Un post junghiano. Sull’Ombra

 

Tra le tante retoriche collettive che circolano intorno alla costellazione società – benessere – malessere – psicologia, ci si imbatte a ritmo regolare nella teoria secondo cui: la nostra società è malata e in verità a denunciare un sintomo sono persone che starebbero benissimo, e proprio perché sono sane con valori sani e risorse sane si troverebbero a disagio in una contestualità malata –  ed è per questo che soffrirebbero. Questo tipo di retorica è spesso a fondamento per esempio delle organizzazioni settarie, o di certi gruppi che hanno una connotazione ambivalente, oppure che si connotano per la gestione delle dipendenze. E’ una retorica per esempio che ritorna frequentemente all’interno dell’alcolisti anonimi, ed è una concezione che reiteratamente ritorna nei gruppi di associazioni che si occupano di droga.
In quei contesti la giustificazione reale deriva anche dal fatto che spesso è il gruppo sociale a rafforzare il sintomo di cui le persone cercano di liberarsi.

 

Questo tipo di retorica ha anche antesignani illustri tra gli psicologi di ispirazione marxista – vedi l’asse Reich Marcuse –  e ancora oggi qualche collega la condivide: recentemente su Facebook ha avuto molte condivisioni un post di una psicologa, secondo cui andrebbero in terapia spesso persone sane e creative, portatrici di valori salubri ma minoritari, in difficoltà per il fatto di essere sane in una società malata – dominata dalla sopraffazione e dalla concorrenza. Me lo ha segnalato l’amica e giornalista Antonella Viale sentendosi disturbata da qualcosa che non le tornava ma non sapendo esattamente però che cosa. Secondo l’articolo infatti, farebbero richiesta di terapia persone che non avrebbero particolari problematiche, ma che anzi starebbero anche bene, avrebbero tante risorse, e nessuno dei difetti che invece apparterrebbero al nostro contesto culturale: non sarebbero competitive, non sarebbero arriviste, non sarebbero in contatto con valori di maggioranza. Non cito la fonte perché non è importantissimo e dopo tutto si tratta di un testo molto informale – lo riprendo perché risponde appunto a questo pensiero diffuso: i malati siamo noi! Cantava infatti Gaber già un tempo, pervaso da certi davvero ottimi sentimenti per cui l’ho sempre ascoltato con sospetto.
Ora io ho una stima fortissima dei miei pazienti e dei pazienti tutti, non tanto perché siano persone più sane e creative di altre, in verità ve ne è di più sane e di meno sane, di più creative e di meno creative, così come ci sono pazienti che sono molto competitivi e coesi con certi assetti valoriali dominanti e pazienti che non lo sono affatto, ma ecco sono persone che pensano di decostruire la propria storia e di rimetterla in gioco, di rinunciare a delle sicurezze per rivedere il proprio modo di parlare e di camminare, e questo è per me molto coraggioso. Per il resto, banalmente, continuo a pensare che se non ci fosse stato un problema non avrebbero fatto richiesta di una terapia e se fanno richiesta di terapia è perché per me interpretano correttamente, cioè come area problematica che va analizzata, la loro difficoltà a raggiungere i propri scopi nel proprio contesto.

 

Proprio in questi giorni facevo infatti una considerazione particolarmente amara, in merito alla salute psichica degli individui. Consideravo infatti che un individuo mediamente sano, psicologicamente parlando, ha la strumentazione di bordo sufficiente per adattarsi alle peggiori circostanze. Quella considerazione mi riusciva particolarmente pessimista perché vi trovavo la chiave di volta quanto del successo della nostra specie, quanto la garanzia della sua estinzione: la nostra incredibile capacità adattiva ci ha infatti resi capaci di resistere a circostanze avverse di vario ordine e grado, facendoci vincere sulle altre specie, ma ci rende anche singolarmente capaci di adattarci alle condizioni di disagio che noi stessi produciamo. Questa capacità adattiva non passa solo attraverso il reperimento di riserve intellettuali ed emotive per arrangiarsi in una situazione che non ci piace affatto, ma temo che più spesso di quanto crediamo passi dalla categorizzazione di una modesta preoccupazione e di un modesto disagio a proposito di circostanze che per noi non siano immediatamente pericolose. Non a caso, la lungimiranza è un pregio degli intelligenti e degli eletti, non di tutti, l’intolleranza al sopruso con la reazione di conseguenza scelta di certi tipi di persone più irruente e attive di altre. (Basti vedere le reazioni di tranquilla perplessità quando va bene di fronte alle spaventose variazioni climatiche a cui stiamo assistendo).

Tutte queste riflessioni si sono andate a sovrapporre a certe letture che stavo facendo, ossia gli Studi sull’Ombra di Trevi e Romano.
L’Ombra è un concetto junghiano poetico e suggestivo, con il quale si va a designare, su un doppio livello se non triplo (archetipo, figura archetipica e fenomenologia, ma noi per semplicità archetipo e figura archetipica li mettiamo insieme) quanto della nostra personalità individuale e collettiva non accettiamo volentieri come nostro, e unitariamente quanto di nostro rimane nell’oscuro nel non visto e quindi viene percepito come minaccioso. Nel cono dell’ombra quindi mettiamo sia questioni sgradevoli e antipatiche della nostra personalità, sia suggestioni spaventose e angoscianti. Il doppio livello riguarda in un primo luogo, fenomeni d’ombra ossia comportamenti episodi e quant’altro riguardi il non accettato e disturbante, in secondo luogo le strutture psichiche e cognitive che presiedono a quei fenomeni, strutture che gli junghiani organizzano con il lemma di figure archetipiche, ma che hanno anche tante interessanti esemplificazioni nei paradigmi teorici di altre scuole. Per esempio una buona traduzione postfreudiana del concetto d’ombra nei suoi due livelli sono i meccanismi difensivi di proiezione, scissione e identificazione proiettiva – come organizzazioni dinamiche dell’Ombra, mentre i contenuti che manipolano sono gli aspetti d’ombra fenomenologicamente parlando. Tradotto in termini pratici: le persone petulanti e aggressive avranno la loro Ombra in altre persone che descriveranno come petulanti e aggressive per esempio, perché proiettano addosso ad altri aspetti di se che non vogliono vedere di se, mentre altre persone che avrebbero desiderio di vivere la propria aggressività provocheranno la rabbia in altri per poterla controllare tramite l’identificazione proiettiva – pur proponendosi come persone apparentemente pacifiche.

 

L’ombra dunque è il lemma junghiano del negativo, con tutte le implicazioni filosofiche del caso: come assenza di luce che connota la luce, come confine opaco che conferisce spessore e tridimensionalità all’esperienza, e quindi sul piano individuale come funzione logica della tridimensionalità di una soggettività: presuppone una posizione filosofica al problema del male istituendolo come necessità logica, come elemento la cui presenza serve a connaturare l’identità e la storia di gruppi come di soggetti. Il che naturalmente non vuol dire, che tutto quello che si identifica con l’ombra sia cosa buona e giusta, ma che un sano processo di individuazione in solitaria o dento una stanza d’analisi implichi l’acquisizione di aspetti d’ombra di se, e l’iscrizione di questi aspetti nella propria storia – con tutte le implicazioni del caso.

 

Quella retorica condivisa di cui allora parlavo all’inizio del post rappresenta uno dei possibili problemi che si incontrano nel maneggiare la fenomenologia dell’Ombra. Quella retorica spera di risolvere il problema di peso del negativo e dell’unheimlich togliendolo dall’individuo e spostandolo sul gruppo sociale, facendo quindi lo stesso errore speculare e inverso di quelli che demonizzano in maniera manichea e irriflessiva chi diviene oggetto di una diagnosi o di una sanzione legale come altro da se, come capro espiatorio della propria purezza. E’ un manovra tranquillizzante, seducente,  quanto vana perché qualsiasi sintassi si adotti – legale, estetica, psicoanalitica, medica, l’ombra è connaturata al nostro destino di esseri psicologicamente storicizzati, e negarlo non fa che peggiorare le cose, mettendoci sulla strada della psicopatologia – sociale o individuale che sia.  Per fare un altro esempio limitrofo alla clinica ma al centro della percezione medica ed estetica: il ricorso continuo e ossessivo alla chirurgia plastica è un parossistico tentativo di combattere una guerra senza fine contro l’Ombra della vecchiaia, con tutta l’ombrosa semantica di fine, di perdita di fulgore e di potenza, di tramonto della fertilità e della vitalità che comporta.

 

Tecnicamente e orientativamente i rischi estremi riguardano, o la completa identificazione con l’ombra, o la mancata integrazione con l’ombra. Quando si ha a che fare con gesti criminali di vario ordine e grado, Trevi e Romano parlano di identificazione con l’ombra ossia, di un completo schiacciamento di se su certi aspetti deteriori della personalità. Da un certo punto di vista anche certi vissuti legati all’esperienza psicotica possono essere interpretati come una sorta di prigionia nell’ombra, un dominio dell’esperienza simbolica inconscia che rende prigionieri, con contenuti costantemente provenienti dai sotterranei della soglia di coscienza senza la mediazione apollinea della coscienza, così come gravi forme di dissociazione – esito di esperienze traumatiche e di abusi -possono essere lette come espulsione degli aspetti d’ombra della propria storia e della propria psiche che catalizzano attorno a se ricordi vissuti e anche modalità relazionali per cui possono presiedere anche a stilemi di personalità diversi. Le varie storie di personalità multiple – Dottor Jeckyll e Mister Hide! – sono storie di una personalità apollinea che non entra in contatto con una seconda personalità dionisiaca e dissociata e l’integrazione – problema piuttosto serio che merita un trattamento serio – è rinviata. Anche in quell’esempio medico ed estetico di cui sopra ci sono possibilità di schiacciamento identitario sull’Ombra: persone che si lasciano andare precocemente, che abdicano a qualsiasi cura di se, e che non si curano del proprio corpo neanche secondo un profilo medico, che corrono come dire anticipatamente verso la morte.

 

Seconda possibilità di stampo più probabilmente nevrotico ma non per questo libera da problemi e sofferenze, è la scotomizzazione dell’Ombra: la difficoltà cioè di riconoscersi aspetti negativi, deteriori, brutti, dolorosi, bui, scomodi e lo sforzo di abitare solo un’immagine positiva di se nonché controllabile, della propria vita delle proprie relazioni e della propria identità – l’apollineo ha il consistente vantaggio di suonare prevedibile, nella sua struttura c’è l’estetica della finitezza. Questo tipo di organizzazione psichica, squisitamente nevrotica, rende le persone poco interessanti alla relazione perché bidimensionali, nascoste, decolorate, e le rende a loro volta inadeguate a molte sfide esistenziali, sottoposte a delusioni che fanno fatica a integrare, e allo stesso tempo sotto il fuoco incrociato di tutto quanto è rimosso e preme sotto la soglia dell’inconscio. Molti sintomi sono il rimosso di aspetti di se e della propria storia che bussano fastidiosamente per essere integrati dalla coscienza mentre la coscienza li rimanda indietro per non sporcare un immagine di se forte sul piano narcisistico. Per fare un altro esempio narrativamente efficace di questo tipo psichico la magnifica Brix di Desperate Howswifes incarnava perfettamente una declinazione di questo assetto psichico. Per fare un esempio clinico eclatatante spesso un modo efficace dell’inconscio di cercare di intrudere nella coscienza aspetti d’Ombra rimossi, sono gli attacchi di panico.

 

La questione diventa dunque per i gruppi sociali come per le psicologie individuali, evitare di applicare meccanismi difensivi arcaici e integrare gli aspetti d’ombra che possono presiedere a delle funzioni sane, e la cui esistenza può essere spiegata alla luce della storia culturale e psichica di ognuno, senza dividere troppo facilmente in buoni di qui cattivi di li, belli di vi brutti di la, morali e immorali e quant’altro. Capire le ragioni e incanalare le funzioni che assumono i tratti oscuri della personalità e dei gruppi sociali è senz’altro più adattivo che demonizzarli – proiettando su su questa o quella ideologia culturale l’antipatico ruolo del Demonio, e tenendosi per se quello ancora più infido e pericoloso della Salvezza.

 

Advertisements

Un pensiero su “Un post junghiano. Sull’Ombra

  1. Articolo interessante che tocca diverse antinomie, in parte intrecciate tra loro: “malattia mentale” come mito vs come sofferenza; adattamento vs identità; luce vs ombra mi paiono le principali.
    Certamente assistiamo da tempo ad una certa spiccia mitologia della sofferenza psichica, dall’articolo del blog da te citato alle sovraesposizione mediatica di Alda Merini. Questo fenomeno è portato avanti da persone che non hanno alcuna prossimità con la sofferenza psichica severa, e secondo me è mosso dall’illusione che nella follia risieda l’origine primigenia dell’Eden perduto e, forse, recuperabile. Tutto questo è vero, e accanto a questo è altrettanto vero che l’ ambiente in cui viviamo è altamente patologico, che l’adattamento richiesto oggi alla nostra specie passa per la scotomizzazione dal campo dell’esperienza di tante dimensioni dell’umano castrate e inespresse. Non credo si debba sposare uno dei due poli della sofferenza per eliminare l’altro (tra l’altro, se la riascolti, il senso della canzone di Gaber “dall’altra parte del cancello” è proprio questo). In Gestalt (tanto per parlare di quello che faccio io)
    teniamo ovviamente in considerazione la sofferenza come risultato di dinamiche e di scelte individuali, e allo stesso tempo teniamo presente il ruolo dell’adattamento all’ambiente.
    A questo aggiungo che, nel discorso sull’ombra, l’identificazione e la scotimizzazione mi sembrano meccanismi identici: in entrambi i casi si sposa un lato e vi si aderisce, laddove in terapia un movimento importante è proprio quello di appropiarsi del lato mancante (scoprire la rabbia dei buoni o l’impotenza dei sadici, tanto per semplificare con un esempio).
    Chiudo con un cenno alla psicoanalisi (non so perché, ma mi viene questa associazione): uno degli autori più interessanti che ho letto è Joannes Cremerius: ha scritto diversi libri sulla formazione degli analisti, lamentando soprattutto il fatto che l’orientamento delle scuole in favore dei normopatici adattati ha come conseguenza la moría di bravi anslisti in formazione

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...