Due note junghiane su “Lo chiamavano Jeeg Robot

 

Nella lettura delle favole che offre la psicologia analitica, l’armamentario ermeneutico utilizzato è quello proprio dell’interpretazione dei sogni, pur tenendo conto dell’aspetto collettivo che le connota. La fiaba spesso e volentieri, con il suo esito didascalico, con la sua morale finale è rappresentabile dunque come uno spicchio del processo di individuazione del soggetto – e va detto, sia esso uomo sia esso donna. I suoi personaggi, sono allegorie di parti psichiche di costrutti interni che si sfidano e si integrano, che si eliminano o si armonizzano. In conseguenze di questo, il mondo delle favole è stato molto analizzato dagli analisti junghiani, e Marie Louise Von Frantz per fare un bell’esempio – mai abbastanza ricordato – ha offerto trattazioni fascinose, e utili nella pratica clinica.

Questo tipo di decodifica del testo della favola si può applicare a molte produzioni artistiche, ma credo che nel caso dei film sia particolarmente congrua, per la natura collettiva del prodotto filmico, a cui partecipano tante menti, tanti desideri, tanti inconsci e tanti sogni. La fabula filmica, anche quando è autoriale è una favola collettiva, ha sempre una sorta di fondo epico condiviso, diversamente da quanto possa essere per un buon romanzo per esempio, così saturo di grandezze personali, di vissuti individuali. I romanzi sono sempre storie di una persona, teatri onirici prima di tutto di un inconscio personale. Il cinema è molto più corale. Anche nella sua fruizione. Un piacere collettivo.
Mi ha molto colpito lo chiamavano Jeeg Robot, per l’impianto credo consapevolmente favolistico della trama, e la delicata capacità di riproporre la tradizionale favola della costruzione dell’eroe in una chiave contemporanea, con un innesto di realismo magico veramente ben riuscito. Mi ha ricordato un libro che ho amato molto La Fortezza della Solitudine di Lethem, con cui ha diversi punti di contatto: l’acquisizione di una maturità etica nella marginalità sociale la negoziazione con parti interne non contattate tramite l’uso di super poteri, il mondo narrativo sullo sfondo dei fumetti – e si vi è piaciuto questo film andatevi a cercare quel libro altrettanto struggente e magico.

La favola della costruzione dell’eroe è infatti un canovaccio trasversale nella storia della produzione popolare. Il giovane nasce senza poteri, permeato di innocenza e banalità, poi un rito iniziatico che lo mette in pericolo lo fa diventare potentissimo ma questa potenza è inesplorata, vana, goffa. Perché l’eroe diventi tale deve incontrare il femminile, e deve fronteggiare il male. Passando attraverso le forche caudine dell’amore e dell’incontro col negativo assurge al rango di eroe. Questa se ci si fa caso, è la trama di molti film di cassetta anche piuttosto mediocri, di molti miti classici, di tante fiabe italiane e di diversi ottimi romanzi – Il Buildungsroman del maschile che si costruisce: esplode, non si conosce, si innamora, sfida, e trionfa.

Questo eroe qui, nasce nell’indifferenziato destino della criminalità di borgata, che non è ritratta come demoniaca, ma come banale, disgraziata, incapace di pensarsi, cattiva di una cattiveria automatica, e tragica nell’ovvietà. Una barbarie fuori del contratto sociale, dove ci si scanna con noia, dove l’identità fa quanto meno fatica. Da questa genesi dolorosa nascono i tre personaggi, allegorie di strutture psichiche della personalità, l’addolorato e solitario protagonista a cui è stato tolta la possibilità di amare e crescere, il disturbato antagonista che si è ingarellato in un narcisismo improduttivo – e un femminile puro, gentile, ma involuto stagnante che è la bellissima Alessia, e che è titolare di una diagnosi – Alessia non distingue il piano di realtà dal piano della fantasia, il suo mondo di Jeeg Robot, e sospinta in un’infanzia eterna da una vita di abusi – noi diremmo è scizofrenica. Ma le diagnosi psichiatriche qui fanno parte del testo metaforico, sono un altro pezzo di canovaccio. La schizofrenia di lei è funzionale alla sua ingenuità, ma anche alla sua pulizia etica – alla resistenza titanica contro laviolazione, mentre il narcisismo dell’avversario è scheletro di un modo di intendere il male – voglio tante visualizzazioni su youtube dice lavorando alla sua bomba sullo stadio – interpretato come l’ossessione improduttiva dell’autoreferenzialità, apoteosi dell’onanismo come impoverimento, del sadismo come ultima spiaggia. Alessia e Fabio sono due a- priori, due principi logici, con cui per crescere insomma bisogna per forza entrare in relazione.

Dunque il film è la storia di queste due relazioni necessarie, la prima con la polarità benefica della relazione, che è incarnata da Alessia – una figura di anima, direbbero gli junghiani, ossia una figura che incarna il femminile interno del protagonista gentile e adorabile quanto grezzo, malato, involuto, e la  seconda  con la polarità negativa di Fabio, che invece è una figura d’ombra, e quindi  incarna gli aspetti interni pericolosi, disprezzabili, spaventosi, repellenti dell’eroe che comunque in ogni caso, sempre criminale era nato e sempre gli possono appartenere – l’eroe per fare bene deve conoscere il bene, ma saper fare e riconoscere il male.
Naturalmente la qualità di un film non la fa soltanto l’intenzione narrativa, che magari non era così scientemente junghiana – probabilmente no chi lo sa – ma la fa il fatto che anzi la resa estetica la renda secondaria, non immediatamente pensata e percepibile. Perché in prima linea, come è necessario che sia in un film c’è la qualità della scenografia e della sceneggiatura, la recitazione e le cose dette. Un bel film lo fanno le belle scene, Quando Enzo e Alessia guardano insieme Jeeg Robot, quando Enzo porta Alessia sulla ruota panoramica che sarebbe ferma, quando salva il derby dalla bomba… e via di scena in scena.

(Infine. Siccome si tratta di un canovaccio narrativo pressoché standardizzato, un canovaccio che è quasi un canone, non ho molto da ridire sulla canonicità dei ruoli di genere. In una prospettiva analitica questo film è la ripresa dell’evoluzione di un mondo interno, riguarda una costruzione del maschile dei maschi, come del maschile delle donne, riguarda l’edificazione di una struttura psichica che combacia con la forza interiore, il discernimento morale, la strutturazione del coraggio e dell’azione. E’ un film sui ragazzi, ma anche – sull’animus delle ragazze).

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