Corriere clandestino

 

Mia nonna aveva sempre scritto racconti, del cui destino non ho mai avuto contezza. Forse era una di quelle donne con talento per un verso ma di presunzione nociva per un altro, e dunque titolare di quella miscela tirannica che ti fa essere sgradevolmente arrogante in un salotto, ma non umilmente sfacciato con un editore.
Anche se, riesco a dirlo solo adesso, ne avevo letto qualcuno e non mi era piaciuto: arrivava un rapporto limaccioso con l’estetica e il sentimento, una testa ingombra di interrogativi soluzioni e questioni morali, ma ridotte all’osso di una radiografia. Il bianco di quel che si deve fare, contro il nero di tutto il resto.
Un racconto si chiamava: il figlio terrorista.
Mi ricordo.

Poi me ne era arrivato per le mani un altro, poco dopo la sua morte. Era la storia di una giovane partigiana che rischiava la pelle facendo la staffetta e resisteva alle profferte sessuali di un fascista. Non lo ricordo bene a dire il vero, ma di sicuro non mi piacque per la sua spigolosità neanche quello. Forse – ora che ci penso – ci aveva provato a essere sfacciata con gli editori e quelli avevano sentito quel che sentivo io, qualcosa di greve nel tratto, qualcosa di rigido nelle corde del pensare. Eppure aveva tanto tradotto – molti romanzi dal russo.

In ogni caso, mi colpì la protagonista di quel racconto, che temeraria andava in bici per Firenze, e che nel tono puniva te per il tuo stupore – il feroce moralismo di mia nonna – una ragazza agile dal fisico asciutto, e dotata di particolare freddezza e disinvoltura. La rividi come in una sua foto da ventenne, mentre, già inappropriatamente madre, seduta su una panca di peperino guarda chi la fotografava con indicibile noia.
(Indicibile era una parola che amava)

Dopo, era stata una donna bella, una professoressa e una nonna.
Ci aveva portato, a me e mia sorella, sotto il suo coriaceo guscio di tartaruga, vicino alle collane d’osso e alla lunga serie di vestiti che metteva con dispotica vanità. Ma anche vicino alle favole che ci raccontava, anche addosso allo scrigno di un passato che però non abbiamo toccato , anche prossime allo sventolare di certe sue convinzioni, ne vedevamo la sostanziale inettitudine alle relazioni. Non era una donna buona, non era una donna neanche generosa, ma di una limpida e rozza onestà emotiva. Voglio bene a te, tua sorella, tua madre, diceva – E si va bene, anche tuo padre. Poi aggiungeva con orgogliosa franchezza, non voglio bene a nessun altro.
Aveva alcuni amici, un rapporto coi fratelli costretto a una rigorosa superficialità e un grande amore morto quando io ero bambina. Il suo secondo marito, ferreo come lei, ma in qualche parte del corpo di guerrigliero,  più femminile.

Perché di lei ragazza non ho mai saputo niente. Ha ascoltato e seguito con pazienza la mia vita, ed è stata molto per la ragazza che sono stata. Ha saputo tutti i miei baci, e tutti i miei libri. Mi ha messo nella politica e ha cercato di infilarmi, a me molto più sanguigna e appassionata, il suo salubre disincanto in fatto di erotismo. Ha detto le sue cose sagge e ruvide e raccontato poco. Quel poter parlare con lei d’altra parte, avevano reso la sua severità e il suo carisma leggenda e macchietta. Con noi aveva pazienza e gentilezza, perché eravamo piccole e certamente adorate anche da più adulte, ma per il resto del mondo, ai suoi occhi, non c’era riscatto.
Un’aura di prestigio matriarcale emanava dalla sua intollerabile – penso oggi – supponenza. Le erano lecite cose che a qualsiasi vecchia e donna meno vecchia, non sarebbero state permesse. Poteva dare dell’idiota a un primario, e guardare con disprezzo un industriale. Poteva dire qualcosa di terribile, a prescindere dai gradi sulle spalle della giacca.

E’ che mia nonna, era quella del racconto. Oggi e scopro per esempio che in Sicilia, ragazzina aveva organizzato una brigata partigiana. Anche in Toscana, aveva partecipato alla Resistenza – come d’altra parte il suo secondo marito, mio nonno. Non so esattamente cosa abbia fatto, non penso cose veramente sensazionali – rischi voglio dire poco cinematografici e non so quanto sostanziali, forse si, forse no – chi sa. Portare un messaggio, dire delle menzogne, correre o nascondere, credere fermamente a quella cosa della radiografia. 
Ma credo che da questo tipo di caratteri sia stato fatto il nostro 25 aprile.

 

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