Storia di un posacenere (a mio padre)

Solo raramente ci sedevamo in un bar o in un caffè – e quella rarità per me non era oggetto di interrogativi, ma un ordine naturale delle cose, un dover essere scritto, una regola sancita. Sedersi nei caffè implicava un costo aggiuntivo che non aveva ragione di essere, un costo troppo effimero specie per la quotidianità invernale. Il gelato seduti, era per esempio una prassi tipica della villeggiatura, una cosa agostana da fare rigorosamente abbronzati e all’aperto con tante altre persone da vedere solo l’estate e con cui ridere nel tardo pomeriggio. 

Tuttavia, pure se avevamo il cappotto ed eravamo solo in tre, quella volta prendemmo posto.
Doveva essere stato per un’atmosfera di levità che circolava in famiglia, un senso di unione casuale che doveva essersi materializzato poco prima- magari cantando una canzone, magari ridendo di qualcosa tutt’insieme, doveva esserci stata una folata di lessico familiare.
Ci sedemmo dunque. Il bar era grande, elegante e pieno di specchi, e aveva le tazzine e i posaceneri orlati di oro e merletti, luccicavano i bottoni dei camerieri e gli ottoni delle vetrine, e c’erano rustici di una perfezione nobiliare, pizzette dai colori struggenti, io avevo otto anni e mi ricordo ancora il senso di divertimento, la goduria dell’insolito. Forse avrò preso una cioccolata calda, forse delle paste.
I miei genitori presero un caffè.
E tutti i tavoli, tantissimi tavoli per tantissime stanze mi sembrò, avevano un posacenere orlato di oro e merletto con il nome del bar scritto dentro, in corsivo, e sia io che mia madre li trovavamo bellissimi – anzi, li guardavamo con improvvida e garibaldina lussuria. Perché per la verità, specialmente al mare in agosto, ogni tanto ci piaceva portarceli via i posacenere dei bar, o anche che ne so, un cucchiaino, o il piattino di una tazzina. E io adoravo questa cosa di mia madre. Perché era come se tornasse bambina, come se coltivasse qualcosa di anarchico di disubbediente, qualcosa di quando era come me. Mia mamma rubava i posaceneri in un teatrino che era un po’ per me un po’ per se, roteando gli occhi come se fosse un fumetto, ammiccando ai camerieri spesso impassibili, e i proprietari dei bar erano come i nostri genitori. 

Tornavamo a casa, e per un po’ il nuovo posacenere troneggiava nel mezzo del salotto come se fosse il più prestigioso dei pezzi di antiquariato. Poi piano piano perdeva rango, di lavaggio in lavaggio scivolava fuori dalla stanza, prima indugiava nel limbo dell’ingresso, poi caracollava fino al mobile del corridoio, fino a venire archiviato in cucina, alle volte nell’indecorosa funzione della scodella per gatti. E mi credevo che mio padre non sapesse niente. Mi credevo che per lui questi piattini spurii, isolati che fiorivano negli armadi come margherite nelle aiuole fossero un esito delle stagioni domestiche, il flusso delle stoviglie che gira sui tavoli, che entra dai negozi e dai regali, mi credevo che mio padre non li vedesse questi piattini, come non vedesse il resto, per via della priorità che sempre sembrava avere per lui, un suo mondo personale lontano inaccessibile e molto meno prosaico del nostro. 

E allora quella volta, mia madre anche rubò per me e per se il posacenere del bar di lusso, e forse un cameriere la vide da uno degli specchi perché sembrò fissarla con particolare riprovazione, se non sdegno, e questo contribuì moltissimo al nostro divertimento, diede un tono spregiudicato, sancì in maniera incontrovertibile il sapore della malafatta e solo per quello credo che ne avremmo rubati almeno altri dieci, se solo ne avessimo avuto la possibilità. All’uscita dal bar ridevamo contente, anche se lei era forse un po’ nervosa, e io mi misi a frugarle nella borsa per tirare fuori la preda e mostrarla a mio padre. E mi ricordo che era sera, forse si era proprio nei giorni di natale, la vecchia piazza romana era piena di luci, io saltavo come un grillo e mia madre cercava di zittirmi imbarazzata.
Invano.

Papà guarda!
E mio padre guardò, e invece di essere contento e ridere con noi, non fu contento affatto e disse con una severità che non gli avrei incontrato una seconda volta. Vergognatevi, non si fa. Ma papà è solo un posacenere, ne hanno un sacco. Vergognatevi non si fa. Ma papà ne rompono uno al giorno. Ladre, siete delle ladre, vergognatevi. E non disse altro. E noi continuammo a essere contente per un po’ anche se ci vergognavamo del fatto di essere contente. Cercavamo di far finta di essere serie, e non tirammo fuori il posacenere dalla borsa, e a casa il posacenere andò subito in cucina, senza neanche un giorno di gloria vicino al vaso dei fiori freschi. E quello fu l’ultimo dei nostri posaceneri. 

(Ha sempre avuto un senso del giusto e dell’ingiusto quasi giusnaturalista, senza alibi di differenza di classe, di privilegio o assenza di privilegio. Mia madre è sempre stata più edonista e liquida di lui, e si perdonava peccati veniali per la consapevolezza, a ragione direi, di una solida etica di fondo. Forse si perdonava, questo a torto, anche se suo malgrado senza saperlo, perché si sentiva protetta da una appartenenza di classe – senza quel bel cappotto la marachella non era più una marachella, e il cameriere l’avrebbe rincorsa. E infine per quanto in una forma piuttosto disgraziata, mia madre aveva un codice familiare da sfidare, una lotta edipica da consumare.
Mio padre, non ha mai concepito queste distinzioni, non c’è alibi, non c’è scala, non c’è sfumatura. L’etica è un salto da fare a piedi uniti. E infine, figlio di suicida, non ha mai avuto niente da dissacrare, perchè per lui tutto è stato sempre troppo sacro.

Ma quello fu il mio ingresso nei dieci comandamenti, e gliene sono grata).

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