psichico 9/ note simboliche sulle tasse

Quando un paziente entra in terapia, in un certo modo, in diverse declinazioni psichiche pone una domanda di riconoscimento a un’identità misconosciuta, a se stesso in primis, e di riflesso, al gruppo sociale a cui si rivolge. Viene infatti dicendo qualcosa come io so che sono diverso da quello che sono ma in un certo senso non riesco a dimostrarlo, non riesco a dirlo. In alcuni casi, pazienti molto giovani o pazienti che fanno fatica a trovare una collocazione professionale, oppure pazienti che vengono da una lunga malattia che li ha socialmente marginalizzati, chiedono di essere riconosciuti come soggetti competenti, soggetti responsabili della propria vita, che rivendicano un posto di persona tra le persone.
Per tutte queste persone la fattura dello psicoterapeuta è un ottimo simbolo di riconoscimento di quell’identità, un atto in cui li si riconosce come appartenenti al gruppo sociale di riferimento, una sorta di primo viatico identitario alla possibilità di essere accettati per quel che si è. Perché lo psicoterapeuta la fattura la fa a quello che ha deciso di curare la sua personalità fallace, piuttosto che a quella personalità fallace – e questo valore simbolico sarà tanto più potente, quanto più la persona che riceve la fattura non si percepisce , per un motivo o per l’altro, facente parte del mondo civile.
Credo che questa stessa semantica della fattura, la viva anche chi nei numerosi mestieri della libera professione nel momento in cui emettono una ricevuta. La ricevuta dice concretamente che quel professionista – idraulico geometra gastroenterologo – afferisce a un ordine professionale riconosciuto dal gruppo sociale, è anzi irretito nel gruppo sociale ne è nutrito e lo nutre, per il tramite di tasse e contributi. Psicologicamente quindi, l’evasione fiscale implica nell’evasore di qualsiasi taglio o raggio quanto meno l’occasione simbolica di una doppia personalità di una doppia immagine di se – quella che fattura e che partecipa alle dinamiche dello stato che paga contributi e tasse, e quella che non lo fa, l’intelligente e vittima del fisco, e la scaltra ed eventualmente cattiva. L’evasione fiscale ha un invito alla complicazione psichica per suo conto.

Se ne deduce facilmente che al di la di un discorso etico, da un punto di vista psicologico, dovrebbero fatturare tutti: piace molto poco, non è tanto chic, ma la collettività per i soggetti conta terribilmente, anche quando decidano di essere originali o tangenziali il suo centro e la sua norma, perché il collettivo da come dire riferimento, situa. Specie in un regime fiscalmente attento – dove a una distribuzione delle imposte parallela a una distribuzione delle risorse corrispondesse una reale persecuzione dell’evasione fiscale e dove la corruzione non fosse l’ordine del giorno- l’evasione si caratterizza come uno stato di adolescenzialità protratta, di negoziazione edipica estenuata: lo Stato truffato è la sentina di proiezioni tutte virate all’idea di un padre da scalzare, da raggirare, da vincere con la furbizia senza mai riuscire a detronizzarlo, in una condizione di marachella protratta.

Indubbiamente, la situazione assume tinte fosche quando il padre, gira che ti rigira è concretamente un padre cattivo, al punto tale da fornire un immagine collusiva con l’immagine simbolica del padre interno, una sorta di conferma onirica di una patologia individuale. Che è diciamocelo franchi: il caso nostro: da una parte il servizio rimane sempre meno garantito con dei costi aggiuntivi che rendono i servizi privati concorrenziali – come saprà chiunque abbia chiesto delle analisi ordinarie – dall’altra le trattenute sulla libera professione arrivano quasi a combaciare con l’ottanta per cento dell’intero lordo del fatturato per cui, per starci dentro le alternative diventano due: o imporre dei costi insostenibili per l’utenza, oppure evadere il fisco. L’utenza, non si rende sempre bene conto di questa cosa eppure ad oggi penso che specie per i professionisti che non hanno uno studio a casa, e a cui l’attività professionale si carica di molte spese di lavoro – la situazione metta veramente all’angolo – e se vuoi offrire delle tariffe accessibili alle persone – dove l’accessibilità implica comunque un onere veramente pesante – le alternative sembrano essere poche. E di fronte a pazienti che vengono spediti indietro dal servizio pubblico – “perché noi prendiamo in carico solo cronici” oppure “si metta in lista di attesa” e aspetti i mesi – molti professionisti offrono una tariffa più bassa, senza fattura – operazione che ha il pregio di raccogliere una domanda di accoglienza con un esame di realtà oggettivo – come faccio a chiedere a un paziente che sta da solo, in affitto e campa con un contratto di 1000 euro al mese a termine, come faccio a chiedergliene 300 euro? Ma che simultaneamente mette il setting in una posizione liquida di debolezza, specie per coloro i quali sono approdati alla professione da poco tempo. Il clinico che non emette fattura alle volte diventa un oggetto collusivo a un assetto interno, alle volte viene caricato di un risentimento e di una simbolica specifica, per il fatto di permettersi un’elusione che magari il paziente non può permettersi per il suo tipo di contratto professionale.

Uscendo dalla stanza di analisi, si verifica poi ancora una volta, il problema di una socializzazione della simbologia individuale, sotto il soffio simbolico di una cornice collettiva che diventa quasi patologizzante a sua volta: alle imposte indirette si sovrappongono le imposte dirette, e tutti i servizi che giustificavano quella tassazione così esosa richiedono versamenti economici aggiuntivi, mentre ciclicamente si riversano sulla popolazioni ondate di scandali che hanno l’aria di saper spiegare a modo loro come mai i soldi pagati non bastino mai. Il servizio pubblico diventa un’entità totemica che sollecita bisogni e rabbie kleiniane, una sorta di genitore anziano che ha mangiato tanto e da sempre meno, e che mette sostanzialmente nella curiosa posizione psicologica per cui se fai quello che in un certo senso è comprensibile fare, starai emotivamente peggio, perché fondamentalmente, se si smettono di pagare le tasse quel genitore anziano muore, e tu ne sei stato responsabile. E questo concretamente fa male al collettivo, psicologicamente fa una sua seconda parte, da non trascurare.

Quindi forse occorre cominciare a prendere sul serio il problema, e forse – considerando che le giovani generazioni di lavoratori sono sempre più spesso ingaggiate con partita iva anche quando in realtà si tratta di un’opzione fasulla che scarica sulle spalle del neoassunto l’onere fiscale di chi assume – smettere di considerare la cosa un problema delle destre, un problema degli evasori ricchi brutti e cattivi, i quali sono sostanzialmente il capro espiatorio – per altro trattato sostanzialmente con grandissimo rispetto – di una politica malaccorta e per molti anni irresponsabile. Questo problema della tassazione che si divorzia dalla cittadinanza, che genera divisioni sociali e divorzio con lo Stato – è alla fine alla base di tanti movimenti antipolitici – la lega prima cinque stelle poi, che li ha resi anche incapaci, dominati come sono dalla loro stessa funzione simbolica, di produrre progetti politici, dal momento che quell’ordine di progetti afferisce a quel padre che cercano intanto di uccidere con l’altra mano.

Al livello dei singoli, io credo che cercare il più possibile di non evadere, anche cercando delle soluzioni alternative – per esempio tramite associazioni che implichino degli sgravi fiscali. Sembrano cose solo pratiche, che afferiscono solo ai soldi che utilizziamo e che riguardano il nostro rapporto con il servizio pubblico, ma tutte queste cose hanno una loro dimensione simbolica. E ogni nostro gesto, finisce con la vera una doppia rilevanza.

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4 pensieri su “psichico 9/ note simboliche sulle tasse

  1. cara Costanza,
    d’accordo in toto come persona, paziente, futura professionista, attuale disoccupata e laureanda. 🙂
    Bell’aperitivo, che mi hai fatto fare (lo dico con affetto, senza sarcasmo): gingerino, patatina fidèl e cicchino d’ordinanza.
    buona giornata

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  2. argomento doloroso, specialmente di questi tempi…. una volta si poteva appunto almeno pensare che pagare le tasse fosse un tassello nella propria vita di cittadini dello Stato, lavoro e contribuisco con il mio lavoro all’andamento della società in cui vivo, pago le tasse e con questo lo stato fornisce a me e a chi può di meno i servizi essenziali, scuole, ospedali, strade, sicurezza, ecc. Bello, eh. Ormai non è più così, lo Stato è diventato il nemico, che ti succhia tutto quello che hai, prima nel farti pagare le tasse e poi nel farti pagare qualunque cosa, scuola, asilo, cure mediche, se le vuoi davvero funzionanti. Quello che puoi pagare, naturalmente, per le strade piene di buche, l’illuminazione stradale inesistente, gli autobus che non passano mai, gli uffici pubblici nei quali non otterrai mai una risposta, che non prenderanno mai atto di documenti inviati cinquanta volte, non c’è niente da fare. Ovvio che anche gli utopisti che pensavano come sopra ora fanno fatica a pensare a quel concetto di società, che non esiste più. Altro che padre. Personalmente io ho chiuso la partita iva da anni, non faccio più attività privata nè in chiaro nè in nero, ero quasi in perdita. (e non avevo le spese di assicurazione che ci sono adesso, sai che un ginecologo per lavorare deve avere un’assicurazione professionale che gli costa 800 euro al mese e anche di più, che lavori o no?). Però è vero quello che dici, la fattura ha un peso psicologico, per i motivi che hai detto.

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  3. Anni fa ricordo che nell’ambiente circolava una certa arbitrarietà circa l’avere o meno la fattura, in cui entravano in scena anche fattori culturali strambi, tipo “il paziente non chiede la fattura perchè si vergogna a detrarre spese di trattamenti psicoterapici” che non so se fosse una scusa bella e buona usata dal terapeuta che me lo disse, o un effettivo problema di segretezza/clandestinità per disagi a rischio di stigma sociale. Ma direi che questa cosa è passata in gran parte, mi sbaglio?

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