Caro Luigi (lettera da Venezia)

Caro Lugi

Sono a Venezia sai, e come tutte le volte che sono qui, quando passo a San Trovaso, al cancello della pensione dove dovevi alloggiare, penso a te, che non sei potuto venire all’ultimo al mio matrimonio, ma soprattutto, alla telefonata di un paio di mesi prima, la telefonata che non volli capire.
Figlietta, mi dicevi, sai che qualsiasi cosa succeda io ti voglio bene lo stesso? Qualsiasi qualsiasi? Certo dissi filiale e giudiziosa mentre dentro qualcosa come un cucciolo di cane puntava le zampe, sai quando tiri il guinzaglio per portarli da una parte e loro non vogliono, e stanno colle zampe stese e il culo dritto.
Quando passo davanti alla pensione  dove dovevi dormire, per fare il mio testimone,  io sento sempre il cucciolo di cane che non vuole andare dove dici tu. 

Avevo organizzato tutto perché tu non dovessi muovere un passo. L’albergo era signorile anzi regale, con un profluvio estremo di velluti e una saputa parsimonia in fatto di broccati – che qui a Venezia ci hanno una psicopatologia dei broccati in plastica e anche dei baldacchini in truciolato con terrificanti intarsietti – tutti sintomi che tu non avendo il tempo di guarire avresti guardato con diagnostica fatica. Non avresti incontrato neanche uno scalino – che dico, neanche un dislivello. Avevo battuto tutti gli alberghi della città a cercare, una stanza dunque non solo epurata dalla perversione casanovesca, ma anche dai gradini, ecco e l’avevo trovata. Avevo pure trovato un signore, mi ricordo, uno che ti doveva prendere in barca e portarti al comune, dove in effetti avresti dovuto fare alcuni scalini ne convengo, ma gli unici eh! E poi questo signore ti avrebbe prelevato di nuovo e ti avrebbe portato a mangiare in un altro posto assolutamente epurato da scalini ma dotato invece di granchi, di cui eri molto goloso.
nvece dicevo, qualche mese prima mi avevi telefonato, eri caduto, eri finito sdraiato per una terribile labirintite, e nessuno ti aveva raccolto per molte ore, ti eri spaventato, lo credo bene, e però non ce l’avevi fatta a dirmi, non posso venire – hai parlato con mio marito, diglielo tu. Dentro la vecchiaia ti aveva dato degli ordini, la morte si avvicinava, e tu qualche mese prima avevi cominciato a prepararmi. Ricordati figlietta, qualsiasi cosa succeda.

Volevo dirti che è servito, ma dopo sai, perché li per li mi arrabbiai moltissimo e mi sentii abbandonata. Mio padre era una presenza evanescente, come dimostrano queste lettere –  ora dico una cosa feroce – mi manchi più te che lui, non te lo dissi perché tu hai avuto paura, e mica l’hai detto a me che non saresti venuto, pochi giorni prima! – ma anche quando poi ci siamo sentiti, io non protestai, avevi una voce flebile e flemmatica, ti difendevi con una sorta di severità, io però mi arrabbiai moltissimo.

Poi mi ritrovai a dover scegliere un testimone in extremis, che è pure una cosa poco carina il concetto di testimone di ripiego diciamo, avevo delle care amiche li, le amiche care di quel momento della vita, la maggior parte delle quali ora è in una vita che non vedo, e io già lo sapevo, che me le sarei perse, si cambia, per questo ci dovevi stare te, e non una di loro, benchè a tutte volessi molto bene e ancora ne voglio. Comunque andò bene sai, fu bello. Venezia era piena di sole, il ristorante mise del ribes in mezzo ai granchi, sui tavoli stavano ciliegie di vetro, io avevo un vestito verde e facevo una scelta felice. Ci furono molti baci.

(Ti ricordi quando ti ho presentato quello che sarebbe stato mio marito? Tu lo esaminasti dettagliatamente, lo interrogasti a lungo – quanto mi piacque!  – ricordo che gli facesti anche delle domande intimidatorie antiche e severissime: la farai felice? Avrai cura di queste mani? Gli dissi in un modo che faceva spavento. Ti sono molto grata di quella domanda.  Fu uno dei più bei regali che mi hai fatto. Oltre alla lettera che mi hai scritto per dirmi che potevo diventare analista, e oltre la borsa che ha aperto la nostra amicizia, il regalo che mi è piaciuto di più).

Ci sono sempre qui a Venezia delle cose che vorrei vedessimo insieme, e specie ora che mi sento professionalmente forte, molto forte, forte delle spinte tue e di altri maestri che ho avuto, maestri che però sono stati solo maestri, adesso sai che mi manca? Mi manca di vedere con te queste cose, i gatti Sandro e Palmira che dormono in calle del Fabbro, la luce a Santa Marta sul far della sera, i granchi con il ribes certamente. Mi manca essere grande con te, che te ne sei andato appena ho cominciato.

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