Piccole truffe di doloroso occidentalismo

(Per un certo periodo ho accettato su Facebook le richieste di amicizia di fantomatici militari americani o affini, mi sono molto divertita e ne ho fatto uno studio personale. Eccolo qua, nella versione integrale. Se vorreste invece leggerne una versione relativamente più corta, potete godervi l’articolo che è uscito su Marie Claire di novembre. In ogni caso, buona lettura)

Peter Ronald è un ufficiale dell’esercito americano, appare come un uomo deciso, di una certa età un po’ sovrappeso, ma come dire nel ruolo, nelle tre foto che appaiono nel suo profilo Facebook. Mi chiede il contatto e mi dice in un inglese approssimativo, che è militare dell’esercito americano, in missione di pace in Afghanistan, che è vedovo con una figlia. Fondamentalmente mi contatta perché cerca l’amore, e pensa di trovarlo con me dice, in base alla mia bellezza sfolgorante.

Medesimi propositi e giudizi estetici condivide Paul Brown anche lui militare dell’esercito e pur esso vedovo però stanziale in Corea, dove si trova a controllare nebulose questioni atomiche. Anche l’inglese di Paul è piuttosto creativo, e se è possibile riguardo le sue attività in Corea è ancora più evasivo. In compenso è bastata la mia foto di signora quarantenne poco celatamente sovrappeso, castana e con gli occhiali a farlo innamorare perdutamente di me.
Ma ci sono anche Eric, e Donald. Ammiragli di flotte navali, anche loro innamorati di me, tutti poveri vedovi, che cercano moglie e chiedono credenziali: sei sposata? Hai bambini? Vivono con te? Si? No? E bisogna dire che, siccome amor vincit omnia, che io risponda di essere sposata o meno è assolutamente irrilevante, come risulta altrettanto irrilevante che io risponda sono artigiana del legno oppure, faccio la psicoanalista e la scrittrice, collaboro con dei giornali. John Eric e Donald quasi tutti seguiranno imperterriti il loro copione amoroso, senza apporre alcuna variazione. Ti amo, voglio fare per te tutto quello che vuoi. Voglio vivere con te il resto della mia vita.

Comprami un clinica residenziale per il trattamento dei disturbi bipolari – ho detto io, che soffro tanto del ritiro del pubblico dall’investimento nella salute mentale.

Certo – mi ha detto John, senza fare una piega, te la compro – per te tutto!

 

Quella volta, per un’ora mi sono beata del fatto che John mi comprasse la clinica dei disturbi bipolari, ma a stretto giro è arrivata la doccia fredda. Infatti pare che la banca di John non liberasse certi suoi fondi liquidi e avesse bisogno di avere una garanzia. Devi scrivere tu alla banca! – Mi ha detto John – scrivi che ti servono i soldi! Ah ok buona idea, a chi scrivo? Scrivi a Deutschbank@yahoo.com .

Io, che sostanzialmente avevo già in mente questo articolo l’ho fatto, e come era presumibile mi ha risposto qualcuno, probabilmente il solito John, che diceva – guarda non li possiamo liberare questi soldi.
Comunicato l’esito, il mio promesso sposo mi ha detto che non mi avrebbe potuto raggiungere, e che aveva bisogno di soldi, mannaggia. Non è che gli potevo alzare 5000 dollari? Da dare a quelli Della Deutsch Bank?
Li il nostro amore è finito.

Si tratta di una truffa che va per la maggiore da qualche anno, in diverse declinazioni, che passano tutte dai social network. Piccoli criminali, sparpagliati nel globo terraqueo, ma spesso nell’Africa orientale o nell’Europa dell’est, moltissimi in Nigeria e Ghana – probabilmente eterodiretti, sfruttano identità fittizie appartenenti a veri membri dell’esercito americano. E’ una truffa conveniente perché non ha costi vivi come si dice nelle aziende, perché per quanto dalle mail si possa anche rintracciare l’ip, o la storia della creazione dell’indirizzo, nove volte su dieci si approda a un internet caffè, ma non a un nominativo reale, e quand’anche ciò accadesse, e si riuscisse a capire chi è il reale autore del raggiro, quello sarebbe sottoposto alla giustizia del paese in cui opera. Certo, c’è stato il caso due anni fa di due signore del Colorado madre e figlia, 63 e 42 anni che nel 2013 erano riuscite a incassare svariate centinaia di migliaia di dollari, di cui però avrebbero trattenuto solo il dieci per cento, per poi inviare denaro al altre destinazioni – soprattutto nord Africa. In effetti, un numero impressionante di volte la truffa ha dato risultati elettrizzanti. Una donna inglese pare abbia sborsato 60’000 sterline nel 2011, e molte molte donne si sono lamentate con l’esercito americano chiedendo un risarcimento. La questione avviene talmente frequentemente che attualmente il sito dell’esercito ha una pagina ad essa dedicata in cui declina ogni responsabilità, e parimenti da un po’ di consigli di base per aiutare le donne a non caderci.

Questi militari americani hanno profili molto spogli e spesso poco usati. Non hanno contatti,   le poche foto che postano non sono state laikate da nessuno, e non scrivono niente sui loro profili. La loro tecnica di abbordaggio, salvo rarissimi casi, prevede un copione in cui si chiede età, stato civile, se ci sono figli, se una lavora. Ottenute queste informazioni anche con uno scambio piuttosto asciutto, il milite dichiara il suo stato civile – in prima battuta sono sempre vedovi – e di essere anche molto innamorato della bellezza che ha visto in foto, per cui vuole cominciare una relazione e se è il caso sposarsi. Tutto è di una brevità surreale – solo alcune volte, si verifica una variabile un po’ più decorata che inneggia alla bellezza e gentilezza e devozione della donna corteggiata. Ma anche questo secondo corteggiamento, prescinde dal qualsiasi caratteristica della sua persona e ha qualcosa di preconfezionato – le foto del profilo sono comunque ignorate. Segue un periodo piuttosto breve di corteggiamento e narrazione – che può riservare momenti di buon intrattenimento e dura un due o tre giorni. I militari americani sono tutti in zone esotiche come l’Afghanistan, la Siria, e possono succedere delle cose emozionanti, il capitano Paul per esempio mi ha mandato la foto di un suo soldato maciullato nel pomeriggio – intravedendo in me segni di incredulità. Altri indugiano in momenti narrativi come l’ammiraglio Eric, che vorrebbe lasciare la marina canadese per darsi al commercio del petrolio, però purtroppo mentre era a largo dell’oceano indiano sono arrivati i Pirati, e dal suo smartphone mi ha scritto che è in grande difficoltà perché gli stanno prendendo tutti i risparmi – una storia, effettivamente deliziosa. Mi ha chiesto quindi, se poteva recapitarmi 500’000 sterline in contanti a casa – opzione che io ho considerato azzardata.
Questa comunque è la fase cruciale della cosa: si chiede di ricevere dei soldi per mascherare la truffa che arriverà poco, dopo con una seconda richiesta.

Colpiscono delle cose. Per esempio il fatto che l’inglese è spesso pieno di errori, e che la conoscenza della rete sembra essere piuttosto sommaria, anche dello stesso mezzo facebook. E questo è affascinante, perché siccome la truffa spesso riesce, da delle indicazioni anche sul tipo di donna che vi cade più facilmente: qualcuna che non sa usare i social allo stesso modo, che ne ignora la loro intrinseca natura sociale. Una donna che non si insospettisce se uno ci ha un profilo senza amici e senza relazioni e che inoltre ha un’idea delle grandi istituzioni piuttosto grossolana.
Scrivi a Deutschbank@yahoo.com!

E ancora. Lo stilema relazionale dell’abbordaggio di questi truffatori, prescinde a piè pari dell’identità dell’interlocutrice, salvo qualche raro caso come l’ammiraglio Eric – di gran lunga il più talentuoso, che avendo saputo che sono psicoterapeuta mi ha raccontato di essere figlio di un padre alcolizzato e abusante, e che è cresciuto leggendo manuali di auto aiuto – un’allusione questa forse, al titolo del mio ultimo libro.
Altrimenti arrivano domande come – qual è il tuo hobby e il tuo colore preferito? Dopo di che a testimonianza delle loro serie intenzioni mandano foto di un gusto raccapricciante – cuori contornati di spine, anelli di diamanti stilizzati, e foto di maschi e femmine che si corteggiano e si baciano. Queste cose, insieme alla frequenza con cui ritorna nei dialoghi con loro Dio, l’importanza di una donna timorata di Dio, religiosa e attenta, “onesta” confermano il sospetto secondo cui si tratti di persone per lo più africane, lontane dalla cultura occidentale, che non la masticano e non la capiscono – la idealizzano la stilizzano in un’immagine loro. Mi ha colpito per esempio constatare come il copione seduttivo, non cambiasse di una virgola nei casi in cui io ho dato informazioni reali sul mio curriculum, come se il fatto che io scriva libri, collabori con giornali, faccia la psicoterapeuta non aggiungesse niente – come se questa variabile sociologica fosse per molti non includibile nel panorama, non implicasse variazioni di piano. Anche quando ho esternato tutto il mio cotè intellettuale, o cinico , invariabilmente mi è stato recapitata l’immagine di un signore in ginocchio che porge dei fiori a una damina, e poi un messaggio di gioia per aver trovato una donna gentile e timorata di Dio.

In tutto quindi si tratta di un tentativo di simulazione di relazione tra soggetti competenti occidentali, che si muovono però in un occidente stereotipico e immaginato e poco dominato una sorta di Occidentalismo. Se sull’Oriente del nostro mondo intellettuale Edward Said metteva l’esotismo, la seduzione erotica, il magico e il misterico, lo strano – il lunare e il femminile del mondo, i finti militari finti americani sono gli araldi di un immaginario testosteronico e avventuroso, ma anche vecchio e potente: sono scelti profili di generali over 50 qualche volta anche over 60, quasi mai con un fisico atletico e un bell’aspetto, pancia invece e capelli bianchi, che più spesso emanano un’idea di potere incarnata dal superiore del protagonista nei film di guerra, mai dal protagonista bello. Sono l’incarnazione dell’Occidente che ancora solca i mari del mondo, combatte le guerre, conquista il territorio, e che a sua volta corteggia un femminile archetipico e remoto, secondo un’idea della dama bianca che ricalca immaginari di culture ancora rurali, e dove vige ancora una forte discriminazione di genere. Lei sarà contenta perché definita pura, virtuosa, gentile, modesta, e per qualsiasi dama, secondo l’immaginario occidentalista, però permeato di oriente, lei sarà contenta. Si sentirà gratificata. Tutto è estremamente archetipico e poco codificato sul piano dell’io, poco individualizzato – tutto si gioca sul piano dell’uomo e della donna immaginari, che sul piano dell’uomo e della donna reali, diversi l’uno dall’altra. Il che nel nostro contesto comunicativo procura un oggettivo effetto straniante e comico. Come quando questi corteggiatori inviano le foto di due ragazzi che si baciano sulla spiaggia, come a dimostrare l’intenzione baciatoria e romantica. Una donna moderatamente sana dice: scusa è, ma a me di questi che mi frega?

E le donne che ci cadono?
Spesso sono donne single, e spesso di ceto sociale mediobasso, o comunque con pochi strumenti per decodificare le proposte on line. Più frequentemente divorziate, o mai sposate, il desiderio di relazione deve far loro abbassare molto le difese e un livello di autostima molto basso deve far loro accogliere quei generici complimenti come qualcosa di autentico e credibile, desiderato. Alla percezione di se come poco differenziata deve corrispondere quel corteggiamento poco curato, deve risultare riempitivo e soddisfacente. Ma sicuramente devono essere anche donne molto povere di strumenti culturali per non riuscire a decodificare per tempo segni lampanti di raggiro, perché le storie raccontate sono incredibili e poco aderenti la realtà. L’ammiraglio Eric per esempio voleva mandarmi per posta, 500’000 sterline in contanti – Roba che manco 007 Dalla Russia con Amore. All’Ammiraglio Eric ho dato allora un indirizzo fittizio e lui hai dichiarato di aver mandato li i soldi. Di li a poco mi è arrivata la ricevuta di una presunta ditta di trasporti che mi chiedeva di sganciare 1700 euro per avere il pacco dell’ammiraglio.
La ditta di trasporti mi scriveva in un italiano pieno di errori, diceva di aver ricevuto un pacco “dall’oceano indiano” da parte di mio marito Eric (sic) e tutto era qualcosa di più simile al monopoli dei miei bambini che a un traffico internazionale. Donne quindi che non hanno strumenti culturali a sufficienza per discriminare tra gioco e realtà laddove le stimmate del gioco sono lampanti.

Si tratta dunque di un curioso fenomeno ellittico, una scarsa conoscenza del mondo e della rete dal sul del mondo parte alla volta della rapina del nord del mondo – la dama bianca! – intrecciandosi in forme di ignoranza che gli osno omogenee. Dietro c’è il sapore di una dolorosa rivalsa segreta. Tutti i militari a cui ho rivelato alla fine che non ho mai creduto a niente di quello che mi avessero detto, che non solo ero davvero felicemente sposata con figli ma anche proprio interessata alla comprensione scientifica della questione, mi hanno coperta di terribili insulti, qualcuno però mi ha detto – devi stare attenta, un giorno conoscerai questo buco del culo del mondo, e allora vedrai.

 

 

 

 

 

 

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borghesia 2.0

Episodio uno: qualche giorno fa L’Isis ha fatto circolare l’ultimo dei suoi video più impressionanti, in cui un pilota giordano era arso vivo. E’ l’ultima produzione cinematograficamente macabra di quelli di IS. Prima di questo video sono circolati quelli delle donne uccise a sassate per adulterio, dei prigionieri sgozzati, degli omosessuali lanciati dall’ultimo piano di un palazzo, e altri ancora altrettanto orripilanti. La rete, come emotivamente prevedibile – ha risuonato, si è scossa e indignata in buona fede: su tutti i social network le immagini sono riverberate seguite da commenti e riflessioni molto preoccupate e arrabbiate.

Episodio due: qualche giorno fa ero in rete e discutevo di vaccini: molte persone ad oggi stanno mettendo in discussione l’opportunità di vaccinare i propri bambini e io, con un certo scoramento, discutevo con alcune di queste persone. Erano interlocutori laureati, con un modo di disquisire sintatticamente e logicamente strutturato, che avevano accesso a una larga fetta di informazioni – superiori a quelle che avevano i nostri genitori quando siamo nati noi – ma che mi sembravano dimostrare l’assenza di alcune difese importanti diciamo per non uscir di metafora – mancavano delle difese immunitarie del soggetto politico e del cittadino medio. Difese che abbiamo fino ad ora applicato in maniera talmente automatica, da renderle oggi difficili da individuare.

Il punto di convergenza di questi due episodi e degli argomenti di cui sono al centro, è la cittadinanza due punto zero, ossia quella fascia della popolazione mediamente istruita e non angariata dal digital divide che accomuna geografie e storie diverse. Questa popolazione nuova, mi si dispiega come una sorta di nuova borghesia, che a prescindere da delle condizioni economiche di partenza che possono anche essere svantaggiose o al contrario molto avvantaggiate, ha una buona istruzione, ha curiosità intellettuali e fascinazioni politiche, e dispone grazie all’effetto di un’istruzione di buon livello di un arsenale di medio raggio di strumenti per affrontare la realtà e forse, sempre in virtù di quella qualità della scuola pubblica che oggi si vuole prendere allegramente a sprangate, rivela una relativa compattezza ideologica, su ciò che è bene fare e ciò che non è bene fare.

Ma la caratteristica che ancora più contraddistingue questa nuova cittadinanza è l’uso della comunicazione tramite social, perché l’ingresso dei blog prima, di Facebook e Twitter dopo nella quotidianità della comunicazione ha trasformato i figli dei cittadini semplici di un tempo, in cittadini di diverso tipo. Perché succede questo: chiudono i quotidiani, reggono le versioni on line, scende il prestigio del giornalismo titolato, che si ritrova ad essere diffuso in rete sugli stessi media che usano i singoli cittadini per le loro comunicazioni, mentre questi ultimi abbandonano le conversazioni verbali con cui esprimevano i loro pareri e scrivono quello che pensano. Alla fine succede qualcosa che smette di essere un effetto ottico: i giornalisti esperti di questo o quell’argomento hanno un prestigio o una credibilità di poco superiori ai cittadini che esprimono pareri molto circostanziati e che magari a causa della loro estroversione e competenza relazionale hanno tanti contatti capaci di mettere in evidenza sui social network le loro posizioni.
La rete è democratica, la rete annulla le distanze! L’esperto di mediooriente ha tanti like quanto il ciccio formaggio, e il ciccio formaggio a sua volta – assume una rilevanza inedita rispetto a suo padre.
La questione ha implicazioni anche politiche: il tal parlamentare che magari è marginale rispetto al dibattito pubblico potrebbe avere in rete minore risonanza, per la sua magari non spiccata capacità a dominare il mezzo di quanta ne abbia invece il cittadino ics il quale, passando la giornata su internet dalla mattina alla sera è capace di diventare un opinion leader.
Questa cosa ha delle conseguenze importanti sullo statuto delle opinioni di questa cittadinanza, perché queste nuove opinioni sono infatti come dire, di grandezza fisica diversa. Non hanno la volubilità e la fatuità della parola detta, che oggi c’è e domani non si sa. Non sono pulviscolari come quelle di un elettorato anonimo la cui identità si indovinava incrociando dati percentuali e variabili sociologiche – quelli che votavano dc, quelli di sinistra quelli che. Sono opinioni grandi come messaggi scritti, piccoli mondi che diventano costellazioni di consenso, nebulose di like che rimandano la risonanza, diventano un oggetto culturale la cui manipolazione comincia a far gola e le cui reazioni diventano il termometro di un mondo di appartenenza.
Di questa cosa, si accorgono quelli di Is. Sognano di attaccare l’occidente, sognano di sconvolgerlo, e vogliono sentirsi potenti nel terrore che procurano, il loro gesto omicida conquista una postmoderna rigenerazione mediatica, la loro legittimazione arriva dal nostro scandalo. Sia detto a mo’ di inciso, nostro non tanto come occidentali, ma nostro come altri rispetto a loro, un’alterità che ci accomuna a molto mondo islamico, che oggi deve essere ancora più terrorizzato da quella minaccia, che ha visto ben più morti, e che però ha raggiunto un uso della rete non dissimile dal nostro.
La nuova borghesia globale 2.0.

L’accorciarsi delle distanze in termini di prestigio tra divulgazione di personale qualificato o rilevante per, e cittadinanza comune che esprime un’opinione – provoca però nuovi effetti anche in termini di qualità delle informazioni assorbite, e a cui si decide di accordare credibilità. Le vecchie e antidemocratiche gerarchie dell’informazione si configuravano per la loro diversa accessibilità come oggetti ultimi e come fonti citate, e la loro diversa possibilità di acquisizione: il giornale buono lo dovevi pagare, il libro ben fatto anche, posto che avevi i soldi per pagarlo lo dovevi capire, e non sempre potevi farlo nella tua lingua madre e senza altri strumenti suupportivi: c’erano meno mezzi di divulgazione e la decodifica di una nozione complessa aveva bisogno di enciclopedie, e dizionari e manuali di consultazione. La cultura era classista ma in una misura, non totale ma relativa anche più onesta.
Ora c’è la rete. L’informazione dell’alto approda insieme a quella del basso, delle volte ampiamente rimaneggiata, ossia decodificata per l’utenza, delle volte ampiamente travisata, molto spesso affiancata da baggianate di diametro inusitato, ma le decodifiche di affidabilità sono perdute, e tutta una serie di agghiaccianti e pericolose bufale si fa largo presso la nuova borghesia 2.0 che non sa più trovare strumenti per valutare ciò che la rete importa come veridico, sfruttando processi che anno anche a che fare con la psicologia cognitiva. E dunque, animalisti che credono che Spielberg abbia fatto guori un triceratopo, antivaccinisti che seguono con lo stesso gradiente di affidabilità il medico disconosciuto dalla comunità scientifica che parla di vaccini e autismo e il medico riconosciuto dalla comunità scientifica che nega la relazione. L’elemento determinante è la cornice della rete che fa da qualifica per se, oppure da squalifica altrettanto irrazionale – donde i complottismi di vario ordine e grado. Non ci credere, non è mai così.

La democrazia della rete ci piace tanto, l’annullamento delle differenze ci fa sentire più forti, più importanti. E infatti che bello! Su Facebook facciamo amicizia con scrittori famosi e personaggi televisivi che ci dicono cosa mangiano a pranzo e qualche volta diciamo qualcosa di davvero brillante e siamo veramente fichi! Che grazioso vantaggio narcisistico, quest’ascesa sociale in poltrona.
Ma intanto – nel mondo reale non cambia niente: politicamente rimaniamo complementi oggetti senza scavalcare alcunché per essere soggetti. I diritti vengono sempre più erosi, le condizioni economiche rimangono identiche e in ambito internazionale o meno – il nostro opinionismo altro non è che un oggetto usato a fini manipolatori – una cartina tornasole sulle cui reazioni basare le scelte future (per il momento in quale modo particolarmente glamour ammazzare il prossimo bambino – domani, chi sa). Allo stesso tempo diventiamo preda del truffatore e del ciarlatano abituati come siamo a considerare ciò che viene dalla rete ipso facto credibile solo per il fatto che viene dalla rete, e ci intortiamo in campagne di opinione che procurano il nostro danno certo – come la faccenda dei vaccini. La quale delegittima un sapere ufficiale proponendone la sostituzione con un altro che diventi altrettanto ufficiale senza avere le credenziali del precedente.
Forse occorre fare qualcosa.

Psichico 8/ Simbolo, microcultura, morte, idea della morte.

Premessa:
Spesso la cronaca ci mette davanti a questioni complicate, che ci fanno indagare sulle motivazioni e che talora, nel tentativo di capire, ci fanno inasprire nelle discussioni. Ogni volta che ci confrontiamo con la presenza del male – lo stupro, l’abuso, l’omicidio per esempio – fatte salve le cause di un tornaconto economico o di potere – ci dividiamo tra psicologico e culturale, tra patologia dell’io e patologia del linguaggio, tra colpa dell’anima e colpa del gruppo. Il problema di queste discussioni è che sulle singole discipline chiamate in causa, si incrostano dei bisogni, delle esigenze emotive prima ancora che razionali: il richiamo alla psicologia suona spesso come evocazione del perdono, quello alla sociologia come evocazione della contestazione sociale. Il male sta in mezzo e viene rimpallato di qua e di la come se fosse il pallone di un calcio balilla.
Non credo che funzioni così, perché non credo che ci sia un’interruzione sostanziale tra psichico e culturale. E non solo per il più facilmente accessibile concetto per cui il culturale e la moneta linguistica che si da in mano allo psichico – ossia noi mettiamo in atto i comportamenti che la nostra società suggerisce, ma anche per l’itinerario inverso – sul quale constato si riflette molto di meno.
Ossia. Il patologico è capace di creare il culturale.

Per fare un esempio che può essere utile, facciamo riferimento a certi processi che capitano in rete. Pensiamo per esempio all’anoressia e ai blog pro ana, di cui nel mio vecchio blog mi sono qualche volta occupata. Questi sono blog di persone molto giovani che vivono una situazione molto problematica, di evidente malessere psicologico. Sono blog con una loro innocenza e un grande dolore, scritti senza fine di lucro, ma usati come contenitori di una propria esperienza emotiva, tra ragazze che si mettono in contatto l’una con l’altra. Non di rado raccontano di cliniche psichiatriche, di diagnosi di ricoveri. Spesso parlano delle cose importanti della loro vita, e spesso queste cose sono il mangiare e i suoi ritmi. Non hanno nessuna intenzione disonesta, e siccome parte del loro malessere è la centralità del cibo da non ingoiare, sostanzialmente scrivono roba noiosissima.

Tuttavia, questa roba noiosissima è la loro realtà psichica, la loro simbologia materializzata: quando parlano di cibo – consapevolmente o meno – parlano di altro usando la parola cibo, l’argomento cibo, mentre il mondo simbolico nel cibo espresso rimane implicito. Comunicano, si confrontano, si scambiano informazioni, condividono il loro modo di raccontarsi la vita, si riscontrano nelle reciproche esperienze in un universo chiuso, separato dall’esterno, fatto di collusioni psichiche e scotomizzazioni assodate, di perdoni reciproci e sanzioni alla rovescia. Questi scambi si cristallizzano ed edificano un linguaggio, delle combinazioni logiche, delle gerarchie etiche: donde, le caratteristiche che più sconcertano di questi blog, perché cominciano ad afferire all’antropologia culturale e ad uscire dalla psicopatologia: i blog sono strutturati in torno al culto di una divinità, Ana, vi si può leggere la preghiera a quella divinità, e il decalogo del culto pro Ana.
Il tipico materiale da calepino nella foresta amazzonica.

Ho citato questa cosa dei blog pro ana, perché permette di vedere in vitro qualcosa che socialmente capita molto spesso con patologie individuali molto meno chiare nelle diagnosi e più sfumatamente iscritte nel contesto culturale. Con i disturbi dell’alimentazione circoscrivere l’emergere di una microcultura è infatti più facile perché nella grande varietà delle persone che ne soffrono esse hanno un dato lampante in comune, che è la simbolizzazione del cibo e del corpo. Mentre per altri tipi di sofferenza psichica la rosa simbolica è ben più vasta.
Ma se pensiamo invece che le famiglie di affini nascono intorno all’uso simbolico di certi oggetti condivisi, e in particolare intorno allo stile e alla duttilità con cui questi oggetti vengono manipolati, sia che si tratti di persone con una grave diagnosi o meno addosso, tutto diventa più comprensibile: per rimanere nel nostro esempio infatti anche i gruppi chiusi che parlano di cucina condividono l’esperienza simbolica del cibo, ma nello stile e nella manipolazione di quel simbolo, nel giudizio di valore psichico mettono in atto altre premesse che creano una diversa microcultura.

Gli atti criminali che di solito innescano queste domande riguardano prevalentemente la violenza di genere, e in seconda istanza la xenofobia. Lo sfondo maschilista o lo sfondo razzista sono sotto gli occhi di tutti e quindi è assolutamente legittimo pensare che vi sia una sorta di continuità tra gesto aggressivo e sfondo culturale. Tuttavia non si chiarisce mai esattamente come questa continuità si giochi all’atto pratico, psicologicamente cosa succeda. Eppure rifletterci può essere utile, perché può spiegare parzialmente – per quel che almeno compete la mia disciplina – delle differenze tra questo o quel gruppo, questo o quell’evento criminale, inscritto in questo o quel contesto. A questo scopo, io credo che esaminare i processi di socializzazione che avvengono in rete diventa molto utile perché essi riproducono in vitro, e in una modalità che lascia una traccia scritta, i processi di socializzazione che avvengono all’esterno, e che si basano sulla strutturazione di famiglie di individui che condividono simboli e modalità psichica anche inconscia di manipolazione simbolica.

Mediante quell’osservazione, anche fatta su noi stessi, notiamo che tendiamo ad aggregarci non solo per condivisione di interessi, ma per stili di personalità: certi argomenti ci piacciono più di altri, ma anche certi modi di affrontarli ci sono più consoni di altri. Per esempio io che scrivo questo blog, ho una certa resistenza a frequentare in rete e fuori della rete persone che evitano di circostanziare le proprie asserzioni e che tendono a un manicheismo emotivamente gridato. Quando sui social netwark incontro quel tipo di risentimento viscerale che appoggia il mio stesso oggetto simbolico, io per esempio mi raffreddo mi sento distante. Per fare un esempio concreto certe uscite da gogna sull’uxoricida ciccio formaggio mi hanno emotivamente raggelata, e credo anche buona parte delle persone che frequentano questo blog. Non si tratta di uno scandalo intellettuale, si tratta di un attrito esistenziale, di due funzionamenti psichici diversi che collidono e che procurano un disagio epidermico. Dico questo per far capire come, mutatis mutandis, analoghi disfunzioni psichiche si trovano d’accordo tra loro e si sentano a proprio agio tra loro, familiarizzando e creando un mondo condiviso che produce oggetti culturali e che scelgono dal mondo esterno i simboli e gli oggetti da manipolare.
Questo primo elemento, ci fa capire che oggettivamente la socializzazione dell’esperienza patologica è un aspetto di cui tenere conto – e secondo me tanto più rilevante in contesti sociali economici e politici diversi dal nostro, dove agenti esterni collettivi creano una sorta di vento psicopatologizzante che investe una collettività agendo paradossalmente sui singoli. La fame, è patologizzante, la carestia e l’assenza grave di risorse idriche e alimentari sono agenti che fanno stare male e scrivono un ordine simbolico di costante ricattabilità psichica. Le dittature sono agenti patologizzanti. L’esasperazione cambia la psiche gli esasperati si associano e socializzano l’esperienza e creano un mondo simbolico.

A questo punto si può cercare di riflettere sull’altra questione ossia l’uso patologico degli oggetti simbolici messi a disposizione dalla cultura o addirittura dalla microcultura psicopatologia espressa da qualcuno. Influenzeranno tutti allo stesso modo? Saranno utilizzati da tutti allo stesso modo? Procureranno gli stessi effetti?
Io credo che buona parte dei problemi che ha la critica sociale e lo sguardo esclusivamente sociologico a problemi come la violenza di genere o la xenofobia, sta nel porsi questa domanda in termini di collettivo e non di singolarità. Il che depotenzia ab ovo l’argomentazione perché le singolarità sono lampantemente diverse l’una dall’altra, e come si diceva sopra, utilizzano l’oggetto simbolico in modi diversi afferenti alla microcultura di appartenenza come nel dettaglio alla propria struttura psicologica.
Pensiamo a questa cosa che ha angosciato tanti: Cosimo Pagnani che ammazza la moglie e ne scrive fiero e probabilmente allucinato su Facebook – e trecento persone o più esprimono il loro apprezzamento a “sei morta troia” aumentando le richieste di amicizia e commentando con vivo entusiasmo.   Possiamo decidere che sono tutti qualcosa – per esempio maschilisti – ma poi dobbiamo discernere i diversi possibili usi psichici di sei morta troia – che afferiranno a diverse soggettività e a diverse microculture possibili.
Ci saranno i misogini. Come ho cercato di spiegare già concepisco la misoginia come un assetto psicopatologico sovrapponibile a una diagnosi classica qualche volta nei campi della nevrosi grave – più spesso in quelli del disturbo di personalità. La misoginia grave concepisce il femminile come un oggetto simbolico in cui far precipitare tutta una serie di segni negativi e dolorosi, che riguardano l’intollerabilità della dipendenza emotiva, il senso di impotenza davanti al potere della riproduzione, l’anarchia del piacere che non si è in grado di provare. In questo senso, un misogino uxoricida che semantizza la sua simbologia propone il suo tassello alla collettività per creare una microcultura a cui qualcun altro con il suo stesso assetto psicologico risponderà con un altro pensiero analogo. Non possiamo dire quindi che l’uxoricida crea altri uxoricidi – ma certamente dobbiamo riflettere sul rinforzo della reciprocità pensando a luoghi dove il femminicidio è una prassi molto ma molto più praticata che da noi – come il sud america dove altre condizioni esterne di cui si è accennato (ma non solo) fanno aumentare la percentuale prevedibile di diagnosi di un certo tipo.
Ci saranno le donne che hanno una psicopatologia dell’identità di genere, e un problema doloroso con il femminile interno che attaccano con diabolico e socializzato masochismo condividendo l’oggetto simbolico proposto dall’uxoricida. Compiacere il maschio misogino è un disperato tentativo di sopravvivenza e una efficace strategia per evitare di farsi fuori, o di entrare in cortocircuito nel percepirsi così votate al suicidio. Sono donne da cui non si può sperare niente di buono per se e per le altre, o per gli altri, perché l’adesione al simbolo sadico è una reale garanzia di sopravvivenza che soltanto un contesto di cura potrebbe eliminare.
Ci saranno quelli che useranno l’omicida come un soggetto postmoderno ed estetico, che rappresenta il maschilismo interno, non la misoginia, essi – e credo che non siano pochi – scinderanno la realtà della morte la realtà dell’omicidio dalla frase, la annulleranno e la metteranno tra parentesi in modo da poter leggere nella frase “sei morta troia” la concretizzazione di quell’insulto che rispetti una distribuzione di poteri che si vuol e vedere nella realtà, l’uso simbolico in questo caso è leggermente diverso, perché la troia è una donna da punire in quanto libera, non da ammazzare in quanto donna. La differenza è di capitale importanza.

Credo poi che ci siano persino certi, che abbiano assolutamente desoggettificato anche l’omicida, che l’abbiano trasformato in un giocattolo che lo abbiano come dire videogamesizzato. E credo che questo riguardi una discreta percentuale di quelli che gli hanno chiesto l’amicizia. In questo caso l’oggetto simbolico da manipolare psicologicamente non è il femminile morto, ma il maschile vivo. E il problema potrebbe essere con quel maschile vivo che su internet viene improvvisamente proposto come animale da circo, come foca che salta nel cerchio. Vediamo che cosa fa? Vediamo come si comporta? Se si pente, se si suicida, se va al gabbio se mostra i muscoli se sputa al giudice. In alcune delle reazioni a questa funesta vicenda io ho psicologicamente visto anche questo uso simbolico del misogino cioè : l’oggetto da denigrare con violenza per un problema con il proprio maschile.

Mi fermo qui. Ma spero molto nel dibattito.