Madri, padri, figli, periferie dell’etica e gerarchia del potere.

Volevo scrivere alcune righe sulla dolorosa vicenda di Napoli – dove un adolescente è stato violentemente seviziato da tre ragazzi, ha rischiato la vita per questo, e ora è ancora in ospedale anche se sembra stia reagendo bene. Gli facciamo i nostri più sinceri auguri, e speriamo che la famiglia si renda conto che oltre all’affetto e alla vicinanza, questo ragazzo avrà sicuramente bisogno di un percorso che lo aiuti a sistemare la sua vita, e a rimetterla su dei binari percorribili. Già lo stare al mondo con l’obesità stigmatizzata rende l’adolescenza difficile, ma che dopo lo stigma arrivi la garanzia dello sguardo dovuta allo statuto di vittima, è un pensiero che mi suscita ancora più angoscia. Spero che questa famiglia, si renda conto che l’affetto può tanto, ma che l’affetto da solo non basta. Questo ragazzo, che sta dimostrando prontezza e forza d’animo, avrà bisogno di scoprirsi altri pregi, che temo in questo momento gli siano tutti poco visibili e di fare una piccola rivoluzione che dall’umiliazione porti lontano. Un grandissimo in bocca al lupo per lui.

Un grandissimo in bocca al lupo, forse ancora più grande – bisognerebbe recapitarlo anche ai ragazzi che l’hanno seviziato, che mi sembrano in tutto e per tutto intessuti della genuina definizione della perversione – la quale entra in scena quando l’imperativo kantiano dell’etica laica viene tradito: usa l’uomo sempre come fine e mai come mezzo. Quando l’altro viene usato come cosa, come tramite come oggetto, per un altro fine tutto personale e tutto patologico, siamo nel regno della perversione. E qui la perversione abita diversi livelli – è perversione di soggetti, perversione di gruppo, perversione di contesto sociale. Il vantaggio della vittima, è in questo senso il vantaggio della sofferenza, della posizione scomoda della debolezza, quando si sta da quelle parti si ha una fortissima spinta a cambiare. Invece questi ragazzi di ventiquattro anni, che si sono seduti sull’appiccicosa poltrona della cattiveria, della cattiveria che sbava ma trascina il popolo, che solo il cortocircuito col tradimento del corpo ha posto davanti all’enpasse (ossia: se il ragazzino non si metteva a vomitare l’ira di Dio, non ci sarebbe mai stato un casus, e manco una domanda sociale) non so se troveranno una motivazione al cambiamento. Non confido nel carcere, non confido nella famiglia. Mi sembrano psicologicamente malati, e non so se usciranno dalla melma.

Mi ha colpito – come sempre mi colpisce la reazione della madre dell’unico ragazzo fermato. Mi ha ricordato quella volta in cui, parlando con una conoscente di uno stupro di branco avvenuto nel paese dove lei abitava, ha detto: beh la ragazzina se l’è cercata – la ragazzina di quell’episodio aveva undici anni la stuprarono in nove. Mi ha colpito perché vedendo la madre difendere il figlio – non ho visto i cenni di un attrito, di una polpetta avvelenata da ingoiare, per cui si inventa tutta una serie di attenuanti a cercare di occultare la svista morale, l’errore: cose come, lo hanno trascinato, 24 anni e giovane, oppure le varie attenuanti che si chiamano in causa quando un figlio fa qualcosa che non va – il periodo difficile, il lavoro che non va bene, l’amore o chi sa cos’altro. O il comprensibilissimo – non può essere stato lui, mio figlio è un ragazzo tanto ammodo. Questo ordine di reazioni, testimoniano la contraddizione lancinante tra un ordine morale condiviso, e l’amore per ciò di più caro, la convinzione che l’amore era anche passare questo ordine morale, e il doloroso sospetto che quel passaggio non ci sia stato, e tuo figlio non sai chi è e tu genitore ti chiedi che genitore sei stato. Un attrito che è molto doloroso, e da cui è umano scappare, specie in quei momenti in cui l’opinione pubblica attacca i parenti dei colpevoli cercando nella riprovazione verso di loro, la prova di una propria verginità. Sei una merda vero madre di cattivo? Io no, guarda il mio ragazzo proprio un gioiellino.

Capitano spesso però circostanze in cui le reazioni collettive non dovrebbero essere così tranquillizzanti per noi, perché l’abuso incriminato – questi che sodomizzano un adolescente, quelli che picchiano un disabile, gli altri che stuprano una ragazzina – è semplicemente la conseguenza concreta di una scala di valori condivisa, di una serie di graduatorie assegnate, e di azioni prescritte, che non riguarda esclusivamente il comodo concetto del mondo dei giovani, ma riguarda interi spicchi di collettività lasciati alla deriva, dei figli che abusano un altro figlio o un’altra figlia, spesso e volentieri agiscono il mondo dei padri, che nei commenti si fa evidente. Quando l’abuso sessuale è verso una donna – lo schema è più riconoscibile, perché più frequentemente decodificato anche dal femminismo e dal giornalismo: i genitori degli stupratori, dicono che la ragazza se l’è cercata, che è normale che un ragazzo provocato sessualmente abbia di queste reazioni. E si tocca con mano l’idea di un femminile percepito come inferiore, come destinato o a non esprimersi o a subire, perché era bella perché aveva voglia di fare sesso con uno e l’ha fatto capire, ma in quanto femmina non può sparigliare le gerarchie, e quindi come il gruppo la caccia nell’infamia della sua inferiorità tramite lo stupro i familiari ne codificheranno culturalmente il comportamento erigendolo a norma sociale: quella la era una poco di buono.

Qui il meccanismo è lo stesso, per quanto una coltre di borghesia impedisca di vedere come stanno completamente le cose. Il sesso c’è sempre, e a dirla tutta, non posso fare a meno di vedere nella sodomizzazione di un poveraccio l’agito di un’omosessualità altrove trattata come insulto. Il rito ricorda certe inquietanti vicende di guerra – per esempio in Vietnam dove la sodomizzazione era il gesto con cui si sperava di imprimere il marchio della superiorità dell’uno rispetto a un altro. Roba di sesso, di maschi, di parti di se scisse, di riti collettivi. Ma c’è anche, in comune con lo stupro, la reazione codificata di fronte all’anarchico potere del soggetto eccentrico- il quesito che impone la debolezza conclamata la quale è sempre e comunque in questi contesti culturali patogeni, banco di prova del potere nascente, dei piccoli maschi alfa della microcriminalità. Il ragazzino obeso, il disabile, la ragazzetta di undici anni. E’ un gioco ha detto la madre, questo mi ha colpito, non è violenza è un gioco! E io credo che il suo problema di madre, nei toni, nelle espressioni – che potete vedere in questo video – erano altri. Ossia nella scoperta che la cultura borghese a cui non smette di voler giustamente appartenere – dice di essere in attrito con il mondo in cui finora è convissuta. E’ violenza dice l’opinionismo benpensante – no, ti sbagli io conosco i tuoi valori sono anche i miei! La violenza è brutta, questo è un gioco!. Ma dire che è un gioco, vuol dire dichiarare con tanta involontaria semplicità che questi appunto sono i giochini di quel contesto li, e che non si è in grado di riconoscere la violenza, perché quando di mezzo c’è la ludica conferma di una gerarchia, la violenza è il ludico passaggio necessario. Il disabile va marginalizzato, l’obeso va picchiato e la ragazzina stia a casa fare la serva.

Tutto questo non deve essere consolatorio, come è consolatoria di solito la diagnosi psichiatrica che si esprime senza rinforzo sociale. Se esistono mondi culturali diversi, in cui uno dei due sa cosa è male e l’altro non lo sa, vuol dire che il mondo che lo sapeva  a quell’altro non l’ha spiegato.
Quindi in finale, neanche lui ha le idee tanto chiare.

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19 pensieri su “Madri, padri, figli, periferie dell’etica e gerarchia del potere.

  1. Concordo con la tua lucida analisi. E aggiungo, per parte mia, che, più che di spiegazioni di cosa sia male e cosa non lo sia, il mondo ha sempre più bisogno di esempi. Come si comportano, i padri dei ragazzi del branco, con le loro donne? Hanno dato ai figli l’esempio di cosa sia il rispetto? Come commentano in casa i fatti che accadono? Che posizione prendono, quando c’è da dimostrare benevolenza e accettazione del ‘diverso’? Ecco. Quella che un tempo si diceva ‘crisi dei valori’ vediamo che frutti ha dato e sta dando.

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  2. Grazie Costanza. Così è tutto più chiaro: in questi giorni di accerchiamento mediatico sulla vicenda mi sono molto interrogata per cercare di capire quanto tempo è necessario per accettare l’idea che un proprio caro – e un figlio in modo speciale – sia colpevole di un atto criminoso. Ma forse chi ha l’etica condivisa di cui parli, avrebbe cercato altre parole. Qui – e altrove – c’è un male non riconosciuto come tale non la negazione che il male sia stato commesso. Un ultimissima cosa: a me colpisce l’infasto ruolo dei media: i familiari – sia delle vittime sia dei colpevoli – dovrebbero essere lasciati fuori. In questo caso la vicenda è tracimata anche perché ho letto di uno scontro tra le due famiglie – dove la famiglia del colpevole è andata a protestare sotto la casa del ragazzo violentato e quasi ucciso. Ma più in generale credo vada lasciato alle persone uno spazio in cui riprendersi e farsi due quiz. Anche se non si tratta del caso specifico.
    Chi aiuterà il ragazzo colpito? Non basta l’amore – scrivi tu – e ci sono servizi in grado di farsi carico? Così come, dopo la condanna anche penale, un percorso terapeutico dovrebbe essere indicato anche per i colpevoli. Non è giustificazionismo: abbiamo bisogno di una società capace di trasmettere l’etica minima condivisa anche dove le relazioni più strette hanno fallito.

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  3. Ecco, meno male che non sono solo io ad angosciarmi per entrambe le parti, anche se i 24-enni e le loro famiglie le prenderei pure volentieri a calci, che magari i calci li capiscono. Come sempre la letteratura è consolatoria, mi ricordo in questi casi la scena di Captain’s Corelli Mandolin in cui la madre che scopre il figlio partigiano appena tornato e in procinto di violentare l’ ex fidanzata lo disconosce e maledice e lui va ad affogarsi, cosa che per un pescatore forse ci vuole tanta convinzione per riuscirci. Ma hai ragione tu che non ci sono consolazioni e remissioni di peccato

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  4. Mi ha colpito da subito, ascoltando la madre del ragazzo arrestato, che non si trattava di una comprensibile reazione di scusa del figlio ma di una perversa condivisione di “valori” che le impedisce di distinguere tra gioco andato male e terribile violenza gratuita. Penso anche che questa sia addirittura la causa del comportamento del figlio, questa condivisione di valori, che naturalmente non è solo della madre ma del contesto sociale avariato, degradato e eticamente poverissimo. Un’altra cosa mi ha colpito, ed è che tra le reazioni in rete le più comuni sono invocazioni alla pena, alla punizione dei colpevoli, spesso peraltro violenta: picchiarli, ucciderli, sodomizzarli, far loro lo stesso o di peggio, chiuderli a pane e acqua e buttar via la chiave. Alla violenza si risponde con la violenza, e persino a livello di autorità la prima cosa che si vuole statuire è la pena esemplare. Sembra che si preferisca non farsi domande su come questo sia potuto accadere, su come lavorare perché questo non accada più. La pena dev’essere severa ma è proprio il concetto di “esemplare”, il pensare che in quel contesto sociale gli “esempi” funzionino, che mi lascia senza parole.

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  5. D’accordo su tutto, però non so se l’obesità c’entri molto. Il ragazzo può usare il motorino quindi non credo sia un caso limite, e a Napoli ho visto persone obese molto rispettate.
    Io credo invece che in certe situazioni contino i segnali corporei e verbali che provengono dalla vittima e la identificano come appartenente alla categoria beta, dunque preda degli alfa.
    Io ho fatto il militare molto tempo fa e ho visto ragazzoni con fisico da culturisti che avevano subito cose pazzesche, come ad esempio bere l’urina dei muli, tanto per stare su quelle più soft. Al contrario certi mingherlini o sovrappeso nessuno osava toccarli.

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    • E quindi ? cosa significa il suo commento ? beta ,alfa ,ma non mi faccia ridere ….non è il caso, il ragazzo è una persona e come tale va rispettata . Vogliamo tornare alle razze superiori ?

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  6. Inoltre, il conflitto col mondo borghese è solo apparente o comunque nella sensibilità della madre. Perchè la società liberale fa della competitività un pilastro fondativo: credo che il bullismo in età adolescenziale, il rimarcare il potere nascente a spese del diverso, sia un modo per consolidare la parte competitiva di sè, di rinforzare la prorpia autostima a spese di altri. Quindi secondo me non è che la società consapevole che è sbagliato non si è spiegata: semplicemente lo considera giusto e si rifiuta di ammetterlo in modo esplicito.

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  7. Come al solito cogli molti punti nevralgici. A me ha colpito la giustificazione cieca “era uno scherzo finito male, non volevano, non si rendevano conto…..”. Detto di tre persone di 24 anni. Cos’è questa eterna deresponsabilizzazione, questo eterno stato di limbo per cui ancora a 24 anni si viene considerati bambini che giocano?

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  8. grazie a tutti dei commenti davvero.
    Alcune note.
    Il caso del ragazzo vittima può essere senz’altro preso in carico dai servizi territoriali, ma sarebbe davvero auspicabile che trovasse un centro clinico dove sia seguito da un’equipe e dove si prenda anche la questione delle problematiche pregresse l’incidente e eventualmente il problema di alimentazione, che sia, o endocrinologico che sia. Per i ragazzi colpevoli la faccenda è più complicata. All’interno delle carceri la presenza di psicoterapeuti è discontinua, regolata dalle direzioni stesse. Se poi in carcere ci stanno poco, è più difficile che loro e le loro famiglia arrivino alla consapevolezza che c’è bisogno di un intervento. Invece il bisogno sarebbe veramente estremo.
    Non sono d’accordo sul cortocircuitare questi comportamenti con la mentalità che noi comunemente chiamiamo urbana, o borghese, la quale secondo me ha altri tipi di nefandezze, ma strutturalmente a queste, che affondano le radici in altre organizzazioni sociali fa da argine.
    Un benvenuto a Meripersempre. “Maschio alfa” è scritto naturalmente con doloroso sarcasmo. Credo che dovrebbe rileggere meglio tutto il post, perchè forse non ne ha capito molto il senso.

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  9. Quindi in sostanza tu parli di un mondo culturale (la provincia di Napoli, o larghe fette della sua popolazione?) che non sa cos’è il male e, ancor di più lo confonde col gioco. Io credo invece che le madri siano perfettamente consapevoli della nefandezza compiuta dei figli, e il loro sia un semplice tentativo – banale, assurdo, infantile – di salvare loro il culetto, per quanto possano riuscirci. Un po’ scappano, psicologicamente scappano, come dici tu, per l’attrito tra ordine morale e amore (e quindi, appunto, lo sanno bene che quel “gioco” non è ordinario), un po’ fanno le mamme coraggio al rovescio, difendendo ciò che non si può difendere. Sono convinta che queste stesse mamme a scuola hanno avuto da ridire con gli insegnanti anche solo se ai figli rubavano un evidenziatore. Hanno saputo recitare profonda sensibilità, per il loro interesse, in altre occasioni, sono sicura. La sanno lunga. Lavoro e vivo da queste parti. Non è tutto così. A scuola stamattina e ieri erano indignati. E non so se, in questi casi, la colpa è del mondo che sa – sono psicologicamente malati, lo hai scritto tu, credo li si possa astrarre dal contesto, e non perché mi interessi difendere a priori queste zone.
    Le madri mentono per salvare i figli, non è vero che l’idea di “gioco” qui è questa.

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  10. 1. I larghi strati riguardano le aree di deriva di tutte il paese: da Trento a Caltanissetta.
    2. se una madre difende un figlio perchè s’è rubato un evidenziatore di fronte a un insegnante – discrimina un’ordine diverso, ma ipso facto dimostra una diversa scala di valori – percepisce una distanza. Non condividiamo l’idea di bene e di male.

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  11. Intendevo che difende il figlio al quale hanno rubato un evidenziatore, come se fosse vittima di un grave sopruso, quindi mostrando un certo istrionismo disonesto, consapevole, a saper stare da entrambe le parti, anche per cose meno gravi. L’idea del bene e del male, della violenza, anche di una certa sensibilità e paradossalmente delicatezza per i bisogni dei minori non è diversa – c’è un’ umanità pazzesca – è diverso e patologico il rapporto con le regole, col senso civico e di responsabilità, e le derive a cui questo porta. Quindi non tanto i valori in sé ma il rapporto civico con essi. In questo senso il disastro (del mondo che sa?) si tocca con le mani. Ma, almeno da queste parti, ed ora la rimarco io la territorialità, è una vecchia storia.

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  12. Io sono totalmente d’accordo con chi ha detto che la distanza etica non è poi così tanta, nel momento in cui chi avrebbe i mezzi per distinguere persegue l’idea della società come competizione. Idea che, una volta socialmente metabolizzata, viene naturalmente interpretata da ognuno con i mezzi che ha a sua disposizione – e quindi, se il quadro è quello, anche col bullismo.

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  13. Ricapitoliamo: una fetta di collettività all’interno di “larghi strati di aree di deriva” (nello specifico, la provincia di Napoli) non “sa” cosa sia il male a meno che “la cultura borghese” non glielo esplichi. Dunque, questi “spicchi di collettività lasciati alla deriva” non hanno strumenti etici o morali per la definizione (indipendente e autonoma dalla cultura e norma borghese che ha anche compito normalizzante, ça va sans dire) dello stupro e delle sevizie come profondamente errati, gravemente criminosi o quantomeno causa di profonda sofferenza per chi le subisce. Costoro non hanno humanitas, umanità. Dunque non sono umani. Saranno dei subumani, ne deduco. La povertà economica, intellettuale e sociale non permette di riconoscere lo stupro dei “figli che abusano un altro figlio o un’altra figlia” quale, quantomeno, un tabù di freudiana memoria. E io che ho atteso per giorni di leggere questo post! me miserrima…. Ad ogni modo, ritengo probabile che la madre sia perfettamente conscia della gravità dell’atto di suo figlio, tanto è vero che il padre ha immediatamente tentato di sminuirlo dicendo che “non c’è stata malizia, l’ha fatto con i pantaloni alzati, mica gli ha abbassato i pantaloni mio figlio, mica l’ha spogliato, gli ha messo il tubo da fuori ai pantaloni”. E’ la più che nota logica tribale, logica di appartenenza, la logica di clan (clan in senso etnoantropologico sia chiaro) che impone ad una madre e ad un padre di difendere ad oltranza un figlio stupratore. I figli so piezz ‘e core, mica vale solo se lo scrive Garcia Lorca in Andalusia. Il ragazzino 14enne, come si nota dalle seppur scarse foto pubblicate, non era nè obeso nè gravemente in sovrappeso. In una città che conta molti obesi e non ha di certo il mito femminile della taglia 40, ma che anzi fa della buona cucina vanto e gloria, non credo che sia questa la molla che abbia fatto scattare la violenza nei confronti del ragazzino. Violenza che ricordiamo è per prima cosa una violenza sessuale, che poco ha a che vedere col peso e la stazza. Se avessero voluto umiliarlo per il peso si sarebbero potuti concentrare su altri “giochi” più concernenti. La violenza esplicitamente sessuale mi da l’impressione che il ragazzino sia stato preso di mira per una presunta omosessualità, o magari soltanto per atteggiamenti, movenze, gesti riconducili all’omosessualità e stato punito per questa. L’unica cosa certa è che questo stupratore avrà “agito il mondo dei padri”. Le vittime si fanno molto spesso carnefici e non solo nella borghesia illuminata, a quanto pare.

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  14. La ricapitolazione iniziale è sbagliata, come ho scritto in altro commento. Ossia, per me questi larghi strati ci sono ovunque. Credo che sia anche importante esprimere la lontananza e il distacco e persino il disprezzo che a qualcuno qui ha disturbato. Non me ne pento. Non ho parlato manco lontanamente di non umani sub umani o che, ma penso che degli anticorpi psicologici ed etici siano perduti e non vedo perchè far finta del contrario. Interessante l’osservazione sulla logica di clan, la condivido. Ma non è che mi renda contentona o che sovverta minimamente l’angoscia che mi provoca tutta questa vicenda, o mi testimoni della sopravvivenza di quegli anticorpi solo di marca diversa.

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  15. Il termine subumano è mio e solo mio, ed è dedotto dagli stralci di cui sopra. Se si vuol fare “diagnosi psichica” di di “mondi culturali diversi”, beh allora bisogna per lo meno esperirli per bene. Maneggiando quella collettività ed esperendo quella specifica realtà si vedrà chiaramente che lo stupro femminile è ancora fortemente sanzionato all’interno della comunità. E comporta pene informali durissime. Che il femminile non è percepito come “inferiore, come destinato o a non esprimersi o a subire”, ma che anzi la maggioranza delle famiglie sono matriarcali, con una forte castrazione psichica dell’uomo. Per questo ritengo che in quella determinata realtà “gli anticorpi psicologici ed etici” non “siano affatto perduti” ma che resistano e vengano puntualmente applicati. Diverso è il caso dell’omofobia, fenomeno nuovissimo e sconosciuto in quell’area sociale (che vanta una storica tolleranza e apertura al mondo transessuale, i femminielli, e all’omosessualità anche femminile) ma che si scopre in questi ultimissimi anni in fortissima ascesa. Concordo invece con “la sodomizzazione come gesto con cui si spera di imprimere il marchio della superiorità dell’uno rispetto a un altro. Roba di sesso, di maschi, di parti di se scisse, di riti collettivi, banco di prova del potere nascente, dei piccoli maschi alfa della microcriminalità”. Il 24enne voleva fare il gradasso, guadagnare rispetto, estendere la microrete di potere. Ma il corpo dell’altro l’ha tradito. Per il resto, grazie.

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    • Nella mia esperienza professionale, sullo stupro ho dedotto proprio il contrario Rimonella. Così come non penso, che la questione omosessualità qui sia preponderante, ma solo parte del linguaggio.
      Io credo che noi partiamo da posizioni a monte completamente diverse, in ragione delle quali penso che non riusciremmo molto a venirci in contro. In ogni caso – grazie anche a te del contributo.

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