Sul mentire

 

Una fantasia ricorrente che mi viene riferita con curiosità dalle persone che non sono mai andate in terapia, riguarda la menzogna.
Mi chiedono: come fai se un paziente mente? Te ne accorgi?

La domanda mi fa sorridere. Non è che non capiti mai, ma la menzogna intenzionale, nella libera professione, è moderatamente frequente. Quando mi viene fatta questa domanda, percepisco una proiezione sul paziente immaginario, il quale diviene incaricato di incarnare la diffidenza verso la mia figura professionale, o un desiderio di sfida verso una specie di disciplina madre che sa e giudica, rispetto alla quale un immaginario paziente figlio fa delle marachelle o dei dispetti.  Quando mi si fa questa domanda cioè, penso si trascuri la sequenza di oneri che una psicoterapia comporta, quali non solo l’onorario del terapeuta, ma l’impegno in agenda, spesso addirittura due volte a settimana, che chiede una priorità esplicita su altre cose importanti nella vita. Tralasciare quest’onere fa trascurare l’importanza degli stati d’animo di malessere, di scontentezza o  disperazione che fanno prendere sul serio una terapia, che fanno assumere scegliere una responsabilità. La menzogna plateale capita, anche li in fondo molto meno spesso di quanto si sia portati a credere,  a quelle persone a cui per varie questioni terzi abbiano imposto dei colloqui psicologici. Partner che trascinino qualcuno in una terapia di coppia, giudici che impongano un ciclo di incontri a un giovane adolescente.
La menzogna plateale è una contraddizione in termini, eventualmente in quanto tale, un sintomo piuttosto poderoso.

In generale comunque lo psicoterapeuta, specie di estrazione psicodinamica, per il suo modo di concepire tutto quello che cade nel dialogo, tutto ciò che viene detto in stanza, ma anche fuori della stanza, ha un rapporto peculiare con il concetto di bugia, e anche con una serie di concetti molto orientativi nel senso comune che hanno a che fare con il binomio vero/falso autentico/recitato come per esempio tutta la retorica del personaggio, della corazza, della mascherata. Queste antinomie concettuali che nella nostra quotidianità per diverse persone assumono dei contorni ideologici, in stanza di cura tendono un po’ a sfumare, è come se il passaggio da fuori a dentro la stanza, togliesse quel filtro che avevano a disposizione le vecchie macchine fotografiche  – il polarizzatore – che tendeva a rendere i confini delle immagini più netti, e introducesse una prospettiva sfumata, più organica.

In stanza infatti appaiono nuovi vertici di osservazione che destrutturano il concetto di finzione. Un vertice riguarda lo statuto epistemologico di tutto ciò che viene detto, e un vertice riguarda la funzione di ciò che viene detto nel contesto di una relazione. In termini pratici: una persona è seduta di fronte a me e si sta per esempio vantando di un grande successo sul lavoro, infarcendolo di talmente tante piccole cose, che in realtà  stanno stravolgendo gli eventi. Il teraputa allora si chiederà:  questo racconto quali parti interne del paziente rispecchia, e cosa dice l’atto di aggiungere quei particolari del suo modo di stare in relazione con me, e non solo con me?
In un certo senso, tutto è verità in terapia. Ma è una verità molto complicata perché in ogni stringa discorsiva, in ogni frammento delle cose raccontate, il linguaggio, il corpo, i silenzi, ognuna di queste cose che fanno il corpo della parola, dicono le loro verità parziali, intrudono.

Per esempio: il nostro uomo che ci racconta un parzialmente falso, successo professionale, ripete molte volte lo stesso inciso, si passa la mano nei capelli, non vuole smettere di parlare, copre con le parole il silenzio possibile,  e allora questi secondi atti discorsivi  – ci si chiede – cosa aggiungono al suo racconto?  Forse ci spiegano bene la funzione specifica che assolve quella falsa celebrazione di se?
Forse ci testimoniano la consapevolezza della riconfigurazione forzata? Forse ci dicono a quale necessità emotiva obbediscono? E quell’immagine di se, di persona che ha ricevuto molti bei riconoscimenti, di cosa è la verità? A chi sta cercando di piacere? Tutti quei premi sono la desiderabilità sociale che il nostro uomo ha in testa, ma secondo chi per primo?

Nelle sedute successive, potrebbero emergere delle questioni familiari interessanti. Genitori per esempio molto più sintonizzati sulla prestazione che sull’affetto verso il bambino che è stato, e ora il nostro uomo che ha davanti una donna che si prende cura di lui ascoltandolo nei suoi poblemi come magari si aspettava facesse sua madre, attiva una recita di se che pensa sia per lei seducente come quando ai tempi della scuola era preso in considerazione perché aveva preso qualche bel voto, oppure altre operazioni ancora più sottili che la dinamica di transfert potrebbe aver suggerito, la bugia palese, il successo mal raccontato, possono essere dispositivi messi in atto in maniera non consapevole per fare in modo di non essere apprezzato, per rendersi denigrabile – perché è uno dei pochi stilemi relazionali che il paziente conosce, e perché parte del suo problema è la tendenza a fare in modo che gli altri lo disprezzino.

Trovo utile questo tipo di sguardo anche fuori della stanza. Al di la di circostanze relazionali e temi che esigono un patto di lealtà per cui il mentire intenzionalmente rientra in una delle varie forme di tradimento o di dolo, io sono fieramente ostile alla retorica dell’autenticità, e alla rampogna del personaggio. Mi pare che questo tipo di retoriche – di solito destinate a penalizzare stili relazionali istrionici, e che hanno nel bene e nel male un successo – siano vincolate a delle problematiche che sono almeno altrettanto importanti psicologicamente in chi esprime dei giudizi: perché per esempio assumi che una persona con cui hai un rapporto superficiale sia autentica con te? Sia trasparente? Abbia l’obbligo di mostrarti le sue debolezze? Per quale motivo tendiamo a giudicare autentica una dichiarazione di fragilità, una situazione problematica, una difettualità e non una parata istrionica seduttiva? Cosa ti da per certo che un linguaggio costruito sia non se, più di un linguaggio semplice, con la consapevolezza che tutte le strutture linguistiche sono celebrali, apprese secondarie, manipolabili e costruibili?

Per certi versi trovo che la dicotomia tra verità e menzogna sia una semplificazione che ottunde e rende sopportabili diverse questioni complicate delle persone, questioni che riguardano la propria stima, la propria capacità di essere liberi per dei versi, per cui si sanziona nell’altro la sua libertà di movimento, il suo sapersi celare o anche disegnare, ma per altri, si consola con la sanzione la propria sofferenza a non avere potere. Quello stronzo non mi sta dicendo tutto di se: il problema non è il mio bisogno, il problema è la sua falsità.
La radice autoassolutoria del pettegolezzo.

Naturalmente, di contro, nel nostro mondo relazionale al di la delle retoriche novecentesche, che da Pirandlelo in poi ci hanno fatto prendere coscienza della scivolosità di certi costrutti, il binomio vero  – falso, ha una sua incontrovertibile funzione fondativa del contratto sociale, e della relazione tra soggetti, e fondamentalmente senza sanzione della menzogna non si può costruire nessuna collettività, nessuna diade. Ed è giusto che ci siano contenuti che siano passibili di giudizio e soggetti chiamati a giudicare. Esiste la menzogna ed esiste il tradimento, ed esiste il dolore, come deve esistere la sanzione. Ma nella microfisiologia delle relazioni, in particolar modo quando siamo soggetti di secondo ordine, e non destinatari di primo grado, secondo me rimane sempre utile chiedersi quella persona che ci sta dicendo qualcosa di non corrispondente al reale, per me. A cosa sta corrispondendo? Quali parti vere sta dichiarando? Che cosa rappresenta per lui il destinatario del suo discorso?
Assumere che tutto è sempre vero, e capire come, è una cosa che può riservare utili sorprese – e forse aiuta a ricucire qualche tradimento.

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