Le terapie a orientamento analitico. 1 le premesse generali

Le persone che lavorano nella vasta galassia delle psicoterapie, o nella comunque vasta galassia delle psicoterapie a orientamento analitico, si cimentano con un mondo di utenti che per un verso è molto progredito in termini di cultura psicologica, ma al cui interno ancora sopravvivono preconcetti e teorie che rispondono molto poco al mondo materiale delle cure, non solo mondo delle teorie, delle prassi, dei metodi, ma anche mondo dei contesti sociali e di classe.  Certamente per un verso il bisogno di cura psicologica è stato sdoganato e legittimato, così come la lettura psicologica dei fatti sociali e quotidiani una chiave decisamente più adottata oggi di quanto accadesse un tempo, ma forse per il ruolo che hanno le narrazioni culturali  su questi argomenti – dalle vignette ai film, dalle serie agli articoli sulle riviste – vige ancora una confusione molto datata. Mi accorgo per esempio che nell’opinione pubblica anche colta esiste “la psicoanalisi” e poi una serie di psicoterapie non meglio specificate. A volte ci si spinge a sapere l’esistenza dei cognitivisti, quando ci si va con tutta la famiglia si scoprono i familiaristi in particolare sistemico relazionali, dopo di che il nulla. Permane la fascinosa distinzione tra junghiani e freudiani, e per molti  – anche se la formazione junghiana è in realtà la più lunga di tutte e la più severa di tutte per ore di formazione personale addizionali alla didattica – gli junghiani sono i pazzerelli poetici dell’inconscio collettivo.
Questa distinzione in genere è operata pensando ai costrutti. Freud e i suoi sono quelli che ci hanno la fissa del sesso,  e dell’edipo. Jung invece appunto gli archetipi e le cose esoteriche e misteriose. 
Per quanto riguarda i metodi più che altro nella percezione collettiva comunque sono tutti psicoanalisti e bisogna andarci spesso, tipo due volte a settimana, e ci si stende sul lettino.

Il primo clichè di cui dobbiamo occuparci è questo: Freud è l’archeologia, la base di un albero di teorie della grande famiglia psicodinamica, di cui lo junghismo è un ramo certamente tra i più frondosi, ma non l’unico. Dopo di lui sono venuti molti clinici che hanno prodotto nuove teorie e nuove modalità di intervento che oggi sono utilizzati dagli psicoanalisti e dagli psicoterapeuti a orientamento analitico – per fare alcuni esempi, io credo che non esista analista di qualsiasi orientamento che non abbia ben chiaro in testa tutto il pensiero di Melanie Klein, non credo che ci sia analista che per esempio lavori con gli adolescenti che non pensi a Erikson o a un Winnicott. Tuttavia è bene specificare: quando noi parliamo di psicoanalisi il riferimento preciso è un setting di minimo tre volte a settimana, sul lettino, secondo un impianto teorico preciso con un’analista per esempio molto silenzioso per una scelta di metodo che ha profonde radici deontologiche ed epistemologiche, con conseguenze importanti e non meramente “atmosferiche”. Per noi analisti junghiani – che ci chiamiamo psicologi analisti – un’analisi junghiana prevede due sedute a settimana, volendo anche tre ma soprattutto per situazioni specifiche. Dopo di che esiste una vasta congerie di modalità di intervento molto valide anche a una volta a settimana, che però non potranno essere definite analisi, anche se fatte da psicoanalisti o psicologi analisti, o psicoanalisti post freudiani, ma psicoterapie – tuttalpiù analiticamente orientate, o come diciamo ora psicodinamicamente orientate.
L’orientamento psicoanalitico e quello psicodinamico si differenzia dagli altri per l’importanza devoluta al lavoro dell’inconscio, e a tutto ciò che accade al di fuori della coscienza, che arriva al presente da un passato remoto. Quando la terapia è a una volta a settimana questo riferimento all’inconscio è certamente ben presente attivo e funzionale, ma il lavoro è molto meno analitico: si ricordano i sogni con meno facilità, si parla dell’antico passato con minore frequenza, si lavora molto di più sul tempo presente, ossia psicoterapeuticamente. Quando ci si vede più spesso, e magari si usa il lettino – la postura e la maggiore disponibilità di tempo favorisce il ricordo dei sogni, e l’uso di un tempo a parlare di qualcosa che non è quello che è successo ieri.  Non è tanto una questione di profitto, quanto una differenza di metodo.

Le persone invece, specie di una certa estrazione culturale e sociale, tendono a dire che vanno in analisi a prescindere da tecniche e setting. Un po’ per una confusione che circola sugli approcci ma anche perché l’analisi mantiene ancora un notevole charme elitaristico, le stimmate di una appartenenza di classe, si ha come l’impressione che se uno dice: vado in analisi è titolare di una sofferenza connessa anche alla sensibilità e all’intelligenza, forse a una certa cultura, se va in terapia è un po’ più sfortunato, forse ha un problema più vero ma è più banalotto. Lo charme è legato anche ad altri miti per esempio che è molto cara, questo anche a proposito di setting che si mantengono a due sedute a settimana. Questa cosa del prezzo un po’ ha a che fare con lo storico problema che hanno le persone con la tassazione e i costi di tutte le libere professioni. Quando vanno presso il servizio pubblico non hanno chiaro che lo stato sta pagando per loro non solo la retribuzione lavorativa ma anche una quota importante di quello che costa il servizio di cui fruiscono, non pensano alle tasse decurtate dalla busta paga, i contributi pensionistici, e il costo degli spazi che utilizzano per fare i loro incontri medici, per cui rimangono sempre un po’ stupefatti. Molto invece ha a che fare con il mancato riconoscimento di un radicale cambiamento antropologico tra gli psicoterapeuti anche a orientamento analitico perché di fatto l’offerta tariffaria oggi è molto cambiata dal momento che è cambiata non solo l’utenza  – in termini socioeconomici – ma anche l’antropologia dei curanti.

Quando c’era Freud i primi analisti erano per lo più: figli di grandi borghesi capaci nel commercio, abbienti, o nobili con ancora molti beni al sole.  Questi erano i curanti e i loro curati altri elementi dell’altrettanto buona borghesia per quanto in difficoltà. La teoresi delle molte sedute a settimana in realtà corrispondeva a periodi di cura molto più brevi ma comunque per mondi di utenza con altri ritmi di vita e altre possibilità economiche. Erano gli anni dei divani di broccato. Gli analisti di oggi nascono spesso e volentieri come studenti fuori sede che per portare avanti una formazione comunque molto onerosa fanno notevoli sacrifici. Magari vengono da piccoli paesi della provincia, magari abitano lande di classe molto lontane dai divani di broccato. Imparano l’arsenale analitico all’università e alle scuole di specializzazione, aprono i loro studi, ma molti lavorano – anche con grande passione – presso case famiglia, comunità di recupero, servizi sociali – istituzioni del pubblico o del privato sociale dove ci si impegna molte ore, si fanno le notti e si hanno stipendi veramente modesti. Sono calati in mondi esistenziali a loro volta – amici partner pazienti – in cui la situazione economica è spesso precaria, o se è in sicurezza comunque nella diffusa situazione di una contrazione di stipendi e salari, che certo non vale per tutti ma sicuramente vale per molti. Sono dunque spesso e volentieri potentemente scollati dalle fantasiose teorie aristocratiche di cui si sente parlare anche se poi devono mediare con il costo della libera professione. Di fatto oggi circola anche un’offerta che in qualche modo è proporzionale agli stipendi che circolano. Le terapie di fatto si fanno, anche a due volte a settimana, e le fanno oggi – dipendenti di scuola pubblica, operai, bidelle e via di seguito – anche grazie a recenti proposte legislative in materia fiscale.

Alla percezione esoterica del costo esoso, c’è la percezione collettiva di una pratica fantasiosa, letteraria, non regolata, creativa e persino artistica. In fondo negli anni in cui il mondo conosceva i gli studi sull’Isteria di Freud Thorstein Veblen pubblicava il suo meraviglioso teoria della classe agiata, dove i ricchi, ossia i potenziali pazienti sul lettino, erano ritratti come eccentrici bizzarri, desiderosi di esprimere la propria leadership sociale tramite oggetti status connotati da una originalità assoluta. I ricchi di Veblen, e dell’immaginario sociale di ognuno fino a tutto il dopoguerra, erano soggetti eccentrici, capaci cioè di pagarsi lo straordinario il bizzarro, l’inconsueto, il raro, l’inaccessibile. La psicoanalisi dei pionieri era adattissima a questa domanda dell’elite, a questa epistemologia del meglio: un pensiero originale, eversivo, controintuitivo che faceva riferimento alla sessualità e all’infanzia, era davvero adatto al concetto di prestigio di un momento storico

L’istituzione della facoltà di psicologia, più ancora degli iter curriculari delle specializzazioni in psichiatria, unitamente allo sviluppo di presidii pubblici per la salute mentale, anche se oggi purtroppo versano in una grave crisi, hanno modificato la pratica analitica, portando le terapie psicodinamicamente orientate verso uno standard direi quasi un protocollo di intervento che rappresenta anche una protezione per l’utenza. L’università ha svolto nei decenni la funzione di polo laico rispetto le singole scuole di formazione, così come il confronto con colleghi di formazione diversa ha creato delle aree di convergenza. Il giustamente criticato DSM, il manuale delle diagnosi psichiatriche attualmente in uso in tutti i presidi, con tutti i suoi limiti ha costituito nel tempo la base di un lessico condiviso. Ora non è che tutte le associazioni analitiche abbiano lo stesso rapporto con i contesti istituzionali – ancor meno questo si può dire di tutti gli analisti, psicologi analisti o psicoterapeuti a orientamento dinamico, ma insomma oggi, specie per quelli che si sono formati diciamo negli ultimi trent’anni, l’iter di cura implica dei momenti specifici che tutti tra noi riconosciamo come necessari, e che quindi sono molto meno bizzarri esoterici e originali di quanto potesse apparire un tempo: per esempio siamo abituati a formulare un’analisi della domanda.  Dopo di che formuliamo una prima diagnosi. Dopo di che questa prima diagnosi, dopo mesi di colloqui, viene tradotta in  una seconda diagnosi. E via discorrendo verso una serie di parametri che fanno il mestiere, e che servono a valutare l’andamento delle terapie.
Le quali, si constata – è un dato non un pregiudizio – sembrano essere piuttosto lunghe.

Questo non capita davvero sempre, perché ci sono persone che vanno, anche da un’analista per questioni transitorie, per elaborare problemi di piccolo cablaggio, rispetto a un funzionamento nel complesso positivo, efficace. Magari hanno un piccolo problema, oppure sono in un particolare frangente del proprio ciclo di vita che li ha messi in difficoltà. E’ una cosa moderatamente frequente, perché di fatto è vero, le terapie sono lunghe – e spesso sono lunghe anche quelle di altri orientamenti. Personalmente anzi la tendenza a fare terapie lunghe e strutturate per me è una prova di affidabilità – posso inviare pazienti a colleghi cognitivisti – come ce ne sono – che lavorano per qualche anno con i loro pazienti, e lavorare in sinergia con familiaristi e sistemici relazionali, che portano avanti i loro colloqui altrettanto a lungo, rimango perplessa su trattamenti troppo brevi nel tempo.

La ragione della necessità di una lunghezza degli interventi, è nella necessità di procurare cambiamenti che siano profondi e stabili. Noi siamo molto meno facili al cambiamento mediante colloquio di quanto siamo disposti a ritenere, e questo resistenza al cambiamento è una condizione importante della nostra libertà. Se per estinguere un tratto patologico, una coazione a ripetere una serie di abitudini gravemente disfunzionali bastassero poche parole per quanto ben assestate, quanto potremmo considerarci liberi? Quanto saremmo suggestionabili? La resistenza biologica al cambiamento è una prova della nostra identità, e del fatto che per far si che si modifichi abbiamo bisogno di un lento lavoro.

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