Comunicazione dell’etica/Etica della comunicazione

Alcuni giorni dopo, la morte di tante tante persone annegate non mi fa riuscire a scrivere niente di sensato. E mi sento assolutamente fuori luogo sia nel concentrare l’attenzione sulle vite perdute, sia nel pensare a strategie per fronteggiare l’accaduto politicamente e concretamente. Nell’impossibilità della concretezza che da lo stare lontani da un evento, lo stare lontani dal potere su quell’evento, ci si sente indugiare nella retorica, in qualcosa di inutile, in qualcosa che ci tranquillizza l’un l’altro. Non posso parlare del barcone, non posso parlare dei provvedimenti politici. Posso dire che dobbiamo sostenere economicamente le onlus che si occupano dell’accoglienza di immigrati, o del loro sostegno psicologico o medico, o materiale.

Poi forse, possiamo ragionare su un’altra questione che ci ha portato la vicenda della strage in mare, ed è la questione di come fare a trasmettere un pensiero morale dove non c’è. Il giorno dopo il naufragio, sono apparsi sui social network una serie di messaggi che suonavano così: meno male mangiano i pesci, uno di meno che ci ruba il lavoro.
Dici. Gentaglia. Dici. Non ci divido la cena. Dici quello che ti pare – ma come l’argini questa roba? Che si deve fare.

Ho visto diverse strategie retoriche. Una molto diffusa, e comprensibile sotto il profilo razionale – è quella di richiamare alla nostra storia patria. E’ successo anche a noi! Noi anche siamo andati in barconi gremiti fino all’America a cercare fortuna e sopravvivenza! E come tutti i poveri, abbiamo importato le strategie di sopravvivenza dei poveri – va detto anche con una certa sofisticata organizzazione – questa strategia si appella a qualcosa di intellettuale che ignora però completamente l’emotivo. si basa sulla falsa credenza che noi se vediamo uno che affoga lo facciamo perché era successo lo stesso a nostro zio – il che invece è a pensarci assolutamente irrilevante in quel frangente – e sull’ancora più illusoria convinzione che uno riconosca in un signore dell’ottocento, colla paglietta rotta e i pantaloni color seppia il proprio zio.

Agli italiani, degli antichi italiani non gliene può fregar di meno. Non c’è parentela, non c’è legame, non c’è relazione, manco discendenza. Anzi, un’eventuale vivida assunzione di consapevolezza del proprio passato straccione elicita la paradossale reazione di lontananza, del mica sono io quello la, io con quei baffi a manubrio ma per favore, io a cercare la speranza ma di che parlate. Lontananze siderali riverberano dalle foto postate dei benintenzionati. Non c’è accorato appello che tenga.
Perché la questione centrale è rintracciare un umano, anteriore al contratto sociale. Quella cosa per cui se stai passeggiando e una persona cade in mezzo alla strada vai a soccorrerla. Vai a soccorrerla, perché quella persona è tuo padre, tua madre, tua sorella, tuo figlio sei te, è corpo umano come te, e questa cosa, in linea teorica dovrebbe essere anteriore al contratto sociale, dovrebbe essere un regalo di specie, che la Natura da per aiutare alla sopravvivenza. Una sorta di pensiero istintuale.

Molta fotografia di guerra, all’evo prima di Internet e della riflessione sulla correttezza politica si è valorosamente battuta per far vedere il corpo come il tuo che stai ignorando e sta morendo, soffrendo, subendo un martirio. I bambini nudi sono tutti bambini nudi, sono nudità tutte uguali, sotto la pelle e i vestiti, e le geografie, e le classi sociali e le bombe, il sangue sempre rosso è, la ferita è ferita la morte è morte. L’immagine può! E’ stato un grande passaggio a cui noi siamo tutti grati. Oggi non so se però possiamo più farlo, perché insieme alla nobile prospettiva pedagogica e morale, rimaneva una asimmetria razzista e terzomondista, o in altri casi meramente classista: Io che fotografo insieme a colui che guarderà la foto siamo i soggetti responsabili del mondo, quelli che devono essere morali ma la cui soggettività e intimità e individualità non sarà mai violata, non si vedrà mai la nostra morte o la nostra perdita di dignità. Il fotografato sarà sempre uno che conta di meno, uno condannato al suo stato di vittima desoggettificata, scarnificato della storia, del pudore, del diritto alla dignità. Fatta questa riflessione, fotografare da vicino e postare sui social netwark la foto di un bambino morto, è una cosa che non si può più fare. Fotografare i corpi dei giovani studenti africani trucidati dall’Isis è una cosa che non si può fare
Che cosa si può fare?

Come si fa a ottenere l’effetto della foto del bambino morto, senza far vedere quel bambino morto? Si fa per esempio, usando narrazioni efficaci, che parlino dei genitori e dei figli – come ho visto fare in alcuni bellissimi status – per esempio questo – di Alfonso Antoniozzi:

Che quando fai ‘sto mestiere poi te le immagini le cose no? Stai nel letto e ti immagini ‘sta mamma che prende su i due figli e scappa su un gommone gestito da delinquenti. Te la vedi. E quanto ci avrà pensato, prima. E quello che avrà fatto per tirare su i soldi. E da dove si passa, e come, e poi? Ma è sicuro? Te la vedi che mette da parte tutte le paure e parte. Te la vedi schiacciata in mezzo a un sacco di gente che non conosce, qualcuno forse, ma sono tanti, troppi, reggerà? Hanno detto che è sicuro, me l’hanno detto! Te la vedi rinchiusa nella stiva sigillata, per sicurezza hanno detto, per i controlli. Te la vedi che si guarda indietro sperando di aver abbandonato tutti gli orrori. Te la vedi questa donna, vedi le sue speranze, le sue miserie, i suoi amori gli sguardi i figli il marito i bambini la scuola il pranzo la cena i racconti la guerra i colpi di mitraglia gli attentati le bombe il terrore le decapitazioni. E poi ti fermi. Perché se guardi oltre, se per maledizione la mente si figura il viaggio e la sua conclusione, poi lo devi moltiplicare per settecento. E non è cosa per il cuore di un essere umano.

Secondo me è davvero un buon tentativo – perché mi ha fatto stare male, e per queste cose bisogna stare male. E non serve star male per quel bambino, per quel volto, per quella foto, per quella storia precisa, per quella supersoggettificata vicenda. Non serve che la madre, il vecchio l’uomo forte siano neri, gialli, poveri o ricchi, simili o dissimili – non serve far vedere la tragedia di un nome preciso – anzi al contrario: Serve l’umano qualsiasi, il dato trasversale dell’umano, il mortale che ci accomuna, l’uno a zero contro il potere delle cose che sempre hanno le cose contro le braccia nude. Serve l’essere qualsiasi.

Tuttavia, quando si vuole riattivare l’etica scrivendo – si ha un altro problema, ed è quello di andare oltre la conferma narcisistica tra consanguinei politici e morali e socioculturali. Il rischio che corrono anche le veramente brave persone sui social network, è quello di rinfrancarsi l’un l’altro nell’evocazione della compassione – dalla più deteriore alla più nobile delle accezioni . Sono buono! Cazzo ti prego non è vero che sono buono? Confermami la mia dolcezza, io lo farò con te. Oltre che una questione tipica della comunicazione di rete, destinata a fondarsi su confraternite di affini, è’ la seconda faccia della nostra medaglia storica: siamo un paese che, più di altri, conserva forti tradizioni politiche e identitarie, in cui stessi gruppi sociali si passano il testimone dei partiti che si avvicendano, con una prassi che solo l’avvento dei 5 stelle ha blandamente disordinato. Ma di parlare fuori dal proprio orto sociale, politico, culturale, manco ci passa per la crapa. Allora la questione diventa quella di far arrivare le parole di Alfonso a chi non è amico di Alfonso, nella rete e nella realtà, farle arrivare a qualcuno che abita altre vite, altri lessici altre canzoni altre morali. Ed è una questione quotidiana politica, che ci invita a riformulare il nostro modo di stare al mondo, e di parlare politicamente. Cosa che va fatta a priori, a prescindere da questo contesto.

Annunci

Il sesso della recessione

Alcuni anni orsono, quelli di ISBN pubblicarono un bel saggio di Susan Faludi, il sesso del potere che descriveva la curiosa reazione di una certa parte della cultura americana a seguito dell’undici settembre. Si parlava di uomini e donne, anche di ceto medio e alto, anche istruito e domestico con il mondo della carta stampata, che considerava l’attentato alle torri gemelle, come la triste conseguenza di una cultura devirilizzata, fiaccata dal femminismo, dove avevano vinto valori – come l’antirazzismo, l’uguaglianza, il pacifismo – che si considerava dovevano avere come unica provenienza il femminile.
I maschi non sono più i maschi! Le femmine non sono più le femmine e quei trogloditi la’ ce l’hanno vinta! Proferivano grosso modo fior di signore wasp mentre corteggiavano industriosamente un generale dell’aeronautica militare a un party repubblicano.
Altre e altri telefonavano alla povera Susan Sontag – già malata di cancro – e la coprivano di insulti.

Questa evoluzione psicologica, mi affascinò moltissimo e a suo tempo ne scrissi proprio citando il libro di Faludi. Naturalmente la femminizzazione culturale non aveva molto a che fare con le torri gemelle, anche considerando la maschia tradizione che gli USA hanno mantenuto nel loro modo di gestire la politica estera – e il tutto mi fece persino sorridere. Ma allo stesso tempo era chiaro che c’era un problema a monte, che aveva trovato nello schock dell’11 settembre una occasione per esprimersi, ed era il problema culturale e soprattutto psicologico di uomini e donne che non riuscivano a digerire un nuovo assetto esistenziale e rispetto al rapporto sesso genere. A quanto pareva. Questo problema era a noi ancora molto lontano dieci anni fa, e lo sarebbe in buona parte anche adesso, anche se sembra emergere in qualche parte del paese una costellazione simile, di signore bionde ricche e carrieriste che corteggiano generali in pensione scrivendo pamphlet con titoli nostalgici, filosofi bellocci che straparlano di psicologia infantile, personcine polverose che protestano con la testa china contro l’ipotesi che due maschi si scambino effusioni, madri di famiglia con casa di proprietà che hanno paura di vedere il figlietto per una volta vestirsi da damina dell’ottocento. E tutti quanti frignano sotto l’incantata benedizione dell’artistocrazia nera. Cardinali Bagnaschi e varie toghe upper class.

E’ curioso come in realtà l’angustia per l’identità di genere in estinzione abbia una connotazione di classe così precisa, e sia una cosa da decorosa borghesia – che riguarda meno chi con i quattrini fatica, e ancor meno chi nei quattrini abbonda. Diciamo che tra le sentinelle in piedi ci sarà qualcuno che ha chiesto un mutuo – ma difficile che non glielo abbiano dato, a lui o a papà suo. In un paese così violentemente allergico a sottili questioni psichiche – così solare volgare e prosaico, dove la gente ha imparato a stento a dire “fare l’amore” con sessantottardo trasporto, avendo sempre parlato più trucidamente di scopare, dove per secoli hanno figliato donne in carne con maschi ossuti e segaligni, in questo paese dove più scendi verso il tacco più ti perdi gli asili per strada, e le femmine nelle case – beh questo frignare sulla scomparsa della differenza sessuale ha del fiabesco. E’ come il sintomo che sembra non entrarci niente col resto della patologia, che uno questo sintomo non se lo spiegherebbe e manco vorrebbe occuparsene. La scomparsa della differenza di genere? Ih! hanno appena mancato di rinnovare il contratto a una mia amica perché era in aria di gravidanza. A me pare che la differenza di genere troneggi.

Oltralpe grandi città hanno sindaci omosessuali, professori universitari cambiano sesso a tradimento senza pena alcuna per il rettorato, le bambine giocano con i camioncini e e le giovani donne accedono al mondo del lavoro in percentuali più decorose che da noi, eppure assolutamente fuori sincrono, con una preoccupazione che non ha alcun reale fondamento – anche nel remoto caso dovesse apparire condivisibile – emerge un allarme sociale fuori senso. Una sorta di antifurto che suona senza ladri, una sirena dei pompieri che strepita senza incendio. Vogliono annullare le differenze tra uomini e donne! Vogliono annullare i ruoli! Ma dove? Ma chi? Ma quanti? Ma che dice? Ma di che si parla? Ah! Il progetto di Trieste nelle scuole! Che siccome alcuni bambini triestini talora si vestiranno da infermiera, e le bambine da primario allora i bambini tutti delle patrie scuole. Trieste caput mundi.

A me ora, non interessa entrare nel dettaglio della lamentazio e discettare psicologicamente del perché ha per lo più un fondamento inesistente. Posso solo dire che, come tutte le grandezze psicologiche anche l’interpretazione della propria identità di genere, più è flessibile più è sana, più è rigida più è foriera di costruzioni sintomatiche, per cui insomma se i bimbi di Trieste possono osservarsi nell’alchimia dell’interpretazione sessuale: come è una donna con una tuta da lottatore? Com’è un maschio che fa la mamma con la prole in braccio sul petto? Beh è tutta salute. Eventuali strutturazioni patologiche – sulla cunfusione di genere, sulla vecchia etichetta del disturbo d’itentità di genere che io conserverei contrariamente al DSM hanno tutte altre origini. Posso pure parlare, come tanti altri fanno delle numerose ricerche longitudinali che hanno riguardato la vita dei figli di coppie omosessuali. E come stanno sti fiji? Come l’artri, né più né meno (anche se qualche studio addirittura tifa per il più – non perché la gayezza sia protettiva si è interpretato, ma perché lo sarebbe l’assetto psichico di chi si cimenta in una lotta culturale contro un contesto uniforme. La forza del carattere insomma, la duttilità mentale) Ma a me interessa individuare qualcosa di terzo. Una strumentalizzazione psichica dell’argomento presepe. Qualcosa che ha a che fare con altro.

Siamo un paese sull’orlo della perduta borghesia. Per un certo periodo abbiamo creduto di essere borghesi tutti, con rarissime eccezioni. Non solo gli operai si vergognavano a essere operai, e volevano essere borghesi – e io confesso, non mi sono mai sentita di dargli contro, ma anche i ricchi trovavano poco chic essere ricchi e a larghe fette simulavano una sorta di impoverimento, ponendosi come borghesi con i buchi ricamati a tombolo. La sapida originalità dell’artigianato così imbarazzantemente individuale se ne andava sotto la scure della produzione di massa, e anche il magniloquente charme di quella ricchezza fantasticamente eccentrica andava spegnendosi in un conformismo tranquillizzante. Gli ultimi dandy oggi, pascolano alla Giudecca ai margini del tempo e di un epoca storica, a sgraffignare un po’ di diritto esistenziale senza tanta speranza.

 

 

La crisi ha trasformato il sogno borghese, in una scialuppa di salvataggio, in una zattera per poveracci, dove stare aggrappati come meglio si può. E di questa zattera, la bandiera stracciata che sventola, la maglietta sul bastone delle vignette, è l’immagine del presepe middle class. Lei signora a modo e seduta. Lui in piedi che guarda il domani, il cagnetto da una parte e i bambini ai piedi. Come in un’immortale scultura in bronzo che troneggia dinnanzi alla stazione di Trento.
Come a dire – ci soffiano il contratto a tempo indeterminato, ci aumentano l’IVA, collassa il sistema pensionistico, i nostri figli non si sa se potranno fare la nostra vita – beh almeno quando torniamo a casa la sera possiamo ancora assomigliare alla famiglia Cunningam. Ricky Cunningham rulez.

Diego Fusaro è preoccupato del fatto che una presunta cancellazione collettiva del genere renda i soggetti manipolabili. Come prima istanza ti viene da dire – por’omo farnetica. Il sesso non si cancella, il sesso è un colore che si mischia con altri, la cui retrocessione totale è una sorta di chimera semantica. Ma in un certo senso, c’è da capirlo: perché aldilà dei proclami pseudomarxisti, la sua chiamata alle armi dei presepi tutti – è una preoccupazione classista di segno opposto. La differenza è una roba da liberali, quando ti manca da mangiare c’è il caso che della gonnella non te ne freghi tanto. C’è il caso che occupi la fabbrica, c’è il caso che scendi in piazza. E non di rado – specie nel triste e profondo Nord angariato dalla debacle di molte aziende, beh se la signora va a lavorare non c’è tanto da lamentarsi. E se la signora va a lavorare, quando ci sarà da prendere decisioni a casa, di Fusaro e del presepe se ne fregherà.
Non sono le maestre di Trento a togliere potere al presepe, è la pagnotta che scarseggia – come del resto, è già stato in passato.

Dunque la resistenza di questo drappello a certi mutamenti culturali – isolati e piuttosto innocui – mi appare più come una faccenda di classe che una faccenda di chi sa quale – assolutamente fallace – cognizione di causa sulla psicologia dei bambini e dei generi e delle persone. Sono gli strascichi ideologici della vecchia DC che cercano in un mondo sempre più inesorabilmente laicizzato una bandiera ideologica sotto cui stringersi l’uno coll’altro per difendersi dal crollo del Mondo perduto che li minaccia. Le signore che difendono il loro ruolo di spose sottomesse, puntellano uno status sociale che placa il senso di angoscia, e i maschi adulti e consenzienti che comprano La Croce (pare un ossimoro lo so) cercando di ricomporre una sorta di patriarcato perduto e postmoderno. E’ per il momento, nient’altro che una rumorosa minoranza che da una risposta a un ceto, la buona borghesia in retrocessione, di un’area geografica – il centro nord. Soprattutto nord. Se dovessero essere capaci di coniugare alle bordate reazionarie e sessiste un pensiero economico ben strutturato e una strategia politica consistente sarebbero forse pericolosi. Al momento mi pare che gli si dia anche troppa attenzione.

Psichico 16/ Sesso genere giocattoli

(Non ho partecipato granché fino ad ora alla discussione che ciclicamente arriva in rete e sui media rispetto ai giocattoli e i ruoli di genere, ma sono stata invitata a un dibattito su questi argomenti –per la presentazione del numero monografico di Genesis, bambine e bambini nel tempo  – a  cura di Adelisa Malena e Stefania Bernini dedicato a una lettura storica del giocattolo e della pedagogia di genere, per cui mi sono ritrovata a fare l’appello delle idee che ho io in merito, una sorta di chiamata alle armi del mio armamentario concettuale. Qui alcune delle riflessioni che hanno strutturato il mio intervento)

Quando si parla di oggetti culturali che ottengono un certo successo – dobbiamo ragionare, alle volte anche amaramente, sulla significanza di quel successo, senza cedere di default alla gentile consolazione della manipolazione culturale. Vale per la pubblicità, vale per il cinema e vale, vale terribilmente per i giocattoli dei bambini. Come tutti gli oggetti culturali, e più che mai quelli destinati all’infanzia, i giocattoli per i bambini portano indosso l’intenzione di una trasmissione di valori, e più che mai questa cosa è fortissima in termini di prospettiva di genere: i giocattoli dicono cosa una certa generazione chiede alle generazioni successive, cosa devono incarnare, quale progetto politico realizzare, e cosa riscattare. Tuttavia non basta domandare per avere risposta, e ogni richiesta di successo deve contare su un’uniformità linguistica. Quest’uniformità non riguarda solo il dare agli infanti oggetti infantili, ma – soprattutto intercettare aspetti del mondo interno dell’infanzia, agganciarvisi, colludervi, specchiarcisi. Il giocattolo di successo è un oggetto semantico la cui missione culturale è garantita dalla soddisfazione di alcune necessità psicologiche, psicodinamiche, simboliche, e che per queste altre necessità svolge altre missioni tutte individuali del bambino che ci gioca. Molte di queste missioni hanno a che fare con il sesso e il genere. Il corpo e la sua interpretazione.
A questo punto, proporrei di fare un passo indietro e allontanarci provvisoriamente dal giocattolo per isolare alcune questioni importanti a individuare quelle missioni individuali legate al gioco e che investono il genere. Propongo tre punti importanti.

  1. Semantica biologica: La prima questione rilevante per me riguarda la capacità semantica del corpo sessuato: se gli studiosi si scannano tanto per decidere se i cervelli degli uomini e delle donne sono differenti evidentemente la differenza non è proprio di quelle che salta all’occhio . Ma certo è che la differenza fra avere il ciclo e non averlo, fare i figli e non farli, allattare e non allattare salta all’occhio e non c’è bisogno di grande dibattito. Io credo che quella prima differenza produca in ognuno un importante dato semantico, produca parole, faccia cultura individuale, sia una cosa che ognuno piano piano legge a modo suo. Di solito questo tipo di assunti sono letti come essenzialisti di defoult, perché associati a posizioni di chi vincola il corpo a un forte prescrizione in termini di ruoli di genere. In realtà la prescrizione dei ruoli di genere è anche molto vincolata alla contestualità e al cosa si decide di farci, con quell’oggetto che produce una prima semantica. Qui si suggerisce solo l’idea che: sapere di poter allattare mette nella testa di una donna un oggetto. Sapere di non farlo un altro.
    Inoltre, questi oggetti semantici ci riguardano non solo come titolari del corpo, ma anche come destinatari di relazione. Connotano l’altro, e innescano delle reazioni a quel dato semantico. Nelle tristi vicende della 194, come nel plot di tante favole della tradizione popolare per fare esempi concreti, io vedo la demonizzazione e la punizione del potere tutto femminile di procreare, al quale molti uomini si sentono dolorosamente subalterni, e rispetto al quale il collettivo si sente inesorabilmente dipendente.
  1. Semantica psicoanalitica Nella crescita di ogni individuo, una parte saliente ce l’ha il gioco di identificazioni e controidentificazioni con figure affettive di riferimento del proprio sesso, o del sesso opposto. Nel nostro modello culturale, quando si presenta diciamo nella sua forma standardizzata, la negoziazione dell’identità, passa dall’identificazione e dalla disidentificazione con il genitore pari sesso, raccogliendo per una via diversa aspetti del genitore del sesso opposto. I giocattoli sono tra i grandissimi intermediari di questa negoziazione: la bambina che gioca con la bambola studia come essere come la madre, per poter un domani fare la stessa cosa diversamente dalla madre.
    Questa esplorazione identitaria inoltre, passa anche dal commercio di desideri non sempre consapevoli: il bambino che gioca con la pistola giocattolo, rincorre un modello di maschile che avvii la sua dialettica con suo padre oppure al contrario incarna un desiderio che il padre non è riuscito a incarnare. In ogni caso, la cultura performa i nostri modi di stare nel mondo prima ancora che con gli oggetti culturali condizionando gli stili e le forme dei sistemi familiari in cui i soggetti sono iscritti. Il bambino che gioca con la bambola, giocherà con la bambola con maggiore naturalezza quando fosse il figlio di un padre che si è preso cura di lui e dei suoi fratelli, ha cambiato loro i pannolini, ha dato loro da mangiare. A quel punto per quel bambino giocare con il bambolotto sarà una sua negoziazione psichica con il suo paterno.
    Infine il gioco dei desideri riguarda anche situazioni incrociate il bambino interpreta un ruolo di genere nella misura in cui raccoglie e incarna il desiderio del genitore di sesso opposto: il bambino con il suo giocattolo è cioè anche: il figlio della madre, la figlia del padre.
  1. Semantica Junghiana. Se noi consideriamo gli oggetti culturali come oggetti simbolici, ivi compresi i giocattoli, noi li possiamo allora considerare il canovaccio su cui si proiettano gli oggetti interni di due parti: chi li propone e chi ne fruisce. Produttore e consumatore. Secondo la lettura junghiana ogni individuo ha nel suo inconscio forme archetipiche correlate al maschile (animus) e forme archetipiche correlate al femminile (anima) rubriche categoriali cioè che raccolgono insieme caratteristiche psichiche culturalmente codificate coi generi, loro declinazioni emotive e personologiche, loro correlazioni con le immagini genitoriali di cui ciascuno dispone, eventuali rappresentazioni problematiche dovute ad aspetti individualmente irrisolti o culturalmente patogeni. Un giocattolo di successo, spesso riesce a intercettare l’arsenale simbolico in merito al genere di tanti fruitori, e lo fa perché quello stesso arsenale simbolico abita la psiche del produttore. Le famigerate winx, per fare un esempio, intercettano la rappresentazione del potere sessuale che emerge, con eroine dai corpi estremamente potenziati e seduttivi, contro a un universo relazionale con il maschile estremamente burrascoso e problematico. Hanno dei meravigliosi superpoteri – la fata è un archetipo del femminile che ha una corposa filmografia nella produzione per bambine – ma con i quali non vincono mai del tutto. Le winx sono cioè una efficacissima rappresentazione dell’avventura dell’adolescenza femminile, che è alle porte e a cui le bambine sono sempre più precocemente chiamate. Si tratta di una missione di crescita a cui non possono sfuggire – quel corpo sessuato anche se variamente declinato arriverà e questa rappresentazione fa esplorare la battaglia nel porto sicuro dell’infanzia – con il difetto di anticiparla eccessivamente.

Tutti queste osservazioni servono cioè a spiegare la funzione che può avere un giocattolo che è diciamo reazionario rispetto al sistema sesso genere. Alla luce di questo io, diversamente da molti sono meno arrabbiata con i giochi che rispecchino una divisione tradizionale dei ruoli. Perché ritengo che assolvano a queste funzioni psichiche – e quando sono richiesti dai bambini pongano una domanda di lettura e riconoscimento dell’identità che mi sembra giusto e importante accogliere, anche se magari possono essere declinati nell’assetto familiare con l’interpretazione dei ruoli di genere che la mia famiglia ha elaborato –dove c’è un maschile molto accudente per dire, e un femminile molto intraprendente. E penso che prima prima di tutto, il compito politico di innovare la declinazione del rapporto sesso- genere spetti alle strutture familiari, agli stili di accudimento, più che ai giocattoli i quali sono sempre tramite di quegli stili, e non si può sperare di cambiare la libertà dei soggetti togliendo loro giocattoli importanti in una fase della vita in cui i discorsi molto intellettuali e sofisticati non sono ancora disponibili ma ci sono prima di tutto passaggi psichici da fare.

Naturalmente questo non deve intaccare la possibilità di esplorare mondi semantici appartenenti al sesso opposto da parte dei bambini, o la sacrosanta necessità di concepire i giochi anche come strumenti di crescita psichica che permettano di accedere alla simbolizzazione e di arrivare all’uso di meccanismi difensivi e adattivi superiori che aiutino a elaborare le arcaiche semantiche della primaria differenza sessuale.  A questo scopo io credo servano i progetti nell’ambito degli asili o delle scuole di aiutare i bambini a esplorare i giocattoli e i mondi che sono proprie del sesso opposto al proprio, come è successo se non ho capito male a Trieste. Non è che a Trieste proponessero ai bambini di andare vestiti da ragazzine per tutto l’anno scolastico, o imponessero per sempre giochi diversi da quelli che utilizzavano normalmente. Si trattava di una esplorazione di una parte interna di se, o di una parte sociale diversa da quella mediaticamente sancita per i ruoli di genere, e siccome – per tornare alla lettura junghiana del giocattolo rispetto al genere – noi abbiamo un archetipo sessuale e uno controsessuale, l’esplorazione di quello controsessuale è tutta salute per ognuno.
Lo scandalo con cui quella come altre iniziative è stato accompagnato è il sintomo penoso di una nuova costellazione culturale, frutto del pericoloso innesto tra crisi economica, capitalismo avanzato e psicopatologia culturale e una sorta di sessofobia che si va organizzando intorno a nuove agenzie   – Adinolfi – le sentinelle – Miriano Fusaro qualche prete di città – ma di questo voglio parlare in un prossimo post.

Psichico 15/ Il problema di Herta

In una bellissima intervista uscita da poco,  Herta Muller ragiona sulla sua somiglianza con un altro grande nobel della letteratura, la Szymborska, e sul fatto che questa somiglianza si incardina nell’amore per il dettaglio, per il particolare, per l’oggetto quotidiano. Da a questo tipo di attenzione un ruolo filosofico e politico, perché dice: “Il dettaglio è il contrario di quello che propagano e praticano le grandi ideologie» e aggiunge «Le ideologie sono fatte da pezzi già pronti, prefabbricati, montati sempre alla stessa maniera e seguendo gli stessi schemi e non tollerano sorprese o deviazioni dalla norma. Ecco perché il dettaglio è il nemico dell’ideologia». Spiega: «Nel caso mio e di Szymborska, l’attenzione al dettaglio è una rivolta personale e intima contro la dittatura».

E’ un passaggio che arriva a essere struggente, se lo si cala nel contesto politico che lo ha generato, ma che ritrae efficacemente anche una tensione relativamente più pacifica, tra la prospettiva idiosincratica e quella nomotetica, tra lo sguardo filosofico e politico che destruttura in nome dell’irripetibile che produce la storia, e quello che struttura in nome delle ricorrenze che produce la storia. E le discipline umanistiche sono fitte di queste dialettiche tra prospettive sistemiche e antisistemiche, tra sogni di soluzione dello scibile e cunei di particolari eversivi che fanno stramazzare il paradigma teorico sotto la scure di una nuova anarchia, la quale produrrà -auspicabilmente – un nuovo tentativo di organizzazione.

Quando si parla di psicologia, Herta va per la maggiore e questa tensione tra prospettiva sistemica e anarchia soggettiva è riproposta a ogni piè sospinto. La psicologia fa una legittima paura perché in un certo senso, decodifica le gerarchie estetiche ed etiche di un certo ordine sociale e politico in categorie diagnostiche, le quali, piaccia o meno sono una sorta di apriori mentale del terapeuta. Da una certa, volendo molto sgradevole prospettiva, la psicologia sembra essere quella somma di codici in virtù dei quali si stabilisce quanto un soggetto si allontani dalla fruibilità sociale e cosa si possa fare perché possa essere socialmente fruibile, il grado di complessità e di sofisticazione dello sguardo diagnostico dipenderà allora dal grado di complessità e di sofisticazione del modello culturale di cui si fa tramite per cui, più questo modello sarà politicamente democratico più la sua psicologia implicherà una democratica espressione di se e dell’abitare la vita: più il modello virerà a forme reazionarie, prescrittive e restrittive, più la psicologia tenderà a giudicare come patologico qualcosa il particolare tenace, l’eversivo del soggettivo, il dettaglio esistenziale di Herta.

Dall’altra parte però l’ellisse di Herta si pone anche in rapporto alla sintomatologia. Tolstoj apriva Anna Karenina con il celebre incipit – tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo blandendo il narcisismo di ognuno e regalando il sogno per cui la difficoltà esistenziale fosse il prezzo della peculiarità, l’adamantino dettaglio di Herta. Nietzche era pazzo! Ma diamine era Nietzche! Le due cose sono fortunatamente collegate e se io ho una vita di merda posso consolarmi con l’estetica della mia irripetibilità. Mentre quella manica di stronzi li, come sono stupidi! (benché nevvero, avremmo preferito poter dire per esempio – cornuti)

Personalmente trovo questa una fabula per intellettuali affievoliti. La verità è che il sintomo è dittatoriale più di qualsiasi prospettiva politica, e la soggettività è quella cosa che lo argina o tenta di arginarlo, ma non è il sintomo a strutturare la soggettività. Se uno è Nietsche è Nietzche, ma se uno non è Nietzche è colonizzato dalla schizofrenia, da molto prima. Il sintomo è la tirannia politica di Herta, molto ma molto di più di quanto piaccia credere, perché come le ideologie di Herta costringe alla coazione a ripetere, riduce il margine di scelta, ostacola l’anarchia della creatività, l’erotismo dell’espressione di se. Più il sintomo è potente più la politica esistenziale a cui costringe è di marca fascista. E con buona pace di Tolstoij, con una certa cognizione di causa posso dire: più le famiglie sono infelici più ritornano le somiglianze tra di loro.
(Ossia  – libertà e felicità commerciano sempre , e il problema della dittatura può essere sia esogeno che endogeno – venire dal mondo reale, come dal mondo psichico.)

Qualche giorno fa mi sono chiesta, lo faccio spesso, come mai tra le tante scuole di pensiero io sia finita nella parrocchia junghiana, e come mai, nonostante la mia distanza viscerale da un certo lessico, abiti quel contesto con tanto piacere e soddisfazione. Da un certo punto di vista si è trattato di caso fortuito. Ho incontrato Luigi Aurigemma, amico di famiglia, Luigi Aurigemma era un grande vecchio del junghismo italiano, io ero giovane e nevrotica, e cominciai una terapia consigliata da lui, con uno junghiano a cui devo molto, Gianfranco Tedeschi, sulla base della fiducia in quella persona cara, e con un’idea piuttosto vaga, di che roba fosse. E quando si trattò di iscrivermi alla scuola di specializzazione, ricordo che decisi con una blanda cognizione di causa, senza farmi troppe domande sul curioso attrito tra un’analisi riuscita che mi aveva fatto stare bene, e un lessico che ogni tanto usciva fuori e che trovavo francamente buffo – da cui mi sentivo molto distante. L’acuta cognizione di causa per cui, se invece avessi scelto una qualsiasi scuola postfreudiana sarei stata a disagio, non contenta, sempre in conflitto e arrabbiata.

Questa consapevolezza di benessere, di stima per gli analisti che ho incontrato, di stare al posto giusto nonostante gli oggetti che lo popolavano, è continuata – con la seconda analisi, con il ciclo di supervisioni, con i contatti professionali. A quel punto, c’era da farsi delle domande su quel lessico che sento così distante ma così meravigliosamente funzionale.
La questione ha anche fare con quello che potremmo chiamare il problema di Herta, nella psicoterapia.

Nel vasto mondo delle costruzioni teoriche psicodinamiche, io sento l’eredità postfreudiana incredibilmente capace di fornire efficaci paradigmi di cura, e strumenti che per l’artigianato della terapia sono indispensabili. Non è solo Freud, sono anche i figli e i nipoti: non è solo l’idea di inconscio la teoria del complesso edipico per fare degli esempi – ma anche, i meccanismi di difesa, e le posizioni kleiniane, e i modelli operativi interni e gli schemi di attaccamento, fino alle convergenze sotto lo sguardo di un Liotti tra prospettive cognitiviste e prospettive psicodinamiche, fino ai Fonagy e oltre. Io ho una stima infinita e una forte gratitudine, per la sofferta dialettica interna che ha animato la storia della psicoanalisi, una dialettica determinata da una convinzione politica, una ricerca di vero, un raccogliere la sfida epistemologica del capire le cose – un prendersi sul serio. In politica non ci sono soltanto i poli dell’anarchia e della tirannia, ma anche il gioco pesante di chi dice, ci provo a dare una forma, a legiferare per la libertà e a garantire una serie di posti liberi, quella roba è la democrazia ma è anche il tentativo sistematico, la sfida hegeliana. So buoni tutti a destrutturare, viva chi struttura. So buoni tutti a parlare cercare il soggettivo che spariglia, più difficile è trovare quello che cerca un tavolo per tutte le soggettività. Quell’erotismo per la ricerca, ha prodotto un sacco di cose. E allo junghismo, quell’erotismo manca – strutturalmente.

La qual cosa ha però una serie di importanti vantaggi, che non riguardano l’ambito della ricerca, ma il modo di abitarla di starci, di usarla e di campare. Lo junghismo ha un lessico estraneo in un certo modo, alla moneta di scambio della ricerca scientifica, e questo sembrerebbe tagliarlo fuori. Tuttavia quei costrutti che lo compongono hanno la capacità di evocare i binari della ricerca scientifica e di chiamarsi al ruolo di loro anteriore logico. Per fare un esempio: la figura archetipica del materno, l’imago della grande madre, è un concetto difficile da spendere in un piano di ricerca di un dipartimento di psicologia evolutiva per esempio ma è un ottimo aggancio semantico per raccogliere gli esiti di quel dipartimento riguardo i rapporti tra bambino e madre. Il rapporto con l’immagine interna del materno, e quello che quel rapporto crea nella vita di un individuo è nella rubrica della grande madre, che è la costellazione simbolica di tutti i materni possibili. Alcuni junghiani possono fare l’errore di schiacciare l’idea archetipica con una certa declinazione storica, e questo fa fraintendere di molto – come è successo – il mondo junghiano. Ma di fatto tutti i concetti che sono alla base del nostro armamentario clinico sono apriori logici, urcategorie del mondo relazionale e del modo di interpretarlo. Sono un apriori poetico e insieme disincantato, che usa la logica positivista per il bene dell’altro senza esserne contaminati.

E dunque, ecco perché essere junghiani ha a che fare con il problema di Herta, con la distanza di sicurezza tra i poli dell’anarchia e della dittatura, gli eccessi della coartazione e della dismissione di responsabilità, perché strutturalmente la junghianità corre meno il rischio di identificarsi con un lessico, con una moda storica, con un credo politico che abita la clinica e questo mette in una dimensione epistemologica ed emotiva, diversa anche nel quotidiano, e in un modo di curare l’altro epistemologico ed emotivo diverso, che ragiona con molto approfondimento sul tuo stile nell’usare questi alfabeti altrui, sulla tua storia personale in relazione a quegli arsenali teorici. Contro un rapporto disincantato verso le diverse ondate psicodinamiche, c’è un rigido lavoro del clinico su se stesso (molte molte più ore di training e terapia su di se, rispetto a tutti gli altri) e questo mette in una posizione di onestà diversa e di efficacia pratica diversa, che cede difficilmente a fideismi di sorta, che in linea di massima – salvo necessità specifiche individuali – sta scomodo con le dittature ideologiche. In casa junghiana c’è grande area di libertà, e grande aria di affettività.

Piccoli classici

Origliare una madre – la madre che un giorno potrebbe diventare – che parla della figlia – la figlia che un tempo anche lei è stata, e ora potrebbe aver paura di ritrovare. Sentirne una voce mista di intrugli e di spezie.
Perde tanto tempo! Dorme fino a tardi! Io la scuoto – io le dico le cose ma non mi sente – eppure mi vede eh – se mi vede.

Vedere nella voce della madre quell’orgia infinita, quella noncurante disponibilità di ore da gettare nell’inedia. Quelle indigestioni di noia, con i pensieri che sfilacciano dai lati. Tenere la testa con la mano, l’arrogante sonnolenza degli inizi, se oggi non si fa niente ci sarà sempre un domani. Una vita sempre prima di mezzogiorno.

Ricordarsi di quando, ragazzine con le gambe di zanzara, ci si vestiva tutte di nero, ci si impiastricciava il viso di un pallore da bambola ammuffita, che tanto ci si aveva l’infanzia che ancora scappava da tutte le parti. E mentre le madri ci dicevano che sembravamo delle vecchie, noi si sapeva che vecchie non eravamo, che avevamo quell’orgia di tempo ancora da mangiare, e se non sei pallida allora, allora quando.

Origliare la madre e provare tenerezza per entrambe, per tutta quella vita sonnacchiosa che si scorda di se stessa, per le telefonate aspettate che non arrivano, per i pantaloni che non stanno come dovrebbero, per tutta quella strada che gira di qua e di la da fare, per la madre dall’altra parte del sentiero che vede l’orlo degli alberi, il numero dei passi grosso modo, e non può farci niente.

(qui)

Germanwings. Un pochino a freddo

Sono passati diversi giorni dal disastro aereo di Germanwings e abbiamo avuto tutti modo di osservare le reazioni psichiche di ognuno e il dibattito pubblico che hanno generato. Ora, siccome l’ipotesi più accreditata –sulla quale conservo ancora qualche scetticismo – depone a favore dell’idea di un atto suicidario del copilota Lubitz, che si sarebbe chiuso dentro la cabina impedendo all’altro pilota di entrare mentre portava l’aereo a infrangersi contro le montagne – il tema del disagio psicologico, della sua diagnosi, del ruolo delle diagnosi psichiatriche nella salute pubblica è diventato centrale. O meglio. Magari. Centrali sono diventate le diagnosi possibili, con anche le le pseudosociologie spicciole. E’ toccato leggere a stretto giro: di gente che si suicida assieme a 150 persone perché a 28 anni, non gli andava più di andare a lavorare, di gente che si suicida assieme a 150 persone perché l’è giù di corda, di ah la depressione e il turbo capitalismo, eh la Germania perde il primato di perfettinità europea essendo che per isbaglio sono morte 150 persone. Gare di diagnosi tra specialisti sulla base di un numero di dati a disposizione violentemente ridicolo. Ma anche alcuni picchi di deresponsabilizzazione collettiva al suono di perché ti difendi dall’imponderabile mistero dell’uomo? Perché vuoi dare un nome alla follia? Devi accettare il male è prendertelo la.
(Te lo dico io, finché giro in macchina)

Per parte mia, ho messo insieme alcune riflessioni che sono ancora piuttosto scollegate – e perdonate se allora torno al blog dopo tanto tempo proponendole ancora così, poco armonicamente organizzate per punti. Quanto segue da per accreditata l’ipotesi per cui sia stato veramente Lubitz il responsabile dell’accaduto – io per parte mia come dicevo sopra, non sarei stupita se emergesse qualcosa di nuovo che ribaltasse questa ricostruzione – forse per un calcolo meramente probabilistico. Non è tanto l’omicidio-suicidio a parermi relativamente improbabile, ma il fatto che sia stato compiuto con il casuale evento di un collega che esce dalla cabina, che – su un volo di corto raggio – era un’opzione che poteva non verificarsi. Tuttavia pare che le prove a carico di Lubitz, a partire dalla stessa registrazione della scatola nera siano rilevanti. Mi tengo perciò i miei dubbi per me e do per certo qualcosa che mi suona come profondamente incerto, come capro espiatorio in oro zecchino (la questione dei certificati medici. Che vuol dire certificati medici generici? O si trattava di un certificato medico che adducesse la causa di una psicopatologia in atto, o se no l’influenza virale non è probante.  Perché si parla di certificati medici vaghi?). Ma si diceva –stiamoci.

La posizione degli addetti ai lavori, in una situazione del genere è una posizione diversa da quella degli altri. Nella fattispecie: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, sono chiamati a giudicare questa situazione e analizzarla sotto il doppio profilo clinico e deontologico. L’addetto ai lavori non è nella posizione di fare una diagnosi sul nulla, su un paziente che non ha visto mai, di cui non ha mai sentito la voce, di cui non ha neanche letto niente, di cui cioè non conosce voglio dire lo stile dell’argomentazione, le modalità di relazione, gli automatismi lessicali ed emotivi. Può forse, che è quello che ho tentato di fare per conto mio nei giorni scorsi, restringere un campo diagnostico con un cospicuo beneficio di inventario – escludendo alcune diagnosi, che da sole non sono sufficienti a spiegare un atto semantico violento come l’omicidio di tante persone, più che il suicidio di se stessi – perché devo dire – questo si  – che almeno per me l’uccidere tante persone insieme con cui non si ha alcuna particolare relazione  – è un dato diagnostico di grande spessore.

Ora, il fatto che si sapesse che Lubitz soffriva di depressione – non è molto di aiuto – perché il termine depressione è spesso la copertina utilizzata, anche protettivamente e a ragione, verso i pazienti quando sono in cura per altre diagnosi. Moltissime diagnosi psichiatriche presentano una comorbidità con la depressione – il perché è facilmente intuibile – come non è difficile da intuire perché di un ragazzo molto giovane si decida di dire soltanto che abbia sofferto di depressione. In ogni caso la depressione di suo è un disturbo dell’umore – che può far essere davvero profondamente infelici e portare addosso una patologia grave e invalidante – ma se si innesta su personalità senza altri disturbi gravi, credo che bisognerebbe escludere che sia capace di far compiere un omicidio su larga scala. Quello che io penso –è che se uccidi solo te stesso, fai qualcosa della tua vita, in base a un giudizio che dai sulla tua vita, in preda a un malessere davvero difficile da sostenere, un dolore che non si scavalca– e che piaccia o meno – è un gesto comprensibile che merita sempre grande rispetto. Se con te uccidi altre persone, dai un giudizio sulla vita di queste altre persone, pensi delle cose molto forti e significative per te di queste persone, e questo per me dimostra un funzionamento mentale particolare, che esula dalle dinamiche della depressione semplice, e che mi fa pensare – con le dovute esitazioni e punti interrogativi dal momento che non l’ho visto manco io Lubitz – a una diagnosi di altro grado – nella grande famiglia dei disturbi di personalità gravi, oppure nelle derive terribili della depressione psicotica. In entrambi i casi, non si tratta di comportamenti che fioriscono all’improvviso, su una quotidianità insospettabile. E la cosa importante che gli addetti ai lavori devono dire, persino quelli come me che facendo gli analisti le diagnosi non le formulano quasi mai esplicitamente per il bene stesso dei pazienti, è che una diagnosi era possibile. Che una batteria di test più un ciclo di colloqui piuttosto breve avrebbe stabilito il margine di rischio – ed eventualmente anche di un rischio più basso, che alla compagnia aerea sarebbe parso comunque importante evitare. La psicodiagnostica è andata molto avanti in questi anni – i test stessi sono nati come strumento di lavoro durante le campagne militari dell’esercito americano e hanno una lunga storia di applicazione e di ricerca. Sono nati per altro per risparmiare economicamente rispetto alle lunghe procedure dei colloqui clinici, e rimangono la piattaforma di partenza più adatta a un primo intervento di screening, come potrebbe essere un controllo annuo sulla salute psichica dei piloti – persone che hanno la responsabilità di altre persone.

Un’altra cosa importante che possono dire gli addetti ai lavori in questa difficile e delicata circostanza, riguarda il quantitativo di variabili e probabilità che si costellano intorno a una diagnosi e che implicano deontologicamente specie al suo primo emergere (Lubitz era molto giovane) una giusta cautela. Le patologie regrediscono o si cronicizzano, certe rimango stabili certe evolvono, nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta anche con passaggi eclatanti e che possono lasciare stupefatti. Adesso è possibile operare delle diagnosi nel lessico del tanto vituperato Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (ecco un’occasione per capire a che serve il DSM? E te lo spiego io. In Usa all’esame per diventare pilota Lubitz non passò – se c’era una diagnosi DSM di mezzo di un clinico statunitense di formazione cognitivista che era poi analizzata da un clinico tedesco di formazione psicodinamico relazionale si sarebbero capiti senza difficoltà sull’opportunità di non farlo volare) ma queste diagnosi non sono interruttori della luce, una roba che si accende fai una cura e si spegne, nella speranza che non ci sia corrente elettrica di vita e di pensieri, simultaneità di altri sistemi elettromagnetici. Perciò l’antica angoscia dell’ignoto che doveva essere tollerata in assenza di conoscenze, ora ritorna a dover essere tollerata nelle diverse chance possibili che ha la strada di una diagnosi psichiatrica.
In ragione di quelle diverse chance, non è che alla prima diagnosi un clinico si possa permettere di avvisare il globo terraqueo che quel certo paziente ha quel certo problema, perché il mondo – diversamente dalla sua diagnosi – reagirà davvero come un interruttore della luce opponendogli una dura resistenza alla sua possibilità di farsi una vita. Sta quindi ai singoli settori – dove lavorano figure professionali responsabili di altre – il pilota oggi, la maestra d’asilo domani l’infermiere dopodomani, il primario di medicina interna chi sa quando – attuare delle misure preventive perché simili incidenti non succedano.

Chiudo qui. Sicuramente c’è dell’altro. Spero domande tra i commenti e in dibattito pensato.
Ben tornati.