Vecchie note sulle anoressie

(Tiro fuori questo vecchio post perché la copertina di un giornale femminile, dove c’era una ragazza molto magra, ha tirato fuori l’annosa questione della presunta responsabilità del sistema della moda sull’aumento delle anoressie in occidente. Questa semplificazione, e questo modo di occuparsi del problema solo quando c’è da attaccare un sistema di potere, in modo saltuario e poco proficuo – talmente saltuario da garantirlo, è piuttosto unutile. Qui alcune considerazioni quindi sulla patologia in questione – scritte anni addietro)

Per iniziare, alcune precisazioni. Ci sono diverse patologie della sfera alimentare, e l’anoressia è solo una di queste, ma bisogna anche considerare un’altra questione – che l’anoressia, come altri disturbi è sia costellazione a se stante, che vestito adatto per altre situazioni psichiche problematiche. Ci sono molte diagnosi voglio dire, che si associano bene a questa e che quindi rinviano a comportamenti diversi di quelli di cui parlo qui. Ci sono donne per esempio con un importante disturbo di personalità che sono anche anoressiche, o con un invalidante disturbo depressivo. E quindi generalizzare è piuttosto arduo – se non pericoloso, ma pure c’è un certo tipo di anoressia nervosa, che porta spesso lo stesso tipo di situazioni insieme. Una non casuale confederazione di eventi. Di questo tipo io voglio parlare.

In primo luogo – molte adolescenti anoressiche sono, spesso e volentieri molto intelligenti e ambiziose, un tipo di giovane donna molto intellettualizzato. Nella maggioranza dei casi, vanno molto bene a scuola, e andranno molto bene all’università, scegliendo facoltà impegnative e altamente selettive. Ho conosciuto pazienti laureande in fisica, pazienti iscritte a ingegneria o giurisprudenza. Danno esami in tempo e ottengono sempre il massimo dei voti. Credono di amare il corpo, ma la parte di se identitaria forte e insostituibile, è il cervello: dinnanzi a una patologia che quando entra nella fase severa si mangia tutto quello che c’è a tiro, è la compromissione delle facoltà intellettuali quello che fa sentire loro il pericolo e fa decidere di curarsi.
La seconda caratteristica saliente di queste pazienti, è che in linea di massima sono per lo più deerotizzate. Non hanno relazioni, e se hanno relazioni amorose, non sono eroticamente molto attive e intense. Il desiderio è come anestetizzato non si consumano rapporti sessuali e se proprio ci sono fidanzati (raro) sono degli amici a cui si richiedere una fraterna tenerezza. Il linguaggio della seduzione completamente ignorato. Non si parla di desideri. Al punto che, buona parte del lavoro clinico consiste nel disseppellire queste energie disattivate e quando esse emergono – il desiderio sessuale, la voglia di piacere, la percezione del corpo come se sessuato e che deve attrarre – è una buona notizia.
Queste due caratteristiche, molto ricorrenti nelle giovani anoressiche, ci devono far riflettere. Perché nel discorso culturale il femminile è percepito come un monolite, e le ragazze che cadono nella patologia sono lette come la popolazione di quelle che portano a estreme conseguenze la dipendenza acritica di modelli culturali, e secondo certo femminismo un’adesione assecondata al bisogno sessuale e culturalmente rappresentato, dei maschi. Ma in realtà le ragazze anoressiche sono molto più vicine a queste posizioni critiche di quanto appaia, il loro problema è proprio nel decidere di collocarsi fuori della sessualità, e del corpo e di arroccarsi tutte nella testa.

In secondo luogo, le famiglie di queste ragazze hanno una costellazione che spesso si ripete. Con la madre c’è un rapporto simbiotico, in cui la piccola non si è ancora differenziata dalla grande e viceversa, mentre il padre è una figura satellitare che spesso ha mancato di rimandare alla figlia un riconoscimento emotivo e corporeo – un sano edipo insomma – e si è sintonizzato con lei solo in termini intellettuali e celebrali: risultati scolastici, qualità delle prestazioni, vittorie in termini di competizione. Non sono figlie non amate, sono figlie spesso adorate – solamente chi le ama, porta un problema addosso e nel linguaggio che sceglie di usare o nella possibilità di comunicare. In genere, sono genitori a loro volta problematici, che hanno avuto nell’infanzia un problema di riconoscimento soggettivo – lo scintillio nello sguardo di un genitore che guarda un figlio e dice – Sei Tu – e ora stentano a offrirlo a un altro. La madre non è riuscita a separarsi in tempo dalla figlia e il padre non è riuscito a intervenire per separarle: la simbiosi che avvolge i piccoli nel primo anno di vita è diventata allora una gabbia (vi ricordo – in proposito, la mia osservazione che suscitò tanta perplessità qui sulla correlazione tra allattamento prolungato e anoressia)..
Il sintomo si spiega allora simbolicamente così: non ingoio quello che mangio, perché quello che mangio rinvia a mia madre, al nutrimento della madre, all’essere madre possibile a mia volta. Io voglio liberarmi di questa cosa per un verso, ma non voglio per un altro. Non mi emancipo perciò concretamente perché questo vorrebbe dire diventare madre potenziale a mia volta, e fuggo nell’astrazione del rifiuto simbolico. Intanto esercito il tratto identitario che mi è stato riconosciuto come autentico che è la capacità di controllo.
In effetti – terzo punto – l’anoressica di cui parliamo è solo falsamente focalizzata sul corpo, e questa focalizzazione è solo un tramite, per altro troppo troppo qualitativo per una patologia che tra i suoi tratti salienti ha l’alessitimia, spesso così pervasiva da rendere la persona incapace di usare qualsiasi aggettivo. Il corpo – come noi lo pensiamo e ne parliamo e rappresentiamo – è un oggetto saturo di sentimenti e qualità e percezioni, il corpo che è nella mente della ragazza che vomita, è invece un oggetto svuotato e mezzo di una ossessione tutta rituale e tutta numerica. E’ una funzione matematica. (Un altro lavoro della terapia, che sembra tanto cognitivista ma ha forti risonanze psicodinamiche è nel rintracciare l’uso delgi aggettivi nell’esperienza, sepolti a causa del loro potere emotivo. Non ci rendiamo conto quanta soggettività si porta appresso un uso duttile della lingua, quanto salubre esercizio del se)

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, sulla fuga nelle posture infantili, sulle difese razionalizzanti e svalutanti, sul fatto che questo tipo di elementi ricorrenti compaiono anche nelle ragazze che con questo problema svolgono professioni rispondenti apparentemente al clichet della femminilità tradizionale – le ballerine, le fotomodelle. Ma quello che qui mi interessa è ora rispondere di nuovo alla domanda sempre correlata a questa questione: perché tante anoressiche solo ora, qual è il modo della cultura di oggi di incidere sull’esplosione di una patologia.
Io credo che le questioni da mettere in campo, sono più di quelle che siamo indotti a credere e che ci entri ancora una organizzazione sessista della cultura, ma che il problema dei modelli culturali sia decisamente secondario, perché quei modelli sono strumento ma non causa, non inventano psicopatologie sono solo canali quasi casualmente più congrui di altri. Invece, il problema è nel modo in cui la cultura determina l’organizzazione familiare, il sistema sesso- genere , e il numero dei figli. Un tempo, le bambine andavano in contro ad altri problemi di ordine psicologico che non avevano un nome ufficiale ma che non stentiamo a credere potessero essere largamente diffusi. Le bambine erano tante ed erano sottoinvestite, si ammalavano di narcisismo perché allo scarso investimento sulla loro personalità non era disponibile altra compensazione che l’enfasi ossessiva sulla loro bellezza, e corporeità sulla loro funzione estetica e riproduttiva. Non potevano conoscere facilmente l’asfittico inferno di una identificazione mai sciolta perché avevano troppe sorelle e troppi fratelli, e non potevano incontrare padri che non riconoscessero il loro corpo perché i padri vedevano solo il corpo. Oggi l’anoressia – che è patologia con una prevalenza maggiore nei ceti medi e medio alti– è lo scacco esistenziale della bambina che nasce in una famiglia nucleare, dove ci sono pochi figli, dove le madri vedono la maternità svalutata culturalmente e la vecchiaia demonizzata, che il mondo ricaccia nell’infanzia perché possano essere ancora riconosciute. Lavorano poco ma fanno pochi bambini, il loro fiato è tutto sulle teste delle figlie, con dei padri, che hanno perso la funzione paterna e non riescono a trovarne una nuova per rompere l’anello simbiotico. Se di maschilismo dobbiamo parlare – e certo dobbiamo farlo – il problema non è solo e semplicemente nei modelli della carta stampata – quando nei modelli di organizzazione dei ruoli e di convivenza – oggi impossibile per molte – tra identità intellettuale e identità sessuale. Diritto al lavoro e diritto all’esistenza concreta e corporea. Il femminile proposto per ogni dove, è depauperato di una forza identitaria e sospinto in un’infanzia efebica e priva di sesso, priva di godimento, priva di storia, e illusoriamente lontana dallo scacco della corruzione mortale.
Cioè non so se riesco a passarvi quello che ho in mente. Ma questa cultura perde il gusto del sesso. E per strane vie che neanche io riesco bene a concettualizzare, perde anche il gusto del cervello.

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