blimunda 2.0

Come tutti state constatando leggendo pagine di giornale, girando per la rete, ascoltando telegiornali, l’opinione pubblica si sta infiammando per la vicenda del piccolo Loris, e l’arresto della sua giovane madre, sospetta di averlo ucciso. Prima ancora di avere una verità processuale – che a dirla tutta non sempre combacia con la verità dei fatti – l’opinione pubblica si è già slanciata contro Veronica Panarello, persuasa e anzi bisognosa di vedere il quadro emergere dai tratti delle testimonianze attendibili e delle confessione non rese, ansiosa di poter condannare un personaggio pubblico su cui cade perfettamente il vestito della condanna: è giovane, graziosa, periferica con tristi storie alle spalle, inquietanti tentativi di suicidio e perfettamente povera.
Le streghe in effetti, come ricorda in sintesi questo bell’articolo di Helena Janeczek, non sono mai ricche.

Come ho già scritto altrove, non dovrebbe stare a noi esprimere condanne che non ci competono. Dovremmo, se non per rispetto verso l’umano che anche noi siamo, tutelare la democrazia che abbiamo costruito, la divisione dei poteri che ci protegge dagli abusi, la ragion d’essere di quegli iter noiosi e ammorbanti, i quali sono nati per rispettare in nostro essere cittadini, il nostro non essere incriminati senza prove definitive. Se non ci riusciamo, vale per Berlusconi come per la ragazzina ai confini del regno dobbiamo chiederci a cosa ci serve questa urgenza di cappio al collo, questa corsa alla sentenza – che ogni a volta, a seconda del crimine indagato ha ragioni culturali e psicosociali diverse.

Per quel che concerne questo crimine, l’infanticidio proporrei alcune brevi riflessioni.
Nella vicenda di Loris aleggia il fantasma minaccioso della madre che uccide il bambino. E’ una possibilità che rasenta la certezza, ma siccome non ci sono prove schiaccianti né confessioni – esiste uno scarto tra reale e supposto e quello scarto è meno sopportabile della verità definitiva. Lo scarto infatti rinvia alla possibilità al poter scegliere se uccidere o meno, e nello specifico a due possibilità come dire filosofiche ed esistenziali: il potere dell’umano di uccidere la sua eredità e il potere del femminile e del materno di uccidere ciò che crea. Vorrei che ci soffermassimo a riflettere su questa questione del potere del femminile e sul doppio significato che ha, di scelta e di superiorità rispetto ad altri. Il femminile può creare, e in ragione della relazione con ciò che crea può anche eliminare.

In tempi in cui il femminismo ha fin troppe gatte da pelare per far riconoscere l’urgenza di un trattamento paritario dal punto di vista economico e giuridico per le cittadine, che perdono il lavoro, che non hanno servizi alla famiglia, che non hanno pubblico riconoscimento, la differenza ontologica tra maschile e femminile, tra il fatto che uno non genera e l’altra genera, l’asimmetria simbolica nell’immaginario per cui il figlio sta nella pancia della donna non in quella dell’uomo, viene regolarmente scotomizzata perché crea una variabile scomoda da gestire nel discorso pubblico dei diritti, chiede di prendere sul serio la responsabilità della nascita e di integrare la logica naturale in quella collettiva senza cedere a prospettive reazionarie. Però quell’asimmetria esiste ancora, e alle volte mi chiedo se non sia la base psicodinamica della caccia alle streghe, giustamente citata da Helena: il maschile circonfonde di magico il femminile per un potere da cui è precluso, che gli suscita un’invidia intollerabile e che lo fa sentire ricattato: ogni volta che pensa alla morte, il suo futuro è nel ventre della donna. La compensazione pubblica di potere di affermazione di fuga metafisica non basta mai ad annullare l’esperienza psichica spesso inconscia del limite della dipendenza metafisica di fronte a cui l’uomo sta quando si confronta con la gravidanza. Non a caso, molte storie di violenza di genere nella coppia cominciano con la prima gravidanza della compagna, e non a caso, in tempi di pochi figli ritornano le campagne e le politiche contro l’aborto. Di questa invidia del potere generativo del femminile si sono occupate diverse psicoanaliste, Karen Horney Prima, Melanie Klein dopo – che forse sarebbe il caso di rispolverare.

Così come penso la percezione di questo potere crei nelle donne cortocircuiti difficili da sostenere, una sorta di spavento pensando a se stesse, e una sorta di colpa pensando a questo potere, sentimenti che una facile condanna permette di controllare, mettendo addosso alla colpevole designata – la strega, la blimunda di nuova generazione – tutto quell’immaginario spaventoso che le angoscia rispetto a ciò che possono. Alcune allora diranno: lei è la cattiveria che io non sono. Altre diranno tutte abbiamo questa terribile cattiveria. La colpevolizzazione collettiva che celebra e allo stesso tempo detesta il potere di vita o di morte su ciò che si genera ed è piccolo e non sa difendersi e si fida, e Dio! tanto è debole tanto è vitale per la nostra sopravvivenza, offre un placebo per tutti.

Ma rimedi per nessuno.
Dovremmo assumerci la nostra responsabilità nel proteggere il nostro potere di specie. E non possiamo farlo linciando la madre infanticida neanche qualora confessasse. Non si ammansisce il potere con sacrifici tribali, perché lo si rende infatti più tremendo e bizzarro e minaccioso. Ho idea che più si celebra il male con la morbosità di una invidia culturalmente narrata più il male avrà desiderio di esprimersi in quel modo. Più si condannerà in gossip di cattivo gusto una vicenda che in questo modo diventa metafisica, più si provocherà un regresso culturale che porterà ad altri fenomeni come questo.
Dobbiamo invece usare, certi noiosi meccanismi di difesa che sono dell’individuo e delle culture evolute. E sono le analisi psicologiche e psichiatriche, le analisi sociali ed economiche, le indagini sulla realtà delle cose, che permettono di desacralizzare un po’ qualcosa che ci terrorizza di questo potere del generare e del distruggere, e ce lo fanno amministrare meglio.
E si può cominciare dal dirsi: una donna come apriori, può generare e può uccidere ciò che ha generato. A posteriori ogni donna e ogni coppia ha la sua storia, le sue circostanze psichiche ed economiche. E alcune potranno fare un gesto, e altre no. Studiamo perché succede che certe possono fare quel gesto, a aiutiamole a non farlo il più tempestivamente possibile. La desacralizzazione va insieme a strategie banali quanto necessarie: c’è una correlazione tra abuso subito e abuso perpetrato, dunque interveniamo su questi abusi. Cose banali ci vogliono, come un servizio pubblico che prenda in carico seriamente con interventi capillari una ragazzina giovane giovane che tenta il suicidio, come un territorio che offra un nido dove una figlia stia al riparo per buona parte della giornata da una famiglia abusante.

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4 pensieri su “blimunda 2.0

  1. Costanza, trovo che questo sia davvero un gran post. L’ho condiviso parecchio su FB, spero non ti dispiaccia se l’ho fatto senza chiedertene il permesso.

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  2. Sulla percezione pubblica dei personaggi femminili che popolano la cronaca e su come essa sia rivelatori dei nostri peggiori incubi, noto che tendo a vederla esattamente come te.

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