Punto

 

Come sa chi ha guardato il volto o la voce di chi ha ricordato, e chi ha guardato invece quelli che ci sono adesso, la morte e la tortura sono la conseguenza di elezione del campo di internamento.
Il campo di internamento è infatti il luogo del ritorno animale, è il luogo dove l’identità storica dell’umano si dissipa, è il luogo dove si azzera la lunga successione di monete celebrali, intellettuali, identitarie, che si sono spese sulla testa di un figlio. Il luogo dove si perde l’indirizzo di casa, il mestiere, la lingua. In questo i campi – da Dachau a Idomeni – sono tutti uguali. Il campo è il luogo dove alcuni uomini tornano cani, e altri vedendo se stessi e ciò da cui provengono – i bisogni, la fame – gli puntano il fucile addosso.
Il campo di internamento è il gioco culturale e collettivo di rimettere in scena il passato e dominarlo.

Nel campo di internamento il forte torna ad essere il forte. E l’intelligente quello che ha bisogno di troppo tempo per campare, al massimo lo sorpassa lo scaltro. Il campo è quello dove la classe sociale è un lontano ricordo, motivo di sapida revanche nei cecchini, e anche la cultura un fiore che si appassisce sull’occhiello del niente. Il campo è una foresta di cemento, il corpo più grosso è quello che può far la differenza. Nel campo non c’è carriera non c’è ascesi, non c’è arte, non c’è partita di calcetto. Il campo è il posto dove devi pisciare, ed è quello che sai di te. Il campo è un posto per le iene e le mignotte.
Forse. Certe ci sono schiattate lo stesso.

Il campo è il gioco perverso dei deboli di spirito. La materializzazione di una carnalità temuta, di un animalesca identità ma gestita. A un tipo bestie vi si oppone un tipo ancora più grave, che dalla bestia fugge e nella bestia cade. L’uomo al bordo del campo ha sempre un filo di bava dalla bocca aperta, ansima nel terrore di se stesso, e ne è ugualmente erotizzato. Da questa miscela onirica e ferina deriva il timbro, la tortura, la fucilata, la variazione estetica sul tipo di morte

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