e dell’affetto. Perché  a spiegare l’eziologia del tragico sono bravi in tanti, è il talento dei principianti,  ma  rappresentare la purezza è una cosa più difficile senza diventare ovvi. Invece in  Shamelss c’è invece una specie di isola  – intorno all’affetto che i fratelli provano gli uni per gli altri, e in alcune relazioni amorose tra questi lottatori per la vita– che fanno rimanere indietro e sospendere il pensiero, e commuoversi non per il tragico, ma per il bello, per l’incorruttibile per qualcosa che rimane e da energia, e protegge come può dal male, che nella serie, ha il suo nome, e in primo luogo si chiama povertà – di mezzi, ma anche d di orizzonti – di alternative di modelli di strategie. E l’isola sacra dell’affetto è quello che fa da propulsore ai tentativi, che copre le spalle per riprovarci un’altra volta. Perché diversamente da un prodotto come This is Us, il discrimine dell’etica c’è, ed è nel provarci e riprovarci, nel mettersi in gioco e discutersi, e nel saper ritrarre con severità e un disprezzo etico che facciamo fatica a recuperare, chi non lo fa.

In fondo, il vero protagonista della serie è Lip, quello che doveva riscattare un quartiere e una generazione con l’intelligenza e la carriera, ma che nella tragica somiglianza con il padre, cade nello stesso distruttivo alcolismo, perde tutto, perde il college e perde il futuro, sbaglia donne, una dietro l’altra, ma alla fine ce la fa, e ce la fa occupandosi cocciutamente di altri, di altri che stanno come lui, ce la fa con dolore e disperazione salvando chi può, tra morti terribili e catarsi riuscite, e quando alla fine trova una con cui riesce a rimanere, più sofferente che cattiva, ammette di non poter andare lontano, lontano da Chicago e dai suoi, perché senza quel caldo dietro le spalle, tornerebbe a bere.

Da vedere.

veloci appunti preliminari (perchè occuparsi di porno)

Una volta ero per strada con il mio amico Rodrigo, eravamo in Germania, ed eravamo molto giovani, in quell’elettrizzante stagione della vita intellettuale in cui sei un po’ arrogante è vero, ma scopri per conto tuo cose che sono state teorizzate già sulla carta o non lo sai, oppure diventano carnalmente tue, in un modo invasato e un po’ esaltato cose che studi sulla carta. Io non mi occupavo molto di estetica perché stavo preparando la mia laurea in filosofia politica, il mio amico Rodrigo invece, stava combattendo una battaglia postmoderna e personale su quei lidi. Allora dicevo, eravamo per strada e a un certo punto davanti a noi è spuntata la commessa di un grande magazzino con in braccio delle gambe staccate di manichino. Un paio. Vedi? Disse Rodrigo trionfante, come avendo trovato il suo posto nel mondo – Questa è arte.

Cioè il mio amico Rodrigo diceva questa cosa, non a torto considerando che esiste davvero una serie di foto molto belle e celebri sui manichini dei grandi magazzini – l’arte non è tanto l’oggetto che ha i significati che vuole, ma l’atto di conferire senso quando lo si iscrive in uno spazio definito come simbolico. Se io prendo questa commessa e la metto in una cornice di senso, si prende addosso una serie di significati che poteva probabilmente non pensare di avere.

Ho pensato a Rodrigo e alla nostra passeggiata a Munster, in questi giorni che mi occupo di pornografia, e delle sue differenze con l’erotismo. La pornografia, ho riflettuto, è l’immagine della donna che porta i manichini intesa come donna che porta i manichini, con lei che va in giro con le gambe dei manichini, e provoca in chi la vede la percezione e l’azione dovuta a quella percezione e basta. Il testo pornografico è l’azione sessuale il cui unico scopo è sostanzialmente un’altra azione sessuale, dall’eccitazione alla masturbazione. Ma se prendo la donna e la metto in una cornice di senso, cosa che posso decidere di fare anche con uno spezzone di gola profonda, e incornicio sia la donna con i manichini che lo spezzone di gola profonda, quell’atto spera a ragione o a torto secondo il mio talento nello scegliere lo spezzone, di diventare un atto estetico, di smette di essere pornografia perché l’atto di porre una cornice costringe l’iscrizione di altri significati, la cornice stessa attrae polisemie e ho pensato, tende a storicizzare l’immagine – o a darci il tempo di interrogarci se quella immagine ha una sua storicizzabilità o meno. Con uno spezzone di gola profonda, questa domanda me la farei.

Questi appunti laterali mi servono sia per farmi una chiarezza personale sulla natura di un oggetto culturale, la pornografia, che ha questa anomala caratteristica dunque di essere da una parte un oggetto mentale destinato a un uso corporeo e fisiologico che ne determina in modo essenziale i contenuti – noto che i critici ne scrivono poco, ma fondamentalmente la pornografia è una cosa molto più assimilabile al negozio di merendine che alla libreria, serve a sfamarsi da soli, a  masturbarsi, è la sua prima funzione, ed è questa funzione a determinarne la struttura in primo luogo, dall’altra mantiene diciamo nelle sue retrovie un costante potenziale librario – ossia un retrogusto narrativo simbolico permanente – per cui rimane pur sempre assimilabile anche alle librerie, passibile di una indagine intellettuale, e qualcosa che commercia continuamente con le categorie del simbolo della psiche e della relazione, anche se nella sua fruizione questo rimane spontaneo, non deciso, inavvertito, o quanto meno secondario – ma proprio per questo, psicoanaliticamente rilevante.

Le terapie a orientamento analitico. 3. Quali strumenti?

Nel precedente post ho cercato di spiegare il concetto di guarigione e di miglioramento nelle terapie anche analitiche, utilizzando la metafora della città per spiegare il traffico mentale, di idee progetti ricordi e relazioni, per inquadrare in termini generali come operano diverse scuole. La metafora è servita per enucleare una differenza sostanziale tra le psicoterapie psicodinamiche e le altre psicoterapie. Le altre psicoterapie lavorano molto sugli incidenti stessi che intasano la viabilità della città mentale lavorando sulle parti presenti negli incidenti, mentre le psicoterapie psicodinamiche lavorano sugli attori che provocano gli incidenti indagando una serie di anteriori logici. La metafora utilizzata nel precedente post coinvolgeva per esempio i palazzi delle città,  e dicendo che indagando chi abita nei palazzi che compongono le strade, e vedendo come sono fatti e cosa fanno le persone nel loro interno prima di andare per le vie, cercava di restituire un’idea di cura psichica che prende i comportamenti disfunzionali, che non fanno essere soddisfatti e non fanno sentire coerenti, e ne indaga l’anteriore logico, la storia, il pregresso.
L’infanzia e i sogni.

Con questo post vorrei spiegare bene perché questa strategia funziona, e con quali dispositivi tecnici. Per farlo vorrei utilizzare una diversa metafora – che per la verità ho adottato già nel mio ultimo libro – e che trovo particolarmente utile. Questa metafora concepisce il comportamento psichico come un sistema linguistico storicamente determinato dalle vicende della persona, quindi un sistema linguistico fortemente individualizzato e la psicoterapia come una sorta di scuola di scrittura creativa, che renda cioè il soggetto capace di utilizzare il suo sistema linguistico in un modo più preciso dettagliato e sofisticato di quanto facesse normalmente. 
Per quanto mi concerne infatti, se c’è un criterio per me diagnosticamente rilevante, è quando mi accorgo che una data persona a occasioni diverse risponde sempre nello stesso modo. In questo senso molto raramente un singolo comportamento ancorché bizzarro secondo un codice culturale è già tacciabile di una possibile diagnosi. E’ invece più preoccupante che uno stesso comportamento sia la risposta a situazioni diverse – ancora di più quando produce effetti che vanno in direzione ostinata e contraria agli interessi consci della persona. Se usiamo la metafora linguistica noi traduciamo questo fenomeno con il caso di una persona che a domande diverse, e in circostanze diverse senza che questo corrisponda a una sua volontà, quella persona risponda sempre con quella parola. 
Come stai? Ho fame mi dai da mangiare?. Signor Rossi devo farle notare che la sua revisione della contabilità dell’ultimo semestre mostra due errori. Certo ho fame, mi trovate un piatto di pasta per favore.  Scrivi un tema su cosa hai provato guardando i quadri della mostra che hai visto con la scuola.
Avevo fame

Il problema del linguaggio psichico è che la risposta ricorsiva a occasioni diverse, non deriva da una mera ignoranza linguistica. Ci possono essere diverse possibilità che noi qui vediamo tramite la metafora del linguaggio. La persona per esempio non conosce davvero la parola, che serve. E’ un caso estremo e molto raro, ma si da. Persone che crescono in ambienti emotivamente largamente deprivati, dove non ci sono state figure affettuose, non c’è stata cura, dove psicopatologie pervasive allagavano i comportamenti non solo dei genitori ma anche delle persone a loro intorno, possono non conoscere le parole  – per esempio dell’affettività. Non saperle riconoscere, non saperle usare, fraintenderle, inventarsele dal niente. Questo raro caso, ha effetti gravissimi perché ci sono per altro parole che sono importanti per usare le altre. Io trovo per esempio che le parole dell’affettività corrispondano un po’ ai verbi dell’essere e dell’avere nei nostri codici linguistici perciò quando mancano quelle imparare a parlare è particolarmente arduo. Più frequente è invece il caso di persone che hanno un po’ il vocabolo ma, lo usano male, lo riconoscono poco, non capiscono quando usarlo, non riconoscono quando è pronunciato, oppure conoscono poche sfumature linguistiche con cui dirne le varianti – non dominano i sinonimi e i contrari, modi di parlare che sono figli di contesti emotivi in cui a loro volta c’era un problema nell’uso di certe parole.

Altro esempio,  continuando a giocare con la metafora, ritornando al tema della coazione a ripetere linguistica. Il caso della persona che risponde allo stesso modo in occasioni diverse, deve far indagare la funzione di quella risposta ricorrente. Quella parola a cosa serve? Quella serie di comportamenti che produce è un effetto cercato? O no? Quale vantaggio produce? 

Il fatto è che le prospettive analitiche presuppongono un teatro implicito per ogni parola utilizzata, presuppongono un anteriore logico che spiega quel comportamento. Questo anteriore è tutto da scoprire: è un problema di grammatica? E’ un problema di incidenti nella costruzione linguistica? Come era pronunciata quella parola a casa del paziente? Il vantaggio di considerare sempre questo anteriore logico, è che per cambiare il comportamento si offre al paziente un appiglio pratico piuttosto grande e visibile. Tutti gli approcci terapeutici tendono a concordare sul fatto che un dato paziente usa la parola sbagliata e tutti gli approcci terapeutici forniscono strumenti per cambiare le parole. L’approccio psicodinamico ritiene che questo cambiamento riesca bene quando: il paziente sappia la storia dell’uso delle sue parole e le premesse inconsce delle sue parole. 
Questo perché quando vedrà che usa una certa parola in un contesto inappropriato potrà cominciare a dire: ho detto che ho fame perché da piccolo era l’unico modo per farmi vedere dalla mia mamma, ma questo mio interlocutore di oggi non è la mia mamma. Potrà dire ho detto che ho fame, perché quando sogno il cibo è qualcosa che mi fa sentire in un certo modo.
La ratio dell’uso delle parole fa cambiare l’uso delle parole. 

Dunque se dovessi pensare a quali sono gli strumenti che sono tipici delle psicoterapie psicodinamiche, io penserei a tre macrosezioni – in relazione al grande ambito dell’esperienza presente:
1. La relazione con il terapeuta
2. La storia dell’infanzia e della prima infanzia del paziente.
3. Il mondo simbolico del paziente ossia i suoi sogni.

Il rapporto con il terapeuta è un’area molto importante per due questioni molto più tecniche e rigorose  – e codificate – di quanto sembri. La prima è che bisogna costruire una relazione dove  il paziente si senta abbastanza al sicuro da poter mettere in scena cose brutte e deteriori di se senza subirne conseguenze. Molte delle noiose regole delle psicoterapie psicoanalitiche servono a garantire la qualità di quello spazio, anche dalle aggressioni del terapeuta. Orari, pagamenti, modo di sedersi, etc. sono l’ossatura di una scatola sicura dove ci devono essere emozioni autentiche che però non sconfinino. In un modo molto strano e che si deve costruire col tempo, la stanza della terapia è un volersi bene sotto vetro – dove si possono dire delle cose al sicuro.

Allo stesso tempo, proprio per la tonalità affettiva che si costruisce, le cose che un paziente dice al suo terapeuta, come si rivolge a lui, i piccoli incidenti che capitano sono un gradiente diagnostico importante sul suo uso delle parole su come va il suo funzionamento psichico.  Pazienti per esempio che funzionano con una scissione rigida, possono passare un lungo periodo a dire al terapeuta quanto è merda e stupido e non lo capisce, in alternanza a sedute in cui dicono che è il meraviglioso terapeuta più bravo del mondo che solo lui lo capisce, per poi approdare con molta fatica se la terapia ha successo che è grato al suo terapeuta, che lo ha trovato utile lo sta davvero aiutando, ma non è perfetto, fa degli errori, qualche volta è andato dalla parte sbagliata.  Analogamente, quando la relazione analitica è stata ben edificata, e proprio perché è stata edificata può capitare – anche spesso – che le distorsioni linguistiche capitino proprio con quell’analista.
-Mi scusi non ho capito cos’ha detto
-E’ perché ho fame
.

A questo scopo servono costrutti teorici come il setting, alleanza terapeutica, i concetti di transfert e controtransfert. Cosa vede di suo in me questo paziente? Cosa mette delle sue relazioni passate nella relazione presente? E io rispondo a lui in questo modo perché evoca delle cose del mio passato, oppure mi faccio mezzo delle cose sue che lui mette dentro di me? Io analista provo questa rabbia perché questo paziente fa arrabbiare le persone che si curano di lui, oppure mi ricorda il fatto che io in passato facevo lo stesso? La relazione terapeutica con i sentimenti che provoca è un pozzo di risorse tecniche molto utile, ma che vuole molta competenza e maestria. In questo senso la neutralità degli psicoanalisti freudiani è un dispositivo faticoso per i pazienti, ma molto protettivo perché protegge da errori – per esempio attaccando il paziente perché evoca questioni personali. Io che sono analista di generazione successiva, di marca junghiana e più vicina agli analisti di postfreudiana e relazionale, mi sono addestrata a discriminare le tante aree del mio controntrasfert, non senza fatica e con pericolo di errore – a esternare i miei stati emotivi per far capire cosa suscitano le parole dei pazienti alle persone che le ascoltano. E’ effettivamente delicato, ma produce ottimi effetti. Sa che mi sono un po’ arrabbiata? Le ho offerto aiuto e lei mi ha detto che non le ho dato la pasta. 
A quel punto, in un contesto protetto dato per sicuro, il paziente può riconoscere una sua dinamica comunicativa e approfondirne gli effetti con l’altro in un modo che con partner, genitori, figli e colleghi, non potrebbe mai. Se funziona, è emozionante.

Una seconda area è nell’archeologia della vita emotiva. E appunto riguarda l’indagine storica che sta dietro ai comportamenti. Esiste un corposo arsenale di strumenti tecnici per la disamina di questo passato, che è debitore alle diverse teorie dei diversi teorici della psicologia dinamica. Questi strumenti sono moltissimi elencarli tutti non è possibile – anche fare una selezione è una cosa ardua. Poi ognuno ha i suoi – per equazione personale, per formazione, per storia, per via degli analisti che ha incontrato, e via di seguito. Al centro comunque di queste teorie ce ne è una che riguarda la formazione degli schemi relazionali e mentali.  Noi abbiamo delle persone nella vita che sono ricorsive – i genitori in primo luogo, ma poi ci sono altre persone che ricorrono in maniera incisiva, e con queste persone ritornano degli scambi che a un certo punto assumono una loro fisionomia, e che alla lunga noi interiorizziamo facciamo nostri. Quando questo succede, noi abbiamo dei genitori per esempio storicamente dati, materiali, e poi abbiamo i genitori pensati, ricordati, interni. Così come c’è l’analista materiale e l’analista interno, il pensiero dell’analista che il paziente porterà con se. Quando si fa la storiografia dei comportamenti lo scopo è quello di vedere cosa successe con le persone vere, per poi andare a indagare cosa ne è diventato nel mondo interno. Quando gli psicoanalisti di marca kleiniana o relazionale parlano di oggetti interni, si riferiscono dunque a questo. A questi pacchetti di ricordo di comportamento, di ricordo di esempio, di teoria dello stare al mondo che sono i ricordi delle azioni con i  genitori e dei genitori con noi e dei genitori tra loro, o di altre persone significative nel nostro abitare il mondo. A questo punto si può dire che la psicoterapia diventa anche un’analisi degli oggetti, interni, delle relazioni interiorizzate con quegli oggetti che fanno da modello, e un lavoro di riscrittura del passato con una serie di parole nuove che vengono acquisite anche guardando le reazioni dell’analista.

Per esempio adulti che sono stati figli di comportamenti largamente abusanti, frequentemente non riconoscono i comportamenti come abusanti e può capitare che li raccontino con benevolenza, o minimizzino. L’analista può decidere di mostrarsi scandalizzato – perché in effetti è genuinamente scandalizzato. Il che vuol dire che quel comportamento che era stato descritto con una certa parola diciamo di un certo colore, si scopre che può essere letto con una parola di un altro colore. Genericamente, quando in particolare in ballo ci sono degli abusi – lo scandalo dell’analista, o la sua comunicazione di dispiacere tocca qualcosa di seppellito nella mente del paziente che viene risvegliato.
In effetti no non era tanto normale.

Può succedere anche il contrario – pazienti che raccontano esperienze vissute come molto dolorose, e tacciano i genitori di grande cattiveria, mentre l’analista sente nel racconto vuoi una dilatazione dell’intenzione aggressiva, vuoi un affetto maldestro e non colto. Può succedere che nel racconto dell’archeologia del comportamento e degli oggetti interiorizzati decida di sottolineare che vede dell’affetto che invece il paziente non vede. 
Ha ragione faceva quello che poteva.

L’archeologia degli oggetti interni, il disseppellimento di episodi antichi che servono a capire come mai oggi si parla in un certo modo, produce un cambiamento che è doppio. Non solo si riscrive il passato, andando incontro a vere e proprie rivoluzioni copernicane, ma si cambia il modo di scrivere il presente e il futuro, perché cambiano le scelte lessicali, e si esplorano alternative possibili. Non si tratta di un cambiamento a due fasi, ma nelle buone terapie di una specie di andamento spiraliforme e concentrico, dove si ritorna su delle stesse questioni e si va sempre più al centro di una veridicità psichica, che in parallelo corrisponde con un aumento degli strumenti relazionali – linguistici secondo la nostra metafora. 
 Questo passaggio però riesce bene anche grazie al terzo lavoro, che è il lavoro simbolico sulle narrazioni oniriche. Personalmente parlo di narrazioni oniriche perché – ma questa sono io – non mi servo solo di sogni per lavorare con questo pacchetto di strumenti ma anche di altri oggetti, per esempio certi aneddoti del quotidiano, o la scelta di certi film o certi romanzi. Può capitare che io dica a un paziente  che mi racconta un aneddoto  – che ha un potenziale in questo senso. -facciamo finta che sia un sogno? E interpretiamo l’aneddoto come un sogno.

Questo è comunque il terzo canale tecnico del lavoro psicodinamico: ossia il lavoro che si serve delle associazioni e della teoria simbolica per raccogliere al setaccio le parti inconsce che il paziente mette nella sua vita cosciente. Questa è la parte di lavoro che risulta più esoterica, ma che a sua volta da una buona restituzione dello stato dell’arte della terapia. I sogni dei pazienti cambiano, e il cambiamento di solito restituisce un livello di cambiamento che ritornerà anche nella coscienza. 
La decodifica dei sogni dei pazienti, cambia abbastanza da approccio teorico ad approccio teorico, ed è probabilmente l’ambito in cui io per esempio più utilizzo l’arsenale junghiano, e il modo junghiano di concepire la relazione con l’inconscio del paziente. L’epistemologia freudiana ha una sfumatura di diffidenza verso l’inconscio dell’altro, La dove c’era l’es ci sarà l’io, diceva Freud evocando la guerra di trincea, come se tutti quei desideri ignorati, travestiti, profondi fossero una minaccia per l’equilibrio, dei cani da addomesticare. La prospettiva junghiana ha un atteggiamento più pacifico, e anzi prova una specie di simpatia affettuosa per l’inconscio dell’altro, l’analista junghiano cerca di ascoltarlo perché sa che è li che abitano cose importanti che dicono la loro a prescindere dal contesto, tutt’è capirlo bene. Così come la prospettiva junghiana ha introdotto il controtransfert fin dall’inizio, istituendo per esempio anche l’obbligo dell’analisi personale dei suoi terapeuti fin da subito. 
Questa decodifica del sogno, è una specie di ponte di collegamento che mette l’inconscio in interconnessione tra tutti gli altri aspetti della terapia: il presente del paziente, il suo presente con l’analista, la sua storia passata, e indaga come nell’inconscio del paziente queste cose vengono elaborate e restituire simbolicamente. Nel corso delle terapie i sogni cambiano, cominciano a scomparire immagini ricorsive e comparire nuovi personaggi, cambia la regia dei sogni – e con sognatori forti l’analista ha la possibilità di riconoscere le fasi evolutive della terapia tramite i sogni del paziente – che di solito anticipano o rispecchiano cambiamenti che si stabilizzeranno nella coscienza.  
Come se il cambiamento linguistico che si ricerca coi dialoghi consci avvenisse nelle profondità del linguaggio inconscio.


Quando le terapie ne hanno la possibilità -e di solito questo accade con un’alleanza terapeutica protetta da entrambe le parti in gioco – comincia a emergere (spesso nei sogni) – la possibilità di chiudere la terapia e ci si tiene un periodo di lavoro anche lungo per attraversare insieme la chiusura. Questo periodo lungo ha molteplici funzioni. Intanto quella banale di abituare il paziente all’idea, ma siccome la separazione da un oggetto relazionale importante è un momento emotivamente impegnativo per tutti, e probabilmente una delle cose più importanti che si imparano in un ciclo di cura, in quel tempo della separazione si possono vedere le reazioni inconsce alla separazione stessa, i sogni, i sintomi che un pochino tornano, le nuove strategie per gestirli, e la lettura di tutte queste cose è un momento importante che ha la funzione di solidificare e rifinire il lavoro portato avanti. Poi si arriva alla chiusura della terapia.

E devo dire, si tratta di una delle cose più intense ed emozionanti che questo lavoro può regalare.

Le terapie a orientamento analitico 2. guarire, in che senso?

Forse l’esperienza del Covid ci aiuterà ameno in questo, a entrare in un modello di cura medica un po’ meno ingenuo. Ma sostanzialmente la nostra aspettativa quando abbiamo un problema fisico, si attiene al modello del dentista: dottore, mi fa male un dente, me lo tolga. 
Il sogno di tutti noi, è che ci fanno le analisi, ci vedono il problema, ce lo eliminano. Anche se i nostri organi sono interconnessi gli uni con gli altri, anche se non si possono sempre levare con disinvoltura, anche se sono iscritti nell’esperienza storica del nostro corpo, dottore mi levi questo dente.
Questo modello mentale di cura, torna ancora relativamente spesso nelle domande di psicoterapia. Magari non è esplicitato, però è spesso silenziosamente implicito nella testa del paziente.

Viene da pensare che si tratti di una posizione ingenua – ma in realtà ha intrecci politici da non sottovalutare. In certi termini abbiamo infatti un fronte che ha un sapere per le mani vissuto come capace di liberare, e un fronte di chi ha un problema da cui sente di aver bisogno di essere liberato per il quale diviene subalterno e dipendente da chi ha quel sapere. Fare una diagnosi e togliere il dente subito, è una garanzia del fatto che quell’asimmetria tra i due soggetti è molto modesta, non ci sono abusi, durerà poco, c’è chiarezza. Ma se il titolare del sapere dice che la diagnosi non è formulabile immediatamente, che il rimedio lo vediamo in itinere, che quanto ci si metterà non si sa, e come sarà dopo manco, c’è quanto meno un rischio fortissimo che salti un piano di accordo e che arrivi anche a torto, un concetto semplice, l’abuso del potere la dilatazione del potere. 

Per questo per quanto mi concerne, ma è una pratica che oramai è condivisa dalla maggior parte dei terapeuti anche a orientamento psicodinamico, io dopo un piccolo numero di sedute, cerco di restituire una diagnosi, di dire alla persona assistita quali sono le aree di intervento almeno iniziale e di spiegare il perché teorico del come mai c’è questa incertezza. Faccio cioè un noioso discorso di come è un sapere da vicino quando si avvicina a un problema complesso e multifattoriale, e questa mi sembra una buona base di partenza. In questo modo, anche se non posso togliere il dente subito, lavoreremo insieme con più profitto e senza quella sgradevole sensazione dell’analista che sa cose che io non so. All’uopo faccio delle specifiche per cui ricordo cosa vuol dire, aver scelto una analista junghiana piuttosto che un cognitivista o un sistemico relazionale. 

Una seconda cosa che fanno molti psicoterapeuti a indirizzo psicodinamico, è restringere il più possibile la diagnosi psichiatrica, che è una diagnosi sui deficit e sui malfunzionamenti per allargarsi invece sulla diagnosi delle risorse. La diagnosi psichiatrica per un verso è per l’appunto democratica, afferisce a un linguaggio universale e condiviso, in uso anche presso tribunali e sedi giudiziarie, ma ha il difetto di indicare la porta di una gabbia che poi tende a chiudersi dietro le spalle. Ci si appiccica a una etichetta di malfunzionamento che diventa stigma e alibi e impedisce i miglioramenti, sono depresso. Lo stesso terapeuta non può tenersi solo quella, e deve fare, anche per se stesso una diagnosi sulle doti del paziente, e su quello che vede di positivo e che spesso è anche coartato. 
La diagnosi sulle risorse indica cioè che c’è una gabbia ma indica la porta aperta.

Con questa doppia diagnosi in mente – sui sintomi e sulle capacità – ci si può chiedere lucidamente dove porti l’intervento migliorativo delle psicoterapie psicodinamiche.

Nella mia esperienza le persone si orientano su due grandi classi di risposte. Alcuni fanno pernio su un cambiamento nella loro percezione di se e della vita. Non mi accetto e imparo ad accettarmi, altri pensano ancora più in grande e semplicemente e romanticamente dicono: voglio avere una vita felice, voglio essere in armonia con le cose.

Questo tipo di immaginario è pratico e orientativo e fa capo a delle cose per un certo verso realistiche. E’ vero che si va in terapia con dei problemi concreti, è vero che si arriva con una percezione distorta di se e della vita, ed è vero che le varie psicopatologie costringono a un certo tipo specifico di infelicità. Questa polarità però genera secondo me delle pericolose confusioni perché in realtà è scollata da quello che è la vita per davvero. Siamo sicuri che accettarsi come siamo equivalga a stare bene? Accettarsi in termini estremi, non può voler dire anche abdicare? Non imparare più? Non è messa così anche un atto estremo di resa, o di presunzione rispetto alle possibilità di continua metamorfosi che la vita ci pone? E il corpo altrettanto? Siamo sicuri poi che stare bene vuol dire essere felici? In terapia capitano spessissimo invece persone che in fondo soffrono perché non riescono a dolersi quando devono. Soffrono del non soffrire. 
La vita è una merda per il semplice fatto che finisce, e finisce male. Muoiono le persone intorno a noi, loro malgrado, siamo esposti alla vertigine della fortuna. Lavori che se ne vanno, matrimoni che devono rompersi, malattie che incalzano. Anche quando a noi ci va bene, davvero stare bene vuol dire essere felici? Non dobbiamo per ricordare Freud, imparare a sopportare di essere infelici?

Nel dettaglio la questione assume coloriture particolari pensando agli assetti valoriali. Tutti sono convinti che la psicoterapia debba servire, ad accettarsi, o appunto a essere felici. Ma con quali azioni e pensieri deve combaciare questo? Sottili questioni culturali e ideologiche si insinuano in questo ordine di ipotesi. Se uno non si sposa e continua a fare il muratore nonostante la laurea prestigiosa, sta bene, o per noi stava bene se si sposava finalmente metteva su famiglia e ci aveva un impieg?. O al contrario, è liberata la casalinga devota al marito che rimane a casa? E ancora. Quanto nella nostra idea di miglioramento psichico c’è il benessere e la capacità di stare con gli altri, e quanto la compiacenza e l’incastro con le patologie degli altri? Si è molto ben disposti a vedere la patologia in chi non funziona socialmente, mentre il leader carismatico della cui angoscia di morte e di abbandono beneficiano le masse, se finalmente decide di curarsi è un narcisista che vive nel lusso, nel senso deteriore del termine. E ancora scelte ideologiche, religiose di campo, incidono nell’idea di benessere?

In realtà un buon psicoterapeuta, di qualsiasi orientamento, e quindi anche psicodinamico – in primo luogo si è allenato duramente, a suon di lezioni e supervisioni su una prospettiva laica. La prospettiva laica è quella cosa per cui il tuo obbiettivo è far funzionare meglio quella persona, liberando quelle risorse che hai individuato, nell’esercizio identitario e culturale di se, e che sarà moderatamente instabile, e relativamente vulnerabile alle aggressioni della vita, ma di tuo non sanzioni niente, non ti scandalizzi di niente, tutto quel che ti è raccontato ha un senso in quel contesto. Soprattutto moralmente e politicamente. Ci potranno anche essere delle scelte secondarie dovute a certi importanti insight – cambiare lavoro, allontanarsi da un certo tipo di frequentazioni – ma di fondo è come se si volesse il più possibile lavorare sulla viabilità dei percorsi a prescindere dalle città.  La tua ideale idea di miglioramento è che il traffico psichico di questa persona debba viaggiare fluidamente a prescindere dagli arredi urbani. Se cambieranno gli arredi urbani sarà l’esito di sue esigenze, non di tuoi pensieri a monte. E anche se tendenzialmente per via dell’esperienza che si accumula e delle situazioni che ritornano il terapeuta immagina possibili alcuni cambiamenti negli oggetti e non negli stili, quelli non stanno a priori nella sua testa, o non sono presi sul serio. Al terapeuta interessa prima di tutto migliorare il modo di vivere le cose e operare le scelte.

La metafora della viabilità negli arredi mentali, la metafora della mente come città di ricordi e di progetti, ci aiuta a capire lo specifico di una diagnosi psicoanalitica e di un’idea di miglioramento e di guarigione ideale nel contesto della psicologia dinamica. Questa metafora è adatta a tutti gli orientamenti psicoterapeutici, a tutte le scuole, solo che ogni orientamento privilegerà un certo tipo di ostacoli e intoppi nel traffico della città della mente. O ne penserà una diversa soluzione. Gli psicologi di marca cognitivista lavorano molto sui processi logici della coscienza, e liberano il traffico lavorando sulla viabilità di certe sezioni del pensiero che vengono analizzate da vicino volta per volta, anche con successo. I sistemico relazionali lavorano sugli intoppi del traffico nei sistemi familiari, nei giochi di equilibri, e nei funzionamenti relazionali. Le diverse scuole a orientamento psicodinamico ritengono che molti di questi incidenti e crolli che impediscono la viabilità del traffico della mente, dei ricordi dei progetti e degli scambi relazionali, abbiano però cause da collocare in luoghi non immediatamente riconoscibili cioè non proprio sulle strade, ma in parti secondarie, nel passato dei loro pazienti e nell’inconscio dei loro pazienti. Possiamo visualizzare l’inconscio dei pazienti come l’interno degli appartamenti che stanno nei palazzi delle vie in cui circola il nostro traffico mentale.

A questo punto se io ora scrivo che la diagnosi psicoanalitica equivale a cercare di capire cosa c’è negli appartamenti e a farlo uscire per poi rimetterlo dentro un po’ più fruibile e ordinato e meno patologico, cominciamo a capire come lavora la psicoterapia a orientamento analitico. I sogni e le associazioni di primo grado, come molte cose che racconta il paziente a questo tipo di terapeuta sono finestre aperte dentro quelle case, sono in qualche caso portoni aperti dove si riesce a entrare. Questo vuol dire che dopo un po’ di tempo, alla diagnosi sulle risorse e alla diagnosi psichiatrica si aggiunge una terza diagnosi, che è una diagnosi analitica e che tiene in considerazione cosa si riesce a vedere negli appartamenti. Di solito prima che l’analista la formuli  – almeno a se stesso – servono diversi mesi. Non basta un sogno, e manco due – servono delle ricorrenze, nei sogni e nei racconti e negli incidenti stradali che racconta il paziente. Servono molti molti racconti, che vengono poi come messi su un pentagramma, del passato del paziente.  Nell’idea della terapia a orientamento analitico, il passato dalle retrovie dell’inconscio agisce sul modo di funzionare del presente, provocando in vari modi degli incidenti. 

Quando la diagnosi analitica è possibile, quella viene comunicata al paziente che per altro l’ha cocostruita insieme al suo terapeuta e si comincia a lavorare riconoscendo i meccanismi che sono l’epifenomeno di vecchi modelli relazionali, soluzioni di compromesso a fantasmi persecutori – la casistica è infinita. Migliorare e guarire vuol dire allora analiticamente molte cose: per un verso, quello classico, vuol dire riconoscere le vecchie dinamiche per cambiarle, come dire cambiare strada e sceglierne un’altra, ma anche chiudere quella finestra da cui una donna sta vociando distraendo gli automobilisti e provocando l’incidente. Ma a volte vuol dire anche vedersele sparire da dentro senza uno specifico sforzo della volontà – può voler anche dire scoprire delle cose belle in altri palazzi che mai si credeva di avere, e utilizzarle per muoversi nel traffico della vita e della mente. Se analisti e cognitivisti o analisti e sistemico relazionali concordano quindi su una diagnosi funzionale, o una diagnosi psichiatrica, possono avere pareri diversi su questa diagnosi diversa e quindi interpretare in modo diverso il concetto di guarigione o di benessere. Personalmente, io mantengo molto il mio arsenale analitico per sentire il sapore di un grande miglioramento, di una guarigione e di una possibile conclusione di terapia: lo stato di salute della città mentale dei miei pazienti mi arriva non solo da come funzionano, ma sempre da come sono cambiati i loro sogni – perché un’analisi che funziona, cambia l’arredo delle case, cambia i sogni.   Non solo da quello che fanno ma anche da una serie di cose che dicono, non solo dal modo di raccontare il futuro, ma moltissimo dal modo di raccontare il passato. Cambia il modo di pensare le strade psichiche e di progettarle.

Questo perché la psicopatologia, non è soltanto un problema delle azioni, anche se è giustamente considerato in primo luogo un problema delle azioni, la psicopatologia è un problema degli assetti emotivi e mentali che guardano a ciò che è avvenuto e a ciò che avverrà, è una patologia cioè dell’interpretazione. Tanto più la patologia è grave, tanto più le possibilità di interpretazione del reale sono modeste, vincolate a esperienze passate, scollegate dalle potenzialità del reale, dalla sua molteplicità. Più si sta male più si uniforma l’esperienza del reale, e questo produce problemi. 

Come questo cambiamento avvenga, ossia come cura nel dettaglio la terapia psicoanalitica, è oggetto del prossimo post.

Riflessioni post Palombelli

Quando lavoravo nei centri antiviolenza mi confrontavo con uno spettro relativamente ampio di combinazioni di coppia nella violenza di genere. Quello che in testa aveva la Palombelli, e che è tipico di chi vuole farsi domandi psicologiche senza approfondire gli argomenti di cui parla, riguarda penso il modello di relazione che chiameremo “guerra dei roses” dove a una violenza fisica maschile corrisponde una violenza verbale femminile. Dove lei dice cose affilate, cattive, sfidanti e lui alla fine alza le mani. Questo tipo di coppia che spesso è molto disfunzionale quanto duratura, solo però in minima parte porta al femminicidio. Per una questione di funzionamento psicologico della relazione: quel tipo di diadi mettono l’uno nell’altro un’eredità cattiva e la fanno agire, in un campo che è fortemente sessualizzato. Sono vite complicate, dolorose, che espongono i figli a traumi duraturi, ma che intrecciano a qualcosa di mortifero qualcosa di tremendamente vitale e erotizzato. Si rimpallano qualcosa di perverso. Non vogliono ucciderlo, e quando dico non vogliono, affondo fino alla determinazione inconscia, piuttosto vogliono torturarlo.

Quando invece nei centri arrivava la donna a rischio di femminicidio, noi ce ne accorgevamo immediatamente. La maggior parte delle donne che vi si rivolgeva aveva subito episodi di aggressione fisica, ma il rischio di morte si segnalava per diverse vie. Come struttura caratteriale le donne in quell’area di pericolo non mostravano una particolare psicologia provocatoria e sfidante, tutt’altro. Sottomesse per una necessità conservativa a una serie di minacce vivevano in una modalità come a velocità ridotta per non sollecitare la determinazione all’annientamento del nucleo psicotico del partner – parlare a voce bassa, uscire solo quando lo dice lui, fare quello che dice lui. Sia il partner che chiamiamo guerra dei roses che quello potenziale femminicida dicono  io ti ammazzo  ma nel primo rimane qualcosa di perverso ed erotico che nel secondo è invece totalmente thanatos e morte. Nelle vicende della potenziale vittima di violenza si avvertono i segni della promessa di morte, di una volontà psicotica di annientamento che ha qualcosa di delirante e di allucinato – che nel controluce dello sguardo analitico combacia con un desiderio di incorporazione, di divoramento. Per quanto le strutture logiche del potenziale omicida siano intatte, tralucono le allucinazioni quasi di marca psicotica. Quando riuscivamo a trovare posto nel centro per ospitare queste donne, e malauguratamente capitava che le rintracciassero – poteva capitare, se la Palombelli volesse un esempio edificante, che ci venisse recapitata la foto di un gattino sgozzato, a significare cosa il partner voleva fare alla donna. 

Va anche segnalato, che questi nuclei patologici non esplodono con queste famose donne indipendenti e provocatorie, perché vogliono fare le cose tipiche delle donne della società emancipata. Questi nuclei patologici esplodono quando le donne fanno le cose delle donne, in maniera libera e ordinaria: per esempio fare un bambino. La violenza di genere con questa connotazione mortifera emerge spesso alla prima gravidanza. Oppure sono come dire vitali nel modo sereno delle donne ordinarie. Mi colpiva nei racconti delle donne che dovevamo proteggere, questa determinazione a uccidere un vitalismo semplice e ordinario. Non la minigonna provocatoria, ma il caffè con la vicina di casa. Non l’uscire e tornare alle due di notte, ma l’andare a pulire i cessi per pagare la bolletta.  

Così come mi colpiva a riprova della potente radice patologica dell’intenzione omicida, l’impermeabilità alle leggi dell’uomo. Le ordinanze non vengono rispettate, le decisioni dei tribunali sono carta straccia, e se c’è una cosa pericolosa che ci trovavamo a spiegare alle donne, mai andare alla polizia per fare denuncia e tornare a casa, la polizia è antagonista, e per il maschio violento sapere della denuncia un acceleratore del climax di morte. A una donna che seguivo fu ficcato un coltello da cucina nel naso, per essere andata. 
Magari anche questo rientra nel campo dell’esasperazione della Palombelli.

Personalmente, da clinico, avverto un forte gradiente psichiatrico nei soggetti che compiono questi reati. Questo gradiente psichiatrico però è un oggetto strano, non è una grandezza fissa – e si allarga e si restringe a seconda delle circostanze contestuali. In certi contesti di ceto classe e geografia, il sostegno culturale è relativamente basso, e quindi il caso è poco sollecitato. Il femminicidio nell’alta borghesia persino colta si da, io pure ho avuto a che fare con una situazione del genere, ma è statisticamente più raro dei casi in cui c’è un potente rinforzo culturale nella cornice socio economica: per esempio media o piccola borghesia, se non proprio situazioni di povertà in zone a bassa istruzione dove il comportamento maschilista aperto e plateale è più incoraggiato socialmente, e diventa anche una valvola di sfogo per frustrazioni e depressioni di vario ordine e grado. Questo avviene anche perché esiste una specie di rinforzo sociologico alle situazioni patologiche secondo la psicologia dinamica: maschi borderline oggi hanno avuto madri che ieri avevano per esempio: un marito disoccupato, soltanto un nido privato, nessun centro di igene mentale nelle vicinanze, nessun assegno familiare, nessuna rete familiare, e magari al posto di queste cose – una dipendenza da sostanze. La psicopatologia è un dono cattivo che si tramanda per generazioni con l’ausilio del contesto.  Questo vale naturalmente in modo ancora più pervasivo per il primo caso che di cui ho parlato delle coppie dove c’è violenza di genere senza che esiti in femminicidio.

La questione culturale però rimane nella decodifica degli eventi. Esiste una psicodinamica delle reazioni violente che è fondamentalmente laica rispetto alle costruzioni culturali, ma lo sguardo delle persone e quindi le risorse pratiche a cui si può attingere sono cognitivamente distorte dalla cornice ideologica sessista. Palombelli è solo l’ultima di una lunga fila di signore con la gonna a pieghe, uomini o donne che siano, che apre bocca in totale buona fede e dice le frescacce che avrebbe detto qualsiasi tassinaro e qualsiasi casalinga della bassa, ma che li per li si ammantano dell’autorevolezza giornalistica e soprattutto di classe. Per quanto mi concerne, si tratta della versione sciura dei Gramellini e dei Serra. Garantiti da una competenza lessicale, e da una performance di elite anche politica, che esprimono opinioni senza che venga il bizzarro pensiero di approfondire l’argomento trattato, e che siccome hanno visto i belli film di Kieslowski, o una volta hanno fatto tre domande a un condannato all’ergastolo, si sentono titolati a farneticare stereotipi culturali su temi che invece hanno delle connotazioni specifiche. In effetti, Palombelli dibatte più raramente sui reati concussione, fateci caso. 

Questa questione non so quanto è grave, e non so se sia lecito l’esposto all’ordine dei giornalisti nei suoi confronti. Mi importa poco di Palombelli. E’ un signora che va in tivvu per mettersi i vestiti carini. Il mio problema è che la cornice ideologica con cascami maschilisti, avvelena la possibilità delle risorse pratiche: i soldi ai centri antiviolenza, gli spazi materiali per i centri antiviolenza, i progetti di screening nelle scuole per individuare precocemente le patologie a rischio, i concorsi per gli addetti ai lavori che dovrebbero offrire copertura nei servizi territoriali, e via di seguito. Ogni volta che si minimizza l’omicidio considerandolo la normale reazione a un comportamento disturbante, al di la dell’incongruenza logica e della plateale castroneria psicologica, si dice che non ha alcun senso sostenere una politica attenta alla violenza di genere con provvedimenti ad hoc, perché si incastrano gli episodi in una distorsione banalizzata del reale, il cui assunto di fondo è che la signora per evitare di essere ammazzata deve chiedere alla Palombelli come serve il marito a tavola a cena.

Ci penserei.

Le terapie a orientamento analitico. 1 le premesse generali

Le persone che lavorano nella vasta galassia delle psicoterapie, o nella comunque vasta galassia delle psicoterapie a orientamento analitico, si cimentano con un mondo di utenti che per un verso è molto progredito in termini di cultura psicologica, ma al cui interno ancora sopravvivono preconcetti e teorie che rispondono molto poco al mondo materiale delle cure, non solo mondo delle teorie, delle prassi, dei metodi, ma anche mondo dei contesti sociali e di classe.  Certamente per un verso il bisogno di cura psicologica è stato sdoganato e legittimato, così come la lettura psicologica dei fatti sociali e quotidiani una chiave decisamente più adottata oggi di quanto accadesse un tempo, ma forse per il ruolo che hanno le narrazioni culturali  su questi argomenti – dalle vignette ai film, dalle serie agli articoli sulle riviste – vige ancora una confusione molto datata. Mi accorgo per esempio che nell’opinione pubblica anche colta esiste “la psicoanalisi” e poi una serie di psicoterapie non meglio specificate. A volte ci si spinge a sapere l’esistenza dei cognitivisti, quando ci si va con tutta la famiglia si scoprono i familiaristi in particolare sistemico relazionali, dopo di che il nulla. Permane la fascinosa distinzione tra junghiani e freudiani, e per molti  – anche se la formazione junghiana è in realtà la più lunga di tutte e la più severa di tutte per ore di formazione personale addizionali alla didattica – gli junghiani sono i pazzerelli poetici dell’inconscio collettivo.
Questa distinzione in genere è operata pensando ai costrutti. Freud e i suoi sono quelli che ci hanno la fissa del sesso,  e dell’edipo. Jung invece appunto gli archetipi e le cose esoteriche e misteriose. 
Per quanto riguarda i metodi più che altro nella percezione collettiva comunque sono tutti psicoanalisti e bisogna andarci spesso, tipo due volte a settimana, e ci si stende sul lettino.

Il primo clichè di cui dobbiamo occuparci è questo: Freud è l’archeologia, la base di un albero di teorie della grande famiglia psicodinamica, di cui lo junghismo è un ramo certamente tra i più frondosi, ma non l’unico. Dopo di lui sono venuti molti clinici che hanno prodotto nuove teorie e nuove modalità di intervento che oggi sono utilizzati dagli psicoanalisti e dagli psicoterapeuti a orientamento analitico – per fare alcuni esempi, io credo che non esista analista di qualsiasi orientamento che non abbia ben chiaro in testa tutto il pensiero di Melanie Klein, non credo che ci sia analista che per esempio lavori con gli adolescenti che non pensi a Erikson o a un Winnicott. Tuttavia è bene specificare: quando noi parliamo di psicoanalisi il riferimento preciso è un setting di minimo tre volte a settimana, sul lettino, secondo un impianto teorico preciso con un’analista per esempio molto silenzioso per una scelta di metodo che ha profonde radici deontologiche ed epistemologiche, con conseguenze importanti e non meramente “atmosferiche”. Per noi analisti junghiani – che ci chiamiamo psicologi analisti – un’analisi junghiana prevede due sedute a settimana, volendo anche tre ma soprattutto per situazioni specifiche. Dopo di che esiste una vasta congerie di modalità di intervento molto valide anche a una volta a settimana, che però non potranno essere definite analisi, anche se fatte da psicoanalisti o psicologi analisti, o psicoanalisti post freudiani, ma psicoterapie – tuttalpiù analiticamente orientate, o come diciamo ora psicodinamicamente orientate.
L’orientamento psicoanalitico e quello psicodinamico si differenzia dagli altri per l’importanza devoluta al lavoro dell’inconscio, e a tutto ciò che accade al di fuori della coscienza, che arriva al presente da un passato remoto. Quando la terapia è a una volta a settimana questo riferimento all’inconscio è certamente ben presente attivo e funzionale, ma il lavoro è molto meno analitico: si ricordano i sogni con meno facilità, si parla dell’antico passato con minore frequenza, si lavora molto di più sul tempo presente, ossia psicoterapeuticamente. Quando ci si vede più spesso, e magari si usa il lettino – la postura e la maggiore disponibilità di tempo favorisce il ricordo dei sogni, e l’uso di un tempo a parlare di qualcosa che non è quello che è successo ieri.  Non è tanto una questione di profitto, quanto una differenza di metodo.

Le persone invece, specie di una certa estrazione culturale e sociale, tendono a dire che vanno in analisi a prescindere da tecniche e setting. Un po’ per una confusione che circola sugli approcci ma anche perché l’analisi mantiene ancora un notevole charme elitaristico, le stimmate di una appartenenza di classe, si ha come l’impressione che se uno dice: vado in analisi è titolare di una sofferenza connessa anche alla sensibilità e all’intelligenza, forse a una certa cultura, se va in terapia è un po’ più sfortunato, forse ha un problema più vero ma è più banalotto. Lo charme è legato anche ad altri miti per esempio che è molto cara, questo anche a proposito di setting che si mantengono a due sedute a settimana. Questa cosa del prezzo un po’ ha a che fare con lo storico problema che hanno le persone con la tassazione e i costi di tutte le libere professioni. Quando vanno presso il servizio pubblico non hanno chiaro che lo stato sta pagando per loro non solo la retribuzione lavorativa ma anche una quota importante di quello che costa il servizio di cui fruiscono, non pensano alle tasse decurtate dalla busta paga, i contributi pensionistici, e il costo degli spazi che utilizzano per fare i loro incontri medici, per cui rimangono sempre un po’ stupefatti. Molto invece ha a che fare con il mancato riconoscimento di un radicale cambiamento antropologico tra gli psicoterapeuti anche a orientamento analitico perché di fatto l’offerta tariffaria oggi è molto cambiata dal momento che è cambiata non solo l’utenza  – in termini socioeconomici – ma anche l’antropologia dei curanti.

Quando c’era Freud i primi analisti erano per lo più: figli di grandi borghesi capaci nel commercio, abbienti, o nobili con ancora molti beni al sole.  Questi erano i curanti e i loro curati altri elementi dell’altrettanto buona borghesia per quanto in difficoltà. La teoresi delle molte sedute a settimana in realtà corrispondeva a periodi di cura molto più brevi ma comunque per mondi di utenza con altri ritmi di vita e altre possibilità economiche. Erano gli anni dei divani di broccato. Gli analisti di oggi nascono spesso e volentieri come studenti fuori sede che per portare avanti una formazione comunque molto onerosa fanno notevoli sacrifici. Magari vengono da piccoli paesi della provincia, magari abitano lande di classe molto lontane dai divani di broccato. Imparano l’arsenale analitico all’università e alle scuole di specializzazione, aprono i loro studi, ma molti lavorano – anche con grande passione – presso case famiglia, comunità di recupero, servizi sociali – istituzioni del pubblico o del privato sociale dove ci si impegna molte ore, si fanno le notti e si hanno stipendi veramente modesti. Sono calati in mondi esistenziali a loro volta – amici partner pazienti – in cui la situazione economica è spesso precaria, o se è in sicurezza comunque nella diffusa situazione di una contrazione di stipendi e salari, che certo non vale per tutti ma sicuramente vale per molti. Sono dunque spesso e volentieri potentemente scollati dalle fantasiose teorie aristocratiche di cui si sente parlare anche se poi devono mediare con il costo della libera professione. Di fatto oggi circola anche un’offerta che in qualche modo è proporzionale agli stipendi che circolano. Le terapie di fatto si fanno, anche a due volte a settimana, e le fanno oggi – dipendenti di scuola pubblica, operai, bidelle e via di seguito – anche grazie a recenti proposte legislative in materia fiscale.

Alla percezione esoterica del costo esoso, c’è la percezione collettiva di una pratica fantasiosa, letteraria, non regolata, creativa e persino artistica. In fondo negli anni in cui il mondo conosceva i gli studi sull’Isteria di Freud Thorstein Veblen pubblicava il suo meraviglioso teoria della classe agiata, dove i ricchi, ossia i potenziali pazienti sul lettino, erano ritratti come eccentrici bizzarri, desiderosi di esprimere la propria leadership sociale tramite oggetti status connotati da una originalità assoluta. I ricchi di Veblen, e dell’immaginario sociale di ognuno fino a tutto il dopoguerra, erano soggetti eccentrici, capaci cioè di pagarsi lo straordinario il bizzarro, l’inconsueto, il raro, l’inaccessibile. La psicoanalisi dei pionieri era adattissima a questa domanda dell’elite, a questa epistemologia del meglio: un pensiero originale, eversivo, controintuitivo che faceva riferimento alla sessualità e all’infanzia, era davvero adatto al concetto di prestigio di un momento storico

L’istituzione della facoltà di psicologia, più ancora degli iter curriculari delle specializzazioni in psichiatria, unitamente allo sviluppo di presidii pubblici per la salute mentale, anche se oggi purtroppo versano in una grave crisi, hanno modificato la pratica analitica, portando le terapie psicodinamicamente orientate verso uno standard direi quasi un protocollo di intervento che rappresenta anche una protezione per l’utenza. L’università ha svolto nei decenni la funzione di polo laico rispetto le singole scuole di formazione, così come il confronto con colleghi di formazione diversa ha creato delle aree di convergenza. Il giustamente criticato DSM, il manuale delle diagnosi psichiatriche attualmente in uso in tutti i presidi, con tutti i suoi limiti ha costituito nel tempo la base di un lessico condiviso. Ora non è che tutte le associazioni analitiche abbiano lo stesso rapporto con i contesti istituzionali – ancor meno questo si può dire di tutti gli analisti, psicologi analisti o psicoterapeuti a orientamento dinamico, ma insomma oggi, specie per quelli che si sono formati diciamo negli ultimi trent’anni, l’iter di cura implica dei momenti specifici che tutti tra noi riconosciamo come necessari, e che quindi sono molto meno bizzarri esoterici e originali di quanto potesse apparire un tempo: per esempio siamo abituati a formulare un’analisi della domanda.  Dopo di che formuliamo una prima diagnosi. Dopo di che questa prima diagnosi, dopo mesi di colloqui, viene tradotta in  una seconda diagnosi. E via discorrendo verso una serie di parametri che fanno il mestiere, e che servono a valutare l’andamento delle terapie.
Le quali, si constata – è un dato non un pregiudizio – sembrano essere piuttosto lunghe.

Questo non capita davvero sempre, perché ci sono persone che vanno, anche da un’analista per questioni transitorie, per elaborare problemi di piccolo cablaggio, rispetto a un funzionamento nel complesso positivo, efficace. Magari hanno un piccolo problema, oppure sono in un particolare frangente del proprio ciclo di vita che li ha messi in difficoltà. E’ una cosa moderatamente frequente, perché di fatto è vero, le terapie sono lunghe – e spesso sono lunghe anche quelle di altri orientamenti. Personalmente anzi la tendenza a fare terapie lunghe e strutturate per me è una prova di affidabilità – posso inviare pazienti a colleghi cognitivisti – come ce ne sono – che lavorano per qualche anno con i loro pazienti, e lavorare in sinergia con familiaristi e sistemici relazionali, che portano avanti i loro colloqui altrettanto a lungo, rimango perplessa su trattamenti troppo brevi nel tempo.

La ragione della necessità di una lunghezza degli interventi, è nella necessità di procurare cambiamenti che siano profondi e stabili. Noi siamo molto meno facili al cambiamento mediante colloquio di quanto siamo disposti a ritenere, e questo resistenza al cambiamento è una condizione importante della nostra libertà. Se per estinguere un tratto patologico, una coazione a ripetere una serie di abitudini gravemente disfunzionali bastassero poche parole per quanto ben assestate, quanto potremmo considerarci liberi? Quanto saremmo suggestionabili? La resistenza biologica al cambiamento è una prova della nostra identità, e del fatto che per far si che si modifichi abbiamo bisogno di un lento lavoro.

Secondo messaggio nella bottiglia

Ciao Silvana torno a casa.

(Sai che è morto Charlie Watts? Te ne fregava a te di Charlie Watts? Dei Rolling Stones? Non parlavamo mai tantissimo di musica perché io sentivo che era uno dei territori in cui maggiormente si ispessivano le distanze. Eri stata una ragazzina scalmanata e tempestosa, con gli occhi severi, il fumo e il sonno sulla sabbia, eppure avevi della campagna quella diffidenza ruvida verso le ritualistiche urbane, la musica andava bene per ballare ma non doveva trascendere nel culto. Niente altari né preghiere, niente santi sporcaccioni.  Men che mai sfioravi le cose che ascolto io, che commuovono me e che mi servono per capirmi. 
Ma dicevo, ti ho pensato perché i Rolling Stones a settembre faranno il tour lo stesso. Tu non li avresti giudicati, ho pensato, la campagna sa accettare la crudezza della morte).

Ci siamo visti tutti insieme e abbiamo fatto quelli che stanno bene e ridono e fanno le cose.
Per questo ti ho pensato, quando è morto Charlie Watts, e ho pensato agli amici della vita che suonano tutti insieme, e poi uno se ne va e che fai smetti? E che è onorare l’amicizia quello? Non si smette. Per quello credo che suoneranno a settembre i Rolling Stones, di cui avremmo riso insieme in modo volgare decidendo se i membri sono del tipo del vino, o del tipo che no  – il tipo aceto, questo al massimo avremmo concesso alla devozione, e poi ho pensato che noi a modo nostro abbiamo fatto uguale, noi amici ancora vivi, chi sa per quanto, non me ne volere Silvana mia speriamo ancora per un po’, e insomma dicevo, ci siamo visti abbiamo bevuto, abbiamo riso. Io ammetto che a un certo punto, senza di te, non è cattiveria eh, mi rompo i coglioni. Ma te lo giuro solo dopo un certo punto.)

I nostri maschi stanno bene. Tuo marito fa cose con i tuoi figli. Sono tutti belli e rigogliosi, volevo tranquillizzarti su questa cosa.  A questi incontri, hanno detto cretinerie tutto il tempo, le femmine hanno nascosto la grappa oltre una certa ora, si sono fatti caldo l’un l’altro con il loro modo, gli amici hanno raccontato vecchi aneddoti, noi femmine ogni tanto fissavamo il vuoto un po’ perse. (Io non ascoltavo i Rolling Stones. Non so bene che animale fosse Charlie Watts, ma in generale mi sembravano un’orchestra di narcisi, che Dio li benedica non saremo mai abbastanza grati a questi eroi generosi di se, ho pensato che in una certa data di ottobre che ne so, un pomeriggio a Mick Jegger – (vino). – gli potrebbe venire il magone, si potrebbe mettere a spegnere cicche con violenza dicendo cose e un altro (aceto) dire, eh dai Mick, su proviamo, lascia stare, NON SI PIANGE QUI CAPITO? Come ci disse quell’amica tua all’ospedale, e qualche altra intigna ancora, ognuno si difende a modo suo).

I bambini dicono che ti pensano, soprattutto la piccola. Ti farebbe molto ridere. Mentre il maschio prende le orme dei maschi del mio casato: obliquo, umoristico, incerto, gentile, ansioso, lei è una piratessa fatta e finita come siamo state noi, impavida e iconoclasta. Dice che ti porta nel cuore e che se prendiamo un altro gatto lo chiamiamo Silvana, un’ipotesi che non mi sento di accantonare. 
Quando ci vediamo con tuo marito giocano insieme, si picchiano, si sfidano a duello, smontano il ristorante facendo cadere le sedie, lui la lega coi tovaglioli, io faccio ste foto pensando che tu le possa vedere. 
(Tutti stanno comunque più o meno dolorosamente dritti, riescono anche ridere, so che lo desideri del resto,  come desiderano le persone che vogliono bene.
Ciao cara)

Milf

La donna seduta al tavolo guarda l’orlo del mare, grosse navi grigie, minime allo sguardo, stanno ricamate all’orizzonte, il cielo una melma di smalto sulle cose, porta degli occhiali da sole la donna, una lunga gonna a fiori, un marito, due figlie e un’amante che l’ha lasciata, perché troppo turbolenta. A questo amante ora lei pensa, cercando di annichilire la mancanza coll’arma spuntata dei vecchi, che è il buon senso. (L’amore sottile di certe retrovie, amore di ossa lunghe, di dolcezze preoccupate, un modo distinto di prenderle il braccio, il volto, il corpo. L’amore urbano che ha la giacca, gli occhiali, il giradischi, un raro modo di sorridere, un frequente modo di essere infelice.)

Il ragazzo non sa precisamente l’età della donna. Senza dubbio deve avere almeno l’età di sua madre, si può ipotizzarne qualcuno in più. La guarda e ne sente qualcosa, non sa neanche bene come fa a sentire, è un animale giovane, una bestia veloce, di pelo corto, sente coll’olfatto uno sguardo, e pensa che gli sia destinato. Dunque la fissa con un’insolenza cinematografica e datata, come a  frugarle nel corpo scuro, e pensa con una sorta di invidiosa ambivalenza verso il potere della carne e quello dell’età, che dovrebbe cimentarsi con la pelle sgranata, e le gambe troppo lasche. Si siede davanti a lei.  “Posso offrirti qualcosa”, le dice.

(La donna stava districando gli errori dalle forme di lealtà, stava misurando il tenore degli sguardi e delle ultime terribili parole. E’ meglio che non ci vediamo, le aveva detto l’uomo di cui era gravemente innamorata, non perché non ne abbia desiderio o addirittura bisogno, ma non possiamo rompere niente, è meglio allora che non ci vediamo, e la donna si strugge per tutte quelle negazioni. Pensa al richiamo del corpo vecchio dell’uomo amato, delle sue spalle esili, della sua voce, che le vibra fin dentro lo sterno.
  Sicché – quando il ragazzo giovane, si rivolge a lei, è come se sentisse il guinzaglio dal mondo dei vivi richiamarla, una corda, un ritorno alle cose dei mortali. Lo guarda come per la prima volta, gli indovina tutto, prova tenerezza e disprezzo).

“Offrirle”.
Corregge lei, per niente lusingata, scivolando in qualcosa di austero e cattedratico e sentendosi dentro una rabbia sleale. Dov’è la madre che sei normalmente, si chiede mentre muove la bocca con sarcasmo, questo è una cane innocente, uno che sa a stento di scopate e di pompini, tutta una verginità dal dolore e dalla morte gli sta sulle guance e negli occhi. Gli guarda il mento appuntito, le pieghe agli angoli della bocca.  

Chi sa che si pensa di fare, dice fra se e se, distratta di malavoglia dal dolore. 

(Lui non capisce niente, in effetti. Era un gioco ma già si è annoiato. La vita gli è ancora immensa e oscura. Tra un paio d’anni una sera, una ragazzina difficile tergiverserà sulla sua pelle, e comincerà la lunga strada che la donna ritiene, probabilmente a torto, di aver finito di percorrere. Si alza.
“Mi scusi”, le dice)
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Oggi questo solo possiam dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

In questi giorni ferve il dibattito intorno alla lettera congiunta a firma di Cacciari e Agamben, a cui è seguito un intervento di Cacciari atto a spiegare meglio la sua posizione. Il secondo intervento di Cacciari è un po’ meno mediocre della lettera, che nel complesso è sgangherata e confusiva, ma entrambi mi sembra hanno il merito bizzarro di far reagire altri esponenti di spicco della nostra classe intellettuale, aiutandoci tutti a costruire una riflessione condivisa su come pensare politicamente questo momento della vita pubblica, mettendo insieme per il bene della collettività il binario della fruizione sociale della medicina e della scienza e l’andamento di una democrazia matura. In questa loro funzione mi hanno ricordato il monito di un mio maestro – Francesco Montecchi – che all’esordio della mia formazione di analista disse a me e ai miei futuri amici e compagni di strada: guardate tutti gli analisti più grandi: da tutti imparerete qualcosa, compreso capire tutto ciò che non vorrete mai fare.

Non voglio riprendere qui i contenuti dei due interventi, noti ai più. Ne sintetizzo solo i punti per me salienti. Nella lettera i due filosofi sostengono che imporre il green pass è una minaccia per la democrazia, perché è un atto discriminatorio che ricorda scelte pericolose fatte da governi totalitari, che minacciano la democrazia matura. Lamentano una eventuale preoccupazione per una sorta di ipostatizzazione del green pass, per una sua trasformazione simbolica e provano a mettere in guardia l’opinione pubblica così. In secondo luogo,  e in particolare nel secondo intervento di Cacciari, la resistenza al green pass viene sustanziata mettendo in discussione l’efficienza dei vaccini, la loro utilità pubblica e indicando la presenza di molteplici posizioni nel dibattito scientifico, che è secondo Cacciari troppo aperto per legittimare un obbligo, stante il fatto che le sperimentazioni sono ancora in corso e molte cose non si sanno, i cittadini devono essere liberi di operare un consenso informato che non dovrebbe essere obbligatorio.Questa coppia di questioni, mi pone una coppia di problemi.


1. Il problema del rapporto con la scienza.

Se c’è una cosa di cui abbiamo sentito un bisogno vitale in questi due anni è una classe intellettuale che ci aiutasse a capire la costruzione di un sapere scientifico dal momento che per la prima volta anziché esserne i fortunati beneficiari eravamo gli inermi e spaventati testimoni. Sotto la lente di ingrandimento della comunicazione globalizzata ci siamo infatti trovati a osservare quello che gli storici delle idee hanno studiato sui banchi di scuola: ossia che il sapere da sempre si costruisce piano, con ribaltamenti successi casuali, conquiste territoriali graduali, luminari che dicono sciocchezze e fortunati soggetti periferici che azzeccano qualche formula. Abbiamo dovuto imparare che la soggettività del linguaggio, il situazionismo di genere, di storia, di classe di politica, di storia nazionale influenza la politica della medicina e la medicina sociale, a volte persino la scienza stessa. I laureati in filosofia di solito hanno letto Gadamer, hanno letto due sciocchezze di Popper, hanno un’infarinata sommaria di un Carnap e via di seguito per tutta la storia del pensiero novecentesco che tanto servirebbe a comprendere capire come mai sto covid non lo abbiamo risolto in due mesi, come mai sono state dette delle cose  e poi si è corretto il tiro, come mai ci sono delle contraddizioni che sono apparenti, come mai come mai, e io mi aspetto dai filosofi studiati, che se le ripassino quelle quattro sciocchezze e ci aiutino a sopportare una circostanza organizzando le informazioni. Mi aspetto  da un accademico, pensa due, che non si citino soltanto fonti rapsodiche utili a uno scopo, e manco si frigni che il dibattito è aperto  ma giura, non te se po’ nasconne gnente,  io mi aspetto che le informazioni siano gerarchizzate. Quali pareri si stanno coagulando di più rispetto ad altri nella costruzione di questo sapere? E quali sguardi situati politici e sociali stanno influenzando questi pareri? Per fare un esempio: la Capua fa bene a dire che chi non si vaccina deve pagare la spesa sanitaria pubblica? Lo storico delle idee che ha cognizione di causa delle competenze della Capua, del fatto che questo parere politico esula dalle sue competenze, del fatto che da mo’ che per questioni bioetiche il sistema sanitario nazionale copre i più scriteriati e pazzi, salva i tossicomani avanzati, quelli che si buttano in mare senza nuotare, persino i terroristi salvano,  dico potevano dire qualcosa di intelligente su di lei o su uno Zangrillo? E su tutti gli scienziati che fanno politica usando una posizione professionale che non li legittima affatto? E di contro, è leale corretto ed etico dire, il vaccino non protegge dal virus e non evita di rendere contagiosi, eludendo la plateale questione della riduzione del danno? Il vaccino diminuisce la portata dei sintomi, e protegge parzialmente, ci saranno dei morti ma di meno, dei malati ma di meno, per questo la comunità scientifica ha oramai una maggioranza ben più che risicata nel sostenerne la necessità, e per questo direi le politiche nazionali insistono sui vaccini. 

2. Il problema della questione politica.

Mi colpisce il fatto che Agamben e Cacciari si sentano profondamente minacciati, io credo perché commerciano oramai molto poco con il mondo che abitano. Quando nella lettera ho letto del concetto di discriminazione associato al pass ho avuto un moto di irritazione, ma facevo fatica a concettualizzare perché. Siamo pieni di restrizioni che non interpretiamo come discriminanti, men che mai se di professione mastichiamo la storia delle idee. Se la discriminazione è un’azione del potere che limita la vita dei singoli in base a criteri normativi, anche la patente di guida è una discriminazione, e lo è anche l’esame di laurea per tante professioni, e via di seguito. Forse pure la dimostrazione di un reddito nullo per avere un sussidio e forse anche l’aver scritto un libro per averlo pubblicato. Mi rendevo conto che Cacciari e Agamben giocavano sull’ambivalenza linguistica di un termine che ha un valore neutrale in un certo contesto ma possiede una capacità ricattatoria per le evocazioni di più ampio spettro che porta addosso. Discriminante è l’azione che rinvia io credo a un potere che non solo è esplicito giuridicamente parlando, ma ha degli agganci nei modi di pensare delle persone e in una serie di norme non scritte. Le discriminazioni antisemite, le discriminazioni omofobiche, le discriminazioni razziste, e via di seguito, non riguardano mai solamente il  mondo delle regole scritte, ma anche quello delle regole non scritte, e sono potenti e pericolose nella misura in cui precludono pesantemente l’accesso al potere alle decisioni in modo permanente. Ma il green pass  – per tutti quelli che non vogliono farlo può essere agevolmente sostituito da un tampone che in molte città sta addirittura diventando gratuito e accessibile -grazie ai presidi della croce rossa. Mi aspetto allora che due intellettuali di sinistra, ancora una volta anziché frignare, si occupino dell’accessibilità ai dispositivi sanitari  – per esempio i tamponi non sono ancora gratuiti per tutti, men che mai i molecolari, che costano la bella cifretta di 60 euro. Ma in Italia è da lunga pezza che gli intellettuali di sinistra non trovano abbastanza di sinistra occuparsi della frastagliata e tragica situazione del nostro sistema sanitario nazionale – è poco foucaultianamente cool, noi siamo liberi eh.

Ho però anche pensato che se Agamben e Cacciari sono tanto agitati, e non capiscono perché non lo siamo noi, è perché la loro distanza mentale dal mondo presente, impedisce di capire che di fatto la circolazione di idee nel bene e nel male si è spostata dai luoghi fisici. Le manifestazioni pubbliche vanno perdendo senso, le cellule di partito invecchiano e spariscono, e gli scambi si spostano nell’area del virtuale, della comunicazione scritta, di altre modalità di comunicazione – per le quali invece, occorre tenere gli occhi ben aperti, perché rendono i soggetti pubblici vulnerabili ricattabili, isolabili.
Mi angoscia doverlo dire, perché è un film di qualità infima, che esprimeva in un linguaggio grossolano  e semplificatorio fino al ridicolo questioni che ci si stanno ponendo sempre più frequentemente –  ma forse le lettere pubbliche le dovrebbero firmare gli autori di The Social Dilemma.
In mancanza di meglio.