Riflessioni post Palombelli

Quando lavoravo nei centri antiviolenza mi confrontavo con uno spettro relativamente ampio di combinazioni di coppia nella violenza di genere. Quello che in testa aveva la Palombelli, e che è tipico di chi vuole farsi domandi psicologiche senza approfondire gli argomenti di cui parla, riguarda penso il modello di relazione che chiameremo “guerra dei roses” dove a una violenza fisica maschile corrisponde una violenza verbale femminile. Dove lei dice cose affilate, cattive, sfidanti e lui alla fine alza le mani. Questo tipo di coppia che spesso è molto disfunzionale quanto duratura, solo però in minima parte porta al femminicidio. Per una questione di funzionamento psicologico della relazione: quel tipo di diadi mettono l’uno nell’altro un’eredità cattiva e la fanno agire, in un campo che è fortemente sessualizzato. Sono vite complicate, dolorose, che espongono i figli a traumi duraturi, ma che intrecciano a qualcosa di mortifero qualcosa di tremendamente vitale e erotizzato. Si rimpallano qualcosa di perverso. Non vogliono ucciderlo, e quando dico non vogliono, affondo fino alla determinazione inconscia, piuttosto vogliono torturarlo.

Quando invece nei centri arrivava la donna a rischio di femminicidio, noi ce ne accorgevamo immediatamente. La maggior parte delle donne che vi si rivolgeva aveva subito episodi di aggressione fisica, ma il rischio di morte si segnalava per diverse vie. Come struttura caratteriale le donne in quell’area di pericolo non mostravano una particolare psicologia provocatoria e sfidante, tutt’altro. Sottomesse per una necessità conservativa a una serie di minacce vivevano in una modalità come a velocità ridotta per non sollecitare la determinazione all’annientamento del nucleo psicotico del partner – parlare a voce bassa, uscire solo quando lo dice lui, fare quello che dice lui. Sia il partner che chiamiamo guerra dei roses che quello potenziale femminicida dicono  io ti ammazzo  ma nel primo rimane qualcosa di perverso ed erotico che nel secondo è invece totalmente thanatos e morte. Nelle vicende della potenziale vittima di violenza si avvertono i segni della promessa di morte, di una volontà psicotica di annientamento che ha qualcosa di delirante e di allucinato – che nel controluce dello sguardo analitico combacia con un desiderio di incorporazione, di divoramento. Per quanto le strutture logiche del potenziale omicida siano intatte, tralucono le allucinazioni quasi di marca psicotica. Quando riuscivamo a trovare posto nel centro per ospitare queste donne, e malauguratamente capitava che le rintracciassero – poteva capitare, se la Palombelli volesse un esempio edificante, che ci venisse recapitata la foto di un gattino sgozzato, a significare cosa il partner voleva fare alla donna. 

Va anche segnalato, che questi nuclei patologici non esplodono con queste famose donne indipendenti e provocatorie, perché vogliono fare le cose tipiche delle donne della società emancipata. Questi nuclei patologici esplodono quando le donne fanno le cose delle donne, in maniera libera e ordinaria: per esempio fare un bambino. La violenza di genere con questa connotazione mortifera emerge spesso alla prima gravidanza. Oppure sono come dire vitali nel modo sereno delle donne ordinarie. Mi colpiva nei racconti delle donne che dovevamo proteggere, questa determinazione a uccidere un vitalismo semplice e ordinario. Non la minigonna provocatoria, ma il caffè con la vicina di casa. Non l’uscire e tornare alle due di notte, ma l’andare a pulire i cessi per pagare la bolletta.  

Così come mi colpiva a riprova della potente radice patologica dell’intenzione omicida, l’impermeabilità alle leggi dell’uomo. Le ordinanze non vengono rispettate, le decisioni dei tribunali sono carta straccia, e se c’è una cosa pericolosa che ci trovavamo a spiegare alle donne, mai andare alla polizia per fare denuncia e tornare a casa, la polizia è antagonista, e per il maschio violento sapere della denuncia un acceleratore del climax di morte. A una donna che seguivo fu ficcato un coltello da cucina nel naso, per essere andata. 
Magari anche questo rientra nel campo dell’esasperazione della Palombelli.

Personalmente, da clinico, avverto un forte gradiente psichiatrico nei soggetti che compiono questi reati. Questo gradiente psichiatrico però è un oggetto strano, non è una grandezza fissa – e si allarga e si restringe a seconda delle circostanze contestuali. In certi contesti di ceto classe e geografia, il sostegno culturale è relativamente basso, e quindi il caso è poco sollecitato. Il femminicidio nell’alta borghesia persino colta si da, io pure ho avuto a che fare con una situazione del genere, ma è statisticamente più raro dei casi in cui c’è un potente rinforzo culturale nella cornice socio economica: per esempio media o piccola borghesia, se non proprio situazioni di povertà in zone a bassa istruzione dove il comportamento maschilista aperto e plateale è più incoraggiato socialmente, e diventa anche una valvola di sfogo per frustrazioni e depressioni di vario ordine e grado. Questo avviene anche perché esiste una specie di rinforzo sociologico alle situazioni patologiche secondo la psicologia dinamica: maschi borderline oggi hanno avuto madri che ieri avevano per esempio: un marito disoccupato, soltanto un nido privato, nessun centro di igene mentale nelle vicinanze, nessun assegno familiare, nessuna rete familiare, e magari al posto di queste cose – una dipendenza da sostanze. La psicopatologia è un dono cattivo che si tramanda per generazioni con l’ausilio del contesto.  Questo vale naturalmente in modo ancora più pervasivo per il primo caso che di cui ho parlato delle coppie dove c’è violenza di genere senza che esiti in femminicidio.

La questione culturale però rimane nella decodifica degli eventi. Esiste una psicodinamica delle reazioni violente che è fondamentalmente laica rispetto alle costruzioni culturali, ma lo sguardo delle persone e quindi le risorse pratiche a cui si può attingere sono cognitivamente distorte dalla cornice ideologica sessista. Palombelli è solo l’ultima di una lunga fila di signore con la gonna a pieghe, uomini o donne che siano, che apre bocca in totale buona fede e dice le frescacce che avrebbe detto qualsiasi tassinaro e qualsiasi casalinga della bassa, ma che li per li si ammantano dell’autorevolezza giornalistica e soprattutto di classe. Per quanto mi concerne, si tratta della versione sciura dei Gramellini e dei Serra. Garantiti da una competenza lessicale, e da una performance di elite anche politica, che esprimono opinioni senza che venga il bizzarro pensiero di approfondire l’argomento trattato, e che siccome hanno visto i belli film di Kieslowski, o una volta hanno fatto tre domande a un condannato all’ergastolo, si sentono titolati a farneticare stereotipi culturali su temi che invece hanno delle connotazioni specifiche. In effetti, Palombelli dibatte più raramente sui reati concussione, fateci caso. 

Questa questione non so quanto è grave, e non so se sia lecito l’esposto all’ordine dei giornalisti nei suoi confronti. Mi importa poco di Palombelli. E’ un signora che va in tivvu per mettersi i vestiti carini. Il mio problema è che la cornice ideologica con cascami maschilisti, avvelena la possibilità delle risorse pratiche: i soldi ai centri antiviolenza, gli spazi materiali per i centri antiviolenza, i progetti di screening nelle scuole per individuare precocemente le patologie a rischio, i concorsi per gli addetti ai lavori che dovrebbero offrire copertura nei servizi territoriali, e via di seguito. Ogni volta che si minimizza l’omicidio considerandolo la normale reazione a un comportamento disturbante, al di la dell’incongruenza logica e della plateale castroneria psicologica, si dice che non ha alcun senso sostenere una politica attenta alla violenza di genere con provvedimenti ad hoc, perché si incastrano gli episodi in una distorsione banalizzata del reale, il cui assunto di fondo è che la signora per evitare di essere ammazzata deve chiedere alla Palombelli come serve il marito a tavola a cena.

Ci penserei.

2 pensieri su “Riflessioni post Palombelli

  1. Interessante riflessione.
    Penso però che la Paolombelli, che personalmente colloco a livelli un po’ più alti rispetto al tassinaro e alla casalinga, volesse soltanto invitare ad approfondire caso per caso, per cercare di capire le dinamiche che, all’interno della singola coppia, poi sfociano in questi sempre più frequenti casi di cronaca nerissima.
    Capire e giustificare non sono sinonimi infatti e non ho intravisto nelle frasi della Palombelli, che certamente potevano essere meglio articolate, alcuna volontà di attribuire colpe alle donne ammazzate e giustificazioni ai loro compagni-carnefici.
    Michela Marzano, con la quale sono il più delle volte in disaccordo, un paio di giorni fa scriveva un articolo per la Stampa che, tra l’altro, riportava questa considerazione: “La violenza che alcuni uomini fanno subire alle donne non potrà essere efficacemente contrastata finché si continuerà a sottovalutarne le radici, le cause e le diramazioni. Non basta infatti invocare la permanenza del patriarcato o la brutalità del maschio per capire quanto accade ogni giorno in tante case e in tante famiglie”. Questo, secondo me, voleva intendere la Palomba…

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