Violenza di genere: cosa possono fare gli uomini?

 

Ogni volta che l’opinione pubblica si confronta con il femminicidio, il discorso pubblico si allarga alla discussione di tutte le forme di violenza di genere, e inevitabilmente si riflette sugli aspetti dell’argomento che interessano genuinamente il maschile, sia nelle sue reazioni, che nella sua eventuale implicazione alla prevenzione del fenomeno. Forse, la discussione collettiva si è spostata di più su questa prospettiva negli ultimi anni ed è un importante punto conquistato su cui è opportuno non mollare, sia perché la violenza di genere riguarda entrambi gli elementi della coppia relazionale, ma certamente riguarda in primo luogo una patologia del maschile, un suo deragliamento, e quindi bene è che gli uomini ne parlino, sia perché , siccome il potere è politico è ancora prevalentemente maschile, finché il maschile non considererà il problema prioritario, non avrà priorità nel discorso pubblico, nelle amministrazioni regionali e comunali – nei contesti cioè dove si erogano finanziamenti pubblici necessari a contrastare la violenza di genere.

Devo dire, che ho notato, in dieci anni di rete, molto progressi, almeno dal mio vertice di osservazione: rispetto a dieci anni fa, è considerevolmente aumentata la partecipazione degli uomini a questo problema, è cambiato il tipo di coinvolgimento messo in atto, e per quel che mi è dato osservare vanno cambiando anche i modi di pensare queste cose anche in altre aree politiche e socioeconomiche. Le persone stanno imparando a scandalizzarsi, a indignarsi, a uscire dalla retorica di una fuorviante concezione del maschile. La reazione della frangia reazionaria al dibattito pubblico ora tende più che altro a disconoscere il fenomeno, ascrivendolo agli omicidi tout court, a negare una dimensione problematica per le donne, più che altro perché invidiosi della centralità dell’argomento che toglie la scena a questioni con cui si sentono più identificati. Il sessismo naturalmente esiste ancora, ma nonostante tutto persino questo paese impara a ragionare.

In ogni caso, sorge continua la domanda. Cosa possono fare gli uomini per intervenire nel fenomeno? Perché è una questione scivolosa. Devono dire che gli appartiene in quanto uomini, oppure devono chiamarsene fuori proprio in quanto uomini per bene? Devono imputare negli altri, o riconoscere in se stessi? La violenza di genere è una patologia di genere? Cosa deve fare un uomo per bene?

Rimango sempre un po’ perplessa quando si chiede agli uomini di farsi un esame di coscienza, perché penso che questo tipo di richiesta sposti molto l’accento sulla cultura quando per me la cultura offre un sintomo sul vassoio perché sia acciuffato dalla psicopatologia. Ma rimane il fatto che sul vassoio il sintomo ci sta, e quindi forse anche il maschile dovrebbe occuparsi di contrastare il fenomeno. Capisco moltissimo l’irritazione di chi si sente come accusato di qualcosa che non ha fatto, eppure penso che la questione vada posta lo stesso, e anche liberata da alcune fraintendimenti apparenti.
Ora infatti io scriverò cosa è importante che avvenga da parte maschile. Avverto in anticipo che si tratta di un mio parere personale, che spesso è stato guardato con sospetto da alcune critiche femministe e attaccato. Ma io considero la violenza di genere un esito della patologia misogina, non della scelta politica sessista. Un’organizzazione tradizionale della famiglia, può tranquillamente produrre un comportamento di convivenza pacifica e felice tra i generi. Il problema secondario è quando quell’organizzazione maschilista non dovesse fornire supporti sociali e giuridici: quando un medico di ospedale si rifiuta di attivare un codice rosa, o un poliziotto scoraggia amabilmente una denuncia, cose che capitano ancora, e che non sono ascrivibili al maschilismo scivolano una collusione misogina.

Io credo che il primo ruolo importante lo abbiano i padri, i padri di figli maschi. Questi padri potrebbero tenere a mente quanto spiegato nel bellissimo la funzione materna di Nancy Chodorow che però parla anche di strutturazione del paterno e del maschile. Chodorow spiega che quando per esempio un figlio maschio non ha a disposizione un padre concreto con cui confrontarsi e da cui prendere esempio per la sua costruzione identitaria, così come per la sua strutturazione emotiva, si sentirà costretto ad attivare un’immagine di maschile astratto, derivato dal mondo esterno e dalle proiezioni sul maschile potente dei suoi pari, ossia di altri bambini e ragazzi. Il padre assente, spesso e volentieri, certo non sempre ma il rischio c’è, è compensato da un immagine di supereroe molto virile molto forte ma poco emotivo e capace di tratti tradizionalmente intesi come femminili. E’ un catalizzatore di riscatto per il senso di abbandono che procura l’assenza di un genitore. Più un figlio ha a casa il padre, lo vede, ci parla, vede che è in grado di essere maschio mostrandosi sofferente e dispiaciuto, meno avrà bisogno di identificarsi con un maschile non in grado di negoziare con i sentimenti e che si schiaccia solo sull’esercizio del potere e della forza.

Ai bambini e alla loro psicologia, femminismo e maschilismo sono assolutamente indifferenti, e secondo me piuttosto ininfluenti. La psicologia dei bambini e la loro strutturazione identitaria si fa osservando le dinamiche relazionali degli adulti e il loro modo di stare al mondo. Se una bimba viene vestita di rosa da mane a sera e ci ha tutte barbie ma la mamma è medico chirurgo, state sereni che terrà in mente un modello di donna che fa dei lavori impegnativi e socialmente considerati maschili. Famiglia progressista o famiglia reazionaria, un bambino deve vedere il padre che rispetta la madre, che le parla in modo paritario, avendo cura del ruolo che esercita in casa per esempio di accudimento se è casalinga, o di lavoratrice che mantiene la famiglia se lavora. Un bambino impara a essere con le donne guardano il padre con la madre.

Inoltre, un padre che mostra palesemente di disprezzare la madre o che la aggredisce fisicamente, costringe un figlio a disprezzarla a sua volta, mettendolo in un doppio legame di psicopatologia: perché in questo modo o si identifica con un padre cattivo che aggredisce chi lo ha messo al mondo, o in alternativa dovrà identificarsi con la madre rifiutando il passaggio importante di assumere dialetticamente l’identificazione col padre. Come la giri è sempre un brutto tragitto. Inoltre una madre in queste condizioni a sua volta è portata a compiere atti patologici verso il figlio il quale, o è iconizzato a oggetto difensivo dal padre, oppure è dimenticato e inascoltato a causa della profonda depressione della madre. Questo è molto frequente e crea una devastante dipendenza dal materno che cortocircuiterà con la violenza del padre e che produrrà un figlio violento.
In queste situazioni drammatiche, cugini, fratelli, amici, maschi vicini di casa con la testa sulle spalle, sono quelli nella posizione di elezione per far notare qualcosa. Ma persino giornalisti, uomini, e uomini pubblici. Qualsiasi donna vicina non sarà percepita, perché oggetto delle stesse proiezioni che sono spalmate sulla partner. Invece un uomo che dice, guarda attento – specie se percepito come autorevole, potrebbe essere più incisivo. Un gruppo meglio ancora.

In generale comunque la differenza importante da tenere a mente è quella tra misoginia e maschilismo, e tenere a mente le cause psichiche che possono far degenerare in misoginia. Ci sono contesti culturali misogini, ma io temo che sia piuttosto vano parlarne in questa sede anche se ci sono e sono molti, e quelli vanno in ogni modo sabotati, ma ci sono comportamenti che preparano il terreno alla misoginia. Più l’uomo è sicuro nella sua capacità relazionale, meno avrà bisogno di aggredire il suo oggetto del desiderio. Banalmente, più è amato, più amerà. Più è aiutato a tollerare le frustrazioni in un contesto protetto, e più domani non sentirà il bisogno di vendicarsi quando fronteggia le frustrazioni. Quindi la questione non è solo, amare i propri figli, ma per esempio saperli far piangere un poco perché la mamma quella sera non c’è, ma c’è qualcun altro, quando quella cosa non dovesse essere permessa, quando è l’ora di andare a dormire. E anche aiutare la madre a essere severa, perché una madre che sa essere un po’ severa, è una madre che prepara un ragazzo ad avere una fidanzata che si fa rispettare.
E poi un’ultima questione. C’è una canzone di Paolo Conte che si chiama Lo zio. Il ruolo dello zio, del cugino, dell’amico di famiglia secondo me per i ragazzini è fondamentale. Lo zio è quello che apre gli spazi, che apre le prospettive, che dice come va davvero il mondo, lo zio è idealizzato, misconosciuto, segreto. Può esercitare un carisma che un padre non ha e men che mai una madre. Ed è anche un ruolo magico, perché libero da doveri e responsabilità! Lo zio dice parolacce! Regala dolci! Porta alle partite. Lo zio è quello che può dire come va il mondo. Siate gli zii dei vostri nipoti, e delle generazioni che vengono. E questo anche quando siete sul posto di lavoro, e vi capitano tra le mani questioni che sfiorano il tema, agite come se foste il padre del mondo che arriva.  Senza rimpallare la questione pensando che non vi riguardi.

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5 pensieri su “Violenza di genere: cosa possono fare gli uomini?

  1. Sembrerò insistente,leggendo il suo articolo,mi sembra ad un certo punto,sarà perchè mentre le scrivo seguo una tarsmissione, sul Nazismo dopo aver seguito una trasmissione sulle donne del’ 46, dopo aver seguito una più completa sulla nascita della repubblica, con la prima partecipazione al voto prorio delle donne finalmente, in occasione del quesito referendario sicuramente il più importante nella nostra storia recente, insomma per queste ragioni ma non solo( mi viene in mente anche un film di moretti incui gl iitaliani sono visti da un occhio straniero come un popolo ingrado di scavare sempre più in basso e progredire quasi mai ,la vena sarcastica forse accentuata oltre modo), il mio pensiero corre spedito alla psicologia del fascismo, alla retorica dell’uomo forte, l’uomo dei miracoli, e quindi a questo deisderio rimasto comunque sempre forte in questo paese(Monarchia 10milioni…) anche a ridosso di un disastroso Totalitarismo d’accatto in salsa italica,come fu quello di Mussolini, vittime escluse , che qulle invece rano vere.Senza trascendere anche qui, sul piano culturale che evidentemente serve su un piatto d’argento una psicopatolgia? grossa come la villa D’arcore tanto per fare un esempio che renda l’idea,questo uomo forte, derivante da padri evidentemene incapaci e assenti, emotivamente,o gravemente deficitari sul piano della relazione,non trova che questo deserto relazionale, questo meccanismo che porta ancora oggi ,ad esempio, a rendere agibile in un paese come il nostro ancora una volta di più il voto di scambio (80 euri e via guarda che bella minestra paparino figlio dello stesso modello ti prepara_e qui l’assenza del padre…._)sia ad un livello davvero profondo ,la riprova di una sintassi inconscia, di un dialetto appreso ,ancora drammaticamente attivo dove quel dialetto” E’ un catalizzatore di riscatto per il senso di abbandono che procura l’assenza di un genitore”?Questi aspetti a mio avviso sono oggi incredibilmente cristalizzati sempre uguali a se stessi, drammaticamente attivi anche nella farsa politica innescata ,altroesempio,in questi giorni sul referedum prossimo di Ottobre.Per dirla in soldoni, a me sembra sempre lo stesso femminicidio, pe ribadirla ancora più in soldoni, sto femminile,LO uccide con la stessa intensità anche dire” famo famo pure male basta che famo” con cosi tanta tranqullità in sto paese, senza che ai RIESCA MAI A DIRE CON DECISIONE NO .qUESTA VOLTA NO.aQUESTO ULTIMO APPUNTAMENTO PER DIRMI LE SOLITE STRONZATE, NON CI VENGO.NE VA DELLA MIA INCOLUMITà.

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  2. “Io credo che il primo ruolo importante lo abbiano i padri, i padri di figli maschi.” – leggiamo – “un bambino deve vedere il padre che rispetta la madre, che le parla in modo paritario, avendo cura del ruolo che esercita in casa per esempio di accudimento se è casalinga, o di lavoratrice che mantiene la famiglia se lavora. Un bambino impara a essere con le donne guardano il padre con la madre.”
    A volte, però, un bambino deve relazionarsi con “un padre che mostra palesemente di disprezzare la madre o che la aggredisce fisicamente” e che “costringe un figlio a disprezzarla a sua volta”.
    Che si fa allora? Si manda via quel padre deleterio?
    A quanto pare, mandarlo via è altrettanto deleterio, perché “Il padre assente, spesso e volentieri, certo non sempre ma il rischio c’è, è compensato da un immagine di supereroe molto virile molto forte ma poco emotivo e capace di tratti tradizionalmente intesi come femminili. E’ un catalizzatore di riscatto per il senso di abbandono che procura l’assenza di un genitore. Più un figlio ha a casa il padre, lo vede, ci parla, vede che è in grado di essere maschio mostrandosi sofferente e dispiaciuto, meno avrà bisogno di identificarsi con un maschile non in grado di negoziare con i sentimenti e che si schiaccia solo sull’esercizio del potere e della forza.”
    Sembra una strada senza uscita: con un padre maltrattante il bambino interiorizza una certa immagine maschile, senza il padre la interiorizza comunque… Non c’è speranza allora?
    Io penso che proprio per quento scritto in questo articolo la società tutta dovrebbe impegnarsi a cambiare quell’ “immagine di supereroe molto virile molto forte ma poco emotivo”, per offrire una alternativa a tutti quei bambini che starebbero molto meglio lontano da un padre deleterio…

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  3. secondo me c’è da chiedersi anche (o prima di tutto …?) cosa possono fare le donne, nel momento in cui, piaccia o no, sono ancora loro le maggiori titolari della responsabilità e del maggiore carico nei riguardi dell’educazione dei propri figli.
    e la diversità di trattamento tra maschi e femmine, operata proprio dalle madri, mi pare ancora molto radicata.
    laddove è vero che molto spesso i padri sono latitanti, è purtroppo vero che sono proprio le madri (non sempre ma ancora troppo spesso) ad inculcare il mito dell’uomo forte, più o meno consapevolmente e naturalmente a diversi livelli ..

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  4. Quando dici “Chodorow spiega che quando per esempio un figlio maschio non ha a disposizione un padre concreto con cui confrontarsi e da cui prendere esempio per la sua costruzione identitaria, …”, penso che per padre “concreto” tu intenda un padre presente, una concretezza intesa nel senso di presenza fisica, giusto?

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