Ave Cesare (2010)

Ordunque – ve piace sto titolo?
Carillini tutti ben trovati – oggi è venerdi ed è giorno di post cazzarellisti, quindi ho pensato bene di cominciare con questa arguzia sottilissima nevvero? Dal momento che volevo fare un post su certe forme verbali dell’antichi romani. Verba/verbi! Lo so, so stanca, non dormo, non dovrei scrivere manco questo postarello – ma me volevo decomprimere un pochetto e allora ho pensato di fare un post afferente alla categoria romanitas che è tanto che non ne fo, e mi scalda il core.
Pensavo ad alcune forme tipiche dell’idioma natìo che voantri stranieri potreste trovare astruse nel contesto di una conversazione con un capitolino, o al contrario – magari avete desiderio di farvi capire in una conversazione con un capitolino, in specie conversazione belligerante ecco, e quello fa er vago, fa finta di non capire come l’alto atesini crucchi che nella maggior parte dei casi capiscono benissimo, però loro se sentono caput mundi – una cosa a parere mio totalmente ingiustificata, non si da un colosseo ner mezzo de Brunico, non si magna n’amatriciana filologicamente corretta a Bolzano, e secondo me manco se vedono gatti in giro co quer freddo. Mah eh tutto è relativo.

Pensavo allora, come nei corsi di lingua straniera, che ci sono le situazioni – tipo Mister Brown at the restaurant e il libro suggerisce tutte frasi utili ad hoc. Qui la situazione è “Ar Semafero” e ci sono i signori Manlio e Cesare – con Cesare che è convinto che Manlio lo abbia tamponato (il che è palese in effetti) non già per distrazione – per una preoccupazione improvvisa, o per un malo calcolo delle distanze, bensì per cattiveria intrinseca profonda e radicata – che si paleserebbe vuoi in una ostentata incuria verso il prossimo cruscotto, o in un determinato quanto smargiasso accanimento verso il deretano della macchina antistante.
Cesare non è uno che te la manna a di! Spiega il vostro libro di testo di eloquio romano, che come tutti i libri di testo per stranieri non perde occasione per introdurre una nuova forma colloquiale. E dunque voi avrete a disposizione un disegnino – con i due che gesticolano potentissimante – Cesare sta allargando i pollici e gli indici e nell’aria disegna un culo così, mentre Manlio – panzonissimo e con il mento prominente, tiene la sigaretta tra i denti e nella nuvoletta del pensierino si legge – Sti cazzi.

Sotto al disegnino troverete un dialogo, che come in tutti i corsi di lingua per stranieri (di solito scritti dalli stranieri, mai capita troppo bene questa cosa) dovrebbe anche essere occasione per comprendere l’autentico spirito, il vero costume nazionale, ner caso specifico, come sono li romani veri. In grassetto sono evidenziate le forme sintattiche e le parole nuove, che dabbasso sono diffusamente spiegate. Vi si chiede di fare il riassunto e di fornire degli esempi in cui usare nuovamente queste squisite forme idiomatiche. Ora che se riassume in una lite tra due romani? Impossibile. Tuttalpiù potete ricrearne degli stralci tra voi per il vostro godimento.
Io qui vi segnalo solo alcune forme che si potrebbero trovare in un simile contesto.

– ma che stai a sbroccà? “Sbroccare”, ossia uscire fuori di brocca, la quale io credo è metafora della scatola cranica. Il romano ha molta pazienza notoriamente, ma codesta pazienza di ampia estensione ha dei confini. Quando egli arriva alla soglia della sopportazione esce di senno e fa delle scenate pazzesche, anche in circostanze apparentemente incongrue. Anzi, lo sbroccamento è tale quando contrasta con la calma impunita dell’interlocutore, e la placidità del contesto tutto.
La signora che tollera per molto tempo i reiterati tradimenti del marito, sempre facendo buon viso a cattivo giuoco, una sera che lui le dice come al solito oh si cara sono stato a giocare a Tennis cor Treggambe, potrebbe all’improvviso sbroccare ecco e fracassare tutti i piatti. Che magari se lo voleva fa lei, er Treggambe. (Treggambe, sia detto per inciso, è un soprannome che i Romani danno nel caso di uomini con una certa virtù spiccata ecco)
ma vatte a ripone. Un’esortazione latentemente ingiuriosa che il romano fa nel caso in cui le dichiarazioni del suo interlocutore che magari ha sbroccato, gli paiono prive di senso logico. E’ un’allusione alla terza età e la metafora sottostante e quella di un oggetto vecchio, non più efficace, che o lo si butta o meglio lo si tenga – riposto in una teca. In genere è usato solo quando si ha la convinzione di essere nel giustissimo, oppure si ha la faccia da culo di voler sembrare nel giustissimo (tipico questo, di certi romani). Vatte a ripone, è proferito sempre con un senso di offesa, di scandalo, di ma come te permetti de dubbita de me! Sei ridicolo. E potrebbe essere la risposta del fedifrago nell’esempio di cui sopra – più che mai se fedifrago non è e la moglie è da ripone in una clinica psichiatrica.

– Ma che t’ho detto cotica? “Cotica”, di solito sostanza alimentare grassissima con cui si magnano i facioli, un piatto squisito quanto pesante come un cannone de Castel Sant’Angelo. “Cotica” è diciamo quintessenza dell’insulto romano, raccoglie in se le ipotesi di tutti i nomi e le allusioni fuori luogo e nella avanzata mentalità capitolina, considerate degradanti. Dentro a “cotica” ci sono allusioni ai costumi sessuali, alla lunghezza degli organi riproduttivi, alla qualità del matrimonio. In genere si usa con intenzione antifrastica: sii ragionevole – non ti ho detto cotica – cerca di dire il romano, ti ho solo proposto delle osservazioni su cui potremmo civilmente discutere. In genere, è troppo tardi

Ma che me stai a cojonà? “Cojonare” è un verbo, transitivo, secondo me di una certa pregnanza semantica. Letteralmente – Mi stai trasformando in coglione, io di solito piuttosto avveduto e scaltro. Si riferisce al rischio di un raggiro di una presa per i fondelli e alla sua conseguenza ultima per cui il raggirato fa la figura dello stupido. A me piace il verbo “cojonare”, ha pochissimi sinonimi credo. Non di rado è espresso in circostanze di dubbio, quando si apre uno spiraglio di esitazione nella nostra linea di difesa: tipo Manlio che dice guarda sei te che hai messo la retromarcia a cazzo, e a Cesare gli viene per un momento il dubbio – dissipato dalla faccia teribbile di Manlio, oppure l’altro esempio: la signora cornuta che sente le scuse del marito, e per un attimo è indotta a credergli.

Te sdrumo. E’ usato sia in senso letterale che metaforico, a seconda del tipo di romano. In genere propendono per il letterale. Indica un’aggressione che porta alla scomposizione in fattori primi, alla macinazione definitiva dell’interlocutore. Te sdrumo, è una promessa di distruzione eterna. L’ha sdrumato, vuol dire che proprio l’altro non si alza più. Qualche intellettuale lo usa in astratto per esempio raccontando agli amici l’arringa del proprio avvocato quando, in un processo per frode fiscale, il suo difensore l’ha aiutato a non essere messo ar gabbio per il meritato periodo di reclusione.

Per il momento chiudo qui. Se ci sono romani in linea possono aggiungere altre simpatiche frasi idiomatiche nei commenti. Gli stranieri possono invece fornire delle traduzioni nei loro idiomi natii – purchè congrue alla scenetta der semafero.
Io vi lascio con un grazioso brano musicale – che amo molto, mi riempie di amore patrio con la sua fedeltà allo spirito capitolino, e perché fa il verso a Povia, uomo che sdrumerei volentierissimo.
Vi prego di notare l’elegante in crescendo.

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Quelle donne che attaccano altre donne: un post analitico.

Ogni volta che si discute dell’immagine delle donne, di quanto essa è parlata, contesa, simbolizzata, oggetto di sanzioni ed esaltazioni, e naturalmente aspramente criticata, se si deve vestire se non si deve vestire, se si deve scoprire se non si deve scoprire, se è troppo grassa o magra, rifatta o slabbrata, si pensa a queste donne come preliminarmente o parlate da se stesse o dai maschi, o dalla cultura maschile. Gli oggetti in campo sono cioè o l’autodeterminazione di lei, o la determinazione di lui. Sul modo delle donne di parlare delle altre donne, e specie del loro corpo – si discute invece poco. Rientra un po’ in un’idea trita della cultura condivisa da molte donne, per cui il femminile sembra destinato a essere oggetto parlato ma non parlante – ed è un paradosso perché invece, questi sono ambiti in cui le donne si esprimono moltissimo, non solo per cittadinanza politica ma anche per necessità psicologica, e come vedremo – non di rado nevrotica.

Le donne si giudicano infatti ben da prima dell’avvento dell’industria culturale, dei media, della rappresentazione mediatica. Sono state le prime, prima dei loro stessi uomini, a stabilire uno standard estetico a cui in caso devolvere una ossequiosa osservanza. E’ stato questo, sempre stato, il modo delle donne di abitare contesti politici e di classe – e rimane questo il modo privilegiato in società in cui le variazioni individuali sono ridotte per un verso, e l’espressione pubblica del femminile è ancora inibita per un altro. E infatti a ben vedere, se si tende l’orecchio nei contesti di provincia e nei piccoli paesi la sanzione del corpo femminile è pratica più frequente capillare e diffusa – un certo standard femminile, è la garanzia di una sopravvivenza sociale, e il poter ricoprire quello standard il vantaggio da pubblicizzare quando altre aree della percezione di se sembrano in difficoltà. Nei piccoli paesi, la sanzione della grassezza, dello charme erotico, o dell’eccentricità di una persona anziana con un cappello vistoso, è un balsamo per la propria trita banalità, per i sacrifici che ha costato l’osservanza di un canone condiviso, o addirittura, per quelle tristi vicende di donne che, si sbattono tutta la vita a fare le borghesucce con milfout, per poi ritrovarsi separate con prole. La critica del corpo delle donne da parte delle donne, è insomma spesso e volentieri un revanchismo da disgraziate.

Ma psicologicamente cosa c’è dietro?
Un po’ c’è l’intramontabile concetto che aveva ben spiegato Joan Riviere agli albori dell’emancipazione femminile, in un bellissimo saggio womenliness like masquerade, in cui la notoriamente arcigna, intellettuale, cattiva Joan spiega la necessità della coquetterie, anche per la più brillante delle intellettuali che deve essere si efficace intellettualmente ma sempre nell’ambito della compiacenza di un padre interno, proiettato sul proprio contesto culturale per lo più composto da padri. Alla donna non va di tradire questo padre interno, e la coquetterie è un modo per saturare un edipo che, secondo molte analiste freudiane, per le ragazze non si sorpasserebbe mai del tutto. Quando Joan parlava di coquetterie si riferiva a certe modalità di relazione complimentosa, a certi modi di fare per esempio vagamente infantilizzati, il broncio, certe movenze lolitesche, che blandiscono l’autorità e plachino il complesso edipico. Ma la convergenza di uno standard femminile può essere una sorta di masquerade, e le donne che la tradiscono, perché grasse perché eccentriche, perché si sono rifatte il seno, rappresentano quindi il suo tradimento, l’incarnazione delle parti di se puer, per dirla con Jung, le parti di se cioè che vogliono sovvertire l’ordine, sfidare il padre, che stanno appresso a una regola, la quale fossanche una triste nevrosi porta in ogni caso gli inconfondibili segni dell’anarchia e dell’eversione: preferisco mangiare che stare appresso a questa schiavitù della compiacenza. Seguo la legge del mio sistema difensivo.

In questa direzione quindi, una prima lettura dell’ostilità di certe donne ad altre donne, quando non obbediscono a uno standard estetico maggioritario si fonda sulla proiezione di parti di se secondarie vissute come lati ombra e quindi non accettate. Quando le donne che incarnano questi lati ombra fioriscono nel successo si sprecano gli strali intinti nell’invidia: qualche giorno fa leggevo su Facebook una donna che a proposito della candidata alla presidenza degli stati uniti, aveva i complimenti di suo marito ex presidente degli stati uniti che ricordava il magnetismo politico della sua giovinezza, e questa donna di fronte a questa immagine di sfolgorante successo, si sentiva psicologicamente in dovere di dire, beh ma del suo baricentro a terra non vogliamo parlare? Sarai pure cioè la donna più potente del mondo con il marito che è stato il più potente del mondo e celebra oggi il motivo per cui potresti essere la donna più potente del mondo, però sei cicciotta eh. Tiè tiè tiè.
Quando invece le donne ombra franano nell’insuccesso, o in vite semplicemente banali il sarcasmo non si contiene, e assistiamo alla imbarazzante fenomenologia del revanchismo nevrotico, che gode dell’insuccesso altrui, perché quell’insuccesso gli risulta rinfrancante, tranquillizzante. Lo spettacolo penoso della sanzione irridente delle donne sulle altre donne.

Una seconda lettura riguarda il complesso materno.
E’ interessante constatare come secondo molti, anche per esempio Athol Hughes, che su di lei ha scritto un sofisticato saggio, Joan Riviere aveva una avuto una madre molto poco accogliente, molto fredda e patogena. Senza un materno che nella fase preedipica costituisca una base sicura, la sfida edipica diviene più difficile da sostenere, la figlia non introietta sufficienti oggetti rassicuranti quegli oggetti che vengono dalla relazione con la madre, e nella sofferenza di questa mancanza starà incastrata nella coquetterie edipica per tutta la vita: donne che nascono con la vocazione delle amanti, che millantano quindi superiorità verso le mogli, che sacralizzano il maschile e devono attaccare tutte le altre che dovessero ricordare il corpo di una madre, il salto nel potere della maturità, il materno simbolizzato nel corpo per esempio più manifestamente vicino alla procreazione. A quel punto l’idolo è la ragazzina efebica, la propria eterna giovinezza proiettata, la donna esile e carina da ammirare, la potenziale madre, la donna che mettesse in secondo piano la seduzione rispetto ad altri obbiettivi esistenziali, spostati su un altro piano di vita è vissuta come nemica, come oggetto invidiato ma da disprezzare e da colpire.

Per molto tempo, e per qualcuno ancora, questa è stata considerata la psicologia delle donne, ed è la psicologia delle donne più ricorrente in sistemi sesso- genere in cui il potere pubblico è tutto maschile, il femminile è svalutato socialmente e questo si riverbera nella costruzione dei sistemi familiari, dove soltanto la produzione di una prole numerosa e il raggiungimento di un certo carisma matriarcale – che nelle società rurali è sempre esistito – offre una possibile alternativa. Ma è una radice psicologica che non può estinguersi del tutto, e che magari in certi contesti può essere socializzata e culturalizzata.

Un’ultima considerazione la vorrei fare sulle persone che vi entrano in relazione. Penso che in linea di massima la relazione durevole con questo tipo di persone abbia qualcosa di insalubre: perché o rafforza aspetti regressivi – o scoraggia aspetti individualizzati, oppure quand’anche attacchi aspetti nevrotici   – l’irrisione di una donna che per esempio si fa troppe plastiche o ha un problema di peso – mette in uno stato psicologico che impedisce qualsiasi evoluzione. Forse può far bene però a molte donne che mettono da parte la priorità seduttiva rispetto ad altro, a ricordare qualcosa di importante di se, che si sta sottovalutando, a cui non si riesce a stare dietro, e che la coquette con la sua lingua biforcuta sta indicando. Riuscire a integrare in un percorso individualizzato anche quegli aspetti della comunicazione erotica, o di appartenenza alle norme di un gruppo culturale – può avere una sua utilità.

1951

 

La campagna è sempre verde e dolcissima sempre di forme voluttuose ma tranquillizzanti, i declivi, le colline, gli alberi gentili, gli specchi d’acqua ordinati. L’aria pure è delicata in campagna – Il paesaggio appropriato, pensa, per la recita della nostalgia e la vanagloria della gratitudine.
Sente che Claire dietro di lui si è alzata per tornare dentro casa, per prendere qualcosa.

S’era riempito la vita di bambini complicati che si industriavano bellissimi e instancabili sul tappeto del salotto, bambini orfani, bambini bombardati, bambini sorridenti nonostante, bambini figli di madri troppo belle e troppo tristi, bambini che l’unica cosa da fare era giocare, bambini in cui specchiarsi e ritrovarsi, bambini che cercavano una strada come lui e si fermavano all’improvviso, per qualcosa di invisibile.
Aveva avuto tre infarti.

Le notti non gli erano state davvero difficili, con il corpo bianco della sua impossibile prima moglie, la sua riottosa inadeguatezza, la sua algida stravaganza. La sua moglie maldestra geroglifica e a tutti antipatica, prima di tutto al suo sesso. Le notti, gli erano state compassionevoli e dolorose.
(Claire sta cercando un libro, quanto è rumorosa, pensa ora – con una tenerezza impercettibile)

Oh certo era stato un uomo brillante, buono e solo in certi inspiegabili momenti, permaloso e risentito. Per esempio scriveva lettere di eterno figlio, di acidulo fratello minore, e nelle distese di buona creanza e tazze di tè che allagavano le riunioni della società psicoanalitica, aveva impennate di esitazione, di scomodità, di disagio.
Signore benevole e arcigne se lo tiravano l’un l’altra, e lo coccolavano aspramente.
Tutto quello che sapeva pensare, era ancora da pensare.

(Poi, era arrivata Claire. La donna la cui anima aveva il coraggio di chiedere di sapere dove stesse il corpo.
Non solo il corpo ne avrebbe beneficiato).

genitori in difficoltà oggi

In occidente, ma in Italia credo in particolar modo, siamo in un momento culturale in cui l’infanzia sta al centro dello sguardo collettivo, devo dire, non sempre benevolo. Si fanno pochi figli e questo ha una serie di conseguenze complicate: questi bambini sono tutti infatti terribilmente importanti, tutti unici eredi della nostra mortalità – gli esigui incaricati a portare avanti quello che abbiamo raccolto. Figli dunque, vitali, urgenti e allo stesso tempo odiati per il loro terrificante potere. Siamo anzi entrati in una prospettiva prestazionale dell’infanzia, con grande vantaggio della mia professione in un certo senso, e di una serie di figure professionali limitrofe – come il logopedista per fare un esempio – per cui la genuina preoccupazione per il benessere dei bambini si mescola al desiderio di una rispondenza ottimale a certi standard collettivi, che vanno dalle modalità del comportamento alle variabili sulla corretta dizione di una parola. Sia mai che ci abbia la zeppola eh! Orrore!
Parimenti l’ostilità ai bambini che oggi si riscontra molto più che ieri ha a che fare con una gelosia, con una sorta di invidia suscitata da quella titolarità, da quel posto emotivo regio, che mostra dei figli molto amati, e allo stesso tempo divenuti tiranni e come si sente dire spesso in giro, molto maleducati: bambini che prima non sanno stare seduti, che piangono frequentemente, bambini rumorosi, e poi – adolescenti che rispondono male agli adulti.

Si può dire che questa nuova cornice culturale produce una classe di sintomi e difficoltà diversa da quella che poteva essere in auge quando i bambini erano tanti e avevano il drammatico problema opposto, quello di non essere visti, di essere dimenticati, di essere precocemente e facilmente sanzionati perché tanto se uno non rispondeva alle aspettative familiari non era un problema ce ne erano almeno altri quattro a cavarsela meglio. I bambini di oggi sembrano più frequentemente destinati alle patologie dell’egoismo e allo stesso tempo alle patologie della separazione mal riuscita. Spesso mi sembrano messi sulla strada di un feroce narcisismo che però dovrà compensare con la presunzione e l’arroganza, la difficoltà ad emanciparsi e a separarsi -. Il bambacionismo non è sempre conseguenza di una complessa congiuntura economica ma è anche l’effetto di una strutturazione del contesto familiare e delle modalità genitoriali di accudimento e di educazione. E anche questa tendenza a fare i figli sempre più tardi mi sembra che abbia a che fare più con una patologia del sistema familiare che con la retorica della scelta consapevole. Per dirne una: ai bambini si offrono continui stimoli, possibilità di attività che spesso implicano anche molti sacrifici economici, se ne sorvegliano le attività negli asili e nelle scuole, ma contemporaneamente non li si contiene molto nello spazio privato, non si esercita con coerenza una funzione educativa– e quindi si allestisce uno spazio di vita che è ottimale ma circoscritto pieno di cose superinteressanti che però sono procacciate da terzi e dove i piccoli non possono cimentarsi in prove emotive che li vedano vincitori e autonomi. Cosicché alla fine, quando questi piccoli con la loro faticosa esuberanza emotiva sono con i genitori, l’unico modo per tenerli tranquilli sembra essere la tecnologia, che oltre tutto offre il fianco alla logica prestazionale. I nativi digitali! Gioca con il tablet figlio mio.

Io credo però che non bisogna accanirsi troppo a sanzionare i nuovi genitori, perché mi sembrano anche in una posizione culturale ed esistenziale nuova, e che ha davvero pochi precedenti: i nuovi genitori sono i pionieri di un nuovo sistema culturale che mette sulla scena pubblica prove e oggetti che prima erano considerati svalutati e appannaggio solo delle donne. L’importanza dei bambini è roba vecchia meno di un secolo e solo in Occidente, e questa situazione psicoantropologica riguarda una sorta di isola spazio temporale, il nostro mondo adesso, dove i minorenni non lavorano 12 ore, dove le ragazzine non si sposano, dove le madri lavorano e sono un soggetto politico sociale ed economico rilevante. Infanzia e genitorialità sono oggetti politici e pongono problemi politici, che non sono nuovi, ma solo ora sono rilevanti – e quindi, non è che a tirare su i bambini prima eran tutti bravi, piuttosto non era importante e inoltre si faceva molto a casa. Non c’era vita sociale per le donne e la prova della prestazione pubblica dei genitori non esisteva: non esisteva il complicato compito di far conciliare il compito pedagogico con il ruolo professionale, la vita privata con la vita pubblica. Con i bambini nei ristoranti noi abbiamo il privato in scena. Questo privato in scena è connesso all’emancipazione delle donne, ed è un diritto acquisito a cui credo non dobbiamo rinunciare. Quindi preliminarmente più cautela e solidarietà che biasimo. Non abbiamo più problemi psicologici di prima, li abbiamo cioè diversi e più visibili.
Forse però si potrebbero fare delle considerazioni psicologiche o addirittura psicoanalitiche che possono essere utili e di orientamento.

La prima cosa che mi sembra di constatare più frequentemente è la fragilità dell’autostima dei genitori che hanno figli capricciosi. Si vedono genitori che di fronte ai propri bambini non si riconoscono il diritto a essere genitori, e ancora di più genitori che in quanto individui non sono sicuri di quello che sono, di quello che fanno e questo procura una serie di conseguenza negative. In una linea più squisitamente psicologica rinviano ai figli un margine di incertezza che non li rende sicuri, e che li porta a coprire con l’aggressività quelle aree vacillanti e di incertezza. Questo tipo di stato d’animo per esempio porta i genitori spesso ad essere incoerenti, perché in primo luogo non si fidano delle proprie intuizioni: per esempio capiscono da loro che oltre una certa ora il loro figlio non debba fare una certa cosa ma non sentendosi in diritto di coprire un ruolo genitoriale pongono il divieto fino a un certo punto, ma quando il figlio piange e fa sentire loro cattivi perché pongono il limite vi cedono e lo annullano. Questo provocherà un triplo pernicioso effetto, da una parte il figlio avrà l’esperienza di un contenitore genitoriale instabile e quindi inaffidabile, che garantisce una gratificazione immediata e dall’altra una percezione dei propri sentimenti aggressivi come inarginabili e insopportabili perché i suoi genitori non sono stati in grado di sopportarli. In terzo luogo l’autorevolezza del genitore sarà percepita come poco credibile, e si creerà un precedente per cui altre regole siano infrante.Un’ulteriore conseguenza di questa bassa autostima, sarà l’ipervalutazione di agenzie terze e culturali, meno ci si sente sicuri, più ci si mette in balia della voce culturale. E questo si trasforma in un messaggio alla prole, a cui verrà detto che il collettivo conta più di quello che si pensa, e degli esiti delle nostre valutazioni individuali.

D’altra parte la sicurezza non si inventa in due parole e oltretutto più consigli si chiederanno e riceveranno più la convinzione del proprio mancato diritto e della propria inadeguatezza si faranno potenti. Se una coppia di genitori non si riconosce il proprio diritto a essere genitori il proprio essere grandi rispetto ai bambini, questa vicenda deve avere radici profonde e quando è grave spesso si correla ad altri problemi in altri ambiti della vita, per i quali difficile che ci sia qualcosa di meglio che una psicoterapia. Chi sa che genitori hanno avuto a loro volta questi genitori fragili, che ricordi scadenti devono avere per non poter essere capaci a loro volta di dettare una regola. In diversi casi il loro diritto alla genitorialità vacillante è il sintomo lampante di altri meno visibili che spesso rendono anche l’affermarsi altrove più difficoltoso. Un buono stratagemma comunque prima del fidarsi delle proprie intuizioni comunque, è il ricorrere a consigli il meno possibili e azzittire immediatamente il coro dei saggi che regolarmente si forma intorno alla neogenitorialità o alla genitorialità palesemente in difficoltà. Il saggio in genere infatti conferma l’inadeguatezza della persona che va assistendo, quando quella magari in cuor suo è già sulla strada della decisione giusta ma è proprio quella subalternità perenne a renderla insicura.

Un’altra cosa su cui mi sembra importante riflettere è la reazione di molti genitori in primo luogo al pianto del bambino, ma successivamente alla sua sola ipotesi. Il bambino sembra non dover mai piangere, non dover mai incontro a frustrazioni. Si è passati dal tempo in cui l’infanzia era il regno della frustrazione e del darwinismo genetico per cui o ci avevi la tempra per sgomitare in un mondo di rinunce se no soccombevi, a un mondo in cui il tuo dna ti deve aiutare a evitare di diventare un perfetto cretino privo di nerbo. Il pianto del bambino è letto da molti genitori esclusivamente come prova di un dispiacere di uno stato d’animo negativo, non di rado, una forma di giudizio nei loro confronti. Pochi bambini in una famiglia generano di questi ricatti, perché il tempo a disposizione per loro e l’energia emotiva è ancora tanta per sentirsi in colpa. E quello è l’unico erede, la propria immortalità, e non bisogna scontentarla. Si assite allora a un mondo degli adulti che si adatta a quello dei bambini, il che a volte è esplicitamente contro il loro interesse – tipo, non vuole le verdure allora non gliele do, sputa la medicina pazienza – altre lo è implicitamente: un bambino che fa rumore e disturba delle persone che stanno parlando per esempio, e che non è rimproverato e portato al silenzio è un ragazzo che in futuro diventa poco avvezzo ad adeguarsi a circostanze avverse per cui, finirà coll’abbandonare le circostanze. In generale spesso mi pare che si perda di vista la necessità per un giovane essere umano di saper attingere a delle risorse in un ambiente controllato e protetto, e quindi si eludono le sfide costruttive delle piccole privazioni e delle piccole noie. Si sottovaluta la capacità dei ragazzini di socializzare o di inventarsi cose.
In alcune madri questa difficoltà ha a che fare con un’osservanza di piccolo raggio a delle norme condivise. In alcuni casi, dove ci sono problematiche psicologiche più consistenti il pianto dei bambini evoca ricordi spiacevoli, depressioni mal gestite, arriva ad attivare stati d’animo paralizzanti. E allora si attivano mille strategie pur di non venirci incontro. Pur di non confrontarsi con i propri dolori interni, oppure con un’immagine di se di persona che provoca dei dispiaceri.

Infine, credo che spesso si assista a un complicato problema che ha a che fare con il proprio sentirsi genitori giovani ed efficaci nel centro della vita, per cui mi pare che l’autonomia dei bambini sia sempre più scoraggiata. Non facendo altri bambini piccoli si costringe l’ultimo nato a fare il piccolo perenne, questo magari anche con l’alibi della pigrizia. E sulla scorta di circuiti in cui anche il piccolo si avvita. Per fare un esempio: vedo con sempre più sconcerto bambini piccoli arrivare alla materna ancora col pannolino oppure nel passeggino.   Il problema non è tanto la situazione materiale ma il pensare il bambino e l’essere pensato del bambino in un certo modo. La sopravvalutazione delle problematiche che può incontrare nella crescita e il sottovalutare costante delle sue risorse. Questa cosa accade anche perché tollerare la fase di apprendistato, le cadute e gli errori dei bambini – la pipì a letto il ruzzolone per terra – implica energia materiale ed emotiva che non si ha sempre voglia di spendere, ma anche per la difficoltà di essere genitori e in un certo senso di esserlo sempre di meno.

Capitano delle belle storie che non possiamo lasciar andare

 

Non aveva avuto figli, e ora s’era ritrovata senza padri. La malattia s’era mangiata i genitori uno dietro l’altro, e ora dicevano certe voci di lama e di serpente, si mangiava il suo corpo, dall’interno mozzico per mozzico, spanna per spanna, masticando e sputando viscere confuse, un dolore un controllo e un cammello con il camice bianco le aveva detto, niente, non c’è più niente da fare.

I padri erano diventati un ricordo e i figli un desiderio, e in mezzo al ricordo e al desidero c’era la bella casa sulla piazza, la casa con i libri e le foglie di ficus, la casa colla cucina unta e i ricordi di viaggio, e certi proclami sindacali particolarmente coloriti incorniciati nel cesso, la casa con i posaceneri e le manifestazioni, i titoli migliori e il successo del suo rumoroso genitore. La casa con la vista magica e sopra il ristorante.
Non avere figli a cui dare ciò per cui si è diventati, ciò che si è diventati.

Queste cose pensava guardando le carte cliniche di soppiatto dal marito, i referti cattivi delle ultime analisi, sentendosi il corpo solo stanco ma non masticato. Lui le aveva messo delle canzoni gentili sullo sfondo, vecchie magie sudamericane di quando erano fidanzati, e lei pensava ai cugini con cui non si parlava da anni, bestie lontane e forse cattive, animali incomprensibili per giacche e professioni e modi di chiamare le cose. Cosa avrebbero fatto della sua casa e della sua identità questi cugini stranieri, l’avrebbero sventrata dell’anima, quest’altri cammelli e lama e serpenti, come il cancro che se la mangiava, avrebbero sputato la vita e ci avrebbero messo la morte dei soldi. Un bed and breakfast, delle stanze comode per viaggiatori distratti, delle sedie per soldi ignari di se.
Solo il ficus forse sarebbe sopravvissuto, perché si sa – il ficus arreda.
Uffa.

Certi pranzi di prima estate, e certe sere di frigo vuoto però, suo padre e sua madre andavano al ristorante sotto casa. Ci mangiavano una pasta come si deve, si facevano due risate col proprietario. Altre volte ci portavano compagni di partito, teste pelate e volti baffuti, che si infiammavano col vino della casa, che si macchiavano le camice col caffè della padrona, che sbricolavano distratti e a loro agio sul pavimento le fette di pane casareccio e le pagnotte. Suo padre si teneva la testa in modo buffo, e si sentiva a casa.
E lei bambina intorno ai tavoli, e ragazzina annoiata che voleva andarsene a casa.

 Ma ecco. I signori del ristorante aveva pensato, che hanno dato da mangiare ai miei genitori, che li hanno fatto felici, i signori del ristorante che finiscono di lavorare tardi e cominciano presto avrebbero proprio bisogno di una casa sopra il locale, che non li faccia affaticare. Ci abiterebbero. Farebbero davvero il caffè in cucina la mattina, e si siederebbero vicino alla finestra, e qualche volta guarderebbero la televisione sul divano, e il salone sarebbe il salone, e la camera sarebbe la camera, questi signori del ristorante che hanno dato la pasta a mio padre 10 e 100 e 1000 volte, potrebbero essere vecchi in questa casa che toccava a dei vecchi, che non hanno fatto a tempo a essere vecchi.

E allora, due settimane dopo il pomeriggio della canzone gentile, stava in ospedale ricoverata, chiese al marito di chiamarli, sarebbe morta dopo poco, lo sapeva,  di farli venire di corsa.
I signori del ristorante vennero, si abbracciarono tutti, piansero, e  si firmarono delle carte. I suoi genitori sarebbero stati felici.

Oca

(Il pensiero mi comincia con Sinead O’Connor con i capelli rasati e di spalle con una sorta di saio, che canta con tutta la voce che ha, qualcosa di bello e seduttivo, quasi struggente a essere precisi, mi comincia con l’assenza di difese di lei, l’assenza di filtri che rapisce, un pezzo di cuore nel talento e l’altro addosso a un’allucinazione, tutte quelle cose senza cui cantava Sinead, per esempio i capelli, o il rossetto, o l’ombelico con un brillante.

Poi mi viene in mente, la scena che vidi al cinema dieci anni dopo grosso modo, un episodio di Heimat 2, con la protagonista che ha in mano delle scarpe bellissime, e il compagno che le dice ma stiamo facendo la rivoluzione! Non hai capito niente! E lei lo guarda interdetta e si vergogna. Qualcosa del regista stava dalla parte di lei e io pure. Qualcosa le mette nello sguardo. Sono il mio scudo.
Quello che Sinead rifiuta.

E poi ho pensato a una terza immagine e a una quarta, la terza immagine è per la verità niente di preciso, una filmografia completa a dire il vero, di tutti i film sulla seconda guerra mondiale, sul nazismo, sull’Europa in guerra, e tutte le donne dei cattivi e dei ricchi, immancabilmente elegantissime e con una messa in piega scolpita – le buone invece, di solito avevano vestitini a fiori, piedi scalzi e ricci al vento. (Le fortissime buone).
Le prime colpevoli di una noncuranza verso il tragico, di una colpevole linea di difesa, garrula e inappropriata, fatta di tacchi, profumi e di sciocchezze. Colpevoli di una tenace resistenza. Le seconde, forti e magiche della loro capacità di abitare sempre belle, il basso del mondo.

Poi ho pensato a mia madre, che fondamentalmente ha fatto molta lotta politica in tailleur, e a me, che quella volta che sono stata operata per tante ore in ospedale, e ho avuto la sensazione di una discesa agli inferi, ho lasciato l’ospedale mi ricordo, con dei pantaloni larghi una golf a collo alto e un bel rossetto. Si va in giro in un ospedale con questo rossetto? Mi rimproverò il primario. Mi vergognai dell’impudenza della mia salute. Del valore apotropaico di un po’ di rimmel. Ma mi arrabbiai anche, perché sentii un uso furbesco e arcaico del ricatto morale. Un uso maschilista e fuori luogo, garantito dall’asimmetria della relazione – ma come si permette, pensai, dopo fuori dall’ospedale.

Pensavo a tutte queste cose ragionando su questa questione della vanità femminile, della decorazione di se che quando è nell’alveo dell’erotismo, e dunque della relazione è sempre promossa, quando si sposta sul versante narcisista e difensivo preserva inquietanti tracce libertarie che lo rendono ostile. E allora non lo si decodifica come forte identitario, strutturato, ma come superficiale sciocco vano. Stridente e fuori luogo, sempre e comunque dell’oca mai della forte.
E invece io trovo nel gioco estetico qualcosa del godimento, e anche, della resistenza, e anche della reinterpetazione dello spazio che mi piace mantenere e nel caso cercare di comunicare proprio quando le forze ostili incalzano  – certo non sempre, certo non in tutti i modi, certo a volte con il collo alto e i pantaloni, ma)

Manipolatori e manipolati, narcisisti e ammiratori.

Quando le persone mi chiedono un post che parla di questioni psicologiche prevalgono due punti vista: o si chiede un post per un problema che si ha o per una caratteristica propria, oppure si chiede un post che riguardi il problema di un altro, o la caratteristica di un altro. Le individualità sono immaginate per buona parte monadiche e isolate poste in una comunicazione reciproca che le correla, ma non le modifica – e questo risulta quanto mai evidente quando simili richieste arrivano a proposito di relazioni di lungo corso: mio marito soffre di una depressione grave, è malato. La mia compagna è terribilmente gelosa, cosa posso fare. Questo post nasce dalla domanda: cosa bisogna fare colle personalità manipolatorie?

Non è un approccio sciocco, e anzi possiamo dire è stato l’approccio che ha permesso lo strutturarsi della psicoanalisi e in generale della ricerca psicologica. Soltanto partendo da questo approccio la psicoanalisi poteva cominciare a esplorare la mappatura delle funzioni psichiche, la toponomastica del soggetto, soltanto delineando i confini del soggetto si poteva ragionare di Io Es Superio e ancora meccanismi di difesa, e ancora processi di simbolizzazione del sogno. E soltanto con questo decollo poteva partire un’idea di cura della psiche che tesaurizzasse l’esperienza della medicina. Prego si stenda, mi dica che sintomi porta.
Il lettino di Freud come continuazione del lettino dell’ internista.

A questa prima impostazione poi, seguirono una serie di opposizioni dialettiche che allargarono lo sguardo prospettico: l’esperienza dell’io non si interrompe nitidamente quando incontra quella dell’altro, non si argina né si protegge. Le relazioni ci costituiscono in una misura consistente, nel nostro passato relazionale come nel nostro presente. Sono un’ulteriore agente chimico che crea modifiche strutturali alla persona, ma anche – addirittura – che crea organismi complessi costituiti da più soggettività. Da questa opposizione sono nati nuovi modi di concepire la cura, che si affrancavano dal modello medico e dalla protettiva asimmetria del clinico seduto col paziente sdraiato, per approdare a una cura dei sistemi relazionali: nella stanza del clinico entravano tante persone, famiglie intere, gruppi, addirittura gruppi di famiglie. Non c’è più soltanto un parente psicotico – i sistemici relazionali avrebbero detto “il paziente designato” ma una famiglia che ha come sintomo il comportamento del membro psicotico.
Per tanto anche chi ha continuato a lavorare con il modello più vecchio, ha dovuto integrare nello sguardo la svolta relazionale che si è irradiata in tante scuole cliniche. Noi facciamo gli altri, e gli altri ci fanno. E noi con gli altri facciamo un oggetto terzo che è il mondo relazionale che condividiamo con loro. E quindi, per tornare alle manipolazioni – il manipolatore avrà bisogno del manipolato e viceversa. Insieme costituiranno un oggetto terzo, che è la loro relazione.

Con il riferimento generico alla manipolazione, mi erano stati indicati diversi fenomeni: soggetti che a fronte del loro desiderio di dominare l’altro, tenerlo in una relazione che dall’altro è percepita comunque come asimmetrica, ne manipolano pensieri e reazioni con strategie grossolane come sottili e che sono percepite come cattive, potenti e subdole perché nel loro desiderio di creare sudditanza si avvalgono anche di strategie emotive non di rado efficaci. Ma tra le persone che chiedevano il post c’era sia chi portava ad esempio la dittatura carismatica su questioni di ordine neutro e politico, magari condita da qualche modificazione più o meno consapevole del dato di realtà – e chi invece faceva riferimento a relazioni affettive di ordine amoroso o emotivo, in cui il gioco della manipolazione riguardava meccanismi distruttivi e svalutanti, dove l’altro è niente e l’uno il tutto, l’altro è il cattivo potente e l’uno il buono impotente. Mi è sembrato che in entrambi i casi, parte del problema fosse la gestione dell’implicito ricatto emotivo che rende chi è designato come parte manipolata: se non stai dove ti ho messo – dalla posizione politica al luogo affettivo, l’amore, l’amicizia, la devozione – sei una persona cattiva, oppure, una persona che mi fa soffrire.

Mi sembra che la coppia del manipolatore e del manipolato, possa essere considerata il fulcro di una nebulosa semantica molto vasta nella cui area centrale c’è l’incastro di due patologie che possono essere anche molto gravi per avere poi intorno altri tipi di funzionamento che ricreano il campo relazionale in una dimensione moderatamente nevrotica, fino alle zone del perimetro connotate da elasticità e consapevolezza –che però mantengono i due segni opposti della struttura caratteriale e che spesso mantengono tra loro la stessa tendenza a incastrarsi tra segni opposti. Il fuoco centrale il corpo della nostra farfalla sarà l’idea di una insieme di cose belle e buone e utili. Per cui un’ala sarà di quelli che dovranno dire di averla e dovranno trovare il modo di dimostrarsi di meritarla, oltrechè dovranno convincere gli altri che è proprio così, mentre sull’altra ala ci saranno i convinti di non possederla, coloro che tenderanno a vedere nell’altro tutte queste cose buone che vorrebbero possedere ma che non si azzardano a riconoscersi, fino a quelli che preferiranno mostrare di non aver nessuna reale titolarità su quell’oggetto pieno di cose buone. Nel centro fortemente patologico di questa farfalla ci sono le coppie di disturbi di personalità con diagnosi difficili e relazioni amorose distruttive e turbolente, tra un partner che viola e abusa, e un altro che subisce e si annichilisce, con uno che tutto sembra potere e niente sembra potere, con uno che nomina l’assenza dell’altro e detta il nome della propria potenza e l’altro che si macera nella sua assenza. Nelle zone intermedie ci saranno le patologie nevrotiche pericolose per se ma utili ai diversi contesti sociali, i vari narcisismi preziosi per la politica e le devozioni necessarie per costruire elettorati, le leadership e le le disposizioni gregarie deresponsabilizzate, gli sciamani e gli ammiratori, gli eroi e gli umili gli adorati leader e i tanto apprezzati troppo modesti. Sulle ali della farfalla, proprio sul bordo, quelli che sanno riconoscere la propria struttura caratteriale e sono riusciti a forzarla e a renderla elastica pur rispettandola. E una conquista questa dell’età adulta, per qualcuno è la conquista di una psicoterapia ben riuscita, per molte professioni – la prima è la mia – una necessità. Il desiderio di sedurre tipico delle istanze manipolatorie è un ottimo motore pre produrre cose, l’idea di farsi vedere pieni di cose belle, alla fine le cose belle le fa fare. Parimenti più sei pieno di cose belle da solo, più in realtà ti metti nella posizione di non poterle accogliere, di non fare entrare gli altri, di non rinnovare il tuo dna creativo, qualsiasi cosa tu faccia. Senza gioco tra aggressione e ritiro, tra seduzione e ricezione, tra occupare spazio e levare spazio, tra dire e tacere, senza flessibilità di ruolo psichico c’è la morte intellettuale e certo anche la morte relazionale delle vicende altamente patologiche.

Il fatto è che le due ali della farfalla sono regolarmente legate da un sistema relazionale che le rende spesso atrocemente dipendenti. Le persone manipolatorie di cui quindi mi si faceva domanda, quanto più non sono certe di essere piene di quegli oggetti buoni che vogliono credere di avere, tanto più attueranno strategie scorrette, anche emotivamente per conquistare lo sguardo dell’altro, per portarlo dalla propria parte. Il carisma in un certo senso, è una di queste strategie scorrette – ma nelle aree dei disturbi gravi anche certe suggestioni di discriminazione, di svalutazione, di annichilimento dell’altro mirano allo stesso scopo, così come nelle lande riparate delle discussioni apparentemente neutre, certe modalità segretamente ricattatorie che cercano di bruciare aree di libertà dell’interlocutore: se non la pensi come me mi fai stare male mi fai soffrire, mi crei dispiacere. Ma soprattutto, se non la pensi come me, sei una persona indegna, irresponsabile, cattiva, insensibile egoista. Io ho le cose buone! E tu devi credere che ce le ho io! E tanto più stanno male le parti in causa, tanto più sottoscriveranno entrambe il patto tra chi impone l’amore che teme non arrivi gratuitamente, e chi lo elargisce pensando di non avere il diritto di tenerlo.

Ci sono personalità immuni a questo tipo di suggestione e forza ricattatoria, e lo sono perché principalmente condividono la stessa ala di farfalla anche se magari occupano posti marginali, quindi che combaciano con l’orlo della moderata nevrosi e dell’elasticità psichica. Non solo non cadranno facilmente nella seduzione, ma se riescono in virtù del loro benessere a provare stima per altri soggetti carismatici, vivranno un senso di profondo fastidio, di rabbia e di aggressività per le modalità più platealmente seduttive. Chi ci somiglia infatti in certi desideri e difetti rappresenta spesso la nostra ombra da ostacolare e si sente nemico. Il narcisista manipolatore, il bisognoso di consenso, può per chi ha lo stesso bisogno più lieve e controllato, rappresentare quel che di se non vuole vedere, o ha parzialmente guarito con tanta pazienza e fatica.

Dall’altro lato, chi non riconosce in se oggetti buoni e si arrabbia per la capacità che ha l’altro di tenerli con se, e di avere relazioni buone sposta il problema ancora sull’altro e non su di se, e non si occupa di vedere le cose buone che ha inclusa la sua capacità di accoglienza che mantiene dei valori positivi e in qualche fortunato caso, è una risorsa relazionale quanto quella di chi non si espone affatto. E’ il talento per esempio di certe persone discrete e diplomatiche, di certi poco connaturati al podio ma molto alla tessitura di relazioni, che quando si collocano ai bordi delle ali di farfalla, tesaurizzano la sicurezza che sa rimandare chi non ha un ossessivo bisogno di riconoscimenti e sta sul suo, e arrivano ai vertici delle strutture di potere più protetti e agili degli altri. Ognuno nei propri contesti professionali avrà constatato l’emergere di questo tipo di personalità.

Quindi per rispondere alla domanda,  la questione della manipolazione riguarda il disvelamento della funzione che svolge, per ognuna delle parti in causa, la propria strategia relazionale e quella dell’altro. Una volta che la dinamica è disvelata diventano più gestibili gli stati d’animo che suscita e le strategie per rendere la relazione più elastica. In casi di strutturate nevrosi, questo lungo e involuto articolo è di scarso ausilio perché essenzialmente parla all’io, al mondo conscio, quando ci deve essere un grande iceberg di inconscio e di storia personale che mette in un certo posto della farfalla e non fa spostare, un iceberg la cui base sta nello sguardo spento di una madre, nell’essere il secondo fratello di un primogenito magari malato, in vicende che primarie che hanno indotto un’organizzazione di personalità stabile e allora ci sono davvero gli estremi per una psicoterapia ben fatta, che può molto aiutare. Ma per certe situazioni più lievi riconoscere all’altro i suoi bisogni e le sue richieste che sul piano emotivo investono di un certo ruolo l’altro e viceversa. Riconoscere la dinamica sottesa della relazione aiuta ad agirla più liberamente.

 

Se avrò una gatta

Se avrò una gatta la chiamerò Lucia, come la mia amica gatta Lucia, che non amava le altre gatte, quelle meno belle di lei e con meno talento, le gatte che con il culo ritto rizzano il pelo come niente, e graffiano e miagolano e soffiano, per strofinarsi poi al randagio più grasso e più stupido. E la mia amica Lucia scuoteva la testa e non le perdonava.

Se avrò questa gatta Lucia, le regalerò un cuscino di velluto grande come un divano, e le porterò pesci squisiti, triglie, calamari, spigole, orate, cacciucchi e guazzetti, e certo anche fritti, fritti fatti bene che non lascino l’olio sulla carta oleata, e fette di limone siciliano e profumato, perché la mia gatta Lucia sarà come l’amica mia, fine buongustaia e mangiatrice, che era pure cuoca sopraffina ma io non ho mangiato mai le cose cucinate da lei, mannaggia non si è fatto in tempo. Aveva però gli occhi blu e belli, come anche la mia gatta li avrà. Sarà una gatta siamese e bisognerà saperci parlare.

Come l’amica mia, la mia gatta Lucia scriverà poesie bellissime, e battute sottilissime, starà seduta in cima a librerie alte e bianche che comprerò per lei e dove metterò gli scrittori che lei amava ai piani alti e ai piani bassi, tutti i poveracci che l’hanno maltrattata e invidiata per quanto era bella e inarrivabile la mia amica Lucia, la gatta caccerà i ragni e schiaccerà le formiche, sulle copertine dei loro libri mediocri, e quando sarà stanca potrà riposarsi su qualche scrittore francese.

Quando sarà primavera, la luce si butterà sul pavimento e la domenica mattina, io e la mia gatta Lucia potremmo prendere un caffè insieme, approfittando dell’atmosfera tiepida, e certo sarebbe meglio aver delle rose e dei gerani su un balcone, ma purtroppo io con i fiori non sono brava, mi muoiono tutti i fiori, cara gatta mia, e invece la mia amica col tuo nome sapeva far fiorire anche i serci e noi dovremmo farne a meno.
Nostro malgrado.