L’accordatore

 

In primo luogo, era stato un bimbetto biondo e ceruleo e guanciuto, un bimbetto ossia di una bellezza vitrea e impressionante, in cui forse per gli occhi precocemente evasivi, e una solitudine prolungata a cui si era abituato con diligenza, c’erano già una traccia indefinita, una via di fuga, qualcosa di inafferrabile. Un bambino cieco che non era cieco.

Era cresciuto in un appartamento disordinato, quasi psicotico. Figlio di musicisti, la sua infanzia era trascorsa divisa in due, tra un salotto verde muschio di flauti e pianoforti, la moquette ai piedi, le tende pesanti, e dall’altra parte, dietro le doppie ante di una porta mozartiana, con riccioli dorati e ambizioni nobiliari, in mezzo a una kazbah di giocatoli vecchi e sporchi, piatti, pentole, cucina, privato, sonno, veglia, distrazione. Non un’infanzia cattiva, e neanche un’infanzia severa, e neanche ancora un’infanzia non amata. Ma probabilmente un’infanzia sciatta, forse un po’ dimenticata. In cui ci si doveva arrampicare sulle note per capire lo stato d’animo delle persone importanti.
(Suo padre aveva una passione inconsulta per un uso sfrenato e romantico del pedale.

Poi era stato un ragazzino di quelli che scivolano per le vie del quartiere come un colpo di oscurità, come un rivolo di fango dopo un giorno di pioggia. La frangia davanti agli occhi, tutto un ciondolare di braccia e solitudine, sulla pelle i segni dei cattivi voti a scuola, di insuccessi poco borghesi all’itis e financo agli istituti parificati. I vecchi gli cercavano la protesta negli occhi, le bambine lo scansavano – inutilmente – per paura della seduzione. Voci, false, di tossicomania, amicizie pericolose lo avevano inseguito, le madri con le collane di lapis, e gli anelli di ambra lo guardavano con interrogata apprensione.
Non sembrava avere amici – non se ne ricorda il tono di voce.

Soltanto più tardi si sarebbe appreso, con scandalo e imbarazzo per se stessi e il proprio mesto pessimismo, che aveva trovato strada e successo. Era diventato un famoso accordatore, lavorava con pianisti che gli pagavano biglietti fino al cielo pur di portarselo con se. Nessuno l’aveva più visto per le strade, e a dire il vero neanche altrove, non si sapeva di fidanzate, o fidanzati.

(La ragione del suo successo, mi fu dato di sapere per una serie di fortuite coincidenze, era nella natura animale e magica del suo rapporto con i pianoforti e i loro suoni. S’avvicinava agli strumenti come un mago, un rabdomante, un allevatore di leoni, un addestratore di foche, come un’incantatrice di serpenti. Ci parlava li blandiva, ci cantava insieme, faceva ripetere i suoni fino alla perfezione, fino all’unisono. Come se il suo orecchio assoluto fosse una madre, una madre sufficientemente buona).

 

(qui)

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