Il segno della croce. Istanze delle donne e cultura cristiana.

 

Recentemente, ripensando al dibattito sulle questioni di genere– mi sono trovata a constatare come spesso la risposta alle istanze femministe, faccia capo a una loro eventuale convergenza con i dettami della cultura cattolica o più genericamente cristiana. Per esempio, in questi giorni a proposito del Metoo, e dei vari scandali sessuali da Weinstein in poi, si è parlato di puritanesimo, di moralismo di stampo cattolico. Spesso anche in una sostanziale buona fede, alcuni ritengono che a muovere l’ondata di risentimento, sia una sorta di generalizzata paura del sesso, che lo fa schiacciare sulla violenza, e un desiderio di conformismo a una morale dominante, anche questa credo sentita come motivata da una paura interna del potere sessuale. Da un certo punto di vista, è un fatto che mi stupisce. Conoscendo da vicino l’antropologia che connota l’attivismo femminista, con cui spesso mi trovo in una posizione di distanza e di scomodità, so però che se c’è un popolo davvero ostile alla religione e poco compatibile con la Chiesa cattolica, quello è il popolo femminista.
Da un altro punto di vista – forse quello che riguarda le donne che parlano di se e non le femministe attive quella argomentazione indica qualcosa di vero, anche se per quanto mi riguarda quel qualcosa di vero, viene giudicato in maniera diametralmente opposta.

Noi – noi italiani, magari anche italiani di una certa Italia e di un certo contesto – siamo figli di un mondo la cui morale dominante sacralizzava il sesso, e lo faceva tramite le vie antitetiche e parallele della istituzionalizzazione e della demonizzazione. In primo luogo l’atto sessuale era infatti concepito come sofferto traguardo da poter raggiungere dopo una selva di riti iniziatici – corteggiamento, fidanzamento matrimonio fino alla prova ultima della deflorazione testimoniata alla famiglia e al clan. In secondo luogo l’atto sessuale era oggetto di una demonizzazione, ossia di una sacralità alla rovescia: per cui il sesso era rappresentato come regno del male, come luogo della caduta, con eguale produzione di riti recinti e narrazioni collettive: la narrativa della tentazione, la prostituzione fino all’orgia diabolica, lo scambismo e il vasto e pruriginoso arcipelago delle perversioni.
In questa cornice narrativa la libertà di compiere un atto sessuale era particolarmente osteggiata, e lo era ancora di più per le donne. Perché il sesso era identificato con loro con il loro corpo, e la vita di molte dipendeva dal posto che veniva loro assegnato, con la carriera conseguente – se quella della sposa, o della mignotta (oppure in diversi casi, la sposa di Dio). Il sesso era vincolato alla procreazione, il piacere connesso alla trasmissione generazionale.
Il sessantotto – ma soprattutto una coorte di importanti cambiamenti sociali ed economici che lo hanno preparato e gli sono succeduti – primo fra tutti la larga accessibilità alla contraccezione, gli elettrodomestici, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro – hanno scollato parzialmente il ruolo della donna dall’essere prima di tutto mezzo di quella riproduzione, il centro della sacralità del sesso, e quello è stato a sua volta privato del suo potere magico o in altri termini, del suo dazio. Il peccato si è polverizzato in una sessualità quotidiana e accessibile, con gli adolescenti che hanno rapporti sessuali e ne parlano ai genitori, giovanotti devotissimi che cambian idea e concepiscono comunque rapporti prematrimoniali – il sesso è diventato un oggetto vitale ma da prima serata, equiparato ai beni di prima necessità, come una minestra, come un piatto di pasta.

Ma questa è la cosa che noto per le donne soprattutto: prima c’era un forte impedimento ad agire sessualmente il desiderio, mentre era protetta la libertà di ritrarsi. Oggi è molto più garantita la libertà di offrirsi ma è assolutamente coartata la libertà di ritrarsi: se prima una donna doveva giustificarsi per aver desiderio di cedere prima del sacro vincolo del matrimonio, se era un soggetto eversivo perché godeva impunemente in maniera soggettiva, ora c’è una sorta di segreto obbligo culturale alla consumazione sessuale: la donna che dovesse esitare prima di avere un rapporto sessuale viene biasimata socialmente come all’antica, come residuo del mondo cattolico che si è combattuto, ma anche come complessata come soggetto che non ha la necessaria disinvoltura con la sacralità del piatto di pasta.
Perché non vuole mangiare questa donna con me?
O meglio – dovremmo dire spezzando una lancia in onore del transfert – perché non dovrebbe farmi da mangiare, come la mia mamma?

La coartazione dell’atto sessuale, in tempi in cui   questo combaciava ipso facto con una bocca da sfamare, si univa a un modo sessista di guardare alle donne per cui alla fine – sono sempre quelle che obbediscono a una legge dominante, mai quelle che la promuovono insieme agli uomini per loro autentiche motivazioni – per inciso, questa è una relativamente frequente deriva sessista delle prassi femministe, talmente frequente che è uno dei buoni motivi per cui io regolarmente sento di dovermene allontanare. Questo insieme di questioni, ha fatto scotomizzare il fatto che si, quella vecchia prospettiva premoderna e normativa, garantiva la libertà di quei sentimenti che rispetto al sesso e all’atto sessuale chiedevano tempi psichici di negoziazione lunghi, accordi con la propria intima organizzazione emotiva, tempi della relazione a lunga cottura. E mi colpì molto in questo senso, la lungimirante e al tempo dal sapore ferocemente reazionario, dichiarazione che Horkheimer rilasciò nel 1972 in una ultima intervista molto bella prima di morire.
Oggi – cito a memoria perdonatemi – non possiamo più avere Romeo e Giulietta. Oggi Giulietta direbbe: aspettami prendo la pillola e sono subito da te.

Ad oggi la pressione culturale e lo sguardo sessista producono la stessa deformazione speculare e contraria. Se le donne protestano con il metoo, se parlano di contatti sessuali prevaricanti in quanto indesiderati, non stanno rivendicando la libertà dell’atto di sottrazione stanno – al solito – aggregandosi a una presunta morale dominante quanto invisa, oppure al solito . proprio come le loro sorelle puttane di cinquant’anni fa, rsi rendono colpevoli di non accordarsi sempre e comunque alla normativa preferita dall’orizzonte culturale.

Di questo riflesso pavloviano in merito alle motivazioni del femminile a respingere le richieste sessuali indesiderate si possono dire tante cose, la prima è quella che ha mosso questo post – ossia che si è vero che il femminismo e la chiesa cattolica sono due contesti profondamenti antitetici e quasi nemici, per un vasto profluvio di motivazioni che ci porterebbero troppo lontano affrontare qui, ma forse una certa prospettiva normativa aiutava un certo tipo di psicologie femminile, e la maggior parte delle donne in una vasta classe di occasioni – le proteggeva, forse disconoscendole, ma le proteggeva. Il reato d’onore era pur sempre un reato. Un uomo che importuna una donna era qualcuno che violava qualcosa di importante per il collettivo di importante per la donna, con nomi diversi – ma era, la stessa cosa. Scendendo di più nella prospettiva psicologica, che è la mia, ho la sensazione che i processi di crescita di adultizzazione, l’ingresso nel sesso potessero avere sotto quella norma, per altri versi perniciosa e patologica, un più vasto spettro di passaggi graduali. Allargando lo sguardo, anche quel mitologema della natività per me, l’idea di spiegare la prosecuzione della specie fondamentalmente con il miracolo, la sacralizzazione della vita sessuale metteva molte donne in un’organizzazione narrativa che le sosteneva rispetto alla gestione del titanico potere di generare, e al dolore che questo comporta per esempio, quando non ci si riesce, o quando lo si fa ma si vivono conflitti interni.
Quindi capisco perché poi vengono a dire che chi lamenta gli abusi sembra una puritana nemica del sesso. Perché questo è il culmine e il paradosso, il sesso è nel corpo della donna, però la sua identità ha a che fare sempre con gli uomini e se ti sottrai sei nemica del maschio.
Ma non è così che funziona. La libertà è non volerne uno senza che questo precluda di volerne un altro.

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