Psichico 11/ Fare figli

Se c’è un argomento capace di dividere gli animi nelle discussioni, in specie nelle discussioni tra donne, è quello inerente la scelta o meno di fare figli. La questione infatti tocca molti tasti che dolgono dal punto di vista sia individuale che sociale, e non ultime irrita per le solite questioni di genere: che siccome i bambini escono dalla pancia delle donne, specie in certi contesti sociali, le donne si sentono come schiacciate in una metonimia, come se non ci fosse nient’altro che questa loro pancia, come se tutto quello che dovessero fare nella vita abbia a che fare con questa faccenda di mettere al mondo i figli. In Italia poi, la complicata mescolanza di un arricchimento fugace quanto superficiale, avvenuto nel dopoguerra fino agli anni ottanta, su un retroterra arcaico e culturalmente molto arretrato, ha creato il fascinoso mondo di un medioevo sbrilluccicante, dove ci sono ancora i soldi per la seconda macchina ma si disprezza tutto quello che è femminile, materno, curativo, dove si vive in una specie di capitalismo tribale in cui ai lussi del primo mondo – i mezzi pubblici con una relativa frequenza, il servizio sanitario nazionale con gli ambulatori e i camici si affianca una mentalità agevolmente riscontrabile nelle aree del terzo mondo. Per cui è pieno di localini fichetti dove andare la sera a mangiare, ma se una famiglia ci porta i bambini pare brutto, essendo che i bambini disturbano e dovrebbero rimanere a casa.
Con la madre.

La madre non deve lavorare, la madre è una zavorra sociale, la madre non può avere una vita sociale se non nella sorellanza con altre madri. In vista del suo essere madre la ragazza non viene assunta al lavoro, dove viene guardata di traverso solo perché si sposa. Se riesce a tenersi il lavoro, i suoi oneri correlati alla sua funzione di madre verranno vissuti da colleghi e dall’azienda come forme di privilegio di pigrizia, di assenteismo. E d’altra parte: i nidi non ci sono, cominciano a scarseggiare i posti per le materne, le scuole chiudono un periodo dell’anno esageratamente lungo, e dalla prima media in poi una ci ha i figli a casa. Un paese troppo ricco per tenere in piedi il patriarcato di un tempo, ma troppo povero culturalmente per sostituirlo con i modelli culturali delle democrazie avanzate, dove le donne lavorano più che in Italia – in alcuni paesi molto più che in Italia – e si fanno molti più figli di quanti se ne facciano qui. Un povero paese di vecchi.

In questa contestualità culturale, molte donne finiscono per non avere figli, alcune senza averlo scelto scientemente, altre perché hanno messo in pratica il desiderio troppo tardi, altre ancora invece rivendicando una scelta che ritengono salubre per se, perché non si vedono materne, perché non si vedono adeguate a curare la prole, perché non avvertono il desiderio di avere dei bambini, perché vedono che culturalmente il materno implicherà delle grandi rinunce, tutte in qualche modo rinforzate nella loro decisione dall’atmosfera culturale sulla maternità. Nelle mie frequentazioni, questo tipo sociale capita molto frequentemente, perché in un certo modo mi somiglia, perché fa parte della mia parrocchia diciamo politica e intellettuale. Condivido infatti con loro il risentimento verso la coazione culturale alla metonimia, e anche – un certo modo di percepirsi.

Tuttavia – e qui la comunicazione si fa sempre accidentata – penso sempre che, rinunciare a fare i figli sia un gran peccato. Non che non si campi bene lo stesso – ma perché l’occasione epistemologica e psichica è credo, sostanzialmente incomparabile.
Oltre che difficilmente comunicabile: nel fare i figli, e certo nell’adottarli, si tocca un’esperienza emotiva che è un po’ come il dolore, e di cui anche qui non riuscirò a parlare, per i limiti strutturali di questo noumeno emotivo: si sa che c’è ma non lo si riesce  narrare.

Quindi si possono dire solo cose di contorno, la prima delle quali riguarda una importante invarianza della personalità nel prima e dopo figli: se eri intellettuale prima ci rimani dopo, se eri vanesia e narcisa prima ci rimani dopo, le cose che facevi prima le fai anche dopo. Le fai senza i figli le fai con i tuoi figli. E i difetti che hai naturalmente li hai anche con i figli, che diventano un nuovo complemento oggetto delle tue carenze personologiche. La gente che prima si vantava delle proprie stronzate, ora si vanterà delle stronzate della prole, la gente egoista prima, sarà egoista dopo con la scusa della prole, certi saranno anche egoisti con la prole, e certi altri saranno genitori veramente inadeguati, declineranno la loro personalità nella genitorialità – grosso modo.
Però ecco, quel “grosso modo” al posto di sicuramente è la cosa che mi fa parlare di una buona occasione esistenziale.

Perché non tutti magari dimostrano di cogliere l’attimo in maniera plateale, molti in realtà lo fanno con atti microscopici che all’esterno non arrivano, ma fondamentalmente crescere un figlio è una grande occasione di riscrittura psichica, della propria infanzia e di se stessi, che non da credo nient’altro. Quando si ha infatti, tutto il giorno un neonato tra le mani prima, e un bambino che cresce dopo, emergono alla coscienza ricordi che sarebbero stati perduti e che sono forse iscritti in una memoria procedurale più che narrativa. Questi ricordi riguardano la propria esperienza di figli, la cura che si ha conosciuto, e spiegano tantissime cose della nostra vita altrimenti difficili da raggiungere – vicende a cui l’esperienza analitica cerca di arrivare con grande fatica e con alterni risultati a causa dell’impervia via – tante volte dialogica e cerebrale (per non parlare del limite strutturale che hanno le terapie a cadenza settimanale). Allora succede che ci si ricorda e si decide una seconda volta se riapplicare il ricordo che ci ha formati oppure tentare una via alternativa. Magari non si dirazzerà davvero tanto, alle volte per niente, certe non ce ne sarà bisogno, certe il bisogno sarà tragicamente trascurato, ma l’occasione è li solida e incredibile, l’occasione in cui i figli forse non tramanderanno le colpe dei padri: se noi siamo stati poco felici i nostri figli potrebbero essere più felici, se noi siamo stati poco buoni – i nostri figli potrebbero essere più buoni. Un processo questo che avviene in una via sentimentale diciamo così molto più che razionale, che passa per una fitta congerie di atti irriflessi che si sommano a quelli ponderati, e che ci riguarda egoisticamente in modo sostanziale: perché il genitore ricordando se stesso bambino mentre accudisce il suo bambino, vive una sorta di seconda chance nella sua storia diversa. In un certo senso, rinasce in una sua dimensione molto personale, in un certo senso separata dalla prole.

Inoltre, la mutazione esistenziale che porta in linea di massima l’avere figli – una mutazione che spesso si anticipa in certi sogni tipici delle gestanti e dei loro compagni – sogni di grandi sommovimenti, simbolismi di mutazioni nell’arredo esistenziale – sogni di furti, di rapine, di ladrocinii implica l’ingresso nella vita di una sorta di serbatoio emotivo e affettivo, a cui si riserva una priorità e che porta spesso e volentieri a un riequilibrio nei rapporti con gli altri, che vengono disinvestiti, e che diventano meno urgenti – la dipendenza dai genitori si fa più blanda, il perdono si fa più facile, eventuali risentimenti si possono negoziare, e anche i rapporti con gli amici e le conoscenze assumono un contorno diverso, che con la minore urgenza veicola una maggiore disponibilità ad accettare le stranezze degli altri le cose che piacciono di meno. Queste cose, capitano certamente anche senza figli, così come non riescono del tutto a risolversi con i figli, e così come in tanti casi avvengono provvisoriamente fintanto che i nuovi arrivati sono piccoli e bisognosi poi crescono si staccano e i genitori sono di nuovo in balia della rete sociale. Ma come per il discorso precedente i figli sono una grande occasione, diciamo così, per facilitare certi processi.

La sensazione che ho, anche se assolutamente soggettiva e congetturale al momento, è che spesso il desiderio di non avere figli corrisponda a un’esperienza di figli per diversi aspetti carente, la quale però non necessariamente si trova a combaciare con il ricordo di un’infanzia spiacevole – sebbene certo, possa capitare. Ma succede che la svalutazione culturale del materno, l’idea distorta che parti importanti di se muoiano con la maternità, le oggettive difficoltà che il mondo sociale pone alla genitorialità , offrano alibi di ferro a non fare figli per non incontrare un processo di riscrittura psichica in chi, paradossalmente, ne avrebbe più bisogno e quindi lo avvertirebbe come particolarmente spinoso da un punto di vista emotivo. senza che questa spinosità arrivi ad essere facilmente concettualizzabile, afferendo a quelle parti dell’esperienza che esulano dal ricordo della memoria dichiarativa, che riguardano la prima infanzia e il modo di essere stati trattati. Rimane cioè l’eco di una sensazione che cerca narrazioni logiche che in effetti – hanno sempre l’odore di una ragione mai del tutto convincente.

C’è inoltre un’altra cosa che mi fa molto riflettere, un fenomeno in origine squisitamente psicodinamico che nella cultura attuale ha molti rinforzi e amplificazioni. Io credo che in alcuni casi, la figlia che non desidera figli raccoglie l’eredità di una madre che a sua volta aveva difficoltà nel suo ruolo di madre, e lo ha in qualche modo dichiarato e rinarrato in logiche e argomentazioni che sono state mischiate in un discorso anche generale e culturale. Sono per esempio le donne che hanno sempre parlato molto male della retorica del materno a 360 gradi, che hanno con leggerezza alluso alle fatiche del crescere i figli, e ne hanno fatto un argomento identitario – un certo tipo di donne a sinistra e nel femminismo ha armato questa retorica, ma anche in contesti con minori ambizioni intellettuali e politiche, di donne che si sono sempre sentite martiri, sfruttate, denigrate nel ruolo. Questo tipo di madri hanno trovato una narrazione culturale a un proprio dolore e a una propria difficoltà – sono figlie a loro volta di madri lacunose nella loro funzione materna, e magari sono state madri difficili da avere accanto, alle volte sempre poco adeguate, altre competenti solo quando le figlie sarebbero approdate al verbale, e ci avrebbero potuto parlare – ma per esempio, non giocare. Questo tipo di madri, avendo fornito come primo imprinting un accudimento poco sintonizzato (magari lasciavano la neonata piangere troppo, magari arrivavano sempre tardi nella comprensione dei bisogni – oppure al contrario erano goffe intrusive, svegliando chi sta dormendo per rispettare degli orari, etc.) lasciano un senso di dipendenza, un bisogno di vicinanza per cui, la figlia che ne raccoglie l’eredità cattiva si ritrova a scacciare una grande occasione esistenziale, per tenersi accanto sua madre, e nell’essere come lei perde quell’occasione di cui lei ha goduto.

Chiudo qui. Ho ripetuto fino all’ossessione in questo post il termine occasione a proposito della genitorialità, perché mi sembra davvero il più adeguato a riflettere un’esperienza che offre delle cose importanti, ma che non è al tutto dirimente o risolutiva, diciamo il biglietto per un viaggio che si può decidere di fare o di non fare con tutte le conseguenze epistemologiche del caso. Dopo di che, buon dibattito.

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25 pensieri su “Psichico 11/ Fare figli

  1. “se noi siamo stati poco felici i nostri figli potrebbero essere più felici”…brava Costanza, è nel concedere quella possibile felicità ai nostri figli che diamo l’occasione anche a noi stessi di ricostruirci. Concordo e mi piace moltissimo la parola “occasione” perché mi dà l’apertura al superamento di ostacoli interiori, quelli che ti fanno credere di essere l’anello di una catena che non si spezzerà mai ed invece, guarda un po’, con impegno e “cura di sé” ti faranno godere non solo della genitorialità ma anche della vecchiaia, della serena accettazione del decadimento fisico dei tuoi genitori, e di coloro che ti stanno accanto.

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  2. lettura che farebbe bene a orde di donne irrisolte che si spacciano per risolte dando praticamente delle poraccione alle madri: che magari non pensano di aver risolto niente, e sono quelle di prima e affrontano/hanno affrontato con semplicità gravidanza parto allattamento prima infanzia e via di seguito, con l’estasi (vogliamo concedergliela?) di fronte alle bellezze che i bambini innegabilmente esprimono. non è una guerra tra bande rivali! il figlio non apre vastissimi orizzonti, sarebbe drammatico, poro figlio, che dovesse sostenere questa funzione: ma getta nella vita di una donna e di un uomo delle involontarie proposte, delle priorità benefiche, dei ridimensionamenti, degli accorciamenti salutari. oltre alla magnifica occasione di rivedersi bambini, come dici. cui aggiungo: occasione di rivedere nel figlio tratti sia fisici che caratteriali dell’altro che ami: esperienza che io ho trovato dolcissima.

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  3. Quando dici: “la figlia che non desidera figli raccoglie l’eredità di una madre che a sua volta aveva difficoltà nel suo ruolo di madre, e lo ha in qualche modo dichiarato e rinarrato” e il resto, praticamente è il ritratto di mia madre e mio. Mi ci sono voluti 32 anni e il compagno perfetto, per venire a patti con l’idea che il materno non fosse poi una cosa così negativa e disprezzabile, e non così sacra una certa idea di forza e indipendenza, e a vedermi quindi come possibile madre. Con enorme stupore (mio e, credo di poter dire, anche di tutti i miei famigliari) quando ho avuto il mio primo figlio… ho scoperto che non ero poi così negata per la maternità, nè lei per me, e che essere madre, al di là delle fatiche ecc., mi emozionava, mi estasiava, mi arricchiva e faceva emergere lati di me rimasti forse nell’ombra. Ricordo il rancore che ho provato in quei primi anni da madre, verso mia madre, per avermi, in qualche modo, ingannato dipingendomi per una vita la maternità, la famiglia ecc. come la Grande Fregatura: ma del resto, poveraccia, per lei lo è stata, aveva fame di tante cose e invece è rimasta incinta a diciassette anni!. Ho tre figli, ora, e anche se mi vedo talvolta (con dolore) agire su di loro la stessa insofferenza e durezza che ricordo di aver sperimentato come figlia, la riconosco, e mi sforzo di contenerla, di dirottarla, di compensarla con altre forme di affetto e attenzione. Poi piano piano mi sono anche, intimamente, rappacificata con mia madre, che in fondo oltre alle cose negative mi ha passato di certo anche quel senso di andare avanti senza starsela a menare troppo, di sprezzo della paura, diciamo, per cui poi un bel giorno mi sono ritrovata a pensare con leggerezza che forse dopotutto si poteva fare, un figlio, che sarebbe stata non la fine di qualcosa ma l’inizio di una nuova avventura.

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    • Queste potrebbero essere parole mie.
      Compresa l’eta’ della consapevolezza!
      Ora sta per arrivare figlio n.2, a volte la vocina “fregatura” ancora appare prepotente, ma e’ un lampo e poi scompare.
      Ormai ho trovato le mie certezze, ho capito molte cose, soprattutto su mia madre e non tornerei mai indietro alla vita senza mia figlia.
      (E pure senza marito, perche’ lei mi aveva pure quasi convinto che avere un compagno/a di vita fosse la prigione dell’anima e del corpo).

      Costanza, io ho sempre continuato a leggerti, e’ la prima volta che commento il nuovo blog, mi piace molto, mi piaci tu, sono solo tanto impegnata, come al solito, a salvare il mondo. E a sfornare un altro essere umano.

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  4. bello bello, con soddisfazione razionale riconosco tutte le mie riflessioni. Solo una curiosità irrisolta: la mia esperienza mi dice che la madre vive con ogni figlio un rapporto diverso e con diversi risultati, come se sul rapporto influisse corposamente la situazione psicologica in essere al momento di ogni concepimento tipo casualità o no della gravidanza, situazione economica e di carriera della madre e/o dei genitori, insomma tutti quei fattori, esterni e no, che nella loro variabilità possono fare del rapporto madre/genitore-figlio, ogni volta, qualcosa di unico ed esclusivo e che è quello che percepisce il figlio dalla prima poppata. Ecco, la domanda è: la stessa donna potrebbe risultare una madre molto diversa per ogni figlio o solo un poco?

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  5. cara Costanza,
    gran bello scritto, davvero complimenti. Credo tu sia ben riuscita a cogliere tutte quelle pieghe e pieghette dei discorsi triti e ritriti sul materno che sono sempre a giro – alla posta, al supermercato, alle uscite delle scuole e degli asili.
    Io non ho mai ostentato la mia non-necessità di mettere al mondo dei figli, ma certo sono sempre stata molto convinta del fatto che, crescendo (magari un po’ troppo tardi, ma è un dettaglio che al momento reputo importante fino a un certo punto) e con una persona giusta per me accanto sì, sarebbe stata una cosa che mi sarei potuta concedere.
    Ancora non è il momento, anche se di anni ne ho ben 35, ma intorno a me altre amiche con prole mi hanno invece dato occasione di sperimentarmi nel ruolo di “zia”, babysitter, giocoliera, narratrice di facce buffe e ninna nanne. Ed è stata davvero un’esperienza significativa – proprio in termini di conoscenza di me, che ho perso mia madre da più di dieci anni. Ed è proprio quell’idea di possibilità che una persona – una donna, un uomo, un genitore insomma – si dà con un figlio, che ti fa ben sperare nel poter cambiare un po’ il mondo e un po’ te – senza rivoluzionarismi di sorta, figurarsi. Ma nemmeno senza paura.
    Una curiosità: ho un’amica che sostiene che non se la sente di fare figli in questo mondo così brutto ecc ecc (lei a sua volta figlia amata ma sempre con l’ammonimento “ricordati che si può sempre stare peggio!”), o che al limite ne vorrebbe uno, ma senza un compagno: lei non ne fa bandiera ideologica, è una donna intelligente e molto capace di amare – ma ho come l’impressione che certe scorciatoie mentali, poi, alla fine ci condannano a ritornare sempre in quel vicolo cieco di questioni irrisolte con noi stessi.

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  6. Cara Costanza, di solito leggo e non commento, ma in questo caso mi sento chiamata in causa in prima persona. Io sono una di quelle donne che ha scelto di non avere figli, o per meglio dire, non ho mai sentito il bisogno di averne.

    Non sono però figlia di una madre in difficoltà col ruolo materno: lei, affidata da sua madre ad una coppia di parenti all’età di 2 anni a causa dell’estrema povertà dopo la morte prematura del padre, e cresciuta quindi tra grandi difficoltà in un nucleo familiare definibile come anaffettivo (lo dico in base ai racconti che mi faceva), con me si è sempre dimostrata una madre amorevole, premurosa e affettuosa. Mi ha dedicato il tempo del gioco e delle cure, senza mai lamentare una sua eventuale frustrazione, ma anzi dicendomi che ero “la cosa più bella che le fosse capitata nella vita”.
    I miei genitori mi hanno avuta in un’età che, per quanto ora sia compresa ampiamente nella media, all’epoca risultava avanzata. Ma mi hanno avuta proprio perché mi hanno voluta.

    Quindi, la mia infanzia io la ricordo serena; il mio rapporto con mia madre lo ricordo sano, con le inevitabili scaramucce proprie delle varie fasi della crescita, ma senza difficoltà particolari. Certo, mi è mancato con lei un rapporto adulto, dato che l’ho persa quando avevo 22 anni.

    Ciò detto, so bene che le argomentazioni logiche proprie di chi sceglie di non avere figli spesso sono paraventi razionali per qualcosa di più profondo e viscerale, e difficile da indagare. Io, ad esempio, ti potrei dire che in un mondo a risorse limitate siamo già in tanti, che di bambini ce ne sono in abbondanza, che non ho voglia di avere la responsabilità di un altro essere umano e preferisco avere la mia libertà. Ma, anche se le cause profonde sono altre, devo dirti che io la mia scelta la vivo serenamente (insieme a mio marito, ovviamente); avere figli è una
    possibilità, non un obbligo.

    Grazie di averne parlato, comunque, perché questo argomento mi sembra un grande rimosso, anche a livello di dibattito femminista.

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  7. Cara Costanza, non so scrivere ma aggiungo il mio commento cosí come viene di getto.
    Leggendo questo tuo bellissimo post mi scorrevano davanti flash della mia vita di figlia, il cui contesto in parte conosci e alla luce del quale avrei dovuto far parte di quella schiera di donne terrorizzate alla sola idea di diventare madre. Ho scelto di seguire l’istinto nel momento in cui era cosí forte da annebbiare ogni paura, e ho scelto di fare il salto nel buio. Un vissuto non tipico. Esempi di maternitá non tipici. Un essere figlia non tipico. E tanto altro. Ho ricevuto tanti doni materiali, ma il manuale di istruzioni per mamme, quello nessuno me ne ha fatto dono o prestato uno. Non so come andrá, non so che tipo di madre io sia in questo momento. A volte mi sento di aver fatto bene, a volte di essere un fallimento totale. Ho fatto da me, osservando, leggendo, soprattutto seguendo l’istinto di animale-madre e cercando di non ripetere quel che a me non era gradito nella mia veste di figlia. Una cosa certa: diventare madre mi ha costretto a scavare nel mio dark side of the moon e a conoscermi meglio, con i suoi pro e contro. Ho dovuto affrontare tanti demoni, piccoli e grandi. Sto pian piano imparando a perdonare e a capire. Ad andare oltre il subíto e ad apprezzare finalmente l’amore immenso di chi semplicemente non aveva gli strumenti, perché forse a sua volta non li aveva chi a sua volta li ha messi al mondo e cosí via. Ma, mi sono detta, io ho una seconda chance e posso fare altro. Nonostante le difficoltá ed alcuni contesti culturali in cui mi muovo, difendo a spada tratta il mio diritto di essere non solo mamma, ma tutto il resto: moglie/compagna, bambina, persona che lavora, che accudisce, che pensa, sogna, gioca, ama, balla, medita, si ritaglia degli spazi tutti suoi, fa cose stupide e non-utili, si compra le scarpe col tacchetto e si prende un giorno di ferie per andare in centro a fare una passeggiata e sedersi in un caffé a guardare il mondo che passa, senza sentirmi in colpa perché sono ore tolte ai figli. Tornata a casa saró piú contenta e ne passeró 2 di qualitá con loro alla fine delle quali mi diranno forse ‘mamma ti voglio bene’. Io ai miei genitori questo ti voglio bene non gliel’ho ancora detto, anche se lo penso ogni giorno. Questo é il lavoro piú difficile, spero di farcela prima o poi. Sarebbe un gran peccato.
    Buon viaggio a tutte, soprattutto a chi é indecisa.

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  8. Non lo so. Non voglio figli. Non li volevo già da bambina. Ma non mi ritrovo nel discorso madre frustrata/ figlia che non vuole essere madre. Mia madre si è fatta un cruccio del mio essere a-materna perché lei ha adorato esserlo. Ed è stata mamma presente, affettuosa, non perfetta certo. Ma mamma. E ha cercato di mostrarmi la bellezza dell’esserlo. Io ammiro te, Costanza, in questa di sincera “conversione”. Leggo quel che scrivi e cerco di analizzare il mio vissuto, le mie incertezze e fragilità. Cerco di capire e di capirmi. Ma non se ne esce. Niente da dire contro chi sceglie la maternità (perché poi dovrei considerare le mamme delle “poraccione”?), ma non sono convinta di aver perso un’occasione. Ne abbiamo già “parlato” via commenti su FB. Mi piacciono i bambini, mi coccolo i nipoti, ma non mi mancano i figli. E non mi sento, per questo, irrisolta. Non compresa, questo sì. Perché alla fine un giudizio di fondo rimane, o almeno io lo percepisco così: hai qualcosa che non va, avresti potuto risolverlo con un figlio, non lo hai fatto ergo non hai avuto la capacità/forza di sfidarti e superare i tuoi limiti. Ecco, non mi ci riconosco.

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  9. A me piace questo post, soprattutto perché ha molte incertezze sul diagnosticare mancanze su chi ha deciso di non avere figli. Credo sia un ottima lettura per quanti – maschi e femmine – i figli li desiderano e forse neanche sanno quanto ma non li fanno per paura di essere trasformati in altro-da- sé (tipo che da intelligente diventi stupida).
    Poiché non sono prolemunita per scelta, posso comunque confermare che avere una relazione con dei bambini (in veste di zia d’elezione e affine) è un’occasione di crescita e di relativizzazione di alcune questione certo diversa da quella della genitorialità ma comunque preziosa. Diffido moltissimo non di ha o non ha figli ma di chi detesta i bambini per principio come alcuni simpatici figuri che vorrebbero gli fossero interdetti i voli, i treni, i locali insomma tutti quelli che sognano un universo liberodabambini. I pargoli possono essere un’oggettiva rottura de maroni – a volte e sarebbe irragionevole non riconoscerlo – tuttavia un mondo in cui si cessa di riprodursi è un mondo morto. Al netto delle scelte personali, sono sinceramente persuasa che sia necessario l’aiuto concreto e presente di tante persone per crescere un figlio. Quindi c’è posto per tutti.

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  10. Diciamo che io ho avuto una mamma che s ilamentava spesso del fatto che le avevo rovinato la figura (che nel suo piccolino era da diva del cinema) con smagliature, caduta del seno, aumento di peso, e di aver passato la gravidanza (abbreviata, che sono nata settimina) tra emicrania e nausea, e che per fortuna che c’era la nonna a casa che lei coi bimbi non ha pazienza, etc etc…, e anche fatto capire chiaramente che se mio “fratello” fosse nato, invece di uscire bruscamente di scena al 4 mese di gravidanza, io probabilmente non ci sarei neanche stata.
    E per fortuna che ho sempre dormito tranquilla e mai rotto le ostie di notte, che altrimenti starebbe ancora a lamentarsi adesso che ho 45 anni.
    Mio padre voleva il maschio, punto. Io sono stata il ripiego, anche perché lui si illudeva di “tranquillizzare” mamma con un pargolo da accudire….
    Forse queste osservazioni mi hanno un po’ fatto passare la voglia di moltiplicarmi.
    Poi ci sono infinite considerazioni economico/logistiche, e il fatto che a me i bimbi cominciano a starmi simpatici quando cominciano a parlare e diventano “piccole persone”, poi diventano orrendi di nuovo da adolescenti per qualche anno. Io ero una piccola secchiona pacifica e pigra, contenta in un angolo con giochi e libri, non posso sperare che siano tutti cosí.
    Direi comunque che sia una di quelle esperienze che , come il servizio militare, aiutano a formare il carattere, ma é meglio poter fare per scelta, se ci si é portati, che per obbligo.

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  11. Bellissimo questo post!
    Io posso dire di essere una di quelle donne che pensa che, se diventerà madre, sarà relegata ad una casalinghitudine de facto; temo che una madre che non si annulli totalmente per il figlio venga giudicata snaturata o degenere. A volte penso che, se fossi uomo, non mi porrei tutte queste domande e romperei gli indugi.

    C’è un altro aspetto che mi impaurisce: ho il terrore del “sopravvento del biologico”, come se, una volta madre, tutto quello che pensavo fosse la mia identità potesse essere schiacciato dalla natura e trasformarmi in una persona annullata sul suo ruolo di madre. Per quanto irrazionale, è una sensazione abbastanza forte…

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  12. Condivido gran parte dell’articolo, ma a essere onesta mi mette a disagio la prospettiva dell’esperienza mancata. E’ così, ma vale anche per molti altri tipi di esperienza umana. E in generale non so quanto sia corretto inquadrare la singolarità di un’esistenza dal punto di vista di ciò che non è stato. Tullia

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  13. Bella pagina, davvero, realistica, toccante. Che però non cambia di un capello la realtà dei fatti: la vita si impone, non si dona, imponendo la vita si impone anche la morte, e sia *prima di* sia *con* essa si impone tanta, tanta sofferenza (condita da qualche più o meno sprazzo di felicità). Chi *decide* di generare quelle nuove persone che prima della *sua* scelta non esistevano, sotto sotto. sa tutto questo è non si tira indietro, dimostrando che i figli si fanno per assecondare un desiderio dei genitori, non per il bene dei figli stessi (del resto, è quel che traspare da quel che hai scritto). A volte poi i genitori, con più o meno trasparenza e sincerità, hanno dei “ripensamenti”… e lì son dolori ancor più lancinanti. Vale la pena? Ognuno decide per se stesso. Ma, per favore, via la retorica.

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  14. Cara Costanza, ho commentato un paio di volte negli anni ma non da quando sei uscita dall’anonimato, quindi ti saluto come se fosse la prima volta. Grazie del blog e di questo post.
    Il mio dubbio principale: secondo le statistiche che mi sono guardata in letteralmente mezzo minuto quindi da prendere non con le pinze ma di più, il percentuale di donne già mature senza figli nel cosiddetto Occidente si aggira sul 15-20%. Qualche centinaio di milione di persone. Un po’ tantine, forse, per fare generalizzazioni sui loro motivi?
    Per dire, nella mia esperienza personale non c’entra nulla una visione negativa del ruolo della maternità nella vita di mia madre. Lei invece non ha mai avuto una vera mamma (addottata da una ex-attrice di vaudeville che si è ritrovata a marcire alcolizzata in campagna, situazione alla quale suo marito ha pensato bene di ovviare trovandole un paio di bambini da maltrattare) e proprio per questo ha vissuto la nascita di una figlia come un’occasione unica, la possibilità di creare un rapporto positivo che non aveva mai sperimentato. Ci è riuscita alla grande, comunicandomi un amore incondizionato e il senso che la mia esistenza sia per lei un grandissimo dono. E ho conosciuto altre storie simili; la mia amica più feconda (quattro figli) è proprio quella che ha avuto una madre di merda e fin da giovanissima voleva creare per qualcuno l’infanzia felice che le era mancata.
    Né sono tra quelle tante donne che hanno sempre saputo di non voler essere madre. Ma quando mi sono posta seriamente la domanda, verso i trent’anni, stavo con una donna e quindi la risposta doveva essere assoluta; non ci sarebbe stato “l’incidente”, felice o meno, e in caso positivo bisognava aver ben chiare le nostre ragioni perché avremmo dovuto difenderle di continuo. Sono arrivata alla conclusione che se non sentivo un forte desiderio di maternità non c’erano motivi impellenti per affrontare questa sfida in prima persona, quando tante persone sentono profondamente quel desiderio e quindi i bambini nel mondo non mancano. E quando ci siamo poi separate e mi sono ritrovata in rapporti dove poteva anche capitare per caso, quel momento di riflessione profonda, assoluta mi era rimasto impresso e cambiare idea solo perché ora la società avrebbe accolto meglio la mia decisione mi sembrava assurdo.
    In più, una carissima amica nel frattempo aveva avuto una figlia affetta da una malattia genetica che in un primo momento minacciava di portarla via in tenera età. Ora sta piuttosto bene, anche se in sedia a rotelle, però la sua quasi miracolosa resistenza alla degenerazione muscolare è dovuta in gran parte al regime di terapia (da atleta olimpica) che grazie a dio i miei amici possono permettersi perché lui guadagna molto bene e lei si occupa della bambina a tempo pieno. Io non ho mai sofferto la fame, però non sono mai stata brava coi soldi e tante volte mi sono ritrovata in situazioni dove avere un figlio a carico, anche in perfetta salute, avrebbe significato la vera povertà. Averne uno con bisogni speciali avrebbe significato la disperazione totale. Per me a questo punto sentirmi pronta ad essere madre vorrebbe dire sentirmi pronta – emotivamente, economicamente e tutto – ad essere madre anche di un figlio gravemente disabile. E questo no, non lo sono. Magari tra dieci anni ma allora sarà troppo tardi.
    Insomma: non saprò mai se hai ragione e i miei figli mancati sono una vera mancanza, un gran peccato. L’esperienza vissuta e l’esperienza ipotetica non si possono mettere sulla stessa bilancia. Posso solo dire che in genere sto molto bene da non-madre ma a volte sono triste, e vorrei poter abbracciare questa vaga tristezza come parte dell’esperienza umana, come tanti altri momenti in cui ti rendi conto che tante cose non le farai. Senza essere costretta a difendere a spada tratta le mie decisioni ma senza dire che la mia vita è incompleta.

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  15. Ringrazio tutti per i bellissimi commenti, purtroppo non ho il tempo di rispondere nel dettaglio.
    Dico solo perciò molto brevemente alcune cose.
    Io credo che bisogna assumersi la responsabilità delle proprie opinioni e come dire tentazioni intellettuali. E quindi non mi nascondo dietro a un dito dicendo, ma no non esprimo giudizi e ma no, non intendo fare generalizzazioni. Io credo, per tragitto personale ed esperienza professionale che i figli siano un’occasione epistemologica che non ha pari. Dopo di che quella stessa esperienza di vita e di professione mi ha largamente dimostrato che ci sono persone che campano gran bene senza, e gran male con. Il giudizio è quindi più sull’occasione che su chi la usa in un modo e nell’altro. Forse presto potrei fare un post sul cattivo uso di questa occasione e su certe situazioni in cui io credo che sia sano e comprensibile decidere di non fare figli. Però un conto è la tentazione un conto è quello che si scrive, Biscia: in questo post c’è pieno di penso, credo che, suppongo etc che non sono a titolo di forma ma a titolo di consapevole sostanza, come ha rilevato la commentatrice Barbara. D’altra parte, i saperi strutturati tesaurizzano le ricorrenze, per quanto sgradevole vi possa sembrare.
    In ogni caso grazie davvero a tutti.
    Per la domanda di Bianca. Secondo me un sacco di fattori possono fare una madre di un figlio diversa da quella di un altro: il genere dei figli secondo me fa tanto, l’ordine di comparizione 🙂 anche. Perchè con un primo negozi delle esperienze e con il secondo arriva che hai una cosa risolta. Contano i momenti di vita in cui li si fanno, alle volte penso anche l’ordine di comparizione della madre (se è prima seconda terza figlia) e contano le congiunture concrete ed emotive di un momento. Il primo figlio c’erano due stipendi, il secondo uno, il primo in una città con tanti nidi il secondo zero barra zero…etc….

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  16. Mi piace di questo post riconoscere il fatto che la “scoperta” sul potere che i figli hanno nella propria consapevolezza di se’ e nella riscrittura di certi pezzi anche infelici della propria vita coglie impreparato anche chi ha sempre pensato di volerli e a un certo punto li fa. Le ragioni per cui si vogliono sono altrettanto misteriose quanto quelle per cui non si vogliono. E l’occasione che si coglie facendoli e’ altrettanto sorprendente. (Il dolore per non riuscirci altrettanto violento del peso di sopportare giudizi per il fatto di non volerne, forse anche).

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  17. Infatti ho sempre ammirato il modo in cui riesci a dire la tua su argomenti molto delicati senza mezzi termini ma anche senza prepotenze retoriche: è un piacere leggerti proprio per questo, soprattutto quando non sono del tutto d’accordo. (E comunque sono decine di milioni, non qualche centinaio: la mia aritmetica delle una di notte fa schifo!)

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  18. Io ho pensato per tutta l’adolescenza e fino a quasi 30 anni, che di figli non volevo averne. Mi sentivo molto inadeguata e avevo addosso il dolore di una famiglia – quella di provenienza – che non ha funzionato per niente. La psicoterapia è stata essenziale, credo, nel far sì che oggi, a 32 anni, io la pensi diversamente. Ho curato un po’ del mio dolore, ho liberato una me stessa diversa, meno irrisolta, che oggi forse sarebbe capace di fare la madre senza fare troppi danni. Nel frattempo ho fatto un po’ la zia, e ho scoperto con meraviglia quanto può essere dirompente l’arrivo di una persona nuova, quanto può essere rivitalizzante e cambiare l’ordine delle cose. E anche ho saputo creare una relazione amorosa che – mi sembra, lo spero – potrebbe contenere l’arrivo di un bambino senza soccombere – perché questa è un’altra delle mie paure, che qui nessuno ha citato finora.
    Inoltre per anni ho creduto che i figli fossero una di quelle cose che si fanno quando il resto della vita è sistemato (visto che, per esempio, da 4 anni ho un lavoro che vorrei cambiare e non ci riesco): sono giunta invece a pensare che non sarà mai tutto a posto, che sarò sempre a metà strada verso un qualche altrove e quindi non ha senso aspettare che sia tutto a posto.
    Cosa manca quindi? Un lavoro un po’ più sicuro per lui, in questo momento. Ma non so se è solo questo.
    Grazie perché questo post mi spinge a fare delle riflessioni che sento utili e mie, in questo momento.

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  19. lo so che sono fuori tempo massimo, ma ci tenevo ad aggiungere una cosa. A forza di ripensarci come li cornuti, mi sono resa conto che il caso in cui l’opportunità esistenziale passa in secondo piano di fronte allo scatenarsi di mille altri macelli ce l’ho in famiglia, è mia madre. Non so se la mia nascita le abbia permesso di riscrivere la sua, di infanzia infelice, ma so che le aspettative deluse rispetto a me hanno contribuito alla sua infelicità attuale. Razionalmente vedo benissimo dove sbaglia in tante cose ma, avendo purtroppo ereditato il suo carattere, per stanchezza o distrazione finisco spesso per fare come lei. E allora mi chiedo che diavolo potrebbe succedere moltiplicando per mille la stanchezza e lo stress con l’arrivo di un figlio…
    Grazie ♥ come al solito per le tue osservazioni e per avermi spinta a riflettere.

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  20. Costruire una famiglia era un sogno che ho realizzato con mio marito. L’infanzia dei nostri figli è stato un periodo bello. I problemi sono iniziati quando sono aumentati gli impegni con il mondo esterno, problemi che non siamo riusciti a decifrare subito. In questi problemi mi chiedo se veramente ero pronta per affrontare il peso dell’ educazione dei miei figli, se ero abbastanza adatta per essere madre. La strada è spesso in salita e accidentale ma nonostante le paure che provo la ripercorrerei, magari scegliendo altre soluzioni.

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  21. Ma è lecito non voler fare figli per paura di non riuscire ad essere diverse dalla propria madre che non amava tanto fare la madre, ma più giocare a fare la madre? Non è più responsabile che ragionare per “occasioni perdute”? Io mi conosco, conosco i miei difetti, che sono grossi, e non voglio riversare nessuno dei miei traumi ai figli che non credo avrò, e non avrò proprio per questo. Ciò fa di me una persona che resterà sempre bambina e sempre traumatizzata? Spero di no…

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