La ciambella lanciata nel mare.

 

La maggior parte delle cose in quelle stanze era di un bianco lattiginoso e innocente: la luce, le pareti, i tavoli, i pavimenti. I monitor si succedevano in ordine, e davanti le persone, e le cose che dicevano le persone, le loro cantilene, ma anche – le loro risate, i loro giubbotti, i loro pacchetti di sigarette da dieci con l’accendino incastrato – qualche porta pranzo. Il call center è un posto di atmosfere rilassate e grandi speranze.

Io, pur nella profonda gratitudine – nessun altro posto di lavoro pagava con quella precisione i soldi dovuti alla data stabilita, secondo regolare contratto – boccheggiavo di esasperazione, e di colpevole ma indomito narcisismo. Operaia della parola altrui, ingranaggio di macchine grossolane, pomeriggi interi a chiedere pareri a persone sole e pigre, le uniche disposte a rispondere, pomeriggi a partecipare a un oggetto rarefatto la cui ragion d’essere era la speranza di somigliare a realtà lontane, a un marketing sfarzoso e sofisticato. Ma il mio call center, era provinciale e bisbetico come tutto il resto del nostro mondo, e ovunque aleggiava la fiacca consapevolezza di una costosa farsa.
Avevo imparato a essere assertiva e imperativa. Mi dia un voto da uno a dieci a questa concessionaria! Intimavo al pavido interlocutore, e mi impressionava questa desolante scoperta, di quanto paghi di più l’urgenza della gentilezza. L’interlocutore obbediva e docile diceva – 9!
Che lavoro di merda.

E per quanto fossi una privilegiata, un’oca bianca con l’appartamento, una stronza che stava li per il capriccio di prendersi una seconda laurea e una carriera ambiziosa, un’animale protetto da un’eccentricità invidiabile, nonostante tutte queste lussuose cose e altre probabilmente, io a un certo punto quasi ci vomitavo su quei tavolini bianchi, sulle mani della mia vicina e delle sue sigarette, quasi sputavo addosso a quelli che da dietro le spalle venivano a controllare se non saltavo le domande, bravi guaglioni che non avevano trovato niente di meglio, evidentemente.
Ma è che si respirava un’aria di morte. Ma non era elegante essere quelli che si sentono in diritto di dire di esser vivi. 

E mi ricordo che a metà strada vacillai, che era un pomeriggio di inverno, e la sera prima avevo dovuto spiegare a un amico di mia madre, un alto papavero dei beni culturali che si facevo questo lavoro di merda per via di altre ambizioni e si la laurea in filosofia certo ma, il lavoro a quella rivista bello si ma l’avevo lasciato perché mi interessavano di più i pazienti. E non mi credeva nessuno di quegli alti papaveri di allora, non ce li avevo mica d’altra parte i pazienti, erano pazienti immaginari, e allora piegavano le labbra e dicevano ah si hm hm, con falsa comprensione, girando un po’ la testa di tre quarti, annuendo come si fa come uno che vota un partito che non gli piace, e però non se la sente di controargomentare troppo perché quello la del partito che non gli piace, è un povero ignorante, molto arrabbiato e senza strumenti.

(E allora mi ricordo che in quel pomeriggio dopo l’ennesimo incontro con l’alto papavero, stavo al call center a piangere a dirotto, e chiesi aiuto per disperata la mia professoressa, quella con cui mi ero laureata la prima volta, papavera anche lei a dire il vero, ma papavera dalla mia parte, e dissi che mollavo tutto e non ce la facevo più. E  mi fece di corsa venire in dipartimento – lascia il lavoro, pianta una scusa vieni qui subito.
Mi disse alcune cose anche buffe. Se stai con Richard Gere che ti piace tanto, mi disse, non puoi lasciarlo finchè non trovi Harrison Ford, pure se stai in un call center. E io vedo mi disse, qualcosa di vero in questa tua cosa, qualcosa che va protetto – resisti.
Col tempo saremmo diventate amiche, avrei saputo che lei aveva fatto la strada inversa: aveva cominciato con la passione per la psicoterapia, e sarebbe poi approdata alla filosofia.  Ci siamo incrociate, e forse per questo in quell’incrocio mi ha riconosciuta
E ora, credo di doverle telefonare).

qui qualcos’altro a cui sono stata molto grata.

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